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sabato 12 agosto 2017

Tipi -27- I liberi pensatori.

C'è un limite all'anarchia d'idee ed al dissenso; un limite ben preciso anche se invisibile, il cui superamento non sarà perdonato e costerà al suo fautore, in modo progressivo ed irreversibile, isolamento, oblio, solitudine.
Naturalmente nessuno, in assoluto, può limitare la libertà del pensiero di un altro: il solo luogo completamente inaccessibile di ciascuno di noi è quello costituito da mente e psiche e chi ne ha il temperamento sa difenderne l'inviolabilità, ma l'esercizio dell'eventuale conseguente libertà espressiva, invece, ha un prezzo sociale, sempre.

I liberi pensatori, intanto, si distinguono in due grandi razze: gli Eccellenti Famosi e gli Anonimi Sconosciuti.
Il desiderio di appartenenza alla prima è già in potenza inficiante rispetto alla cristallina  idea di libertà, perché chi ne è pungolato anela in qualche modo al consenso ed al riconoscimento d'altri ed è schiavo della sua stessa vanità.
Il vanesio, d'altro canto, non è mai totalmente libero: corruttibile con le lusinghe, obnubilato dal suo eccesso di narcisismo, incapace per questo di empatizzare con le intenzioni e le motivazioni del plauso altrui (svelandone le frequenti pochezza ed ipocrisia), resta servo dell'attaccamento a se stesso e dell'idea sempre supponente che ha di sé.
E' condizione indispensabile, comunque, avere oggettivamente un proprio pensiero.
Non è affatto cosa automatica né generale: nella maggioranza dei casi si suppone che quel dato pensiero sia originale anche quando è frutto di plagio e mimetismo. Il pensiero proprio è rarissimo,  altamente penalizzante e piuttosto inviso se espresso dall'Anonimo Sconosciuto; lo si tollera soltanto nei poeti disposti a smentire se stessi in prosa, nella prosa del linguaggio e della vita.
Del prezzo sociale da saldare l'individuo anarchico e dissidente non si cura, e ciò rappresenta la garanzia della sua purezza intellettuale, nonché la condanna all'isolamento ed alle sue conseguenze se non è che un semplice 'nessuno'.

L'Eccellente Famoso è eccellente o famoso solo relativamente, come qualsiasi altra faccenda umana, ma sono i suoi estimatori e piaggi od i suoi nemici detrattori ad innalzarlo alle ribalte nutrendone l'autostima e consentendone l'esistenza. Lui non lo pensa: si crede speciale, unto dal Fato e pertanto passibile di venerazione.
Esterna molto, senza disdegnare le nuove piazze virtuali popolane, ignoranti ed aggressive, perché la ribalta lo seduce irresistibilmente ed a prescindere.
Naturalmente, le ribalte stesse sono relative in un mondo di sette miliardi di persone, e ciò rende l'intera faccenda abbastanza buffa, dato che costui è tenacemente, anche se talvolta solo intimamente, convinto d'essere depositario di verità aventi massima importanza per le sorti dell'umanità, mentre, come tutti quanti, alla fin fine, non è un bel nulla.

A chi vada la mia stima e solidarietà è deduttivo giacché questo blog è solo per lo Sconosciuto da sempre, e perché la cosa abbia attinenza con tutta la mia esistenza lo so io e, coerentemente, nessun altro oltre a me.



domenica 5 marzo 2017

Vergogna

"... e un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo, pensò che aveva modo di riparare a qualche torto..."

Pensava male, quell'eroe gucciniano giovane e bello, ma proprio perché giovane e bello -giovane e bello fuori e dentro-, e probabilmente perché il censo di appartenenza, quando disagiato, affina oltremodo la nobiltà dell'anima -solo se l'anima è nobile per indole-, non poteva fare che quello che fece.
Non c'è stato mai modo di riparare ad alcun torto, purtroppo: la natura umana ha comuni tratti  immutabili, in fondo, e tendenti alla reiterazione.
Poco importa che essa sia innata o culturalmente indotta.
Giustizia, ingiustizia, vengono avvertite in modo soggettivo e sempre parziale: sono opinabili.
Il miserando limite di essere umani sta tutto qui, nelle grandi questioni: l'inconciliabilità assoluta tra l'idealizzazione e la trivialità dei nostri appetiti e del nostro tornaconto. 

Di conseguenza ciò mi rimanda, con grande tristezza,  a quel trentenne la cui lettera di commiato prima del suicidio nei giorni scorsi è apparsa sui giornali, perché non c'è nulla che muova all'interesse ed alla  compassione generali fittizi, fulminei, effimeri ed ipocriti tanto quanto la vittima di turno.
Eppure, con grande probabilità, pochi provano anche vergogna, oltre all'orrore, per simili morti.
Se così non fosse difficilmente si potrebbe sopportare la visione -anzi, l'esistenza-, ad esempio, di festival televisivi della canzone  in cui i soli presentatori,  uomini e donne oggettivamente senza qualità, ricevono compensi paradossali, in barba a tutti i precari che si ammazzano.
E che dire dei giullari, così prevedibili e scontati, e della loro ormai logora satitra totalmente vana ed in malafede, tutto sommato prezzolati dal sistema, che calcano le scene ufficiali  perché al popolo-bue piace ridere di se stesso illudendosi che il riso lo assolva dal reato d'inerzia?
Le folle rispettano ed invidiano idoletti televisivi da strapazzo, persone stupide in modo imbarazzante, gente la cui abilità sta nel dar calci ad un pallone, nello scaldare di tanto in tanto poltrone parlamentari lottizzate, un'infinità di altri personaggi irrisori in ogni campo dell'attività umana,  per la loro abilità straordinaria nell'aver fatto fruttare la mediocrità di cui sono portatori. Nulla è più gratificante (immagino) del rispecchiarsi nei mediocri che ce l'hanno fatta.

Invocare la vergogna, comunque, è a questo punto totalmente fuori luogo e me ne rendo perfettamente conto. La vergogna è un sentimento complesso da analizzare, in fondo, e nelle questioni sociali è influenzato culturalmente dal sentimento generico e populistico del comune pensiero (quell'idiota).
Secondo Sartre esiste solo in relazione all'altro, ovvero ci si vergogna soltanto quando si teme l'altrui giudizio o riprovazione.
Stante l'infimo livello raggiunto ed universalmente accettato di quelli che venivano definiti 'valori umani', che ora stanno solo sulla carta di qualche Costituzione, i borborigmi della coscienza sono praticamente scomparsi.


Una brava donna, seraficamente priva di malvagità e forse pure in buonafede, l'altro giorno mi ha detto: "... beh, perché prendersela con i ricchi: sono necessari, i migliori fanno beneficenza, danno lavoro ai giardinieri, ai domestici, ai più 'sfortunati'...".
Ecco, il borghese benpensante ha adottato sempre, più o meno consapevolmente, una simile tecnica autoassolutoria che poi è stata assimilata anche da molti che borghesi non sono.
Peccato che quel certo tipo di sfortuna sia indispensabile ai fortunati per restare tali.
C'è qualcosa di sporco, un rivoletto permanente d'ipocrisia, che gli cola dalla coscienza e lo rende miope e pure un po' sordo rispetto alle sofferenze altrui, sempre minimizzate quando non negate e dimenticate.

Perché giustizia, ingiustizia, più che mai, per il piccolo borghese-tipo, son solo opinioni. 
 

venerdì 19 giugno 2015

Equivoci di massima

In questa osmosi perenne e dolorosa, sì che quel che é dentro esce e quel che è fuori entra, e quel che è dentro è straziato e quel che è fuori è volgare e stupido, le difese sono progressivamente distrutte: la sensazione di agonia irreversibile è così netta e chiara da regalare una calma quasi perfetta.
 
Stiamo a vedere quanto duri, campionessa dell'autodistruzione...

Ho un'enorme ammirazione per gli stacanovisti del vivere, quelli che mentre ogni cosa e tanti loro simili muoiono o soffrono, vanno a sottoporsi a puntuali terapie inutili per i dolori di schiena.
E' un'ammirazione schifata -lo ammetto-, probabilmente molto simile all'oscura ambigua fascinazione che talvolta ci irretisce in uno spettacolo macabro od osceno.
Ammiro, con lo stessa sensazione di nausea, perfino quelli che conciliano, sostanzialmente, sullo stato inamovibile della realtà che li circonda, come coloro che annaspano in modo commovente per tenersi a galla nel sistema che sentono come il solo possibile, e che legittimano in continuazione, pure se quello stesso sistema umilia e stritola e ridicolizza innanzitutto il loro libero pensiero, e poi la loro vita materiale.
In qualsiasi modo vogliono aderirvi, ed io non riesco a comprendere -se non nella propensione all'appartenenza ai "normali"- cosa, tra l'intelligenza, la dignità, il desiderio del bello, sia morto prima.
Perché si è stati disposti ad illudersi sull'assurda possibilità di un "capitalismo etico", piuttosto che impegnarsi, umanità tutta, nella creazione di un socialismo vero?
  

Da un punto di vista oggettivo, lo so, l'individuo non può nulla né contro il male esterno a lui né contro le sue stesse personali sventure -quelle che influenzano la sua intera esistenza, come nascere in un luogo della Terra anziché in un altro, appartenere ad un determinato censo, sviluppare una malattia genetica, trascinare una sua certa storia passata,  ecc.- , ma essendo egli una creatura senziente ed anche sufficientemente logica, spesso  non ha alcuna alternativa al porsi domande senza sosta, ad avvertire un orribile disagio nel patire oppure osservare ingiustizie ed offese, a provare un mortificante senso di impotenza nell'assistere all'avvilimento dei valori che avvertiva come fondanti del senso di umanità.

Così credo io.
Ed invece sbaglio, perché generalizzo.
L'individuo non esiste, se non nelle elucubrazioni private che ciascuno di noi, nel suo proprio intimo, elabora.
Infatti, non capisco assolutamente più le ragioni di nessuno e nessuno, nessuno al mondo, mai, ha capito una mazza delle mie.
 
 

domenica 19 aprile 2015

Tipi -21- I social-nulli

Imperversano violentemente nei social, impazzano, son tanti,  hanno carattere virale ed ammalano anche i pochi sani.
Sanno a malapena leggere e scrivere e quando, nella pochezza del loro spirito umoristico, trovano qualcosa divertente o spiritoso, o si augurano che lo sia per il loro piccolo pubblico, spesso lo manifestano trascrivendo l'ilarità così: "indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere, indicativopresenteterzapersonasingolareverboavere".
L'esclamazione di dolore, invece, la scrivono, assai diligentemente, coniugando lo stesso verbo con uguali modo e tempo, ma in seconda persona singolare.
Ignorano che le citazioni di frasi, poesie, testi altrui vanno sempre almeno virgolettati, altrimenti si tratta di plagio ed appropriazione indebita. Purtroppo non sanno che cosa siano.
 
Sono quasi tutti un po' filosofi esistenzialisti, nel senso che s'impegnano moltissimo nel cercare in rete aforismi già confezionati (cerchi due trovi tre) che postano poi corredati da immagini di sedicenti simboli: fiori e nuvole e coniglietti e bimbi in fasce e cuoricini e stelline, cuccioli e cartoon e dipinti, in una sconcertante entropia da bazar del trash. Che provengano da Maestri del pensiero o della letteratura, o dall'ultimo degli scribacchini di moda, o attorucolo, o cantantuncolo, o soubrettina, non fa differenza: per valutare le differenze delle cose bisogna se non altro non ignorare d'essere ignoranti.
 
La vanità muove il mondo, ma qualcuno, almeno, ancora se ne vergogna.
Non i social-nulli: postano continuamente autoscatti per l'ebbrezza di contare i "like" ipocriti e piuttosto grotteschi degli imbecilli che li seguono.
Terribilmente tristi quelli delle donne che atteggiano le labbra a canotto ignare -io spero- di quanto sia volgare quel che evocano, scherno compreso.
Quelle più patetiche un mio amico le definisce "carampane": è congruo, ché nello spirito, tutto sommato, lo sono.

...
 
Che altro aggiungere?
Forse questo:
"indicativopresentesecondapersonasingolareverboaveremé!" 
 


 

lunedì 16 settembre 2013

Nottetempo -6- (studi di pensieri da ri-pensare)

Decisamente sempre più spesso mi faccio pena, tanto mi scopro interiormente ridicola, arroccata disperatamente come mi tocca essere sugli ultimi miei personali ideali, ed anche sui miei stravaganti ed incorruttibili gusti che non posso né riesco condividere.
Forse non vorrei neppure se potessi, sospetto talvolta.

Non sono, neppure lontanamente, una vittima di qualcosa o qualcuno: la colpa e la  condanna stanno nella mia incapacità di trovare piacere in me e per me, ed il dolore d'esistere prevarica la gioia che pur potrei afferrare - perché potenziale in chi respira, credo di dedurre -, solo a causa della necessaria constatazione che senza scambio con  gli altri umani, che però d'altro canto recano sempre delusione od orrore, non si può vivere.

Tutto sommato, tale mio stato è al contempo trappola e rifugio.

La verità è che io non voglio essere come loro, i felici.
Innumerevoli volte mi hanno fatto intendere d'esserne maestri, di maneggiarla con grande abilità, grazie alla loro sedicente saggezza e temperanza.
La loro "felicità", invece, è sordida e bassa, e mi ripugna, perché è mendace e frivola: volgare imitazione materialistica di una conquista che dovrebbe essere esclusivo appannaggio della mente.
E' fatta di soddisfazioni miserabili, la cui osservazione mi deprime.
Spesso se ne vantano, decantando l'arte dell'accontentarsi, ma la semplicità che implicitamente pretendono di evocare non ha nulla a che spartire con le loro scelte d'ignavia.
E' soprattutto, una felicità comoda, di facciata, una coreografia issata su di un palco comunque solido, che non li faccia tremare per l'apprensione di ritrovarsi senza un tetto, senza complici di vita, senza companatico, e pure senza il pane. Dalla stabile piattaforma delle sicurezze carnali disquisiscono di Dio e dei suoi ministri, di giustizia ed ingiustizia, di Bene e di Male, di politica economica, di paesaggio e d'arte, di vizi e di virtù umane, senza riuscire ad amare davvero nessuno se non sé stessi, beandosi dell'eco della propria voce e senza poter mai vedere fino in fondo il cuore sanguinante dell'altro.

Questo è il loro mondo, un mondo che prova noia e sconcerto di fronte alla purezza, irride la coerenza, denigra la differenza.

Le moltitudini, d'altronde, si son sempre pasciute, in varie forme, di illusioni. A me basterebbe che costoro non avanzassero anche la pretesa d'essere fra i giusti, di conoscere il segreto del corretto vivere, tanto per tacitarsi la coscienza ed archiviare definitivamente i loro stessi, a loro indecifrabili, autentici impulsi.

 
*
 
 
A me fa un po' schifo, ormai,  tutto l'impianto della comunicazione umana, lo ammetto. Basta che si gratti appena la superficie di qualsiasi affermazione, dichiarazione, proclama, per scoprirne il raggiro e la meschinità, oppure le implicazioni utilitaristiche, oppure le contraddizioni, oppure un sostanziale niente.
E' per questo che mi convinco molto di più di ben altri messaggi, e non seguo talk-show, e diffido dei giornalisti, dei politici, dei profeti, dei poeti, e comprendo perfettamente il mio gatto e la mia cagnetta.
 
*


 
 

martedì 25 settembre 2012

Questo nulla feroce

Io scrivo soltanto quando in me arde, in modo più o meno vivido o più o meno violento, una sorta di fuoco interiore, di disperata vitalità di pasoliniana memoria, di incontenibile malinconia, di decadente sentimento di solitudine, che vorrei disperdere nell'aria, con la speranza che incontri qualche altra  eco, magari anche rivelatoria. Io scrivo soltanto in un richiamo di natura.

Non è affatto una tensione personalistica ed egoistica, non si tratta di ambire a parlare di me stessa -cosa che riserbo esclusivamente a chi amo, in varie forme e sfumature, se li credo sinceramente accoglienti-  che so essere cosa pubblicamente inopportuna ed un po' ridicola; no, si tratta di sottolineare una profonda convinzione di sempre: dibattiamo, scriviamo, litighiamo, fingiamo di confrontarci quasi sempre per nulla e su un feroce nulla, perché, posto il punto alle nostre dissertazioni socio/politiche/culturali estemporanee, ritorniamo nel consueto nostro bozzolo criptico/ermetico/asfittico di isolamento inespugnabile e fatale frustrazione. Insomma: risucchiati nell'ego.

Anche quest'esperienza virtuale, però, come qualsiasi altra esperienza, insegna.
Ed infatti io ho preso coscienza di quel che non voglio fare. Non disquisirò mai e poi mai del nulla, neppure quando sembra essere 'qualcosa'.
E del nulla, di un feroce nulla, nella maggioranza dei casi si legge e si dice.
Più spesso, si nullifica su altri imput nullificanti imposti dai media.
Perché -pare- noi siamo opinionisti nati, anzi, innati. La chiacchiera è spiccatamente italiana.
Ci piace, ci piace; quanto ci piace.
Ci esalta dir la nostra, anche se non è mai davvero nostra ed è, più spesso, decotto od infuso di altre approssimative notizie il cui contenuto è meno importante della faccia di chi le comunica.
Non importa, ai più, la verità, ma la sua semplice parvenza, la sua sbiadita evocazione.

Ora, se non fossimo tutti così svuotati del bisogno di vera verità, non dedicheremmo più una sola parola, per esempio, ai e sui nostri disonorevoli rappresentati politici e pubblici dirigenti e li lasceremmo andare alla deriva, sprofondare all'inferno sbranandosi a vicenda, godendoci lo spettacolo mentre così si raccontano, divorandosi: "...Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,e questi è l'arcivescovo Ruggieri: or ti dirò perché i son tal vicino..." (Dante Alighieri, Commedia,Inferno, canto XXIII).

Troveremmo disgustoso, nullificante e ferocemente noioso fin l'appioppar loro epiteti e manifestare indignazione, perché gli uni e l'altra, comunque, per loro sono fin troppo e la misura è oltremodo ormai colma d'indecenza.

Invece no. Ci ricadiamo sempre: ne parliamo animatamente al bar, ne scriviamo; poi, tra di noi, polemizziamo pure in retoriche esibizioni di ridicola arguzia. Se siamo giornalisti professionisti lo facciamo su testate autorevoli regolarmente e lautamente finanziate, se umili Nessuno in migliaia di blog, se tuttologi sfigati in queste ed in quelli. Assistiamo ai loro scontri televisivi con un'istintiva attitudine alla tifoseria, assemblando giudizi politici ed estetici, umanistici e triviali, di testa e di pancia.
Nel frattempo, loro, questi ormai dichiaratamente accertati nocivi - e non da ora- , percepiscono da noi lo stesso stratosferico stipendio ed accumulano beni e vergogna, placidi e niente affatto allarmati, mentre noi ci dibattiamo nei sostanziali grandi mali italici: il fatalismo, la genialità senza l'etica, la parola senza il costrutto, l'ignavia.
Il paese civile è quello in cui il cittadino non attende supinamente che il politico corrotto ed incapace si dimetta, ma quello in cui gli dice, senza possibilità di replica, "Ti licenzio".

Non è il nostro: noi qui si ha, a reggere la cosa pubblica, il Nulla, il Nulla Feroce.












venerdì 8 giugno 2012

Dei politici, dei giornalisti, degli opinionisti, del pretame, dei filosofastri e simili

Hanno  una certa idea di sé stessi, come un disegno, come una mappa. Intima. Morbosa. Ininfluenzabile. Caparbia, tenacissima, il più delle volte supponente. Non esiste confronto, dialogo, neppure se condotto cuore a cuore con l’amico che amano, con il fratello, da gene a gene, con chi li adora –e la loro vanità ne è sedotta-, in grado di intaccare il monolite di quell’immagine interiore auto-referenziale. Per questo il dialogo con loro è fittizio ed improduttivo e nessuna connessione emotiva può riuscire: scivola via come olio su superficie liscia verticale.
Non ‘loro’ soltanto, no: anch’io –probabilmente-, anche gli altri, tutti noi.

Tra di loro c’è  sempre qualcuno che, ostinatamente, pensa d’essere investito di una suprema missione –alta, rivoluzionaria, definitiva- per cui egli, toccato dal dono della Vista, non più obnubilato, non più manipolato dal lurido Sistema, comunicherà ai suoi adepti il segreto della felicità.
E’ un’illusione, l’ennesima.

*

C’è un signore –un artista, un ‘creativo’- che sostiene pubblicamente che lavorare  è un delitto per un essere umano dato che questi ha una sola piccola e breve vita da vivere.

Beh, ha assolutamente ragione, è ovvio: esiste qualcuno di sufficientemente lucido ed intellettualmente onesto che possa negare che la partecipazione a questa società presuppone l’accettazione a venire letteralmente schiavizzati e depredati del proprio prezioso tempo e del proprio unico vero diritto umano, che è, alla resa dei conti, quello d’essere felici, o, almeno, di provare ad esserlo?

Lui sostiene che si dovrebbe lavorare al massimo tre ore al giorno, guadagnare (Tutti? E come? Ed il datore di lavoro ci sta?) mille euro al mese, vivere nel modo meno dispendioso possibile, facendosi bastare una stanza ed un po’ di buon (buon!) cibo, e poi dedicarsi all’incontro di centinaia di esseri umani. Prendere voli a basso costo e girare un po’ di capitali. Poi parlare, arricchire lo spirito, cercare affinità, ‘scegliere’ finalmente tra tante possibilità oggettive gli amici, gli amori.

Lo scrive davvero, non è una mia invenzione.
Consigliare a chi si trova in condizioni particolari di fragilità emotiva o forse anche pure di disperazione di mettersi in viaggio per razionalizzare un’utopia, andando letteralmente allo sbaraglio, è pericoloso tanto quanto  un qualsiasi integralismo religioso.
Ergo: nessuno dovrebbe mai dire che fare a nessun altro: l’altro potrebbe farlo.

*

Ma non esiste felicità trasmissibile, nessuna.
I pseudo-guru sono tutti degli affabulatori più o meno raffinati, talvolta in buonafede, più spesso però mossi da grande ambizione: immagino che la sensazione di esercitare un qualche potere possa essere esaltante ed arrechi un dilatante orgasmico piacere.
Ma che gusto c’è a collezionare consensi da una mandria?
I pseudo-guru sono tanti. Conoscono l’arte della parola, sono ottimi comunicatori, il che non implica affatto che posseggano anche spessore umanistico e tersa filantropia. Operano nei più vari settori e mentono sistematicamente.  Lo fanno in politica, nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità.
Diffidare. Diffidare sempre e comunque dai taumaturghi: l’ultimo che ha fatto miracoli l’hanno appeso con chiodi ad una croce.



mercoledì 2 maggio 2012

Psicopatologia di una blogger -3-

Il primo passo verso la corretta direzione sta, probabilmente, nel non preoccuparsi di piacere.

-Ciò è cosa che non mi riesce affatto difficile, per la semplice ragione che scrivo solo ed esclusivamente per sviscerare dubbi e quesiti, palesare riflessioni nude e non supponenti, mossa dal desiderio di meraviglia, ovverossia acquisizione di conoscenza tramite il confronto. Di piacere 'a pelle' , della simpatia di superficie, non me ne curo, né è stato mai il mio fine qui o altrove: sostanzialmente sarebbe una raccolta di nulla, ed il nulla incombe già di per sé su ogni cosa. Davvero non è il caso di incoraggiarlo ulteriormente.-

Il novanta per cento delle auto-mortificazioni derivano esattamente da questo stato febbrile che alimenta una sete di approvazione indiscriminata. Il bisogno della lode, anche se silente ma ugualmente intuibile, è un implicito salvacondotto fornito all'altro per  consentirgli la certa strumentalizzazione del nostro pensiero e della nostra verità.
Da qualsiasi parte una la consideri, l'oggettiva e generale condizione di isolata solitudine cui è relegata la nostra coscienza mentre tenta di penetrare nel mondo, può indurre anche la più irreprensibile e consapevole delle persone a cedere alla seduzione della vanità.
Compiacere chi ci compiace è comunque una forma di volgare mercificazione per guadagnarsi assenso.
Non immagino forza morale maggiore di colui che paga in termini di impopolarità o indifferenza la sua resistenza alle facili lusinghe ed alla stucchevole piaggeria di convenienza in uso nei superficiali e pur civili rapporti.

Mi chiedo se ci sia un modo giusto per esprimersi in uno scambio davvero costruttivo evitando il rischio d'immergersi nella commedia delle parti.
Talvolta arrivo a concludere che sia il silenzio pubblico ed il molto dialogare privato.

- Ma è così evidente, no?, la mia  lenta deriva nel mare della perplessità del dire...-

Qualsiasi metodo dialogico ripulito dalla spettacolarizzazione acquista per me, comunque, maggior credibilità, e riduce il sospetto.
Le parole rimangono bivalenti in ogni loro potenzialità. Sono tutto ciò che abbiamo per tentare di uscire da noi stessi e quanto di più perversamente atto a rinserrarci nella prigione crudele del nostro affamato ego. L'io, questo orribile buco nero che ingoia perennemente sé stesso.




martedì 24 gennaio 2012

Il genere: forca caudina

I maestri, buoni o cattivi che si rivelino poi essere, hanno comunque un' enorme influenza sui loro discepoli, siano essi consenzienti oppure no.

Ricordo il mio professore di letteratura moderna.
Era un tipo dalle malcelate ambizioni narrative frustrate, abbastanza competente, leggermente snob, sportivo e giovanile, ed affetto dal difettuccio d' essere spudoratamente attratto dalle sue giovanissime  alunne, non tanto intellettualmente o paternalisticamente o per filantropia, quanto piuttosto nella loro qualità di fanciulle in fiore.
Mi ha fatto arrossire un milione di volte, in classe, a seguito di sue battutine allusive talvolta decisamente pesanti. I suoi  "Martini, venga sulla cattedra", accompagnato da sguardo complice e divertito indirizzato ai suoi allievi cogeneri, o "la morfologia della Martini, ad esempio..." in risposta a chi gli chiese cosa significasse 'morfologia', per non parlare del più triviale di tutti, consistente nell' offerta di un passaggio sulla sua canna -della bicicletta, ma con risatina-, per citarne alcuni, mi imbarazzavano e mi inducevano a provare un filo di vergogna, pur se totalmente ingiustificato. E' chiaro che se esempi similari provengono da un autorevole educatore, i suoi discepoli ne deriveranno che sia buona cosa seguirli
.
Aggiunto questo dettaglio, fornito da una figura che avrebbe dovuto essere carismatica -anzi, che nonostante questa pecca, questa debolezza un po' deformante, continuava ad esserlo (in fin dei conti lo ringrazio ancora per avermi trasmesso l' amore per gli autori del Neorealismo  ed imposto la ripetizione a memoria di molti articoli della Costituzione Italiana) - alle vicissitudini ordinarie che coinvolgono una giovanissima femmina di umano che inizia a relazionarsi con il mondo e che s' accorge presto che ogni esame cui dovrà essere sottoposta per impostare le sue scelte di vita non prescinderà mai, nemmeno una sola volta, da un iniziale giudizio -più o meno consapevole e subliminale- sul suo aspetto e sul suo corpo, una ragazza può maturare diverse ed opposte consapevolezze, reazioni e strategie.
Nel mio caso, fondai un cazzutissimo " Collettivo Femminista" nel mio Istituto scolastico, tanto per ragionarci su.

Oggi so che non c' è niente da fare.
Non se ne esce, a nessun livello, per quanto si possa convenire teoricamente, anche tra uomini e donne più sensibilizzati ed 'evoluti', sull' eccentricità di simile forca caudina obbligatoria per chi ha avuto la ventura d' essere nata femmina.

Odio questa cosa.
Odio tutte le persone  convinte d' esserne consapevoli, ma puntualmente, negli atti e nelle parole, in imperdonabile contraddizione.
Alcuni li sentivo amici, cioè, prima di ogni altra considerazione, affini. Ma ci cascano, altroché se ci cascano.
Che tristezza, e che noia.

Se ne può dedurre che il corpo fagocita sempre pensiero e quel che convenzionalmente definiamo anima? Io temo di sì, nei rapporti infra-generi o che oggettivamente implicano, anche in ambito professionale o comunque pubblico, la contrapposizione dei due generi. Ergo: comandati dai nostri stessi ormoni perdiamo lucidità , raziocinio, e senso critico, nonché, talvolta, sciupiamo la poesia.


*

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


( C. Pavese -22 marzo '50)


... e pensare che lei era  veramente una mediocre...

*

Urge un mio ritiro subitaneo alla rocca, va'.

venerdì 21 ottobre 2011

Il silenzio delle sirene

"In tutta la mia vita non ho mai esercitato un atto di violenza nè fisica nè morale. Non perchè io sia fanaticamente per la non-violenza. La quale, se è una forma di auto-costrizione ideologica, è anch'essa violenza. Non ho mai esercitato nella mia vita alcuna violenza nè fisica nè morale semplicemente perchè mi sono affidato alla mia natura, cioè alla mia cultura."
(Pier Paolo Pasolini)

In realtà mi riesce difficile immaginare una dicotomia tra istintualità aggressiva ed auto-costrizione ideologica.
Ritengo che non sia possibile compiutamente, fino in fondo. L' aggressività scatenata, fomentata dal delirio di una massa che la alimenta e l' infiamma, in realtà non è completamente distaccata dalla ragione.
"Sotto i gelidi lumi della ragione, nasce la messe di una nuova barbarie", si legge nella Dialettica dell' Illuminismo di Adorno e Horkheimer.
E sappiamo, d' altronde, molto bene anche che "arma ancor più temibile del canto è il silenzio delle sirene".


Pasolini -che muore di morte violenta-, aborre la violenza perché essa non appartiene a quella  sua natura/cultura che egli non vuole scindere e che s' è adoprato, come intellettuale e come uomo, a mantenere simbiotiche.
Perché, forse, c' è del vero nel sospetto che la sola ragione sia malata e che la malattia sia originata dal suo sbagliato utilizzo.

"Dal momento in cui la ragione divenne lo strumento del dominio esercitato dall’uomo sulla natura umana ed extraumana - il che equivale a dire: nel momento in cui nacque -, essa fu frustrata nell’intenzione di scoprire la verità. Ciò è dovuto al fatto che essa ridusse la natura alla condizione di semplice oggetto e non seppe distinguere la traccia di se stessa in tale oggettivazione. […] Si potrebbe dire che la follia collettiva imperversante oggi, dai campi di concentramento alle manifestazioni apparentemente più innocue della cultura di massa, era già presente in germe nell’oggettivazione primitiva, nello sguardo con cui il primo uomo vide il mondo come una preda ".
(Horkheimer, Eclissi della ragione)

Dove si subodora una preda la violenza si fa inevitabile.
Ma il circolo rimane vizioso: ciascuno di noi, a sua volta, può ritrovarsi da carnefice a vittima.
Bisognerebbe operare uno spostamento temporale, cercare l' ancestrale contatto con la memoria dell' umanità, ricordare che la primordiale ragione ci è servita per auto-conservarci, non per distruggere.

***



Siamo diventati orribili.

lunedì 17 ottobre 2011

Eristica e sputi

Che la dialettica, nei circoli non accademici, non sia un interesse umano primario, nè un' abilità innata generale, mi pare abbastanza chiaro.

Veder prendere Pannella a sputi in faccia dalla folla incattivita -che poteva benissimo detenere molte ragioni e tutte politiche-, a me causa lo stesso orrore che mi dà assistere al maltrattamento di un cane  -pur se il cane è, invece, sempre innocente-, la notizia dei neonati dimenticati in auto sotto il solleone,  qualsiasi altro sopruso, volontario e non, compiuto su un essere vivente, tanto più se dotato di intelligenza.
[Ed aggiungo che il Pannella (con i suoi "partitocrazia", i volta gabbana, le ciccioline, i digiuni reiterati, ma con quella patina borghese tenace che non gli stacca di dosso in alcun modo) non mi ha mai fatto proprio impazzire.]

Si tratta di una reazione istintiva di raccapriccio, ma sbaglio clamorosamente.

Mi fa orrore la violenza, in tutte le forme e modi, e mi fa genericamente orrore il vilipendio  a ciò che è umano o aderente all' umano. Nel contempo capisco anche  di essere in errore: la violenza subìta richiede necessariamente una reazione di qualche tipo, non può, in nessun modo, passare sotto silenzio od essere tacitata. Il risentimento, inevitabile, deve trovare in qualche modo uno sbocco.
Ora, l' indignazione che un ampio numero di cittadini cova da anni -imputabile sostanzialmente alla violenza insita in tutte le scelte di ingiustizia sociale- e che il tracollo del sistema ha portato al parossismo, si trova rasente al punto di non ritorno, superato il quale non sarebbe affatto sorprendente una nuova "presa della Bastiglia" mossa da una gigantesca ondata di emotività e furore esplosivi.

Quando la politica agonizza e non adempie alla sua indispensabile funzione, quando latita, la porta alla violenza è aperta e dà nelle più svariate direzioni.
Si può addirittura sentire in un' intercettazione telefonica un' alta carica dello Stato paventare l' assalto ad una sede della Magistratura o alla testata di un quotidiano, così come, d' altra parte, veder sfasciare vetrine o bruciare automobili nel corso di manifestazioni civili o di rivendicazioni sociali.

Ma i nostri politici paiono non capirlo e mi sorge il sospetto che per fare il politico in Italia sia assolutamente indispensabile essere anche ottuso. Ottuso e profondamente ignorante. Mi pare perfino troppo generoso liquidare il comportamento dei nostri rappresentanti (eufemismo) politici come semplice malafede.
Essi perseverano, imperterriti. Hanno spolpato il paese fino all' osso, come i colleghi egei. Raccontano le loro menzogne, sgraffignano dal barile dell' ultima marmellata, vanno in televisione e fanno le faccine candide e di circostanza -dietro cui si celano i loro veri ceffi malandrini- e somministrano e ri-somministrano la stessa pillolina-placebo del nemico invisibile e mondiale al di sopra di tutto e fuori controllo.
E' la crisi ...

*

Ma che c' entra la crisi con gli otto mila euro di base di stipendio mensile a quella nullità siliconata di un' igienista dentale?
Che c' entra la crisi con i privilegi della Casta?
Che c' entrano le soubrette in Parlamento, i mafiosi al potere, i capitalisti alla Presidenza del Consiglio, i parlamentari in vendita, i tagli ai servizi sociali, l' affossamento dell' istruzione pubblica, il mantenimento dei privilegi alla Chiesa, la mancanza di investimenti a supporto dell' occupazione, ecc. ecc. ecc,, con 'la  crisi'?
Se la crisi ci impoverisce tutti, ci diano l' esempio, questi parassiti: si impoveriscano loro, per primi, ci dimostrino personalmente come sia possibile il sacrificio.

*

Mi uccide di noia, sta roba che ho scritto. Non la sopporto almeno tanto quanto non riesco più a sopportare le centinaia di articoletti, post, prese di posizioni scontatissime, sentenze ed opinioni.

Tutta eristica, solo eristica.

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


venerdì 9 settembre 2011

Lazzi isterici di tarda estate.

Basta, non lo sopporto più. Non riesco più a discernere. Da che parte arrivano i buoni? Non so a chi credere: esiste un sovraffollamento di maschere. (-Disgusto-)
Oppure non vorrei. Non vorrei esser costretta a frullare tutto quanto senza possibilità di salvamento: un' eccellenza, un' eccezione, una piccola (piccola, piccola concessione, un' accenno di pulizia: so che l' eccesso di purismo è sovrumano e diabolico) perla di purezza.
Ciascuna parla per sé, non vede che sé, infinitamente tollerante con ciò che le attiene e le conviene, indifferente glaciale o ipercritica con le maschere straniere.
Fatemi vedere le vostre facce, ma senza cerone: individuerei quegli impercettibili segnali che sanciscono la buona o la malafede e che le decine di muscoli mimetici rivelano all' osservatore attento.

Ostentar parole e concetti non vale, non serve a nulla, né serve quel subdolo espediente tutto umano di parlare del mondo per parlare di sé.
Niente eguaglierà né sostituirà mai la tangibilità della vera vita, della reale storia di un uomo, di una donna, e la sequenza dei loro istanti pregni di respiro, di molte lacrime, di paura, di fatica, di coraggio. Ma anche -o soprattutto-, la naturale simpatia che la carne trasmette alla carne.
"Canto il corpo elettrico", declamava Whitman...
E mai è stato così chiaro come ora che di te, giovane precario e già vinto, e di te, operaio cassaintegrato che vivi al cardiopalmo in attesa della mobilità, e te, donna in pre-menopausa senza garanzie di tutela psico-fisica familiare, o te, genitore povero di figlio minorato, nessuno, nello sbrindellato tessuto sociale, ha vera coscienza od interesse. Nessuno può immaginare, né vuole, che anche uno spirito affaticato può togliere perfino la forza fisica, e rischia di non riuscire a procacciarsi il pane.
Probabilmente i più fragili spariranno, ma non se ne avvederà nessuno. E' sempre successo, naturalmente; così funziona la selezione naturale tra gli umani moderni.
Resteranno, più marcate che mai, le lamentazioni della solita classe media che piange i privilegi perduti, dimentica quelli acquisiti, e desidera incessantemente un' etica costruita a sua misura.
Così fan tutti.

***
Questo mondo virtuale è vuoto -tanto quanto quello mediatico- di un vuoto capace di fagocitare i volti veri, le vere esistenze, di banalizzare pensieri ed angoscie, di appiattire le vette e livellare voragini. Qui si gioca a nascondino, si occhieggia, si finge, si lanciano sassi e si nascondono le mani. Qui si esprimono la molta ignavia e la molta menzogna, con meno scrupoli. Alienazione.
Ci si abbandona alla più bieca mediocrità e al servilismo, o -peggio- ci si siede su singolari scranni auto-eretti a suon di presunzione ed arroganza.
O si cercano improbabili interlocutori, per mitigare la miseria della solitudine.
Si prova anche a dar sfogo ai geiger d' indignazione che ogni cosa, là fuori, alimenta.
Talvolta. Spesso. Ma è sempre l' ultima parola proferita a sancire il senso dell' intero discorso: lo obnubila e rimane la suggestione di un suono: un' ultima nota sa annientare la precedente armonia.
Lo san bene i comunicatori professionisti: son trucchetti puerili, buoni per i grulli. Ed i grulli sono una moltitudine.

***


Non so se potrei esser tacciata di spirito anti-democratico per questo, ma io credo sia tempo che tacciano definitivamente tutti quanti.
Silenzio.

***

"Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
..." : l' unica cosa di D' Annunzio che amo appassionatamente.
***

Basta con questi veliardi visibilmente rincoglioniti: direttori di testate un tempo d' assalto, od espressamente di partito, che offrono quel triste spettacolo di decadenza: strafalcioni imperdonabili di memoria, banali ovvietà, dichiarazioni mediocri scusabili soltanto tra le labbra di giovincelli ancora inesperti cui si può concedere il beneficio dell' ingenuità. Perché li invitano ancora nei salotti televisivi?
Ma  c' è rimasto un solo giornalista, un solo politico, perfino un prete,  un qualunque professionista della cosa pubblica onesto in questo Paese di cialtroni?

***
Scusate.

domenica 21 agosto 2011

Anatema 5 - I cattivi vecchi, gli aggressivi

                                                

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...

L' immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d' intorno non c'era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo...

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l' anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati...

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero...

E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni..."

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"

( Francesco Guccini, Un vecchio e un bambino)


" [...]
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal camino stanco;

et viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
[...]
(Petrarca, Il canzoniere)

"[...]
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E' la vita mortale.

[...]"

(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante)


***


Mah, sono tutte immagini poetiche e belle, ammantate di una certa mestizia, oppure anche ispiranti un sentimento di sottile venerazione.
Sì: la vecchiaia, in poesia, è sempre venerabile, non foss' altro che per l' immediata similitudine con la fragilità e la debolezza umane -così evidenti nel nostro declino- che ci muovono alla pietà per noi stessi: sentirci protettivi ed infinitamente buoni verso il vecchierello canuto e bianco e stanco è anche un modo per esorcizzare la nostra angoscia di poter ben presto assomigliargli.
La considerazione della vecchiaia mi pare viaggi su un' idea memetica, in fondo, molto amata in letteratura, che la riveste anche di un certo ammanto di saggezza.


Friedrich- Le età dell' uomo



Ed infatti io, come molti altri, provo viva tenerezza alla vista di vecchietti curvi e tremanti ed acuto dispiacere se li so abbandonati a sé stessi nella solitudine; muto rispetto all' ascolto delle vicissitudini di un' esistenza sfortunata e difficile ma che non ha tolto loro il coraggio di sorridere ancora al prossimo; umiltà nel caso in cui l' anziano dimostri un' imperituro interesse per la conoscenza e dispensi ad altri la sua seppur parziale saggezza.

Ma i vecchi della realtà non rientrano tutti in una di quelle categorie. Quello in cui mi sono imbattuta stamattina portando Neve a spasso lungo il Viale degli orti, ad esempio, è scorbutico, gretto, odioso e cattivo.
Questi suole fare esercizio di camminata tutti i giorni alle dieci con il bastone tenuto con la mano destra ed una sveglietta da comodino nella mano sinistra. Immagino che la marcia mattutina sia prescrizione medica. Percorre e ripercorre con grande concentrazione ed a ritmo sostenuto il Viale per il tot di tempo (probabilmente) raccomandatogli. Ha l' aspetto tonico e sano, è un po' corpulento ma non obeso, la testa alta, lo sguardo inespressivo ed il resto del mondo gli è totalmente indifferente: pur incrociando continuamente le stesse persone, alcune delle quali con i loro cagnolini (al fondo di quel Viale esiste un' area cani in cui questi possono circolare finalmente senza guinzaglio), non degna nessuno del minimo sguardo né, men che meno, risponde all' eventuale "buongiorno" a lui indirizzato dalle più civili.
Si dà il caso, però, che  Neve (cucciola di soli sei mesi, 20 cm al garrese) nel mentre incrociavamo il nonnino-musone-egocentrico, abbia visto avanzare in direzione opposta un suo piccolo amico a quattrozampe e ciò l' abbia resa così felice da cercare di raggiungerlo precipitosamente e festosamente.
Essendo trattenuta dal guinzaglio, il suo è rimasto un movimento soltanto ideale, che, tradotto nella pratica, equivale ad un contemporaneo "ARF-ARF!"-linguetta fuori-scodinzolìo allegretto.
Il vecchio s'è spaventato lo stesso, la sua vetusta amigdala, sollecitata dall' istinto irrazionale della paura, l' ha allertato inutilmente, e la sua risposta è stata immediata e di una sgradevolezza abnorme.
"Varda che te dago 'na bastonada, sa!" (Guarda che ti dò una bastonata, sai!).
L' ho ignorato, compiangendo la sua triste acredine.
Poi, però, dato il suo avanti-indietro compulsivo, l' abbiamo incrociato nuovamente.
E lui, carico di odio, ancora, ha insistito nelle minacce di violenza, rincarando la dose ed augurandosi l' estinzione di tutti i canidi e dei loro proprietari.
Questa volta ho dovuto -ahilui- rispondergli a tono, pur se con grande disagio: non uso, generalmente, ricorrere ai diverbi, mi disgustano in generale e più che mai se con un anziano.

L' aggressività è senz' altro un' importante dotazione umana, che evoluzione e cultura ci hanno insegnato a moderare e gestire nei rapporti con gli altri.
Ora, io credo che se un individuo non l' ha imparato in età senile, con ampia probabilità dev' essere stato una persona gretta, dispotica e forse pure violenta da giovane, ed il mio obbligo di rispetto -che non dev' essere prona sopportazione- verrà meno.

Ed il meme va a farsi friggere... 
 

sabato 21 maggio 2011

Che peccato

Quando, a sedici anni, gridavamo nei cortei femministi "il privato è politico" eravamo mosse da intuizioni ben precise, che ci derivavano direttamente dalla storia delle nostre madri, delle nostre nonne e delle nostre bisnonne, dalle loro vicende oscure, dai soprusi e dalle violenze subìti mai confessati, dalla loro condanna ad un' esistenza marginale e gregaria, dalla loro sessualità negata o strumentalizzata e ridotta ad un ruolo riproduttivo, e da un' infinità di altri aspetti, accuratamente nascosti sotto una pesante coltre di silenzio e d' umiliazione.
L' esortazione e l' incoraggiamento all' emersione del "privato" aveva, perciò, una duplice funzione: liberatoria, da un lato, per ciò che si riconduceva alla persona e le consentiva la constatazione di una sua similitudine ed analogia con  molte altre donne, e politica, in quanto assumeva valore di denuncia a partire dalla quale avanzare proposte ed idee di cambiamento. 
Non sto ad elencare la serie di sviluppi che, da questo primo proclama, ne derivò, ma, soltanto a titolo didascalico e limitatamente all' ambito della liberazione sessuale, cito la nascita di associazioni, consultori d' informazione e tutela della salute, Leggi a sosegno della maternità e contro la violenza alle donne, lotta all' aborto clandestino, strutture di supporto per le madri lavoratrici, ecc.

Chi, in odor di revisionismo, più tardi, ha voluto intravedere nello slogan la spettrale ed ammuffita  mano dell' ideologia o la similitudine con una politica del Grande Fratello, è, indubbiamente, mosso da malafede od affetto da ristrettezza mentale ed insufficienza critica. Ho letto perfino opinioni che lo giudicano illiberale: sappiamo che taluni "liberali" hanno l' accusa di "comunista" facile e scivolante, sono incontinenti ed irriflessivi e scappa loro sempre.

Oggi molto del nostro privato di cittadini e di persone che in troppi casi si ritrovano ad affrontare tutta una serie di nuove difficoltà e frustrazioni direttamente riconducibili a condizioni di precarietà lavorativa, incertezze ed ansie generalizzate, isolamento e nuove solitudini, avrebbe estremo bisogno di diventar politico, esattamente come allora, ma credo che sia intervenuta, nel frattempo, una sensazione di pervadente disillusione, una seduzione alla rinuncia, un po' indignata ed amara, anch' essa generalizzata e vaga, che ammalano l' anima indirizzandola all' egotismo ed invitano a preferire la propria angusta ma protettiva tana, ad un' agorà fasulla in cui  se non volano le pietre, alla fine della festa inizia già la dimenticanza.

Tutto risiede nei rapporti infraumani, che non sappiamo più condurre e che fino a ieri -più giovani e coraggiosi- osavamo.
Siamo noi, per primi, a non saperci più dare gratuitamente, a non saper concepire in alcun modo rapporti che non implichino per forza una istituzionalizzazione oppure un traguardo pratico.
Siamo noi ad aver dimenticato la gioia disinteressata della vicinanza senza specifici fini, della curiosità, anzi, della meraviglia, che ogni umano saprebbe instillare in un altro semplicemente offrendosi senza intenzioni, per il solito vecchio amore della conoscenza.
Ho perso tutti gli amici maschi, anche quando avrei avuto bisogno di sostegno morale a seguito di  difficili fasi della mia esistenza, nel momento esatto in cui hanno dovuto escludere qualsiasi ipotetica digressione "piccante" della nostra amicizia, e le amiche donne quando le mie ribellioni a modelli esistenziali che loro avevano accettato, le imbarazzavano.
Siamo diventati volgari, materialistici, edonisti in senso truce.  Ed anafettivi. Che peccato.



lunedì 18 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -5-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011, -4- in data 12/04/2011 )

Propaganda e comunicazione politica non sono sinonimi: la prima non consente alcun contraddittorio mentre la seconda dovrebbe implicare la presenza di voci pluralistiche, che abbiano pari opportunità di accesso ai canali di comunicazione.

Trent' anni dopo le intuizioni di Le Bon, Cachotin, in un suo libro circolato in pochissime copie e ripubblicato nel secondo dopoguerra, spiegava l' efficacia della propaganda in base ai principi della riflessologia di Pavlov.

[L'esperimento più significativo in questo senso è quello che è passato alla storia come "Il cane di Pavlov". In questo esperimento Pavlov fa precedere all'azione di dare del cibo a un cane il suono di un campanello; nella prima fase dell'esperimento Pavlov fa suonare il campanello e non rileva nessuna secrezione salivare nel cane, in seguito gli fornisce la carne e lo stimolo viene attivato; nella fase successiva il campanello viene fatto suonare mentre al cane viene dato il cibo. Infine nella terza fase viene rilevato uno stimolo salivare già al solo suono del campanello: il cane associa al suono del campanello l'arrivo del cibo e ciò provoca in lui una secrezione salivare, l'acquolina in bocca, appunto. Il campanello diventa quindi lo stimolo condizionato, di ciò che solitamente avveniva solo per stimolo diretto (incondizionato). Dopo molti esperimenti sui processi digestivi, Pavlov intuì come alcuni stimoli che non sono direttamente collegati al cibo, possano generare secrezioni salivari note comunemente come "acquolina in bocca"; poté quindi dimostrare che il cervello controlla i comportamenti non solo sociali, ma anche fisiologici.

 (Tratto da Wikipedia)]

Stesso processo, secondo le idee diffuse negli anni Trenta e Quaranta, muoveva il messaggio comunicativo di massa, ("teoria ipodermica"): esso era lo stimolo che, adeguatamente e correttamente trasmesso, provocava la reazione desiderata.

Con una certa tendenza alla banalizzazione, verso la fine degli anni Cinquanta il libro " I persuasori occulti" di Vance Packard, insegnante di giornalismo all' Università di New York,  ebbe un successo strepitoso. La tesi lì sostenuta -cui gli americani, molto sensibili al sospetto d' essere "eterodiretti", guardarono con particolare stato di allarme- era che fossero all' opera forze occulte, che si avvalevano di tecniche proprie della psicanalasi, della psichiatria, delle ricerche motivazionali, finalizzate a manovrare ed indurre i consumi, la politica, i meccanismi mentali.
E' la tesi del complotto, che però non può avere, invece, l' efficacia tanto paventata a livello di massa: sarebbe una semplificazione abbastanza ingenua.
Il dibattito successivo, infatti, ha convincentemente dimostrato che il processo di persuasione "occulta" può funzionare nel modo da Packard descritto soltanto in particolari situazioni di incertezza e crisi e che esso può pertanto agire similmente ad altri meccanismi da ricondurre nell' ambito della teoria della razionalità limitata, come l' autoinganno o la dissonanza cognitiva.

Altri studi,  riprendendo la concezione interattiva di Gabriel Tarde, dimostrano come esista, oltre all' influenza delle maggioranze, anche un' influenza delle minoranze attive (avanguardie artistiche, movimenti vari, come quello ecologista e femminista).
A partire dagli anni Settanta, quest' ultimo fenomeno indica che un ciclo intero della comunicazione s' è chiuso e che si stava aprendo il nuovo ciclo della comunicazione politica.

La comunicazione politica, come già si è detto, potrà distinguersi dalla propaganda, nel  momento in cui i canali di trasmissione del sistema possano godere di un' arena relativamente pluralistica e sufficientemente in grado di raggiungere la maggioranza della popolazione.
Se è necessaria la presenza di un giornalismo indipendente, è pur vero che quell' arena non può essere costituita dalla stampa, che resterà comunque un terreno d' élite, rivolto ad un pubblico ristretto.
E' solo la televisione che può aspirare di coinvolgere le platee gigantesche dell' elettorato.

Paradigmatica può risultare l' osservazione dei duelli televisivi durante le elezioni politiche americane dopo il 1960 (dal 1952 al 1960 il tempo televisivo doveva essere comprato e pagato dai partiti per i loro candidati e costituiva un costoso strumento propagandistico  da affiancare ad altri più tradizionali).
Il faccia a faccia tra Nixon e Kennedy fu visto da una platea stimata tra i 65 ed i 70 milioni di spettatori e fu decisivo per le sorti della campagna elettorale: sino a quella serata Nixon appariva in testa ai sondaggi, ma il pronostico si ribaltò in quella e nei tre successivi dibattiti.
Kennedy fu più abile comunicatore, più giovane, più attraente, più affascinante. E vinse, a prescindere dai contenuti.
Otto anni dopo Nixon si prese la rivincita. Era considerato politico abile, ma infido, un eterno secondo, un po' antipatico, privo di umorismo e calore umano,  ma il suo staff comprese che " non c' era bisogno di un n uovo Nixon, bastava un nuovo stile televisivo".

Come scrisse Daniel Boorstin ( lo stesso che definiva "pseudoeventi" ciò che, pur non essendolo, diventa evento nei media, che in questo modo "costruiscono" la realtà), lo pseudoevento umano ha per protagonista una persona che può essere "né buona né cattiva, né importante né insignificante", e ciò che conta è che i media possano fornire di essa un' immagine che soddisfi "le nostre esagerate speranze di umana grandezza".
Come dire: "una nuova specie di vacuità umana".

Nel perfezionamento di un tale sistema, si sviluppano tutta una serie di altri strumenti, alcuni dei quali molto sofisticati, che hanno un diretto rapporto con la psicologia collettiva e con i fini della comunicazione politica.
I sondaggi, ad esempio.
Secondo molti commentatori essi rischiano di distorcere il processo di rappresentanza democratica, dal momento che, lungi dal rimanere un semplice mezzo tecnico di previsione del comportamento degli elettori, vengono trasformati a loro volta in pseudoeventi mediatici.
Secondo le osservazioni, infatti, la previsione anticipata della vittoria di un candidato, fatta a distanza di qualche tempo dalle elezioni può produrre due effetti opposti: il band wagon (la vittoria nelle presidenziali del 1980 di Reagan su Carter annunciata quando i seggi sulla costa occidentale erano ancora aperti), che induce gli elettori indecisi a saltare sul carro vincente, oppure il suo contrario, l' underdog (la vittoria nelle presidenziali di Truman nel 48,contro il suo avversario Dewey, nettamente in vantaggio) in cui un settore importante di essi si schiera a sostegno del perdente.

Tutto ciò produce molti effetti perversi, come il crescente aumento delle "politiche simboliche", tese soltanto ad ottenere effetti sull' opinione pubblica (rassicurandola, ma anche drammatizzando un problema per ottenere mobilitazioni), evitando in ogni caso di affrontare e risolvere concretamente i veri problemi sociali.

Questi logoranti giochi politici hanno un prezzo ben preciso e, direi, ai giorni nostri ben visibile: alla lunga il risultato è il calo di partecipazione politica della popolazione ed il ritirarsi dei cittadini dalla scena.
(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

***

Siamo portati a credere, mi pare, che la diffusione di Internet possa far ben sperare in una drastica riduzione dello strapotere televisivo.
La mia opinione è che non sarà affatto la tecnologia dell' algoritmo a portare a forme di democrazia diretta, anche se rimane una sfida appassionante. Io temo che l' Uomo, al solito, finirà per usarla male e sono convinta, soprattutto, che egli abbia bisogno di sapersi in luoghi fisici, ove poter toccare i suoi simili, e riconoscerli nella loro realtà.

Quando ci penso, continua a risuonarmi, nella testa, Also sprach Zarathustra, e mi inquieta l' idea che la tecnologia possa diventare cattiva.
E magari mi sbaglio, ché pure questo potrebbe essere l' effetto di un occulto persuasore.



 

martedì 12 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -4-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011)



Come ogni altro nuovo strumento, la televisione, entrata in scena a metà Novecento, inizialmente fu considerata una novità tecnica, un perfezionamento degli altri elettrodomestici in uso, di cui da alcuni anni si prevedeva la futura diffusione. Già dal 1907, infatti, il francese Édouard Bélin aveva effettuato i primi esperimenti di trasmissione delle immagini; in Inghilterra le prime trasmissioni sperimentali televisive risalgono al 1927; la Germania iniziò addirittura trasmissioni regolari di programmi nel 1935. Si trattava ancora, comunque, di una tecnologia rudimentale, ed il numero di apparecchi non superò mai complessivamente i mille.
Il vero debutto mondiale del mezzo coincide con l' inizio della programmazione negli Stati Uniti nel 1947.
Fu un successo senza pari nella storia dei media. In pochi anni la TV conquistò la metà del popolo americano, per diventare poi, in un crescendo senza arresti, mezzo universale.

E' stato Marshall McLuhan ad aver per primo intuito che la televisione -questo grande occhio innestato nella mente che guarda la realtà in modo del tutto diverso da quello che potrebbero i nostri propri occhi- avrebbe prodotto una sorta di mutazione del sensorio collettivo.
Le tesi di McLuhan -che amava parlare per aforismi, allusioni e frase apodittiche- alimentarono accesi dibattiti tra i sostenitori (per i quali egli era il profeta dei media, "il Freud dei mezzi di comunicazione") ed i detrattori, che lo consideravano un impostore ed un ciarlatano. In realtà, né gli uni, né gli atri, potevano dire con certezza di aver dato corretta interpretazione delle sue teorie. (Understanding media, 1964, il suo primo scritto importante).
Per McLuhan (appassionato di letteratura e scienze sociali, ma con una formazione di ingegnere -cosa che spiegherà i suoi riferimenti alla termodinamica, quando parlerà di una  distinzione tra mezzi caldi e mezzi freddi-) ogni nuova tecnologia è un medium che amplia la facoltà che ha l' organismo di manipolare l' ambiente, appropriarsene, ed incorporarlo: la ruota è l' estensione del nostro piede, il libro lo è dell' occhio, gli indumenti della pelle, il circuito elettrico del sistema nervoso centrale. L' estensione di un qualunque nostro senso ha come conseguenza la modifica del nostro modo di agire, di pensare, di percepire il mondo.

I media, per analogia, hanno conseguenze sociali che vanno  oltre anche gli effetti persuasivi delle comunicazioni di massa: "più che inculcare messaggi ideologici e veicolare contenuti condizionanti [...] hanno la capacità di alterare i frames percettivi, le coordinate di interrelazione tra la realtà fisica e sociale" (Bettetini,1997)

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Trovo che la teoria dei mezzi "freddi" e dei mezzi "caldi" (ispirata, come già accennato, ai principi della termodinamica), sia particolarmente interessante.
I mezzi "caldi", ad esempio stampa e radio, densi di informazioni,  non lasciano molto spazio che il pubblico debba completare attraverso una partecipazione.
La televisione -sostenne Luhan, e come molti studiosi umanisti davano per scontato ma senza intuirne la rilevanza- , mezzo "freddo",  funzionando in base allo scannering (scomposizione elettronica delle immagini che lo spettatore deve ricomporre) fornisce un messaggio incompleto che necessita di coinvolgimento ed integrazione da parte del fruitore, sì che "con la TV lo spettatore è lo schermo".
Se la radio, per esempio, come altri mezzi "caldi", ha l' effetto di acutizzare un senso ( in questo caso l' udito: siamo "tutto orecchi"), la televisione è "sinestesica", cioè coinvolge in una fruizione d' insieme più sensi (occhio-orecchio, in particolare). I mezzi "freddi" abbassano la soglia di significatività trasmettendo segnali che impongono una collaborazione dello spettatore per ricercare i sensi dei messaggi.
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Ma quali sono gli effetti di raffreddamento o riscaldamento in una cultura?
McLuhan cita qualche esempio storico.
L' introduzione nel Giappone feudale (società fredda e poco specializzata) del denaro (strumento caldo, con alto livello di informazione) ha sconvolto le gerarchie sociali preesistenti.
L' introduzione di asce d' acciaio al posto di asce di pietra (la cui fabbricazione era prerogativa dei maschi e costituiva, quindi, un loro status), ha provocato lo sconvolgimento della cultura aborigena astraliana.
L' esistenza di Hitler come dittatore fu resa possibile dalla radio, che diventò "una subliminale stanza degli echi" che risuonavano "di cori tribali e di antichi tamburi", in un Paese che ancora oscillava tra settori pre-moderni e forme di specializzazione ed organizzazione burocratica.
Nel suo "La galassia Gutenberg", descrivendo le principale tappe percorse dall' umanità nello sviluppo dei media, egli osserva che dalla comunicazione orale -unico medium disponibile delle società arcaiche e tribali la storia diventa possibile soltanto con l' adozione della scrittura, e le società, lentamente, subiscono un progressivo riscaldamento.
L' "uomo gutenberghiano" fa nascere il lettore solitario e ciò fa venir meno la circolarità della comunicazione orale, riduce fortemente la gestualità, l' importanza dell' ascolto ed i suoi effetti socializzanti, l' uso della memoria, dato che i ricordi vengono deposti nei cataloghi, nelle biblioteche, negli archivi.
L' introduzione delle tecnologie elettriche (estensione del sistema nervoso complessivo) pare inflettere la curva storica. Con la televisione pare avvenga il ritorno ad una cultura orale, gestuale, uditiva.
E' così che nasce il villaggio globale.
In una interpretazione sommaria e superficiale si potrebbe ritenere che nella metafora mcluhaniana del villaggio globale esistano elementi di ottimismo, che, in forza della facoltà insita nello strumento televisivo  ad annullare le distanze, possano favorire progresso e benessere generali.
Al contrario, invece, esso rappresentava motivo di preoccupazione e tensione morale per McLuhan.
D' altro canto, se la radio, mezzo caldo, ha reso possibile il totalitarismo di Hitler, la televisione, mezzo freddo, può favorire il sorgere di una nuova forma di terrorismo che si giova del rapporto con i media.
"Senza televisione" afferma McLuhan "non vi sarebbe terrorismo. Potrebbero esserci le bombe, potrebbe esserci l' hardware, ma il nuovo terrorismo è software, è elettronica. Perciò senza elettronica niente terrorismo."  Il terrorista che compie un attentato,  di cui la televisione e i giornali non possono evitare di parlare, godrà dell' "immensa estensione del sistema nervoso collettivo" per far giungere il suo messaggio ovunque.

McLuhan, comunque, anche se consapevole dei rischi del mezzo, non considerava possibile il pericolo della videocrazia.
In un' intervista, a chi gli chiese che cosa ne pensasse dei politici che credono di poter usare la televisione per la propria propaganda e per i propri scopi rispose: "Sono così stupidi che non c' è nessun rischio a lasciargliela usare [...] La gente sicuramente si annoierà e non guarderà questi programmi. E la loro fatica sarà un boomerang contro loro stessi."

(elaborazione da scritti di Carlo Marletti)

Clamorosamente, su questo, ha sbagliato...



(Segue)

mercoledì 6 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -3-

(segue post  -1- in data 30/3/2011 e -2- in data 1/04/2011)

In America. Allarmismi e psicologia.

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, fondatori della Scuola di Francoforte trasferitasi a New York con l' avvento della dittatura nazista, asserivano che la pubblicità commerciale in America non è diversa dalla propaganda nazista in Europa, perché "film, radio e settimanali costituiscono un sistema", il cui risultato è "l' inganno totale delle masse". Goebbels aveva già identificato la pubblicità come l' art pour l' art, réclame di sé stessa, pura esposizione del potere sociale.
Naturalmente, essi sapevano perfettamente che il controllo dei mezzi di comunicazione di massa non è in sé sufficiente a porre qualche aspirante dittatore al potere ad esercitare il totale dominio: deve concorrervi anche qualche altro elemento sociale importante che, nella fattispecie, può essere individuato in ciò che Marx, nella sfera economica, aveva individuato nella società industriale capitalistica che trasforma persone e beni in merce, e che può essere esteso, secondo i capiscuola francofortesi, anche alla sfera culturale.
La cultura, infatti, che altro non è che l' insieme dei beni spirituali, una volta trasformata essa stessa in industria, comporterà il livellamento delle coscienze, la loro banalizzazione, la dissolvenza dell' apporto di ciascuna identità, il dilagante conformismo.
Ecco che il singolo, frustrato ma bisognoso di identificazione, diventerà più facilmente vittima di possibili manipolazioni della società di massa, identificandosi con qualche uomo-forte, con un capo.

In America, però, dall' insediamento di Roosevelt, la comunicazione seguì un andamento diverso da quello della propaganda nazista. La differenza può essere sintetizzata nel carattere "pluralistico" del potere, oltreché nella disponibilità di fonti di informazione e comunicazione assai maggiore di quelle disponibili in Europa.
Anche lo stile comunicativo è diverso: ad analizzare le arringhe gesticolanti, aggressive e rabbiose di Hitler davanti a folle oceaniche e, per contrasto, i discorsi accanto al caminetto, appassionati ma pacati, di Roosevelt, trasmessi alla radio e seguiti da milioni di famiglie, lo si può cogliere perfettamente.
Il continuo richiamo alla vita privata, agli affetti, il "lieto fine", che favorisce l' ottimismo conflittuale, tipici della produzione cinematografica americana, diffondevano "un' immagine della società  che tende a favorire orientamenti politici di tipo riformistico" (Franco Rositi).
Come osserva, però William Kornhauser, nel suo trattato The politics of mass society, la società di massa è sempre a rischio d' impatto con i totalitarismi, proprio perché essa, causando la frammentazione sociale, può lasciare spazio ad organizzazioni estremiste che sfruttano la condizione di isolamento dei singoli spingendoli alla mobiliazione.

Senza vero senso di appartenenza una società diventa vulnerabile.

Nella società di massa, uno dei grandi pericoli è l' effetto che può essere ottenuto con la circolazioni di voci allarmistiche ed il conseguente dilagamento della paura.



Arcinoto è il caso della trasmissione radiofonica in cui Orson Welles, nel 1938, sceneggiò un noto romanzo di fantascienza, "La guerra dei mondi", in cui si narrava l' invasione della Terra da parte di marziani dalle bellicose intenzioni per il Pianeta. Siccome lo speaker, nella trasmissione, fingeva di effettuare la radiocronaca in diretta dell' evento catastrofico -con interviste a polizia e a testimoni oculari, nonché appelli alla popolazione provenienti da sedicenti autorità governative-, successe che, nella realtà,  migliaia di persone, terrorizzate si riversarono sulle strade o intasarono le centrali telefoniche con richieste disperate di istruzioni ed aiuto.
Vari feriti, un caso di suicidio: su un' audience di sei milioni di spettatori, oltre un milione e duecentomila ebbero criso di ansia e di panico.
Ma com'è possibile perdere in questo modo, ed in massa, la testa?

Si trattava, in quel preciso momento storico, di una sorta di reazione del senso comune a motivi generali di apprensione: fine anni Trenta, paura di un conflitto mondiale, insicurezza e preoccupazione dopo un decennio di crisi economica, sensazione di essere in balia di eventi incomprensibili e ingestibili.

I media, possono , logicamente, essere usati anche per ottenere mobilitazioni di massa a sostegno della democrazia. Gli studios americani sfornarono decine di film il cui scopo era quello di far identificare la gente comune con il destino della nazione in guerra, attraverso un misto di sentimentalismo ed eroismo. Gli attori si mobilitarono raccogliendo fondi ed offrendo shows per le truppe, gli speakers radiofonici offrirono una sorta di diretta costante con il fronte, comparvero le ragazze-calendario e si arruolarono pure gli eroi dei fumetti, seppur figurativamente.
Churchill ebbe a riconoscere l' efficacia straordinaria nel fornire motivazioni ai combattenti e mantenerne alto il morale.

Ma c' è l' altra faccia della medaglia.
Il 1949 era stato l' anno della paura americana: vittoria dei comunisti in Cina e disponibilità della bomba atomica per l' Unione Sovietica.
Fu così che si rese possibile il fenomeno del maccartismo, una sorta di "caccia alle streghe" basata su presupposti del tutto infondati, che prese di mira gli intellettuali ed esponenti politici progressisti.
La manovra politica, nata a partire dal 1950, ordita dal senatore Joseph Raymond McCarthy, a capo di una commissione d' inchiesta contro alti esponenti della politica, della cultura, dello spettacolo, tutti  in sospetto di intrattenere rapporti con i comunisti, rovinò o stroncò molte carriere.
La stragrande maggioranza delle accuse era totalmente inventata, priva di qualsivoglia prova: calunnie e falsificazioni che, però, grazie alla grande abilità di Mc Carthy nel suscitare paure di massa e brividi nelle folle paventando la fine della civiltà occidentale, fece sì che l' America accettasse la "grande bugia".

" L' enormità della menzogna, la sicurezza con cui veniva profferita, le allusioni a documenti e prove che non venivano esibiti ma restavano simbolici, esemplificati da una cartella nera zeppa di fogli che il senatore lasciava sempre bene in vista e da cui traeva ogni tanto qualche carta, per sventolarla davanti agli interlocutori, fecero sì che le accuse di complicità con i comunisti rivolte a personaggi come George Marshall o Dean Acheson, fossero creduti da molti, a cui sembrò verosimile che persino Truman fosse prigioniero dei rossi o che Eisenhouer avesse per loro delle simpatie. Mc Carthy conosceva bene la logica della diffamazione attraverso i media e sapeva che mille smentite nelle pagine interne di un giornale non pesano mai come un' accusa messa anche una volta sola con grande evidenza in prima pagina." (Carlo Marletti)

In questa operazione, il maccartismo anticipa le strategie odierne di comunicazione politica denigratoria, riuscendo a mobilitare l' odio ideologico per ottenere il consenso: cinquant' anni dopo Clinton subirà un tentativo di impeachment sotto la regia di uno scandaletto a sfondo sessuale davvero discutibile.

(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

(segue)