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lunedì 16 settembre 2013

Nottetempo -6- (studi di pensieri da ri-pensare)

Decisamente sempre più spesso mi faccio pena, tanto mi scopro interiormente ridicola, arroccata disperatamente come mi tocca essere sugli ultimi miei personali ideali, ed anche sui miei stravaganti ed incorruttibili gusti che non posso né riesco condividere.
Forse non vorrei neppure se potessi, sospetto talvolta.

Non sono, neppure lontanamente, una vittima di qualcosa o qualcuno: la colpa e la  condanna stanno nella mia incapacità di trovare piacere in me e per me, ed il dolore d'esistere prevarica la gioia che pur potrei afferrare - perché potenziale in chi respira, credo di dedurre -, solo a causa della necessaria constatazione che senza scambio con  gli altri umani, che però d'altro canto recano sempre delusione od orrore, non si può vivere.

Tutto sommato, tale mio stato è al contempo trappola e rifugio.

La verità è che io non voglio essere come loro, i felici.
Innumerevoli volte mi hanno fatto intendere d'esserne maestri, di maneggiarla con grande abilità, grazie alla loro sedicente saggezza e temperanza.
La loro "felicità", invece, è sordida e bassa, e mi ripugna, perché è mendace e frivola: volgare imitazione materialistica di una conquista che dovrebbe essere esclusivo appannaggio della mente.
E' fatta di soddisfazioni miserabili, la cui osservazione mi deprime.
Spesso se ne vantano, decantando l'arte dell'accontentarsi, ma la semplicità che implicitamente pretendono di evocare non ha nulla a che spartire con le loro scelte d'ignavia.
E' soprattutto, una felicità comoda, di facciata, una coreografia issata su di un palco comunque solido, che non li faccia tremare per l'apprensione di ritrovarsi senza un tetto, senza complici di vita, senza companatico, e pure senza il pane. Dalla stabile piattaforma delle sicurezze carnali disquisiscono di Dio e dei suoi ministri, di giustizia ed ingiustizia, di Bene e di Male, di politica economica, di paesaggio e d'arte, di vizi e di virtù umane, senza riuscire ad amare davvero nessuno se non sé stessi, beandosi dell'eco della propria voce e senza poter mai vedere fino in fondo il cuore sanguinante dell'altro.

Questo è il loro mondo, un mondo che prova noia e sconcerto di fronte alla purezza, irride la coerenza, denigra la differenza.

Le moltitudini, d'altronde, si son sempre pasciute, in varie forme, di illusioni. A me basterebbe che costoro non avanzassero anche la pretesa d'essere fra i giusti, di conoscere il segreto del corretto vivere, tanto per tacitarsi la coscienza ed archiviare definitivamente i loro stessi, a loro indecifrabili, autentici impulsi.

 
*
 
 
A me fa un po' schifo, ormai,  tutto l'impianto della comunicazione umana, lo ammetto. Basta che si gratti appena la superficie di qualsiasi affermazione, dichiarazione, proclama, per scoprirne il raggiro e la meschinità, oppure le implicazioni utilitaristiche, oppure le contraddizioni, oppure un sostanziale niente.
E' per questo che mi convinco molto di più di ben altri messaggi, e non seguo talk-show, e diffido dei giornalisti, dei politici, dei profeti, dei poeti, e comprendo perfettamente il mio gatto e la mia cagnetta.
 
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sabato 18 maggio 2013

Nottetempo (fuori dalle Malebolge)

*
Se avesse un fondato senso dirlo.
Se ne avesse anche il pensarlo.
Se davvero fosse soltanto il pensiero della morte e del morire ad alimentare l'angoscia in vita.
Se non fosse ugualmente e tanto straziante osservare  la bellezza del vitello svezzato dalla sua madre naturale e sapere che l'uno e l'altra diventeranno presto nostro nutrimento.
Se non fossimo così inchiodati dalle nostre contraddizioni, più o meno necessarie, più o meno crudeli, od ipocrite, solo per sopravviverci.
("Ipocrisia", lemma stravolto nell'opinione comune, in realtà, come indicasse soltanto qualcosa di deprecabile e squallido e non già, invece, anche la prospettiva di chi guarda da sotto)
Se esistesse il modo oggettivo di individuare una misura di giusto vivere , liberi da una coscienza ormai guastata, troppo permeabile, ipersensibile, ferita, nichilista o decadente: la coscienza che ci rende perennemente agonizzanti nell'anima, viandanti nel niente armati di lanterna spenta, irrimediabilmente parziali nei giudizi e nelle osservazioni, insufficienti.
Ma non si può, ci vorrebbero grandezza assoluta, magnanimità totale, umiltà personale e, sopra ogni cosa, ancora voglia di provare ad amare.
Se non fosse sospetto iniziare un tentativo di ordine nel proprio pensiero iniziando con il "se".
Se esistesse la possibilità di scambiare parole senza l'assoluta certezza che qualsiasi interlocutore le piegherà alla sua versione, per tornaconto di semplicità.

In tali casi, sarei felice.
 
*
 
Sono una schiava indipendente. Voglio, devo, sognare. Il bisogno è impellente, tanto quanto quello d'aria. E' essenziale, vitale. Mi reputo illuminata per averne scrutato la terribile verità.
Vivere, e purtuttavia essere così terribilmente ed inoppugnabilmente consapevoli di non poter non sognare, è nel contempo atroce e folle.
Vero in modo straziante.
Ancor più vero, più atrocemente vero, è che nel sogno non può entrarci nessuno; non si vuole.
L'altro è portatore di mediazione, d'insufficienza, di limite, di banalità.
Il desiderio più puro si perfeziona soltanto a patto  che lo sferzi senza pietà il più gelido vento dell'esilio.
 
 
*
 
(Ciao ai lettori amici, che amo.)
 
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domenica 13 gennaio 2013

Quale Eden

Ora esco di qua: ho i piedi gelati, stamattina non arrivano clienti, quelle due signore che poco fa hanno suonato per chiedermi informazioni nel salutarmi mi hanno pure lasciato l'opuscoletto dei Testimoni di Geova causandomi una recrudescente fitta di disappunto, il senso dell'inesorabilità del tutto - come la dipendenza ad una visione favolistica dell'esistere -,  e la solita noia feroce.
Io sono una senza religione, non si vede? Non si vede da questa faccia ermetica, così tanto che alcune volte, la mattina, di fronte allo specchio mi dico: "Buongiorno, che inaspettata sorpresa incontrarla qui, come va, signora cara? A casa? Tutto bene?", prima di accorgermi che son io, quella là, e che non solo la casa non ce l'ho più, ma, soprattutto, è quel "tutto bene" che non posso interpretare, tanto oscuro me ne risulta il significato.

Non che lo creda 'legittimo', sia ben inteso, ma non mi libero della nostalgia d'aver perso tutti i treni, d'aver forse mancato clamorosamente l'appuntamento con la mia stessa realizzazione, d'aver omesso di fare di meglio e di più per una anche fuggevole porzioncina di felicità, sì da sospettare d'essere stata troppo connivente proprio con quella noia che avvelena l'esistenza.

Magari, invece, tàccio come singolare una sventura che è di tutti. No, non esageriamo, va': non di tutti, ma certo di molti. Molti tra alcuni di noi.
Questo logorìò d'analisi, questa sete di armonia ed appagamento, questa voglia di trasparenza cristallina nelle scelte nella supponente ricerca di  equilibrio definitivo e stabile sono incomunicabili, li si può soltanto sentire come atroci stilettate nelle proprie carni, e la loro soddisfazione ipotetica, nel contempo, presupporrebbe la collaborazione proprio degli altri, quegli stessi altri impossibilitati a comprendere.

Signore care dei libercoli a fumetti "Torre di Guardia", come fate a non accorgervene: la vita è un inferno, abisso di lacrime addomesticate in sorrisi di prassi, perché essa è, soprattutto, suprema e crudele ignoranza.
Ma davvero l'aspettate l'Apocalisse minacciata nei vostri opuscoli? E davvero ritenete che, poniamo, un mondo senza ingiustizie, senza fame, senza guerre, in cui gli animali feroci diventano vegetariani e si stendono a fianco dei bimbi sui praticelli verdi (ma l'erbetta inglese chi l'ha seminata? Sempre Lui, riconciliato con tutti noi, ex-cattivi, ex-empi, ex-ribelli? Che gentile: grazie.), renderebbe l'Uomo felice?
Pensate forse, ingenue creature, creature infinitamente sciocche baciate dalla fortuna d'aver avuto in dotazione un cervello facilmente sedabile, che felicità sia 'benessere'?

E l'Amore - per esempio -, l'amore che finisce e fa agognare nuovo amore, dove lo mettete?
Pensate che finirebbe anche l'amore, o che ad esso si sostituirebbe, per di più eternamente, un infinita pace dei sensi a guisa d'angeli, o di morti?
Ed il bisogno d'essere compresi nei rapporti infraumani, il bisogno d'usare la stessa inequivocabile lingua, di condividere perfettamente la stessa gioia, di sentirsi appagati all'unisono, di levitare all'ascolto della stessa armonia, di scambiarsi pienezza di vita, di approfondire il pensiero?

E il bisogno disperato d'appartenere a quest'Immenso riluttante a concedersi, che a noi è dato soltanto desiderare, quale Eden potrebbe appagare?





mercoledì 24 ottobre 2012

Dell'essere felici - soliloquio anche più inutile dei precedenti.

Di norma, per andare avanti, lascio fare al mio personale pilota automatico : lei sa (perchè femmina è!) come condurre le quotidiane e pesantissime incombenze della sopravvivenza.
 
Ciò mi consente di dedicarmi alla mia naturale propensione alla meraviglia ed alla crudele autocritica, ancestrale retaggio di quando ancora mi credevo immortale, e di snocciolare come un rosario eterno le oziose domande "Chi sono-cosa voglio-che devo fare-e soprattutto ne vale la pena?", oppure anche "Chi è costui/costei (dei miei simili), com'è la sua logica, cos'è che 'sente' che io non intuisco, come sopporta la sua vita, che tipo di aspettative ha nei mei confronti, è sincero od ipocrita?"
Saperlo, ormai, sta assumendo la caratteristica di una vera urgenza, per ovvi motivi generazionali, ma più mi ci concentro e meno me ne capacito.

So bene che si tratta di un'attività tossica: con ogni probabilità mina la sanità nervosa, alla lunga, un po' come questa ballata poetica e monotona che ascoltavamo a 18 anni, ma con ben altra attrezzatura interiore e progettuale rispetto ad oggi.

"Chi arriva alla fine della canzone senza porre in atto il tentativo di suicidio che la mestizia di Lolli insuffla nell'anima vince un'ombreta di Raboso!" era il nostro scherzo tragicomico.



In sintesi si tratterebbe d'essere felici, che pare sia il fine umano per eccellenza, a detta di ogni filosofo classico.
Quindi, che devo fare? Devo cercare d'essere f e l i c e, è semplicissimo.

Le persone più felici che ho conosciuto erano -combinazione- anche piuttosto ottuse, oppure volutamente superficiali e frivole.
Quelle non stupide, invece, la felicità la fingevano, un po' come il cameriere di Sartre fingeva d'essere un cameriere.
Di felici (ovverossia 'sereni' ed in pace con sé stessi) secondo i dettami dello stoico Seneca, per esempio, non ne ho conosciuti mai.

Eppure, m'accorgo, che non li amerei per niente.
M'accorgo ora che odio l'idea della felicità personale e che nulla mi pare tanto indelicato e disumano quanto il sentirsi 'bene' in un mondo ingiusto e spietato in cui con la mia ipotetica felicità continuerebbero a coesistere d'intorno lacrime, urla, bestemmie, dolori immensi, soprusi, crudeltà ed orrori d'altri uomini e finanche d'animali.

Perciò, è deciso, io la  sguaiata felicità non la voglio affatto finché esisterà anche un solo essere infelice, ma conoscere un pensiero al mio affine, già sarebbe una diminuzione d'infelicità, e mi resta il sospetto che pure questo sia indice d'egoismo..

E' per questo che detesto i corporativi, quelli che combattono furiosamente per il bene della loro categoria, della loro élite, della loro casta, del loro sindacato, del loro pollaio, della loro famiglia,  di tutto quello che soggiace ad un criterio di appartenenza interessata e meschina, pronti a dimenticare, una volta sazi, l'infelicità che continua a stritolare gli altri.

Beh, comunque, sia chiaro, io non sono mica normale, eh...

 

domenica 20 maggio 2012

Faccia scaduta

Sfogliava l'album della vita andata, per ricordare a sè stessa d'essere stata, di quando in quando, quasi felice, in qualche istante.
Vi cercava la chiave per srotolare un nuovo linguaggio, un linguaggio che le consentisse di smuovere la sua esistenza  ormai bloccata attraverso un'intuizione, un ricordo prolifico, una speranza, un sogno impolverato. Non trovò nulla: ogni immagine restava criptica ed estranea, a malapena riconducibile a lei.
A chi apparteneva, in verità, quel volto? E che aveva mai da sorridere, se è così tragicamente vero che in noi nulla muta in profondità e siamo, con nostro sommo dispetto, sempre e soltanto ciò che possiamo essere, invariabili nel duro ostinato ed inviolabile nucleo occulto, magistrali nella sofferenza, nella frustrazione, nell' auto-inganno? Sorridiamo all' obiettivo nell'inconscio tentativo di sostituire la parvenza all'essenza.
Poi, a riguardarle, le nostre vecchie fotografie paiono beffarde, come acutamente ebbe a scrivere Roland Barthes: ridono, ridono di noi, e l'echeggiare dei loro lazzi permane anche dopo averle stracciate. Eco diabolica. 
Non ci si libera dalla memoria e purtuttavia non si può cristallizzare ciò che è stato per trarne conforto nel dolore presente.
Lei si sentiva l'ultima dei miserabili: assetata d'amore cosmico ed irreparabilmente ad esso ostile.
Eppure, un tempo, lei era quella donna lì e -ricordava- possedeva una forza d'animo mostruosa, irresistibile.
Una falla nella corazza, uno sfregio profondo inflitto a tradimento dalla fatalità, che dopo numerosi e caparbi tentativi di guarigione riemergeva più orribile e vertiginosamente profondo di prima, l'avevano ormai espropriata da sé stessa.

Finire. Concludere. Basta.
Che altro?



( All' amico L.)

domenica 4 dicembre 2011

Rarefazione

Sono una creaturina respirante, qui, su una  palafitta di barena e velma, e l' acquerùgiola della nebbiolina padana mi risucchia nel passato, ancora palpitante - cuore aperto, anima nuda-, di un' infanzia mai tradita, rimasta nel suo pertugio ricavato nella cassa toracica -odi: sta qui e pulsa e spinge-, in ombra e luce, eternamente presente, sola certezza, sicuro porto.


*

Sul quaderno nero dallo spessore rosso, l' esercizio di grammatica: acqua, acquacedrata, acquacoltura, acquaforte, acquafortista, acquàio 1, acquàio 2, acquaiòlo, acquamanile, acquamarina, acquametrìa, acquananfa, acquanàuta, acquapiano, ... acquattare, acquavite, acquazzone, ... acquiescènza, acquièscere, ..., acufèni ,acuire,  acuità, ...

*

Vago, vasto, perduto, provocano piacere, come se sapessimo naturalmente che la sola felicità possibile e non effimera sta soltanto negli istanti di sospensione della nostra stessa vita.
Questo a me succede - s' intende-, ma certo non soltanto a me.

Sto bene, ora, sospesa sulla rocca. C' è un piccolo prezioso assembramento di cuori, quassù, nel vento.
Sapere di non sbagliarmi, averne ferma sicurezza, equivarrebbe alla perfetta felicità. Felicità è pura idea.

Ci sono le grandi fiumane di ideali tipi umani, e questo carambolare nel mondo e nella vita altro non è che il tentativo di non affogare in quella  non confacente ed ostile.
Ricerca dell' affinità, del piacere intellettuale - ma pur sempre esclusivamente ed indiscutibilmente umano- pur tra i mille rigagnoli e rami di un enorme bacino di reti e di impulsi nervosi, fatto di vero, e di falso, di illusorio, di geniale, di strumentale, od assolutamente sincero.

Ciò che è passato, strappato via dal tempo, è eterno rimpianto: quanto l' amiamo; quanto amiamo il nostro dolore.
E le speranze dell' impossibile.


 

venerdì 18 novembre 2011

Sconclusioni

Potere, Desiderio, Violenza.
I temi del Divin Marchese, in sostanza per comprendere ciò che vorremmo capire tutti, perfino oggi: si può, si potrà mai, superare la barriera tra uomo e uomo?
E c' è una possibilità, per l' uomo, d' essere felice, in qualche anfratto dell' universo, un pertugio dell' anima, un istante perfetto?


*

Sade è tornato all'interno dei vulcano in eruzione
Dal quale era venuto
Con le sue belle mani ancora frangiate
I suoi occhi da giovinetta
E quella ragione da fiore di si-salvi-chi-può che fu
Solo sua
Ma dal salotto fosforescente a lampade di viscere
Non ha cessato di lanciare ordini misteriosi
Che aprono una breccia nella notte morale
Attraverso questa breccia vedo
Le grandi ombre vacillanti la vecchia scorza minata
Dissolversi
Per permettermi d'amarti
Come il primo uomo amò la prima donna
In tutta libertà
La libertà
Per la quale il fuoco stesso s'è fatto uomo
Per la quale Sade sfidò i secoli con i suoi grandi alberi astratti
D'acrobati tragici
Aggrappati alla fibrilla del desiderio.

[Da L'air de l'eau (1934), in A. Breton, Poesie, trad. di G. Neri, Torino, Einaudi, 1977, p. 101]


*





Non conosco persone libere.

E non conosco persone felici. Conosco, semmai, individui che hanno deciso di chiamare 'felicità' una presa di posizione ed una scelta di campo esistenziali.
Sono piene di rammarico e risentimento, talvolta apparentemente assopite, talaltra rabbiose, assetate di vendetta, affamate di riscatto. E che succeda in fretta, ché la vita si consuma, arde i nostri sogni, quelle mirabolanti fantasmagorie di cui siamo capaci, nonostante la misera corruzione della nostra carne.

Bastasse il rifiuto intellettuale! Bastasse la consapevolezza! Il risveglio, l' uscita dall' ombra nebulosa degli alibi e delle mediocrità!

Hanno sempre amato per perpetuare la specie, con il beneplacito di Chiesa e Potere, credendo che esista una forma 'lecita' di felicità.

"Pedanti, carnefici, secondini, legislatori, canaglia tonsurata, che cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? Che cosa diventeranno le vostre leggi, la vostra morale, la vostra religione, le forche, il paradiso, i vostri dèi, il vostro inferno, quando sarà dimostrato che questo o quel moto delle linfe, questa o quella specie di fibre, questo o quel grado di acidità nel sangue o negli spiriti animali bastano a fare d'un uomo l'oggetto delle vostre pene o delle vostre ricompense?"

Lo so bene. L' ho tradotto nella mia quotidiana pratica. Molte e molte volte ho sconfitto la facile seduzione dell' ignavia.
Forse ho distrutto, lo confesso.
Ma erano castelli di carta. Erano piccole misere torri di Babele, che il mondo  reputava pilastri.
Ed è lecita la distruzione?
No, non lo penso. Dev' esserci un' altra via, la distruzione non era il fine.
Io amo la vita. E credo che vivere sia amare, seppur non certo limitatamente in senso romantico e cortese, e men che meno come lo dettano le morali. E' altro, enormemente più grande. La motrice del respiro stesso.

"La morale cristiana, con la quale - con disperazione e vergogna, bisogna spesso confessarlo - si è ancora lontani d'averla fatta finita, è una galera. Contro di essa, tutti gli appetiti del corpo immaginante insorgono. Per quanto tempo ancora bisognerà urlare, agitarsi, piangere, prima che le figure dell'amore divengano le figure della facilità, della libertà?"
(Paul Eduard)

sabato 25 giugno 2011

L' ascesa dell' eletto

Bosh- Ascesa dell' eletto- Palazzo Ducale, Venezia
*dedicato ad Elio*
Scrivere queste mie corbellerie è un' immane fatica e non mi dà né sollievo né liberazione, né -tanto meno- soddisfa qualsiasi altro eventuale fine velleitario:  lo faccio per me, per quel residuo di tenerezza che sento di dovermi, in qualità di essere troppo umano. Un po' miserabilmente umano, naturalmente: non è certo il caso di darsi tante arie soltanto per l' appartenenza alla più contraddittoria delle creature viventi.
Si tratta di evitarmi la chiusura ermetica e troppo mortalmente definitiva nel nocciolo del dolore -sunto del vivere-, per illudermi ad occhi aperti che valga sempre e comunque la pena di porsi domande, di riflettere (tra me e me, se di più non si può), anche se non ho ancora scoperto il covo del sedicente beneficio.
Il cervello è un organo neuroplastico: conviene tenerlo in esercizio, ché tende, altrimenti, ad avvizzire. Da quando osservo di più il silenzio e frequento meno l' umano consorzio, ho dimenticato molti nomi e molte parole. E' inquietante.

"L' essere effettivamente, e il non potere in alcun modo essere felice, e ciò per impotenza innata ed insuperabile dell' esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verità tanto ben dimostrate e certe intorno all' uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verità alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l' essere, unito all' infelicità, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, è cosa contraria dirittamente a sé stessa, alla perfezione e al fine proprio che è la sola felicità, dannoso a sé stesso e suo proprio inimico. Dunque l' essere dei viventi è in contraddizione naturale essenziale e necessaria con sé medesimo.
[...]
Intanto l' infelicità necessaria dei viventi è certa. E però secondo tutti i principi della ragione ed esperienza nostra, è meglio assoluto ai viventi il non essere che l' essere. [Sileno! -n.d.r.] Ma questo ancora come si può comprendere? che il nulla e ciò che non è sia meglio di qualche cosa?
L' amor proprio è incompatibile colla felicità, causa dell' infelicità necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicità, e da altra parte la felicità non può aver luogo senza amor proprio, come ho provato altrove, e l' idea di quella suppone l' idea e l' esistenza di questo.
[...]
Non può una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione."

(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Bene, beviamo allora fino in fondo dal calice dell' infelicità e conserviamo uno straccio d' amor proprio.

***
Ora, però, non tutte le persone che io osservo, o con le quali mi intrattengo, sono disposte a dichiararsi infelici. Un po' ne proverebbero vergogna. Gli stereotipi vogliono l' uomo vincente e soddisfatto. Sovrano.
Dirsi infelici equivale, per loro, a dirsi sconfitti o falliti. Per quanto distorto e desueto suoni l' aggettivo "borghese", provo a dire  che "quel" tipo di infelicità leopardiana, così irrimediabile e vasta, al borghesuccio fa orrore e lo destabilizza perché non la capisce e non  l' avverte: non è dunque sufficiente avere un po' di cose indispensabili, per dirsi soddisfatti? Qualche possesso -una o due case-, i figlioli che vanno bene a scuola, un discreto conticino in banca, le vacanze -magari anche "colte" ed alternative, negli agriturismi delle crete senesi  (ecchediamine, siam mica bifolchi!)-, un livello discreto di salute, insomma le cosucce, i fatti, le utilità, la praticità, la prassi...
La ragione non rappresenta proprio per nulla uno stendardo di cui andare fieri o per cui combattere, ma, semmai, una fastidiosa propaggine nervosa, uno spocchioso orpello per fuori di testa.
Non che essi abbiano trovato l' élisir della felicità, si siano abbandonati totalmente tra le braccia di Natura e, dimentichi totalmente di sé, respirino con il Suo respiro in panica armonia... no no: essi si dicono felici anche nelle loro brutte e caliginose città, nonostante i loro ritmi disumanizzanti di esistenza metropolitana, i loro mediocri rapporti di coppia svuotati perfino di passione, le loro amicizie che di pleonastico hanno soltanto il nome, e nonostante la bassezza morale, le infamie, le atrocità, le ingiustizie del mondo.
Il "resto", quel vizietto del pensiero, quell' uggioso brontolio dei filosofi, riguarda sostanzialmente l' Islandese e la Natura matrigna, non è mica affar loro ...

***


Si discorreva virtualmente iersera con Elio, del tunnel di luce: dopo un' esperienza di pre-morte, chi è tornato ha raccontato sempre la medesima cosa, vale a dire d' aver provato un assoluto senso di benessere, il desiderio di non "ridiscendere" e d' aver mutato totalmente il proprio approccio all' esistenza. Dunque, quale che sia la sostanza del fenomeno -ultraterrena o fisiologica- "uscire dal sé" rende felici.
Solo che non si può provare scientemente.
Ennesima fregatura.




domenica 5 giugno 2011

La cavallina dall' ancestrale mantello baio

Nella vasta prateria dell' imperante nichilismo, scorazza una cavallina dall' ancestrale mantello baio, un poco azzoppata e dal nitrito sempre più afono, ma  con un' incessante prurito agli zoccoli che la costringe ad imbizzarrirsi e a scartare a destra e a manca, come fosse indemoniata, o eternamente puledrina, curiosa di scoprire quale orizzonte si celi dietro al successivo ostacolo di duna erbosa e piccolo cratere di terreno accidentato.
Mai recalcitrante, ma incapace di sereno trotterellare, schiuma e soffre a causa dei battiti di un cuore accelerato, che la condurranno, alfine, a ben più soffici pascoli celesti.

Questo mio, che racconterò, non è nichilismo cattivo ed avvelenato, niente affatto; non nel senso che vi verrebbe attribuito da certi vecchi tromboni di mia conoscenza, convinti di possedere "la giusta misura delle cose", l' equilibrio dabbene e razionale, la padronanza del senso del divenire umano, oppure, in opposti casi, anche da certi sciocchi individui vanesi, piuttosto frivoli e dall' intelletto semplificato.
Io sono stufa di sorprendere il loro sguardo perplesso ed accigliato posarsi sul mio volto in cerca della banalizzazione di un atto di scusa. Io non ho nulla di cui chiedere perdono, sebbene la mia vita non rientri nei loro cliché.

Tutti costoro hanno in comune alcuni elementi fissi:
1- non conoscono il peso delle privazioni materiali, hanno sostanze economiche sufficienti od abbondanti, certe famigliole ufficiali in regola con i range pubblici di normalità, le pance piene, passato e futuro intatti e non pesantemente erosi da circostanze assurde;
2- l' assenza di precarietà materiale o di sforzi per la conquista del livello minimo di decorosa sopravvivenza, consente loro anche una sostanziale saldezza psicologica ed emotiva, che se da un lato inficia la fantasia e l' immaginazione, dall' altro li rende sordi e ciechi -o disattenti- alle altrui situazioni oggettive devianti e difficili;
3- ad ogni bivio esistenziale, nei punti cruciali del loro percorso, le loro decisioni vanno sempre e decisamente in direzione materialistica ed utilitaristica, nonostante le loro teorizzazioni precedenti, che parevano evocare una predominanza, nella loro indole, di un elemento idealistico o romantico.

Ebbene: io non sono come loro, sono il loro opposto.
Convinta che, se pur ignorandone lo scopo, alternativa al vivere "sensatamente" sia il provare a vivere almeno in rispetto alla propria natura autentica. Che poi altro non è che la propria verità.
Non mi è mai riuscito di permanere per più del necessario (ed il necessario talvolta è costituito dal dovere di qualche responsabilità) in situazioni contraddittorie od ambigue, od anche solo deprimenti, per mera consuetudine sociale.

Come tutti, io vorrei essere un po' felice, ma quel che mi pare più vicino al concetto di felicità rimane la conquista dell' armonia tra pensiero ed azione, tra malinconia e gioia, tra dare e ricevere, tra dire ed ascoltare: roba mai riscontrata nei miei incontri.
La "mia" felicità non è piacere ma equilibrio. Seppur, nel contempo, io sappia che pure equilibrio sarà il Godot che attenderò fino alla fine del mio tempo. Non mi pare irrilevante il tentativo di non attendere con le mani in mano.

La felicità, quest' eterna fuggiasca  (oltre che riconoscerla come in assoluto il più ambito degli obiettivi umani universali), me la sono sempre immaginata puramente immateriale. La felicità, dunque, per me, è l' amalgama di un concetto, di un' intuizione, di una speranza ed ha natura aerea, priva di peso: è un' idea che nutre.

Coloro che mi accusano di nichilismo (mi auguro anche che pensino all' accezione decadente del termine, perché, come ho già scritto in precedenza, considero il mio onesto) si basano sulle azioni visibili che hanno caratterizzato le mie scelte di vita ( come il mio desiderio di non essere niente e nessuno in particolare in una società che non mi piace e la rinuncia ad importanti rapporti sentimentali o l' abbandono di situazioni consolidate), applicando così al loro giudizio un criterio di oggettività universale che invece non mi appartiene affatto.

Chi lascia una situazione in cui godeva di una relativa tranquillità economica, supporto psico-fisico, integrazione sociale ma che anche, nel contempo, rappresentava la negazione di un' ansia sentimentale e intellettuale -così condannate a mortificazione e frustrazione-, per ritrovarsi sola ed in difficoltà, è, ai loro occhi, una perfetta pazza e compiangeranno il suo ridicolo romanticismo, ma cionondimeno, in caso di interrogazione sull' argomento, declameranno che l' amore e l' idealismo sono al primo posto nella loro classifica dei valori.
La verità sta nelle loro azioni: i loro matrimoni sono, in effetti, ciò che la società borghese-capitalistica stabilisce che siano, vale a dire contratti a contenuto non prevalentemente ma soprattutto patrimoniale, e, per quel che resta, istituti privati ed interconnettivi di mutuo soccorso tra i coniugi e gli affini.

Chiedo: chi, tra noi, è il becero nichilista? Io che frantumo nei fatti i loro schemi di valori mercantili mascherati da velleità sentimentali o loro che definiscono valore un accordo legale?