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mercoledì 12 settembre 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di fine estate -2-

Il piacere non è necessariamente morboso, non è solo mediocre, non è solo volgare, non è solo piccolo-borghese ed è spesso gratuito.
Servirebbe un poco di silenzio ed una lieve brezza, sul far del crepuscolo, che provocasse un sommesso fruscio di foglie.
Ci vorrebbero, di conseguenza, anche degli alberi.
Tanti alberi: dovrebbero essere molti, saper frinire e stridere con discreta musicalità, come se fossero cicale un poco timide.
(Com'è bello illudersi che le cicale siano davvero gli spiriti dei nostri amati perduti)
Ci vorrebbe, allora, la cassa di risonanza di un vero bosco.
Poi, una pioggerellina leggera e gentile sotto cui muoversi lentamente, al passo delle creature silvane
( danza la verde ombra d'Ermione).

Il massimo cui aspirare è questo, per me.
Per qualche istante il maglio a due teste della consueta e perenne disperazione del vivere s'inceppa, ed io respiro, con stupefatto piacere.
Poi ricomincio a morire, ché è questo il fatale fine della nascita.
***


Una delle piaghe dei tempi moderni consiste nel fenomeno penoso ed increscioso che consente che quanto è maggiore l'oggettiva pochezza della propria sostanza interiore, tanto maggiore è la scarsità di pudore nell'ostentarla. 
*
Mi provoca sofferenza viva, talvolta, assistere in modo fortuito alle ridicole esternazioni della propria esistenza nei suoi più banali ed insulsi aspetti sui social network , da parte della gente comune.

Per quel che attiene i frivoli contenuti dei così detti VIP, invece, il sentimento è  semplice ripugnanza o pesante fastidio, ma  ciò non merita davvero alcun approfondimento. Quelli contano in un ritorno pubblicitario o di consenso, ma è altrettanto logico e banale che funzioni a meraviglia, date le fievoli capacità critiche delle masse.

Trovo invece agghiaccianti e perfino offensivi i necrologi, le condoglianze, la partecipazione emotiva post mortem palesati virtualmente, e disperanti le dichiarazioni d'amore per i propri congiunti pubblicizzate in siffatto modo.
La sensazione che me ne deriva è una schifata compassione, una sconfinata tristezza.
Ma perché mai non vi basta dirlo nell'intimità delle vostre stanze quanto volete bene ai vostri amanti, coniugì, sorelle, fratelli, nipotini, nonni, amici, reietti della Terra, cani e gatti?

Da un punto di vista antropologico è evidente ed appurato che l'Uomo ha un possente bisogno del rito per sentirsi parte di una comunità dato che il sentimento di appartenenza attenua l'angoscia dell'irrilevanza e la paura che incessantemente attanagliano la sua mente, e lo consente a prescindere dalla disanima degli effettivi contenuti.

Questo, però, non mi pare il  caso.
La presenza e le manifestazioni di idiozia della gente nei social nella maggioranza schiacciante dei casi misura una patologica e non più dissimulata mitomania, così grave da indurre persone anche di media intelligenza e potenzialità a cicalecciare sul nulla senza ritegno, ostentando la vanità più stolta.
***



E' indubbio che  malessere psicologico e  stress, quest'ultimo anche essenzialmente fisico,  intensi e protratti nel tempo, possano degenerare in  patologia anche grave.
E' meno certo che la guarigione  seguirebbe analogo percorso al rovescio con esito  positivo, se pure fosse possibile.
*
La prima deduzione che  ne pare discernere è in odor di ossimoro, perché un certo tipo di disagio psicologico, tutto personalistico e scaturito dal mal d'anima generico di cui soffre la persona sensibile all'ingiustizia, ai dolori, agli orrori del mondo, è segno, piuttosto, di piena salute, ovvero di completa umanità.
L'appartenente alla specie umana che prova autentici dolore e compassione per le sofferenze dei suoi simili, che preferisce il silenzio, che ricerca, frustrato, la bellezza della semplicità, che conserva l'attitudine ad amare ritenendola l'assoluta priorità della sua esistenza soverchiato poi dalla delusione derivante dall'oggettiva impossibilità di esercitarla, che non riesce -assolutamente non riesce-, in alcun modo, ad integrarsi socialmente, adattarsi, gettare la spugna e pacificarsi, ricordi almeno che i deviati ed i malati sono tutti quegli altri.

La seconda deduzione, ampiamente avallata dalla mia crescente tachicardia e dall'aggravamento della depressione, è che, pur se coscienti della perversione della realtà in cui si è costretti a rimanere immersi, non si ricavano per questo né lenimento del dolore né guarigione, ovvero la conoscenza  non conduce ad alcun progresso definitivo.
Camus scrisse, da qualche parte, che "per suicidarsi bisogna amarsi molto".
E' vero.


domenica 19 aprile 2015

Tipi -21- I social-nulli

Imperversano violentemente nei social, impazzano, son tanti,  hanno carattere virale ed ammalano anche i pochi sani.
Sanno a malapena leggere e scrivere e quando, nella pochezza del loro spirito umoristico, trovano qualcosa divertente o spiritoso, o si augurano che lo sia per il loro piccolo pubblico, spesso lo manifestano trascrivendo l'ilarità così: "indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere".
L'esclamazione di dolore, invece, la scrivono, assai diligentemente, coniugando lo stesso verbo con uguali modo e tempo, ma in seconda persona singolare.
Ignorano che le citazioni di frasi, poesie, testi altrui vanno sempre almeno virgolettati, altrimenti si tratta di plagio ed appropriazione indebita. Purtroppo non sanno che cosa siano.
 
Sono quasi tutti un po' filosofi esistenzialisti, nel senso che s'impegnano moltissimo nel cercare in rete aforismi già confezionati (cerchi due trovi tre) che postano poi corredati da immagini di sedicenti simboli: fiori e nuvole e coniglietti e bimbi in fasce e cuoricini e stelline, cuccioli e cartoon e dipinti, in una sconcertante entropia da bazar del trash. Che provengano da Maestri del pensiero o della letteratura, o dall'ultimo degli scribacchini di moda, o attorucolo, o cantantuncolo, o soubrettina, non fa differenza: per valutare le differenze delle cose bisogna se non altro non ignorare d'essere ignoranti.
 
La vanità muove il mondo, ma qualcuno, almeno, ancora se ne vergogna.
Non i social-nulli: postano continuamente autoscatti per l'ebbrezza di contare i "like" ipocriti e piuttosto grotteschi degli imbecilli che li seguono.
Terribilmente tristi quelli delle donne che atteggiano le labbra a canotto ignare -io spero- di quanto sia volgare quel che evocano, scherno compreso.
Quelle più patetiche un mio amico le definisce "carampane": è congruo, ché nello spirito, tutto sommato, lo sono.

...
 
Che altro aggiungere?
Forse questo:
"indicativopresentesecondapersonasingolareverboaveremé!" 
 


 

lunedì 7 gennaio 2013

Auto-destabilizzazione da smarrimento di motivi.

La sindrome probabile cui va incontro il blogger può essere fin gravissima, con un'alta incidenza di irreversibilità.
Bisogna chiarirsi le stesse proprie intenzioni ed esigenze, amici.
 
Premetto di circoscrivere questa osservazione al blogger-tipo esistenzialista, mediamente o superiormente acculturato, sufficientemente sensibile alla politica ed alla società in cui vive, generalmente romantico.
 
I blogger più equilibrati e perciò alla fine "sani", infatti,  son quelli che hanno uno scopo, una sorta di obiettivo più o meno lungimirante e più o meno tecnico (ma è meglio più). Per esempio, Beppe Grillo ed il suo movimento, per citarne uno lapalissiano. Potrebbe pure lui esser considerato "compulsivo", se appena fosse vero che lo scaltro Beppe se ne stia a digitare personalmente post di anatemi contro le storture italiche e del mondo,   ma, comunque sia, esiste certo per lui uno scopo preciso, più o meno a noi intelligibile  o condivisibile.
 
Il blogger-tipo di cui parlo, invece, non è sempre di sinistra, anche se la cosa aiuta molto, ed ha una forte necessità di parlar tra le righe di sé stesso (tende a sovrastimarsi, ad attribuirsi esagerata importanza) e del proprio contorto, misterioso, oscuro e - perché no - talvolta decisamente affascinante, universo interiore.
...
 
(Non mi è chiaro il meccanismo, ma pare che l'infelicità sia più di sinistra che di destra, in effetti, e pure più poetica della gioia.
Ma, sia chiaro, questa è una battutina di spirito davvero consunta: quelle due categorie sono purtroppo irrimediabilmente scomparse, stemperate nel nuovo pressapochismo indifferenziato. 
- E' divertente banalizzare, di tanto in tanto: dà l'illusione di poter controllare le cose del mondo. -)
...
 
 
E' evidente che io alla suddetta categoria appartengo per impeto d'animo, per indole e passionalmente, e non vi appartengo poi con la ragione, che mi suggerisce costantemente che chiarirsi lo scopo intimo che muove la nostra azione è, soprattutto, un atto dovuto a noi stessi, per una certa questione di onestà tutta privata ed intima.
Ora, una volta disvelato questo, mi condanno alla crudele graticola del dubbio: allora,   perché scrivo?

Non per vanità; non per ridicola aspirazione ad esibirmi (tant'è che non uso quasi facebook, che mi serve soltanto per pochissimi contatti personali e su cui non linko neppure ciò che qui scrivo, non cinguetto su twitter -  che è quanto di più deprimente e ridicolo io possa concepire quale surrogato di comunicazione -, e comincio a provare intolleranza per chi ne è ormai dipendente ed assuefatto); non perché io creda davvero di riuscire ad esprimere qualcosa che venga esattamente interpretato e condiviso, sì da sgravarmene almeno un poco e godere dell'ebbrezza di ingannare temporaneamente la solitudine.

Allora dev'essere questo: scrivo in luogo di molto vivere, perché il vivere consentito con il corpo, in una vita in cui non posso scegliere quasi nulla, non è mai abbastanza, non è completamente esprimibile e realizzabile.
Scrivo perché talvolta devo e non ho altra alternativa, o implodo.
E scrivo perché scoppio d'amore per l'Uomo, che pur so così genericamente indegno, ma all'uomo della strada non posso dirlo.
Più lo scopro indegno e più ci soffro; più ci soffro e più tento di sottrarmi al dolore - ché non provo alcun piacere nel raccattare ulteriore sofferenza per aggiungerla a quella che generosamente dispensano il pungolo dei dubbi perenni e le domande eternamente sospese sul nulla -, più tento di sottrarmi al dolore e più avverto che astenermici mi depaupera comunque d'umanità, di poesia, di equilibrio, di vita stessa.

Si tratta d'imparare e tenere a mente un'osservazione, allora, che ricavo puntualmente anche nei più banali incontri relazionali: in fondo, a livello personale, quasi ogni persona desidera dare il suo meglio e la muove una naturale propensione benevola, ma tutta di facciata, che la spinge fino a sforzarsi in esercizi di accomodamento e tolleranza spesso obiettivamente ardui.

Siam tutti dei buoni diavoli, insomma, ma ci difetta il nerbo, il carattere, il coraggio, di affrontare l'altrui sguardo accigliato o spaventato quando una nostra opinione sgarra dal buonismo corrente e stride come la celeberrima stecca nel coro.
Oppure siamo generosi nel palesare critica ed indignazione, e perfino integralismo, talvolta, politicamente ed umanamente, ma se andiamo a presenziare ad un funerale, noi atei o laici integerrimi e convinti, rischiamo, per  il solito buonismo, di farci commuovere dalle parole assurde del prete. Dopo poco, passa tra i banchi  il questuante incaricato ad esigere bontà sonante.

Ecco, io son fatta così: scavo così tanto ed in modo così maniacale, da arrivare puntualmente alla sostanziale natura buffa dell'Uomo: è un vero disastro.
Mi fa ridere ai funerali e piangere alle feste di partito.

Alla fine, comunque,  non ho scelta, e ritorno qui, alla finestra del mio abbaino, che però voglio rimanga intimo ed accogliente, a scrivere post come questo, che attendono d'essere svelati finanche a me stessa. Se qualcuno ci ha capito qualcosa lo dica. Davvero.

 

sabato 7 luglio 2012

Crode e corvi

Ego smisurati, a forma di sconfinata mongolfiera, sui cieli del Web, incombono. Convergono disperatamente e caparbiemente verso l'idealizzato centro, ove lasciar risplendere quel folle fuoco che alimenta il volo, perché sia ammirato, perché dia loro un senso.
Ma il senso non c'è e non è stato mai.

Inoltre, invece -aguzzo lo sguardo-, sono corvi malinconici, che vagano senza tregua alla ricerca di cibo. Tanta è la fame, che basta sia virtuale, e poi virtuale diventa anche quanto più di desiderabile esista.
Così in questo enorme infingimento il bisogno nasce, in qualche istante s'illude, e poi smette.
Un desiderio in meno, un passettino di avvicinamento in più verso le braccia della grande equa mietitrice.
Desiderare è il solo modo in cui sappiamo esistere.

E' sempre, poi, tutto quanto, questione di semplice battito di ciglia: quanto basta per mutare il fotogramma sul quale concentrare la mente e reinventare di botto la sostanza stessa della vita.

Se fossi lì, lì dove sono già stata, sulla croda al di sopra del Laghetto dei Negher, e m'imbattessi, come allora, in quell'enorme branco di stambecchi, sarei occupata in altri e circostanziali pensieri, pur se -poniamo- la mia vita ordinaria fosse la stessa di oggi.
Sono costretta a farmi largo tra quelle paradossali capre dalle dimensioni di muli e la mia amigdala lancia qualche messaggio di timore: nessuno mi ha saputo dire se i possenti maschi che vegliano femmine e cuccioli potrebbero interpretare come potenzialmente minaccioso il mio attraversamento.
Proseguo lentamente, lentamente, lentamente. L'indefinibile globo acquoso dell'occhio del capobranco mi segue come ombra. Ombra gravosa: la preoccupazione muta in quasi-paura, non so niente di stambeccologia.

Che ne sarebbe della teoria dei corvi malinconici?
Più nulla, azzerata, vanificata.
Lassù ci sono i corvi neri, i corvi veri, rocce millenarie, il vento che le sferza, il sole che screpola le labbra, il silenzio, i richiami d'amore, l'eterna rinascita, assente all'uomo ed indifferente.

Forse siamo un esecrabile, irrilevante, incidente evolutivo.
Eppure, se riuscissi a convincermene fino in fondo, so che mi sentirei davvero meglio, e non inciamperei più nelle mortificanti occasioni in cui, tra umani, altro non sappiamo scambiare che acre frustrazione e miseria.




mercoledì 2 maggio 2012

Psicopatologia di una blogger -3-

Il primo passo verso la corretta direzione sta, probabilmente, nel non preoccuparsi di piacere.

-Ciò è cosa che non mi riesce affatto difficile, per la semplice ragione che scrivo solo ed esclusivamente per sviscerare dubbi e quesiti, palesare riflessioni nude e non supponenti, mossa dal desiderio di meraviglia, ovverossia acquisizione di conoscenza tramite il confronto. Di piacere 'a pelle' , della simpatia di superficie, non me ne curo, né è stato mai il mio fine qui o altrove: sostanzialmente sarebbe una raccolta di nulla, ed il nulla incombe già di per sé su ogni cosa. Davvero non è il caso di incoraggiarlo ulteriormente.-

Il novanta per cento delle auto-mortificazioni derivano esattamente da questo stato febbrile che alimenta una sete di approvazione indiscriminata. Il bisogno della lode, anche se silente ma ugualmente intuibile, è un implicito salvacondotto fornito all'altro per  consentirgli la certa strumentalizzazione del nostro pensiero e della nostra verità.
Da qualsiasi parte una la consideri, l'oggettiva e generale condizione di isolata solitudine cui è relegata la nostra coscienza mentre tenta di penetrare nel mondo, può indurre anche la più irreprensibile e consapevole delle persone a cedere alla seduzione della vanità.
Compiacere chi ci compiace è comunque una forma di volgare mercificazione per guadagnarsi assenso.
Non immagino forza morale maggiore di colui che paga in termini di impopolarità o indifferenza la sua resistenza alle facili lusinghe ed alla stucchevole piaggeria di convenienza in uso nei superficiali e pur civili rapporti.

Mi chiedo se ci sia un modo giusto per esprimersi in uno scambio davvero costruttivo evitando il rischio d'immergersi nella commedia delle parti.
Talvolta arrivo a concludere che sia il silenzio pubblico ed il molto dialogare privato.

- Ma è così evidente, no?, la mia  lenta deriva nel mare della perplessità del dire...-

Qualsiasi metodo dialogico ripulito dalla spettacolarizzazione acquista per me, comunque, maggior credibilità, e riduce il sospetto.
Le parole rimangono bivalenti in ogni loro potenzialità. Sono tutto ciò che abbiamo per tentare di uscire da noi stessi e quanto di più perversamente atto a rinserrarci nella prigione crudele del nostro affamato ego. L'io, questo orribile buco nero che ingoia perennemente sé stesso.




mercoledì 8 febbraio 2012

Psicopatologia della blogtiquette - un cenno.

Come tutti i blogger sanno -o dovrebbero sapere- esiste una deontologia  consigliabile ai compilatori di blog.
In definitiva, si tratterebbe di seguire semplici norme di cortesia e civiltà unite al comune senso logico.
Altro presupposto fondamentale è il rispetto, comunque dovuto, perché dietro alla piattaforma c' è sempre una persona vera, in carne ed ossa, con mente e cuore, oltre che munita -chi più chi meno- di sensibilità.

Ebbene, della blogtiquette di cui al link inserito, mi scopro di qualcosa  ignorante, in qualcosa certamente   concorde, in altro, invece, in disaccordo, per la mancanza di qualcos' altro un po' delusa. Comunque sia, il problema di adottare un atteggiamento sempre 'etico' nell' immissione di contenuti di potenziale dominio pubblico, l' ho sempre sentito. 

*

Non avevo mai considerato con attenzione, tanto per fare un esempio, il corretto procedimento per postare immagini non  mie senza arrecare un possibile disagio ai legittimi proprietari.

I punti 1-2-3-4 mi sembrano piuttosto ovvi; del punto 5 ho nelle righe precedenti accennato e se c' è altro da sapere ringrazio fin d' ora chi me ne rendesse edotta; i punti 10 ed 11 non m' interessano e non mi riguardano proprio e così tralascio di considerarli; sui restanti altri, invece, mi sono spesso soffermata tra me e me con il pensiero, mossa da varie considerazioni, alcune delle quali decisamente intimistiche.

I post ed i commenti: si raccomanda di tener sempre presente che un post è potenzialmente consultabile da chiunque e pertanto di cercare di tener conto, eventualmente, delle sensibilità di tutti i lettori.
Un post  di critica politica, o contenente riflessioni precise e circostanziate su un personaggio pubblico vivo ed attivo, se negative, lede la sua sensibilità? Immmagino di no, altrimenti la democratica libertà d' opinione  diventa un mero eufemismo. Probabilmente dovrò esimermi dall' insulto diretto. Potrò pensare :"Sei un parassita, un cialtrone, un mafioso, un incapace, un pappone, un ruffiano, un porco, un idiota, una zoccola, e ti vorrei definitivamente fuori da ogni incarico pubblico per l' eternità", ma non lo potrò mettere per iscritto in una pagina come questa, a tutti accessibile: mi limiterò ad esporre la mia visione del mondo a chiare lettere, anche se da ciò si evincerà che è ostile alla sua.
L' alternativa è la tenuta di un blog limitato ai soli iscritti.

Sui  commenti, poi, la mia posizione è un po' più forte di quella consigliata e dipende dal mio usuale modo di condurre ogni altro rapporto umano e sociale. Li tratto esattamente come farei con una lettera ordinaria, una telefonata, od un messaggio di chat da parte di un amico: massima attenzione.
Rispondere, dare un cenno di riscontro, secondo le mie norme comportamentali, è sempre dovuto.
Considero chi non lo fa o spocchioso e superbo, o cafone, o superficiale. In tutti i  casi, maleducato.
Nel caso trovassi un commento palesemente indelicato, o sgradevole (ma l' insulto triviale deve essere cestinato comunque anche a tutela degli altri lettori), risponderei evidenziandone la pecca.
Nel caso in cui il mio commento fosse sottoposto a moderazione dal webmaster e me ne accorgessi nel momento di postarlo, esso acquisterebbe le definitive qualità d' essere il primo ed anche l' ultimo.

Altra considerazione meriterebbero alcuni abituali frequentatori che ho avuto modo di notare in spazi di altri (io ho trovato, in passato,  un sistema civilissimo per farli desistere, nel più gentile ed impercettibile dei modi). Esistono, infatti, commentatori/blogger che adottano il sistema parassitario o la piaggeria sistemica, forse per riempire un senso di smarrita solitudine esistenziale, o nella speranza di ricevere speculare simpatia e nutrire così il loro ego: in questo caso è davvero difficile gestire una situazione scomoda, ma senza far crollare lo stile.

*

Ecco, erano solo accenni di pensieri sulla faccenda.
A me piacerebbe se a qualcuno andasse di suggerire, ampliare, dissentire, insegnare, o discuterne, per esempio, anche, raccontando le proprie sensazioni e perplessità nella propria esperienza, o proponendo nuovi punti da aggiungere ad un codice di "cortese reciprocità" che a me pare indispensabile per far crescere questa nostra comune avventura.  




sabato 4 febbraio 2012

Umane compromissioni

Caravaggio-San Girolamo nello studio

Della vecchiaia, anzi della vecchiezza, avevo da giovanissima un' immagine gentile e terribilmente romantica.
Colpa delle letture, dell' iconografia classica e di un eccesso di fantasia.
M' immaginavo che  l' accumularsi degli anni conducesse ad una sorta di spiritualizzazione, come se l' indebolimento oggettivo del corpo spingesse il suo possessore a dimenticarsene, minimizzandone invasività e presenza, soprattutto nella propria coscienza, a vantaggio esclusivo dei ricordi e della saggia consapevolezza di sé e del mondo.
Era, naturalmente, un' idea imprecisa e totalmente supponente: nessuno che possieda ancora un corpo agile e sano sorretto dall' energia delle aspettative giovanili potrebbe immaginare con verosimiglianza lo stato di coscienza di chi si trova ormai ai confini della vita. Non è possibile empatizzare qualcosa che non si conosce, semplicemente perché l' empatia è un processo che implica una rappresentazione mentale di sentimenti od eventi che appartengano ad un vissuto, anche se non necessariamente solo nostro.
Questa idea di tranquillità senile, tutta epicurea, rende oltremodo allettante la vecchiaia:
"Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; perché il giovane nel fiore dell' età è mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse alla vecchiezza, come a tranquillo porto, e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquillità del ricordo".
Suona bene, ma non corrisponde alla realtà che io conosco.
Io conosco vecchi, o persone che verso la vecchiaia sono incamminate, che desiderano con straordinaria ed annichilente passione una cosa sovra tutte: durare in vita e non importa come.
Durare nel corpo, naturalmente. Durare secoli, anche in un corpo degenerato, malato, quasi inservibile. Se poi anche il cervello soffrisse di spappolamento progressivo, non importa lo stesso: s' ha da durare, durare, durare...
E' un loro diritto, fa parte della libertà di scelta, e non è nel merito delle scelte personali che mi interessa entrare: non mi riguardano minimamente.
Ciò dimostra però che dell' idea di vita dell' anima non si fidano in troppi, nonostante essa sia il fulcro centrale delle Religioni d' Occidente e -perché no- di tutta la letteratura romantica che vi rimandano ogni soddisfazione, gratificazione, futuro riscatto.

Il dubbio lancinante che mi coglie, allora, è che a noi tutti piaccia raccontarci delle fole.
In dipendenza del nostro livelluccio culturale, potranno essere più o meno velleitarie e più o meno romanzesche.
Ma rimangono storielle ,belle e buone.
Ci diremo di avere nobili ed alti fini, pensieri eccelsi, ma il primo mal di pancia ci manderà nel panico.



***

E' un po' quel che succede al blogger-tipo/esistenzialista.
Comunicatore e dialogatore talvolta straordinario, colmo d' affetto per i propri lettori o colleghi, traboccante d' idee ed opinioni, nella realtà s' affloscia e si tace, come preso da paralisi improvvisa.
Dev' essere perché tra veicolo di pensieri colti e trasmessi, qualche sogno rivelato, ed una forte immagine di sé, nella vita preferisce arrangiarsi a durare come uomo qualunque 'senza qualità'.
Ma durare.



venerdì 6 gennaio 2012

Dubito.

Nelle note intimistiche a me pare stia racchiusa la chiave di lettura e spiegazione dei fatti del mondo, delle scelte, di quella porzione di verità (pur sempre  minuscola) di cui si è capaci, nonché la vera scoperta, il disvelamento, dell' altro.
E' il motivo per cui vi ho improntato questo mio spazio -raccolto tempietto con velleità di nano-agorà-ed anche quello per cui in genere rifuggo o diffido da chi sentenzia, snocciola nozioni, dichiara, declama con grande sicurezza e compiacimento.

Non solo mi riconosco in coloro che cadono e nei perdenti, quindi, ma anche e soprattutto nei dubbiosi, nei consapevoli ignoranti e nei semplici purché ignari della loro stessa semplicità.
Non vi è, innanzitutto, alcuna volgarità nelle persone semplici -nell' accezione che intendo-, né la discriminante tra 'semplice' e complesso (iperstrutturato) è data da qualche acquisizione di studio o di censo. Chi ne fa una questione di carte è un imbecille.
Einstein era una persona semplice, e la sua genialità una caratteristica del suo intelletto, ad esempio.
La volgarità è prerogativa delle indoli disinteressate all' apprendimento, prive di curiosità, dedite all' edonismo spicciolo ed ancorate alla Terra.

Ma guai ai piccoli e grandi frequentatori più o meno specializzati, del pensiero.
A loro spetta, come aspro premio, il dubbio.




Poi, però, mi domando a che cosa possa mai servire questa forma diaristica resa pubblica, pur con il massimo pudore, pur con la massima delicatezza.
L' ennesima forma di autoreferenzialità? Ancora e soltanto e sempre famelico egocentrismo, per quanto sotterraneo, stemperato, filtrato, emulsionato con altri fini che forse per vie tortuose non riconducono che a sé stessi?
E mi prende la tristezza: so che ciascuno non riuscirà che a viaggiare sul proprio binario, fatalmente programmato dalla sua stessa indole.
E mi dispiace: comunicare rimane dunque una battaglia persa, ed è sempre un gioco stilistico, estetica pura ma vuota od effimera, finzione, gioco?
E dev' essere per questo che non esiste dichiarazione a me rivolta che non m' instilli dubbio, ora, e sento che ciò presuppone la più grave delle perdite, la misura esatta della caducità umana: minimizza, distruggi la sua parola, e l' uomo più non è.
E vorrei credere, e non posso.
Pur in più che adulta età, ho capito quanto possano essere capziosi le voci ed i silenzi; prima di allora, deliberatamente, ho voluto conservare un nocciolo di ingenuità fanciullesca, creduloneria utopistica, il sempiterno irrununciabile sogno. Immagino succeda a tutti, prima o poi: la differenza è data, probabilmente, dalla più o meno tenace affezione a quell' infanzia che ciascuno di noi sa essere la sola custode di una felicità in potenza che non potrà mai più replicarsi in vita successivamente.
Sono pietose strategie di sopravvivenza.

Io sono sciocca, lo so, ad amare entità che alla fine sono indifferenti e passeggere: è un atto di debolezza imperdonabile, alla luce della consapevolezza di cui sopra, che pur rimane.
Tra l' altro, quelle stesse entità non mi amano affatto nella stessa misura e con la stessa intensità: anche lo scambio non può dirsi soddisfacente.
Ho pochi, ma gravi vizi, e questo è stato il più esecrabile, sempre, ed il più catastrofico.
Ed è incurabile.







mercoledì 28 dicembre 2011

Questo nostro leggerci

" Nella lettura c' è un mistero, un mistero la cui contemplazione può probabilmente aiutare non a spiegare, ma a cogliere altri misteri nella vita degli uomini"  (*)

Il mondo ha milioni di significati, e poi ancora di più, tanti quanti sono i segni suscettibili di emozioni personali: si tratta di un valore enorme, forse pure, in potenza, infinito.
Senza il nesso che ciascuno di noi attribuisce ad un qualunque segno attraverso la sua propria sensibilità, esso resterebbe neutro in termini di significato.

*
Tra le  mie esperienze di viandante, accadde che una notte d' inverno mi inerpicassi su di una ripida mulattiera di montagna che conduce ad un' antica chiesetta isolata tra boschi d'abeti e faggi ( I fàgher).
Ai lati della stradina cumuli di neve, le forme scure e gigantesche degli alberi, a tratti antropomorfe, un' aria deliziosamente pungente, un' indefinibile precognizione di luce (algida luce cristallina intuita), pur nel nero della cappa sovrastante.
D' improvviso, un bagliore, come lama lattiginosa, ma tagliente: il sorgere della luna. Fu una meraviglia di molti minuti protratta, un piacere di sensi che non evapora immantinente in fuggevole ricordo e rimpianto.
Poi, sempre più inesorabile, travolgente, fatale, l' aurora di luna esplose e mi tolse il fiato, come in un parto.
Un parto di ordinaria bellezza universale.
E mi sentii consacrata bellissima, in una sensazione di connessione perfetta tra il mio dentro, il mio fuori, ed il mio altrove. Avrei potuto fare, in quell' istante, qualsiasi cosa, come un' apostola del Tutto, perché ero Tutto: amare un altro corpo, parlare una lingua non mia, rimanere immobile o correre come un levriero di savana, oppure, senza il minimo turbamento, morire.
*



La luna era, semplicemente sorta, come sa fare da quando esiste: non viene dalla sua massa e dai suoi crateri tanta misteriosa potenza.
Ma l' anima ha sempre improrogabile desiderio d' espansione -e poi di comunione al di fuori del suo corpo- e lo strumento ideale dell' evasione è l' interpretazione dei segni attraverso la propria originale, irripetibile ed unica  sensibilità.
Solo, ciascuna delle sensazioni di cui si è capaci, può essere perfezionata, affinata, ulteriormente sviluppata, fino a rendere sempre più possibile, sempre più vicina, la comprensione di ogni cosa.

"In un certo senso non ci sono date che sensazioni; in un certo senso noi non possiamo mai, in nessun caso, pensare altro che sensazioni. Ma in un certo senso non possiamo mai pensare le sensazioni. Attraverso esse pensiamo solo qualche cosa. Attraverso esse noi leggiamo. Che cosa leggiamo? Non qualsiasi cosa, a nostro piacimento. Neppure qualcosa che non dipenda in alcun modo da noi." (*)

Innumerevoli volte mi sono lasciata sedurre intellettualmente o sentimentalmente da qualcuno, da qualcosa. Quasi sempre quella fascinazione originaria è stata poi smentita dalla successiva scoperta di altri, sottesi, più nascosti, elementi.
E' un evento banale, intimamente serpeggiante, di potente contraddizione ed estensibile a qualsiasi atto umano, nella sfera privata e perfino in quella pubblica e politica. (Pensare all' avventura berlusconiana -ad esempio-  dimostra che la vera abilità del suo fondatore è stata quella di modificare il modo in cui i suoi numerosi elettori leggevano i segni della sua pacchiana comunicazione.)

Ciò che ha il potere di modificare la nostra sensibilità, allora, è lo strumento (per il grande comunicatore il mezzo di diffusione, per l' interlocutore semplice la parola scritta od espressa oralmente ed il gesto, ) e per usare lo strumento in modo corretto, ed evitare che svii la nostra lettura, ci vuole una grande ed estenuante pratica, fatalmente sempre  dolorosa.

"Per il marinaio, per il capitano sperimentato la cui nave è diventata in  certo senso il prolungamento del suo corpo, la nave è uno strumento per leggere la tempesta, ed egli la legge in modo del tutto diverso dal passeggero. Laddove il passeggero legge caos, pericoli senza limite, paura, il capitano legge necessità, pericoli limitati, risorse per sfuggirvi, un obbligo di coraggio e di onore.
L' azione su sé stessi, l' azione sugli altri, consiste nel trasformare i significati." (*)

Quanto sappiamo noi leggerci, amici blogger?


(*) Simone Weil, Quaderni, Volume Quarto, Appendice

domenica 4 dicembre 2011

Rarefazione

Sono una creaturina respirante, qui, su una  palafitta di barena e velma, e l' acquerùgiola della nebbiolina padana mi risucchia nel passato, ancora palpitante - cuore aperto, anima nuda-, di un' infanzia mai tradita, rimasta nel suo pertugio ricavato nella cassa toracica -odi: sta qui e pulsa e spinge-, in ombra e luce, eternamente presente, sola certezza, sicuro porto.


*

Sul quaderno nero dallo spessore rosso, l' esercizio di grammatica: acqua, acquacedrata, acquacoltura, acquaforte, acquafortista, acquàio 1, acquàio 2, acquaiòlo, acquamanile, acquamarina, acquametrìa, acquananfa, acquanàuta, acquapiano, ... acquattare, acquavite, acquazzone, ... acquiescènza, acquièscere, ..., acufèni ,acuire,  acuità, ...

*

Vago, vasto, perduto, provocano piacere, come se sapessimo naturalmente che la sola felicità possibile e non effimera sta soltanto negli istanti di sospensione della nostra stessa vita.
Questo a me succede - s' intende-, ma certo non soltanto a me.

Sto bene, ora, sospesa sulla rocca. C' è un piccolo prezioso assembramento di cuori, quassù, nel vento.
Sapere di non sbagliarmi, averne ferma sicurezza, equivarrebbe alla perfetta felicità. Felicità è pura idea.

Ci sono le grandi fiumane di ideali tipi umani, e questo carambolare nel mondo e nella vita altro non è che il tentativo di non affogare in quella  non confacente ed ostile.
Ricerca dell' affinità, del piacere intellettuale - ma pur sempre esclusivamente ed indiscutibilmente umano- pur tra i mille rigagnoli e rami di un enorme bacino di reti e di impulsi nervosi, fatto di vero, e di falso, di illusorio, di geniale, di strumentale, od assolutamente sincero.

Ciò che è passato, strappato via dal tempo, è eterno rimpianto: quanto l' amiamo; quanto amiamo il nostro dolore.
E le speranze dell' impossibile.


 

sabato 12 novembre 2011

Soledad



Dev' essere per via di quella nota  e semplice osservazione secondo la quale "il flauto va in cerca del suonatore che suona il flauto" (R. Tagore) che tengo in vita questo mio blog.

D' altro canto, essendomi totalmente indifferenti altri eventuali fini (che però temo rivestano enorme importanza per la quasi generalità dei blogger, come la visibilità o il numero di seguaci), la mia sola velleità rimane quella di conoscere qualche sparuta anima bella ed ogni tanto consolarmene.

Naturalmente si tratterebbe di ragioni assolutamente involontarie, un po' misteriose, intestine, ma che, se non altro, testimoniano come io mi senta un individuo tutt' altro che autosufficiente e compiuto.
E' altresì vero che la faccenda si complica orribilmente quando scopro d' ospitare in me entrambe le attitudini, almeno potenzialmente.
Potrei essere flauto e poi anche suonatrice di flauto; ma in nessun modo potrei suonarmi da sola. E' questione di reciprocità, di dialogo armonico: ci si deve per forza suonare a vicenda, sulla stessa lunghezza d' onda.

Quel che è davvero arduo è sapere con certezza quando tale alchimia sia effettiva, indubbiamente vera.
Ne deriva che è forse impossibile  crederlo vero fino in fondo.
E ciò succede inevitabilmente agli uomini, una volta svezzati totalmente. e quando, cadute le illusioni, digerite e metabolizzate le disillusioni,  si ritrovano a trascinarsi sulla strada del loro percorso con i piedi sanguinanti e nessuna meta ancora visibile all' orizzonte.
Questo è il colossale collo di bottiglia esistenziale.

Perciò, questa ballata di Violeta Parra, con la dolcezza straziante di quel flauto che pare un pianto ancestrale che proviene e riconduce alla notte dell' Uomo,  è dedicata a coloro che sanno commuoversene, perché la leggono dal mio stesso spartito,  lo conoscono a menadito, ed hanno capito che alla solidarietà umana nessuno può ormai più né crederci, né totalmente smettere di sperarci.



mercoledì 26 ottobre 2011

Psicopatologia di una blogger -2-

Arriva il momento in cui l'  hai imparata così bene da scoprirla perfettamente interiorizzata, ormai pilastro della tua struttura sotterranea, anello aggiunto di dna, cellula pellegrina nel tuo sangue.

La solitudine di ciascun umano è appurata: un dato oggettivo ed inoppugnabile.
E lei, questa austera signora tanto malinconicamente bella -com' è bello tutto ciò che, anche se perdutamente, mette a nudo l' anima-,  sa scegliere con grande perizia i soggetti presso cui, più volentieri, indugiare ed esprimersi: sono coloro che hanno maggior familiarità e frequentazioni con il concetto della morte, anziché della vita.
L' hanno troppe volte sorpresa ad agire, osservato attoniti le sue sfalciate su ciò che avevano di più caro, ed in più di qualche occasione invocata.
Adorabili minuscoli eroi, dotati più di coraggio che di respiri. Deliziosi dannati decadenti, tanto più nobili quanto più, per non opprimere con la loro incurabile tristezza i loro fratelli, vi si rivolgono sempre e nonostante tutto, con un sorriso.



Spesso ho tentato di sfuggirla, un po' vilmente, raccontando a me stessa qualche storiella, di quelle appiccicose e romantiche, in cui si trovano estemporaneamente addirittura 'belle' poesie orrende come questa:

"In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose


di Dino Campana

(per Sibilla Aleramo)"

laddove soltanto 'Questo viaggio chiamavamo amore' possiede una sua onesta bellezza, ed il resto è accozzaglia di suoni monotoni, eco d' eco, quasi come bastasse il martellìo di un lemma a rendere armonico un insieme di parole aspirante ad esprimere tensione sentimentale.

Il vero viaggio, il divenire dell' anima, così come la morte, è solitario, e non c' è verità più crudele di questa.

Pazzia.
Altro non si può definire il generale modo di stare al mondo ed a contatto con i propri simili.
Pochi giorni -per qualcuno di più, per qualcun altro ancor meno-, da consumare sopra la crosta terrestre, tra angoscia ed esaltazione, entrambe clamorosamente sbagliate.
Alla resa dei conti, ecco che ci si ritrova, smaterializzati, a cercar consenso o solo comprensione confronto e contatto in questo modo ridicolo e miserabile: scrivendo cose.
Tutto ciò, magari mentre le persone solide in carne ed ossa (da contare sulle dita di una sola mano) su cui, timidamente e pur con immensa apprensione, si sperava di poter contare, ci abbandonano e si allontanano.

Beh: meno male che ci sei tu, pur se non ti conosco.










                           
 

domenica 9 ottobre 2011

Nebbie

L' amico Luca ha assolutamente ragione: la perfezione ha velleità diaboliche e comunque disumane.

Ma cercare la verità, invece, e ribadisco cercarla, è un obbligo istintivo -comunque e sempre- perché essa bussa e scalpita alle porte dell' intelletto, e di un qualche altro nonsoche, giacché scaturisce da un autentico bisogno innato e, come tale, esige soddisfazione.
Innato, primario, perfino organico e biologico.
Anche il più disinvolto degli ipocriti, od il più abile dei manipolatori, non può dissociarsi da sé stesso al punto tale da evitare l' inevitabile e personalissima sua tenzone con il bisogno di verità.
Quando si fa notte, almeno nelle nostre stanze interiori - pur se la nostra stessa corruzione  e gli espedienti della sopravvivenza e dell' adattamento al consorzio umano (in cui fatalmente il caso ci ha posti per vivere questa manciata di giorni, o che abbiamo deliberatamente scelti) sembrano ostacolarlo-, la verità esige di esercitare il suo ruolo, che è, sostanzialmente, quello di far ordine e di ripulire la coscienza da pretesti, orpelli, ambiguità con cui ci si è più o meno a lungo ammennicolati. Ce lo impone spesso con la durezza che deve essere sua prerogativa, od anche con  la bonaria diligenza del buon padre di famiglia.
O così sarebbe -pare a me- cosa buona e bella.

Per questo, non mi riesce sempre di soprassedere ed accettare talune contraddizioni che osservo negli altri. Non è pretesa di una sedicente perfezione, né una presa di posizione, non è un principio né un esercizio di stoicismo, ma bensì una vera necessità . 
E' la ragione per cui molti dei rapporti umani, nella mia vita intercorsi, sono finiti. Anzi, è la ragione per cui sono finiti tutti: sentimentali, professionali, amicali o sociali che fossero. Certo, molte volte avrei potuto idealmente mettere sui piatti della bilancia della valutazione ciò che sentivo cattivo e ciò che sentivo buono,  cioè falso e vero, fare "pari e patta", e tirare avanti in una specie di equilibrio, vagamente soporifero e sempre conciliatorio.
Ma io non voglio.
Io voglio, magari per un solo istante tra mille, gioia vera, senza contraffazioni, di quella che sale gorgogliando dalla pancia e crea una specie di atmosfera leggera e rarefatta a livello del plesso solare, spesso con tuffo avvitato: moderazione e medietà, nelle vicende private ed intime, non mi provocano che la tristezza e la mortificazione dell' eterno rimpianto di un' Idea da realizzarsi sempre e certo altrove.
Nel sospetto di subire l' altrui raggiro e la menzogna,  il plumbeo peso della disillusione mi schiaccia al suolo, paralizzandomi impietosamente, ed inibisce  qualsiasi altra possibilità di dialogo e rapporto.

La carenza di verità, però, non sta soltanto nella dichiarazione del falso, ma anche e forse più nelle omissioni, negli oscuramenti, nella malafede pur se inconsapevole, nell' imbarazzo.

... Imbarazzo. Gli umani annichiliscono spesso a causa di malcelati, istintuali, sordidi, goffi sentimenti di reciproco imbarazzo.
Ma non c'é davvero ragione di provare alcun imbarazzo di fronte ad un essere umano. Egli è -che gli piaccia o meno-, sempre un simile.
Proverà dolore, piangerà, avrà qualche assaggio di effimera felicità, si innamorerà mille volte e mille volte penserà d' aver conquistato l' amore eterno, e poi, logorato dai suoi mali o dalle sue stesse velleità, morirà. Inevitabilmente.

Il destino è lo stesso, per tutti. E provare deferenza o timore, o complesso d' inferiorità o superiorità, alla luce -anzi al lumino- dello stesso destino è ridicolo.

Così, molto pragmaticamente, forse unico e certo elemento di verità nella nostra vita è la nostra sicura morte: del suo inoppugnabile arrivo c' è da fidarsi sempre.
Nel frattempo, io vorrei sapere che farmene dei rapporti con gli altri morituri, perché si dà il fatto che avverta ormai sempre più pressante il bisogno di evadere dalla noia che i troppi espedienti del vivere più o meno espressamente legittimati nel consorzio umano mi provocano. Io non posso usarli, mi ripugnano.

Vorrei chiedere a certi blogger, ad esempio, che inizialmente mi piacevano ed ora mi deludono: "Perché siete diventati così stucchevoli e banali in diretta proporzione all' aumento del virtuale gradimento? Farsi titillare l' ego a suon di scambi un po' mielosi è abbassamento, non elevazione"
Trattasi di libero esercizio di scelte, certamente. Ciascuno goda come può. Ma che noia.

Ma non lo so.
So ciò che non voglio, so con sicurezza quali siano i difetti, le ambiguità, le bassezze, le meschinità e le debolezze che mi ripugnano nei miei simili,  ma non riesco ancora a tracciare con precisione il tipo umano la cui esistenza -se non fisica conoscenza- mi conforterebbe.

Sono sempre più lontana dall' agognato abbozzo di definizioni nella mia vita, so che in troppo fitte nebbie anche il più navigato dei nostromi perderebbe la rotta, ma l' iceberg su cui poggia questo mio vascello s' è da troppe miglia staccato dalla banchisa, e non riesco nemmeno a sentirne nostalgia; dev' essere così che ci si perde definitivamente, o ci si libera -forse è lo stesso-: smettendo di rimpiangere il mondo.
Ma questo lo scrivo qui, avvicinandomi ad atolli sconosciuti da straniera. Quando poso piede a terra, nessuno, nessuno lo sa, nessuno l' immagina.
Ignoravo, da giovane, questa mia maestria nella resistenza.

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


venerdì 19 agosto 2011

Anatema 4 - gli insultanti, i banali, gli umorali, i risentiti, i maleducati, i vili, gli infantili, gli accozzagliatori, i piaggi

Capaci di mutar opinione in modo straordinariamente rapido, oggi ti 'amano' - e te lo scrivono e te lo dicono-, e domani ti detestano e ti evitano come la peste -senza osare però dirti nulla: sono spesso anche vili-, fino ad incorrere nella maleducazione più cafona: sono gli umorali ed i risentiti, quelli che ti sognavano in un modo -un modo perfettamente  aderente al loro stesso modo d' essere- perché ciò che loro abbisognava non era che l' ennesimo specchio di Narciso. In realtà costoro -anche quando si spacciano, neppure tanto velatamente, se non addirittura spudoratamente, per anime nobili- s' industriano solo ed esclusivamente a cercare nuovi pretesti per replicare sé stessi o nutrire il loro amor proprio, ma, consapevoli che ciò ha una certa connotazione un po' sordida ed ambendo invece alla spocchiosa aura di 'nobiltà sentimentale o intellettuale', non lo confesserebbero mai -e neppure sotto tortura- a sè stessi.
Non è necessariamente in campo sentimentale che gli umorali/risentiti rivelano la loro natura: essi esercitano la loro indole in ogni campo dei rapporti infraumani e comunque sia sociali, né vale una discriminazione di genere, o d' età. I narcisisti stanno dimostrando una propagazione simile a quelle virali resistenti.
Generalmente hanno scarsissimo senso critico, come sempre accade a chi caracolla su idee un po' fragili, o mutuate, o estetizzanti -spesso pesantemente moralistiche-, perché la critica presuppone apertura e loro, invece, meschini, si sono blindati inesorabilmente in un universo che si esaurisce tutto nel ragliante pronome "io".
Bene: non li riconosco immediatamente, ma, fatalmente, li riconoscerò. Dopodiché avranno la mia completa indifferenza e continueranno a godere dei tributi infantili della loro platea, che in genere è molto nutrita e propensa alla piaggeria.

Scagliare l' anatema contro gli insultanti è fin troppo facile.
Li abbiamo attualmente al governo e l' insulto è l' indice dell' infimo livello della politica del Paese da sempre.
Dal "boia chi molla" di mussoliniana memoria, l' andamento dell' insulto ha assunto progressivamente  nuove e più colorite forme, dentro e fuori il Parlamento, nelle platee mediatiche, per la strada, sui palchi elettorali, nei giornali.
L' insulto è sempre l' ultima spiaggia della comunicazione, ne sancisce il completo fallimento, indica una reazione rabbiosa istintuale e svela gli aspetti più ferini e triviali dell' animo umano. E' una forma di uccisione simbolica dell' altro, la risposta delle 'vie basse' del cervello umano alla frustrazione ed al risentimento, in grado di fornire un estemporaneo sollievo, ma totalmente inefficace nella dialettica delle parti.
Beh, ... la 'dialettica': è un concetto talmente lontano dalla politica nazionale da essere considerato termine desueto.
Eppure, una politica seria è, innanzitutto, dialettica.

Come ogni altro rapporto tra umani.
Sarà per questo che trovo il web molto spesso frustrante. Nella maggior parte dei blog il webmaster ha un ingombrante ego da gestire, talmente grande da far sfumare il senso recondito dello scrivere e pubblicizzare opinioni e pensieri.
Quando egli diventa un 'accozzagliatore' generico di altri sistemi nervosi con il fine di fidelizzare i suoi lettori a prescindere dalle loro nature e gode dell' incremento del numero, dovrebbe ricordare che la quantità spesso avversa la qualità e l' ansia del compiacimento abbassa il valore in assoluto dei contenuti.

D' altronde, l' aula in cui insegnava Shopenhauer era desolatamente vuota e davanti a quella di Hegel gli studentelli facevano la fila.

"Non posso certo sottrarmi in alcun modo ai difetti e alle debolezze inerenti per necessità alla mia natura come a ciascun'altra: ma non li accrescerò con indegni compromessi."




lunedì 18 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -5-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011, -4- in data 12/04/2011 )

Propaganda e comunicazione politica non sono sinonimi: la prima non consente alcun contraddittorio mentre la seconda dovrebbe implicare la presenza di voci pluralistiche, che abbiano pari opportunità di accesso ai canali di comunicazione.

Trent' anni dopo le intuizioni di Le Bon, Cachotin, in un suo libro circolato in pochissime copie e ripubblicato nel secondo dopoguerra, spiegava l' efficacia della propaganda in base ai principi della riflessologia di Pavlov.

[L'esperimento più significativo in questo senso è quello che è passato alla storia come "Il cane di Pavlov". In questo esperimento Pavlov fa precedere all'azione di dare del cibo a un cane il suono di un campanello; nella prima fase dell'esperimento Pavlov fa suonare il campanello e non rileva nessuna secrezione salivare nel cane, in seguito gli fornisce la carne e lo stimolo viene attivato; nella fase successiva il campanello viene fatto suonare mentre al cane viene dato il cibo. Infine nella terza fase viene rilevato uno stimolo salivare già al solo suono del campanello: il cane associa al suono del campanello l'arrivo del cibo e ciò provoca in lui una secrezione salivare, l'acquolina in bocca, appunto. Il campanello diventa quindi lo stimolo condizionato, di ciò che solitamente avveniva solo per stimolo diretto (incondizionato). Dopo molti esperimenti sui processi digestivi, Pavlov intuì come alcuni stimoli che non sono direttamente collegati al cibo, possano generare secrezioni salivari note comunemente come "acquolina in bocca"; poté quindi dimostrare che il cervello controlla i comportamenti non solo sociali, ma anche fisiologici.

 (Tratto da Wikipedia)]

Stesso processo, secondo le idee diffuse negli anni Trenta e Quaranta, muoveva il messaggio comunicativo di massa, ("teoria ipodermica"): esso era lo stimolo che, adeguatamente e correttamente trasmesso, provocava la reazione desiderata.

Con una certa tendenza alla banalizzazione, verso la fine degli anni Cinquanta il libro " I persuasori occulti" di Vance Packard, insegnante di giornalismo all' Università di New York,  ebbe un successo strepitoso. La tesi lì sostenuta -cui gli americani, molto sensibili al sospetto d' essere "eterodiretti", guardarono con particolare stato di allarme- era che fossero all' opera forze occulte, che si avvalevano di tecniche proprie della psicanalasi, della psichiatria, delle ricerche motivazionali, finalizzate a manovrare ed indurre i consumi, la politica, i meccanismi mentali.
E' la tesi del complotto, che però non può avere, invece, l' efficacia tanto paventata a livello di massa: sarebbe una semplificazione abbastanza ingenua.
Il dibattito successivo, infatti, ha convincentemente dimostrato che il processo di persuasione "occulta" può funzionare nel modo da Packard descritto soltanto in particolari situazioni di incertezza e crisi e che esso può pertanto agire similmente ad altri meccanismi da ricondurre nell' ambito della teoria della razionalità limitata, come l' autoinganno o la dissonanza cognitiva.

Altri studi,  riprendendo la concezione interattiva di Gabriel Tarde, dimostrano come esista, oltre all' influenza delle maggioranze, anche un' influenza delle minoranze attive (avanguardie artistiche, movimenti vari, come quello ecologista e femminista).
A partire dagli anni Settanta, quest' ultimo fenomeno indica che un ciclo intero della comunicazione s' è chiuso e che si stava aprendo il nuovo ciclo della comunicazione politica.

La comunicazione politica, come già si è detto, potrà distinguersi dalla propaganda, nel  momento in cui i canali di trasmissione del sistema possano godere di un' arena relativamente pluralistica e sufficientemente in grado di raggiungere la maggioranza della popolazione.
Se è necessaria la presenza di un giornalismo indipendente, è pur vero che quell' arena non può essere costituita dalla stampa, che resterà comunque un terreno d' élite, rivolto ad un pubblico ristretto.
E' solo la televisione che può aspirare di coinvolgere le platee gigantesche dell' elettorato.

Paradigmatica può risultare l' osservazione dei duelli televisivi durante le elezioni politiche americane dopo il 1960 (dal 1952 al 1960 il tempo televisivo doveva essere comprato e pagato dai partiti per i loro candidati e costituiva un costoso strumento propagandistico  da affiancare ad altri più tradizionali).
Il faccia a faccia tra Nixon e Kennedy fu visto da una platea stimata tra i 65 ed i 70 milioni di spettatori e fu decisivo per le sorti della campagna elettorale: sino a quella serata Nixon appariva in testa ai sondaggi, ma il pronostico si ribaltò in quella e nei tre successivi dibattiti.
Kennedy fu più abile comunicatore, più giovane, più attraente, più affascinante. E vinse, a prescindere dai contenuti.
Otto anni dopo Nixon si prese la rivincita. Era considerato politico abile, ma infido, un eterno secondo, un po' antipatico, privo di umorismo e calore umano,  ma il suo staff comprese che " non c' era bisogno di un n uovo Nixon, bastava un nuovo stile televisivo".

Come scrisse Daniel Boorstin ( lo stesso che definiva "pseudoeventi" ciò che, pur non essendolo, diventa evento nei media, che in questo modo "costruiscono" la realtà), lo pseudoevento umano ha per protagonista una persona che può essere "né buona né cattiva, né importante né insignificante", e ciò che conta è che i media possano fornire di essa un' immagine che soddisfi "le nostre esagerate speranze di umana grandezza".
Come dire: "una nuova specie di vacuità umana".

Nel perfezionamento di un tale sistema, si sviluppano tutta una serie di altri strumenti, alcuni dei quali molto sofisticati, che hanno un diretto rapporto con la psicologia collettiva e con i fini della comunicazione politica.
I sondaggi, ad esempio.
Secondo molti commentatori essi rischiano di distorcere il processo di rappresentanza democratica, dal momento che, lungi dal rimanere un semplice mezzo tecnico di previsione del comportamento degli elettori, vengono trasformati a loro volta in pseudoeventi mediatici.
Secondo le osservazioni, infatti, la previsione anticipata della vittoria di un candidato, fatta a distanza di qualche tempo dalle elezioni può produrre due effetti opposti: il band wagon (la vittoria nelle presidenziali del 1980 di Reagan su Carter annunciata quando i seggi sulla costa occidentale erano ancora aperti), che induce gli elettori indecisi a saltare sul carro vincente, oppure il suo contrario, l' underdog (la vittoria nelle presidenziali di Truman nel 48,contro il suo avversario Dewey, nettamente in vantaggio) in cui un settore importante di essi si schiera a sostegno del perdente.

Tutto ciò produce molti effetti perversi, come il crescente aumento delle "politiche simboliche", tese soltanto ad ottenere effetti sull' opinione pubblica (rassicurandola, ma anche drammatizzando un problema per ottenere mobilitazioni), evitando in ogni caso di affrontare e risolvere concretamente i veri problemi sociali.

Questi logoranti giochi politici hanno un prezzo ben preciso e, direi, ai giorni nostri ben visibile: alla lunga il risultato è il calo di partecipazione politica della popolazione ed il ritirarsi dei cittadini dalla scena.
(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

***

Siamo portati a credere, mi pare, che la diffusione di Internet possa far ben sperare in una drastica riduzione dello strapotere televisivo.
La mia opinione è che non sarà affatto la tecnologia dell' algoritmo a portare a forme di democrazia diretta, anche se rimane una sfida appassionante. Io temo che l' Uomo, al solito, finirà per usarla male e sono convinta, soprattutto, che egli abbia bisogno di sapersi in luoghi fisici, ove poter toccare i suoi simili, e riconoscerli nella loro realtà.

Quando ci penso, continua a risuonarmi, nella testa, Also sprach Zarathustra, e mi inquieta l' idea che la tecnologia possa diventare cattiva.
E magari mi sbaglio, ché pure questo potrebbe essere l' effetto di un occulto persuasore.



 

giovedì 31 marzo 2011

Noterella notturna che non ha da parare in nessun posto.

Un uomo che in fondo mi detesta (suppongo per risentimento, o motivi molto intimi e psicologici, o non so bene cos' altro, dal momento che i nostri rapporti, non remotissimi, si sono sempre testati su di un livello di civile conoscenza e conversazione, secondo un presupposto -evidentemente non così fondato- di affinità spirituali), ritiene che io sostenga talune tesi, o faccia ciò che faccio, in generale, per l' elementare motivo di discostarmi dai miei simili (gli umani) e sentirmi, rispetto ad essi, elettivamente migliore, o, comunque, "qualcos' altro".

Ciò, oltre che a dispiacermi come giudizio ( perché suona sarcasticamente sprezzante e soprattutto perchè proveniente da una persona che stimo, nonostante le nostre diversità siano enormi) è oltremodo fuorviante e non corrisponde, neppure vagamente, al vero.
Una delle poche cose di cui ho certezza è l' oggettiva miseria della condizione umana in sé stessa e per questo mi è sempre  parsa come sommamente ridicola ogni velleità -autoreferenzialità e superbia comprese- di quel tipo.
La mia più uterina natura aspira, al contrario,  alla condivisione, al gemellaggio, all' incontro con gli altri e, se mai ne esistesse la possibilità, all' amicizia: tutti elementi totalmente in contrasto con la sentenza di cui sopra.
Ma lui, evidentemente, non vuole considerare la possibilità che esistano anche le "schegge impazzite" disturbanti quel suo un po' eccessivamente rigido sistema speculativo, ed io, a questo punto, lascio che sia e rinuncio ad inutili scaramucce polemiche future: chi vuol comprendere davvero l' altro  o si attrezza a demolire le proprie roccaforti teoriche ed un tantino scolastiche, o rischia eternamente di entrare ed uscire da specchi che riflettono altri specchi, per non ritornare che a sé stesso.

Devo dire che vera affinità, sul suolo della terrestre realtà, con persone in carne, ossa, profumo, voce, lacrime e sorrisi, non mi è stato dato modo mai di riscontrarla in alcun essere umano ad oggi conosciuto, anche se non una sola volta, data la seduzione dell' idea, mi sono pateticamente -così auto-ingannandomi- illusa di averla raggiunta. Mi capita però, qui in Rete, di osservare che, talvolta, corre tra blogger che si conoscono soltanto attraverso le immateriali idee, la capacità di cogliere il testimone che questo o quello va portando e proseguire spontaneamente per un altro po' sul filo dello stimolo di un pensiero accennato o proposto, sì da arricchirlo e protrargli vita.
Ciò non costituisce imitazione: è sviluppo e scambio di singole intelligenze che cooperano, fosse pure involontariamente.
Non solo mi piace, ma anche mi consola.

venerdì 18 febbraio 2011

Opinabile dignità


Singolari complesse creature i maschi...
Più che mai ostica, poi, la mente di alcuni di loro -sedicenti intellettuali-, la cui implicita capacità critica ed interpretativa delle cose del mondo coglie sfumature lievissime a me -povera grulla e miope sempliciotta, nonché presumibilmente (pure) nuova moralista/comunista-, completamente oscure.

Ho letto, con orrore, reiterata dichiarazione di una donna -che descrive sé stessa in modo evocativamente accattivante secondo la più ordinaria e misera logica estetica maschilista-, che vede una sottile e sostanziale differenza tra il prostituirsi per soldi (come normale attività? Come libera professione?) ed il prostituirsi per soldi, per un posto di lavoro più o meno prestigioso, per una comparsata televisiva, per un appartamento con affitto pagato, e simili, a Berlusconi od altri di lui sostenitori.
Poco prima la stessa persona aveva trovato massimamente deliziosa l' idea scherzosa d' immaginare sé stessa nuova Giuditta pronta a sacrificare la propria virtù per eliminare Oloferne.
Biblico.
Ma giacché non son questi i tempi in cui le virtù godano di grande considerazione, il suo ragionamento lascia un senso di doloroso stupore, dal sapore vagamente offensivo (questo sì) per molte donne.

Chiedo scusa: mi sfugge la nuance, non ravvedo la raffinata sfumatura. E' ideologica? E' politica?
Ci sono prostitute dignitose e prostitute indegne? Prostitute di sinistra e prostitute di destra?
E' evidente che chi trova normalmente concepibile la mercificazione del proprio corpo e focalizza semmai l' attenzione sul fruitore dei favori ha non soltanto una storia culturale ed intellettuale diversa dalla mia, ma anche uno strano concetto del meccanismo corpo-mente e delle incessanti, fatali connessioni tra i due elementi, senza le quali non si può affermare d' essere integri e completi.

Purtroppo a qualche maschio quel  ragionamento, insistentemente, piace. Deludente, che peccato, quanto mi disturba...

martedì 11 gennaio 2011

Noi, i blogger dello zoo della Rete

Velleità stratosfericamente alte;  presunzione quantomeno disarmante, la più totale e vergognosa incoerenza.

Non solo: ciascuno di noi  coltiva in grembo il sospetto che la famelica brama di centralità (latente in ogni essere umano) non sia soltanto il principale movente, ma possa pure implodere, se non esplodere, a tal punto da diventare aggressiva. Siamo lo specchio distorto ed amplificato (perché deprivato dalle inibizioni che nelle relazioni reali necessariamente si operano) dell' animale Uomo moderno?
Troviamoci anche qualche alibi: siamo forse dominati, se diventiamo feroci, dalla necessità di rinsaldare la collettività cui aderiamo -e che ci fagocita- attraverso la perpetua ricerca ed il perpetuo sacrificio del capro espiatorio?

L' Uomo vive in uno scomodo terrificante dualismo da sempre: il preponderante bisogno d'essere parte di un consorzio in cui sentirsi protetto ma soprattutto legittimato e quello bruciante di affermare la propria individualità per sconfiggere l' aspro dolore dell' insignificanza.
Se è così, siamo degni di compassione.
Quale condanna ci ha imposto l’evoluzione costringendoci ad impegnar la vita a ricomporre i nostri sempiterni metafisici frammenti! Nelle caverne, se non altro, ci si occupava di bisogni veri ed essenziali. S' aveva da fare, senza sosta, ma in pienezza di significato.
Ad essere animali inferiori queste fratture non ci avrebbero straziato per tutta la nostra breve esistenza...
Ed avremmo anche risparmiato in molti casi il senso del ridicolo.
Forse.

***

Chissà come si sente quell’ usignolo, quando albeggia! Semplice determinazione alla vita, frenesia d' amore decisa, senza "se", senza "ma", senza dubbio! Il risultato è un canto sublime.

Ricordo d' essere stata, in sogno, una specie di delfino (è vero, non è invenzione, non scimmiottatura di pseudo-poesia!) che cavalcava le onde. Erano gelide ma non letali e ad ogni immersione ed emersione spandevo argento intorno. Dio, che gioia! Era pura Bellezza, perfezione nell' assenza di desideri.

In un cielo onirico ho anche volato, senza più peso né memoria. So come si sente un' aquila: nessuno scrupolo, nessun programma, nessun dolore, ... essenzialmente volante.

Ma se mi chiedo quale sia, invece, il participio davvero appropriato per la bestia umana, continua a ricorrere, insistentemente, “dannato”.

***





So che qualcuno cerca corrispondenza d' anima, senz' altre grossolanità.
Beh: anch' io.

mercoledì 5 gennaio 2011

Neuroni specchio, Internet, intelligenza emotiva e sociale, apprendimento, impoverimento.

Non c' è una sola occasione, di cui  conservi memoria, in cui io non abbia approcciato  un altro essere umano sconosciuto, oppure anche soltanto risposto ad un quesito da quello postomi -come una richiesta di informazioni stradali-, sorridendo.
Mi è sempre successo automaticamente e spontaneamente, senza la benché minima premeditazione.
La questione, fin da fanciulla, mi ha sempre dato da riflettere, anche perché, in alcune circostanze e da parte di qualche individuo dall' intelligenza emotiva poco affinata, l' involontario tributo di un candido sorriso può essere maliziosamente interpretato come tentativo di seduzione.
E' evidente che questo mio comportamento attinge ad una certa memoria ancestrale, comune anche agli animali e, nel caso di specie, ai primati, e si fonda sulla consapevolezza che esiste una rete neuronale che fa sì che i cervelli "si aggancino" superando le barriere fisiche, attraverso un contagio emotivo.
Il mondo tende a sorridere a chi sorride: non è una bella cosa?
Il fenomeno, nell' ultimo decennio, ha avuto un' attenzione scientifica rilevante che ha condotto alla scoperta dei neuroni specchio.
Nel cervello umano ne sono contenuti moltissimi sistemi, preposti ai più vari scopi, dall' imitazione delle azioni all' intuizione delle intenzioni e delle eventuali implicazioni sociali che una data azione altrui potrebbe comportare, nonché alla percezione delle emozioni degli altri.
Nello sviluppo dei bambini essi sono essenziali, giacché è ormai assodato che l' imitazione rappresenta una delle  principali vie di apprendimento.
Giacomo Rizzoletti, il neuroscienziato italiano che ha scoperto i neuroni specchio, chiarisce che essi "ci permettono di captare le menti altrui non attraverso il ragionamento concettuale, bensì tramite la simulazione diretta; con la percezione, non con il pensiero"

Questo prologo, per cercare di chiarirmi a che cosa ci possa condurre la rivoluzione digitale in atto e le sue implicazioni e conseguenze sulla vita e sui rapporti umani. Non nascondo che, sull' argomento, provo sentimenti contrastanti, con una leggera propensione all' apocalittico...

Leggo sul Domenicale de "Il Sole-24 Ore" del 2/1/2011 un articolo di Armando Massarenti, la cui opinione -mi par di intuire-, invece, tende alla positività, anche se io credo che egli abbia un' ottimistica considerazione dell' umana intelligenza e della sotterranea umana natura.

"Una volta che si è aperta a tutti la possibilità di consumare, produrre, risolvere problemi e condividere interattivamente contenuti in rete, è difficile tornare indietro. E il motivo sta scritto nei nostri neuroni. La facilità, la gratuità, le motivazioni altruistiche, il senso di equità, il desiderio di interattività, di partecipazione e confronto, oltre che essere il vero sale e la nuova opportunità offerta dai 'socialnetwork', trovano conferma in esperimenti neuroscientifici assai noti che disegnano la natura umana in maniera assai meno egoistica e assai più cooperativa e animata da spirito civico di quanto le teorie dell' 'homo oeconomicus' ci avevano fatto credere."

[Clay Shirky -Surplus cognitivo.Creatività e generosità nell' era digitale.]



Già questa affermazione mi pare  -è!- surreale, frutto di una deduzione gratuita effettuata in malafede. D' altra parte il sig. Shirky è il nuovo guru dei nuovi media.
Soltanto in potenza, soltanto virtualmente, teoricamente, l' uomo è altruista: ciò che conta è come quello stesso uomo saprebbe tradurre sul suolo quel suo sedicente spirito civico.
E' più facile che qualcuno inneggi ai più nobili valori umani da un palcoscenico piuttosto che si chini a terra per soccorrere un clochard svenuto in coma etilico.


E l' amicizia? Non è raro "amarsi" in Rete. E l' equità?
Illusioni, entrambe, se vissute con l' intermittenza imposta dai fili.
L' elemento la cui mancanza stride e (mi) scandalizza è proprio quello fondamentale negli umani rapporti: la reciproca assunzione di responsabilità, che rimane fatto eminentemente etico.
Nella galassia digitale non esiste e probabilmente nessuno se l' attende; in un click il proprio spazio personale può venire eliminato, con quanto di discusso, scambiato, interattivato contenesse.
Con il semplice immobilismo (mero atto univoco), si può tacere, sparire, sospendere qualsiasi contatto: superficialità legittimata dalle condivise norme di utilizzo.
Internet non consente il trattenimento della memoria, tanto essa diventa aleatoria e fortuita, ma la memoria è tesoro, nella vita personale ed, in generale, per l' umanità.
Mi piace il Web, ma rimango di carne, con grande convinzione, ammaliata dalle persone vere, vive.



Certamente, per l' apprendimento di informazioni, cultura, idee, molte applicazioni commerciali e produttive e per uno stimolo intellettivo senza pari, i media digitali hanno costituito una rivoluzione straordinaria, ma niente potrà sostituire il raffinato piacere di sfogliare quel libro fresco di stampa e fragrante, o sfiorare quella vecchia pergamena che ricorda la crepitante foglia d' autunno. La lettura attiva aree cerebrali particolari, che la Rete non sfiora.
Bisogna che i ragazzi lo sappiano. Bisogna dirglielo con ... un sorriso.