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mercoledì 12 settembre 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di fine estate -2-

Il piacere non è necessariamente morboso, non è solo mediocre, non è solo volgare, non è solo piccolo-borghese ed è spesso gratuito.
Servirebbe un poco di silenzio ed una lieve brezza, sul far del crepuscolo, che provocasse un sommesso fruscio di foglie.
Ci vorrebbero, di conseguenza, anche degli alberi.
Tanti alberi: dovrebbero essere molti, saper frinire e stridere con discreta musicalità, come se fossero cicale un poco timide.
(Com'è bello illudersi che le cicale siano davvero gli spiriti dei nostri amati perduti)
Ci vorrebbe, allora, la cassa di risonanza di un vero bosco.
Poi, una pioggerellina leggera e gentile sotto cui muoversi lentamente, al passo delle creature silvane
( danza la verde ombra d'Ermione).

Il massimo cui aspirare è questo, per me.
Per qualche istante il maglio a due teste della consueta e perenne disperazione del vivere s'inceppa, ed io respiro, con stupefatto piacere.
Poi ricomincio a morire, ché è questo il fatale fine della nascita.
***


Una delle piaghe dei tempi moderni consiste nel fenomeno penoso ed increscioso che consente che quanto è maggiore l'oggettiva pochezza della propria sostanza interiore, tanto maggiore è la scarsità di pudore nell'ostentarla. 
*
Mi provoca sofferenza viva, talvolta, assistere in modo fortuito alle ridicole esternazioni della propria esistenza nei suoi più banali ed insulsi aspetti sui social network , da parte della gente comune.

Per quel che attiene i frivoli contenuti dei così detti VIP, invece, il sentimento è  semplice ripugnanza o pesante fastidio, ma  ciò non merita davvero alcun approfondimento. Quelli contano in un ritorno pubblicitario o di consenso, ma è altrettanto logico e banale che funzioni a meraviglia, date le fievoli capacità critiche delle masse.

Trovo invece agghiaccianti e perfino offensivi i necrologi, le condoglianze, la partecipazione emotiva post mortem palesati virtualmente, e disperanti le dichiarazioni d'amore per i propri congiunti pubblicizzate in siffatto modo.
La sensazione che me ne deriva è una schifata compassione, una sconfinata tristezza.
Ma perché mai non vi basta dirlo nell'intimità delle vostre stanze quanto volete bene ai vostri amanti, coniugì, sorelle, fratelli, nipotini, nonni, amici, reietti della Terra, cani e gatti?

Da un punto di vista antropologico è evidente ed appurato che l'Uomo ha un possente bisogno del rito per sentirsi parte di una comunità dato che il sentimento di appartenenza attenua l'angoscia dell'irrilevanza e la paura che incessantemente attanagliano la sua mente, e lo consente a prescindere dalla disanima degli effettivi contenuti.

Questo, però, non mi pare il  caso.
La presenza e le manifestazioni di idiozia della gente nei social nella maggioranza schiacciante dei casi misura una patologica e non più dissimulata mitomania, così grave da indurre persone anche di media intelligenza e potenzialità a cicalecciare sul nulla senza ritegno, ostentando la vanità più stolta.
***



E' indubbio che  malessere psicologico e  stress, quest'ultimo anche essenzialmente fisico,  intensi e protratti nel tempo, possano degenerare in  patologia anche grave.
E' meno certo che la guarigione  seguirebbe analogo percorso al rovescio con esito  positivo, se pure fosse possibile.
*
La prima deduzione che  ne pare discernere è in odor di ossimoro, perché un certo tipo di disagio psicologico, tutto personalistico e scaturito dal mal d'anima generico di cui soffre la persona sensibile all'ingiustizia, ai dolori, agli orrori del mondo, è segno, piuttosto, di piena salute, ovvero di completa umanità.
L'appartenente alla specie umana che prova autentici dolore e compassione per le sofferenze dei suoi simili, che preferisce il silenzio, che ricerca, frustrato, la bellezza della semplicità, che conserva l'attitudine ad amare ritenendola l'assoluta priorità della sua esistenza soverchiato poi dalla delusione derivante dall'oggettiva impossibilità di esercitarla, che non riesce -assolutamente non riesce-, in alcun modo, ad integrarsi socialmente, adattarsi, gettare la spugna e pacificarsi, ricordi almeno che i deviati ed i malati sono tutti quegli altri.

La seconda deduzione, ampiamente avallata dalla mia crescente tachicardia e dall'aggravamento della depressione, è che, pur se coscienti della perversione della realtà in cui si è costretti a rimanere immersi, non si ricavano per questo né lenimento del dolore né guarigione, ovvero la conoscenza  non conduce ad alcun progresso definitivo.
Camus scrisse, da qualche parte, che "per suicidarsi bisogna amarsi molto".
E' vero.


venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

martedì 27 settembre 2011

Pensiero Meridiano

Non so se posso osare questa generalizzazione, ma a me pare che nessuno accetti fino in fondo il mondo così come sta e com' è fatto né, tantomeno, che nessuno possa dirsi compiutamente soddisfatto dei propri simili, ravvisando in essi tutta una serie di mancanze, piccinerie, difetti e meschinità, debolezze, talvolta autentici orrori ed offese alla ragione, che, nei momenti di particolare fragilità dell' animo, o in concomitanza di determinati casi della propria vita, risultano intollerabili.

*
Mi confesso in un esempio volutamente ingenuo: non so spiegare quanto mi irriti leggere strafalcioni grammaticali, talvolta. Eppure so bene che, inavvertitamente o per pura ignoranza, potrebbero sfuggire anche a me, La Giudicante.
Veder scritto 'hai!' anziché 'ahi!', 'stà' al posto di 'sta', 'sù' invece che 'su' e simili facezie, in alcuni momenti mi satura di una rabbia eccessiva e di un senso di disprezzo esagerato.
Ho cercato di capirne il motivo. Sono un' incorreggibile esteta purista? Ma non ho sempre fortemente parteggiato per Prometeo? Non è un' attitudine all' amore quella che pensavo di avere nei confronti dell' uomo?
Questo è pur vero. Ma è altrettanto vero che a leggere strafalcioni mi invade un sentimento molto vicino all' odio, pur se impersonale. Sono in contraddizione vergognosa? Sono un' ipocrita?

*

Forse la contraddizione è inappianabile, a causa della nostra natura. E' un anelito alla perfezione, che, nel caso degli umani -questi viventi senza precisa forma fissa-, è anche compimento.
Il mondo, gli uomini, non ci piacciono così come sono, ma ad essi non rinunceremmo così leggermente: li vogliamo comunque, nonostante tutto.
Lo ripeto. T' amo e t' odio, Vita, Uomo: sei tutto quel che ho.

"Facciamo allora dell' arte  su queste esistenze. In modo elementare, le romanziamo. Ognuno, in questo senso, cerca di fare della propria vita opera d' arte. Desideriamo che duri l' amore, e sappiamo che non dura; se anche, per miracolo, dovesse durare un' intera vita, sarebbe ancora incompiuto. Forse, in quest' insaziabile bisogno di durare, comprenderemmo meglio la sofferenza terrestre, se la sapessimo eterna. Sembra che talvolta le anime grandi siano meno spaventate dal dolore  che dal suo non durare. In mancanza di una felicità inesausta, una lunga sofferenza costituirebbe almeno un destino. Ma no, le peggiori torture cesseranno un giorno. Un mattino, dopo tante disperazioni, un' irrefrenabile voglia di vivere ci annuncerà che tutto è finito, e che la sofferenza non ha maggior senso della felicità.
[...] Non basta vivere, occorre un destino, e senza aspettare la morte. E' dunque giusto dire  che l' uomo ha l' idea di un mondo migliore di questo. Ma migliore non vuole dire differente, vuol dire unificato. Quella febbre che solleva il cuore al di sopra di un mondo sparpagliato, dal quale non può tuttavia distaccarsi, è la febbre d' unità. Essa non sfocia in una mediocre evasione, ma nella rivendicazione più ostinata.  Religione o delitto, ogni sforzo umano obbedisce, alla fine, a questo desiderio irragionevole e pretende dare alla vita la forma che essa non ha."

(A. Camus, L' uomo in rivolta, rivolta e arte)


Il destino di un uomo non può prescindere da quello dei suoi simili: è questa consapevolezza che fa la differenza sostanziale tra l' anima grande e quella irrimediabilmente perduta nel suo egoismo e -pur se inconsapevolmente- agonizzante.
E' abbastanza per dirsi vivi.

martedì 6 settembre 2011

Innocenza ed oblio; il dono sacro di dire sì

Sirio: Ti ritrovo, mio buon amico, finalmente! Il nostro ultimo incontro risale a  qualche tempo fa , e parlammo di miti.

Friedrich: Sì, ricordo. E da allora non ho fatto che pensare all' apocalisse a  venire, ed a come trasformare la distruzione in rinascita.
Ciò che mi disturba sempre, amica mia, è che s' interpretino le mie 'profezie' come un qualcosa di diverso da ciò che sono, in realtà.
Non ho inventato il nichilismo; l' ho soltanto clinicamente esaminato. Dio era già morto, non sono stato io a negarlo.
Una volta scoperto il deserto, è necessario imparare a sussistervi. Perciò io cerco, e cerco. Cerco il modo per trovare un avvenire.
Si può vivere senza credere a nulla? Si può?

Sirio: Il fondamento di ogni fede presuppone di credere alla vita. Ma tu ritieni, invece, che gli uomini non credano più a nulla e preferiscano creare idoli. Ritieni che la vera morale non possa separarsi dalla lucidità e  vedi nella morale tradizionale, da Socrate al cristianesimo,  irrimediabile decadenza, perché smaniosa di condurre all' evasione dal mondo.

Friedrich: Io non faccio che acconsentire a ciò che so, e ciò che so è che il mondo procede a caso, non ha alcuna finalità. (Se c' è una cosa che non riesco a non invidiare a Stendhal è quella sua felice formula: 'Dio ha una sola scusa, che non esiste'). Dal canto mio, non ho certo progettato io di uccidere Dio: Egli era già morto da tempo nell' anima del suo tempo. Ciò che non sopporto è quel che si è tentato di sostituirGli.
C' è qualcosa di intollerabile, per chiunque voglia essere onesto compiutamente, tra la figura di Gesù e gli aspetti cinici e spregevoli della Chiesa.

Sirio: Vuoi dire che Dio è morto ad opera del cristianesimo? Pare un paradosso.

Friedrich: Il cristianesimo storico ha secolarizzato il divino. E, d' altro canto, posso estendere il ragionamento anche al socialismo, che altro non è che un cristianesimo degenerato. Entrambi tradiscono la natura e la vita, sostituendo ai fini reali fini ideali.

Sirio: Tu vuoi dire, quindi, che il nichilista non è colui che non crede a niente, ma colui che non crede a quanto è...

Friedrich: E' così. 
All' uomo, e solo all' uomo, spetta trovare ordine e legge. Lo spirito non trova emancipazione che nell' accettazione di nuovi doveri. Pare un vicolo cieco. E si ritorna all' ascesi.  Sola eterna è la legge del divenire ed il gioco nella necessità.
"Il bambino è l' innocenza e l' oblìo, un ricomincare un gioco, una ruota che gira da sola, un primo moto, il dono sacro di dire sì"

lunedì 1 agosto 2011

Ad un ragazzo, forse Fedro, in attesa del suo Platone

Ma come faccio a dirti, ragazzo-ventiduenne-con- il- cane-di-nome-Ettore, che l' Iliade, che tanto ami, è il poema della guerra proprio perché parla della vita.
La credi un racconto di eroi, e com' è giovanile e fresca la tua ingenuità...
Se sarai abbastanza vicino agli dèi, da uomo,  sì da riuscire a vederla anche dall' alto, in ampia prospettiva, te ne renderai conto: dovrai guardare uno sterminato campo di battaglia, disseminato di moribondi gementi.
E' quella, la vita degli uomini.
Eppure, soltanto in quel caso potrai capire le lacrime di Xanto e Balio.
Non so se sia più crudele augurarti la visione della verità o l' illusione che io sbagli.

Io non ho cuore di dirtelo ora, e se pur ne avessi il coraggio tu non mi crederesti.
Troppa gente si trastulla con intellettualismi, ma la maggioranza degli intellettuali gioca con le idee e, quasi sempre, bara.
Tu diffida, diffida sempre.
Cerca da solo la radice della verità, scava, e, quando l' avrai trovata, sostienila, anche se peserà.

Così taccio, per ora, come sempre più spesso ho imparato a fare, conscia della doppia natura delle parole, che non valgono nulla oppure svelano repentinamente l' anima ed uniscono gli uomini dall' udito fine e scaltro.

***


" [...]
Perché non supereremo niente, in noi e nella nostra epoca, se accettiamo, anche per poco, di dimenticare le nostre contraddizioni, di utilizzare nelle battaglie dell' intelligenza gli argomenti ed un metodo del quale poi respingiamo le giustificazioni filosofiche, se accettiamo di liberare l' individuo in teoria e poi in pratica ammettiamo che a certe condizioni l' uomo possa essere asservito, se accettiamo che ci si faccia beffe di tutto quello che rappresenta la fecondità e l' avvernire della rivolta in nome di quanto, al suo interno, aspira alla sottomissione, se infine crediamo di poter rifiutare qualunque scelta politica senza smettere di giustificare che tra le vittime alcune siano citate all' ordine della storia e altre siano esiliate in un oblio senza età. Questi accorti distinguo, per concludere, schiacciano quella miseria che si proclama con gran fracasso di voler servire. Non combatteremo, ve l' assicuro, gli insolenti padroni di oggi facendo distinzioni tra schiavi e schiavi.
...]
(Albert Camus, Révolte et servitude, "Les Temps modernes" giugno 1952)

***

mercoledì 29 giugno 2011

Il guadagno della memoria

"Egli sapeva quello che sua madre pensava e che lei lo amava, in quel momento. Ma sapeva, inoltre, che non è gran cosa amare una creatura o almeno che un amore non è mai sì forte da trovare la propria espressione. Di modo che sua madre e lui si sarebbero sempre amati in silenzio. E lei sarebbe morta -o lui- senza che, durante la loro vita, fossero potuti andar oltre, nella confessione del loro affetto. Nello stesso modo egli era vissuto accanto a Tarrou, e questi era morto, quella sera, senza che la loro amicizia avesse il tempo di essere veramente vissuta. Tarrou aveva perduto la partita, come diceva; ma lui, Rieux, cosa aveva guadagnato? Aveva soltanto guadagnato di aver conosciuto la peste e di ricordarsene, di aver conosciuto l' amicizia, e di ricordarsene, di conoscere l' affetto e di doversene ricordare un giorno.
Quanto l' uomo poteva guadagnare, al gioco della peste e della vita, era la conoscenza e la memoria."
(A. Camus, La peste)

... a patto, naturalmente, che si parli di un ben determinato tipo d' uomo, uno che trova assolutamente necessario vivere in consapevolezza, presente a sé stesso, uno che non tema di affogare immergendosi nei flutti della propria coscienza e ne risalga intenzionato a cercare universalità, uno che non si faccia bastare il suo essere senziente, che frammischi intelletto ed anima, e, soprattutto, un uomo che ponga l' uomo sopra ogni altra cosa, oltre il suo egoismo e la sua squallida vanità.
A me, siffatto tipo, pare rarissimo. Rarissimo. Lo cerco, in un bisogno tutto ideale ma potentissimo, che fa sbiadire ogni altra promessa e prospettiva, e l' incontro, di tanto in tanto nel corso dei decenni, in qualche pagina di chi non c' è più.

"conoscenza" e "memoria": di altro il gioco della vita non consiste, è il massimo risultato della partita.
E conoscere è dolore. E ricordare è dolore. Ma che importa; se è il solo mezzo per non esistere in modo buffonesco, si deve.

 

giovedì 19 maggio 2011

L' assurdità elettiva

Io - sto considerando-, ho problemi "veri", ossia solidi, materiali, reali, che non è in mio totale potere risolvere facilmente con il solo ausilio della volontà dato che hanno diretta relazione con elementi oggettivi al di fuori di me: persone o società.
Ne ho molti, e piuttosto pesanti: crucci di sopravvivenza materiale e dolorosi conflitti di relazione.
Così il modo in cui mi sento assomiglia a quello -provo ad immedesimarmi-, di chi tenta un' andatura sciolta nonostante abbia le caviglie intralciate da pesantissime catene d' acciaio.
Catene aggrovigliate, indistricabili: l' assenza di nesso, la mancanza di senso, in uno qualsiasi dei fini che ci si potrebbe inventare per giustificare la propria vita.
Ho profonda consapevolezza del mio non- ruolo, in questo mondo, e ne conosco perfettamente le cause, le ragioni e l' ineluttabilità. Non c' è più nulla che possa sorprendermi, neppure la malattia, o la morte.
Sono una perdente, in definitiva.
Chiunque interiorizzi il senso dell' assurdo lo è. Oppure m' illudo.
Ma, per chi ne intuisce tutt' intero il senso, è una condizione elettiva.
Una perdente per vocazione, una che non sa stare ai giochi, anche se non ha alcuna velleità di dettare le regole. Il gioco della vita impone quella dose di autoinganno che io non so più provare.
Semplicemente, la maggioranza dei giochi ha sempre qualche sfaccettatura ripugnante, miserabile, meschina, insignificante, sulla quale non so sorvolare. E comunque non vorrei farlo.
Ho una mente ingegneristica: ogni atto, ogni fatto, ogni parola, mi devono quadrare perfettamente.
Dacci oggi la nostra integrità quotidiana, anche se è amara come fiele.

Pecco di mancanza di levità, ho un cuore pregno di memoria ed in genere non sono baciata dalla Fortuna.

Oggi vorrei fondare la Confraternita degli Assurdi Anonimi. Aspetto adesioni: analizzeremo insieme l' inutilità del nostro dolore, che è immenso. Similmente, vi amerò in modo meravigliosamente assurdo, giacché niente ha meno senso dell' amore.

Eppure, veder bruciare l' esistenza, è ancora commovente. Resta da decidere perché esista, in me, questa ostinata tenerezza verso i miei simili. Quest' amore è insensato, ma immane.

"Il prete mi ha guardato con un po' di tristezza. Ero completamente addossato al muro e il giorno mi colava sulla fronte. Ha detto qualche parola che non ho sentita e mi ha chiesto molto in fretta se gli permettevo di abbracciarmi: 'No', gli ho risposto. Si è voltato ed è andato verso il muro su cui ha passato lentamente la mano: 'Ami dunque questa terra a tal punto?' ha mormorato. Io non ho risposto nulla.
E' rimasto abbastanza a lungo girato così. La sua presenza mi pesava e mi dava fastidio. Stavo per dirgli di andarsene, di lasciarmi, quando di colpo si è messo a gridare, con una specie di enfasi, voltandosi verso di me: 'No, non posso crederti. Sono sicuro che ti è avvenuto di desiderare un' altra vita'. Gli ho risposto che naturalmente mi era avvenuto, ma ciò non aveva maggiore importanza che il desiderare di essere ricco, di nuotare molto veloce o di avere una bocca meglio fatta. Erano desideri dello stesso ordine. Ma lui mi ha interrotto e voleva sapere come vedevo quest' altra vita. Allora gli ho urlato: 'Una vita in cui possa ricordarmi di questa', e subito dopo gli ho detto che ne avevo abbastanza. Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvivinato a lui e ho cercato di spiegargli un' ultima volta che mi restava soltanto poco tempo. Non volevo sprecarlo con Dio. Ha cercato di cambiar discorso chiedendomi perché lo chiamavo 'signore' e non 'padre'. Questo mi ha dato ai nervi e gli ho risposto che non era mio padre: era anche lui come gli altri.
'No, figlio mio', mi ha detto mettendomi la mano sulla spalla. 'Io sono con te. Ma tu non puoi saperlo perché hai un cuore cieco. Io pregherò per te'.
Allora, non so per quale ragione, c' è qualcosa che si è spezzato in me. Mi sono messo a urlare con tutta la mia forza e l' ho insultato e gli ho dettodi non pregare e che è meglio ardere che scomparire. L' avevo preso per la sottana. Riversavo su di lui tutto il fondo del mio cuore con dei sussulti misti di collera e di gioia. Aveva l' aria così sicura, vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era nemmeno sicuro di essere in vita dato che viveva come un morto. Io, pareva che avessi le mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro d lui, più sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma perlomeno avevo in mano questa verità così come essa aveva in mano me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in questo modo e avrei potuto vivere in quest' altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto una tal cosa mentre ne avevo fatta una tal' altra. E poi? Era come se avessi atteso sempre quel minuto... e quell' alba in cui sarei stato giustiziato. Nulla, nulla aveva importanza e sapevo bene il perché. Anche lui sapeva perché. Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute e quel soffio eguagliava, al suo passaggio, ogni cosa che mi fosse stata proposta allora nelle annate non meno irreali che stavo vivendo. Cosa mi importavano la morte degli altri, l' amore di una madre, cosa mi importavano il suo Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come, come lui, si dicevano miei fratelli? Capiva, capiva, dunque? Tutti sono privilegiati. Non ci sono che privilegiati. Anche gli altri saranno condannati un giorno. Anche lui sarà condannato. Che importa se un uomo accusato di assassinio è condannato a morte per non aver pianto ai funerali della madre?
[...]
Ma già mi strappavano il prete dalle mani e i guardiani mi stavano minacciando. Ma lui li ha calmati e mi ha guardato un momento in silenzio. Aveva gli occhi pieni di lagrime. Si è voltato ed è scomparso."

(Albert Camus, Lo straniero)

domenica 8 maggio 2011

Essersi assenti

"Siamo franchi, avevo scuse? Una, ma così misera che non saprei come farla valere. In ogni modo, eccola: non son mai riuscito a credere veramente che le faccende umane fossero cose serie. In che cosa consistesse la serietà, non lo sapevo: certo non in quel che vedevo o che mi sembrava soltanto un gioco divertente o tedioso. Certi sforzi, certe convinzioni, non le ho veramente mai capite. Guardavo sempre, con aria stupita ed un po' sospettosa, quelle strane creature che morivano per del denaro, si disperavano per la perdita di una 'posizione', o si sacrificavano con grandi arie per la prosperità della famiglia. Capivo meglio quel mio amico che s' era messo in testa di non fumare, e, a furia di volontà, c' era riuscito. Un mattino, aprì il giornale, lesse che era esplosa la prima bomba H, s' informò dei suoi mirabili effetti, ed entrò senza indugio in una tabaccheria.
Certo, a volte fingevo di prendere la vita sul serio. Ma presto la serietà mi appariva in tutta la sua frivolezza, e mi limitavo a continuare a recitare la mia parte meglio che potevo. Giocavo ad essere efficiente, intelligente, virtuoso, civile, indignato, indulgente, solidale, edificante... In breve, smetto, lei ha già capito che ero come gli Olandesi, che ci sono senza esserci: ero tanto più assente quanto più posto occupavo. Sono stato veramente sincero ed entusiasta solo quando facevo dello sport, e, al reggimento, quando recitavo in commedie che rappresentavamo per nostro piacere. In entrambi i casi, c' era una regola del gioco che non era seria, ma che ci si divertiva a prendere sul serio. Anche adesso, gli incontri domenicali in uno stadio straripante di folla, e il teatro, che ho amato con passione assoluta, sono i soli luoghi al mondo in cui mi senta innocente."
(Albert Camus, La caduta)

Friedrich-Viandante sul mare di nebbia, 1818, Amburgo, Kunsthalle



La Storia, il mondo, si son fatti sempre ingannare dai falsi profeti. Confessare le proprie doppiezze, presentare entrambi i lati del volto di Giano, non basta a rendere l' innocenza, così come ritenere che "tutti gli uomini siano colpevoli" non minimizza l' entità delle eventuali sedicenti colpe di cui si è gravati.
Il falso profeta grida nel deserto rifiutandosi di uscirne e forse c' è più abiezione nel percorso di chi accorpa in sé il giudice ed il penitente che in chi, di fatto, rimane a vivere una condizione morale forse pure oggettivamente ripugnante.

Che noia, lo so, che noia, provare a trovare un po' di verità.




lunedì 2 maggio 2011

Salvare la bellezza

" Nel suo 'Diario di Siberia', Ernst Dwinger parla di quel sottotenente tedesco che, prigioniero da anni in un campo ove regnavano il freddo e la fame, s' era costruito, con tasti di legno, un piano silenzioso. Là, nell' infoltirsi della miseria, in mezzo a una turba cenciosa, componeva una strana musica che era il solo ad udire. Così, gettati nell' inferno, misteriose melodie e immagini crudeli della bellezza fuggita ci arrecherebbero sempre, in mezzo al delitto e alla pazzia, l' eco di quell' insurrezione armoniosa che attesta lungo i secoli la grandezza umana.
Ma l' inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia. La storia ha forse fine; non è tuttavia nostro compito terminarla ma crearla, a immagine di quello che ormai sappiamo di essere vero. L' arte, almeno, ci insegna che l' uomo non si riduce alla sola storia e che egli trova anche una ragione di essere nell' ordine della natura. Per lui, il gran Pan non è morto. La sua rivolta  più istintiva, nell' affermare il valore, la dignità comune a tutti, al tempo stesso rivendica ostinatamente, per appagare la sua fame d' unità, una parte intatta del reale che ha nome bellezza.
[...]
La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. La sua norma, che nell' atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità, è anche quella della rivolta. Si può, eternamente,  rifiutare l' ingiustizia senza cessare di salutare la natura dell' uomo e la bellezza del mondo? La nostra risposta è sì. Questa morale, mai sottomessa, e ad un tempo fedele, è in ogni caso la sola a rischiarare il cammino di una rivoluzione veramente realista. Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti dalla storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell' uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte a un mondo che la insulta."

(Albert Camus, L' Uomo in rivolta)



La storia può essere rifiutata, anche con il legittimo disgusto dell' innocente, ma non esiste nichilismo in grado di contestare l' inoppugnabilità della bellezza del mondo.
Bisogna, però, abbandonarvisi, come ad una religione, come un fanciullo alla madre.
Questo fornisce l' alibi per mantenersi vivi. 

venerdì 29 aprile 2011

Lo spirito libero ama ciò che è necessario

Decido, ad ogni istante, di non cedere.
Se pur perplessa, priva di vere verità, molto stanca, talvolta sbigottita dalla concentrazione di manifestazioni di una cieca assurdità nella mia piccola vita, io non riesco a cedere.

Sto dentro una spessa corazza -lo ammetto- e sono convinta che il mio privato non abbia poi così importanza, sicché, al riguardo, taccio, anche se -me ne rendo perfettamente conto- ciò rende spesso ardua l' interpretazione di molte delle mie affermazioni.
Ma è una questione di pudore nel senso estensivo del termine, di discrezione ed eleganza, in un momento in cui prevale invece la spettacolarizzazione di umori e sentimenti.
Però -penso io-, solo ciò che ha peso specifico lieve emerge e galleggia, mentre quel che è denso e pregno si deposita, permane e muta la superficie d' appoggio per sempre.

A me sono capitate esperienze particolarissime e destabilizzanti, pur nella conduzione di un esistenza che non cercava divagazioni eccentriche od osava voli pindarici, e sono una persona destinata, per sua immutabile indole, a cercare aderenza ed identificazione perfetta tra ciò che penso, dico, faccio, scelgo od affronto per lo scherzo del caso. 
Provo ad essere tutta intera, almeno presente a me stessa, senza alibi ed infingimenti, ed è così che scopro essere questo il solo modo per amare lo stesso, e forse maggiormente, la vita e gli uomini, ed il loro divenire.

La Vita, Gli Uomini, Noi, la specie umana: non faccio che ammirare, solitaria, l' eroismo della nostra dolorosa permanenza nel Cosmo.

***

Nietzsche e Marx, nella storia del Pensiero, sono stati i due filosofi maggiormente traditi dalla strumentalizzazione subita da ideologie che hanno trasformato in menzogne la nobiltà originaria delle loro parole. Quest' ingiustizia nefanda ha consentito che la splendente immagine dei loro geni venisse lordata del sangue di milioni di innocenti, nei campi di concentramento nazisti, sugli indegni patiboli, sui terreni di guerra, nelle carceri buie e gelate.
Ma chi sa sopportare la condizione dello straniero, ha occhi tersi per vedere la verità.




"Come vivere libero e senza legge? A quest' enigma l' uomo deve rispondere, pena la morte.
Nietzsche almeno non lo elude.Risponde e la sua risposta sta nel rischio: mai Damocle danza meglio che sotto la spada. Bisogna accettare l' inaccettabile, e attenersi all' intollerabile. Dall' istante in cui si riconosce che il mondo non persegue alcun fine, Nietzsche propone di ammettere la sua innocenza, di affermare che esso non cade sotto giudizio perché non si può giudicarlo su alcuna intenzione, e di sostituire dunque a tutti i giudizi di valore un solo sì, un' adesione intera ed esaltata a questo mondo. Così dalla disperazione infinita scaturirà la gioia infinita, dalla servitù cieca la libertà senza remissione. Essere liberi significa appunto abolire i fini. L' innocenza del divenire, non appena ad esso si acconsenta, rappresenta il massimo della libertà. Lo spirito libero ama ciò che è necessario. E' intimo pensiero di Nietzsche che la libertà dei fenomeni, se è assoluta, senza incrinature, non implica alcuna specie di costrizione. Adesione totale ad una necessità totale, ecco la sua definizione paradossale della libertà. La domanda: 'libero da che cosa?' è allora sostituita da: 'libero per che cosa?'. La libertà coincide con l' eroismo. E' l' ascetismo del grand' uomo, 'l' arco più teso che esista'."

(Albert Camus - L' uomo in rivolta)


giovedì 28 aprile 2011

"Mi rivolto, dunque siamo"

"L' unica cosa che si può fare è creare piccole minoranze di rompicoglioni con un progetto in testa"
(Goffredo Fofi)

Meglio morire in piedi o vivere in ginocchio? Naturalmente, nel mondo giusto e perfetto, sarebbe meglio di gran lunga vivere in piedi. Peccato che il mondo perfetto non esista, e che sia necessario contrapporre sempre l' utopia alla realtà.
Lo schiavo di Camus, ad un tratto, decide di dire "no". Qualcosa, in quel preciso punto -magari di gran lunga meno nefanda od oggettivamente meno crudele di infinite altre già sopportate nella sua storia precedente di schiavo-, lo determina alla rivolta e quella sua rivolta non si limiterà al rifiuto del più recente sopruso umiliante impostogli, ma mirerà a rivoluzionare interamente la sua condizione stessa, rispetto alla quale, prima, opponeva sopportazione e pazienza.
La disperazione, la constatazione dell' assurdo, lasciano spesso che sia il silenzio a parlare, consentendo, pur senza intenzione, l' inazione paralizzata,  ma con il primo "no" la coscienza pare risvegliarsi, esplode alla luce, ritrova l' aderenza al valore -la libertà-, alla consacrazione del quale neppure l' estrema caduta  -l' eventualità della morte- può dissuadere.

Entro la società occidentale, però, lo spirito di rivolta è possibile soltanto nei casi in cui ad un' uguaglianza teorica si contrappongano, pur celate, grandi disuguaglianze di fatto.

"La libertà di fatto non s' è accresciuta proporzionalmente alla coscienza che ne ha preso l' uomo. Da questa osservazione si può dedurre soltanto questo: la rivolta è propria all' uomo avvertito, che abbia coscienza dei propri diritti. Ma nulla ci permette di dire che si tratti soltanto dei diritti dell' individuo. Al contrario, [...] sembra proprio che si tratti di una coscienza di sé sempre più estesa che la specie umana consegue nel corso della sua avventura.".

All' inizio del Cristianesimo s' è assistito ad una rivolta metafisica che è stata, però, resa vana, dalla resurrezione di Cristo e la promessa della vita eterna (utopia).

"Se nel mondo religioso non si trova il problema della rivolta, si è che in verità non vi si trova alcuna problematica reale, tutte le risposte essendo date in una volta. La metafisica è sostituita dal mito. Non ci sono più interrogativi, ci sono soltanto risposte ed eterni commenti, che possono allora essere metafisici. Ma prima di entrare nel campo religioso, ed anche per entrarvi, o appena ne esce, ed anche per uscirne, l' uomo è interrogazione e rivolta. L' uomo in rivolta è l' uomo che sta prima o dopo l' universo sacro, e si adopera a rivendicare un ordine umano in cui tutte le risposte siano umane, cioè razionalmente formulate. Da quell' istante, ogni interrogazione, ogni parola è rivolta, mentre nel mondo religioso, ogni parola è rendimento di grazie."

Camus è scrittore e filosofo politico, suo malgrado e, se pur volontariamente orfano di ideologie, crede nella trasformazione radicale del presente ad opera delle minoranze audaci, capaci di staccarsi dal dominio imperante, costituendosi in piccole controsocietà fraterne, solidali e ribelli.

"In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del 'cogito' nell' ordine del pensiero, è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l' individuo dalla sua solitudine. E' un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo."

(virgolettati gli estratti da "L' uomo in rivolta" di Albert Camus)


***

Io penso che Camus, spesso tacciato di immobilismo ed in grande polemica con Sartre, ci abbia trasmesso un pensiero arduo e di grande originalità, da cui trarre spunti continui di riflessione. Il suo disprezzo dell' assolutismo e l' assenza di ricette miracolose per la soluzione della condizione umana, nonché il netto rifiuto di ogni messianismo, aiutano a comprendere che, prima di ogni altra cosa, ogni nostro respiro deve rappresentare atto di rivolta e che ciò ci consente di essere.
E nella pietrosa Itaca, molti di noi potrebbero starci insieme.




venerdì 15 aprile 2011

Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice

Sono fortemente convinta che non ci sia nulla di più nobilitante, nella società attuale, dell' "impopolarità e dell' invisibilità" e che il nocciolo autentico della libertà di un individuo possa essere preservato soltanto nella misura in cui egli sappia provare la più completa indifferenza verso la pubblicizzazione sia di sé stesso, sia di ciò che pubblico lo è gia ed  in sovrabbondanza viene detto, ri-detto, stra-detto, in una escalation -un po' nevrotica, ossessivo compulsiva, ma di genesi automatica, cioè indotta- di tentativi di dirlo di più e meglio.
Per quanto esibizione -talvolta- di sagacia, buon quoziente intellettivo, discreto acculturamento, abilità dialettica, raramente riesco a scorgere, in ciò che leggo, aderenza con un generico principio di umanità compartecipata, e, soprattutto, tesa ad un principio di utilità reale, che giunga a produrre effetti concreti su chi ha estremo bisogno -come i derelitti ed i diseredati- d' aiuto.
A me, questo narcisismo imperante fa un po' schifo.

Scrittori, giornalisti, blogger e chiunque rivolga le proprie considerazioni ad un pubblico, più o meno identificabile e più o meno vasto, quasi sempre vogliono o devono anteporre al loro messaggio un' esplicita od implicita asserzione di appartenenza, naturalmente dai risvolti  sempre velleitari.  
"Sono di sinistra, sono di destra, sono di centro, sono ateo, sono agnostico, sono credente, sono uomo, sono donna, faccio questo mestiere, ho famiglia, leggo questo, non leggo quello, ho un figlio così, sono infelice, sono povero, sono precario, nella mia casetta in campagna, dr, dr.ssa, un mio scritto, il mio amico (sempre accreditante) ..."
Ciò li rende, che piaccia loro o no, delle marionette. Schiavi di cliché di cui non sospettano la pervasività e, soprattutto -cosa che li caratterizza in modo tragicomico- da cui si ritengono immuni.
Un sistema, un altro sistema, inglobati insieme nel più vasto Sistema concepito dalla stessa logica. E la logica è:
-Parla, parla, che ti passa... parla pure, sfogati, urla, impreca, inveisci, illuditi di punzecchiare con il fioretto spuntato della tua penna, con quei polpastrellini esili che non conoscono i calli del carpentiere e le ustioni del minatore..., sfinisciti di parole, amoreggia con esse, illuditi pure di stordire d' effetti e suoni le storture del tuo tempo, tanto lo sappiamo bene che  "la politica e il fato dell'umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e grandezza. Gli uomini che hanno dentro di sé la grandezza non entrano in politica."
Né vi si infiammano troppo -aggiungerei io-, quand' è palese che essa non ha a cuore il bene di chi dovrebbe servire.

Meno male che è esistito un uomo come Albert Camus, che ha avuto il fegato di estraniarsi da qualsiasi etichetta e da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione, e meno male che la gragnuola di accuse dalle barricate di sinistra e da quelle di destra non l' hanno placato, ma soltanto amareggiato.

D' altronde è questa la predestinazione dello "straniero", e forse pure, in nome del diritto all' utopia, la sua missione nel mondo.


" [...]
Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi sulle solo negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.

Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia. Chi, dopo tutto ciò, potrebbe attendere da lui soluzioni bell’e fatte e belle morali? La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino. Quale scrittore dunque oserebbe, in buona coscienza, farsi predicatore di virtù? Quanto a me devo dire una volta di più che non sono niente di tutto questo. non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto. Ma benché questa nostalgia spieghi molti dei miei errori e delle mie colpe, essa mi ha aiutato senza dubbio a comprendere meglio il mio mestiere, mi aiuta ancor oggi a tenermi, ciecamente, vicino a tutti quegli uomini silenziosi che non sopportano nel mondo una vita che per loro è fatta soltanto del ricordo o del ritorno di brevi e libere gioie.
[...]"

(Albert Camus - Discorso di accettazione del premio Nobel - 10 dicembre 1957)