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domenica 19 aprile 2015

Tipi -21- I social-nulli

Imperversano violentemente nei social, impazzano, son tanti,  hanno carattere virale ed ammalano anche i pochi sani.
Sanno a malapena leggere e scrivere e quando, nella pochezza del loro spirito umoristico, trovano qualcosa divertente o spiritoso, o si augurano che lo sia per il loro piccolo pubblico, spesso lo manifestano trascrivendo l'ilarità così: "indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere".
L'esclamazione di dolore, invece, la scrivono, assai diligentemente, coniugando lo stesso verbo con uguali modo e tempo, ma in seconda persona singolare.
Ignorano che le citazioni di frasi, poesie, testi altrui vanno sempre almeno virgolettati, altrimenti si tratta di plagio ed appropriazione indebita. Purtroppo non sanno che cosa siano.
 
Sono quasi tutti un po' filosofi esistenzialisti, nel senso che s'impegnano moltissimo nel cercare in rete aforismi già confezionati (cerchi due trovi tre) che postano poi corredati da immagini di sedicenti simboli: fiori e nuvole e coniglietti e bimbi in fasce e cuoricini e stelline, cuccioli e cartoon e dipinti, in una sconcertante entropia da bazar del trash. Che provengano da Maestri del pensiero o della letteratura, o dall'ultimo degli scribacchini di moda, o attorucolo, o cantantuncolo, o soubrettina, non fa differenza: per valutare le differenze delle cose bisogna se non altro non ignorare d'essere ignoranti.
 
La vanità muove il mondo, ma qualcuno, almeno, ancora se ne vergogna.
Non i social-nulli: postano continuamente autoscatti per l'ebbrezza di contare i "like" ipocriti e piuttosto grotteschi degli imbecilli che li seguono.
Terribilmente tristi quelli delle donne che atteggiano le labbra a canotto ignare -io spero- di quanto sia volgare quel che evocano, scherno compreso.
Quelle più patetiche un mio amico le definisce "carampane": è congruo, ché nello spirito, tutto sommato, lo sono.

...
 
Che altro aggiungere?
Forse questo:
"indicativopresentesecondapersonasingolareverboaveremé!" 
 


 

mercoledì 6 novembre 2013

Parole spente -3- Compassione

Che ci si parla a fare: non c'è verbo che non rimbalzi, per poi infrangersi ed estinguersi, contro il sostanziale muro di gomma di cui ciascuno di noi s'è dotato.
Ci si incontra, tra umani, sfiorandosi appena, con tutto l'armamentario di difesa sfoderato: l'altro è e deve rimanere - evidentemente -  oscuro, indefinito, prudenzialmente e ragionevolmente lontano.
E' questo il solo modo che ci consente di lasciare inalterata la focalizzazione che più di ogni altra ci preme operare nei nostri pensieri: noi stessi.
Se così non fosse, la partecipazione vera al dolore altrui, con ogni probabilità, ci schiaccerebbe ed il terrificante peso della complessità del vivere, attraverso le necessarie millanta connessioni logico/ideali/materiali/immaginarie, se osservate ed operate con scrupolo, ci manderebbe in tilt anche le più sofisticate sinapsi cerebrali.
Questo, solo se si suppone una certa onestà intellettuale e quell'integrità fisiologica e psicologica di cui qualcuno è sciaguratamente dotato e che lo rende, essendo quella insindacabile ed immodificabile, totalmente inadatto alla vita del consorzio sociale in cui si ritrova, suo malgrado, ad annaspare.
 
Gli intellettualmente disonesti  il problema non se lo pongono affatto: recitare la parte, entro i limiti canonici concessi dalla generale ipocrisia concordata per il buon vivere civile è, evidentemente, abbastanza.
E' loro sufficiente fare qualche escursione  pietistica, demagogica e breve, o di sedicente partecipazione verbale, per dirsi sensibili nei confronti della sofferenza: anche una delle più popolari autorità morali, la Chiesa stessa, grandissima meretrice, insegna, d'altronde, da sempre,  che tra il predicare e l'osservare i precetti vi può essere ampio e tollerabilissimo scollamento, tanto che il paradigma del suo messaggio sta tutto nel "più soffri e meglio ti assicuri la futura vita ultraterrena": una sorta di investimento fruttifero tacitamente siglato da bulla papale, a patto che a soffrire sia sempre qualche altro povero diavolo e checché ne dicano i suoi fedeli più acculturati, sempre solidali nel dogmatismo della Religione anche quando la loro supponenza e le loro velleità oscure li fa dichiarare d'essere invece consapevoli, un po' eretici, svegli e critici.

Sugli affari e sui modi solo terrestri, poi, nulla cambia in fondo di molto e trionfano in modo piuttosto abbagliante le ovvietà  che saranno pure degne del  popolino triviale, ma non per questo men vere.
La più ovvia di tutte è che nessuno troverà mai un'anima che si fregi amica o amante capace di partecipare davvero alla propria sofferenza, che lei non potrà mai sentire tanto "sua" e disdicevole quanto il fastidio che le procura quella pipita all'unghia del mignolo.

Dovesse, il dolore che si prova, avere connotazioni pure metafisiche, dal pragmatico considerate sempre oziose... beh, allora Compassione non soltanto tra i due s'è spenta: per quest'ultimo non era neppure brillata mai un solo istante e l'interesse che pareva mostrare era puro espediente per sedare la sua stessa noia, per cercare una qualche nobilitazione personale nel mondo di un pensiero che non padroneggia perché in realtà non gli è mai appartenuto o per esercitare l'arte della menzogna.




 

giovedì 10 ottobre 2013

Parole spente -2-

Il virus dell'infelicità deve esserle stato inoculato in quel momento, nel bel mezzo dell'adolescenza, mentre.ascoltava Neil Young e la sua "Helpless", un 27 novembre dopo cena nella soffitta  sopra la  casa di  Anna - costei incommensurabilmente da lei lontana per via dell'appartenenza alla gretta borghesia mercantile così stridente ed iniqua rispetto alla sua, data la discendenza di stirpe proletaria, ma comunque da lei ugualmente amata come amica prediletta in forza di quella sua caparbia e fallace presunzione di saper cavar fuori la bellezza da ogni anima, fin  la più nera, manco fosse un dio -, di cui quest'ultima poteva usufruire come tana personalissima, underground - anzi overground -, ed in linea con la moda fricchettona del tempo.

Ascoltava, dunque, il cantautore canadese, pregevole esempio di sensibile sognatore sostanzialmente solitario - e perciò sotto quell'aspetto a lei affine anche allora-  e, per via di quel comune fenomeno che ci fa credere che il nostro sentire sia pure il sentire degli altri (e ce lo fa credere senza che ce ne sorga per tempo il dubbio, in un'apoteosi di ottusità ed egotismo), si convinse che certamente c'erano molte anime belle - come quella che lei immaginava insediata in Neil Young - disseminate nel mondo e probabilmente sarebbe stato bastevole lucidare le antennine dell'intuito per incontrarle e trarne piacere intellettuale e morale e chissà poi quanta metafisica ricchezza.

Poi, data l'intensità di simile desiderio e l'inesperienza dei diciassette anni, le pareva di vederne dappertutto e ad ogni pié sospinto.
Quante smaglianti anime intorno!
Lei non esitava neppure un istante, in ogni occasione, ad offrire loro senza riserve la sua.
...
... e con quale terrificante velocità si spegneva, al primo accenno di conoscenza, la loro luce...
Stare ad osservare il baluginìo, sempre più flebile prima dello spegnimento e della totale oscurità, della sedicente anima bella, la rese, da allora, irrimediabilmente infelice.

Veder morire le speranze è sempre doloroso, in qualsiasi caso, sia quando la speranza era nobile, sia quando la stessa era sordida fin nelle intenzioni più occulte. Non nutriva alcun dubbio sul fatto che anche il più perverso degli umani abbia la capacità di soffrire a seguito di sue proprie frustrazioni, magari abominevoli.
Soffrire, in sé e per sé, non basta per nobilitare. Lei lo sapeva perfettamente.
L'ingenuità può, però, convivere agevolmente con l'onestà di pensiero, e l'onestà intellettuale impone presto di rompere gli incanti.

"L’anima bella è quella capace di elevarsi al di sopra del mondo sensibile; l’anima brutta, invece, è quella che vive seguendo le passioni: vittima e nello stesso tempo responsabile di una scelta che le è innaturale."
 Plotino Enneadi, I, 6, 5

Orbene, le sue frequentazioni, le vaghe conoscenze, le amicizie, ogni necessaria esperienza terrestre, la conducevano, puntualmente, alla triste constatazione che siffatte anime erano votate irrimediabilmente all'estinzione, o talmente lontane dalla probabilità di incontrarsi da poter ormai annoverare tra le parole spente, morte per sempre, le parole che le evocavano.

*
 
Sarebbe coerente se nessuno esternasse dialetticamente più ammirazione o simpatia per ciò che vede in un altro ma non potrà o non vorrà mai eguagliare od imitare.
Sarebbe anche congruo che il cristiano fosse umile e sapesse amare completamente il suo prossimo, il marxista, parimenti al cristiano,  privo di proprietà immobiliari e mobiliari,  l'amico totalmente empatizzante, il poeta catturato dal sublime.
Ed invece - ma tu pensa! - no.
Per inciso, solo l'anima bella comprenderà il nesso della chiusa straniante.
 
 *

 

martedì 1 ottobre 2013

Parole spente -1-

Fu un processo un po' subdolo, ma inesorabile.
Piano piano, senza alcuna teatralità né rammarico, una dopo l'altra, smarrì il suo precedente fideismo delle parole. Alcune, in più, caddero in disuso impercettibilmente, quasi a sua insaputa, in conseguenza di quel suo particolare senso di pudore che le aveva sempre impedito una troppa disinvolta tolleranza nell'osservazione del loro uso.
 
E' un evento importante, di indiscutibile gravità  e dalle conseguenze tragicamente definitive. Se ne rendeva perfettamente conto, ma la cosa costituiva il logico culmine di una serie di accadimenti precedenti che avevano trovato contraccolpo esattamente nel linguaggio (il suo), in quanto unica via di sfogo ad un'infelicità conseguente e  che però, rivelatasi inefficace ed illusoria - anzi imperfetta -, ad altro non poteva approdare che all'estinzione. 
Ora rammentava anche che prima del definitivo distacco, invero, ne aveva a lungo avvertito in modo vago e nebuloso l'inesorabile approssimarsi in  stonature ed eco, sia nelle parole date che in quelle ricevute di rimbalzo: di fatto le sentiva sempre più insufficienti a descrivere congruamente i pensieri più profondi, soprattutto sinceri ma in evoluzione,  e poi perché è così che va quasi sempre: tendono a rincorrersi e ad imitarsi, come bimbetti che giocano scalmanati gridando come ossessi sul praticello di casa durante il libero tempo in cui il sole arride al mondo, prima che le nuvole lo oscurino.
Alla fine di tanto dire, non si sono mai comprese vicendevolmente le rispettive tensioni passionali ed  argomentazioni; i messaggi rimangono parziali, i dubbi interpretativi feroci, il disagio di aver impegnato energie in imprese inutili si fa mortificante.

Lei aveva sempre immaginato che le parole, tra persone degne - ovvero che lei immaginava degne, ma essendo sostanzialmente una sognatrice assorta non ci aveva ancora azzeccato mai  completamente nel giudizio -, nelle conversazioni più intime veicolassero frammenti d'anima, significati e messaggi, trasportassero e fortificassero sentimenti di stima e d'affetto, permettessero, ai più alti livelli, lo scambio di autentica compassione, oltreché consentire una certa crescita intellettuale ed umana, ma da un po' si stava rendendo conto che così come nessuno può sognare il tuo sogno, nessuno può, neppure volendo, attribuire loro lo stesso esatto significato con cui tu le hai proferite. Nessuno che non ti intuisca, ossia,  che non ti ami.
Se il suo bisogno era esternare con precisione i suoi crudeli dubbi e la sua alta muraglia di malinconia, nell'umana ricerca di tepore e affinità, presa da una nostalgia ancestrale di sentimenti,  non era comunicandolo a quegli altri che semplicemente dichiaravano  di comprenderlo che l'avrebbe mai soddisfatto.

Diffidare, diffidare costantemente delle ingannevoli ed autoreferenziali dichiarazioni umane. La più alta cifra degli uomini è il narcisismo, questo è chiaro, ed i narcisisti meglio riusciti sono coloro che lo ritengono un inevitabile dettaglio, un alibi da nulla, un difettuccio veniale.

Lei aveva imparato un certo distacco, al fine di tutelare sé stessa dalle conseguenze nefaste che la sua ipersensibilità raccoglieva dalle parole degli altri: d'altronde, se il dubbio scava,  tormenta e rende insonni, la fiducia tradita, d'altro canto, può destrutturare od uccidere. 

La prima che smarrì fu "amicizia", la sua preferita. Ne aveva disquisito con questi e quelli e sempre il fitto discorrerne aveva condotto in abissi di caos concettuali inconcludenti.
Per quanto lei si fosse sforzata, in ciascuna occasione, di raccontarne il suo sentore e la sua definizione, mai aveva trovato autentica condivisione nel suo interlocutore: è evidente che lì il linguaggio falliva, e non aveva alcuna importanza comprendere per colpa di chi od a causa di che cosa.
Ciò che rimaneva era il suo sguardo lucido e fisso sulla realtà dei fatti mai sperimentata: l'amico è quello che ti si dà, semplicemente, che arriva non perché lo chiami, ma perché gli manca la frequentazione con la tua anima,  anche nel silenzio e forse preferibilmente in quello, perché, senza bisogno d'altro aggiungere e letterariamente impreziosire, l'amicizia è uno dei massimi Beni ed il suo scambio conduce a grande piacere, senza intellettualismi e senza minimo sforzo.
Tra i mille tormenti pratici della sua esistenza - ché esistono, di fatto, ancora persone tormentate davvero dalle necessità di sopravvivenza di corpo e di dignità, anche se il libero pensiero comune borghese ne ha perso ogni consapevolezza reale - l'amica o l'amico, per lei, avrebbero costituito comunque la sola anelata vera ricchezza.

Quel che era successo, però, trascendeva certi significati e conseguenze: la verità è che l'amicizia non interessava più nessuno, perché non spendibile, non utilizzabile, inerte come le Idee vituperate dal tempo e dai nuovi costumi,  e che "grande piacere" era soltanto quello suo, peraltro solo vagheggiato. Che  donna noiosa ed ostinata, arcaico individuo fedele a ricordi di sogni stantii della sua giovinezza, irrimediabilmente perduti e da tutti dimenticati!

La seconda, più volgare e perciò dalla maggioranza nell'uso inflazionata, era "amore", nella sua versione classica.
Quella aveva ormai la proprietà di  rivoltarle lo stomaco, tanto la sentiva usata a sproposito ed in modo davvero irriverente rispetto alla nobiltà originaria del concetto che avrebbe dovuto esprimere.
"Amore, amore, amore", nelle canzonette, nelle poesie, nelle odi Ma il termine era usato a sproposito. "Ormone, ormone, ormone", oppure "Possesso, Sicurezza, Status",  dovevano cantare e declamare, che diamine! Onestà e precisione, per Dio! 
La prosopopea dell'amore, così diffusa e mortificante, venne da lei, stizzita,  definitivamente estromessa  anche dal suo vocabolario.

Seguirono, a ruota, "Arte"; "Bellezza"; "Cultura";  "Comunista"; "Pensiero Comune"; "Senso comune"; "Democrazia"; "Emozioni"; "Felicità"; "Giustizia"; "Hegeliano"; "Intellettuale"; "Karma",; "Liberale"; "Maternità"; "Normale"; "Onestà"; "Papa"; "Quorum"; "Rivoluzione"; "Sesso"; "Top"; "Utopia"; "Valori" e molte, molte altre, colpevoli o di tradire o di prestarsi a permettere di tradire il loro vero significato attraverso l'accondiscendenza nelle interpretazioni ipocrite, oppure anche di evocarle, amplificati, antichi e presenti dolori .