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sabato 12 novembre 2011

Soledad



Dev' essere per via di quella nota  e semplice osservazione secondo la quale "il flauto va in cerca del suonatore che suona il flauto" (R. Tagore) che tengo in vita questo mio blog.

D' altro canto, essendomi totalmente indifferenti altri eventuali fini (che però temo rivestano enorme importanza per la quasi generalità dei blogger, come la visibilità o il numero di seguaci), la mia sola velleità rimane quella di conoscere qualche sparuta anima bella ed ogni tanto consolarmene.

Naturalmente si tratterebbe di ragioni assolutamente involontarie, un po' misteriose, intestine, ma che, se non altro, testimoniano come io mi senta un individuo tutt' altro che autosufficiente e compiuto.
E' altresì vero che la faccenda si complica orribilmente quando scopro d' ospitare in me entrambe le attitudini, almeno potenzialmente.
Potrei essere flauto e poi anche suonatrice di flauto; ma in nessun modo potrei suonarmi da sola. E' questione di reciprocità, di dialogo armonico: ci si deve per forza suonare a vicenda, sulla stessa lunghezza d' onda.

Quel che è davvero arduo è sapere con certezza quando tale alchimia sia effettiva, indubbiamente vera.
Ne deriva che è forse impossibile  crederlo vero fino in fondo.
E ciò succede inevitabilmente agli uomini, una volta svezzati totalmente. e quando, cadute le illusioni, digerite e metabolizzate le disillusioni,  si ritrovano a trascinarsi sulla strada del loro percorso con i piedi sanguinanti e nessuna meta ancora visibile all' orizzonte.
Questo è il colossale collo di bottiglia esistenziale.

Perciò, questa ballata di Violeta Parra, con la dolcezza straziante di quel flauto che pare un pianto ancestrale che proviene e riconduce alla notte dell' Uomo,  è dedicata a coloro che sanno commuoversene, perché la leggono dal mio stesso spartito,  lo conoscono a menadito, ed hanno capito che alla solidarietà umana nessuno può ormai più né crederci, né totalmente smettere di sperarci.



venerdì 27 maggio 2011

Liberistiche schiavitù.

"L' essere che non può sopportare di pensare né al passato né al futuro, è abbassato alla materia" (S. Weil, Quaderno V)

Rassegnato. Inerte. Come materia.
Non sia mai, mai. Siamo umani, non sia mai.

E perché non dovrebbe sopportarlo? Perché il suo passato è atroce, o difficile; perché ha una terribile sequenza di grani di rosario, che scorrono sotto gli occhi, che conta e riconta, ciascuno temprato nel dolore, nel malessere, nella povertà, nella sofferenza, nella mortificazione di rapporti deludenti, un po' miserabili, sempre insufficienti a sedare un' atavica fame sentimentale che rischia di divorare l' anima, tant' è antica ed enorme: ecco, dimenticarlo, dovrebbe, o domarlo, come se fosse una feroce fiera della più sperduta e cupa delle foreste. Ed, in più, perché ha perso il futuro. Nessuna sventura può essere tollerata senza la fievole luce della speranza, senza il moccolo baluginante del futuro.
Un moccolo di futuro.

" Non si può immaginare  che la sventura non nobiliti. Di fatto, quando si pensa ad uno sventurato, si pensa alla sua sventura. Ma lo sventurato non pensa alla sua sventura, la sua anima è totalmente riempita dalla brama di un qualunque, sia pur infimo, sollievo."  (S. Weil, Quaderno V)

Sopportare la sventura comporta la ricerca del pane soprannaturale.
Ma io non credo nel Dio che descrivono i prelati: è un Dio incomprensibile ed indifferente, la cui più intollerabile contraddizione sta nel concedere favoritismi a chi si umilia e si prostra, dopo avergli inspiegabilmente dato l' opzione della scelta, della ragione, del pensiero.  (Ah, già, il libero arbitrio)
Io voglio avere soltanto  gli umani e gli animali mortali, accanto: non desidero la Noia eterna né  l' eterna beatitudine interrotta da paradisiaci sbadigli. Ho il mio corpo, i miei sensi, il mio pensiero: loro basterebbero a compiere la Vita fino in fondo. Basterebbe, mille volte, a dar vita al più roseo dei futuri.

"Coloro a cui era stata distrutta la città e che venivano condotti in schiavitù non avevano più né passato né futuro: di quale oggetto potevano riempire il loro pensiero?
Di menzogne e delle più infime, delle brame più pietose, pronti a rischiare la crocifissione per rubare un pollo più che un tempo la morte per difendere la loro città.
[...]
Altrimenti, bisognava poter sopportare il 'vuoto' nel pensiero." (S. Weil, ibid.)

Si rischia di diventar cattivi, quando nessuno sa più compiangere lo schiavo.
Egli può, allora, diffondere il male, far soffrire per cattiveria, dato che gli era impossibile far soffrire altri per pietà.
Ma poi, mano a mano che si scende il livello della sventura, si rinuncia finanche a diffondere almeno il male al di fuori di sé, ed essa rende docili, anche se tale docilità non è poi diversa dalla morte.

***

Ho sentito un operaio della Fincantieri, iersera, parlare della macchia di vergogna che il licenziamento  imprime nello spirito di un uomo: un padre che afferma che, in un simile stato, non potrebbe rimproverare il figlio malavitoso e delinquente, ed un altro che, dopo trent' anni di lavoro - "sono un carpentiere, ed è la cosa che so far meglio di ogni altra, a cinquant' anni e qui, in questo mezzogiorno in cui non c' è più nulla, non abbiamo che la nostra fabbrica"- promette di ammazzarsi, ché tanto la dignità è perduta.

Il liberismo ha fallito, nel più squallido dei modi, il comunismo anche. Il peccato di entrambi, la voracità.

Noi uomini non sappiamo vivere.

venerdì 31 dicembre 2010

Salve, 2011...

Auguri all' umanità.
E, in modo particolare, a chi ne ha più bisogno:
  • le giovani generazioni;
  • gli operai buggerati;
  • i disoccupati e le disoccupate (me compresa);
  • il precariato tutto;
  • i senza tetto ed i senza speranza;
  • i custodi della bontà.

Un po' di dolcezza, va...