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mercoledì 2 gennaio 2019

Buon anno, ma niente di nuovo: il primo attacco di panico del 2019.


E' chiaro che non vi sia scampo: era già tutto previsto per il passato ed è già tutto predisposto per il futuro.

Addivengo, a seguito di personale gestazione ed esperienza, al parto di un apoftegma che pare assurdo ed invece è logico: "Il Destino esiste/ il Destino non esiste./Dipende./ Da cosa?/ Dal Destino".

Chi o che cosa ne siano artefici o responsabili non lo so, ma è praticamente certo che correr l'alea all'infinito non è possibile perché ti usura e poi ti ferma definitivamente, soprattutto se il rischio non costituiva affatto una scelta ma il solo modo possibile per reagire allo sfacelo che ti tallonava, che  comunque incombe ed inesorabilmente ti carpirà.
E' altrettanto evidente che senza volere non si può nulla, ma che il luogo comune "volere è potere" è una menzogna assoluta, per di più ridicola, oggi più di un tempo.

(Loro, sono bravi.
I fatti pratici e le cose, le scaramucce politiche, il teatrino liturgico della vita, la partigianeria del rosso e del nero, il solito sesso, l'edonismo delle parole, li prendono ancora.
Spesso nella più inconsapevole malafede questi marci borghesi ritengono che la critica politica possa soppiantare la militanza concreta: son tutti unti d'illuminazione e consapevolezza suprema agevolate dal fatto d'avere conti in banca pasciuti e rassicuranti ed il sedere al coperto.
E' evidente che la coscienza, in costoro, un po' disturba, ma  sbeffeggiare il potere non equivale a combatterlo.
Ogni evo ha i suoi stilemi: ora sono satira, indignazione, ipercritica , ironia,  riesumazione confusionaria di qualche concetto marxista oppure machiavellico, nauseante spocchia narcisistica a suggerire linee guida per aspiranti intellettuali, sedicenti politici, e pure inutili blogger. Per i più pecorecci, invece, non trovo aggettivi abbastanza calzanti in grado di descrivere i miasmi fetidi che si spandono da una qualsiasi delle loro esternazioni, in modo particolare nei social.
Occupare la mente in questo modo è comunque terapeutico, bravi.)

Invece io, per ragioni elementari e complicatissime, chiare ed occulte, principali e subordinate, personali e più che universali,  continuo ad essere martirizzata da devastanti attacchi di panico, assediata da un nemico potente, invisibile e feroce che ha insediato il suo quartier generale esattamente nella mia gola.

" [...]  che cos'è che permette all'uomo, nonostante la sua consapevolezza della morte, di vivere e operare come se essa fosse qualcosa di estraneo a lui, come se la morte fosse un fenomeno naturale? Il tremito che mi ha scosso negli ultimi giorni mi ha aiutato a capire, nonostante i gravi attacchi di paura, che la mia malattia non è altro che questo: a volte, per ragioni a me del tutto ignote e per impulsi assolutamente incomprensibili, io divento 'lucido', in me compare la coscienza della morte, della morte in quanto tale; in questi momenti di illuminazione diabolica  la morte acquista per me il peso e il significato che essa ha 'an sich' e che gli uomini perlopiù non intuiscono nemmeno (ingannandosi con il lavoro e con l'arte, mascherando il suo senso e la sua 'vanitas' con formule filosofiche) scoprendo il suo vero significato solo nel momento in cui essa bussa alla loro porta, in modo chiaro e inequivocabile, con la falce in mano, come nelle incisioni medioevali. Ma quello che mi atterriva (la consapevolezza non genera consolazione) e accresceva ancor più il mio tremito interiore, era la coscienza che la mia follia era in fondo lucidità e che per guarire -perché questo tremito continuo è cosa insopportabile- avevo bisogno proprio della follia, della demenza, dell'oblio, e che solo la demenza mi avrebbe salvato, solo la follia mi avrebbe guarito! Se per caso il dottor Papandopulos mi interrogasse ora sul mio stato di salute, sull'origine dei miei traumi, delle mie paure, adesso saprei rispondergli in modo chiaro e inequivocabile: 'la lucidità'.
[...]"  (Danilo Kis, Clessidra)
 


venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

mercoledì 22 giugno 2016

Crisi di n...

Mi sto chiedendo, molto sommessamente, tra me e me, e del resto svogliatamente da annoiata terminale quale mi sento, se sia io stessa rea di qualche colpa ed insufficienza che l'autocritica non sa disvelare sì da non aver ancora colto le più significative sfumature della vita di relazione tra gli umani o se, invece,  la noia letale che da tali relazioni me ne deriva non sia altro che un espediente per soffrire un po' di meno nel sentenziarne la sostanziale impossibilità di reale vicinanza e compassione.

La noia, che è prerogativa tutta umana, agli esordi, nell'esistenza,  sfiora dapprima con una certa levità, simile alla puntura di una zanzara, irritante ma non letale, ma via via, inesorabilmente e senza fretta, in implacabile costante progressione, aumenta la pressione e poi dilaga in modo infestante, sposandosi infelicemente con la parallela capacità di visione lucida e schietta delle persone e degli accadimenti.

Rimane, comunque, un grande privilegio, un privilegio, diciamo, dannato, un po' come lo è anche la compagnia fedele e perenne della malinconia nella propria vita, un privilegio dal prezzo altissimo in termini di solitudine.

Non ho mai conosciuto nessun mediocre realmente annoiato ed ho conosciuto un'infinità di persone, invece, di tanto in tanto lamentose per via di qualche impedimento materiale alla realizzazione di uno dei quei loro sogni miserevolucci bastevoli a riempire la vita, quale la gita fuori porta, la vacanza a Sharm, la borsa griffata, il mutuo casa da pagare, l'ottenimento di riconoscimento ed ammirazione da parte dei loro simili (e sottolineo simili), il possesso dei più disparati oggetti, delle più disparate dimensioni.

Quel che la Noia testimonia, infatti, è l'impossibilità di aderire alla pratica della comune riduzione della propria esistenza nella ricerca di piaceri grossolani, mercantili e volgari, ma anche più nobili -in fondo-, ché di soli piaceri si vive comunque in modo parziale.
Da ciò ne deriva la sua grande impopolarità.
Lo sguardo di chi ti scopre annoiata nel profondo è dapprima di riprovazione e poi di terrore, e lo sguardo dell'Annoiato Supremo non può che essere, di rimando, di disgusto.

La grande sfida, il sogno degno d'esser perseguito, è alla conclusione dell'Ivan Il'ic, pur se quello che egli ha sconfitto era la paura: la luce in fondo al tunnel, la consapevolezza un istante prima della fine.
In fondo non può essere che sia solo la nausea la reale conquista umana.

Tutti i miei conoscenti mi annoiano, e poi anche tutti i miei amici, i miei parenti, i miei ex, i miei ascendenti ed i discendenti.
Prima di annoiarmi, tutti, mi hanno ferita oppure delusa, ma solo perché sono incorsa nell'errore di sopravvalutarli, peccando di buonismo ed ottimismo.
I più hanno mentito e millantato su ciò che erano; gli altri credevano davvero d'essere ciò che non erano.
Senza questa mia debolezza di valutazione, mi avrebbero annoiata fin da subito, perciò mi assolvo, perché di qualche illusione ho pur dovuto vivere.

A dismisura, mi annoia, con atroce sofferenza, il male del mondo, l'ingiustizia, la prevaricazione sociale, la ricchezza e la miseria, i bambini morti spiaggiati, gli animali torturati, lo schifo che la nostra specie è riuscita ad inventarsi da quando è comparsa sulla Terra (rimpiango l'etica dei dinosauri), e mi annoia, con odio feroce, chi sul male ci campa e ci sguazza, dai capitani d'azienda, ai lavoratori che desiderano le loro insulse merci, ai blateratori di democrazie, ai giornalisti griffati, ai preti bugiardi, ed agli ignavi tutti.

Ed ora basta, ché mi son venuta a noia.

 

lunedì 22 febbraio 2016

Non è colpa della Primavera

Non posso più scrivere quasi nulla per il contorto motivo che aborro anche il solo fievole sospetto e la sbiadita, evanescente, lontanissima ed altamente improbabile idea d'assomigliare, pur solo vagamente ed anche senza saperlo, a tutti quelli là...

... quelli che si parlano ( e scrivono) addosso in un inverecondo orgasmo narcisistico:

quelli che ostentano un'umiltà ipocrita e in verità si crogiolano, unitamente alla loro piccola cerchia di segaioli dell'intellettualismo più o meno spiccio,  nell'illusione di dire (o scrivere) qualcosa di essenziale, artistico, eccellente, rivelatorio:

quelli che delegano il parlare e scrivere al vivere, infilandosi in un'asettica facile scorciatoia: cosa che rivela la relativa comodità della loro stessa vita, tra le altre cose tanto generosa di quel tempo che io non ho più anche grazie al fatto che qualche meccanismo perverso fa sì che esistano persone che l'hanno ed altre no e le prime non se ne indignino neanche lontanamente. Anzi:

quelli che apertamente disprezzano e denigrano i poveri di spirito e gli "ignoranti" e ad ogni occasione li citano con disgusto ed un pizzico di superbia.
Non che io non abbia coloro in odio, sia chiaro, ma certi sentimenti vanno sofferti in silenzio e senza pubblicità, per una mera questione di stile e perché ciò che non nomini non esiste (e non  è questo un sollievo da sottovalutare); se ciononostante lo si fa è alto il rischio che il motivo recondito sia soltanto volgare spocchia.
  
C'è una particolare forma di distacco, ripugnanza e disgusto che nei tipi non violenti provoca la paralisi espressiva: io ne soffro e ciò mi risulta però altamente tossico e nocivo perché la parola era l'ultimo dei piaceri  e l'ultima speranza rimastimi.

E non posso più scrivere perché ho destituito la fantasia, diventata un lusso che non posso  permettermi se non altro per risparmiarmi nuove disillusioni -la fantasia  tanto stridente ed  inutile in questo mio sconquasso personale-,  e giacché era la fantasia che alimentava la fuga dagli orrori e  l'affetto verso l'interlocutore, e senza passione -cioè senza amore- nulla ha più stimolo, interesse, senso, tepore e conforto, io so con certezza che non potrò ricevere né offrire nulla più a livello profondo ed immateriale.
Lo sciamano sentenzierebbe che ho perduto l'anima, ma la verità è che non sa nulla della mia storia, della mia nascita, della fatale appartenenza ad un certo censo, dell'indicibile fatica di essere quel che si è calati nella costrizione di un sistema che non si è voluto, di cui non si ha la minima responsabilità, che reiteratamente umilia sensibilità ed intelligenza, che si è perfino combattuto, politicamente e civilmente, con atti pubblici e privati, fino a che le forze si sono esaurite.

Va bene: sono in una fase di depressione abissale, e  non già a causa di neurotrasmettitori eccentrici e chimica strampalata, ma perché chiunque, sano di mente e fuori dalla normale -normale!- logica egoistica, non potrebbe non esserlo.
Ma nessuno dica che è colpa della Primavera.

"Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più".


sabato 6 febbraio 2016

Lo intravedo, di tanto in tanto, in qualche sua foto.
Ha sempre la camicia di flanella che gli ho cucito io, che adorava e non può dismettere, mentre ignora di tenere stretto il filo non già della memoria, perché lui non ha potuto che dimenticarmi, ma di un'eterna presenza assente.

 
Nessuno potrà mai più convincermi che anche il più abissale dei dolori metafisici non sia altro che un vano esercizio dell'umana risibilità dietro al quale occhieggia sempiterna l'atavica fame di spodestare un Dio, un Dio  qualunque, di un qualunque Olimpo.
 
 
Io volevo soltanto passeggiare lungo altopiani e la sera ricamare teli di lino. Dipingere, per gioco. Ridere con un amico. Volevo provare gratitudine per la fortuna di respirare e vedere ed udire.
Invece ho vissuto. Ho vissuto come tutti questi altri morti.
 
 
 
 


lunedì 4 gennaio 2016

Appunti antropocentrici -5-

Francamente, non capisco più niente di niente, mi sfuggono le dinamiche delle situazioni, private e pubbliche, che mi suggeriscono sensazioni di totale estraneità ed esclusione,  e non comprendo neppure più nessuno, come se avessi perso irrimediabilmente la chiave dell'appartenenza al consorzio umano: più ambisco alla chiarezza ed alla limpida pulizia comunicativa e più mi ritrovo sbarellata ed umiliata negli intenti.
Bisogna tacere, smettere di dare credito alle seduzioni del linguaggio, che è quasi sempre intimamente ipocrita, autocelebrativo ed egoista, determinarsi al fare e al dare, o al non dare e non fare nulla,  senza  più moleste ed inconsistenti chiacchiere?

E poi -a me pare-, mi si è come cementificato lo spirito a forza di errori, disillusioni, irrimediabile perdita di fiducia nel mio prossimo.
Davvero, non ne soffrirei così acutamente se non amassi così tanto e caparbiamente quello schifo di prossimo che non posso più idealizzare per raggiunti limiti di saggezza...

Terribile, la pietosa recita dei rapporti umani: un'intricata perenne acrobazia tra discorsi costruiti con mille parentesi, formalismi, vizi occulti e contraddizioni stridenti,  milioni di imperscrutabili sotterranei personali rinvii, postille, ritrattazioni, alibi. Insomma: un'entropia di significati, bugie, emozionalità, finalità confuse o fin troppo particolari, intenzioni e poi quasi sempre gli inevitabili e da me altamente detestati convenevoli.

Non c'è alcun dubbio, ormai, sulla totale inaffidabilità delle parole: le persone con le quali ne ho scambiate di più sono tutte risultate poi essere propense a scandalose ipocrisie, alla loquela mimetica di intrattenimento più o meno dotto e fine a se stessa, alla spudorata menzogna o  all'inconsapevole auto-raggiro, e più spesso che non hanno pure palesato una sostanziale vacuità.
Non che non sia umano -intendiamoci-: lo è totalmente, decisamente troppo, in modo sciagurato e fatale, ma  io non sono per niente specista e non tendo all'indulgenza, in primo luogo verso me stessa.

Eppure, nonostante l'amarezza, nonostante la frustrazione, nonostante il persistente disgusto, è per il dovere dello stare al mondo che il linguaggio ci è indispensabile.
La variabile, in questa missione,  è il mondo, vale a dire la vita fuori di noi: quello adatto va cercato, e poi trovato, a tutti i costi, con il dispendio di ogni forza, pena la totale dispersione di sé.

 

martedì 24 febbraio 2015

Dove saranno i vivi?

Disseziono, con scrupolosa attenzione, il corpo informe e mostruoso dell'angoscia totale in cui sono tumulata: è così esaustivamente umana, così omnicomprensiva e vasta e democratica, che mi par quasi bella. A suo modo è un'opera d'arte finita e perfetta: da qualsiasi parte la guardi pare frutto di onesto talento e fervente immaginazione.
Invece è il frutto, maturo ed inevitabile, solo di una certa capacità di sentire intensamente e di un po' di intelligenza. L'acume delle intuizioni e delle deduzioni, sui fatti della vita e sulla natura umana, è una vera calamità, una condanna a morte senza possibilità di appello.

Qualcuno -forse perfino io-, in altre condizioni, un tempo, ne ha fatto una specie di bandiera, crogiolandosi nella convinzione che ciò bastasse a renderlo migliore, elevato dalla turpe moltitudine, ma poi, se gli accadimenti dell'esistenza e del destino cui l'assurdità lo ha votato, incrudeliscono al punto di togliergli energie e mezzi di sussistenza, se ogni certezza e solidità è perduta, se gli amici sono scomparsi rivelando così l'esatta entità delle loro menzogne passate e la vacuità delle loro parole solo formalmente affettuose, la bandiera diventa feretro di solitudine interiore che avvolge un'anima sfinita.
Chiunque possieda l'ambizione e la fatale attitudine di far aderire il proprio pensiero alle azioni, chiunque non possa che vivere in simile integrità, è votato alla disperazione, perché niente, della realtà in cui dovrà necessariamente immergersi, sarà per lui indolore, o facile, od anche pure solo neutro ed indifferente.

"Avanzo lentamente, defunto, e la mia visione non è più mia, non è più niente: è quella dell'animale umano che ha ereditato senza volere la cultura greca, l'ordine romano, la cultura cristiana e tutte le altre illusioni che formano la civiltà all'interno della quale io percepisco.
Dove saranno i vivi?"
(F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine)



 
 
 

mercoledì 1 ottobre 2014

Anticamera

Invecchiando si giunge a detestare ogni concetto vanaglorioso e supponente di Uomo provando repulsione per la sua ridicola bramosia di potere, di sapere, d'avere; a provare compassione per le ideologie ormai svuotate di senso e respiro; a patire un senso di vergogna  per le cadute di stile concesse a sé stessi od accordate agli altri con cui ci si è relazionati.
Passiamo direttamente dall'idiozia dell'infanzia e dell'adolescenza alla malinconia della senilità, quando tutto è perduto.
Non ho conosciuto mai un umano sano e adulto, con idee chiare e perfettamente aderenti alla verità della sua anima: ho sempre incontrato, ed incontro ancora, soltanto cloni di qualcun altro e qualcos'altro, che non hanno nulla di davvero interessante da dirmi, oppure creature tremolanti e piagnucolose, alla perenne ricerca di una madre o del piacere, che poi è lo stesso.

"Le conosco quelle piccole frasi che hanno l'aria da niente e che, una volta accolte, sono capaci di appestarvi tutta una lingua. Niente è più reale del niente." (Samuel Beckett)

Detesto essere diventata ciò che sono: la saggezza è l'anticamera della morte.

Posto un'entropia di pensieri solo per convincermi d'essere comunque viva.

lunedì 4 agosto 2014

Attacco di panico -2-

L'ebbrezza della generalizzazione: immagino sia altamente liberatoria ed in qualche modo pacificatoria per il pensiero.
E' necessario che sia affiancata da una dose massiccia di banalità: dev'essere popolare, ma offerta in modo tale che il popolino ne favoleggi qualche significato profondissimo a lui stesso incomprensibile (il popolino è abbastanza consapevole della propria miseria intellettuale, ma la considera fisiologica perciò non mortificante, e così si auto assolve ), oppure, per i presuntuosi ed i borghesucci tronfi di supponenza e schifati dai miserabili -rispetto ai quali non dubitano d'essere migliori-, deve costituire sostrato comune di classe (ripugnante slang del pensiero).

La vita vera, intanto, è, in primo luogo, assolutamente criptica ed inintelligibile fin ad ogni suo legittimo possessore, e per quelli come me pure faticosissima e crudele, indescrivibilmente infame e nauseante perché costringe a relazioni sociali, atti e preoccupazioni che ripugnano all'essenza dell' anima, mentre il senso del pudore che deriva dalla contemporanea conoscenza e consapevolezza delle tante, strazianti situazioni delle altrui vite impone il silenzio.
Così una miscredente quale sono io vive come un santo, in attesa del martirio finale, senza la grazia della rivelazione.

Come milioni di altre coscienze -milioni di monadi sofferenti-, non posso essere conosciuta, svelata, liberata dall'oppressione di un dolore per chiunque altro imperscrutabile.
Ciò è orribile ma non sorprendente e sta alle origini di molti miti ancestrali: eravamo avvertiti.

La sola valvola di sfogo è un tragico muto risentimento, indirizzato non già ai molti nemici impalpabili e sconosciuti, Potere, Sistema, Religione, o ai generici difetti umani, ma bensì agli sparuti individui conosciuti con cui hai parlato, sorriso, pianto, stretto la mano, amato, un po' vissuto, scritto, letto, in qualche modo interagito con la mente o con la carne.
Loro non possono fingere di non sospettare almeno vagamente chi tu sia.
E' la loro latitanza nella tua vita che misura con feroce precisione la sterminata miseria del mondo.

mercoledì 9 aprile 2014

Non so spiegare efficacemente, in questo momento, quanto io mi senta, di fatto e volontariamente, estromessa dalla vita.
Lo sono con enorme dolore, con sopraffino piacere.
Da quella degli altri, dalla mia stessa.
Mi piacerebbe attribuirne la causa alla depressione, ma a me stessa non mento, tanto più che nulla mi fa maggior orrore delle menzogne.
Infatti, io depressa non sono: la questione è tutta oggettiva perché ho un'esistenza assurda, con ritmi da schiava imposti dall'obbligo della sopravvivenza, frequentazioni deludenti e miserabili, ed un cuore inaridito e freddo in cui il sangue delle ferite s'è rappreso in un labirinto di cumuli che lo rendono inespugnabile all'intero universo, e la vera questione di cui non mi capacito è perché mai mi risulti tanto ripugnante pensare che in fondo basterebbe, semplicemente ed in modo risolutivo, cessare.
Quest'ultimo è il vero desiderio, ma io so da tempo che i desideri sono effimeri, come qualsiasi altra cosa che riguardi gli umani. Diffido di essi, perfino dei miei.
 
"Dove non si può amare, bisogna passare oltre"
Ma basterà l'ultimo spicchio di vita per capire in che direzione avrei dovuto andare?
Comincio a guardare la luna senza provare più commozione, ed allora capisco che non serve agitarmi, che l'inconosciuta verità lavora occultamente da sé, e mi condurrà per mano, dolcemente e senza sforzo, là dove vogliono il mio cattivo sangue ed il mio destino.
 
 

venerdì 4 aprile 2014

Appunti antropocentrici - 2 - (del come ai cani riesca meglio amare)

Duca me lo ricordo bene: era un surrogato di bontà.
Buono a prescindere, buono per scelta, e pure buono per destino.
Anche dopo l'ictus che quasi l'uccise e che gli lasciò permanentemente il muso rivolto a sinistra, come se una corda all'interno del collo lo tirasse da quella parte, lui, imperturbabile, dispensava leccatine: bastava sussurrargli  paroline dolci all'orecchio, bastava trattarlo con gentilezza.
Con i cani va così: ti fiutano, deducono l'essenziale, e poi  credono in te in eterno.
Io, per questo,  li amo, ammiro la loro folle fiducia, e li invidio.

Agli uomini, infatti, non mi riesce più di attribuire alcuna fermezza, alcuna valenza certa, un solo riferimento non sdrucciolevole, una parola definitiva: quelle dette son smentite dai fatti e quelle taciute dai fatti son svelate ed hanno significati ed implicazioni sgradevolmente amari, quando non ripugnanti, comunque sempre velleitari.
E' un incubo non riuscire più a credere a nessuno: corrisponde ad una sorta di perdita violenta della verginità del sogno, e la conseguenza è lo smorzarsi del desiderio di esistere, perché esistere impone una certa dose di levità, una leggerezza impossibile da ottenere con un cuore impietrito che fa da zavorra, mentre in assenza totale della speranza - anche fievole -  di condivisione di una parte della propria anima con i propri simili, ci si sente estromessi finanche dalla specie.

Prendiamo il disagio, il dolore, fisici o psicologici, per esempio: ne conosco così tanti, quasi tutti, che lo rimuovono come pensiero molesto, decidendo che va bene così, che la vita è comunque bella - per definizione, quindi deve e può esserlo -, che il dolore è osceno e pure un pochino colpevolizzante e, conseguentemente,  non  vogliono contemplarlo come realtà intrinseca delle loro esistenze - semmai è evento accidentale - né men che meno lasciarsi intossicare da quello altrui.
Considerare seriamente il dolore altrui, quindi, è pornografico, disdicevole, indelicato: con grande magnanimità, stile ed eleganza si fanno discreti e pudichi sì che pare ti inviino questo messaggio, attraverso cento segnali minimi ed involontari: "non farmi sapere nulla, per carità, delle tue miserie e delle tue disgrazie: è vergognoso essere tristi nel mondo d'oggi, la pubblicità non lo contempla, i mulini son tutti bianchi d'abbondante farina e si stagliano su ameni prati pieni di papaveri e spighe che danzano con il venticello, la felicità è obbligatoria... abbiamo tante cose atte allo scopo, se mi racconti i tuoi mali mi crei imbarazzo, ché non so che dire e che fare... e poi m'intristisci, ed io non voglio diventare triste, non lo reggo, non ti reggo. Inoltre, a me pare anche che tu te la prenda per cose irrilevanti, affatto serie, marginali. "
Oppure partecipano, come s'usa adesso, a suon di virtuali estemporanei "mi piace". Se non è scandaloso l'ossimoro di farsi "piacere"  la sofferenza  per il tempo di un click, allora la stupidità umana è davvero sconfinata.

 


sabato 15 marzo 2014

Visto, per caso,  "All is lost", il film che racconta la drammatica esperienza di un naufrago nell'Oceano Indiano? La vittima si sveglia di soprassalto nel suo ragguardevole e ben equipaggiato yacht cullato dalle onde per scoprire che un container galleggiante alla deriva ha squarciato un fianco del suo natante. Comincia da lì un'odissea di coraggiosi espedienti di sopravvivenza ed eroico contrasto alla forza implacabile e decisamente indifferente della natura, ecc. ecc. ed in qualche modo va a finire...

Io sono una tipa che ha la similitudine sempre in erezione, così poi ho pensato immediatamente agli squarci che i vari container alla deriva hanno arrecato, volta dopo volta, nella mia vita ed anche a quelli addosso ai quali mi sono fiondata da me medesima per avventatezza,  stupidità, o fatale distrazione: molti, troppi.
Come il naufrago,  ho reagito sempre, in qualche modo, grazie all'adrenalina della disperazione e a una certa dose di (forse) presuntuosa autostima.
Non è solo l'istinto animale alla sopravvivenza che controlla le tempeste dell'esistenza e consente di superarle: bisogna amarne almeno qualche aspetto significativo particolare, bisogna sentirne almeno qualche altra sottile promessa di seduzione, credere che la bellezza possa rinnovarsi prima o poi, immaginare di potercisi immergere ancora, pensare che possa esistere un qualche altro oggetto degno d'amore, ritenersi ancora capaci di accoglierne.
Si deve avere un proprio progetto, abbastanza allettante, intimamente anelato, che possa avvolgere la nuda e cruda realtà oggettiva della vita umana in un alone taumaturgico e pietoso di nebbiolina consolatrice, che imbrogli l'umano cervello onirico e lo convinca che la sua vita non è l'accidente insensato e talvolta drammaticamente beffardo che invece è.

Ma oggi..., oggi davvero è arduo il compassionevole autoinganno. 

venerdì 21 febbraio 2014

Dubbi antropocentrici - 1 -

Perché tutti (tra i sufficientemente acculturati; i sensibili; gli idealisti malinconici; gli "intellettualmente onesti"; gli elitari della disperazione esistenzialistica non-radical-chic posto che  ce ne siano più di due di autentici  e che i restanti non siano soltanto velleitari) coloro che lamentano l'insensatezza della vita, l'orrore della solitudine, le atrocità degli uomini sugli uomini e sugli animali, la crudeltà cieca del caso, l'impossibilità d'essere almeno un po' felici, non contemplano mai,  tra le soluzioni possibili, l'investimento di sé stessi in un'amicizia?

Il dolore latente dell'essere  rende feroci, insensibili, egocentrici, nichilisti, ma anche, probabilmente, né amore né amicizia sono, nella loro concretizzazione, all'altezza dei concetti che li avevano in premessa ispirati.
Le nostre idee  sono simili a sontuose variopinte vele di legni galleggianti su mare ostinatamente piatto.
La capacità di Amicizia, che è amore senza brama di possesso, è chiaramente sovrumana.

*

Pregevole signor Camus, io, invece, ho scoperto che anche nella più torrida estate permane in me un inverno invincibile, e giacché per mia natura non ho scorte adipose nell'anima efficaci nel proteggerla dalle ingiurie a questa mia ridicola ipersensibilità che accusa ogni colpo possibile dall'ipocrisia, dall'ingiustizia e dalla miseria morale - intemperie del vivere -,  ne soffro molto.
Lei ha spesso lasciato intendere che la rivolta etica del singolo rappresenta una sorta di sostrato su cui si può ergere il senso di appartenenza e fratellanza con altri a noi simili e pur se sconosciuti.
Beh, mi lasci dire che ormai propendo per non crederci quasi più. E' una meravigliosa idea romantica, in fondo, ma resta idea, resta romanticismo, più possibile nel momento storico in cui Lei ha agito.
Oggi siamo moralmente regrediti, nonostante paia un paradosso. Siamo totalmente spenti, deprivati di qualsiasi luce e fuoco interiori.
Ogni mio contatto, ogni esplorazione, ogni vicissitudine mi  dimostrano che il desiderio più pressante è, per chiunque, non già la comunione ideale,  la sottoscrizione di una speranza, il bisogno di bellezza e giustizia, ma bensì l'accorpamento in sé, ai fini dell'accumulo e dell'esercizio del potere - previo adeguamento o negazione delle altrui caratteristiche meno digeribili -, di quanto più possibile sia predabile dall'esterno,  altri compresi. Non c'è più,  per gli uomini e le donne "senza qualità" - vale a dire tutti coloro che sono costretti, per fatalità di nascita e censo a percorrere il sentiero un po' sudicio della normalità -, alcuna volontà effettiva, o capacità, di tradurre nella propria esistenza quotidiana virtù non mercificabili e di fatto spendibili
Fino a quando ciascuno di noi non avvertirà come dolore vivo nella carne la sofferenza gratuita e folle che l'intero sistema economico, e poi politico e civile - suoi frutti di partenogenesi -,  infliggono ad un altro umano (e perfino ai suoi affini, amici, complementi, esseri fragili, bambini, cani, gatti...) noi rimarremo esemplari della specie che scelgono consapevolmente di abortire l'essenza dell'umanità.
Ne deriva che il siamo è ancora impossibile?

*
 

Succede spesso di scoprire che un sedicente filantropo  sia un miserabile narcisista,  un sedicente filosofo un egoista mitomane, un sedicente poeta un mediocre, un uomo un idiota.
Perché non me ne accorgo mai prima di subire il disgusto della rivelazione?

 
*
 


 

domenica 26 gennaio 2014

Ti ricordi, Sandro.

A tredici anni, ricordo, la zia mi portava con sé, nel mese di luglio, a Jesolo Lido, per una quindicina di giorni. In cambio, mia madre e mio padre ospitavano per pranzo lo zio che rimaneva invece in città un po' con il pretesto di dover lavorare e un po' perché la villeggiatura da spiaggia, probabilmente, lo avrebbe annoiato a morte.

Per forse tre anni, quindi - ché poi 'sta consuetudine estiva ebbe termine -, io lì incontravo un ragazzo diciottenne, proveniente da una provincia del vicentino, in vacanza con la famiglia, che, secondo le mie ancora acerbe valutazioni di allora, era la copia sputata di Orfeo,  con il fisico però di un dio dell'acqua (tanto si trovava a suo agio in mare) e comunque con  la capacità di incantare gli animali: gli bastava accarezzare un micetto per farselo amico eterno e non toglierselo più di torno.
Credo di non aver mai più visto un sorriso tanto disarmante e bello quanto il suo.
Confesso che entrambe queste sue prerogative me lo facevano apparire oltremodo attraente (ché a tredici anni la superficialità è ancora concessa) ed io l'amavo segretamente di quell'amore che pare ucciderti, tanto è violento, totalizzante ed infelice - per sua stessa propria masochistica ed ascetica determinazione, dato che non lo si vuole vivere nel reale soprattutto a causa di una certa dose di vile terrore nel varcare la soglia misteriosa ed inquietante che segna l'abbandono inappellabile dell'infanzia -.

Lui non lo seppe mai, anche se mi stava sempre intorno e sacrificava spesso le sue serate jesolane potenzialmente gaudenti con ragazze e ragazzi più grandi di me e più disinvolti, per stare a farmi compagnia e chiacchierare davanti all'ingresso della casetta in cui alloggiavo, mentre sia la zia che la nonna - custodi, evidentemente, della mia virtù - ci spiavano attraverso i vetri delle finestre.
Qualche volta egli - che possedeva il fascino irresistibile del "bravo ragazzo"- tentò pure di estorcere loro il permesso di farmi uscire la sera con la sua compagnia di amici, proponendosi come cavalier servente e profondendosi in rassicurazioni, ma non ci fu mai niente da fare.
Al crepuscolo, quando la spiaggia è finalmente deserta ed il mare tiepido e liscio ( che era anche il momento in cui finalmente uscivo dalla mia tana di letture e di sogni d'amore sublimato per annusare l'aria salmastra e godermi l'orizzonte dalla battigia),  compariva per darmi dimostrazione di come gli dèi scivolino e volteggino e giochino nel loro elemento liquido - placenta della vita - senza la benché minima esitazione, con la più elegante e naturale disinvoltura.
 
Forse non era Orfeo/Nettuno, a pensarci adesso: magari era una foca antropomorfa. Buffo, forse allora ero una fanciullina innamorata di una foca. Ecco spiegata la mia successiva empatia per gli animali.

Un quattordici luglio mi fece un regalo: il testo integrale del Congresso del Partito Comunista Italiano (probabilmente quello tenutosi nel 1973). Ciclicamente mi risovviene questo aneddoto ed ogni volta mi stupisce. Nella nebulosa di memorie tanto imprecise e sbiadite non so capacitarmi del fatto d'esser stata inconsapevolmente - ragazzina appena quattordicenne - tanto evidente e leggibile per un conoscente da spiaggia con cui si cincischiava sotto l'occhio vigile delle mie tutrici, ma, soprattutto, così intimamente sicura di quale fosse la parte di appartenenza.

Belle illusioni, quelle dell'appartenenza.
Il Partito, la Famiglia, le Amicizie, le "compagne di lotta"...

Invece ora, amoretto di un tempo lontano, passato ed appena sfiorato Sandro, che chissà come sei e se ancora sei, nel mentre un amico - parimenti lontano ma reale - me l'ha citato in una nostra conversazione virtuale a proposito di alcune difficili situazioni d'esistenza  di alcuni di noi, io mi trovo costretta a parafrasare il buon Tolstoj e proclamare così che tutte le vite felici si assomigliano fra loro ma ogni vita infelice è infelice a  modo suo.
 
 

sabato 4 gennaio 2014

Pretesti

Ma quanto siamo tutti magnanimi.
Nella festa orgiastica che quotidianamente allestiamo in onore del nostro stesso io, noi tutti, profeti del più impudico ed osceno individualismo, che miserabilmente confondiamo con la libertà, minimizziamo l'infame peccato d'idolatria - misura della nostra autentica pochezza -, a suon d'alibi e perdono delle nostre stesse colpe.
L'altro non è che un pretesto nebuloso di necessario contatto con quanto abbiamo già deciso a priori d'escludere dal nostro mondo.

 L'altro, in fondo, non è che un diversivo, una momentanea escursione, frettolosa e breve, mentre già agogniamo a rientrare dopo il primo passo. Gli scuri, appena socchiusi a consentire l'immissione di un po' d'aria fresca nelle nostre anguste, private, un po' malsane stanze interiori.
Afrore morboso, morbo della fame d'essere.

*

Quel poveraccio l'han trovato morto, al buio ed al freddo della sua casa cui avevano tagliato i fili per insolvenza.
Solo.
Solo come un uomo.
Non è stupefacente, in quest'epoca in cui ognuno starnazza proclami sulla giustizia sociale e s'indigna e twitta stronzate pseudo-filosofiche e pseudo-umanistiche e pseudo-politiche e pseudo-e-basta, che un uomo muoia da solo, di freddo e d'angoscia, senza avere nessuno al mondo da cui ottenere aiuto, nessuno da salutare, nessuno che lo cerchi?
In fondo non  lo è: chi proclama lo fa sui propri casi, le rivoluzioni son tutte settarie e di classe, da tempo immemore il dolore dell'esistenza è segregato nelle oscure stanze sotterranee delle vicende personali ed ormai incomunicabili.
La comunicazione è una necessità, ma non ci emenda dal nostro becero ed orribile egoismo .


 

mercoledì 6 novembre 2013

Parole spente -3- Compassione

Che ci si parla a fare: non c'è verbo che non rimbalzi, per poi infrangersi ed estinguersi, contro il sostanziale muro di gomma di cui ciascuno di noi s'è dotato.
Ci si incontra, tra umani, sfiorandosi appena, con tutto l'armamentario di difesa sfoderato: l'altro è e deve rimanere - evidentemente -  oscuro, indefinito, prudenzialmente e ragionevolmente lontano.
E' questo il solo modo che ci consente di lasciare inalterata la focalizzazione che più di ogni altra ci preme operare nei nostri pensieri: noi stessi.
Se così non fosse, la partecipazione vera al dolore altrui, con ogni probabilità, ci schiaccerebbe ed il terrificante peso della complessità del vivere, attraverso le necessarie millanta connessioni logico/ideali/materiali/immaginarie, se osservate ed operate con scrupolo, ci manderebbe in tilt anche le più sofisticate sinapsi cerebrali.
Questo, solo se si suppone una certa onestà intellettuale e quell'integrità fisiologica e psicologica di cui qualcuno è sciaguratamente dotato e che lo rende, essendo quella insindacabile ed immodificabile, totalmente inadatto alla vita del consorzio sociale in cui si ritrova, suo malgrado, ad annaspare.
 
Gli intellettualmente disonesti  il problema non se lo pongono affatto: recitare la parte, entro i limiti canonici concessi dalla generale ipocrisia concordata per il buon vivere civile è, evidentemente, abbastanza.
E' loro sufficiente fare qualche escursione  pietistica, demagogica e breve, o di sedicente partecipazione verbale, per dirsi sensibili nei confronti della sofferenza: anche una delle più popolari autorità morali, la Chiesa stessa, grandissima meretrice, insegna, d'altronde, da sempre,  che tra il predicare e l'osservare i precetti vi può essere ampio e tollerabilissimo scollamento, tanto che il paradigma del suo messaggio sta tutto nel "più soffri e meglio ti assicuri la futura vita ultraterrena": una sorta di investimento fruttifero tacitamente siglato da bulla papale, a patto che a soffrire sia sempre qualche altro povero diavolo e checché ne dicano i suoi fedeli più acculturati, sempre solidali nel dogmatismo della Religione anche quando la loro supponenza e le loro velleità oscure li fa dichiarare d'essere invece consapevoli, un po' eretici, svegli e critici.

Sugli affari e sui modi solo terrestri, poi, nulla cambia in fondo di molto e trionfano in modo piuttosto abbagliante le ovvietà  che saranno pure degne del  popolino triviale, ma non per questo men vere.
La più ovvia di tutte è che nessuno troverà mai un'anima che si fregi amica o amante capace di partecipare davvero alla propria sofferenza, che lei non potrà mai sentire tanto "sua" e disdicevole quanto il fastidio che le procura quella pipita all'unghia del mignolo.

Dovesse, il dolore che si prova, avere connotazioni pure metafisiche, dal pragmatico considerate sempre oziose... beh, allora Compassione non soltanto tra i due s'è spenta: per quest'ultimo non era neppure brillata mai un solo istante e l'interesse che pareva mostrare era puro espediente per sedare la sua stessa noia, per cercare una qualche nobilitazione personale nel mondo di un pensiero che non padroneggia perché in realtà non gli è mai appartenuto o per esercitare l'arte della menzogna.




 

martedì 1 ottobre 2013

Parole spente -1-

Fu un processo un po' subdolo, ma inesorabile.
Piano piano, senza alcuna teatralità né rammarico, una dopo l'altra, smarrì il suo precedente fideismo delle parole. Alcune, in più, caddero in disuso impercettibilmente, quasi a sua insaputa, in conseguenza di quel suo particolare senso di pudore che le aveva sempre impedito una troppa disinvolta tolleranza nell'osservazione del loro uso.
 
E' un evento importante, di indiscutibile gravità  e dalle conseguenze tragicamente definitive. Se ne rendeva perfettamente conto, ma la cosa costituiva il logico culmine di una serie di accadimenti precedenti che avevano trovato contraccolpo esattamente nel linguaggio (il suo), in quanto unica via di sfogo ad un'infelicità conseguente e  che però, rivelatasi inefficace ed illusoria - anzi imperfetta -, ad altro non poteva approdare che all'estinzione. 
Ora rammentava anche che prima del definitivo distacco, invero, ne aveva a lungo avvertito in modo vago e nebuloso l'inesorabile approssimarsi in  stonature ed eco, sia nelle parole date che in quelle ricevute di rimbalzo: di fatto le sentiva sempre più insufficienti a descrivere congruamente i pensieri più profondi, soprattutto sinceri ma in evoluzione,  e poi perché è così che va quasi sempre: tendono a rincorrersi e ad imitarsi, come bimbetti che giocano scalmanati gridando come ossessi sul praticello di casa durante il libero tempo in cui il sole arride al mondo, prima che le nuvole lo oscurino.
Alla fine di tanto dire, non si sono mai comprese vicendevolmente le rispettive tensioni passionali ed  argomentazioni; i messaggi rimangono parziali, i dubbi interpretativi feroci, il disagio di aver impegnato energie in imprese inutili si fa mortificante.

Lei aveva sempre immaginato che le parole, tra persone degne - ovvero che lei immaginava degne, ma essendo sostanzialmente una sognatrice assorta non ci aveva ancora azzeccato mai  completamente nel giudizio -, nelle conversazioni più intime veicolassero frammenti d'anima, significati e messaggi, trasportassero e fortificassero sentimenti di stima e d'affetto, permettessero, ai più alti livelli, lo scambio di autentica compassione, oltreché consentire una certa crescita intellettuale ed umana, ma da un po' si stava rendendo conto che così come nessuno può sognare il tuo sogno, nessuno può, neppure volendo, attribuire loro lo stesso esatto significato con cui tu le hai proferite. Nessuno che non ti intuisca, ossia,  che non ti ami.
Se il suo bisogno era esternare con precisione i suoi crudeli dubbi e la sua alta muraglia di malinconia, nell'umana ricerca di tepore e affinità, presa da una nostalgia ancestrale di sentimenti,  non era comunicandolo a quegli altri che semplicemente dichiaravano  di comprenderlo che l'avrebbe mai soddisfatto.

Diffidare, diffidare costantemente delle ingannevoli ed autoreferenziali dichiarazioni umane. La più alta cifra degli uomini è il narcisismo, questo è chiaro, ed i narcisisti meglio riusciti sono coloro che lo ritengono un inevitabile dettaglio, un alibi da nulla, un difettuccio veniale.

Lei aveva imparato un certo distacco, al fine di tutelare sé stessa dalle conseguenze nefaste che la sua ipersensibilità raccoglieva dalle parole degli altri: d'altronde, se il dubbio scava,  tormenta e rende insonni, la fiducia tradita, d'altro canto, può destrutturare od uccidere. 

La prima che smarrì fu "amicizia", la sua preferita. Ne aveva disquisito con questi e quelli e sempre il fitto discorrerne aveva condotto in abissi di caos concettuali inconcludenti.
Per quanto lei si fosse sforzata, in ciascuna occasione, di raccontarne il suo sentore e la sua definizione, mai aveva trovato autentica condivisione nel suo interlocutore: è evidente che lì il linguaggio falliva, e non aveva alcuna importanza comprendere per colpa di chi od a causa di che cosa.
Ciò che rimaneva era il suo sguardo lucido e fisso sulla realtà dei fatti mai sperimentata: l'amico è quello che ti si dà, semplicemente, che arriva non perché lo chiami, ma perché gli manca la frequentazione con la tua anima,  anche nel silenzio e forse preferibilmente in quello, perché, senza bisogno d'altro aggiungere e letterariamente impreziosire, l'amicizia è uno dei massimi Beni ed il suo scambio conduce a grande piacere, senza intellettualismi e senza minimo sforzo.
Tra i mille tormenti pratici della sua esistenza - ché esistono, di fatto, ancora persone tormentate davvero dalle necessità di sopravvivenza di corpo e di dignità, anche se il libero pensiero comune borghese ne ha perso ogni consapevolezza reale - l'amica o l'amico, per lei, avrebbero costituito comunque la sola anelata vera ricchezza.

Quel che era successo, però, trascendeva certi significati e conseguenze: la verità è che l'amicizia non interessava più nessuno, perché non spendibile, non utilizzabile, inerte come le Idee vituperate dal tempo e dai nuovi costumi,  e che "grande piacere" era soltanto quello suo, peraltro solo vagheggiato. Che  donna noiosa ed ostinata, arcaico individuo fedele a ricordi di sogni stantii della sua giovinezza, irrimediabilmente perduti e da tutti dimenticati!

La seconda, più volgare e perciò dalla maggioranza nell'uso inflazionata, era "amore", nella sua versione classica.
Quella aveva ormai la proprietà di  rivoltarle lo stomaco, tanto la sentiva usata a sproposito ed in modo davvero irriverente rispetto alla nobiltà originaria del concetto che avrebbe dovuto esprimere.
"Amore, amore, amore", nelle canzonette, nelle poesie, nelle odi Ma il termine era usato a sproposito. "Ormone, ormone, ormone", oppure "Possesso, Sicurezza, Status",  dovevano cantare e declamare, che diamine! Onestà e precisione, per Dio! 
La prosopopea dell'amore, così diffusa e mortificante, venne da lei, stizzita,  definitivamente estromessa  anche dal suo vocabolario.

Seguirono, a ruota, "Arte"; "Bellezza"; "Cultura";  "Comunista"; "Pensiero Comune"; "Senso comune"; "Democrazia"; "Emozioni"; "Felicità"; "Giustizia"; "Hegeliano"; "Intellettuale"; "Karma",; "Liberale"; "Maternità"; "Normale"; "Onestà"; "Papa"; "Quorum"; "Rivoluzione"; "Sesso"; "Top"; "Utopia"; "Valori" e molte, molte altre, colpevoli o di tradire o di prestarsi a permettere di tradire il loro vero significato attraverso l'accondiscendenza nelle interpretazioni ipocrite, oppure anche di evocarle, amplificati, antichi e presenti dolori .


 

sabato 17 agosto 2013

Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.

Mai stata più chiara di così l'oscurità in cui versa il mondo.

Ho immenso disgusto ed immensa pietà per i nostri difetti umani.
 
Quale gigantesco schifo mi son procurata di raccogliere. E poi, perché? Per l'ingenuità di amare - idiota -, senza neppure la verifica dell'oggetto. Come se l'umanità meritasse amore.
Idiota.
 
 
Nulla sarebbe stato più opportuno che non nascere affatto, se poi l'approdo è questa nausea senza riscatto.
Eppure, se Sileno aveva indubbiamente e pienamente ragione a proclamarlo nella sua privilegiata e fatale posizione di ubriacone immortale che la sa indefettibilmente lunga, m'accorgo che sarebbe bastato, per essere felice, impedire semplicemente che l'intelligenza varcasse una data soglia e s'accontentasse magari d'essere soltanto supporto al corpo, già di per sé abbastanza - anzi indicibilmente -, meraviglioso meccanismo atto a cogliere la Bellezza.

Immaginare è l'inappellabile condanna al dolore, dato che innesca quella spirale di desideri che, soddisfatti o non soddisfatti, ne provocano sempre di nuovi.
 
*
 
Continuo infatti ad immaginare le spiagge dei mondi senza fine del buon Hermann, ma praticamente deserte, fatta eccezione per qualche amico cane, un paio di elefantini, Jonathan il gabbiano: sarebbero bellissime e riposanti, accarezzate da leggero vento - un vento che scolpisce sempre nuove dune, fantasmagoriche ed imprevedibili - , ed il vento recherebbe i sussurri di tutte le parole non ancora udite, ed io potrei, senza più diffidenza e dubbio, finalmente saperle vere.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.

Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
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Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su  qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.

Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.


 

lunedì 15 luglio 2013

Le altre morti


Ho smesso ormai da tanto tempo di fissare le foto  ed aspettare che mi sorridano, o mi parlino. 

Dopo la morte di mio padre – ed ormai son trascorsi vent’anni - ne  avevo consumato con gli occhi  l’immagine, con l’assoluta certezza di trasfondere così  interi pezzi della mia anima – che immaginavo gassosa e di forma sinusoidale -, straziata dalla perdita, in preda alla frustrazione dell’irreparabile assenza.

Aspettavo ed aspettavo un cenno di presenza, una qualsiasi risposta di rimando a quello sforzo di volontà immane e caparbio.

Le pagine del mio grosso quaderno di pergamena, spesse e dai bordi frastagliati, avevano accolto migliaia di parole-gancio, con le quali ero pateticamente decisa a  trattenerlo a forza  nel mondo dei vivi.

E’ amaro, sempre, toccare con mano l’irrilevanza sostanziale della nostra volontà di incidere e stravolgere le realtà a noi superiori.

 

Se l’esperienza insegna e costringe a modificare i comportamenti, l’indole rimane inalterata: alla minima distrazione si ricompone e si manifesta nelle sue originarie caratteristiche.

 

Così, ogni qualvolta qualcuno che amo  - o per me significativo - muore, io, d’istinto, ne ricerco qualche effigie da scrutare (stavolta senza confessarmelo apertamente)  nell’illusoria reiterata speranza di non permettere che il filo invisibile del pensiero e della memoria lo distacchino irrimediabilmente dalla mia vita.

 

Sempre subentra il rimpianto di non aver detto o fatto tutto ciò che avrei potuto, o dovuto, prima.

 

Non c’è altro modo di sconfiggere l’effimero se non trovando il coraggio di amare, di dire, di essere per tempo quel che si deve, in quel preciso e fuggevole momento.

Persi nelle infinite nostre necessità di trascendenza viviamo sorvolando con  ali d’ignavia la nostra stessa vita.

giovedì 11 luglio 2013

Serendipity

Il cinico:
Se rapportarsi ai propri simili, dato per assunto che non è possibile stare nel mondo organizzato evitandolo, significa trangugiare massicce dosi d'amarezza e di tedio mortale, utile sarebbe limitarsi ad approcci sociali esclusivamente omeopatici.

Lo stoico:
Purtuttavia, ciò non solleverà in alcun modo dal dolore di fondo del vivere, che rimane comunque macigno nella mente e nel cuore. Fino all'ultimo. S'ha da diventarne avvezzi ed attribuirgli la virtù, andandone fieri. Ciò nutrirà il Dio che pensiamo abiti in noi.

La Filosofia ha tratti spesso a dir poco buffoneschi.


- E che cosa, poi, arreca tanto dolore metafisico, in sintesi?
- Sapere quanto sia inevitabile ritrovarsi a contemplare puntualmente, dopo ciascuna disillusione, la propria solitudine, la propria inettitudine a comunicare fino in fondo quello che si è, nel mentre, come in uno stillicidio, si cerca di decodificare la propria stessa consapevolezza d'essere.
- Ma siamo tutti soli, tutti! TUTTI!
- Banale, sì. Solo che io non posso tollerare di fingere di non esserlo, come vedo fare a tanti, presi come sono ad illudersi che le cose e le situazioni su cui hanno abbarbicato le loro sicurezze ed i loro pretesti di esistenza siano solidi puntelli a difesa della vertigine del dubbio di non stare esattamente vivendo.

E rimango perplessa dalla mia stessa bassezza morale, che mi insinua una serpeggiante punta d'invidia per la loro capacità di mettere ordine nel caos della coscienza.

Certo, loro han ragione ed io rimango irrisolta,: un pezzo sfornato con ammaccatura all'origine. Ostinatamente predestinata all'aleatorietà ed alla ricerca di soddisfacenti risposte.
Il troppo desiderio di conoscenza è un vizio grave, così come la piccata puntualizzazione dei dettagli, nell'oscena ricerca di una smagliante bellezza, della beatitudine.
Oh! Serendipity! Da che ho smesso di crederci, la morte si fa più sfacciata,...