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lunedì 3 dicembre 2012

Contrari

Nei rapporti infraumani i contrari si respingono, talvolta dopo essersi perfino attratti in effimere occasioni fortuite.
Ciò è fatale, sommamente ragionevole ed abbastanza ovvio.
Quel che mi lascia perplessa, semmai -quel che rimane sostanzialmente un arcano-, è cosa determini l'attrazione iniziale, dato che essa risulta essere tanto fluidamente votata alla repentina e ragionevole fine.

A ben pensarci, la diretta responsabile della temporanea infatuazione verso un contrario altro non è che la speranza, affiancata all'oggettiva maggiore facilità di incontrare soggetti da noi dissimili piuttosto che affini .
La speranza è coadiuvante dell'insopprimibile istinto a permanere in esistenza e molto spesso, per quelli come me -ammesso che ce ne sia qualcuno da qualche parte, ma mi affido comunque ad un calcolo probabilistico-, è anche contemporaneamente un efficace metodo di sopravvivenza, a patto che non sia però completamente disvelato a sé stessi.
Una volta smascherato l'espediente, infatti, esso perde irrimediabilmente quella vitale funzione.

Che un oggetto si riveli contrario alla nostra indole non è sempre di immediata intuizione: noi umani siamo esseri dialettici, in fin dei conti -o lo siamo diventati quando il nostro stesso ego ha preso decisamente il sopravvento-, e nell'esercizio dialettico siamo quasi sempre talmente assorbiti dall'intento di spiegarci e lasciar emergere il nostro io, da avvederci, sulle prime, davvero molto poco di quello altrui.
Quando succede, alla fine, ci rendiamo anche conto d'aver 'accolto' in noi il contrario, e ne ricaviamo una mortificante delusione, troppo spesso cocentemente dolorosa.

Perché, insomma, non c'è scampo: pur essendo la solitudine, in special modo interiore, la realtà prima ed ultima di ciascuno di noi, e pur essendo tragicamente inconfutabile che quanto più atterrisce un umano è l'orrore del vuoto, la sola reazione possibile sta nella ricerca e nell'accoglienza dell'altro che ci fornisce suo malgrado la certezza d'essere. Quasi mai ci avvediamo di quanto egli non sia che uno strumento per la nostra sopravvivenza e quasi mai, nell'urgenza del vivere, ci accorgiamo di quanto, nella sua indole, egli sia così spesso contrario -e perciò alla fine detestabile- alla nostra.

*
 
Contrari alla mia indole il cinismo, la disonestà, la scaltra approssimazione, l'opportunismo ed il freddo calcolo rapace della politica, ma anche di qualunque posizione fideistica. Soluzione: solitaria  limpida anarchia;
e contraria, decisamente, l'enunciazione di Valori smentiti ininterrottamente dalle scelte pratiche effettuate nella propria vita;
e contraria  la profferta di sentimenti di cui non si è capaci e di amicizia di cui si ha un'idea utilitaristica miserabile e squallida;
e contrarie, massimamente, la fragilità e la debolezza d'anima.
Mi è contrario il mondo. Quale malinconia.

*
 



 
 

domenica 21 agosto 2011

Anatema 5 - I cattivi vecchi, gli aggressivi

                                                

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...

L' immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d' intorno non c'era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo...

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l' anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati...

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero...

E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni..."

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"

( Francesco Guccini, Un vecchio e un bambino)


" [...]
Movesi il vecchierel canuto et biancho
del dolce loco ov’à sua età fornita
et da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi trahendo poi l’antiquo fianco
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, et dal camino stanco;

et viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:
[...]
(Petrarca, Il canzoniere)

"[...]
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E' la vita mortale.

[...]"

(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante)


***


Mah, sono tutte immagini poetiche e belle, ammantate di una certa mestizia, oppure anche ispiranti un sentimento di sottile venerazione.
Sì: la vecchiaia, in poesia, è sempre venerabile, non foss' altro che per l' immediata similitudine con la fragilità e la debolezza umane -così evidenti nel nostro declino- che ci muovono alla pietà per noi stessi: sentirci protettivi ed infinitamente buoni verso il vecchierello canuto e bianco e stanco è anche un modo per esorcizzare la nostra angoscia di poter ben presto assomigliargli.
La considerazione della vecchiaia mi pare viaggi su un' idea memetica, in fondo, molto amata in letteratura, che la riveste anche di un certo ammanto di saggezza.


Friedrich- Le età dell' uomo



Ed infatti io, come molti altri, provo viva tenerezza alla vista di vecchietti curvi e tremanti ed acuto dispiacere se li so abbandonati a sé stessi nella solitudine; muto rispetto all' ascolto delle vicissitudini di un' esistenza sfortunata e difficile ma che non ha tolto loro il coraggio di sorridere ancora al prossimo; umiltà nel caso in cui l' anziano dimostri un' imperituro interesse per la conoscenza e dispensi ad altri la sua seppur parziale saggezza.

Ma i vecchi della realtà non rientrano tutti in una di quelle categorie. Quello in cui mi sono imbattuta stamattina portando Neve a spasso lungo il Viale degli orti, ad esempio, è scorbutico, gretto, odioso e cattivo.
Questi suole fare esercizio di camminata tutti i giorni alle dieci con il bastone tenuto con la mano destra ed una sveglietta da comodino nella mano sinistra. Immagino che la marcia mattutina sia prescrizione medica. Percorre e ripercorre con grande concentrazione ed a ritmo sostenuto il Viale per il tot di tempo (probabilmente) raccomandatogli. Ha l' aspetto tonico e sano, è un po' corpulento ma non obeso, la testa alta, lo sguardo inespressivo ed il resto del mondo gli è totalmente indifferente: pur incrociando continuamente le stesse persone, alcune delle quali con i loro cagnolini (al fondo di quel Viale esiste un' area cani in cui questi possono circolare finalmente senza guinzaglio), non degna nessuno del minimo sguardo né, men che meno, risponde all' eventuale "buongiorno" a lui indirizzato dalle più civili.
Si dà il caso, però, che  Neve (cucciola di soli sei mesi, 20 cm al garrese) nel mentre incrociavamo il nonnino-musone-egocentrico, abbia visto avanzare in direzione opposta un suo piccolo amico a quattrozampe e ciò l' abbia resa così felice da cercare di raggiungerlo precipitosamente e festosamente.
Essendo trattenuta dal guinzaglio, il suo è rimasto un movimento soltanto ideale, che, tradotto nella pratica, equivale ad un contemporaneo "ARF-ARF!"-linguetta fuori-scodinzolìo allegretto.
Il vecchio s'è spaventato lo stesso, la sua vetusta amigdala, sollecitata dall' istinto irrazionale della paura, l' ha allertato inutilmente, e la sua risposta è stata immediata e di una sgradevolezza abnorme.
"Varda che te dago 'na bastonada, sa!" (Guarda che ti dò una bastonata, sai!).
L' ho ignorato, compiangendo la sua triste acredine.
Poi, però, dato il suo avanti-indietro compulsivo, l' abbiamo incrociato nuovamente.
E lui, carico di odio, ancora, ha insistito nelle minacce di violenza, rincarando la dose ed augurandosi l' estinzione di tutti i canidi e dei loro proprietari.
Questa volta ho dovuto -ahilui- rispondergli a tono, pur se con grande disagio: non uso, generalmente, ricorrere ai diverbi, mi disgustano in generale e più che mai se con un anziano.

L' aggressività è senz' altro un' importante dotazione umana, che evoluzione e cultura ci hanno insegnato a moderare e gestire nei rapporti con gli altri.
Ora, io credo che se un individuo non l' ha imparato in età senile, con ampia probabilità dev' essere stato una persona gretta, dispotica e forse pure violenta da giovane, ed il mio obbligo di rispetto -che non dev' essere prona sopportazione- verrà meno.

Ed il meme va a farsi friggere... 
 

venerdì 19 agosto 2011

Anatema 4 - gli insultanti, i banali, gli umorali, i risentiti, i maleducati, i vili, gli infantili, gli accozzagliatori, i piaggi

Capaci di mutar opinione in modo straordinariamente rapido, oggi ti 'amano' - e te lo scrivono e te lo dicono-, e domani ti detestano e ti evitano come la peste -senza osare però dirti nulla: sono spesso anche vili-, fino ad incorrere nella maleducazione più cafona: sono gli umorali ed i risentiti, quelli che ti sognavano in un modo -un modo perfettamente  aderente al loro stesso modo d' essere- perché ciò che loro abbisognava non era che l' ennesimo specchio di Narciso. In realtà costoro -anche quando si spacciano, neppure tanto velatamente, se non addirittura spudoratamente, per anime nobili- s' industriano solo ed esclusivamente a cercare nuovi pretesti per replicare sé stessi o nutrire il loro amor proprio, ma, consapevoli che ciò ha una certa connotazione un po' sordida ed ambendo invece alla spocchiosa aura di 'nobiltà sentimentale o intellettuale', non lo confesserebbero mai -e neppure sotto tortura- a sè stessi.
Non è necessariamente in campo sentimentale che gli umorali/risentiti rivelano la loro natura: essi esercitano la loro indole in ogni campo dei rapporti infraumani e comunque sia sociali, né vale una discriminazione di genere, o d' età. I narcisisti stanno dimostrando una propagazione simile a quelle virali resistenti.
Generalmente hanno scarsissimo senso critico, come sempre accade a chi caracolla su idee un po' fragili, o mutuate, o estetizzanti -spesso pesantemente moralistiche-, perché la critica presuppone apertura e loro, invece, meschini, si sono blindati inesorabilmente in un universo che si esaurisce tutto nel ragliante pronome "io".
Bene: non li riconosco immediatamente, ma, fatalmente, li riconoscerò. Dopodiché avranno la mia completa indifferenza e continueranno a godere dei tributi infantili della loro platea, che in genere è molto nutrita e propensa alla piaggeria.

Scagliare l' anatema contro gli insultanti è fin troppo facile.
Li abbiamo attualmente al governo e l' insulto è l' indice dell' infimo livello della politica del Paese da sempre.
Dal "boia chi molla" di mussoliniana memoria, l' andamento dell' insulto ha assunto progressivamente  nuove e più colorite forme, dentro e fuori il Parlamento, nelle platee mediatiche, per la strada, sui palchi elettorali, nei giornali.
L' insulto è sempre l' ultima spiaggia della comunicazione, ne sancisce il completo fallimento, indica una reazione rabbiosa istintuale e svela gli aspetti più ferini e triviali dell' animo umano. E' una forma di uccisione simbolica dell' altro, la risposta delle 'vie basse' del cervello umano alla frustrazione ed al risentimento, in grado di fornire un estemporaneo sollievo, ma totalmente inefficace nella dialettica delle parti.
Beh, ... la 'dialettica': è un concetto talmente lontano dalla politica nazionale da essere considerato termine desueto.
Eppure, una politica seria è, innanzitutto, dialettica.

Come ogni altro rapporto tra umani.
Sarà per questo che trovo il web molto spesso frustrante. Nella maggior parte dei blog il webmaster ha un ingombrante ego da gestire, talmente grande da far sfumare il senso recondito dello scrivere e pubblicizzare opinioni e pensieri.
Quando egli diventa un 'accozzagliatore' generico di altri sistemi nervosi con il fine di fidelizzare i suoi lettori a prescindere dalle loro nature e gode dell' incremento del numero, dovrebbe ricordare che la quantità spesso avversa la qualità e l' ansia del compiacimento abbassa il valore in assoluto dei contenuti.

D' altronde, l' aula in cui insegnava Shopenhauer era desolatamente vuota e davanti a quella di Hegel gli studentelli facevano la fila.

"Non posso certo sottrarmi in alcun modo ai difetti e alle debolezze inerenti per necessità alla mia natura come a ciascun'altra: ma non li accrescerò con indegni compromessi."




venerdì 29 luglio 2011

Anatema 3 - Le cretine

Ho già confessato d' essere, talvolta, soggetta a gravi intollerenze intellettuali: ci sono argomenti molto particolari -perché nevralgici- rispetto ai quali non riesco a soprassedere né a rendermi mentalmente elastica. Anzi.
E poi, per esser precisa, non sono neppure soltanto questioni intellettuali: ogni mia azione è altamente connessa con il mio pensiero, sì da rendere ciascuna parola infarcita -SEMPRE- di lacrime, sangue, sudore, spazio fisico, dolore o gioia pura: il mio corpo è anche la parola, il pensiero vi è abbarbicato, come edera stritolante o teneramente avvolgente, in un unico atto orgasmico di vita, o di lacerante sofferenza.
Uno di questi è quel che io intendo per "essere donna" secondo un' ottica tutt' altro che personale o intimistica, naturalmente, ma bensì relativa sia all' ampia sfera del  genericamente umano, pur con le naturali caratterizzazioni del genere, sia a quella, un po' più spinosa ed insidiosa, dell' ambito culturale.
Non intendo, ora, osare un trattatello -di quelli noiosi- storico, sociologico, psicologico delle muliebri vicende trascorse fin dalla comparsa del Sapiens sulla Terra, né ricordare nefandezze, roghi, ingiustizie ed innumerevoli torti che gli Istituti umani, dalle Religioni, alla Politica, alla Cultura, hanno riservato alla Donna nei secoli: su questo son già caduti i veli, ciascuno di noi sa perfettamente quanto c' è da sapere e, se vorrà, lo tenga pure ben presente traendone tutte le dovute conclusioni. Se oserà, se potrà onestamente farlo...
Non m' interessa neppure vagamente, d' altronde, sottolineare il lapalissiano concetto che, in un mondo assatanato di sangue di vittime le vittime stesse abbisognino a loro volta di sacrificarne altre: noi umani non abbiam saputo fare di meglio, mai, e in nessun luogo; non, almeno, in ambiti diversi da quelli individuali e particolari, cioè irrilevanti ai grandi fini.

Perciò, dato che  motivi di metaforica nausea il maschilismo becero -ed anche quello inconsapevole ed aborrito dagli stessi ignari carnefici- ne han fornito praticamente tutti gli uomini di potere e cultura, -finanche i più dotati di intelligenza o accreditati di stima ed ammirazione- fin dalla notte dei tempi, io vorrei, almeno, che a capire l' ontologia dell'essere donna, senza macchia, senza paura, ma, soprattutto senza contraddizioni, fossero, almeno, le donne stesse. Cosa che non ancora e non sempre (oggi meno che negli anni '70), invece, è.

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" Non si nasce donne, si diventa."
(Simone de Beauvoir)



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M' imbatto, talvolta, ricavandone disgusto, in intollerabili  esibizioni dialettiche di donne imbecilli.
Sono stata una femminista militante -non è nuova, l' ho scritto altre volte-, ho fatto la mia parte, non solo gridando slogan. C' ero. C' ero tutta. E, al tempo, la questione della "liberazione sessuale" e ciò che intorno vi gravitava, era fondamentale.
C' ero a parlare, a manifestare, a scrivere, ad essere, coerentemente, piuttosto impopolarmente, giacché è senz' altro vero che nessuna rivoluzione è mai stata indolore.
Ciononostante, sentivo, prima di tutto a livello istintivo, e con il cuore e l' anima, la profonda differenza d' approccio alle questioni femminili tra "Le deuxième sexe" di Simone De Beauvoir e "Porci con le ali" della Ravera o "Paura di volare" di Erica Jong, tanto per citare alcuni testi paradigmatci.
Nel primo, una seria analisi psicologica, storica, biologica; nei secondi, la provocazione, l' urlo, la sfida, anche sguaiati e scomposti, talvolta di gusto scabroso, nonché morboso.
Se un po' ho reso l' idea, è forse chiaro che io, per mia natura, aborro la volgarità ed il trivio (è in questo, e solo in questo, che si esaurisce tutto il mio dandysmo), ma allora erano necessari anche quelli per raggiungere la necessaria dissacrazione del muro di silenzio, dell' inerzia di abitudini consolidate nel pensiero, della pseudo-cultura imperante.

Oggi mi tocca rilevare la presenza di emerite cretine, che della nostra storia di faticose progressive legittime conquiste di civiltà e giustizia sociale non sanno nulla e non hanno capito assolutamente nulla, che confondono il "femminismo" (e lo virgoletto perché, da loro evocato è semplice eufemismo) con l' escortismo, che credono che scrivere disinvoltamente di mutande e seni, con tanto di immagini-spazzatura degne di viscidi guardoni esibizionisti ( argomenti che dovrebbero parare esattamente d o v e  ? -non so perché, ma mi sfugge proprio-) sia un vessillo di libertà emancipata, e lo trovo oggettivamente patetico.
A me dispiace -ma appena un po'- , per chi ci casca, che è, nella fattispecie,  quasi sempre maschio intelligente, e solitamente non troppo ingenuo in questioni però di tutt' altra natura (magari 'elevate'). Poi penso: "... affari suoi, s'arrangi, si renda critico, magari iper-critico, anche nelle basse vicende ormoniali, visto che sa esserlo in ben più alte elucubrazioni, o si confessi, con un po' di onestà intellettuale, che c' è una grande frattura tra ciò cui aspira la sua anima e ciò di cui s' accontenta e si delizia il suo basso ventre ..."

Il punto davvero focale, che è questione passata in giudicato, è sempre stato e sarà sempre il solito: la donna e l' uomo devono attrarsi, piacersi, unirsi, amarsi, o fare il contrario, se a loro aggrada, ma mai e poi mai una persona di genere femminile deve sentire il suo essere donna come strumentale alla sua realizzazione di essere umano, spendendo le sue energie alla ricerca dell' approvazione, del piacere -o anche del dispiacere- di persona appartenente al genere maschile, perché, in tal modo, non fa che ridurre sé stessa ad un individuo gregario di un altro.
Per questo, dire che "Mi trucco per me, per piacermi", oppure "La chirurgia plastica aiuta l' autostima" è falso, è malafede, oltre che massimamente ingenuo.
Un' auto-stima che si nutra di cenni di approvazione basati sul gradimento sessuale è, quantomeno, indice di miseria e pochezza. Forse sarebbe bene pretendere molto di più, da sé stesse, soprattutto quel 'di più' invisibile ma pertinace che esalta di un individuo l' essere unico ed irripetibile che è.

Ma non era già chiarissima, tutta sta cosa?







mercoledì 27 luglio 2011

Anatema 2 - Stressing

Sorrido, per quanto amaramente, ogni qualvolta l' osservazione e la riflessione sulla vita animale ed umana mi conferma l' assoluta fragilità di ogni situazione e condizione, sia a livello sociale, sia -ed anche talvolta di conseguenza- a livello individuale.

"Bisogna farsi niente", meditava Simone Weil nella sua dura e dolorosa ricerca mistico-filosofica, ma, in realtà, lo sforzo riguarda soltanto l' accettazione di un' asserzione simile, perché noi niente, oggettivamente, già lo siamo come dotazione innata, se quel niente corrisponde a non essere 'qualcosa di speciale, qualcosa di più ed oltre', rispetto alla materia, alla meccanica del nostro organismo, ai neuroni ed ai circuiti dell' amigdala e dell' ippocampo, ai sistemi immunitario, endocrino, cardiovascolare e via di seguito...
Di cosa consti l' "anima", né se esista, nella nostra parentesi mortale non sapremo mai, comunque vadano le cose dopo.

***
Credo che sapersi niente sia l' autentica consapevolezza -spesso profondissimamente occultata-  di ciascuno di noi. In fondo l' abbiamo visto confermato mille volte nel corso della nostra esistenza: abbiamo perduto genitori, figli, amici, amanti, strappati a noi dalla morte, o dal distacco, ed abbiamo visto languire anche le idee e spazzare via i sogni, come succede alla sabbia sulla bàttima, e credo anche che la maggioranza dei nostri sforzi sia nel negarcelo ad ogni costo.
(In effetti, siam tutti molto più stoici di quanto non crediamo: non ci sono, in fondo, moltissime aternative.)
Spesso la lasciamo sedimentare e poi la sotterriamo nell' interiorità, illudendoci d' averla vinta, d' aver trovato un nesso, un senso, una scappatoia, un' illuminazione liberatoria.  Pia illusione.
E' inutile: non possiamo accettarlo, è troppo doloroso. Inumano.
Pur di negare il nostro esser niente, dopo l' invenzione di Dio, deifichiamo anche l' Uomo -poveretto- e ci prostriamo, all' occorrenza ed all' occasione e secondo la nostra indole, a Questo e a quello.
La tristezza che mi instillano certe piccole frivole animucce, un po' ottuse ed ingenue, occupate a cercare sempre aderenze presso altri esseri umani -che non son niente, come tutti noi- cadendo addirittura nel grossolano errore di rendersi parassiti!
Provo cordoglio per molte tristi situazioni, ma non così tanto come mi accade alla vista dello sciupìo di dignità.
E poi sono intollerante alla stupidità: mi provoca un' orticaria metafisica, mi fa star male.

***



Dicevo, dunque, d' essere talmente fragile, in quanto umana e in quanto 'me' ... da notare una flessione della memoria.
Dimentico.
Nomi, volti, date, termini tecnici.
Dimentico soltanto i dettagli, non la sostanza né il senso di un dialogo o di una lettura, o il ricordo del complesso di un evento.
Nella mia precedente professione la mia memoria era prodigiosa: ricordavo -dei clienti- dati fiscali, recapiti, molti dettagli anagrafici, le più irrilevanti richieste.
Giacché non è ancora deterioramento senile, mi arrovello da un po' a cercarne cause e senso.
E scopro che è colpa dello stress.
Io vivo sotto stress particolare  da almeno una ventina d' anni e generale da molti di più.

E "sotto stress le ghiandole surrenali secernono il cortisolo, uno degli ormoni rilasciati dal corpo in caso di emergenza. [...] La produzione cronica di cortisolo (e relativi ormoni) può provocare disturbi cardiovascolari, pregiudicare la funzionalità del sistema immunitario, peggiorando diabete e ipertensione, e in alcuni casi perfino distruggere i neuroni dell' ippocampo, a scapito della memoria." (D. Goleman,Intelligenza sociale)

Diciamo anche, che, in più, l' ambiente metropolitano -che detesto ferocemente- fornisce stressors in aggiunta ai ben più gravi strettamente personali, di cui la mia amigdala, ipersensibile, ha particolare percezione. Il rumore costante del traffico della mia città di meno di 200.000 abitanti (che non ha nulla a che vedere, comunque, con quello di una megalopoli), per esempio, erode -e lo sento chiaramente- l' equilibrio del sistema nervoso come un moderno supplizio di Tantalo, e la considerazione che se non fossi così povera potrei gestire un agriturismo sulle crete senesi (è troppo, lo so, ma mi si consenta l' escursione nell' immaginario. Che io sia un' ottima cuoca ed ami  la vita un po' frugale ed essenziale è assolutamente vero, però...) lasciando accarezzare i miei organi percettori dal soave fruscìo causato dal vento alle cime di un paio di cipressi, aumentano stizza e - di nuovo- stress.

La verità è che senza "alleati biologici",  nell' esistenza una come me non ce la può fare proprio.

Un' amicizia attiva e sincera, un compagno di vita che sappia amare, un congiunto affettuoso: loro, sarebbero necessari -farmaci salva vita- a noi malinconici rappresentanti del niente.
Non si sfugge: dovrebbe essere l' amore il linguaggio universale degli umani.

Ma giusto ieri ho scagliato il precedente anatema...




martedì 26 luglio 2011

Anatema 1

Lo scriverò in prima persona, per non offendere la sensibilità di nessun altro né scalfire il suo orgoglio (che tanto gli è necessario: mille volte di più della sostanza di un sentimento) operando generalizzazioni di cui non mi arrogo l' autorevolezza.
Sì, ma cosa?
Il mio anatema personale al più gettonato degli idoli dozzinali.
L' anatema dell' amante - quello incorporeo, participio presente- me, o, se risulta più chiaro, in genere l' anatema dell' Amore.

Toglici immaginazione ed ormoni e non resta assolutamente nulla. Gli ormoni si chetano e si assopiscono, l' immaginazione sfuma ed evapora, asfissiata dall' abitudine. Il primo è un evento biologico, il secondo una terribile colpa, e quando non va esattamente così, comunque almeno uno dei due abbandona il campo.
Sì, diceva bene il filosofo dalle spalle larghe, Amore è un dio, che tenta di mettere in contatto il mortale con la Bellezza, ma forse è la Bellezza che non è affatto generale aspirazione prioritaria.
La vera aspirazione sentimentale resta il desiderio di qualche rocambolesco paradiso di sensi ed anime, preferibilmente frustrato e frustrante, subito seguito dal surrogato povero del piacere, che è la quieta rinuncia e l' adeguamento ad un sonnacchioso, pallosissimo ménage in confortante utilitaristica sicurezza.

Undicesimo: non nominare Amore invano.