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sabato 17 dicembre 2016

Tipi -26- gli inconcludenti.

Ma perché non ammetterlo, su: siamo cagionevoli, gravemente, sia di contenuti razionali ed effettivamente coinvolgenti da scambiare nelle nostre relazioni private, che di effettivi sentimenti.
Noi umani, tolte rarissime eccezioni, siamo al massimo capaci di qualche premessa, di tanto in tanto. Negli scambi, di qualsiasi tipo ma in particolar modo amorosi ed amicali, siamo  interessanti e motivati, quindi partecipi, solo agli esordi, dopo di che, e rapidamente, i nobili e belli afflati ispiratori si sfiatano.
Abbiamo un'attitudine innata nel deludere ed  una propensione masochista nel consentire all'altro di recarci delusione.

Le amicizie adolescenziali, di cui ho ancora memoria ed il cui ricordo, custodito nelle più segrete stanze dell'anima, riaffiorando mi addolcisce ancora di malinconica nostalgia, almeno un decennio l'hanno retto. E' perché erano, in quel preciso momento storico e formativo, completamente vere, pur se ingenue.
Eravamo, allora, tutti interi: amori, politica, passioni, giochi, utopia, studio,   stavano ospitati in ciascuno  stretti stretti, intrecciati senza fratture e senza la vergogna delle bieche contraddizioni e della viltà che oggi amiamo giustificare come necessità imposteci dal tentativo di sopravvivere.
Ma che c'entra, poi, la sopravvivenza fisica con l'integrità interiore, con la volontà -lieta ed incontrastabile- di salvare e coltivare relazioni significative e belle?
Con ogni probabilità, bisogna però puntualizzare, è il concetto stesso di "bello" che differisce in modo decisamente divisivo tra individui, e ciò che costituisce la vera discriminante tra di essi è l'attitudine (almeno l'attitudine) alla virtù, la propensione -innata- ad una certa compattezza e saldezza dell'anima, che influenza in massimo modo anche il conseguente e correlato concetto di "piacere".

Porre da sempre, ed a ragione, il piacere in cima alle nostre priorità, per esempio, non ci ha ancora insegnato a riconoscerlo per quel che davvero è e figuriamoci, di conseguenza, quanto sia improbabile il provarlo.
Sappiamo, al massimo, sfiorare l'eccitazione, o meglio, piuttosto, raggiungere innumerevoli volte sempre le solite, prevedibilissime eccitazioni consuete, le quali, tuttavia, com'è insito nella loro natura un po' precaria ed infantile, scemano presto, destinate alla dimenticanza.

Sarà che il vero piacere sta nell'assenza del desiderio, nel non necessitare di alcun bene oggettivo da rapinare all'altro perché si è totalmente sintonizzati con la propria coscienza e paghi della propria personale, unica, irripetibile ed onesta pienezza,  sarà, di conseguenza, che è appannaggio di coloro che hanno dedicato la maggior parte delle energie esistenziali cercando senza sosta segretamente di conoscere se stessi senza lode ma anche senza ignavia per dirsi almeno veri, sarà che ciò non rappresenta un elemento di scambio in un mondo in cui i più si prostituiscono, emettono parole insincere e vuote, hanno un cuore inaridito e fiacco,  o cercano un qualche tornaconto, ma io non ho incontrato mai un solo essere umano così esigente e libero da pretendere di raggiungerlo fino in fondo.


venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


lunedì 8 agosto 2011

Le due porte

"Tu mi domandi che cosa si possa fare di fronte a questa noia di vivere; la cosa migliore sarebbe, come dice Atenodoro, buttarsi negli affari e nella politica.
Vedi quanti passano la giornata all' aperto, per allenarsi e curare il proprio fisico; gli atleti, poi, dedicano la maggior parte del tempo a potenziare i muscoli, che è, del resto, il loro impegno principale; così, per noi, che ci prepariamo alle lotte della vita, la cosa di gran lunga maggiore è dedicarsi all' azione. Infatti, se si nutre il proposito di rendersi utili ai cittadini e all' umanità intera, chi si è dato anima e corpo all' azione, amministrando, secondo la propria capacità, le cose pubbliche e private, vi trova il mezzo per esercitarsi e perfezionarsi.
Tuttavia, prosegue Atenodoro, poiché fra tante ambizioni umane, a causa di calunniatori capaci di stravolgere quanto si fa di bene, l' onestà è sempre minacciata e i fallimenti sono destinati ad essere sempre più frequenti dei successi, è meglio ritirarsi da ogni impegno pubblico e sociale. Un animo grande trova modo di esprimere sé stesso anche nella vita privata, e se è vero che la furia aggressiva dei leoni e delle fiere è frenata dalle sbarre delle gabbie, questo non avviene per gli uomini, che compiono le azioni più grandi nella vita ritirata.
Si stia pure appartati, ma in modo tale che, ovunque ci si tenga nascosti, si possa continuare ad aiutare i singoli e la collettività con l' intelligenza, la parola, il consiglio. Allo Stato non sono utili solo quelli che presentano dei candidati, difendono gli accusati, discutono di pace o di guerra, ma anche quelli che educano i giovani; quelli che, in così grave mancanza di buoni insegnamenti, ispirano la virtù negli animi; quelli che cercano di fermare la corsa verso il denaro e il lusso o, almeno, la frenano; un simile uomo così facendo, anche se privato, rende un servizio di pubblica utilità.
Ritieni forse che il pretore che giudica le cause fra stranieri e cittadini, o il pretore urbano che pronuncia le sentenze emesse dall' assessore compiano opera più importante di chi insegna che cosa siano la giustizia, la pietà, la tolleranza, la forza d' animo, il disprezzo della morte, la conoscenza degli dei e quale grande bene e gratuito sia per gli uomini l' avere la coscienza in pace?
Se tu, quindi, dedicherai allo studio il tempo sottratto ai pubblici uffici, non avrai né trascurato né dimenticato il tuo dovere; è buon soldato non solo chi si batte in prima linea per difendere il fianco destro o sinisro, ma anche colui che fa la guardia alle porte e svolge un servizio di sorveglianza meno pericoloso, ma non meno utile, fa i suoi turni di guardia e presiede al deposito delle armi: questi compiti, anche se non comportano pericolo per la vita, rientrano tuttavia nel numero degli obblighi mlitari.
Se tornerai agli studi, eviterai la noia della vita, e non aspetterai la notte perchè la luce ti dà fastidio, né ti sentirai di peso a te stesso e inutile agli altri; molte persone ti diverranno amiche e saranno i migliori a venire da te. La virtù, per quanto nascosta, non rimane mai ignorata, ma si rende manifesta: chiunque ne sarà degno ne scoprirà le tracce.
Se tronchiamo ogni rapporto sociale e rifiutiamo il genere umano e viviamo ritirati solo in noi stessi, a questo isolamento, privo di ogni prospettiva, seguirà l' assenza di attività sociale. Ci daremo prima a costruire e poi ad abbattere edifici, ora a ricacciare indietro il mare e far deviare i corsi d'acqua, a dispetto delle leggi di natura, sprecando il tempo che la natura ci ha dato.
Il tempo: alcuni lo usano con parsimonia, altri con prodigalità; c' è che lo usa con coscienza e chi lo spreca del tutto, che è la cosa più turpe che esista. Spesso, un vecchio carico d' anni non ha altra prova per dimostrare di essere vissuto che contare i suoi anni."
(Seneca, La tranquillità dell' anima)

Dieci anni fa la lettura di Seneca m' infondeva forza. I suoi sono concetti semplici, solidi, ragionevoli, potenti. Non ho avuto mai alcun dubbio sul fatto d' essere una stoica, dall' impianto di valori piuttosto essenziale e monumentale , sostanzialmente impermeabile alle leccornie del mondo, che trovo massimamente noiose e dozzinali. I miei desideri non hanno mai avuto natura materiale, ma sono sempre stati, piuttosto, rifrazioni un po' poetiche di un' immaginazione tesa sostanzialmente ad ideali filantropici, in cui il massimo del piacere era rappresentato dalla sintonia con simili.
Beh, ora è diverso il mio modo di sentirmi.
Rimango "stoica" nell' accettazione dei casi della vita, delle bizze della fortuna, del mio destino genetico -che mi ha dotata della maledizione di una schiena che paga tutto lo scotto della conquista umana della stazione eretta-, e nella sostanziale indifferenza verso l' incertezza del mio futuro.
Ma alla forza pubblica della virtù non credo più. Io penso che la virtù sia stata estromessa dagli umani progetti e dalle umane considerazioni. Ritengo che non interessi più a nessuno, nel modo più assoluto, e che il suo stesso concetto sia sbiadito finanche nel linguaggio. Ciò è evidente nella politica come nei rapporti infraumani.

"Senza un avversario la virtù marcisce" , ed oggi l' avversario è aleatorio, subdolo, strisciante. Ciascuno di noi smentisce con i fatti ciò che sogna o che afferma di ritenere giusto e bello. Nel pubblico e nel privato.
Non c' è virtù senza integrità, e bisogna procedere per paradossi e negazioni cercando anche la più elementare delle verità.



Joseph Mallord William Turner
Castello di Dolbadern

Come quel tale che giunge davanti al palazzo, desideroso d' entrare, ma due sono le porte e soltanto una è quella giusta. Sono controllate da due guardiani: uno che dice sempre il vero ed uno che dice sempre il falso, ed è possibile porre una sola domanda. Ma come porla in modo tale che riveli la verità?


sabato 29 gennaio 2011

La felicità aborre l' intellettualismo. L' Amicizia ci fa felici. Aristotele. Le Virtù -2-



La felicità è bene comune, collettivo, Platone ed Aristotele insegnano, l' uno nella Repubblica, l' altro nella sua Etica Nicomachea: in quest' ultima, infatti, Aristotele giunge a dimostrare che attraverso l' obbedienza alle leggi si realizza la giustizia, e la giustizia rende felice la società politica.

Giacché, poi, ogni virtù significa in generale eccellenza -e non solo secondo una valutazione morale-, ne deriva che "teoretico" e "pratico" sono, alla fine, i due aspetti dell' unica ragione.
La sommaria distinzione aristotelica per la ragione teoretica si articola nei tre stati abituali della scienza vera e propria (episteme), cioè la capacità di dimostrare partendo dai principi; l' intelligenza (nous), ossia la loro stabile conoscenza; la sapienza (sophia), ovvero la fusione dei precedenti due stati. Ne deriva che la sapienza rappresenta la virtù della ragione teoretica.
Nella ragione pratica gli stati sono l' arte (tekhne), o capacità di produrre oggetti; e la "saggezza" (phronesis), o capacità di decidere le più buone azioni per conseguire il bene (proprio o di chi si ama -genericamente-, sia esso la famiglia o il proprio Stato.
La saggezza, pertanto, rende possibili le altre virtù etiche e , giacché per Aristotele è la propria perfezione il massimo bene, essa costituisce la virtù della ragione pratica.
In questa scala di valori il Filosofo dichiara poi la supremazia della sapienza sulla saggezza, perché

"la saggezza non ha autorità sulla sapienza, né sulla parte migliore, proprio come la medicina non ha autorità sulla salute, infatti non si serve di essa, ma vede come possa generarsi. Quindi dà ordini in vista di essa, non ad essa."

Ecco che la sapienza, essendo la virtù della ragione teoretica, è per Aristotele l' elemento fondamentale della felicità.
Solo il filosofo, dunque, può essere felice? Se così fosse, approderemmo irrimediabilmente all' intellettualismo.
Niente affatto, perché Aristotele reputa elemento indispensabile della felicità anche il piacere ed il piacere rappresenta il completamento di ogni attività umana, che deve anche tendere a trovare l' equilibrio tra i suoi aspetti corporei e quelli intellettuali.

Ecco che sopraggiunge l' Amicizia (philia: qualunque forma di affetto, da quello tra genitori e figli, a quello dei coniugi o degli amanti, da quello degli amici in senso vero e proprio, a quello che unisce i concittadini e -mi piace aggiungere- i connazionali.
L' uomo -precisa Aristotele- deve essere circondato da amici, perché è un animale politico, cioè non autosufficiente: ha bisogno di collaborazione, vicinanza, affetto.

***

Guardiamoci. Consideriamo il nostro essere "blogger". A che cosa mirano i più puri e disinteressati di noi?
Sono certa di saperlo: è un retaggio del bisogno antico d' amicizia,  reso impossibile da ciò in cui abbiamo lasciato trasformare il mondo  e le nostre singole realtà (una bolla di vuoto in cui galleggiano infinite monadi infelici).
Vorremmo  esercitare il verbo sumphilosophein: svolgere insieme attività intellettuali che abbiano come scopo lo scambio di conoscenze, e la felicità consisterebbe nel praticare quest' attività in comune, con persone che poi tenderebbero a diventarci care.

***

"... ciò per cui  [gli uomini] desiderano vivere è proprio ciò in cui vogliono passare il loro tempo con gli amici; per questo vi è chi beve insieme, altri giocano a dadi, altri fanno ginnastica in comune o vanno a caccia, o fanno insieme filosofia, e tutti passano la loro giornata facendo quella cosa che amano sopra ogni altra, tra tutte quelle che compongono una vita."

(Aristotele -Etica Nicomachea-IX)

domenica 23 gennaio 2011

Senza Giustizia non esiste Felicità: che ne direbbe Aristotele? Le Virtù -1-

Aristotele ha posto la virtù etica nella posizione intermedia tra l’ eccesso ed il difetto.
Ovvero: virtù come ricerca dell’ equilibrio, senza propensione agli estremismi. Intuisco la saggezza e la prudenza di una simile posizione, ma soltanto in linea decisamente teorica: gli uomini non la sanno raggiungere, né lo desiderano davvero.

[Politicamente corretto: è la posizione mediale, ad esempio, della quasi totalità degli esponenti degli attuali partiti di maggioranza ed opposizione, indiscriminatamente, a parole. Purtroppo nei fatti la moderazione può tradursi in reciproca piaggeria ed inerzia: prova ne è che la politica attuale non conduce a nulla di collettivamente utile, non propone benessere a chi non ce l’ ha, non risolve i problemi incancreniti del Paese, si limita a lasciar permanere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, cosa che rappresenta la condizione sine qua non per consentire al sistema di auto-rigenerarsi.
E’ anche implicito nell’ idea di democrazia corrente, anche se io continuo a considerare la stessa come “tirannia della maggioranza”. Questa è un’ altra storia, comunque…]

Visceralmente oggi qualcosa in me la respinge. Perché, forse pure a torto, tradotta nella moderna realtà, la sento istintivamente come esaltazione dell’ ignavia: una certa qual appiccicosa e melmosa abilità dell' accomodamento e della perenne restaurazione delle idee e del "buonsenso comune".
Odio il comune buonsenso da che sono stata scaraventata nel mondo. Forse perché viviamo una fase storica in cui l' accezione "comune" è stata totalmente svuotata dal suo significato. Lo odio ancor di più da quando abbiamo i berluscones alla guida del Paese, tra le labbra dei quali suona come un' eresia.
Oggi più che mai corrisponde ad un' idea di convenzioni, regole, usi e malcostumi, inutili orpelli ed imperante malafede -ivi compresa una certa forma di religiosità consumistica ed ipocrita-, semplicemente disgustosi per chi conserva un minimo di onestà intellettuale. 
Ho conosciuto soltanto “aristotelici formali”, nella mia vita, con qualche sparuta eccezione, e mi hanno quasi sempre disgustata, perché il fine ultimo del loro percorso tendeva irrimediabilmente e subdolamente al più becero materialismo. Ne conosco ancora, e, indefettibilmente, mi causano la stessa crisi di rigetto: sono tutti al governo del Paese.

***

La premessa serviva a ragionare sull' affermazione aristotelica secondo cui la felicità (credo si tratti del filosofo antico che se n' è occupato in più grande misura) è una caratteristica della vita umana, tanto da costituirne il vero ultimo scopo e che essa si ottiene soltanto se alla sua ricerca concorrano beni immateriali (le virtù dell' anima), personali (salute, un gradevole aspetto), esterni (una certa ricchezza, una buona famiglia, amici). Dunque, è felice "colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni non in qualsiasi periodo di tempo, ma in una vita completa"  (Aristotele-Etica Nicomachea).
Mantegna-Il trionfo della virtù

"Virtù", sintetizzando, significa eccellenza: il giusto mezzo tra due vizi opposti (eccesso e difetto).
Esempi di virtù etiche citate da Aristotele: la temperanza (giusto mezzo tra insensibilità e intemperanza); il coraggio (giusto mezzo tra temerarietà e vigliaccheria); la generosità (giusto mezzo tra avarizia e prodigalità); la sincerità; la fierezza; la mitezza.
Ma quella che le riassumeva tutte e sulla quale egli concorda con il suo maestro Platone, è la giustizia.

"Le Leggi si pronunciano su tutto e tendono all' utile comune, per tutti o per i migliori, o comunque per chi governa secondo virtù o secondo qualche altro criterio consimile, di modo che, in uno dei sensi del termine, noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell' interesse della comunità politica". (Etica Nicomachea - Libro V -) 

La felicità deve essere un bene comune o collettivo.
Ecco anche che essere giusti significa comportarsi sempre bene verso gli altri, vale a dire obbedire alle leggi.
Ne deriva poi che la giustizia è la virtù che rende felice la società politica.

Anche nella giustizia è necessario l' equilibrio della medietà: nel caso, ad esempio, di distribuzione di beni pubblici (giustizia distributiva) onori e meriti devono essere proporzionati; nello scambio di beni privati (giustizia commutativa) un bene deve essere scambiato con un altro di uguale valore.
Semplice.

***


La meraviglia è uno stato d' animo raro e prezioso: consente a chi la prova di tentare spiegazioni, perché è consapevolezza della propria ignoranza.
Oggi le vicende politiche del mio Paese mi meravigliano, e mi meravigliano i miei connazionali, conniventi taluni, paralizzati talaltri.
E mi chiedo cosa ci abbia ridotti così, nonostante i buoni maestri antichi...