giovedì 31 marzo 2022

Non solo il sentore di universale catastrofe; non solo la coscienza perfetta della finitudine irrimediabile anche dei sentimenti personali e dei più alti valori morali; non solo il progressivo avvizzimento dei cervelli ad opera di dispositivi industriali; non solo l'isolamento atroce che fa rinvenire cadaveri mummificati da anni nella loro stessa abitazione che nessuno ha reclamato: non è solo questo che riempie d'orrore. 
Questa è la prevedibile conseguenza.

Davvero nefanda è la sottile soddisfazione ricavata da quella battutina perfida, o dall'osservazione spocchiosetta, o dal tentativo di ridurre l'altro e delegittimarlo per calmierare anche la propria pochezza, o dall'improvviso attacco acufenico quando parla. Perfino quando sostieni di amarlo.

martedì 11 gennaio 2022

Appunti antropocentrici 13

Mi ricordo bene il tempo in cui il pensiero in generale solo artatamente, al contrario di oggi, mi procurava piacere.
 
Deliziose ed anzi appassionanti in modo pregnante erano altre attività, tutte riconducibili a diverse finalità di aggregazione: il contatto con gli altri, purché non fosse solo uno sfioramento occasionale ed effimero, mi faceva bene, mi appagava.
Ero giovane, si capisce: le illusioni si abbandonano soltanto dopo infiniti scorni, ma il solo modo per riconoscerle nella loro reale natura consiste nell'assistere, inorriditi, al loro stesso sgretolamento una volta adulti e quasi vecchi. 
Erano gli ideali politici, di comunione tra esseri umani, di amicizia disinteressata, di lavoro moralmente gratificante e materialmente decoroso, ad alimentare il fuoco della giovinezza.
 
Ora mi pare che aggregarsi anche solo idealmente significhi unire la propria voce ad un coro, maggioritario o minoritario poco importa, purché si omogeneizzi al motivo comune di turno. E' sempre squallido. E povero.
Chiedo perdono: pur non nutrendo il culto della solitudine non ne sono capace, non disquisirò sulla pandemia, visto che ho dolori impellenti ed immanenti da ben prima che con ogni probabilità manterranno quel carattere di sussistenza anche dopo.
Ignoro ed anche non escludo l'eventuale presenza di una qualche lieve patologia neuropsichiatrica che mi costringe a provare un frustrante e quasi costante senso di derealizzazione nel tentare di vivere la vita, ma ciò che sento soprattutto nel condurla, così come mi è capitata, è sgomento e stupore, tale e tanto è il grado di estraneità che me ne deriva.
Fermo restando il mio fatale ed innato pantragismo (che così poco aggrada ai tanti pseudo amici persi, a riprova del fatto che la loro amicizia era bugiarda e crapulona), so esattamente che cosa intendesse il buon Marx parlando di alienazione perché ne vivo professionalmente i presupposti ed intanto ne muoio.
Queste son cose che non si possono più né scrivere né leggere, non seducono e non interessano nessuno (scandalizzano un po') e la cui soluzione è affidata agli psicofarmaci od ai sogni.
 
Oggi sognerò il mio abbaino della vecchia casa fantastica nei boschi dalla cui finestrella intravedere  (meraviglia!)  la coda furtiva della volpe tra i cespugli ed in alto le grandi ali dell'aquila reale. Sognerò il mio bambino, mia madre, mio padre, i miei gatti e cani: resusciterò gli amati assenti ed i morti, i soli degni delle mie lacrime.