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lunedì 11 aprile 2016

Tipi -23- I comunicatori

Ci sono quelli che s'illudono idealmente ed ostinatamente sulla possibilità salvifica della comunicazione e ci sono quelli che dicono cose, a prescindere da ascolti o contraddittorio, in un voluttuoso esercizio di vocalizzi, fonemi, grafemi, pixel, autoerotismo cerebrale ed amor di sé malcelati.
(... povera carne, sempre demonizzata, così colpevole di mille cedevolezze e lascivia; poveri sensi, sì platonicamente disprezzati, forieri di irrimediabile dannazione e marcescenza dell'anima, cui si contrappongono conoscenza, ragione e virtù, capaci di elevare a ben più desiderabili Olimpi...: pur senza speso specifico i vizi dell'intelletto e della coscienza son capaci, invece, di superare in empietà qualsiasi misfatto)
E' tramontata la Filosofia, restano schegge di luoghi comuni, velleitarie ideuzze sgualcite dalla macina dei compromessi, frustrazioni per le possibilità perdute per sempre.)

Per qualcuno, ciò rappresenta la questione, il fulcro dell'esperienza vitale, la sintesi ultima degli innumerevoli respiri dell'esistenza.
Comunque sia, da che cosa, esattamente, la comunicazione saprebbe salvare?
Dall'isolamento, dallo strazio della solitudine, da un fatale e purtuttavia patito solipsismo?

Ecco sì: questo, potrebbe.
Ma non è mai.

Mortale, come qualsiasi altra attività umana, la comunicazione di cui siamo capaci è solo ed ancora mercantile: se non ripaga, se non arreca alla fine utilità/piacere personali in qualche forma, acconsentiamo,  con l'implicita ignavia che ciò richiede, alla sua estinzione.

Voltaire s'era illuso: non è il Pensiero che l'Uomo ama, ma bensì la vanità di sentirsene sommo depositario e scambiatore. Anche questo, d'altronde, è sconsolatamente effimero e cederà il posto alla più dolorosa consapevolezza del vuoto e dell'assenza di qualsivoglia senso.

*
 
Sono condannata all'ermetismo, non c'è scampo, lo so, perché per nessuna ragione al mondo mi piegherei al piagnisteo o al vittimismo di quest'epoca in cui comunque  i motivi per piangere e per riconoscersi vittime abbondano.
Ho perso le forze psico-fisiche per continuare con il mio antico vigore prometeico ad affrontare la mia stessa piccola vita viziata da ingerenze ostili e superiori, infinitamente stupide, contro le quali non posso nulla.
Comunicare era vitale ed ora è diventato inutile: abominevole.
Chiedo venia: sono troppo umana. O troppo poco. Non lo so più.
 
 



mercoledì 28 dicembre 2011

Questo nostro leggerci

" Nella lettura c' è un mistero, un mistero la cui contemplazione può probabilmente aiutare non a spiegare, ma a cogliere altri misteri nella vita degli uomini"  (*)

Il mondo ha milioni di significati, e poi ancora di più, tanti quanti sono i segni suscettibili di emozioni personali: si tratta di un valore enorme, forse pure, in potenza, infinito.
Senza il nesso che ciascuno di noi attribuisce ad un qualunque segno attraverso la sua propria sensibilità, esso resterebbe neutro in termini di significato.

*
Tra le  mie esperienze di viandante, accadde che una notte d' inverno mi inerpicassi su di una ripida mulattiera di montagna che conduce ad un' antica chiesetta isolata tra boschi d'abeti e faggi ( I fàgher).
Ai lati della stradina cumuli di neve, le forme scure e gigantesche degli alberi, a tratti antropomorfe, un' aria deliziosamente pungente, un' indefinibile precognizione di luce (algida luce cristallina intuita), pur nel nero della cappa sovrastante.
D' improvviso, un bagliore, come lama lattiginosa, ma tagliente: il sorgere della luna. Fu una meraviglia di molti minuti protratta, un piacere di sensi che non evapora immantinente in fuggevole ricordo e rimpianto.
Poi, sempre più inesorabile, travolgente, fatale, l' aurora di luna esplose e mi tolse il fiato, come in un parto.
Un parto di ordinaria bellezza universale.
E mi sentii consacrata bellissima, in una sensazione di connessione perfetta tra il mio dentro, il mio fuori, ed il mio altrove. Avrei potuto fare, in quell' istante, qualsiasi cosa, come un' apostola del Tutto, perché ero Tutto: amare un altro corpo, parlare una lingua non mia, rimanere immobile o correre come un levriero di savana, oppure, senza il minimo turbamento, morire.
*



La luna era, semplicemente sorta, come sa fare da quando esiste: non viene dalla sua massa e dai suoi crateri tanta misteriosa potenza.
Ma l' anima ha sempre improrogabile desiderio d' espansione -e poi di comunione al di fuori del suo corpo- e lo strumento ideale dell' evasione è l' interpretazione dei segni attraverso la propria originale, irripetibile ed unica  sensibilità.
Solo, ciascuna delle sensazioni di cui si è capaci, può essere perfezionata, affinata, ulteriormente sviluppata, fino a rendere sempre più possibile, sempre più vicina, la comprensione di ogni cosa.

"In un certo senso non ci sono date che sensazioni; in un certo senso noi non possiamo mai, in nessun caso, pensare altro che sensazioni. Ma in un certo senso non possiamo mai pensare le sensazioni. Attraverso esse pensiamo solo qualche cosa. Attraverso esse noi leggiamo. Che cosa leggiamo? Non qualsiasi cosa, a nostro piacimento. Neppure qualcosa che non dipenda in alcun modo da noi." (*)

Innumerevoli volte mi sono lasciata sedurre intellettualmente o sentimentalmente da qualcuno, da qualcosa. Quasi sempre quella fascinazione originaria è stata poi smentita dalla successiva scoperta di altri, sottesi, più nascosti, elementi.
E' un evento banale, intimamente serpeggiante, di potente contraddizione ed estensibile a qualsiasi atto umano, nella sfera privata e perfino in quella pubblica e politica. (Pensare all' avventura berlusconiana -ad esempio-  dimostra che la vera abilità del suo fondatore è stata quella di modificare il modo in cui i suoi numerosi elettori leggevano i segni della sua pacchiana comunicazione.)

Ciò che ha il potere di modificare la nostra sensibilità, allora, è lo strumento (per il grande comunicatore il mezzo di diffusione, per l' interlocutore semplice la parola scritta od espressa oralmente ed il gesto, ) e per usare lo strumento in modo corretto, ed evitare che svii la nostra lettura, ci vuole una grande ed estenuante pratica, fatalmente sempre  dolorosa.

"Per il marinaio, per il capitano sperimentato la cui nave è diventata in  certo senso il prolungamento del suo corpo, la nave è uno strumento per leggere la tempesta, ed egli la legge in modo del tutto diverso dal passeggero. Laddove il passeggero legge caos, pericoli senza limite, paura, il capitano legge necessità, pericoli limitati, risorse per sfuggirvi, un obbligo di coraggio e di onore.
L' azione su sé stessi, l' azione sugli altri, consiste nel trasformare i significati." (*)

Quanto sappiamo noi leggerci, amici blogger?


(*) Simone Weil, Quaderni, Volume Quarto, Appendice

mercoledì 23 novembre 2011

Ciò che importa veramente.

"Quelli che ci dicono che le cose di questa vita, la gloria, le ricchezze e l' altre illusioni umane, beni o mali ec. nulla importano, convien che ci mostrino delle altre cose le quali importino veramente, Finché non faranno questo, noi, malgrado i loro argomenti, e la nostra esperienza, ci attaccheremo sempre alle cose che non importano, perciò appunto che nulla importa, e quindi nulla è che meriti più di loro il nostro attaccamento e sia più degno di occuparci. E così facendo, avrem sempre ragione, anche, anzi appunto, parlando filosoficamente."

(G. Leopardi [3891]Zibaldone)

Quando si dicono le scappatelle filosofiche, anzi
le bagatelle...



domenica 2 ottobre 2011

Una perfetta scienza sociale.

"Nel corso degli ultimi secoli si è avvertita confusamente la contraddizione fra scienza e umanesimo, benché non si abbia mai avuto il coraggio intellettuale di guardarla in faccia. Si è tentato di risolverla senza averla precedentemente contemplata. Una simile slealtà intellettuale è sempre punita con l' errore.
L' utilitarismo è stato il frutto di uno di questi tentativi. Si è supposto un piccolo meraviglioso meccanismo grazie al quale la forza, entrando nella sfera delle relazioni umane, diverrebbe automatica produttrice di giustizia.
Il liberalismo economico dei borghesi del XIX secolo si fondava esclusivamente sulla fiducia in un simile meccanismo. L' unica restrizione era che, per godere della proprietà di produrre automaticamente la giustizia, la forza avrebbe dovuto avere la forma del danaro, escludendo così ogni uso delle armi o del potere politico.
Il marxismo non è altro che la fiducia in un meccanismo di questo genere. La forza vi è battezzata col nome di storia; ha per forma la lotta di classe; la giustizia è rimandata a un avvenire che dev' essere preceduto da qualcosa che somiglia a una catastrofe apocalittica.
E anche Hitler, dopo il suo attimo di coraggio intellettuale e di chiaroveggenza, è caduto nell' illusione di quel piccolo meccanismo. Gli sarebbe stato necessario un modello inedito di macchina. Ma egli non ha il gusto né la capacità dell' invenzione intellettuale, a parte qualche lampo di intuizione geniale. E quindi ha preso in prestito il suo modello di macchina da coloro che lo ossessionavano continuamente perché gli erano repulsivi. Ha semplicemente scelto come  macchina la nozione di razza eletta, di una razza destinata a piegare tutto e a stabilire quindi fra i suoi schiavi la forma di giustizia che conviene alla schiavitù. In tutte queste concezioni apparentemente diverse e in fondo tanto simili, c' è un solo inconveniente, uguale per tutte. Vale a dire, che sono menzogne."
 
(Simone Weil, La prima radice)
 
La Weil mi piace, in generale -anche quando afferma cose che non approvo o quando si stacca da terra in elucubrazioni misticheggianti che a me paiono deliranti, perché io quel suo Dio/verità non so dove stia-, perché usa stupendamente l' innata dote tutta femminile dell' intuizione. Unito alla sua cultura e preparazione filosofica, questo le consente splendide equazioni di pensiero e sterminata vista, con conseguenti precognizioni: perciò è sempre moderna.
 
Nel 1949  viene pubblicato postumo "L' enracinement"  -tra l' altro voluto da Albert Camus come primo volume della Collana di Gallimard Espoir, che lo presenta come il documento di una benjaminiana "speranza dei senza speranza"-.  Con l' orrore dei conflitti mondiali ancora sotto agli occhi e personalmente vissuti, la filosofa dall' ardente carattere ha il perfetto coraggio di scrutare e smascherare le contraddizioni umane e storiche del suo tempo.
 
Perciò, "C' è una sola scelta da fare. O bisogna riconoscere che nell' universo accanto alla forza (unica signora di tutti i fenomeni della natura, mentre invece gli uomini possono e devono fondare le loro reciproche relazioni sulla giustizia, riconosciuta mediante la ragione -n.d.r.) opera un principio diverso dalla forza,  o bisogna riconoscerla come signora unica e sovrana anche per le relazioni umane." (ibidem)
 
La giustizia, infatti, è altrettanto reale nel cuore degli uomini. Gli uomini, ed il modo in cui il loro cuore è fatto, è reale. I bisogni innati, come, appunto, quello di giustizia, sono realtà. L' umanesimo, allora, non è in conflitto con la scienza.
 
 
 
***
 
Oggi il mondo è ingiusto, lo sappiamo bene. Ovunque, non si sentono che lamentazioni.
Il problema sorge quando ciò che percepisci tu come ingiusto, e poi quel che è ingiusto per me, non collimano, si sbilanciano.
Tu avverti la tua indignazione nei confronti dell' ingiustizia a te cara come assolutà priorità, e così affossi la mia, di cui non t' accorgi. Potresti guardarmi morente, e non cambieresti opinione, dentro di te.
 
Serve l' ordine. Una perfetta scienza sociale. Come si fa.
Ed ho appena scoperto che non c' è alcuna via di scampo.
Bisogna amarsi. Il resto sono chiacchiere.
 
 
 

lunedì 15 agosto 2011

Ne quid nimis?

Natura e virtù: il centro dell' universo umano, senza le quali esso si perderebbe in una vastità cosmica capace di annullarlo.
Forse è vero che "Il saggio è pieno di gioia, ilare e placido, senza turbamenti, vive come gli dei", ma è altrettanto vero che la moderazione, viatico per la serenità e la saggezza, non è sempre ciò che precisamente vogliamo quando le nostre energie vitali ci solleticano e ci seducono.
In realtà noi approdiamo a quella massima della sapienza greca del tempio di Delfi  'Ne quid nimis' ("Niente di troppo") quando esse iniziano ad illanguidire ed accusano stanchezza, ma fin che in noi arde il fuoco sacro che alimenta la natura stessa, continuiamo a preferire il rischio di un' eventuale sofferenza pur di inseguire una promessa d' amore, una passione, od un trionfo dell' immaginazione.

***

La mia serenità sta nell' offrirmi al mio destino, che se nel particolare Dio solo sa dove mi porti, nel generale è il destino di tutti gli uomini: venire trascinati comunque dalla stessa forza che muove l' universo intero, quest' organismo vivo in cui ogni vita, perfino la mia piccola vita di donna metropolitana che digita un post notturno mentre la luna quasi piena sovrasta, interagisce con la vita di tutti e tutto semplicemente essendoci.

Ecco che il limite del 'troppo' si sbriciola, perché quest' esistere è immisurabile e smisurato, e la mia capacità d' amare è enorme, forse pure infinita, purché sappia essere, specularmente, intesa ed accolta dalle anime affini.

***


"Chi ha sentito una gioia immensa scoprendo in una radura un piccolo riccio che beve da una pozza d' acqua, con la sua linguetta rosa salmone, oh, meraviglia!"

(Luciana Marinangeli, Vivere sereni)



lunedì 8 agosto 2011

Le due porte

"Tu mi domandi che cosa si possa fare di fronte a questa noia di vivere; la cosa migliore sarebbe, come dice Atenodoro, buttarsi negli affari e nella politica.
Vedi quanti passano la giornata all' aperto, per allenarsi e curare il proprio fisico; gli atleti, poi, dedicano la maggior parte del tempo a potenziare i muscoli, che è, del resto, il loro impegno principale; così, per noi, che ci prepariamo alle lotte della vita, la cosa di gran lunga maggiore è dedicarsi all' azione. Infatti, se si nutre il proposito di rendersi utili ai cittadini e all' umanità intera, chi si è dato anima e corpo all' azione, amministrando, secondo la propria capacità, le cose pubbliche e private, vi trova il mezzo per esercitarsi e perfezionarsi.
Tuttavia, prosegue Atenodoro, poiché fra tante ambizioni umane, a causa di calunniatori capaci di stravolgere quanto si fa di bene, l' onestà è sempre minacciata e i fallimenti sono destinati ad essere sempre più frequenti dei successi, è meglio ritirarsi da ogni impegno pubblico e sociale. Un animo grande trova modo di esprimere sé stesso anche nella vita privata, e se è vero che la furia aggressiva dei leoni e delle fiere è frenata dalle sbarre delle gabbie, questo non avviene per gli uomini, che compiono le azioni più grandi nella vita ritirata.
Si stia pure appartati, ma in modo tale che, ovunque ci si tenga nascosti, si possa continuare ad aiutare i singoli e la collettività con l' intelligenza, la parola, il consiglio. Allo Stato non sono utili solo quelli che presentano dei candidati, difendono gli accusati, discutono di pace o di guerra, ma anche quelli che educano i giovani; quelli che, in così grave mancanza di buoni insegnamenti, ispirano la virtù negli animi; quelli che cercano di fermare la corsa verso il denaro e il lusso o, almeno, la frenano; un simile uomo così facendo, anche se privato, rende un servizio di pubblica utilità.
Ritieni forse che il pretore che giudica le cause fra stranieri e cittadini, o il pretore urbano che pronuncia le sentenze emesse dall' assessore compiano opera più importante di chi insegna che cosa siano la giustizia, la pietà, la tolleranza, la forza d' animo, il disprezzo della morte, la conoscenza degli dei e quale grande bene e gratuito sia per gli uomini l' avere la coscienza in pace?
Se tu, quindi, dedicherai allo studio il tempo sottratto ai pubblici uffici, non avrai né trascurato né dimenticato il tuo dovere; è buon soldato non solo chi si batte in prima linea per difendere il fianco destro o sinisro, ma anche colui che fa la guardia alle porte e svolge un servizio di sorveglianza meno pericoloso, ma non meno utile, fa i suoi turni di guardia e presiede al deposito delle armi: questi compiti, anche se non comportano pericolo per la vita, rientrano tuttavia nel numero degli obblighi mlitari.
Se tornerai agli studi, eviterai la noia della vita, e non aspetterai la notte perchè la luce ti dà fastidio, né ti sentirai di peso a te stesso e inutile agli altri; molte persone ti diverranno amiche e saranno i migliori a venire da te. La virtù, per quanto nascosta, non rimane mai ignorata, ma si rende manifesta: chiunque ne sarà degno ne scoprirà le tracce.
Se tronchiamo ogni rapporto sociale e rifiutiamo il genere umano e viviamo ritirati solo in noi stessi, a questo isolamento, privo di ogni prospettiva, seguirà l' assenza di attività sociale. Ci daremo prima a costruire e poi ad abbattere edifici, ora a ricacciare indietro il mare e far deviare i corsi d'acqua, a dispetto delle leggi di natura, sprecando il tempo che la natura ci ha dato.
Il tempo: alcuni lo usano con parsimonia, altri con prodigalità; c' è che lo usa con coscienza e chi lo spreca del tutto, che è la cosa più turpe che esista. Spesso, un vecchio carico d' anni non ha altra prova per dimostrare di essere vissuto che contare i suoi anni."
(Seneca, La tranquillità dell' anima)

Dieci anni fa la lettura di Seneca m' infondeva forza. I suoi sono concetti semplici, solidi, ragionevoli, potenti. Non ho avuto mai alcun dubbio sul fatto d' essere una stoica, dall' impianto di valori piuttosto essenziale e monumentale , sostanzialmente impermeabile alle leccornie del mondo, che trovo massimamente noiose e dozzinali. I miei desideri non hanno mai avuto natura materiale, ma sono sempre stati, piuttosto, rifrazioni un po' poetiche di un' immaginazione tesa sostanzialmente ad ideali filantropici, in cui il massimo del piacere era rappresentato dalla sintonia con simili.
Beh, ora è diverso il mio modo di sentirmi.
Rimango "stoica" nell' accettazione dei casi della vita, delle bizze della fortuna, del mio destino genetico -che mi ha dotata della maledizione di una schiena che paga tutto lo scotto della conquista umana della stazione eretta-, e nella sostanziale indifferenza verso l' incertezza del mio futuro.
Ma alla forza pubblica della virtù non credo più. Io penso che la virtù sia stata estromessa dagli umani progetti e dalle umane considerazioni. Ritengo che non interessi più a nessuno, nel modo più assoluto, e che il suo stesso concetto sia sbiadito finanche nel linguaggio. Ciò è evidente nella politica come nei rapporti infraumani.

"Senza un avversario la virtù marcisce" , ed oggi l' avversario è aleatorio, subdolo, strisciante. Ciascuno di noi smentisce con i fatti ciò che sogna o che afferma di ritenere giusto e bello. Nel pubblico e nel privato.
Non c' è virtù senza integrità, e bisogna procedere per paradossi e negazioni cercando anche la più elementare delle verità.



Joseph Mallord William Turner
Castello di Dolbadern

Come quel tale che giunge davanti al palazzo, desideroso d' entrare, ma due sono le porte e soltanto una è quella giusta. Sono controllate da due guardiani: uno che dice sempre il vero ed uno che dice sempre il falso, ed è possibile porre una sola domanda. Ma come porla in modo tale che riveli la verità?


giovedì 21 luglio 2011

Universale filantropia

Per catturare la sua preda, Peleo deve, innanzitutto, indovinarne i movimenti ed assecondarvi i propri, anche con immane sforzo ed indicibile sacrificio. Mentre Teti, infuriata dalla di lui imboscata, si trasforma in acqua, fuoco, leone e seppia, egli non demorde, fino a vincerla, attraverso l' ammirazione che in lei scaturisce alla constatazione di tanto coraggio e forza.

La nostra anima -pur forse eterna-  è dunque coinvolta strettamente con le trasformazioni dei corpi nel tempo in un ciclo incessante e sempre variabile.

Per raggiungere uno scopo, di conseguenza, è necessaria una grande saggezza che presupponga la capacità di confrontarsi con le infinite variabili della realtà.
Comprendere il rapporto tra tempo e vita significa capire anche che sia l' uomo sia la natura soggiacciono allo stesso principio universale delle vicissitudini.
Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume.

Comprendere questo consente anche di assaporare la molteplicità della bellezza del mondo, dell' esistenza.
Eppure, ciò è anche quanto di più difficile noi umani si possa riuscire a fare. Di certo, lo è per me, anche se so che è il solo modo di vivere davvero, senza colpevoli omissioni ma anche senza subire irreparabili perdite.
Riallacciare il rapporto con la Natura facendo sì che le condizioni oggettive di esistenza che i tempi moderni ci impongono non ce ne stacchino totalmente, riuscire ad armonizzare nel contempo uno sguardo microscopico ed una vista ampia e generale, e sapere che anche gli individui funzionano, in sostanza, secondo le stesse regole di molteplicità e variabilità di qualsiasi altra forma universale, capire che nessun aspetto dell' esperienza terrena può fagocitarne un altro: ciò può permettere di conquistare serenità, dopo lungo, lungo esercizio.

"Il vincolo per Platone è bellezza o armonia in ciascun genere, per Socrate virtù e grazia d' animo, per Timeo dominio sull' anima, [...] per me tristezza ilare, ilarità triste".  (G.Bruno, De Vinculis)

Universale filantropia: ecco ciò di cui abbisogna il mondo, in generale, e chiunque di noi provi il disagio del vivere, in particolare.
Un solo vincolo ci conduce inesorabilmente verso il fanatismo e condanna alla pochezza morale ed intellettuale.
Non sono stata capace di amare una sola volta e per sempre, di fare una cosa esclusiva e determinata-seppur fosse eccellentemente-, di percorrere un' unica strada maestra, di preferire uno stile di vita all' altro: ciononostante le forme possibili restano infinite ed io non ho ancora fatto nulla.
E me ne compiaccio, in fondo, pur se così affaticata. Amo la vita d' amore non morboso, molteplice e reiterato.

***

La natura asinina dei nostri politici è disarmante, la loro vergognosa incapacità tattica e logica, nonché passionale, ha qualcosa di oramai spiazzante, e l' intero sistema di potere mondiale prescinde completamente da qualsiasi considerazione umanistica.
Per questo, stiamo vivendo (ma ne morremo?) la peggiore crisi di civiltà della Storia.

Alla luce del grave -forse irreparabile- distacco che ormai è evidente tra la casta politica italiana ed i cittadini -ivi compresi coloro che la sostenevano-, appare chiaro che tra i suoi esponenti non solo nessuno sappia esercitare la filantropia ed amare il proprio Paese, ma difetti anche dell' intelligenza e della prudenza per comprendere che la misura, ormai, è davvero colma, tanto da proiettare lo spettro della rivolta civile.
"Non importa [...] chi un tempo mi avvinceva a sé con la stima del suo sapere; poi, cancellata la stima da una maggior consapevolezza, sono subentrati vincoli di disprezzo e di sdegno". (ibidem)
E allora, asini, sono guai...

martedì 19 luglio 2011

Circe

...una filosofia che prescinda dalla vita, dalla biografia, per Giordano Bruno non potrà toccare mai la verità... : ho concluso così il post precedente, perché credo profondamente in questa affermazione.

Non sono mai riuscita, infatti, a pensare in buonafede -cioè onesta- una sola asserzione di filosofo, o teologo, o intellettuale, o uomo della strada, o uomo della Rete, che non sia strettamente allacciata alla sua personale esperienza della vita e del mondo ed avvalorata dalle sue precedenti, presenti o conseguenti azioni.
E per amare -genericamente- qualcosa o qualcuno io ho bisogno sia dell' assoluta certezza della sua sincerità, sia della verifica della fondatezza delle sue intenzioni, di cui egli stesso potrebbe essere all' oscuro. Ogni cosa a me diretta, verbo o scritto, pertanto, mi lasciano cautamente circospetta e mi inducono alla sospensione del giudizio, in attesa della riprova che soltanto la realtà vissuta può dare.

Ebbene, la 'riprova' avviene sempre, in un modo o nell' altro, ed estrapola ogni verità.
Che sia la defezione nel momento del bisogno di colui che si dichiarava amico, la degenerazione in noia ed abitudine di ciò che si credeva grande amore, la dimenticanza che lascia affievolire fino alla loro totale dissolvenza momenti vissuti o condivisi creduti assoluti e forse anche potentemente simbolici, il velo di silenzio e di inerzia che vanifica una dichiarazione di stima che pareva sincera, ed infinite altre situazioni, ciò che è certo è che la vita, compiendosi, decreta fugando ogni dubbio.
Che sia anche doloroso non è affatto rilevante.

***

Ma è storia antica, pare che l' uomo non possa cambiare: la falsità, o la stoltezza -la natura asinina-, sono le principali caratteristiche umane, da sempre e, da sempre, pochi sapienti hanno cercato di equilibrare invano la decadenza cui una moltitudine rozza e sciocca ha condotto e rappresentato l' umanità.

Dosso Dossi


Analizzando il suo tempo storico Giordano Bruno fa dire alla maga nel Cantus Circaeus , adottando un' analisi in chiave fisiognomica, che gli uomini sono "animi ferini celati sotto scorza umana", e si chiede: "è forse giusto che un' anima bestiale viva nel corpo di un uomo come in una tana oscura ed ingannevole? Dove sono le leggi che governano le cose? Dove il lecito e l' illecito per la natura?"
Ella osserva come tutto sia capovolto: incapaci che comandano, asini che hanno il potere di colpire i meritevoli,  e poi un mondo retto sull'inganno, su imposture e falsità.
(attuale il Nolano, nevvero? n.d.r.)
La natura, dunque, ha confuso in un solo sembiante uomini e bestie, e Circe prega il padre Sole e gli altri dèi di ripristinare un ordine, una verità. "Per i volti menzogneri che distribuiscono inganni, per l' alta potenza dei custodi che sono presidio della natura, vi scongiuro strappando da ciascun individuo di specie bestiali le sembianze umane, fate sì che questi esseri si mostrino nelle loro figure esteriori e veritiere."

A differenza di Alberti e Campanella, che rinviano al momento della morte o del Giudizio Universale la caduta delle maschere degli uomini, Bruno mirava, con la sua opera, a ripristinare ordine e giustizia nel suo tempo, vero obiettivo della sua filosofia.

***

Con grande umiltà, io sento che tutta la mia infelicità, l' infelicità che mi deriva dal mondo e dai miei simili, e che segna la mia strana vita, ha a che fare con gli effetti dell' eterno Teatro che è la vita degli uomini, e con le innumerevoli maschere che essi non hanno ancora smesso di indossare, e capisco perché la storia del Nolano mi abbia sempre tanto emotivamente coinvolta e perché l' indignazione per il suo assassinio sia sempre stata così netta ed impetuosa. Anche se ...





lunedì 18 luglio 2011

L' ultimo Mercurio alato, ovvero Giordano Bruno, il Nolano -bestie, uomini, eroi-

Egli non aveva bevuto le acque del fiume Lete, come l' asino Onorio della Cabala, e ricordava perciò perfettamente anche quale animale fosse stato immediatamente prima d' essere Giordano Bruno: un superbo cigno. Così, ermeticamente, contribuiva alla scelta del proprio destino di carne e spirituale.

Salvador Dalì


"Come dunque accade che queste anime particolari diversamente secondo diversi gradi d' ascenso e descenso vegnono affette quanto agli abiti et inclinazioni , cossì vegnono a mostrar diverse maniere et ordini de furori, amori e sensi: non solamente nella scala de la natura, secondo gli ordini de diverse vite che prende l' anima in diversi corpi, come vogliono espressamente gli Pitagorici, Saduchimi et altri, et implicitamente Platone et alcuni che più profondano in esso; ma ancora nella scala de gli affetti umani, la quale è cossì numerosa de gradi come la scala della natura, atteso che l' uomo in tutte le sue potenze mostra tutte le specie de lo ente."  (Giordano Bruno, Furori)

Bruno aveva una concezione della vita universale, cosa che gli arrecò non pochi grattacapi nel tentativo di spiegare una determinata specificità dell' anima umana: se "forma" e "materia", "atto" e "potenza", "anima" e "corpo" sono unum et idem, dato che la materia è essa stessa vita, ci deve essere una differenza di grado da cui scaturiscano, simultaneamente, altri principi, come il libero arbitrio e il merito.
Questo scarto afferma alfine un primato del principio spirituale sul principio materiale in cui si palesa però una contraddizione con la concezione della "materia primiera del tutto". 
Consapevole degli elementi aporetici interni alle sue posizioni, Bruno secolarizza inferno e paradiso realizzandone la loro prospettiva direttamente a livello del corpo, in cui l' anima riceve il castigo o il premio nella vita in un eterno e quotidiano Giudizio Universale.
Perché le anime -dice il Nolano- non sono tutte uguali: esiste una fondamentale differenza tra le anime dei bruti e quelle degli uomini. Le prime, senza alcuna memoria individuale, si dissolvono nel seno della Vita universale nell' eterna vicissitudine a nuovi composti; le seconde, esaurito il loro ciclo, conservano memoria e identità.

Ed ecco lo specchio:
"Il spirito, poi, [...] quanto al suo essere particolare et individuale, intendono et intendo che si produce di nuovo come da un specchio grande e generale, il quale è una vita e rappresenta una imagine et una forma per divisione e moltiplicatione di sopposti parti resulta il numero delle forme, di sorte che quanti sono fragmenti del specchio, tante sono forme intiere, così in ciascune di quelle come era in tutto, le quali forme non patiscono divisione o recisione, come il corpo." (Giordano Bruno, Processo)

Nessuna differenza, quindi, fin qui, tra l' anima umana e quella dei bruti nell' universalità dello spirito, se non a causa di un privilegio che non trova riscontro in cause naturali e questo privilegio, in ultima analisi, è la capacità di conservare i ricordi -effettivo fondamento dell' identità  e dell' immortalità dell' anima individuale-.
In realtà, questa distinzione è insensata e insostenibile, ma necessaria alla rappresentazione che G. B. vuole fornire nel suo teatro della Vita: egli ha bisogno di spiegare il furore eroico, ossia un' esperienza che rimane tuttavia  profondamente umana in cui l' uomo esprime ogni sua potenzialità pur nella sua ontologica ed irrimediabile limitatezza, attraverso la lunga sequenza di cadute, sconfitte, vittorie, luci ed ombre, come succede ai "nove illuminati" dei Furori. " ... or vedenti, or ciechi, or illuminati [...]son rivali ora nell' ombre e vestigii della divina beltade, or sono al tutto orbi, ora nella più aperta luce pacificamente si godeno" fino a quando vengono "illuminati da la vista de l' oggetto in cui concorre il ternario delle perfezzioni, che sono beltà, sapienza e verità, per l' aspersion de l' acqui che negli sacri libri son dette acqui de sapienza, fiumi d' acqua di vita eterna".

"Il furioso è simile a quel giocatore che, impegnatosi in una partita mortale e senza speranza di vittoria, ottiene un risultato eccezionale, che è, simultaneamente, uno scacco irreversibile -secondo quella dinamica dei contrari che anima, come una leva fondamentale, ogni aspetto della realtà in un moto senza fine. Bruno visse l' esperienza del furore dandone una testimonianza straordinaria; ma proprio perché la descrisse comprendendola, dimostrò che egli era in grado di andare oltre, spezzando i confini dell' umanità. Sapeva di poterlo fare - e lo fece- perché guardando a fondo dentro di sé imparò a ricordare, ricordava le altre vite che aveva vissuto; e, a differenza del furioso, ricordando comprese di avere un destino che, sottraendosi all' oblio, si differenziava da quello di tutti gli altri 'fragmenti' del grande 'specchio' universale, i quali, ritornando donde sono partiti, dimenticano ciò che sono stati, quello che hanno fatto. Lo comprese perché interrogò la sua vita trasformandola nel vero banco di prova di sé stesso e della sua missione. E' il ricordo, la memoria, la prova 'sperimentale' della natura 'mercuriale' che Bruno scoprì di avere, ritrovando dentro di sé tracce di quello che era stato. In Bruno la memoria era ben più di un' arte, per quanto importante: era la via attraverso cui l' uomo riconosce, e assume dentro di sé la propria natura di Mercurio." (Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Il teatro della vita)

Una filosofia che prescinda dalla vita, dalla biografia, per Bruno non potrà toccare mai la verità.

 

venerdì 29 aprile 2011

Lo spirito libero ama ciò che è necessario

Decido, ad ogni istante, di non cedere.
Se pur perplessa, priva di vere verità, molto stanca, talvolta sbigottita dalla concentrazione di manifestazioni di una cieca assurdità nella mia piccola vita, io non riesco a cedere.

Sto dentro una spessa corazza -lo ammetto- e sono convinta che il mio privato non abbia poi così importanza, sicché, al riguardo, taccio, anche se -me ne rendo perfettamente conto- ciò rende spesso ardua l' interpretazione di molte delle mie affermazioni.
Ma è una questione di pudore nel senso estensivo del termine, di discrezione ed eleganza, in un momento in cui prevale invece la spettacolarizzazione di umori e sentimenti.
Però -penso io-, solo ciò che ha peso specifico lieve emerge e galleggia, mentre quel che è denso e pregno si deposita, permane e muta la superficie d' appoggio per sempre.

A me sono capitate esperienze particolarissime e destabilizzanti, pur nella conduzione di un esistenza che non cercava divagazioni eccentriche od osava voli pindarici, e sono una persona destinata, per sua immutabile indole, a cercare aderenza ed identificazione perfetta tra ciò che penso, dico, faccio, scelgo od affronto per lo scherzo del caso. 
Provo ad essere tutta intera, almeno presente a me stessa, senza alibi ed infingimenti, ed è così che scopro essere questo il solo modo per amare lo stesso, e forse maggiormente, la vita e gli uomini, ed il loro divenire.

La Vita, Gli Uomini, Noi, la specie umana: non faccio che ammirare, solitaria, l' eroismo della nostra dolorosa permanenza nel Cosmo.

***

Nietzsche e Marx, nella storia del Pensiero, sono stati i due filosofi maggiormente traditi dalla strumentalizzazione subita da ideologie che hanno trasformato in menzogne la nobiltà originaria delle loro parole. Quest' ingiustizia nefanda ha consentito che la splendente immagine dei loro geni venisse lordata del sangue di milioni di innocenti, nei campi di concentramento nazisti, sugli indegni patiboli, sui terreni di guerra, nelle carceri buie e gelate.
Ma chi sa sopportare la condizione dello straniero, ha occhi tersi per vedere la verità.




"Come vivere libero e senza legge? A quest' enigma l' uomo deve rispondere, pena la morte.
Nietzsche almeno non lo elude.Risponde e la sua risposta sta nel rischio: mai Damocle danza meglio che sotto la spada. Bisogna accettare l' inaccettabile, e attenersi all' intollerabile. Dall' istante in cui si riconosce che il mondo non persegue alcun fine, Nietzsche propone di ammettere la sua innocenza, di affermare che esso non cade sotto giudizio perché non si può giudicarlo su alcuna intenzione, e di sostituire dunque a tutti i giudizi di valore un solo sì, un' adesione intera ed esaltata a questo mondo. Così dalla disperazione infinita scaturirà la gioia infinita, dalla servitù cieca la libertà senza remissione. Essere liberi significa appunto abolire i fini. L' innocenza del divenire, non appena ad esso si acconsenta, rappresenta il massimo della libertà. Lo spirito libero ama ciò che è necessario. E' intimo pensiero di Nietzsche che la libertà dei fenomeni, se è assoluta, senza incrinature, non implica alcuna specie di costrizione. Adesione totale ad una necessità totale, ecco la sua definizione paradossale della libertà. La domanda: 'libero da che cosa?' è allora sostituita da: 'libero per che cosa?'. La libertà coincide con l' eroismo. E' l' ascetismo del grand' uomo, 'l' arco più teso che esista'."

(Albert Camus - L' uomo in rivolta)


martedì 19 aprile 2011

Ingenua sapienza

Io devo confessare di amare, in genere, i filosofi -antichi e pre-moderni-, a causa di un innato sentimento materno che mi deriva dall' appartenenza al genere femminile.
Li amo per la loro ingenuità e nonostante la maggioranza di loro fosse irrimediabilmente e penosamente misogina, cosa che alimenta, tutto sommato, quell' istinto compassionevole e tendente al perdono che fa anch' esso parte -o ne consegue- dell' indole di donna. Come una mamma, sorvolo sui diffettucci, ché tanto, poi, l' esser misogini avrà avuto tristi effetti sulla loro stessa vita.
Può, un saggio, essere, al contempo, ingenuo?
Sì, lo può, anzi deve esserlo. Ingenuo, ovvero con idee che si generano, che nascono, da dentro.

Mi commuovono, i filosofi, perché sapevano ogni cosa sull' umana natura ed amavano sì tanto l' uomo da proporgli più di un valido modello di esistenza felice, compresi pure tracciati ed indicazioni dettagliate per la civile convivenza con i propri simili: stati e repubbliche ideali, gerarchie e valori.
Tra i tanti proposti, avremmo pur potuto sceglierne uno di adatto e soddisfacente e viver così senza troppe scocciature e sofferenze questa manciata di giorni dell' esistenza mortale, i quali, per chi non trascende, sono pure i soli di cui aver responsabilità e coscienza!

Invece no, non li abbiamo ascoltati, ed ora siamo nei guai. Naturalmente il modello perfetto non c' è mai stato, ma qualche solido puntello, cui poggiare il nostro assalto al futuro, ed evitare d' incasinare il mondo come invece abbiam poi fatto, avremmo dovuto difenderlo con  le unghie e con i denti.
Che so, qualche brandello di antica verità, piccole dosi di etica, un po' di buonsenso e lungimiranza, ...saggezza, insomma.
Ingenua sapienza.


Prendi quello sfigato, ma geniale, di uno Spinoza, ultimo degli antichi, primo dei moderni,  morto prima di saper nulla di evoluzionismo, rivoluzione scientifica, produttività agricola ed industriale, anatomia umana e neuroscienze: non era completamente moderna la sua intuizione che l' uomo è un essere capace di sviluppo e che è mosso da una pulsione di base che lo porta ad assumere il controllo sulla natura e migliorare la propria posizione attraverso il continuo incontro-scontro con i suoi simili? Il conatus era il centro della visione dell' uomo di Spinoza.

La sua enfasi sull' uomo -la cui bellezza non sta nello sfarzo o nell' apparenza, ma nell' armonia delle sue azioni, che devono tendere al suo sviluppo, per toglierlo dallo stato dell' aggressività ferina, inducendolo a stringere un patto con gli altri uomini e con lo Stato- mira a suggerirgli un percorso ideale e reale, che lo conduca alla felicità, che si realizza collettivamente amando i propri simili ed individualmente attraverso la comprensione della natura e delle sue leggi.
Come in Dante, anche per Spinoza Dio, o la Natura, corrisponde a sapienza e conoscenza.

***
 Questo scolio al Corollario della Proposizione 31, intanto, lo dedico al nostro premier ed alla politica italiana tutta:
"... questo sforzo di far sì che ciascuno approvi ciò che noi stessi amiamo o abbiamo in odio è, in realtà, ambizione; e perciò vediamo che ciascuno desidera per natura che gli altri vivano secondo il suo talento; e poiché tutti hanno ugualmente questo desiderio tutti sono ugualmente di ostacolo gli uni agli altri, e poiché tutti vogliono essere lodati o amati da tutti, tutti si odiano a vicenda"


venerdì 14 gennaio 2011

Quando gli esseri umani credono volentieri a quello che vogliono credere...

Chi ha profondo rispetto per il pensiero sa perfettamente che la presunzione di Verità lo vizia e lo guasta.
Il telos intellettualmente più onesto, in un essere umano che si ponga domande le cui risposte non siano verificabili, è, a mio avviso, la perplessità, per quanto essa possa risultargli dolorosa.

Una delle domande più stupide e tracotanti che noi esseri umani ci poniamo -e la più noiosa-, è: "Perché siamo?" (Tralascio le due consorelle "Da dove veniamo?" e "Dove andiamo?", perché mi scappa da ridere...)
Si  osserva, comunque, che i soli ad ostinarsi ad affermare di possedere risposte inconfutabili e certe sul senso del nostro vivere rimangono gli integralisti religiosi (almeno nei presupposti preliminari delle loro speculazioni): loro lo sanno con certezza. Che invidia.
Penso spesso che adottare già confezionata la giustificazione all' esistenza umana (agiamo per la conquista dell'eterna felicità o dell'eterna dannazione), sia una comodità non indifferente oltreché decisamente moderna e sbrigativa.
***
Non so se faccio bene a credere in Dio -si dice Pascal-, non ho la certezza che Lui ci sia, perciò mi affiderò ad una scommessa, ad un ragionamento che cerchi logica laddove abbondino le incognite. Se Lui non ci fosse io mi sarei negato molte occasioni di piacere -non soltanto materiali- seguendo le sue leggi ( e ciò è molto, molto seccante e vagamente beffardo), ma se, invece, ci fosse ed io cercassi di compiacerlo, mi risparmierei i tormenti eterni (e "eterno" è qualcosa che non finisce mai...)
Da matematico ritenne conveniente credere.
Che dire? Buon per lui, immagino il sollievo nel liquidare un così feroce dilemma... nonostante il paradosso sotteso.
***
Forse è autoinganno e forse pure meritevole di indulgenza, non dico di no: non tutti hanno la forza di sbirciare l' abisso senza impazzire.
L' autoinganno, d' altronde, è la specialità di noi umani e lo esercitiamo compulsivamente, in un' impressionantemente alto numero di atti.
Mica l' ho detto io, eh!...,  è stato uno che di uomini ne sapeva, tant' è che li conquistava a blocchi.
"Fere libenter homines id quod volunt credunt" ("In generale gli esseri umani credono volentieri a quello che vogliono credere". Giulio Cesare).


"Posso essere ingannato da un' altra persona, ma posso anche essere vittima di un autoinganno. Non potete riuscire a ingannarmi, se so che state per farlo. Ma com' è possibile che io inganni me stesso? Non so, forse, quello che sto per fare, e questo non impedirà necessariamente l' autoinganno?"
(Michael Clark-I paradossi dalla A alla Z-2004 Raffaello Cortina Editore)


Artista contemporaneo giapponese

No, non basta per niente.
Spesso mentiamo a noi stessi sotto l' influsso di emozioni o suggestioni -interne ed esterne- e per necessità interiore dettata dalla nostra autostima, sia essa iper o ipo-trofica.
Talvolta lo facciamo per superficialità o ignoranza, traendo le conclusioni a noi più comode e relative ad evidenze non sufficientemente considerate ed osservate.
L' amante la cui mente sia obnubilata dalla gelosia coglierà ogni dettaglio a suo avviso sensibile per rafforzare la sua convinzione d' essere vittima di tradimento.
L' elettore fedele innamorato dell' immagine complessiva e non troppo puntigliosamente osservata del suo idolo politico manterrà l' autoinganno a dispetto di qualsiasi evidenza e nefandezza etica di cui quest' ultimo possa rendersi protagonista.
La madre che per incuria, anche solo momentanea, sia responsabile di un piccolo incidente domestico occorso al suo piccolino mentre stava al telefono con l' amica, preferirà pensare che, non possedendo la dote dell' ubiquità, l' incidente stesso non poteva essere evitato.
Ora, io almeno di avere l' "anima" penso di essere certa, se non mi autoganno.
Ho un' anima. Di definirla con precisione poco importa.
Ce l' abbiamo tutti, espressa in modo diverso e con diverse caratteristiche. Splendida, luminosa, tiepida, dolce, nel più lieto e lineare dei casi ( il più improbabile) od oscura, plurisfaccettata, poetica, addolorata, minimamente espressa, e bella, brutta, in molti altri. Incommensurabilmente preziosa perché unica, nel più assoluto dei modi.
Da dove venga non m' importa, ne perché; m' importa che ci sia. Magari è pura energia cosmica, non lo so.
Non è in conflitto con l' intelligenza: vi è fusa.

Ciò che mi chiedo è: che cosa ne devo fare?



domenica 26 dicembre 2010

Incontri

Ho pudore a far uscire ancora parole: di ciascuna di esse mi vergogno e diffido, e non tanto perché io ne conosca una loro supposta natura o finalità intrinsicamente laide ed abbiette (preferirei crepare piuttosto che mercanteggiarle, anche inconsciamente, per qualche fine egoistico od edonistico), ma, piuttosto, perché so che il viandante che vi si dovesse imbattere, le prenderà come meglio gli aggraderà, decidendo se tacciarle di ipocrisia, di malafede, di narcisismo, di stupidità.  Ecco perché me ne vergogno: loro sono pure ma la semplice apparizione le corromperà, un po' come succede alla mummia esposta all' aria.
A che può servire, allora. A niente, lo so bene. Ed il silenzio? Ugualmente a niente.
La sola propulsione al vivere è la speranza. Spero che, per quanto improbabile, un altro umano le "senta", anche senza necessariamente condividerle. Qui sta tutta la giustificazione di scrivere davanti ad uno schermo intime suggestioni e pensieri, laddove io possa con fermezza respingere la teoria di chi si ostina ad affermare che il vero motivo è sempre l' aspirazione a costituire un centro, un anche piccolissimo polo d' attenzione: io no, non funziono così. Io, magari pateticamente, amo, nel senso che faccio le cose per amore.
La solitudine uccide, ragion per cui siamo tutti morenti, e lassù non c' è nessun dio, mi spiace: ci è rimasto Internet, fino a quando, pure esso, non subirà un' implosione di qualche tipo.
E poi, quello delle parole è un baronaggio, e non così nuovo, in fondo, ed io l' ho in odio, come tutti gli altri espedienti utilitaristici in uso tra noi umani. Probabilmente cadendo in errore concettuale, giudico l' utilitarismo sempre "volgare" : potrebbe essere perfino un retaggio, a mia insaputa, bigotto.
Ma non conosco altro modo per motivarmi, o cercare ragioni, se non ponendo domande oziose, a me stessa ed al mondo.

***

Oggi è un giorno “speciale”, nella sua ordinarietà . Appartiene alla sequenza di momenti ricorrenti nella mia esistenza da che ne ho memoria, con i quali ho perfetta dimestichezza e confidenza. So che tornerà puntualmente, fino alla fine del tempo.


C’ è l’ Angoscia, qui da me. Un’ ospite invadente, ma ormai abbastanza abitudinaria.
Farò, allora, qualche chiacchiera con lei, visto che non mi lascerà andare via senza un cenno di riscontro.
Pare che lei sia la sola risposta possibile ad ogni domanda.
Inoltre, non la temo, la posso imbrogliare. Se non la posso vincere,  posso irriderla.

Sirio: “Sei di nuovo qui? ero sconsolatamente sola, con unico compagno questo sublime, ed insieme inquietante e fatalistico, Requiem di Mozart.

In tale essenziale stato monadico tu costituisci, almeno, una testimonianza di vita, che è certo meglio del nulla.

Sì, lo so lo so, è ciò che accade spesso a certi umani pensanti - quelli malinconici, un po’ ipersensibili, intrinsecamente romantici, ostinatamente stoici, spesso inguaribilmente ottusi-, ma talvolta quel nulla è così opprimente da far accogliere con senso di sollievo perfino un’ ospite cosi scomoda ed invadente.”

Angoscia: “Sei un’ ingrata. Sai che, una volta andata, lascio un obolo di risposte. Sei un’ orribile egoista, come tutti quelli della tua maledetta stirpe lagnosa. Non sei forse tu stessa a crearmi? Non è forse tua esclusiva responsabilità la mia apparizione? La vita ha mille aspetti e mille sono i modi per condurla: tu sei la sola creatrice della tua, non tediarmi. C’ è del sottile compiacimento nel tuo soffrire: sai che contraddistingue chi è avvezzo a sondare gli uomini, e le cose, e gli accadimenti. Tu ami ritrovarti marchiata in questo modo, da sempre: è la tua natura, e ti ci crogioli. Ti dà un sottile compiacimento, una suggestione decadente di elettività. E’ la tua vanità a darti dolore.”

Sirio: “Bugiarda.
Non c’ è alcuna alternativa alla tua presenza, io devo sopportarti, mio malgrado, per la semplice ragione che esisto.
Non l’ ho chiesto, né predeterminato.
Non l’ ho deciso.
Non so chi mi abbia scaraventato quaggiù.
Eppure esisto.
Che sia Dono o Condanna è semplice combinazione di circostanze casuali. Tu sei inevitabile, in questo mio mondo gelido e difficile, in questa dura impopolare scelta d’ essere.
Che poi, a ben guardare, scelta non è: è doverosa necessità di verità, perché neppure la mia indole è opera mia, ma è un marchio di nascita, apposto dal gigantesco timbro cosmico, mosso da forze misteriose, alle nostre menti imperscrutabili.
Noi non facciamo nulla, noi siamo fatti da una Natura impassibile e miope, che, come un gigantesco molosso maldestro, munito di poderose braccia a maglio, sferra colpi strepitosi a destra e a manca: là si apre una voragine, qua s’ erge una montagna per contraccolpo; qui spazza via ogni forma di vita e la terra si raggrinzisce e si spacca, lì getta semi che la rendono lussureggiante e feconda.

Noi moriremo, e ciò ci rende tristi, perché, in questo breve ed accidentato cammino, non abbiamo saputo né potuto evitare d’ amare.
E’ questo, il più crudele dei destini.

Angoscia: “Ma non soltanto, ed anzi forse appena in parte.
Io entro in te perché nessun altro è mai riuscito a farlo.
Prenditela con gli umani, semmai..., io non c' entro.
E' tua la responsabilità di non essere abbastanza amabile, o loro quella di non saper dare sufficiente nutrimento alle tue velleità sentimentali e filantropiche.
Sono tua ospite, sempre più spesso, perché non hai più speranze. Sai che la tua patetica battaglia per sconfiggere la solitudine di una vita è perduta.
Ognuno è solo.
Non scherziamo, suvvia: questa è l’ immutabile Legge dell’ esistenza, per la gente del tuo stampo. Rassegnati.
Non c’è posto che per me, nella stanza di quel tuo esausto cuore straziato e fiero.”

Edvard Munch




giovedì 23 dicembre 2010

Escursus in qualche modo natalizio. Ricordo di Borges: un grande teologo ateo.

"Secondo Coleridge -aggiunge- Shakespeare non è un uomo, ma una variazione letteraria del Dio infinito di Spinoza. Ricorda che, per Hazllit, Shakespeare 'non era nulla, ma era stato tutto ciò che sono gli altri, o ciò che possono essere'. Altrove dirà che chiunque legga un verso di Shakespeare è, in quel momento, Shakespeare. Tutti siamo tutto, nessuno è qualcosa: "L' intuizione confusa di questa verità ha indotto gli uomini a immaginare che non essere sia più che essere qualcosa e che, in certo modo, sia essere tutto'.

Anche il Dio negato è tutto: è l' insondabile, infinito sogno che si sogna.
La sua inchiesta è assillante: In Discussione percorre Basilide, Valentino e le 'strambe e torbide' cosmogonie gnostiche nelle quali trova ammirevole l' idea 'della creazione come fatto casuale...'. 'Quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo?'  Compulsa Pascal che 'ci dicono, trovò Dio, ma la sua manifestazione di quella gioia è meno eloquente della sua manifestazione del sentimento della solitudine'. Il teologante, nell' epilogo ad Altre inquisizioni, avverte che egli semplicemente stima 'le idee religiose o filosofiche per il loro valore estetico o anche per quel che racchiudono di singolare e di meraviglioso' .  Ci ricorda più volte che la teologia non è che un ramo della letteratura fantastica. Sono Parmenide, Platone, Spinoza, Kant, Bradley gli ' insospettati e maggiori maestri' della letteratura fantastica: 'Infatti, che cosa sono mai i prodigi di Wells e di Poe -un fiore che arriva dal futuro, un morto sottoposto all' ipnosi- confrontati con la invenzione di Dio?'

E tuttavia continua a sfogliare la Bibbia e i Vangeli: lo affascinano la Genesi, la Cabala, le parabole, il Discorso della Montagna. Il suo 'goce estetico' si ribella davanti alla Santissima Trinità: 'Immaginata di colpo, la concezione di un Padre, di un figlio e di uno spettro, articolati in un solo organismo pare un caso di teratologia intellettuale...'

Ma il Dio che si incarna e che dalla sua Eternità ed Onnipresenza si concede alla vita degli uomini, gli detta una delle sue più straordinarie intuizioni poetiche: Giovanni,1,14 (in Elogio dell' ombra). Qui Dio, il suo Nessuno, ricorda con rimpianto la sua esperienza umana, il suo essere stato Cristo: 'Vissi stregato, prigioniero di un corpo/ e di un' umile anima/Conobbi la memoria,/che non è mai la medesima/...Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,/l' ignoranza, la carne,/i tardi labirinti della mente,/l' amicizia degli uomini, la misteriosa devozione dei cani...' 
Il Dio incarnato di Borges ha nostalgia dell' esperienza che lo portò sulla croce: 'Gli occhi miei videro quello che ignoravano:/la notte e le sue stelle/...il sapore del miele e della mela/... l' odore della pioggia in Galilea... Ricordo a volte e ho nostalgia,/l' odore di quella bottega di falegname'.

(da: Jorge Luis Borghes-Tutte le opere- Meridiani Mondadori Vol.primo-Introduzione Domenico Porzio)


BUONE FESTIVITA', con affetto vero, A COLORO CHE SPERO AMICI. Morena.

domenica 19 dicembre 2010

Memoire d' hiver



"Agghiacciato tremar tra nevi algenti

al severo spirar d'orrido vento
correr battendo i piedi ogni momento
e per soverchio gel battere i denti

Passar al fuoco i dì quieti e contenti
mentre la pioggia fuor bagna ben cento
Camminar sopra il ghiaccio, e a passo lento
per timor di cader girsene intenti.


Gir forte, sdrucciolar, cader a terra,
di nuovo ir sopra 'l ghiaccio e correr forte
sin che il ghiaccio si rompe e si disserra;


sentir uscir dalle ferrate porte
Sirocco, Borea e tutti i venti in guerra;
questo è 'l verno, ma tal che gioia apporte"

Musica in sé descrittiva, che non ha quasi più bisogno di parole, evocativa di un mondo antico,  ingoiato dall' epoca industriale: quant' è privo di emozione, ritmo e memoria l' inverno cittadino...

... a meno che quella città non sia, pure essa, malinconica e morente, fatta di pietre levigate da acqua e disinfettate dal sale, avvolta da nebbia evanescente, evocativa di sogni.
Il sogno: rifugio, salvezza, casa. Spesso pietosa menzogna.
Come vorrei ricordare come si fa...

Daniel Lifschitz
***
Eppure, allora, sono  stata parte di quella scena, attrice in quell' atto di vita, vittima di una cosmica cospirazione, o incidentale irrilevante dettaglio in un teorema casuale di coincidenze.
Io... non me ne capacito... : è così che la vita ci fa.

Il freddo era feroce -oggi ne morirei-, ed era buio.
(Diffidare dai percorsi indicati: la città è nascosta tra i vicoli ciechi e le calli scure. Piccolo labirintico rompicapo: una di quelle cose che prima di diventare facili erano impossibili.)
Il lattiginoso disco lunare mancava di una fetta: luna crescente, storpiata dal suo mancante lato oscuro, e, purtuttavia, nella sua consistenza anche occultata, luna intera, tutta-luna.
Mistero di prospettiva.
Come quello di questa storia, in cui ogni attore crea via via la sua sola parte, seppur improvvisata, e non può pensare, né immaginare, alcun epilogo.
Il senegalese clandestino offre i suoi elefantini di mogano, intagliati nella giungla (così mendacemente afferma).
Egli ne acquista uno per farne omaggio a lei e creare un buon auspicio.
Ciononostante, ognuno persevera nel sogno -monade testarda a tu per tu con il suo personalissimo dio-, mentendo irrimediabilmente a sé stesso, perché è del sogno d' amore -e non di verità- di cui ha disperata nostalgia.
Un sogno altamente improbabile, da cui prendere al più presto le distanze, e dimenticare quanto prima.
Invece, nulla va perduto, neppure i sogni sbagliati, neppure i sogni falliti.
Ognuno di loro, soprattutto quelli che preferiremmo disconoscere e di cui proviamo vergogna, aveva una precisa funzione per la coscienza, anche se meglio sarebbe non interpretarli.
Ecco che trascorre il Natale su percorsi paralleli e scivolosi, recitando già stancamente le ultime battute, mentre le parole sbiadiscono di significato ed ogni velo, finalmente, cade.


Sollievo, il ripristino della verità, a patto d' aver il fegato di sopportarne la vista.

***


Ognuno desidera che l' altro l' ami, ma finge di non sapere -o non si rende conto- che questo suo desiderio, nel profondo della sua psiche, è soprattutto speranza che l' altro desideri che l' ami.

"Nella coppia d' amanti ciascuno vuole essere l' oggetto per il quale la libertà dell' altro si aliena in un' intuizione originaria; ma questa intuizione che sarebbe l' amore vero e proprio, non è che un ideale contraddittorio del per-sé; così ciascuno è alienato solo in quanto esige l' alienazione dell' altro." (*)

Il fatto è che l' amore è un' "impresa", vale a dire una proiezione di sé stessi, che presuppone che l' amante seduca l' amato, il quale -sulle prime- non può voler amare. Nella seduzione l' amante non deve affatto mostrare all' altro la propria soggettività, ma deve, piuttosto, rendersi oggetto affascinante, operazione che implica il risveglio, nell' altro, della sua coscienza di nullità di fronte all' oggetto seducente.
E, tuttavia, il fascino può non bastare ad indurre la nascita dell' amore. Molti elementi potrebbero risultare affascinanti, anche enormemente: l' opera di un pittore, il discorso di un oratore, l' abilità di un artigiano, la musica di un compositore..., ma non sarà mai una forma di ammirazione che automaticamente faccia scaturire l' amore. Perché l' amore nasca bisogna che l' "amato progetti di essere amato": deve, cioè volerlo. In altre parole, egli deve desiderare di alienarsi e fuggire verso l' altro.

L' amore contiene in sé una triplice distruttività: esso è, innanzitutto, un inganno procrastinato all' infinito perché esige, per essenza, che l' amante desideri d' essere amato e l' altro a sua volta desideri che egli lo ami; in secondo luogo non può evitare che l' amato si "risvegli" improvvisamente oggettivizzando l' amante - cosa che rende l' amante continuamente insicuro-; in terzo luogo esso (amore) è un assoluto perennemente relativizzato dagli altri (ed il solo modo perché mantenga il suo valore di asse assoluto comporterebbe che amante ed amato fossero soli al mondo).

Così finisce, per poi ricominciare, ogni rêve d' amour.


(*) Sartre




lunedì 13 dicembre 2010

L' odore (della malafede)

Avremmo  avuto bisogno delle 4000 sfaccettature degli occhi composti della mosca adulta, per evitare tutti gli eventuali errori della nostra vita.
Sono ormai certa che senza tutte quelle frazioni di prospettiva visiva non si possa assolutamente affermare di vedere davvero e completamente né le persone con le quali  si intrattiene un  rapporto -generico od anche personale ed intimo-, né, tantomeno, interpretare un fenomeno.

Di conseguenza, la maggioranza degli umani è praticamente insuperabile nell' arte del camaleontismo, dell' adattamento, del revisionismo, che potrebbe essere buono, cattivo, o semplicemente necessario alla sopravvivenza.
Ciò ci rende assolutamente inaffidabili, anche nel senso che non sempre la malafede è menzogna, ma, molto spesso, è fede, soprattutto quando l' adesione del nostro essere ad un determinato oggetto presuppone una forma di credenza -laddove per credenza si intenda la nostra intuizione dello stesso, da esercitarsi in mancanza di una evidenza certa, come potrebbe darsi nel caso di un sentimento od altra cosa non tangibile-.

"La decisione di essere in malafede non osa dichiararsi, si crede e non si crede in malafede, si crede e non si crede in buonafede. Ed è essa che, dal momento della nascita della malafede decide di tutta la condotta ulteriore e, per così dire, della Weltanschauung della malafede. Perché la malafede non conserva le norme e i criteri di verità, che sono accettaqti dal pensiero critico in buonafede. Infatti essa decide anzitutto della natura della verità. Con la malafede appare una verità, un metodo di pensare, un tipo di essere degli oggetti; e questo mondo di malafede, da cui il soggetto si trova circondato, ha per caratteristica ontologica che l' essere in esso è ciò che non è e non è ciò che è. Conseguentemente appare un tipo di evidenza singolare, l' evidenza 'non persuasiva'.
...
Così la malafede fin dal suo piano originario, dal suo sorgere, decide dell' esatta natura delle sue esigenze, si delinea intera nella risoluzione che prende di 'non chiedere troppo', di considerarsi soddisfatta quando sarà poco persuasa, di forzare con decisione la propria adesione alla verità incerta.
...
Ci si mette in malafede come quando ci si addormenta, e si è in malafede come si sogna."
(Jean Paul Sartre - L' Essere e il Nulla)

Questa sorte potrebbe estendersi all' intera nostra esistenza e potrebbe essere molto difficile uscire dal sogno.
Potremmo, un giorno, svegliarci dopo una notte di intenso lavorìo onirico subcosciente, ed intuirci diversi.

Com' è successo a Mister G.




domenica 12 dicembre 2010

Relativamente...ovvero: "Psicopatologia di una piuma al vento"


La realtà – ogni adulto lo sa- è un puzzle di episodi relativi, impossibile da fissare come un tutto integrale passibile di visione assoluta.

Questo, a voler esser onesti, è un bel pungolo, per l' umano che si arrovelli nel tentativo di far ordine nei suoi stessi pensieri e provi a dar loro uno straccio di coerenza.
Di solito, ciò che più gli conviene dopo tanto scervellamento, è una liberatoria risata, o, quanto meno -ove si tratti di individuo molto compresso e compunto, di carattere un po' pedante-, un cenno di sorriso.

Anche ciò che si vive con lo speranza di una sua confortante durevolezza ora, ha la stessa caratteristica di relativa variabilità: grazie al cielo -se non altro per chi se la passa male- ogni cosa, potenzialmente, cambia, e, soprattutto, si presta a molte interpretazioni ed a molti sviluppi: non esiste una sola versione della nostra stessa vita, e neppure esiste una sola possibile sua  interpretazione. Una delle cose, in assoluto, più relative, sono i VALORI delle diverse epoche storiche e chi crede d' avere, invece, sicurezze al riguardo, dovrebbe leggere storielle come la seguente, tratta dall' esilarante "Platone e l' ornitorinco" di T. Cathcart e D. Klein.

"C' era una volta un uomo ricco prossimo alla morte. E' molto addolorato perché per i suoi soldi ha lavorato duramente e ne vuole portare un po' con sé in Cielo. Così comincia a pregare per poter portare con sé una parte delle sue ricchezze. Un angelo ode la sua supplica e gli appare. "Mi spiace, non puoi portare con te le tue ricchezze. " L' uomo implora l' angelo di parlare con Dio per vedere se l' Onnipotente può cambiare le regole. L' angelo gli appare di nuovo e gli annuncia che Dio ha deciso di fare un' eccezione per lui e che potrà portare con sé una valigia. Colmo di gioia, l' uomo prende la valigia più grande che ha, la riempie di lingotti d' oro puro, e la mette accanto al letto. Subito dopo la sua morte, compare alle porte del Paradiso. San Pietro, vedendo la valigia, dice: "Aspetta. Non puoi portare qui dentro quella roba." Ma l' uomo spiega a San Pietro che ha il permesso di farlo. Chieda conferma al Padreterno. San Pietro va ad informarsi e ritorna da lui dicendo: "Hai ragione. Hai il permesso di portare dentro un bagaglio, ma io devo controllare il contenuto della valigia prima di farti passare." San Pietro apre la valigia per vedere quali articoli di questo mondo l' uomo ha ritenuto troppo preziosi per poterli abbandonare ed esclama: "Hai portato delle piastrelle?"

mercoledì 8 dicembre 2010

Simone Weil -4-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

(segue dal post -1- pubblicato in data 3/12/2010 , -2- pubblicato in data 6/12/2010 , -3- pubblicato in data 7/12/2010, con le stesse etichette. Tra parentesi quadre, mie brevissime riflessioni estemporanee. Virgolettate le citazioni integrali del testo.)





Con il presente, chiuderò l’ elenco dei preannunciati bisogni vitali dell’ anima umana, che si completano con il più sacro, in assoluto: LA VERITA’.


Ecco la prosecuzione:

10* La sicurezza

E’ un bisogno vitale dell’ anima.

La paura, o, peggio, il terrore persistenti pongono l’ anima sotto un peso schiacciante. Essi sono veleni letali e possono essere indotti da molte e varie circostanze. Non temiamo soltanto l’ eventuale violenza dei malviventi, la repressione politica nei periodi più bui della dittatura, le malattie incurabili, ma anche –e forse in maggior misura, nonché oggi più che mai-, la probabilità di perdere il nostro lavoro, di non trovarlo mai, di non avere alcuna garanzia sociale e civile. Nell’ età moderna paventiamo anche la solitudine, fisica e morale, l’ isolamento intellettuale, il rifiuto della collettività.

L’ anima soffre pesantemente quando le sventure si abbattono su di noi dandoci l’ esatta misura della limitatezza delle nostre umane forze.

La paura, anche se latente, pone l’ essere umano in condizione di grave debolezza.

I patrizi romani, consapevoli di questo, tenevano una frusta appesa all’ atrio delle loro case, perché gli schiavi l’ avessero sempre sotto gli occhi, sapendo che ciò corrispondeva ad incutere nei secondi uno stato di semi-morte dell’ anima.

Dopo la morte, secondo gli egizi, il giusto doveva poter dire: “Non ho fatto paura a nessuno”.

11*  Il rischio

Altro bisogno essenziale dell’ anima.

Simone Weil sosteneva che il rischio fosse necessario nelle azioni umane proprio per evitare una forma di “noia” capace di paralizzare l’ anima.

“Il rischio è un pericolo che provoca una reazione rflessa; cioè non sorpassa le risorse dell’ anima al punto di schiacciarla sotto il peso della paura. In certi casi contiene una parte di gioco; in altri, quando un obbligo preciso spinga l’ uomo ad affrontarlo, è lo stimolo più alto che esista.”

12*  La proprietà privata

L’ essere umano è naturalmente portato ad appropriarsi mentalmente, ed a prescindere dai diritti legali che gravano sulle cose, di ciò che egli ha usato in modo continuativo e per lungo tempo per ragioni di lavoro, ma anche per altre necessità della vita e perfino per piacere. Se il giardiniere cura, organizza e lavora per anni un giardino che non gli appartiene, dentro di sé lo sentirà ugualmente un po’ suo.

Questo implica che anche la proprietà privata rientri tra i bisogni essenziali dell’ anima.


E’, comunque ed in generale, un naturale riflesso umano, osservabile in una grande quantità di occasioni. Ogni qualvolta si impegnano, in svariate fogge, le nostre personali energie –vuoi sul lavoro, vuoi su un impegno meramente ideale e morale, vuoi su una qualsiasi altra attività, anche ricreativa, o creativa senza fini di lucro-, il meccanismo dell’ “appropriazione”, a livello mentale, scatta. “E’ opera mia”, “C’è il mio personale apporto”, sono automatismi di cui non siamo perfettamente consci, ma inequivocabilmente sempre presenti.
[L’ uomo è un animale EGOISTA, nel senso più lato del termine.]

A questo punto e dopo le suesposte premesse, la Weil addiviene alla conclusione che, essendo questo un bisogno vitale dell’ anima, ed essendo l’ Uomo portatore di destino eterno, deve essere per tutti.

Qui la filosofa mi commuove.

Commuove [ed è un effetto quantomeno strano e singolare, dato che parliamo di una pensatrice rigorosa, che, in quanto tale, usa innanzitutto gli strumenti razionali dell’ intelletto per avvalorare e sostenere le proprie tesi] perché dipinge i contorni di un sogno, nella sua ingenuità perfetto. Ecco la sua Utopia, la sua generosa e nobile Utopia.

Scrive, infatti: “ Le modalità di questo bisogno variano molto secondo le circostanze; ma è auspicabile che la maggior parte degli uomini sia proprietaria dell’ alloggio e di un po’ di terra e, quando non vi sia un’ impossibilità tecnica, degli strumenti di lavoro…”

13*  La proprietà collettiva.

Altrettanto importante, nell’ anima umana, è il desiderio di partecipazione ai beni collettivi.

[Noi dovremmo sentire “nostri” i monumenti, i giardini, gli Uffici, il Parlamento, le coste, i mari, le spiagge, le montagne , le strade, la flora e la fauna, e qualsiasi altra cosa pubblica che attenga al Paese cui apparteniamo.]

La grande fabbrica moderna costituisce, invece, per la Weil, uno “spreco”, dal punto di vista della proprietà. Soltanto da una prospettiva non sufficientemente meditata , simile affermazione può apparire contraddittoria.

“Non esiste nessun legame naturale tra la proprietà ed il denaro: il legame oggi stabilito è solo il risultato di un sistema che ha concentrato sul danaro la forza di ogni possibile movente. Questo legame è dannoso; occorre operare la dissociazione inversa. Il criterio vero, per la proprietà, è che essa sia tanto legittima quanto reale.”

“Ogni specie di possesso che non dia a nessuno la soddisfazione dei bisogno di proprietà privata o collettiva può, a buon diritto, considerarsi nulla.”

Simone Weil non pensava affatto [e spero non sfugga questo particolare] che ogni proprietà collettiva dovesse risalire allo Stato, ed in ciò si differenzia nella sostanza dalla teoria normalmente affiliata al comunismo. Ella, semmai, senza incorrere in sterili ideologismi, affermava che occorre tentare di farla diventare “vera” proprietà, cioè far sì che soddisfi pienamente il bisogno di ogni cittadino di riconoscere ciò che ha natura e funzione pubblici come legittimamente suoi.

[Io credo che, se così fosse, nessuno permetterebbe –per citare qualche esempio- di operare scempi di qualsiasi genere sul territorio nazionale, di accatastare spazzatura nella propria città, di dover pagare per usufruire del bene comune delle spiagge e dei lidi, e via così, in un elenco pressoché infinito.]

14*  La Verità.

Nei precedenti post è stato citato il bisogno della libertà d’ opinione: quello della verità, che è assolutamente sacro per l’ anima, lo integra e completa.

La Weil ricorda uomini che lavorano otto ore al giorno e che, la sera, si sobbarcano l’ enorme sforzo di cercare di istruirsi attraverso la lettura. Ciò che leggono deve corrispondere al vero –dice-; non possono essere nutrirli di menzogne. Sorge in questa riflessione lo scrupolo di coscienza dell’ intellettuale onesto che non desidera approfittare della propria influenza o della propria cultura per seminare il falso o il tendenzioso.

“… è vergognoso tollerare l’ esistenza di giornali dove un redattore non può lavorare se non consente talvolta ad alterare scientemente la verità, …”

“… quando il giornalismo si confonde con l’ organizzazione della menzogna è un delitto. Ma si crede che sia un delitto destinato a sfuggire alla punizione. Che cosa mai ci può impedire di punire un’ attività quando essa sia stata riconosciuta come delitto? Da che cosa deriva questa strana concezione di delitti non punibili? Questa è una delle più mostruose deformazioni dello spirito giuridico.”

La filosofa auspicava l’ istituzione di tribunali speciali, grandemente rispettati, ed il divieto assoluto di qualsiasi propaganda di qualsiasi genere per mezzo della stampa e della radio, che avrebbero continuato a servire esclusivamente all’ informazione non tendenziosa.

“Ma, ci si chiederà, chi garantisce l’ imparzialità dei giudici [a tal fine preposti]? L’ unica garanzia, oltre alla loro indipendenza totale, è che essi provengano da ambienti sociali molto diversi fra loro, che per natura siano dotati di un’ intelligenza ampia, chiara e precisa, e che siano formati in una scuola nella quale abbiano ricevuto un’ educazione non tanto giuridica quando spirituale e solo in secondo luogo intellettuale. E’ necessario che in quella scuola essi si abituino ad amare la verità. Non è possibile soddisfare l’ esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità.”

[Pensiamo ai nostri telegiornali, pensiamo ai nostri quotidiani: Simone Weil descrive e sogna un miraggio.
Personalmente, invece, io pongo in discussione l’ incipit stesso del suo ragionamento: non sono certa che la verità sia ancora un bisogno. Non so come, ma temo che oggi l’ Uomo l’ abbia eliminato dal DNA dei suoi bisogni essenziali. Non vedo, non conosco, non incontro più individui che avvertano con improrogabile e dolorosa passione la necessità di cercare il vero, e di pretenderlo. Ad esso si è sostituito un generale velo di accomodanti compromessi, che ci depauperano, senza che ci sia dato d’ avvedercene con sufficiente chiarezza, del nostro più intimo ed inappellabile diritto alla libertà.]