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giovedì 19 dicembre 2024

Diari -3-

Mi prende come un colpo d'ascia che smembra, d'improvviso e senza spiegazioni logiche, lasciandomi senz'aria, appena un soffio prima di ciò che immagino come morte. 
La memoria può essere devastante, crudele all'inverosimile.
Eppure il ricordo penetrante della madre, perduta vent'anni fa quando aveva la mia stessa età, dovrebbe risultare dolce e tiepido come un incontro gradito. Sopravvivere in qualche modo all'immensità del dolore è quasi inaccettabile.

Oggi sento con algida precisione la sofferenza dell'uomo che assiste allo sterminio di chi ama per mano di altri uomini legittimati dal loro crudele dio e dalla loro follia

lunedì 26 febbraio 2024

Tipi - 30 /Cafard

Probabilmente quando si giunge ad abdicare al linguaggio e non si soffre di alcuna precisa patologia scientificamente catalogata, l'incrinatura generica nei rapporti umani e sociali che prima si avvertiva in modo timido ed ansiogeno, spesso accompagnata da un non bene sondato senso di colpa, diventa abisso e può scatenare un potente desiderio di totale dissoluzione e sottrazione come estremo atto di sollievo e fuga.

E' inutile insistere o sforzarsi dolorosamente in improbabili elucubrazioni per trovare un qualche senso all'inanità generale oggettiva delle azioni e degli scambi verbali possibili nel sistema di vita in cui ci si ritrova intrappolati. E' inutile perché allo stato delle cose non esiste alcuna alternativa reale possibile capace di  rispettare nel contempo la propria coscienza con il senso di giustizia incluso e le proprie esigenze materiali.
La felicità sta nella condivisione di un'idea, un pezzo di pane, un tetto sulla testa, un abito con cui coprirsi, solidarietà umana con cui scaldarsi ma al contempo con  la capacità lucidissima di accettare la propria solitudine in un'aporia vissuta eroica ed eccelsa. 

La ricchezza come modello, i ricchi come tipo sociale, il potere come fine, mi fanno vomitare, quasi letteralmente: i presupposti e le conseguenze della loro esistenza sono sempre dei crimini. Non vorrei vivere neppure un solo istante in un simile stato e la cosa mi fa sorridere dato che richiama un messaggio francescano con cui io, atea, non ho nulla a che fare: non induco al misticismo. 
Quel che per me è ributtante scandalo per troppi altri è malcelato unico desiderio, anche fra gli ultimi. 
La differenza tra l'ideale religioso e quello comunista sta nell'accettazione supina da parte del primo della fatalità della nascita e non già nella denuncia delle responsabilità del mantenimento di un sistema di sperequazioni sociali frutto di precise strategie.
Comunque quella è un'altra questione, anche se rimane la causa e l'effetto dell'alienazione.
 
Ormai la peristalsi intellettuale e culturale è quasi conclusa: serve un poco di coraggio per guardare il preludio del vuoto, inevitabile, che costituisce l'essenza stessa di ogni vita.

Stanno invece in ogni luogo a berciare litigando su concetti insulsi e sempre frammentari in un'apoteosi di esibizionismo che a me imbarazza, nella più assoluta ignoranza della risibilità di ogni affermazione.
Che si tratti di secolarismo, di religione o di psicologia l'effetto non cambia.

Forse è malattia: cafard, il male dello scarafaggio. Malinconia e tristezza, pensieri cupi che non danno tregua, capaci di oscurare il sole.
E' disperato, impossibile amore per la vita solo sognata.



venerdì 15 settembre 2023

Piccola anima smarrita e soave - 12- "symply man"

Dev'essere una prerogativa spiccatamente americana di un certo momento storico, poi trasposta in testo e musica da più di un rockerman, quella di ricordare insegnamenti fondamentali preziosissimi ed altamente etici ricevuti nel corso dell'infanzia dai classici maestri spiriti-guida che abbiamo da bambini: una madre, un padre, un nonno, una nonna. 
Gli Americani, d'altronde, sono campioni planetari della predica e del moralismo quasi sempre spiccio, ipocrita e dozzinale.
Inciampata per caso nell'ascolto di "Simply man", dei Lynird Skynird (ché mi ritrovo in fase di rock nostalgico), il nonno raccomanda al nipote di perseguire solo la semplicità, non corrompersi rincorrendo denaro ed ambizioni, preservare il candore della propria anima. Di testi analoghi ne troveremmo a palate perché nulla è più facile del blaterare a vuoto ed evocare purezza di intenti anche quando di fatto ci si immerge volontariamente fino al collo in una cloaca.
Ricordo invece quel che mi dicevano i miei, di nonni, quei poveri cristi giocoforza  materialisti. Mi dicevano "Magna 'more, che ti xe verde", giacché parevo loro sempre emaciata anche quando, nella fase adolescenziale, ero al contrario burrosa ed in qualche punto rotondetta. L'invito all'opulenza ed all'eccesso è proprio di chi ha sperimentato carenze e privazioni e loro di appetiti mortificati ne avevano fatto amaro esercizio. 
In fondo, e comparabilmente, è molto più frequente che lo schiavo aspiri a diventare un padrone piuttosto che desideri anche per gli altri un mondo senza schiavitù: l'egoismo umano è congenito, la meschinità è una dotazione della nostra stirpe che molti giudicano indispensabili alla sopravvivenza: Darwin docet, buon per loro.
Personalmente non concedo supremazia ad alcun aspetto particolare della vita: le affezioni materiali e quelle immateriali distruggono con la stessa veemenza corpo e spirito, sia che convivano sia che non convivano nel medesimo individuo.
Se la questione non fosse tanto relativamente irrilevante sarebbe semmai da chiedersi quale sia più solerte e rapida nell'ucciderci.

Ora, ora che ho visto tanto, che ho vissuto abbastanza, ora che ho subito la rovinosa sconfitta nella pretenziosa crociata della ricerca della felicità, prendo atto, con grande lucidità, che la sola certamente reale finalità di una vita è la morte ed il resto è interamente illusione o personale, troppo personale, interpretazione, compreso il piacere.
E' l'insostenibile inutilità dell'intelletto.
 
 

domenica 26 gennaio 2014

Ti ricordi, Sandro.

A tredici anni, ricordo, la zia mi portava con sé, nel mese di luglio, a Jesolo Lido, per una quindicina di giorni. In cambio, mia madre e mio padre ospitavano per pranzo lo zio che rimaneva invece in città un po' con il pretesto di dover lavorare e un po' perché la villeggiatura da spiaggia, probabilmente, lo avrebbe annoiato a morte.

Per forse tre anni, quindi - ché poi 'sta consuetudine estiva ebbe termine -, io lì incontravo un ragazzo diciottenne, proveniente da una provincia del vicentino, in vacanza con la famiglia, che, secondo le mie ancora acerbe valutazioni di allora, era la copia sputata di Orfeo,  con il fisico però di un dio dell'acqua (tanto si trovava a suo agio in mare) e comunque con  la capacità di incantare gli animali: gli bastava accarezzare un micetto per farselo amico eterno e non toglierselo più di torno.
Credo di non aver mai più visto un sorriso tanto disarmante e bello quanto il suo.
Confesso che entrambe queste sue prerogative me lo facevano apparire oltremodo attraente (ché a tredici anni la superficialità è ancora concessa) ed io l'amavo segretamente di quell'amore che pare ucciderti, tanto è violento, totalizzante ed infelice - per sua stessa propria masochistica ed ascetica determinazione, dato che non lo si vuole vivere nel reale soprattutto a causa di una certa dose di vile terrore nel varcare la soglia misteriosa ed inquietante che segna l'abbandono inappellabile dell'infanzia -.

Lui non lo seppe mai, anche se mi stava sempre intorno e sacrificava spesso le sue serate jesolane potenzialmente gaudenti con ragazze e ragazzi più grandi di me e più disinvolti, per stare a farmi compagnia e chiacchierare davanti all'ingresso della casetta in cui alloggiavo, mentre sia la zia che la nonna - custodi, evidentemente, della mia virtù - ci spiavano attraverso i vetri delle finestre.
Qualche volta egli - che possedeva il fascino irresistibile del "bravo ragazzo"- tentò pure di estorcere loro il permesso di farmi uscire la sera con la sua compagnia di amici, proponendosi come cavalier servente e profondendosi in rassicurazioni, ma non ci fu mai niente da fare.
Al crepuscolo, quando la spiaggia è finalmente deserta ed il mare tiepido e liscio ( che era anche il momento in cui finalmente uscivo dalla mia tana di letture e di sogni d'amore sublimato per annusare l'aria salmastra e godermi l'orizzonte dalla battigia),  compariva per darmi dimostrazione di come gli dèi scivolino e volteggino e giochino nel loro elemento liquido - placenta della vita - senza la benché minima esitazione, con la più elegante e naturale disinvoltura.
 
Forse non era Orfeo/Nettuno, a pensarci adesso: magari era una foca antropomorfa. Buffo, forse allora ero una fanciullina innamorata di una foca. Ecco spiegata la mia successiva empatia per gli animali.

Un quattordici luglio mi fece un regalo: il testo integrale del Congresso del Partito Comunista Italiano (probabilmente quello tenutosi nel 1973). Ciclicamente mi risovviene questo aneddoto ed ogni volta mi stupisce. Nella nebulosa di memorie tanto imprecise e sbiadite non so capacitarmi del fatto d'esser stata inconsapevolmente - ragazzina appena quattordicenne - tanto evidente e leggibile per un conoscente da spiaggia con cui si cincischiava sotto l'occhio vigile delle mie tutrici, ma, soprattutto, così intimamente sicura di quale fosse la parte di appartenenza.

Belle illusioni, quelle dell'appartenenza.
Il Partito, la Famiglia, le Amicizie, le "compagne di lotta"...

Invece ora, amoretto di un tempo lontano, passato ed appena sfiorato Sandro, che chissà come sei e se ancora sei, nel mentre un amico - parimenti lontano ma reale - me l'ha citato in una nostra conversazione virtuale a proposito di alcune difficili situazioni d'esistenza  di alcuni di noi, io mi trovo costretta a parafrasare il buon Tolstoj e proclamare così che tutte le vite felici si assomigliano fra loro ma ogni vita infelice è infelice a  modo suo.
 
 

domenica 22 dicembre 2013

Parti d'emicrania.

Osservo, con grande pena e la solita sensazione di noia assassina, il progressivo disfacimento ( a causa del processo inesorabile della senilità ed anche  della sovraesposizione del proprio ego - un po' vile, molto ridicola, quasi sempre per nulla interessante -  che l'uso scriteriato e disinvolto delle varie piattaforme sociali virtuali consente ed illude di amplificare, amplificando perciò la successiva recrudescenza del vizio innato del Narciso) di  quel po' di valore - tutto opinabile, d'altronde - che volevo assolutamente attribuire a qualcuno verso cui provavo un sentimento di timida stima, soprattutto perché -  evidentemente a torto -  da me considerato capace di libero pensiero.
Illusa. 
 
*
 
Ad una persona che (purtroppo) conosco appena e che mi dice cose delicate e gentili, ho scritto d'essere stupefatta per la colossale contraddizione che in me ospito e che mi costringe a provare amore per l'umanità che in fondo disprezzo.
In una saetta improvvisa di consapevolezza, che or ora mi ha fulminata, comprendo che è il solo modo per evitare il suicidio.
Nessun essere integralmente coerente ed anelante alla verità potrebbe sopportare lo spettacolo della vita insidiato dalle sistematiche nefandezze e  miserie ad opera della schiacciante maggioranza degli uomini.
E' necessario sdoppiarsi e pietosamente mentirsi.
 
*
 
 
I sostenitori dell'eterno negano il nulla.
Ma i due, in fondo, ammiccano.
 
 
*
 
Sono certissima d'essere stata, in qualche momento, molto felice.
Ritengo sia successo per pura disattenzione, probabilmente a causa di una miscellanea di diversi elementi.
Sarà andata così: ero ragazzina, non soffrivo di alcun disagio fisico, la mia tana era ancora custodita da chi mi ha generato, sapevo abilmente sognare, la mia vanità era soddisfatta da un discreto interesse altrui nei miei confronti, potevo spesso rigenerarmi nella Natura.
Ora, se pur alle stesse condizioni, proverei vergogna a dimenticare i dolori altrui, umani ed animali.
Ecco perché compiango gli individui felici.


sabato 17 agosto 2013

Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.

Mai stata più chiara di così l'oscurità in cui versa il mondo.

Ho immenso disgusto ed immensa pietà per i nostri difetti umani.
 
Quale gigantesco schifo mi son procurata di raccogliere. E poi, perché? Per l'ingenuità di amare - idiota -, senza neppure la verifica dell'oggetto. Come se l'umanità meritasse amore.
Idiota.
 
 
Nulla sarebbe stato più opportuno che non nascere affatto, se poi l'approdo è questa nausea senza riscatto.
Eppure, se Sileno aveva indubbiamente e pienamente ragione a proclamarlo nella sua privilegiata e fatale posizione di ubriacone immortale che la sa indefettibilmente lunga, m'accorgo che sarebbe bastato, per essere felice, impedire semplicemente che l'intelligenza varcasse una data soglia e s'accontentasse magari d'essere soltanto supporto al corpo, già di per sé abbastanza - anzi indicibilmente -, meraviglioso meccanismo atto a cogliere la Bellezza.

Immaginare è l'inappellabile condanna al dolore, dato che innesca quella spirale di desideri che, soddisfatti o non soddisfatti, ne provocano sempre di nuovi.
 
*
 
Continuo infatti ad immaginare le spiagge dei mondi senza fine del buon Hermann, ma praticamente deserte, fatta eccezione per qualche amico cane, un paio di elefantini, Jonathan il gabbiano: sarebbero bellissime e riposanti, accarezzate da leggero vento - un vento che scolpisce sempre nuove dune, fantasmagoriche ed imprevedibili - , ed il vento recherebbe i sussurri di tutte le parole non ancora udite, ed io potrei, senza più diffidenza e dubbio, finalmente saperle vere.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.

Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
.
Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su  qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.

Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.


 

venerdì 26 aprile 2013

Leggerezza, pesante impresa.

Forse la lucidità di giudizio delle cose del mondo è direttamente collegata ad una condizione minima di equilibrio psico/fisico, senza il quale si rischia di rendere a sé stessi la verità talmente abbacinante  da restarne sopraffatti totalmente e poi paralizzati, oppure, al contrario, la si obnubila completamente fino a giungere ad una patetica forma oracolare priva di congrua obiettività ed irrazionale.

Nei più testardi ed onesti lo sguardo si avvezza e si regola poi - con qualche personale e talvolta stravagante espediente - alla luce violenta, ed allora cadono i veli,  gli alibi e le illusioni (in modo particolare le favole che il nostro stesso senso di pietà auto-assolutorio raccontava a noi stessi per consentirci di schermare l'oggettiva disperata e scandalosa solitudine del vivere) e si comincia a digerirla, in un supremo balzo di furioso e dignitoso coraggio.

Sarebbe forse auspicabile non arrivarci mai con proprie induzioni, perché, una volta arrivati, il senso della verità è terribile e temibile. Ti fa venir voglia di smettere. Tutto quanto.
Prima, però, una che passa il tempo, suo malgrado, a cercare di lucidarsi a specchio i giudizi,  potrebbe aver ancora un pizzico di energia per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ben sapendo che non conseguirà assolutamente alcun  fine positivo né riuscirà a trarne minimo giovamento.

Ora, una cosa che mi pare di aver imparato è che noi umani siamo condannati a parzializzare.
Se viviamo una cosa, non ne possiamo vivere anche un'altra; se una persona ci pare attraente ed interessante per un aspetto, saprà ben presto smorzare il nostro entusiasmo con l'esibizione di suoi imperdonabili difetti o mortificanti contraddizioni;  se facciamo una scelta la dobbiamo bilanciare con altra rinuncia;  se procrastiniamo la definizione della nostra vita moriremo irrisolti.

Ma la cosa più interessante e pure devastante è di una banalità oscena: pur avendolo compreso - dato che presto o tardi deve sempre succedere -, non possiamo reagirvi, ed accettiamo l'umiliante giogo del vivere parziale accompagnati dalla silente presenza costante di una nostalgia mordente e graffiante per tutto ciò che si continua a perdere.
Stiamo così ad osservare, impotenti, l'emorragia della nostra stessa anima, che si perde e si estingue in mille rivoli di rimpianto.
Rendere bastevoli gli istanti di tregua, in cui sfioriamo un piacere perfetto ed effimero, è la nostra più alta forma di eroismo.

Soffrire è conoscere, conoscere è soffrire, in special modo di delusione: l'umana più complessa e completa architettura conduce alfine al disamore per la vita, deterrente ad una qualsiasi partecipazione i cui presupposti, ben presto, verranno puntualmente disattesi.

*
Siamo stati e saremo, nelle mille parodie parziali della nostra vita, un'infinità di persone e tutte loro sono sempre una: quella che alfine rimane sola a stupirsene, nel tentativo di ricomporsi.
 
Ricordo quel ragazzino di forse undici anni, solare e sveglio, che gridò al volo a quella giovane donna a lui sconosciuta che sfrecciava sulla sua bicicletta , trafelata, per incontrare un amore che sarebbe più avanti, come tutti gli altri, finito: "Ma quanto è bella, signorina!", e c'era una specie di gioia disinteressata nel declamarlo al vento.

Eppure lei non era, né s'era sentita mai, né aveva desiderato in modo particolare d'essere, bella. L'impermanente felicità, semplicemente, la stava, a sua insaputa, illuminando.

Felicità ed angoscia sono bagliori improvvisi ed ingestibili.
Ora so anche che sono totalmente inutili ed insensati per chi non è capace d'accettare il gioco delle parti che si avvicendano e vicendevolmente si contraddicono ed annullano.
Ci vorrebbe leggerezza: una delle più pesanti imprese, se va contro la propria natura.

*

 

mercoledì 13 marzo 2013

Qualcosa che duri

Sentore di uno stato generale di rapporti sociali, economici, politici, umani, semplicemente nefandi e comunque ultimativi: forse è davvero quasi finito tutto.
Lo squarcio è talmente grande ed osceno che nessuno partorisce una seppur fantasiosa idea di come ripararlo. Così rimangono, per sedare il malessere, l'irrisione dell'altro, la faziosità (consolatoria illusione d'appartenenza), il sarcasmo risentito, la farneticazione, il perenne farfugliamento a sostegno di cause sempre parziali.
La realtà, intanto, non verrà mutata dall'aumento dello strepito.
Pezzo su pezzo, adesione su adesione, connivenza su connivenza, concessione su concessione a sterili edonismi, noi tutti ne abbiamo consentito la costruzione.
Noi siamo, tutto sommato, una stirpe bastarda di predatori violenti.
Abbiamo permesso che la nostra infinita capacità di bassezza morale fin dagli albori delle civiltà ci rendesse schiavisti, fascisti, fanatici, assassini, opportunisti.
Oggi, così colpevolmente lasciatici imborghesire e rammollire dall'offerta di miserabili piaceri indotti, quelli di noi che annaspano alla ricerca di una nuova verginità, od almeno sono inadatti ad un totale reclutamento, dopo una vita di resistenza difettano ora delle forze per rifugiarsi ancora in un'altra utopia, mentre tutti gli altri vivono, come possono, o come pensano di volere.

"Rivedo, con una meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e, nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E' questo l'errore centrale dell'immaginazione letteraria: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. Ma, per fortuna dell'umanità, ogni uomo è soltanto chi è, e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più." (F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine).

I profeti di una inevitabile ma anche salvifica "decrescita felice" sono pure gli stessi che immaginano poi il massimo della tecnologia quale panacea ai mali ed alle sperequazioni del sistema.
Ossimori viventi.
Gli altri, balbettano o blaterano.
A me par vero che il Sapiens-Sapiens abbia comunque concluso neppure tanto onorevolmente il suo ciclo evolutivo.  Forse, davvero, il futuro sarà di cervellini galleggianti in gigantesche vasche che comunicheranno attraverso impulsi nervosi le loro realtà immaginarie, infinitamente velleitarie, ed alla fine ridicole, oppure uno scenario di nuove barbarie, ove almeno sarà bandita l'ipocrisia di ritenersi qualcosa di diverso da ciò che nostra natura detta: lupi tra lupi.

L'umano sensibile ed onesto, non può che provare compassione per sé stesso ed arretrare nel proprio soggettivismo silente, sperando in relazioni - di qualsiasi natura - elettive o simpatiche.
Qualcosa che duri, forte come la tenerezza.

.




sabato 23 febbraio 2013

"Sarai puro. Perciò ti maledico"

Il mio primo pensiero, la mattina alle 7, quando mi alzo per cominciare la mia giornata, sarebbe in verità piuttosto mortificante per una tizia che, caparbiamente, procrastina il suicidio nella segreta speranza di non aver ancora capito niente e di incorrere in un madornale e generale errore interpretativo di sé, di ciò che ha bloccato fino ad oggi le potenzialità latenti nella sua indole, di tutti - indiscriminatamente tutti - coloro che a vari livelli hanno rappresentato e rappresentano il suo altro.
 
Il pensiero, dunque,  immediato,  fluido e spontaneo è sempre lo stesso - incipit di ogni risveglio - e le bisbiglia dalla sua più cavernosa interiorità: "Come sarà bello, stanotte, riabbandonarsi al sonno".
 
Eppure, la mia non è un'indole letargica: io sono stata fino a ieri, forse e piuttosto, iper-attiva, e da sempre.
Agitarsi però non serve più a nulla, neppure a sopravvivere: l'ho appreso in modo inconfutabile di recente, quando m'è accaduto di veder crollare uno dopo l'altro, per motivi che serve a poco raccontare ma aventi la stessa veemente forza distruttiva dei cataclismi naturali, tutti i vari bastioni dietro cui proteggiamo e giustifichiamo in genere la vita. Se ciò non spalancasse direttamente le orribili fauci del nulla potrebbe anche essere un'eroica operazione di pulizia. 
Pare contraddittorio, invece costituisce coerentemente la mia vita binaria.
Oggi è il solo modo di vivere per un umano consapevole della sua condizione esistenziale oggettiva che tenti di rispettare la sua propria integrità, la sua personale e particolare verità e che sia duro, freddo, smaliziato, disperato, lacerato dall'offesa della nascita - questo oltraggio che pago (pure!) da 53 anni -, dignitosamente ed onorevolmente disadatto, perché inadatto.
Semplicemente e totalmente inadatto ad un mondo reso così, ma anche fatalmente ed oggettivamente fatto così.
 
*
Sarà per tale inadeguatezza, allora, che mi commuovo intensamente e raramente, ormai, al ricordo di alcune potenti metafore in cui mi riconosco fino all'osso, che magari son poco o meno amate invece da chi apprezza tutto il resto della produzione artistica, letteraria e filosofica del suo autore.
" [...] 'Sarai puro./ Perciò ti maledico'. (gli dice il custode del'eternità prima di gettarlo nel mondo. ndr.)/Vedo ancora il suo sguardo/ pieno di pietà - e del leggero orrore/ che si prova per colui che la incute, /lo sguardo con cui si segue/ chi va, senza saperlo, a morire,/ e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,/ non gli si dice nulla -/ vedo ancora il suo sguardo,/ mentre mi allontanavo/ - dall' Eternità - verso la mia culla. [...]": dello scrivere di Pasolini ammiro enormemente nella stessa misura lo stile e l'impavida potenza dei contenuti, siano essi in versi che in prosa.

Non mi commuovo più - ché mi son fatta ghiaccio -, invece, pur considerandole indubitabilmente vere, alle rivelazioni del satiro che sentenzia senza tema di smentita la sostanziale sciagura per l'uomo riflessivo di fare la sua comparsa nella vita: raccoglierà soprattutto dolore atroce per l'anima e strazianti dubbi irrisolvibili.

*


Poco alla volta mi si assottigliano le idee per ricavare espedienti in grado di contrastare una fatale, immota, perfino placida disperazione dettata dalla consapevolezza di un'invincibile assenza di ulteriori oggettivamente onesti motivi e comprendo che il solo modo efficace sarebbe l'immersione in una qualche passione, di nuovo, come se già non fossero fallite tutte dimostrando ampiamente come siano effimere, alla lunga frustranti, inconcludenti ed infantili.
E' ridicolo: si vive la propria umanità nella consapevolezza che non troverà alcuno sbocco nobile e potrà al massimo percorrere qualche abbozzo di espressione, quasi sempre fallimentare.

Dalla sponda di uno dei due versanti della mia vita binaria - quello pretestuosamente considerato di veglia -, guardo intanto gli omini affaccendati a chiedere voti, ad improvvisarsi equilibristi nelle più nefande contraddizioni in persino palese malafede, a ripresentare con faccia di bronzo degna di giullari intenzioni e promesse retoriche, mentre omini riceventi rispondono diligentemente con la irrisoria indignazione dei servi sconfitti, che alla fine li compiaceranno comunque, pur borbottanti.
Disprezzo cosmico, nausea.


(Dov'è l'amato letto, dove sta la tana: urgono. L'odore stantìo di codeste mummie è intollerabile.)

Rimarrebbe il privato, stretto stretto. Temo anche che sarà pieno di silenzio.
Ma non importa, in fondo.
L'ideale, per immaginare la libertà e la felicità.
 
 

domenica 9 settembre 2012

Volevo sapere

Vita: "... perché, scusa, è tanto difficile digerire la semplice e placida verità che tu sei perfettamente irrilevante, invisibile, inutile? Ti avevo forse promesso io qualcosa? Ho forse mancato ad un impegno precedente preso? C'era -per caso- un patto, tra di noi, di cui io, peraltro, non saprei assolutamente nulla?  Ti ho assicurato una certa dose di felicità? In quale clausola del contratto, dimmi: tra quelle scritte in invisibile?
No, mia cara, hai fatto tutto da sola. Io non c'entro.
... e, tra gli umani tuoi simili, di cui hai tanta compassione e che pensavi -addirittura!- di saper amare a causa di qualche loro poesiola, di qualche lagna  esistenzialista, di qualche immagine su tela, di una sinfonia, o qualche sparuto eroismo, pensi forse d'essere meno vana?"
 
Sirio: "... e tu pensi che io non  lo sappia da sempre? E, giacché siamo in vena di confidenze, dimmi: te l'ho forse chiesto io di subirti? Ti ho forse mai detto, quando me ne stavo dormiente nell' Eternità, 'scaraventami nel mondo, buttami giù in quel fosso gorgogliante dove tutti quei cosini si agitano e tremano e ballano come dei tarantolati e poi celebrano i loro sepolcri, trovandolo pure bastevole e sensato?'   No, io non te l'ho chiesto affatto: ho subito una violenza cosmica e sto qua. Questo è quanto."
 
Vita: "Bene, allora. Pazienta e rilassati: non dura poi molto."
 
Sirio: "Il Pensiero. Ho il pensiero. Non sai spiegarmi a che mai possa servire. E' una domanda che ti ho posto mille volte. Non m'importa della mia irrilevanza, non m'importa d'essere mortale, non m'importa se l'amore è un'idea insostenibile e non esiste.
Volevo sapere 'perché' il Pensiero. E tu non lo sai.
Sei barbarica.
Sei fallita.
Sei fallita un milione di volte più di quanto non lo sia io."
 

venerdì 24 agosto 2012

Abominio

Ma che cosa ci sto facendo, poi, qui a seminare pensieri in terreni tanto eterogenei, quando non aridi ed infruttiferi.
Ci sono momenti a questa tastiera in cui mi trovo io stessa abominevole. 
Negli altri, mi sento patetica.
 
Il dolore, è abominevole.
Quest'urlo soffocato, e la sua infinita eco in ogni cellula del mio sangue, è abominevole.
Che nessuno ne voglia sapere nulla, è abominevole.

Sono decine le piccole porte disseminate alle pareti del tunnel. Le ho socchiuse, ché la fiducia non mi difetta, innumerevoli volte.
Di tanto in tanto, sono entrata nelle stanze.
Ed in ogni stanza c'era un'isola abitata da un antropofago, o da un misantropo assediato dal suo stesso vorace e detestabile egoismo.
Vivere è orribile.
Continuare a richiudere porte è inevitabile ma ridicolo.

Sì, caro Massimo, lo è quando l'infestante dolore di cui nessuno vuol sapere logora anche la sporadica magia del momento.

Scrivere non serve a nulla: è un sollazzo per altri e una recrudescenza di patimento per chi amava l'uomo.
Vivere è contenimento di lacrime sciagurate fino alla follia, o alla compassionevole implosione.





domenica 19 agosto 2012

Progetto alchemico improbabile.

Non ospito neppure più l'ombra di un'ambizione, seppure l'atarassia rimanga comunque infinitamente lontana.

Se così non fosse, anche questo nefando dolore esteso ed infestante il corpo/mente non troverebbe terreno per espandersi, come invece va inesorabilmente facendo.
Tocco con mano la sua pervasività: dall'occipite ai lombi e via, verso il centro, dove si irradia ed intensifica creando poi la confluenza in quel nocciolo duro, a livello del plesso solare, ove, preferibilmente, staziona, pronto ad azzannarmi alla gola se mi distraggo.
Va bene, va bene, sei lì, bestione, ti sento: comandi tu, lo so.

So anche perché è successo: conosco cause e concause, da sommarsi ad un fatale determinismo d'indole e di geni.
S'è trattato di una mal riuscita miscellanea di tenerezza, malinconia e compassione unite ad una certa protervia (pur se non arrogante) nell'affidarmi al pensiero -ritenuto erroneamente capace di obiettività se esercitato nell'intimo- , la quale ha fatto sì che nei rapporti con gli altri la mia stessa magnanimità mi risultasse dannosa.
Infatti ogni sofferenza mi è derivata da loro, ai quali ho attribuito sempre qualità enormemente maggiori di quelle che effettivamente possedevano.
Nel mentre loro m'immischiavano nelle loro vite -che presto si rivelavano miserabili-, ed io mi avvedevo dell'errore di valutazione appena compiuto, l'inevitabile sforzo dello sganciamento mi fiaccava ogni volta anima e corpo.

Non ho ancora imparato a forgiare la necessaria cotta protettiva e preventiva e sospetto anche che non sia cosa che si possa apprendere mai.
Rimane l'astensione emotiva, pena l'autodistruzione.
Farsi freddi, farsi duri, farsi cauti, negarsi ogni coinvolgimento immediato.
E questa tecnica -per me innaturale-, pure, è dolorosa. Son lacrime e sangue, in perfetta solitudine spirituale. Di nuovo.


Fosse possibile creare un codice criptico in grado di selezionare automaticamente gli individui affini, e solo a loro accessibile e decifrabile, la questione sarebbe risolta una volta per tutte.
Perché la certezza è una: ho bisogno dell'altro, sono un essere più dialettico che contemplativo, ma non ne posso più del pressapochismo imperante, né dell'esibizione delle parole, né del rifugio nel silenzio, né delle azioni contraddittorie che nullificano le une e l'altro.
Mi piacerebbe stendere il più esaustivo dei cataloghi in cui elencare tipi e caratteri degli umani con cui non vorrei mai più frammischiarmi, distinti per genere -pure-, giacché le questioni sono specifiche ed uomini e donne non sono neanche lontanamente uguali.
S'avrebbe da recuperare  forse anche l'ancestrale attitudine alla comunicazione telepatica, ché potrebbe anche essere -ma non ho le prove- che da cervello a cervello, nell'immediatezza dell'impulso comunicativo, non possa passare la menzogna.
Insomma: vaneggio un sistema alchemico delle personalità e della vera essenza nei rapporti infraumani dal momento che non sono più in grado di tollerare né l'ipocrisia, nè la debolezza.

Ora ci lavoro. Al solito, son graditi i contributi.




mercoledì 1 agosto 2012

Prima che vile, completamente folle.

*
Nel sogno, l'altra notte, la madre era scultorea. Levigata e serena nei tratti del viso, mi guardava con estrema naturalezza, stupita del mio stupore. Indossava un camice da massaia, come uscisse dalla sua casa nel mentre stava riassettandola. I capelli folti e corvini, la carnagione naturalmente scura, la bellezza un po' creola che i suoi sessant'anni non avevano sciupata, il corpo minuto e forte.

"Mamma, sei tu,... Finalmente. Mi manchi sotterraneamente da nove anni, ed ora eccoti qui di fronte, come nulla fosse, al di là della morte."

Non è più stupore, nel suo viso: è incomprensione, impossibilità di empatia.

"Ma che dici, di quale morte parli... Io sono sempre stata qui, non me ne sono andata mai. Ricordo -questo sì- una notte di sogno particolarmente tenace e profondo, dai significati ostici e complessi, imprendibili. Per il resto, però, una volta risvegliatami, ogni cosa era ancora in ordine, uguale a sempre. Non vedi'? E' tutto a posto.
Ti ho sempre saputa strana, figlia mia,  ma giungere a darmi della trapassata... "


*

E' interessante: ho scritto, di getto, "camice". Camice è quell'indumento particolare -il cui corretto uso è prescritto minuziosamente nella liturgia cattolica-, che richiama l'idea della  purezza di Cristo.
'Camice' ha quindi reminescenza religiosa, e la religione nasce sempre in funzione ed a causa della  morte.

Se c'è una cosa che mi indispettisce delle religioni dominanti è il loro serpeggiante potere subliminale nella cultura laica: io sono atea e ciononostante impregnata di suggestioni cattoliche, mio malgrado.
Trovo, ad esempio, ineguagliabili alcuni monumentali prodotti sinfonici, come i Requiem di Mozart, Verdi, Brahms; ricordo momenti di 'immersione emotiva' profondissima nell'ascolto dei   Canti e Suoni della Morte di M. Mussorgsky, qualche coro ortodosso mi fa accapponare la pelle...
... eppure, da che ho memoria, ogni infingimento teologico, ogni dogma, ogni prosopopea, ogni incongruenza illogica, pur se giustificati dal nostro orrore del vuoto, mi rendono rabbiosa, mi muovono a stizza e disprezzo.

Perché la verità è che la morte altrui è una lacerazione che non conosce palliativi e la perdita di chi amiamo fin nelle radici dell'anima è inconsolabile, ed il trascorrere del tempo stordisce ed ottunde, ma non cancella e lentamente ci avvelena.

E chi procrastina la vita non immagina, non sa d'essere, prima che vile, completamente folle.





sabato 7 luglio 2012

Crode e corvi

Ego smisurati, a forma di sconfinata mongolfiera, sui cieli del Web, incombono. Convergono disperatamente e caparbiemente verso l'idealizzato centro, ove lasciar risplendere quel folle fuoco che alimenta il volo, perché sia ammirato, perché dia loro un senso.
Ma il senso non c'è e non è stato mai.

Inoltre, invece -aguzzo lo sguardo-, sono corvi malinconici, che vagano senza tregua alla ricerca di cibo. Tanta è la fame, che basta sia virtuale, e poi virtuale diventa anche quanto più di desiderabile esista.
Così in questo enorme infingimento il bisogno nasce, in qualche istante s'illude, e poi smette.
Un desiderio in meno, un passettino di avvicinamento in più verso le braccia della grande equa mietitrice.
Desiderare è il solo modo in cui sappiamo esistere.

E' sempre, poi, tutto quanto, questione di semplice battito di ciglia: quanto basta per mutare il fotogramma sul quale concentrare la mente e reinventare di botto la sostanza stessa della vita.

Se fossi lì, lì dove sono già stata, sulla croda al di sopra del Laghetto dei Negher, e m'imbattessi, come allora, in quell'enorme branco di stambecchi, sarei occupata in altri e circostanziali pensieri, pur se -poniamo- la mia vita ordinaria fosse la stessa di oggi.
Sono costretta a farmi largo tra quelle paradossali capre dalle dimensioni di muli e la mia amigdala lancia qualche messaggio di timore: nessuno mi ha saputo dire se i possenti maschi che vegliano femmine e cuccioli potrebbero interpretare come potenzialmente minaccioso il mio attraversamento.
Proseguo lentamente, lentamente, lentamente. L'indefinibile globo acquoso dell'occhio del capobranco mi segue come ombra. Ombra gravosa: la preoccupazione muta in quasi-paura, non so niente di stambeccologia.

Che ne sarebbe della teoria dei corvi malinconici?
Più nulla, azzerata, vanificata.
Lassù ci sono i corvi neri, i corvi veri, rocce millenarie, il vento che le sferza, il sole che screpola le labbra, il silenzio, i richiami d'amore, l'eterna rinascita, assente all'uomo ed indifferente.

Forse siamo un esecrabile, irrilevante, incidente evolutivo.
Eppure, se riuscissi a convincermene fino in fondo, so che mi sentirei davvero meglio, e non inciamperei più nelle mortificanti occasioni in cui, tra umani, altro non sappiamo scambiare che acre frustrazione e miseria.




lunedì 4 giugno 2012

Amaro e risibile.

Ardita e tenera a quattro anni.
"È dentro noi un fanciullino  che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora. [...]" (G.Pascoli)

La mia fanciullina usa ripresentarsi -quando le pare- al mio cospetto con una risata scrosciante, cogliendomi spesso di sorpresa e talvolta in modo decisamente imbarazzante. Eppure, nella sostanza delle attuali circostanze della mia esistenza ben poco serena, non ci sarebbe davvero nulla di cui ridere, e se pure la mia vita fosse piena di garanzie ed armonia, beh, non sarebbe in fondo affatto ancora legittimata a ridere, data la sofferenza che comunque inonda sempre qualcun altro e che -non so come dirlo senza sembrare un prete in malafede- appartiene a tutti e tutti ci riguarda, pur se non lo si conosce.
Ma lei ride nonostante le innumerevoli ragioni di pianto, suppergiù allo stesso modo in cui molti vivono ed amano disperatamente la vita nonostante essa sia sempre nell'esito, e molto spesso anche nel suo sviluppo, tragica.

Ho scambiato spesso -forse fino a questo preciso istante-, la sua allegria per superiore ed incorrotto contatto con un ipotetico trionfo della bellezza nel cosmo che la bambina sa  percepire, un'espressione trionfante di appartenenza, una sorta di sapienza primigenia e dionisiaca, prima di capire che no, che non si tratta affatto di questo, che siffatte supposizioni sono frutto di un'immagine viziosa ed un po' morbosa, di un certo attaccamento ad una certa malattia da intellettuale decadente, sempre tendente a porsi al centro di un universo che, invece, può agevolmente fare a meno di lui e della cui eventuale sparizione non s'accorgerebbe affatto, né si dorrebbe, tanta è la sua indifferenza e la sua assoluta neutralità.

La fanciulla, in realtà, ride di me.
Lei trova ridicolo il mio annaspare alla ricerca del soddisfacimento di un supponente e totalmente arbitrario diritto alla felicità, ma anche la sottaciuta pretesa che i fatti più dolenti della vita generino in sé e per sé un significato degno di nota, un credito riscuotibile, prima o poi, in qualche tribunale equanime e metafisico.
Ma da chi? Manca la sottoscrizione di un debitore, la controparte è assente, più che latitante.

Come la Storia si stacca dal mito, le nostre vite abbandonano il fanciullo, ed entrambe reincontrano le loro rispettive premesse a tempo irrimediabilmente scaduto.

Non è il tutto un po' amaro ma risibile?







mercoledì 30 maggio 2012

Progetto d'ordine in sinapsi sconvolte.

Se l'avesse scoperta prima, quest'essenziale verità, molte delle energie andate poco oculatamente disperse in imprese fallimentari nel passato, fin più recente, ora le sarebbero tornate utili per supportare la sua nuova consapevolezza ed il principio di saggezza, -cinico quanto basta, limpido quanto deve, finalmente assertivo- per riprendere una direzione sensata e seguirla fino in fondo senza più scarti e pause.
La verità era che lei avrebbe dovuto -un tempo- negarsi, sempre, a qualsiasi condivisione  di fatto con altri della sua esistenza ed avrebbe dovuto altresì saper gestire, nel contempo, la sua passionalità vitale senz'ombra di attendismo ed in salutare distacco. Insomma, in senso squisitamente ed estensivamente epicureo. La sua misericordia, il suo dannato pathos, l'avevano sempre ingannata nei rapporti con i suoi simili e con la realtà oggettiva.
La verità è che tutti avrebbero dovuto fare lo stesso.
Ma invece l' universo scambia per vero sempre e soltanto ciò che una suggestione condivisa suggerisce: ecco che un  oggettivo imbecille diventa un guru in questo o quel campo se è apparso su di uno schermo; ecco che si discute per millenni sull'esistenza di Dio; si sposano cause; si crede di amare qualcuno...

Ed ora quelle energie erano sottili ed usurate in rapporto alla sua stessa volontà che, sola, conservava tutta intera la protervia di sempre, mentre un oscuro richiamo cosmico le sibilava che sì, che anche lei avrebbe potuto assaporare la pienezza del vivere, che ne aveva un certo diritto, pur ignorandone il perché.
Ordine. Voleva una vita nuova e minimalista.

Ordine ed economizzazione del poco ossigeno rimasto.

Nulla è maggiormente complicato dell'ordinare, in particolar modo le sinapsi nascoste.
Nulla, davvero, richiede più energia.
E lei l'aveva esaurita.
E sapeva anche che a chiederla in prestito avrebbe rischiato di ripagarla ancora una volta a prezzo d'usura.

domenica 20 maggio 2012

Faccia scaduta

Sfogliava l'album della vita andata, per ricordare a sè stessa d'essere stata, di quando in quando, quasi felice, in qualche istante.
Vi cercava la chiave per srotolare un nuovo linguaggio, un linguaggio che le consentisse di smuovere la sua esistenza  ormai bloccata attraverso un'intuizione, un ricordo prolifico, una speranza, un sogno impolverato. Non trovò nulla: ogni immagine restava criptica ed estranea, a malapena riconducibile a lei.
A chi apparteneva, in verità, quel volto? E che aveva mai da sorridere, se è così tragicamente vero che in noi nulla muta in profondità e siamo, con nostro sommo dispetto, sempre e soltanto ciò che possiamo essere, invariabili nel duro ostinato ed inviolabile nucleo occulto, magistrali nella sofferenza, nella frustrazione, nell' auto-inganno? Sorridiamo all' obiettivo nell'inconscio tentativo di sostituire la parvenza all'essenza.
Poi, a riguardarle, le nostre vecchie fotografie paiono beffarde, come acutamente ebbe a scrivere Roland Barthes: ridono, ridono di noi, e l'echeggiare dei loro lazzi permane anche dopo averle stracciate. Eco diabolica. 
Non ci si libera dalla memoria e purtuttavia non si può cristallizzare ciò che è stato per trarne conforto nel dolore presente.
Lei si sentiva l'ultima dei miserabili: assetata d'amore cosmico ed irreparabilmente ad esso ostile.
Eppure, un tempo, lei era quella donna lì e -ricordava- possedeva una forza d'animo mostruosa, irresistibile.
Una falla nella corazza, uno sfregio profondo inflitto a tradimento dalla fatalità, che dopo numerosi e caparbi tentativi di guarigione riemergeva più orribile e vertiginosamente profondo di prima, l'avevano ormai espropriata da sé stessa.

Finire. Concludere. Basta.
Che altro?



( All' amico L.)

sabato 12 maggio 2012

Non è noia, ma Noia

In realtà, S., amico mio, non parlavo per niente di noia, ma bensì di Noia. Quella sindrome leopardiana, sai, per intenderci, quel serpeggiante sospetto che dietro la reale struttura delle cose e delle persone non ci sia altro se non le proprie personalissime e quasi sempre infondate proiezioni sognanti e le illusorie speranze. Ciò, nell’ambito delle relazioni. M’è toccato in sorte uno sguardo microscopico e caparbio, poco propenso all’adozione di lenti ed alibi.
Puntualizzo questo perché, ad esempio, il senso di larga malinconia che ti può dare la contemplazione di un mare grigio, increspato da piccole onde bianche dissolventi e perpetue, mentre ti fai sferzare dall’aria gelida invernale sopra un piccolo molo, o un umido scoglio, non è noia, ma legittimo dolore languente –con una sua sacralità- del pensiero che avverte lo stacco tra la condizione umana e l’ atarassia della placida e terribile Natura. Quel dolore, quella tristezza, sono il risultato di un auto-cordoglio, l’evocazione della fatalità del nostro destino: commovente e pietosa fragilità.
 La Noia è riservata ai momenti, invece, in cui ad ardere nel petto è un desiderio disperato di vivere. Ma non sai come si faccia date le premesse, il sicuro epilogo del buco nero della morte, le circostanze contingenti del tuo mondo, il materiale umano con cui ti rapporti e di cui disponi.
E tutto questo ti pare davvero troppo da sostenere, da fingere di non sapere.
Così, la tua anima si affievolisce, cerca la sua catarsi nel distacco, ed il distacco è Noia piena di rimpianto.


martedì 24 gennaio 2012

Il genere: forca caudina

I maestri, buoni o cattivi che si rivelino poi essere, hanno comunque un' enorme influenza sui loro discepoli, siano essi consenzienti oppure no.

Ricordo il mio professore di letteratura moderna.
Era un tipo dalle malcelate ambizioni narrative frustrate, abbastanza competente, leggermente snob, sportivo e giovanile, ed affetto dal difettuccio d' essere spudoratamente attratto dalle sue giovanissime  alunne, non tanto intellettualmente o paternalisticamente o per filantropia, quanto piuttosto nella loro qualità di fanciulle in fiore.
Mi ha fatto arrossire un milione di volte, in classe, a seguito di sue battutine allusive talvolta decisamente pesanti. I suoi  "Martini, venga sulla cattedra", accompagnato da sguardo complice e divertito indirizzato ai suoi allievi cogeneri, o "la morfologia della Martini, ad esempio..." in risposta a chi gli chiese cosa significasse 'morfologia', per non parlare del più triviale di tutti, consistente nell' offerta di un passaggio sulla sua canna -della bicicletta, ma con risatina-, per citarne alcuni, mi imbarazzavano e mi inducevano a provare un filo di vergogna, pur se totalmente ingiustificato. E' chiaro che se esempi similari provengono da un autorevole educatore, i suoi discepoli ne deriveranno che sia buona cosa seguirli
.
Aggiunto questo dettaglio, fornito da una figura che avrebbe dovuto essere carismatica -anzi, che nonostante questa pecca, questa debolezza un po' deformante, continuava ad esserlo (in fin dei conti lo ringrazio ancora per avermi trasmesso l' amore per gli autori del Neorealismo  ed imposto la ripetizione a memoria di molti articoli della Costituzione Italiana) - alle vicissitudini ordinarie che coinvolgono una giovanissima femmina di umano che inizia a relazionarsi con il mondo e che s' accorge presto che ogni esame cui dovrà essere sottoposta per impostare le sue scelte di vita non prescinderà mai, nemmeno una sola volta, da un iniziale giudizio -più o meno consapevole e subliminale- sul suo aspetto e sul suo corpo, una ragazza può maturare diverse ed opposte consapevolezze, reazioni e strategie.
Nel mio caso, fondai un cazzutissimo " Collettivo Femminista" nel mio Istituto scolastico, tanto per ragionarci su.

Oggi so che non c' è niente da fare.
Non se ne esce, a nessun livello, per quanto si possa convenire teoricamente, anche tra uomini e donne più sensibilizzati ed 'evoluti', sull' eccentricità di simile forca caudina obbligatoria per chi ha avuto la ventura d' essere nata femmina.

Odio questa cosa.
Odio tutte le persone  convinte d' esserne consapevoli, ma puntualmente, negli atti e nelle parole, in imperdonabile contraddizione.
Alcuni li sentivo amici, cioè, prima di ogni altra considerazione, affini. Ma ci cascano, altroché se ci cascano.
Che tristezza, e che noia.

Se ne può dedurre che il corpo fagocita sempre pensiero e quel che convenzionalmente definiamo anima? Io temo di sì, nei rapporti infra-generi o che oggettivamente implicano, anche in ambito professionale o comunque pubblico, la contrapposizione dei due generi. Ergo: comandati dai nostri stessi ormoni perdiamo lucidità , raziocinio, e senso critico, nonché, talvolta, sciupiamo la poesia.


*

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


( C. Pavese -22 marzo '50)


... e pensare che lei era  veramente una mediocre...

*

Urge un mio ritiro subitaneo alla rocca, va'.

sabato 24 dicembre 2011

A Natale salva un àstice

" Dove Sile e Cagnan s' accompagna"
(Dante Alighieri, Divina Commedia (Paradiso, IX, v.49)

Lì, accidenti, lì: andrò a gettarlo lì.
Gli renderò la libertà, con il capo cosparso di cenere, per il mio cattivo impulso primigenio di giustiziarlo nel court bouillon fumante ed aromatico...
(...mmm, la fragranza seducente del prosecco d' annata, le verdurine dai graziosi color pastello e solari, l' esotico pepe macinato fresco, che stuzzica i sensi, la promessa del gusto, l' abbozzo del sogno edonistico della pietanza impiattata, colore, sapore, profumo...)
  
"Creaturina dell' Iddio Delle Acque, perdonami per lo spavento che t' ho inflitto, prelevandoti dal banco del pescivendolo con impressa in faccia tutta la mia voracità d' umana, ma se il tuo attaccamento alla vita è sì tenace da conservarti vivo dopo ore di frigorifero fuor del tuo elemento, beh, allora voglio fare ammenda."
Ti adotterò a distanza. Ti lascerò vivere, adagiandoti nella tua grande casa, tra i flutti.
Non nel Sile -ora che ci penso, e grazie al Cielo me ne avvedo-: tu sei vivente d' acqua salata. Ti restituirò alla romantica Laguna.
Vado, velocemente, prima che sia troppo tardi.
Su, vieni. Ti porto a rinascere. Orsù, andiamo, fratello crostaceo.

E grazie, mio buon Astice,
grazie per avermi illuminata,
una buona volta,
alfine (!)

sull' occulto significato del Natale.