Nei rapporti infraumani i contrari si respingono, talvolta dopo essersi perfino attratti in effimere occasioni fortuite.
Ciò è fatale, sommamente ragionevole ed abbastanza ovvio.
Quel che mi lascia perplessa, semmai -quel che rimane sostanzialmente un arcano-, è cosa determini l'attrazione iniziale, dato che essa risulta essere tanto fluidamente votata alla repentina e ragionevole fine.
A ben pensarci, la diretta responsabile della temporanea infatuazione verso un contrario altro non è che la speranza, affiancata all'oggettiva maggiore facilità di incontrare soggetti da noi dissimili piuttosto che affini .
La speranza è coadiuvante dell'insopprimibile istinto a permanere in esistenza e molto spesso, per quelli come me -ammesso che ce ne sia qualcuno da qualche parte, ma mi affido comunque ad un calcolo probabilistico-, è anche contemporaneamente un efficace metodo di sopravvivenza, a patto che non sia però completamente disvelato a sé stessi.
Una volta smascherato l'espediente, infatti, esso perde irrimediabilmente quella vitale funzione.
Che un oggetto si riveli contrario alla nostra indole non è sempre di immediata intuizione: noi umani siamo esseri dialettici, in fin dei conti -o lo siamo diventati quando il nostro stesso ego ha preso decisamente il sopravvento-, e nell'esercizio dialettico siamo quasi sempre talmente assorbiti dall'intento di spiegarci e lasciar emergere il nostro io, da avvederci, sulle prime, davvero molto poco di quello altrui.
Quando succede, alla fine, ci rendiamo anche conto d'aver 'accolto' in noi il contrario, e ne ricaviamo una mortificante delusione, troppo spesso cocentemente dolorosa.
Perché, insomma, non c'è scampo: pur essendo la solitudine, in special modo interiore, la realtà prima ed ultima di ciascuno di noi, e pur essendo tragicamente inconfutabile che quanto più atterrisce un umano è l'orrore del vuoto, la sola reazione possibile sta nella ricerca e nell'accoglienza dell'altro che ci fornisce suo malgrado la certezza d'essere. Quasi mai ci avvediamo di quanto egli non sia che uno strumento per la nostra sopravvivenza e quasi mai, nell'urgenza del vivere, ci accorgiamo di quanto, nella sua indole, egli sia così spesso contrario -e perciò alla fine detestabile- alla nostra.
Ciò è fatale, sommamente ragionevole ed abbastanza ovvio.
Quel che mi lascia perplessa, semmai -quel che rimane sostanzialmente un arcano-, è cosa determini l'attrazione iniziale, dato che essa risulta essere tanto fluidamente votata alla repentina e ragionevole fine.
A ben pensarci, la diretta responsabile della temporanea infatuazione verso un contrario altro non è che la speranza, affiancata all'oggettiva maggiore facilità di incontrare soggetti da noi dissimili piuttosto che affini .
La speranza è coadiuvante dell'insopprimibile istinto a permanere in esistenza e molto spesso, per quelli come me -ammesso che ce ne sia qualcuno da qualche parte, ma mi affido comunque ad un calcolo probabilistico-, è anche contemporaneamente un efficace metodo di sopravvivenza, a patto che non sia però completamente disvelato a sé stessi.
Una volta smascherato l'espediente, infatti, esso perde irrimediabilmente quella vitale funzione.
Che un oggetto si riveli contrario alla nostra indole non è sempre di immediata intuizione: noi umani siamo esseri dialettici, in fin dei conti -o lo siamo diventati quando il nostro stesso ego ha preso decisamente il sopravvento-, e nell'esercizio dialettico siamo quasi sempre talmente assorbiti dall'intento di spiegarci e lasciar emergere il nostro io, da avvederci, sulle prime, davvero molto poco di quello altrui.
Quando succede, alla fine, ci rendiamo anche conto d'aver 'accolto' in noi il contrario, e ne ricaviamo una mortificante delusione, troppo spesso cocentemente dolorosa.
Perché, insomma, non c'è scampo: pur essendo la solitudine, in special modo interiore, la realtà prima ed ultima di ciascuno di noi, e pur essendo tragicamente inconfutabile che quanto più atterrisce un umano è l'orrore del vuoto, la sola reazione possibile sta nella ricerca e nell'accoglienza dell'altro che ci fornisce suo malgrado la certezza d'essere. Quasi mai ci avvediamo di quanto egli non sia che uno strumento per la nostra sopravvivenza e quasi mai, nell'urgenza del vivere, ci accorgiamo di quanto, nella sua indole, egli sia così spesso contrario -e perciò alla fine detestabile- alla nostra.
*
Contrari alla mia indole il cinismo, la disonestà, la scaltra approssimazione, l'opportunismo ed il freddo calcolo rapace della politica, ma anche di qualunque posizione fideistica. Soluzione: solitaria limpida anarchia;
e contraria, decisamente, l'enunciazione di Valori smentiti ininterrottamente dalle scelte pratiche effettuate nella propria vita;
e contraria la profferta di sentimenti di cui non si è capaci e di amicizia di cui si ha un'idea utilitaristica miserabile e squallida;
e contrarie, massimamente, la fragilità e la debolezza d'anima.
Mi è contrario il mondo. Quale malinconia.
e contraria, decisamente, l'enunciazione di Valori smentiti ininterrottamente dalle scelte pratiche effettuate nella propria vita;
e contraria la profferta di sentimenti di cui non si è capaci e di amicizia di cui si ha un'idea utilitaristica miserabile e squallida;
e contrarie, massimamente, la fragilità e la debolezza d'anima.
Mi è contrario il mondo. Quale malinconia.
*