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sabato 28 febbraio 2026

Tipi -31- i démodé

Forse il loro errore supremo è la pretesa di estrapolare un qualsiasi senso alla semplice fattualità d'essere nati.
Essere nati serve infine a replicare la vita? Com'è, allora, che una volta eseguito il compito, questi sfortunati continuano a precipitare nel baratro delle domande e dei dubbi? 
Essere nati è una conseguenza di scelte od altre vicende riguardanti a loro volta altri individui e da ciò consegue la completa deresponsabilizzazione rispetto all'appartenenza alla vita. 
L'inevitabile ignoranza in materia, per quelli di noi che insistono a qualche livello nella ricerca, è il tormento della frustrazione e del fallimento.
D'altro canto costoro, ricercatori di Grazia, atei-mistici o maniaco-ossessivi che siano, non ne possono fare a meno perché il tarlo è insediato profondamente nella loro indole, così che si trasforma in amaro ed ineludibile destino.

La vera e più sensata domanda, allora, diventa un'altra: perché  quel tarlo, che probabilmente sfiora molti si attarda ad avvelenare ogni istante di un intollerabile e stupefatto disagio solo in qualcuno? E' malattia?
Probabilmente, in qualche modo, lo è; a giudizio dei cosiddetti sani senza dubbio ed invece, forse, secondo canoniche considerazioni cliniche, interpreta uno squilibrio psichico.
Sia chiaro che oggi più che mai, nonostante in teoria si finga che sia l'esatto contrario, vige la comune opinione silente che esista un limite ben preciso alla stravaganza del pensiero ed addirittura del sentire. La sofferenza intellettuale, diciamo, è caduta definitivamente in disgrazia nel secolo scorso e se ti appartiene ancora sei pure  altamente colpevole, oltre che démodé.
Durante la giovinezza la cosa è sostenibile: mentre Eros e Thanatos intrattengono le loro naturali schermaglie e l'esistenza pare oscillare tra pulsioni di vita ed altrettante di morte, esiste tuttavia  la panacea del tempo e del futuro ancora possibili con le loro sorprese, almeno teoriche. 
E' la maturità che non consente più attese ed impedisce di procrastinare la resa dei conti.
Ciò a patto che maturi si diventi non solo anagraficamente, dato che neppure questo succede a tutti.
Anzi. 
 
E restano lì, stupefatti, incapaci di capire tra mille altre cose, ad esempio, che cosa s'intenda con l'apologia dell'orgoglio nazionale attraverso medaglie olimpiche; che cosa significhi nazionale quando ogni individuo pensa esclusivamente ai casi suoi nella più totale indifferenza rispetto alle difficoltà o sofferenze altrui e lo stato ti manda in pensione a fare la fame fino a quando, grazieaddio, crepi; dove stia il lato positivo dell'orgoglio che a loro pare piuttosto attiguo al narcisismo e pure in odore di mercantilismo.
Restano lì, attoniti ed inorriditi,  a chiedersi cosa sia successo alle giovani generazioni, così tatuate ed imbullonate nonché non abbastanza reattive e sempre meno intelligenti. Perché non riescono a mandare a cagare l'intera genia di criminali che ha già compromesso il loro futuro? Probabilmente non sanno neppure che mondo sognare.
 
"Giace il mondo in frantumi/lo amammo molto un tempo [... ]"
 

 

lunedì 26 febbraio 2024

Tipi - 30 /Cafard

Probabilmente quando si giunge ad abdicare al linguaggio e non si soffre di alcuna precisa patologia scientificamente catalogata, l'incrinatura generica nei rapporti umani e sociali che prima si avvertiva in modo timido ed ansiogeno, spesso accompagnata da un non bene sondato senso di colpa, diventa abisso e può scatenare un potente desiderio di totale dissoluzione e sottrazione come estremo atto di sollievo e fuga.

E' inutile insistere o sforzarsi dolorosamente in improbabili elucubrazioni per trovare un qualche senso all'inanità generale oggettiva delle azioni e degli scambi verbali possibili nel sistema di vita in cui ci si ritrova intrappolati. E' inutile perché allo stato delle cose non esiste alcuna alternativa reale possibile capace di  rispettare nel contempo la propria coscienza con il senso di giustizia incluso e le proprie esigenze materiali.
La felicità sta nella condivisione di un'idea, un pezzo di pane, un tetto sulla testa, un abito con cui coprirsi, solidarietà umana con cui scaldarsi ma al contempo con  la capacità lucidissima di accettare la propria solitudine in un'aporia vissuta eroica ed eccelsa. 

La ricchezza come modello, i ricchi come tipo sociale, il potere come fine, mi fanno vomitare, quasi letteralmente: i presupposti e le conseguenze della loro esistenza sono sempre dei crimini. Non vorrei vivere neppure un solo istante in un simile stato e la cosa mi fa sorridere dato che richiama un messaggio francescano con cui io, atea, non ho nulla a che fare: non induco al misticismo. 
Quel che per me è ributtante scandalo per troppi altri è malcelato unico desiderio, anche fra gli ultimi. 
La differenza tra l'ideale religioso e quello comunista sta nell'accettazione supina da parte del primo della fatalità della nascita e non già nella denuncia delle responsabilità del mantenimento di un sistema di sperequazioni sociali frutto di precise strategie.
Comunque quella è un'altra questione, anche se rimane la causa e l'effetto dell'alienazione.
 
Ormai la peristalsi intellettuale e culturale è quasi conclusa: serve un poco di coraggio per guardare il preludio del vuoto, inevitabile, che costituisce l'essenza stessa di ogni vita.

Stanno invece in ogni luogo a berciare litigando su concetti insulsi e sempre frammentari in un'apoteosi di esibizionismo che a me imbarazza, nella più assoluta ignoranza della risibilità di ogni affermazione.
Che si tratti di secolarismo, di religione o di psicologia l'effetto non cambia.

Forse è malattia: cafard, il male dello scarafaggio. Malinconia e tristezza, pensieri cupi che non danno tregua, capaci di oscurare il sole.
E' disperato, impossibile amore per la vita solo sognata.



domenica 5 febbraio 2017

Appunti antropocentrici -8- (lo schifo)

Mi fanno proprio schifo quasi tutti e me ne dolgo, perché lo schifo, tutto sommato, è un sentimento forte che so perfettamente essere esageratamente magnanimo per i lombricoformi-mentali che pullulano ovunque, con le loro misere emozioni vermicolari, i loro impulsi intermittenti fievoli e presto svaniti, il tremolio degli insulsi chiacchiericci virtuali esclusivamente finalizzati a permettere la lievitazione di un insopportabile narcisismo incontenibile.
L'ipocrisia intellettuale, inoltre, è il cancro inguaribile che mina ogni rapporto umano e sociale, ed è enormemente disgustosa.
Consapevole che ciò potrebbe dare adito a meschini fraintendimenti e ad interpretazioni un poco piccate e squallide -ma, data la provenienza, prevedibilissime- mi trattengo dal chiedere ai loro epigoni e piaggi se siano consapevoli del fatto che il narcisista che applaudono sorride loro per una forma lieve di gratitudine del suo stesso tronfio ego continuando però a considerarli solo esseri accessori ed infinitamente a lui inferiori.  

Consideriamo un punto d'osservazione qualsiasi: i frequentatori dei social.
Esiste un'enorme quantità di loro che ritiene doveroso e sinonimo di appartenenza alla realtà (ossimoro!) l'avere un account e sparare cazzate in serie, nella quasi più completa e spudorata libertà di scelta di temi ed oggetti.
Ci sono gli imbecilli nudi e puri, spesso quasi analfabeti, le cui esternazioni non necessitano né di indagini né di supposizioni: livelli stereotipati infimi di argomentazioni ed interessi predispongono alla serena indifferenza, ma ci sono pure quelli che non possono avvalersi di una simile attenuante: hanno fatto due scuole, letto qualche libro, affermano di sapere di non sapere nulla senza però crederci, e non tacciono mai, mentre elogiano la saggezza del silenzio. Ebbene: questi mi fanno veramente, ma veramente molto più schifo.
 
A ben pensarci mi hanno sempre fatto schifo, in generale, quasi tutti quanti, ma senza alcuna intenzione e perfino inavvertitamente: la ripugnanza è reazione istintiva, ferina, automatica, probabilmente suggerita dalla necessità di difesa e sopravvivenza o da un fremito di raccappriccio dell'anima, che si avvale di risorse imperscrutabili ed infallibili, mortificata da ciò che è troppo brutto.
Ultimamente ogni cosa è oscenamente brutta, il brutto impera, nel pubblico e nel privato, ed ovunque sonnecchia e ristagna la malattia oscena dell'egoismo indifferente.
Non è il male di questo tempo: è il male di sempre, il male d'essere umani.
L'umanità mi fa decisamente schifo.

Mentre alle scuole elementari ed alle medie mi terrorizzavano come fossero minacciosi alieni, dato che avevo vissuto la prima infanzia protetta dalla dolcissima madre e dal piccolo nucleo parentale, alla scuola superiore -ricordo con diverso spavento-  mi facevano schifo quasi tutti i miei compagni di classe e non perché io fossi così sconfinatamente diversa da loro nella profondità dell'indole -cosa assolutamente vera, ma non  per questo questione dirimente-, ma piuttosto perché loro avevano, nonostante le formali singole diversità, un sostanziale comune arroccamento immaginifico del loro futuro, che altro non era se non l'ovina predisposizione mentale ad accettare il  "destino di tutti", come se fosse esistita davvero una legge superiore e naturale che li avrebbe poi sistemati nel loro ruolo,. da adulti.
Niente immaginazione, niente sogni, nessuna fantasia. Che schifo.
 
Ed io che mi vivevo, invece, come vulcano dormiente in attesa dell'esplosione di talmente tanto amore ed energia e felicità e bellezza da guarire il grigiore e l'orrore del mondo...

lunedì 22 febbraio 2016

Non è colpa della Primavera

Non posso più scrivere quasi nulla per il contorto motivo che aborro anche il solo fievole sospetto e la sbiadita, evanescente, lontanissima ed altamente improbabile idea d'assomigliare, pur solo vagamente ed anche senza saperlo, a tutti quelli là...

... quelli che si parlano ( e scrivono) addosso in un inverecondo orgasmo narcisistico:

quelli che ostentano un'umiltà ipocrita e in verità si crogiolano, unitamente alla loro piccola cerchia di segaioli dell'intellettualismo più o meno spiccio,  nell'illusione di dire (o scrivere) qualcosa di essenziale, artistico, eccellente, rivelatorio:

quelli che delegano il parlare e scrivere al vivere, infilandosi in un'asettica facile scorciatoia: cosa che rivela la relativa comodità della loro stessa vita, tra le altre cose tanto generosa di quel tempo che io non ho più anche grazie al fatto che qualche meccanismo perverso fa sì che esistano persone che l'hanno ed altre no e le prime non se ne indignino neanche lontanamente. Anzi:

quelli che apertamente disprezzano e denigrano i poveri di spirito e gli "ignoranti" e ad ogni occasione li citano con disgusto ed un pizzico di superbia.
Non che io non abbia coloro in odio, sia chiaro, ma certi sentimenti vanno sofferti in silenzio e senza pubblicità, per una mera questione di stile e perché ciò che non nomini non esiste (e non  è questo un sollievo da sottovalutare); se ciononostante lo si fa è alto il rischio che il motivo recondito sia soltanto volgare spocchia.
  
C'è una particolare forma di distacco, ripugnanza e disgusto che nei tipi non violenti provoca la paralisi espressiva: io ne soffro e ciò mi risulta però altamente tossico e nocivo perché la parola era l'ultimo dei piaceri  e l'ultima speranza rimastimi.

E non posso più scrivere perché ho destituito la fantasia, diventata un lusso che non posso  permettermi se non altro per risparmiarmi nuove disillusioni -la fantasia  tanto stridente ed  inutile in questo mio sconquasso personale-,  e giacché era la fantasia che alimentava la fuga dagli orrori e  l'affetto verso l'interlocutore, e senza passione -cioè senza amore- nulla ha più stimolo, interesse, senso, tepore e conforto, io so con certezza che non potrò ricevere né offrire nulla più a livello profondo ed immateriale.
Lo sciamano sentenzierebbe che ho perduto l'anima, ma la verità è che non sa nulla della mia storia, della mia nascita, della fatale appartenenza ad un certo censo, dell'indicibile fatica di essere quel che si è calati nella costrizione di un sistema che non si è voluto, di cui non si ha la minima responsabilità, che reiteratamente umilia sensibilità ed intelligenza, che si è perfino combattuto, politicamente e civilmente, con atti pubblici e privati, fino a che le forze si sono esaurite.

Va bene: sono in una fase di depressione abissale, e  non già a causa di neurotrasmettitori eccentrici e chimica strampalata, ma perché chiunque, sano di mente e fuori dalla normale -normale!- logica egoistica, non potrebbe non esserlo.
Ma nessuno dica che è colpa della Primavera.

"Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più".


domenica 23 giugno 2013

Ordinaria infestante volgarità.

 
La cosa davvero necessaria, ora ed ormai, per me, è questa strenua fuga dalla volgarità.
La volgarità è fatale all'anima ipersensibile perché schiacciante, permanente; non solo molesta ma tediosa, non solo offensiva ma umiliante.

Pervasiva, serpeggiante e dilagante come magma silenzioso e letale nella notte della montagna che dorme pur borbottando nelle viscere, la trovo ovunque; ovunque subirla mi intossica.
Il giorno che incontrerò un umano libero da siffatto morbo sarò felice.
Ritengo, però, che alimentare simile illusione sarebbe tutt'altro che saggio.
Inoltre, pure la stragrande maggioranza delle illusioni è essa stessa volgare, alla fine godereccia, semplicemente edonistica.


C'entra poco con il linguaggio; spesso, anzi, attraverso il linguaggio si maschera, pensando di confondere gli esteti e gli ingenui.

Ed esattamente, che cos'è?
Oggi è la cifra del mondo, forse pure più di quanto lo sia stata sempre, e ciò che provoca poi è l'infestazione del brutto, ovunque, fuori e dentro di noi.
La volgarità è la corruzione, profonda, del pensiero, e trova terreno particolarmente fertile - è osceno parassita - nei moderni sofisti da quattro soldi, queste mezze calzette un po' acculturate che proclamano verità e giudizi e talvolta spandono supponenza sarcastica sulle stesse cose del mondo di cui sono insaziabili fruitori.

Eppure, quando penso alla sua liberatoria assenza, non immagino nulla di divino e sublime: continuo ad anelare a qualcosa che rimanga esclusivo appannaggio dell'umano e nell'umano realizzabile.
So che la perfezione non ci compete, ma la perfettibilità etica, invece, è doverosa.

Probabilmente, è una questione di buon gusto; un buon gusto, però, sostanziale di forma e concetti  che pretenderebbe un'universalità impossibile.

In particolare, la rifuggo nell'amicizia, nei rapporti sociali, in amore.
In particolare, non ho mai riscontrato esigenza affine in amico, conoscente  amante.
In conseguenza, da ciò ne derivano amicizie, conoscenze, amori votati all'estinzione: io non so sopportare, come fanno altri, la commistione con il brutto, che in loro suscita un morboso interesse, fingendo una tolleranza di cui non sono stata mai dotata.


*
 
Prima di gettare definitivamente la spugna ed abbandonare il ring c'è chi prova pervicacemente a combattere nonostante sia consapevole dell'esito a lui comunque sfavorevole: le anime coraggiose si accompagnano sempre alla malinconia e sono avvezze all'idea della morte.
Ho sempre ammirato quella particolare forma di coraggio di cui pochi s'interessano e che consiste nel non essere "nessuno", a nessun livello ed in nessun ambito, e purtuttavia seguire con scrupolo e riguardo estremo verso sé stessi ciò che all'indole par bello e giusto.
Ma il brutto non ho mai tentato di avversarlo e modificarlo: lo so invincibile, e ciò mi procura un'inconsolabile e perenne pena.

Ho avuto ed ho contatti con persone, sedicenti stimabili - secondo i miei canoni -, che prendono e lasciano la mia attitudine all'accoglienza morale secondo i loro metafisici ed altalenanti pruriti: sono volgari.
Ho avuto amori iniziati con premesse di magnanimità e superiore intesa, capaci di nutrire vicendevolmente sensi e "spirito", rotolati poi giù lungo la china dell'abitudine, del formalismo, e della pigrizia: volgari.
Sono angustiata da amicizie che concepiscono come normale un solo flusso, in andata, verso il loro indirizzo, di attenzioni e partecipazione emotiva e fattiva alla loro vita, barricati dietro all'assunto della loro debolezza e della mia forza, dati per inoppugnabili e certi: volgari.
I politici, gli antipolitici, gli osservatori politici, i conduttori televisivi, i giornalisti, il popolino che partecipa con le misere ramazze in mano e lo stomaco borborigmante ai loro lauti pasti di parole volgari, i satirici pagati da qualcuno di quel blocco, i blogger  narcisisti pseudo cazzuti, tutti quelli che sanno da che parte stare e ci stanno senza provare disagio e dubbio: volgari. Infinitamente.
Quelli che non trovano ridicolo credere in Dio, quelli che pensano che sia oggetto di riflessione il loro credere in Dio fregandosene degli uomini in sofferenza e difficoltà: volgari.
Quale strepito...

O cielo! Quasi tutto, allora; quasi tutto: volgare.

 
 



sabato 1 giugno 2013

Nottetempo -2- Ci vorrebbero un po' d'ordine e pulizia.

Per quanto mi strazi confessarlo - ché ciò corrisponde al rigirare nella piaga l'eterna lama acuminata della delusione cocente che solo il nostro simile sa magistralmente arrecarci -, temo di aver incontrato, nella mia esistenza, quasi esclusivamente individui deficienti dal punto di vista relazionale.
(Non escludo che ciò sia diretta conseguenza di un'oggettiva rarefazione nelle frequentazioni mondane ma il mio saggio pessimismo mi suggerisce che, semmai, tra le moltitudini, i fenomeni osservati in scala ridotta aumentano in  modo esponenziale).
 
Chi si trova in quella condizione difetta - naturalmente - di qualche cosa, più o meno essenziale alla serena ed appagante conduzione di un rapporto umano, sia di semplice socialità, sia d'amicizia, sia d'amore convenzionalmente inteso o segretamente custodito nell'anima.
 
L'elemento la cui assenza grava più di ogni altro, è la voglia e la capacità di regolare il  linguaggio su di una sintonia  ed un vocabolario condivisi.
Non so descrivere quanto io mi senta ormai disgustata, ferita ed orribilmente annoiata dal suo cattivo e avarissimo uso, perché, di certo, se c'è una cosa di cui sento prepotente bisogno è l'incontro in senso dialettico con le persone, in un tentativo di accoglienza e riconoscimento reciproci semplicemente umani ma sostanziali, ricchi di contenuto e privi di fraintendimenti, ma il livello massimo  di cui ormai l'individuo è capace (o disposto ad accordare, o di cui si rammenta i termini) rimane confinato a gelidi intellettualismi o  mortificanti formalismi spesso mendaci e strumentali all'ottenimento di qualcosa e quasi sempre terribilmente mediocri.

Cristo, se è difficile esprimere qualcosa senza poter dire tutto!
"Morenismi", li chiama un mio amico.
Per forza. Sono gli scavi  del mio sottosuolo, talmente veri ed assurdi da non poter essere detti che in codice criptato, ovvero nel linguaggio intuitivo condiviso proprio di un'eventuale affinità elettiva.
Improbabile.

*
L'esistenza sta diventando un vero tedio, a causa di questo, e temo che la sola cosa da fare sia digerirne l'aspra verità con il massimo del decoro personale, finché si regge.

Come scrisse Hemingway? "Basterebbero un po' d'ordine e pulizia", pur nella consapevolezza che comunque tutto questo rimane niente, e niente, e niente.

(Non è stupefacente, per esempio, l'espediente di chi ha la fede, di chi, più o meno criticamente, decide di aderire ad una religione? Credere in Dio, cioè in qualcosa di invisibile ed intangibile, che non ti parla, che è massimamente indifferente ai tuoi tormenti - e che nelle gioie ti scordi ovviamente di ringraziare -, che a dispetto della sua sedicente onnipotenza non fa comunque nulla perché, pur se suo prodotto, sei uscito difettato dalla macchina e meriti una vita da incubo, anche se hai solo tre anni e sei nato casualmente in un Paese del Terzo Mondo, oppure sulle spiagge di un oceano che di tanto in tanto spazza via te e tutti i tuoi ammennicoli e stracci con uno tsunami più veloce di una saetta. Ma che vuoi farci: basta l'idea di "ordine e pulizia" che il Dio buono ripristinerà, prima o poi, per tacitare le angosce.)

Ma io non la penso affatto così: i niente sono di tante specie e fogge; rimane la minima libertà di scegliere il più adatto a sé stessi, il meno bugiardo, il più coerente.
E' orribile avere la capacità di scorgerlo e non poterlo afferrare per ragioni estranee alle proprie forze ed alla propria volontà.
Essere schiavi per indigenza, è orribile.
Essere schiavi di fatto e liberi dentro.
Sapersi vivi e vivere da morti.

E non poter far intendere a nessuno quanto sia grande simile ingiustizia.
 
 

mercoledì 13 marzo 2013

Qualcosa che duri

Sentore di uno stato generale di rapporti sociali, economici, politici, umani, semplicemente nefandi e comunque ultimativi: forse è davvero quasi finito tutto.
Lo squarcio è talmente grande ed osceno che nessuno partorisce una seppur fantasiosa idea di come ripararlo. Così rimangono, per sedare il malessere, l'irrisione dell'altro, la faziosità (consolatoria illusione d'appartenenza), il sarcasmo risentito, la farneticazione, il perenne farfugliamento a sostegno di cause sempre parziali.
La realtà, intanto, non verrà mutata dall'aumento dello strepito.
Pezzo su pezzo, adesione su adesione, connivenza su connivenza, concessione su concessione a sterili edonismi, noi tutti ne abbiamo consentito la costruzione.
Noi siamo, tutto sommato, una stirpe bastarda di predatori violenti.
Abbiamo permesso che la nostra infinita capacità di bassezza morale fin dagli albori delle civiltà ci rendesse schiavisti, fascisti, fanatici, assassini, opportunisti.
Oggi, così colpevolmente lasciatici imborghesire e rammollire dall'offerta di miserabili piaceri indotti, quelli di noi che annaspano alla ricerca di una nuova verginità, od almeno sono inadatti ad un totale reclutamento, dopo una vita di resistenza difettano ora delle forze per rifugiarsi ancora in un'altra utopia, mentre tutti gli altri vivono, come possono, o come pensano di volere.

"Rivedo, con una meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e, nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E' questo l'errore centrale dell'immaginazione letteraria: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. Ma, per fortuna dell'umanità, ogni uomo è soltanto chi è, e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più." (F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine).

I profeti di una inevitabile ma anche salvifica "decrescita felice" sono pure gli stessi che immaginano poi il massimo della tecnologia quale panacea ai mali ed alle sperequazioni del sistema.
Ossimori viventi.
Gli altri, balbettano o blaterano.
A me par vero che il Sapiens-Sapiens abbia comunque concluso neppure tanto onorevolmente il suo ciclo evolutivo.  Forse, davvero, il futuro sarà di cervellini galleggianti in gigantesche vasche che comunicheranno attraverso impulsi nervosi le loro realtà immaginarie, infinitamente velleitarie, ed alla fine ridicole, oppure uno scenario di nuove barbarie, ove almeno sarà bandita l'ipocrisia di ritenersi qualcosa di diverso da ciò che nostra natura detta: lupi tra lupi.

L'umano sensibile ed onesto, non può che provare compassione per sé stesso ed arretrare nel proprio soggettivismo silente, sperando in relazioni - di qualsiasi natura - elettive o simpatiche.
Qualcosa che duri, forte come la tenerezza.

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sabato 23 febbraio 2013

"Sarai puro. Perciò ti maledico"

Il mio primo pensiero, la mattina alle 7, quando mi alzo per cominciare la mia giornata, sarebbe in verità piuttosto mortificante per una tizia che, caparbiamente, procrastina il suicidio nella segreta speranza di non aver ancora capito niente e di incorrere in un madornale e generale errore interpretativo di sé, di ciò che ha bloccato fino ad oggi le potenzialità latenti nella sua indole, di tutti - indiscriminatamente tutti - coloro che a vari livelli hanno rappresentato e rappresentano il suo altro.
 
Il pensiero, dunque,  immediato,  fluido e spontaneo è sempre lo stesso - incipit di ogni risveglio - e le bisbiglia dalla sua più cavernosa interiorità: "Come sarà bello, stanotte, riabbandonarsi al sonno".
 
Eppure, la mia non è un'indole letargica: io sono stata fino a ieri, forse e piuttosto, iper-attiva, e da sempre.
Agitarsi però non serve più a nulla, neppure a sopravvivere: l'ho appreso in modo inconfutabile di recente, quando m'è accaduto di veder crollare uno dopo l'altro, per motivi che serve a poco raccontare ma aventi la stessa veemente forza distruttiva dei cataclismi naturali, tutti i vari bastioni dietro cui proteggiamo e giustifichiamo in genere la vita. Se ciò non spalancasse direttamente le orribili fauci del nulla potrebbe anche essere un'eroica operazione di pulizia. 
Pare contraddittorio, invece costituisce coerentemente la mia vita binaria.
Oggi è il solo modo di vivere per un umano consapevole della sua condizione esistenziale oggettiva che tenti di rispettare la sua propria integrità, la sua personale e particolare verità e che sia duro, freddo, smaliziato, disperato, lacerato dall'offesa della nascita - questo oltraggio che pago (pure!) da 53 anni -, dignitosamente ed onorevolmente disadatto, perché inadatto.
Semplicemente e totalmente inadatto ad un mondo reso così, ma anche fatalmente ed oggettivamente fatto così.
 
*
Sarà per tale inadeguatezza, allora, che mi commuovo intensamente e raramente, ormai, al ricordo di alcune potenti metafore in cui mi riconosco fino all'osso, che magari son poco o meno amate invece da chi apprezza tutto il resto della produzione artistica, letteraria e filosofica del suo autore.
" [...] 'Sarai puro./ Perciò ti maledico'. (gli dice il custode del'eternità prima di gettarlo nel mondo. ndr.)/Vedo ancora il suo sguardo/ pieno di pietà - e del leggero orrore/ che si prova per colui che la incute, /lo sguardo con cui si segue/ chi va, senza saperlo, a morire,/ e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,/ non gli si dice nulla -/ vedo ancora il suo sguardo,/ mentre mi allontanavo/ - dall' Eternità - verso la mia culla. [...]": dello scrivere di Pasolini ammiro enormemente nella stessa misura lo stile e l'impavida potenza dei contenuti, siano essi in versi che in prosa.

Non mi commuovo più - ché mi son fatta ghiaccio -, invece, pur considerandole indubitabilmente vere, alle rivelazioni del satiro che sentenzia senza tema di smentita la sostanziale sciagura per l'uomo riflessivo di fare la sua comparsa nella vita: raccoglierà soprattutto dolore atroce per l'anima e strazianti dubbi irrisolvibili.

*


Poco alla volta mi si assottigliano le idee per ricavare espedienti in grado di contrastare una fatale, immota, perfino placida disperazione dettata dalla consapevolezza di un'invincibile assenza di ulteriori oggettivamente onesti motivi e comprendo che il solo modo efficace sarebbe l'immersione in una qualche passione, di nuovo, come se già non fossero fallite tutte dimostrando ampiamente come siano effimere, alla lunga frustranti, inconcludenti ed infantili.
E' ridicolo: si vive la propria umanità nella consapevolezza che non troverà alcuno sbocco nobile e potrà al massimo percorrere qualche abbozzo di espressione, quasi sempre fallimentare.

Dalla sponda di uno dei due versanti della mia vita binaria - quello pretestuosamente considerato di veglia -, guardo intanto gli omini affaccendati a chiedere voti, ad improvvisarsi equilibristi nelle più nefande contraddizioni in persino palese malafede, a ripresentare con faccia di bronzo degna di giullari intenzioni e promesse retoriche, mentre omini riceventi rispondono diligentemente con la irrisoria indignazione dei servi sconfitti, che alla fine li compiaceranno comunque, pur borbottanti.
Disprezzo cosmico, nausea.


(Dov'è l'amato letto, dove sta la tana: urgono. L'odore stantìo di codeste mummie è intollerabile.)

Rimarrebbe il privato, stretto stretto. Temo anche che sarà pieno di silenzio.
Ma non importa, in fondo.
L'ideale, per immaginare la libertà e la felicità.
 
 

venerdì 1 febbraio 2013

Rien ne va plus

Comprendo che ormai il momento è arrivato e che procrastinarne ulteriormente l'accettazione altro non sarebbe che una prova di ignavia e perciò me lo dico, anzi, me lo urlo dentro nel più perfetto silenzio: "Les jeux sont faits. Rien ne va plus."

Tanto, per l'appunto, la vita non è che un gioco al massacro, ed i massacrati sono innanzitutto la primigenia purezza perduta col nascere ed in secondo ordine le speranze, i sogni, quasi tutte le velleità.

Tutto sommato, seppure non sia concepibile un umano privato di immaginazione e che possa evitare di rappresentarsi attraverso desideri e speranze la sua stessa vita, il massacro delle velleità non è sempre un male: generalmente ci sovrastimiamo in modo decisamente imbarazzante e la lezione conseguente delle disillusioni subite   quanto meno ci invita al ridimensionamento.

Io che aborro la violenza gratuita in ogni sua forma quando esprime desiderio di sopraffazione e potere, io che non ho cuore di schiacciare le formiche, comprendo singolarmente in questo preciso istante che cosa abbiano potuto mai intendere forse coloro che hanno visto bellezza nella guerra: sopravvivere, vivere, in stato d'assedio o di allerta, o schiacciati da un'impotente sensazione di carenza di giustizia, può affinare i sentimenti, le qualità intrinseche, la più crudele ed alta delle sensibilità, oppure svelare l'ottusità del vuoto.

Dicevo, quindi, che ad un certo punto della vita può succedere d'essere così acciaccati, stremati, disillusi e ferocemente annoiati da non trovare più il fiato né lo sprone per rilanciare una qualsiasi posta, ma, se non altro, poter anche con grande serenità e senza alcuna remora ed esitazione riconoscersi  arrivati in qualche posto preciso e definitivo.  Si tratta di accettarlo e basta.

Ecco, sono arrivata, alfine. Il mio posto l'ho trovato, anzi, riconosciuto, perchè vi radico, in verità,  da sempre e giacché io sono assolutamente incompetente nell'esercizio d'esistere a queste precise condizioni odierne ed incapace di sentirmi presente alla vita quotidiana, questo luogo, evidentemente, coincide esattamente con la mia stessa assoluta ed indiscutibile incompetenza nel vivere. Ovvero: io posso esprimermi senza infingimento soltanto se non ci sono completamente anche quando dò l'impressione d'esserci. Sto tra abbaino e fronde, e non per scelta, ma per mio proprio determinismo innato, né esiste un solo modo per scendere.
Ciò che vorrei, in fondo, non conta nulla, giacché non posso in alcun modo ottenerlo e qui intorno non vi sono - né quest'anima anarchica ed incresciosamente ipersensibile ha mai intuito in altre anime - corrispondenza o similitudini.

Dolore che respira, per impossibilità di comunione ed espressione; sentore di assenza perenne, che somiglia ad un accordo straziante, alla lunga ridicolo, come ogni pretenzioso pensiero umano.


domenica 27 gennaio 2013

Pensiero arboricolo

Ho quasi sempre la netta sensazione che ogni realtà che tocco, conducendo quest'esistenza, si collochi ben presto e sempre all'apice del non-senso, anzi, per esattezza, lo manifesta sempre più evidentemente perché un senso oggettivamente congruo nell'organizzazione e nella conduzione della vita umana moderna collocata nell'attuale sciagurato sistema economico non è esistito mai e il solo traguardo da raggiungere - malgrado non possa essere forse abbastanza gratificante per chiunque dato lo stato di massima mollezza di spirito in cui ogni messaggio esterno ci ha, a nostra insaputa, plasmati -, per noi poveri dissidenti - noi che non pensiamo affatto che questo sia il migliore dei mondi possibili -,  rimane il salvare ad ogni costo ed alla meno peggio integrità e  pulizia interiori.
Il traguardo, il fine, il motivo, quindi, del vivere sia sociale che privato,  sono ormai irrimediabilmente coincidenti con ciò che invece avrebbero dovuto essere  mezzi e presupposti indispensabili per condurre una vita degna.

Vivere, per noi dissidenti, per quelli come noi del "preferirei di no",  sta diventando preminentemente una faccenda privata ed intima, cosa che obiettivamente ha qualcosa di mostruoso e contro natura, data la biologica attitudine degli esseri umani ad organizzarsi e riconoscersi nel branco.
Il lento logorio interiore, il lento morire, è dunque affare solitario, vero scandalo della ben più ampia tragedia umana.

Diffido dalla speranza di un  cambiamento definitivo o di un eclatante riscatto: l'uomo civilizzato preferisce decisamente piccole squallide sembianze del piacere, pur se intrallazzate da mille tormenti e noie, all'onesto equilibrio psico-fisico raggiungibile solo a prezzo dell'esercizio in sinergia di temperanza e pensiero, finalizzati ad una soluzione ben più magnanima.

Sorrido amaramente di fronte allo sconcerto, malcelato ma effettivo, che rode le più antitetiche visioni della vita umana: chi pensa che progresso-industria-capitalismo-democrazia siano il solo sistema razionalmente accettabile per viverci deve passare in giudicato il contrappeso dell'oppressione e della sofferenza di molti dei suoi simili; chi fantastica su piccole realtà bucoliche di stampo ancestrale e contadino, deve appoggiarsi a qualche dio di bontà e giustizia sovrannaturali; chi si impegola nella improbabile commistione delle due non avrà una sola azione incentrata sulla coerenza e limpidezza e dovrà giostrare la propria coscienza tra gorghi di pesanti e disonorevoli contraddizioni.

*
Come tutti, da ragazzina lessi Il Barone Rampante: deve avermi resa arboricola, irrimediabilmente.
Irrimediabilmente. Ahimé.
*
 

venerdì 23 novembre 2012

Memorie dalla tana.

Delle tre una:
 
quello lì, magro ed alto, né giovane né vecchio, dai capelli brizzolati né lunghi né corti, né ricci né lisci, vestito di scuro, né nero né blue notte né grigio perla, solitario come un lupo della steppa né affamato né sazio; quello lì, dalla faccia né allegra né triste, che cammina lentamente in perfetta linea retta lungo gli spaziosi marciapiedi del Parco con un libro in mano, esattamente come l'immaginazione comune vuole immaginare il prete che legge il breviario in profonda concentrazione, che non s'avvede di nessuno e niente, non avverte la presenza dei suoi simili che lo incrociano e non si distrae né ad un abbaio di cane né ad una voce né al risuonar di passi, è di certo:
 
- veramente un prete, ma senza sottane, catturato totalmente dal suo medium con il dio: Bibbia, Talmud, Marx, Bakunin;
- un misantropo altezzoso e spocchioso, pieno di livore represso, farcito di intellettualismi preconfezionati, sinceramente persuaso della sua superiorità rispetto agli altri, tanto da considerarli invisibili, irrilevanti ed inesistenti;
- uno che sembra esserci ma non c'è più.

Vieni via, Neve: non scodinzolargli così, non offrirgli tanto gratuitamente lo splendore di quelle tue due perle nere d'occhi, ché probabilmente non merita in nessun modo il tuo affetto gioioso incondizionato. O non lo so. E poi non ti vede.

*
 
 

Devo confessare di averne abbastanza di un sacco di faccende: di quasi tutte le persone scostanti e sfuggenti che conosco ed anche di quelle che non conosco, di un sacco di parole mendaci, di cui ci si innamora in modo effimero nel pronunciarle, dei labili motivi per cui la gente usa soffrire e di come facilmente minimizzi i dolori degli altri.
Se non fosse che perfino quest'ultimo guizzo richiederebbe energie di cui sono ancora disperatamente in sofferenza, vorrei saper sparire idealmente, almeno di tanto in tanto, come il lettore misterioso camminante nel parco. E' davvero magistralmente bravo nel sottrarsi, nel non esserci per il mondo  purtuttavia essendoci, nell'emanare calma e lentezza: quasi lo eleggo a modello; come fa?

Magari quell'incedere così raccolto e discreto, che sconfessa ed umilia la nostra perenne velleità di presenziare nel mondo e dire -a tutti i costi declamare o parteggiare-, e schierarsi in una qualsiasi fazione con l'illusoria convinzione d'avere un'opinione sì da rendere ficcante la nostra personalità, è il sintomo di un raggiunto equilibrio, anche se non necessariamente felice, e, soprattutto, di una conciliazione con sé stessi.
Per questo sulle prime mi ha irritata: in realtà, se il suo stato corrispondesse a queste mie arbitrarie supposizioni, lo invidierei un po'.
Naturalmente sono soltanto fantasie, ché io se non sogno muoio.

Mi chiedo, però, se non sia esattamente questo il solo rifugio possibile all'oggettiva malattia, l'alienazione, di cui i più consapevoli soffrono.

E pensare che basterebbero un po' di coraggio e l'autentica attitudine ad amare senza meschine cautele ad illuminare le pareti delle nostre tane.

 

domenica 11 novembre 2012

Non odo parole umane.



Rappresentare, entrare nell'allegoria così decisamente, con tale e tanta partecipazione, da sperare in una salvezza del tutto improbabile nei giorni a venire, in un riscatto.
La vita è tutta dentro, ormai, ricacciata dietro l'ultimo bastione, protetta da tutte quelle parole che scivolano: parole leggere.
No, noi non saremo davvero mai capaci di resistere a lungo in bilico sulle macerie di troppi sogni, né di accettare un perenne equilibrismo tra potenzialità frustrate o dimenticate e squallore di un vivere pieno di impedimenti e rinunce.
E' imperdonabile l'essersi lasciati scippare così la vita.
 
 
 
 
 

mercoledì 7 novembre 2012

Respiro

Ad occhio nudo, dal terrazzino di casa,. il sentierino stretto ed irregolare era a tratti visibile. Lo si indovinava serpeggiare verso l'alto fino alla coppia di abeti, poderosi e centenari, che costituivano la porta del bosco.
La giovane donna vi saliva quotidianamente, ogni volta con identica  lieve apprensione, come se quello che udiva riecheggiare puntualmente in sé fosse un richiamo di cui ancora, nonostante gli anni di frequentazione del luogo, non potesse interpretare pienamente il messaggio, intuendone però l'assoluta necessità ed impellenza.
Ed infatti, quella singolare eco scaturiva da anfratti misteriosi di una memoria che forse non era soltanto sua, ma era appartenuta a molti altri prima di lei, come reminiscenza di un patrimonio condiviso.
Quella sera, le successe qualcosa di mai accaduto prima.
Le capitò, eccezionalmente, sorprendentemente, di respirare.


Prima di farne quell'esperienza precisa mai vi aveva posto attenzione e mai ne aveva avuto una percezione tanto viva ed assoluta.

Fu dopo essersi inerpicata per il sentierino e varcata la soglia, accolta da faggi lisci, argentei ed imponenti, rugosi larici ed abeti, felci, ginepri e noccioli, arbusti di mirtilli e piantine di fragole, odore di muschio e paniche fragranze resinose, che avvenne quella sorta di sequestro di ogni altra consapevolezza e senso che le permise di sperimentare, per la prima volta, il suo stesso respiro.
L'accadimento fu talmente stupefacente, per lei, che si ritrovò senza quasi averne coscienza a correre leggera sul prato, a braccia aperte, come per spiccare il volo.
Se è dato, ad un umano,  provare per un solo istante la felicità perfetta, essa deve essere  simile a quella: cosmica e leggera, e nel contempo immobile ed in attesa, come un prezioso fiore che voglia essere colto.

Ebbene: non esiste gioia più completa, né piacere estemporaneo altrettanto gratificante, del raggiungere, grazie ad una particolare condizione di armonia interiore, una sorta di sintonizzazione del proprio respiro con quello dell'ambiente circostante, se naturale, ameno, e mite.

C'è chi annovera tra i ricordi più cari gli eventi classici del vivere sociale, qualche riconoscimento, qualche amore, una nascita, ma lei continuò invece a porre questo episodio come una sorta di rivelazione, un sussurro confidenziale e specialissimo ricevuto, forse non immeritatamente.

Perché non si respira soltanto aria, soltanto ossigeno, ma anche armonia: energia diffusa, che abita ovunque, che rigenera, che vivifica, ma ciò che lo permette è l'assenza di conflitto e dolore acuto dentro sé:  dolori e conflitti  che schiacciano il petto e comprimono l'attitudine ad accogliere.

I dolori, puntualmente, insistentemente, la raggiunsero presto, perché il suo successivo vivere non fu un passeggiare, e lei smise di respirare, poi, limitandosi a permettere, suo malgrado, che l'automatismo pneumatico della sua macchina-corpo la tenesse semplicemente in vita.

***


Non si respira più, non si respira mai.

Questa incresciosa corsa alla sopravvivenza, giorno dopo giorno, lo impedisce ed inesorabilmente ammala.
Il rivoltante denaro che non hai che misura la tua libertà, la certezza che sia tutto perduto, i tuoi simili così dissimili, l'essere esule e ciononostante a casa, sradicata, oscenamente sola o approcciata da chi aspetta sempre corrispettivo, avvolta in un sistema civile ed economico privo di etica e gentilezza, senz'amore né più vera fantasia: ansiogeno sopravviversi.

Parlare attraverso la tastiera, sorridere ad un monitor, sapere che ai più basta e piace, rendersi bastevoli le stesse proprie  interpretazioni meno drastiche, per illudersi che gli uomini non siano troppo orribili e lontani: è malinconia.


martedì 21 febbraio 2012

Muori, che è meglio.

Avrei potuto dirmi una persona enormemente fortunata, se non mi fossi ritrovata ad essere -per cause di forza maggiore, dettate dall' oscura imperscrutabile forza che ci costringe sempre ad essere esattamente quel che siamo e non possiamo, alla lunga, non essere- io.
In due parole, per ciò che adempie al dovere di presentazione estetica e formale: un' anarco-comunista-mistica senza tessere né salvacondotti per la vita, consapevole di non poter sfuggire ad un inguaribile stato di isolamento nel non-sense universale.

Ho avuto il privilegio di nascere da proletari, figli di proletari, figli di proletari: gente che ha sempre stentato la vita con un salario appena sufficiente alla sussistenza.
Ho una valida prenotazione in Paradiso su poltroncine di prima fila.


Nella filosofia consolatoria di matrice cristiana, essendo io di diritto appartenente alla categoria degli ultimi avrei avuto la somma prospettiva d' essere tra i primi almeno dopo, finita questa giostra terrestre tra l' assurdo e l' atroce.
Ma son pure atea: le vie di mezzo per me impercorribili, dato il loro fondo melmoso.

Che poi, giusto per rimanere soltanto nella storia recente del pensiero, il Cristianesimo poco ha aggiunto allo stoicismo e al platonismo in materia di istruzioni del vivere, tant' è che il messaggio finale, in soldoni è lo stesso: "Muori, che è meglio".   

Sappiamo bene che l' appartenenza ad un  censo è condanna e predestinazione. Così come, allo stesso modo, è condanna e predestinazione l' indole. Non c' è niente -assolutamente- da fare: così funziona il meccanismo sociale.
Non si può avere nel contempo grazia e felicità.
La grazia è terribile e devastante.
La felicità moderna è disgustosa.

Non c' è equità possibile, neppure nei personalissimi intimi giudizi. Oltre il proprio corpo -.la sola cosa di cui si abbia interesse ed autentico sentore-, la landa desolata del nulla.
Siamo soggetti ed oggetti di indifferenza per ciò che concerne la verità dell'esistenza. Sprechiamo fiumi di parole per declamare d' essere pro o contro quialcosa, senza accorgerci che quel qualcosa è il niente.
Senza disquisire su di un qualche nulla la nostra voce sarebbe inutile dotazione, le sinapsi cerebrali paralizzate.
(Grazie al cielo il nullificante evento televisivo idiota del momento è finito: ho temuto più i puntuali commenti intelligenti che la normale bagarre pubblicitaria del caso.)

Questo blog è una possibilità espressiva, abbastanza inutile pure quella -invero-. Niente di più, niente di velleitario. In attesa di smentite, o di chiusura.
Ma ho superato ben altri e pesanti traumi.

Si è dato talvolta il caso che un figlio di proletari, grazie ad un suo qualche fortuito talento supportato da determinazione ed intraprendenza,  sia riuscito ad emendarsi dalla sua condizione d' origine e, se capace anche di liberarsi dagli eventuali scrupoli di coscienza, ascendere sulla scala sociale, forse pure fino in vetta.
Il mito del self-made man ha diretta correlazione con il mondo dei sogni ed è la favola metropolitana preferità dai perdenti.

Ma anche i sogni sono passibili di strumentalizzazione e massimamente vulnerabili e ricettivi dei più contorti messaggi subliminali o diretti.
Sognare nei termini oggi possibili non è affatto così liberatorio, credete: è l' ennesima pietosa illusione di felicità.
Non sognate, ché alla fine dà assuefazione,  confonde e rende banali.

Mah.

domenica 29 gennaio 2012

Acqua alla gola

Ci siamo autoproclamati esseri di inestimabile valore.

Ciascuno di noi ha un' enorme considerazione di sé stesso, e questo sia nel caso in cui si conviva con un' esagerata autostima, sia in quello, opposto, in cui ci si detesti o ci si disprezzi.
Tanto basta per ritenersi sempre in credito di qualche supposto diritto e sempre più o meno tiranneggiati da qualcosa di vessatorio, o qualcuno di infinitamente crudele, oppure, nell' opposto frangente, a ritenersi responsabili dell' efferata colpa di non riuscire ad essere felici.
Dio, dèi, fortuna, sorte, natura, uomini: purché fuori di noi, hanno così interamente tutta la responsabilità del dolore del vivere o, più raramente, il merito delle effimere gioie.
Ma basta l' unicità per considerarsi, oggettivamente, preziosi?

Il valore richiede un parametro, senza il quale non è misurabile, e parametri certi ed oggettivi in assoluto non esistono: ciascuno di noi si crea i propri o ne adotta qualcuno di già creato da altri.

"Finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a  sé stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee di Dio, dell' uomo normale, ecc. essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono diventati più forti di loro. Essi, i creatori, si sono inchinati di fronte alle loro creature. Liberiamoli dalle chimere, dalle idee, dai dogmi, dagli esseri prodotti dall' immaginazione, sotto al cui giogo essi languiscono. Ribelliamoci contro questa dominazione dei pensieri. Insegniamo loro a sostituire queste immaginazioni con pensieri che corrispondano all' essenza dell' uomo, dice uno; a comportarsi criticamente verso di esse, dice un altro; a togliersele dalla testa, dice un terzo, e la realtà ora esistente andrà in pezzi. Queste fantasie innocenti e puerili formano il nucleo della  moderna filosofia giovane-hegeliana [...] Il primo volume di questa pubblicazione ha lo scopo di smascherare queste pecore che si credono lupi e che tali vengono considerate, di mostrare come esse altro non fanno che tener dietro, con i loro belati filosofici, alle idee dei borghesi tedeschi, come le bravate di questi filosofi esegeti rispecchino semplicemente la meschinità delle reali condizioni tedesche. [...] Una volta un valentuomo si immaginò che gli uomini annegassero nell' acqua soltanto perché ossessionati dal 'pensiero della gravità'. Se si fossero tolti di mente questa idea, dimostrando per esempio che era un' idea superstiziosa, un' idea religiosa, si sarebbero liberati dal pericolo di annegare. Per tutta la vita costui combatté l' illusione della gravità, delle cui dannose conseguenze ogni statistica gli offriva nuove e abbondanti prove. Questo valentuomo era il tipo del nuovo filosofo rivoluzionario tedesco."

(K. Marx, Introduzione a  L'ideologia tedesca, 1846)


Preziosa unicità, dicevo.
Ed è un concetto contemporaneamente aereo e terrestre. Unico, filosoficamente, o religiosamente (per chi vuole) -ché tanto è lo stesso- per la sua attitudine all' immaginazione ed all' astrazione; terrestre perché, anche empiricamente, differente da ciascuno dei propri simili. Ogni uomo è, quindi, certamente unico.
Ma in base a quale parametro misurarne la preziosità ed il valore? Non c' è, di nuovo, bisogno di un altro dio, di un nuovo metro, di una bilancia, dell' ennesima illusione di riferimento?


Stanotte io non so rispondere.
So soltanto d' avere di nuovo l' acqua alla gola.



 (A Kisciotte: m' accorgo che è di nuovo domenica. Il post è tratto, ma lo giuro, non era premeditato il suo morale. Il tuo di ieri m' ha commossa e te ne ringrazio qui, dove c' è meno folla...)

mercoledì 4 gennaio 2012

Caduta

Piango la mia schiavitù.
Per una volta penso a me, dal groviglio di queste ostinate e contorte radici insinuate nella Vita.
Non m' importa, oggi, di quella altrui, giacché conta, nella maggioranza dei casi, sulla totale connivenza delle vittime.

Perché hanno voluto inventare un Dio tanto distante dalla verità umana?
Per bisogno, evidentemente: ogni cosa si fa per bisogno, fosse pure soltanto per bisogno di comodità.
E' semplice delegare le risposte, ed è perfino comprensibile: l' umano è tendenzialmente ozioso, con propensione al sogno. Quando poi acquistate in blocco -un pacco regalo chiuso e da lasciare rigorosamente ermetico- danno la pace relativa, l' equilibrio imperfetto ma sufficiente a sedare i morsi più cruenti della sete di conoscenza. Ai più tanto basta. E che può importarmene, allora...
Che continui pure a  succedere ai ciechi, ostinati a considerare soltanto una prospettiva, la sola di cui la loro perduta vista conserva ricordo. Non è più affar mio. Completerò, sola, la mia gioiosa danza macabra.


Voglio affogarmi, adesso, nelle mie stesse lacrime, in questo pozzo tiepido di dolore stemperato dalla compassione per me stessa, e per tutto. Per tutto.
Ed è un errore. So che non dovrei.
E' dolce, in fondo: non fa male, se lo si lascia decantare, annullando le increspature di un' altrui volontà conflittuale ed arrogante che abbisogna di definizioni, etichette, appigli moraleggianti.

Quanto odio tutti i fraintendimenti, e le aspettative, e le mire, e le spudorate tracotanti attese.
Amo se voglio, amo se posso, se è degno. Mai su richiesta, mai su pretesa: non è un credito esigibile.
Ma pensano sempre, SEMPRE, che lo sia, a prescindere da tutto, e vogliono essere saldati, i miserabili, forti di un ricatto spesso nefandamente economico.

Non si abbattono i pettirossi. E' male.

Com' è inevitabile, allora, deturpare i merli del castello, e repentinamente distruggerlo. Sono avvezza alle distruzioni, so rinascere ancora dalle macerie, pur ignorando per quanto ancora: è questo implacabile ed ancestrale virus della vita.
Ah, Cielo, come sono stanca.
Ma Friedrich bacia queste lacrime quando afferma d' amare coloro che cadono perché han provato, se non altro, ad attraversare.

Il passo più arduo è la conquista della gioia.
La gioia congiunta alla conoscenza, malgrado la conoscenza.
Senza Dio, senza gli uomini.
Malgrado Dio, malgrado gli uomini.

mercoledì 23 novembre 2011

Donna dannata

A me pare che più simile ad una tredicesima fatica d' Eracle, una volta purgata la follia della giovinezza in cui è stata soprattutto passione a decidere erigere e distruggere la propria esistenza, sia addivenire a mostrare il proprio volto rasserenato, non più contratto dagli eccessi dei sensi, in limpida chiarezza, senza più tema di giudizio e pesamento da parte di coloro di cui si riteneva, molto probabilmente essendo in errore, di aver assoluto bisogno.

Non mi serve, non più, di cercare la loro approvazione, la loro benevolenza.: nessuno di loro, a ben guardare, mi conosce, né s' è adoprato per tentare di conoscermi. Mi riecheggia sempre l' antico monito agli spettatori alla fine della tragedia "Voi li aspettate invano: son tutti morti".
Non ho bisogno di misurare il loro attaccamento; io non uso attaccarmi, mi servirà sempre un po' di cielo, ed il cielo non si può scorgere neppure dalla più sontuosa delle dimore, se le finestre sono poste così in alto da impedire lo sguardo.
Dopo l' ermo colle, pur sempre caro, si apre la ventosa prateria. 
Ho nella memoria quel passeraceo catturato con una trappola di colla in un bosco della mia infanzia: un' esile ala irrimediabilmente spezzata nel tentativo di liberarsi, il becco semiaperto, l' ultimo muto rimprovero alla sorte fissato nell' occhio opaco. Perciò non voglio. 

In età matura ogni cosa è già passata in giudicato. Niente rivisitazioni.  E' questa la prassi. Così accade. Così pensano.
Ma non va bene. Noi continuiamo, per l' intera nostra vita a permettere che gli altri pensino che siamo ciò che, veramente, non siamo affatto, non siamo stati mai, e ci disgusta anche solo sfiorare l' ipotesi d' essere.
Generalmente consentiamo questo malinteso in perfetta malafede al solo fine di non restare soli,  o nella speranza di non ferire l' altrui sensibilità
Ma l' altro -perdonate- s' è posto il problema di come si senta un individuo strumentalizzato, equivocato, da chi antepone alla ricerca della verità, alla comprensione, il soddisfacimento dei suoi edonistici o narcisistici fini, l' allestimento di una sua personalissima ed incondivisibile illusione?

*
 



Donne Dannate

Coricate sulla sabbia come armento pensoso volgono gli occhi verso l'orizzonte marino e i piedi che si cercano, le mani ravvicinate hanno dolci languori e brividi amari.
Le une, cuori innamorati di lunghe confidenze, nel folto dei boschetti sussurranti di ruscelli, vanno riandando l'amore delle timide infanzie e incidendo il legno verde dei giovani arbusti;
altre, camminano lente e gravi come suore attraverso le rocce piene di apparizioni, dove Sant'Antonio vide sorgere, come lava, i seni nudi e purpurei delle sue tentazioni;
e ve n'è che ai bagliori di resine stillanti, nel muto cavo di vecchi antri pagani, ti chiamano in soccorso delle loro febbri urlanti, o Bacco, che sai assopire gli antichi rimorsi.
Altre, il cui petto ama gli scapolari e nascondono il frustino entro le lunghe vesti, mischiano, nelle notti solitarie e nei boschi scuri, la schiuma del piacere e le lagrime degli strazi.
O vergini, o demòni, mostri, martiri, grandi spiriti spregiatori della realtà, assetate d'infinito, devote o baccanti, piene ora di gridi ora di pianti,
o voi, che la mia anima ha inseguito nel vostro inferno, sorelle, tanto più vi amo quanto più vi compiango per i vostri cupi dolori, per le vostre seti mai saziate, per le urne d'amore di cui traboccano i vostri cuori.
 
(Charles Baudelaire, I Fiori del Male)


 

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


martedì 13 settembre 2011

Falene

***

Lo strazio di osservare, impotente, il suicidio reiterato delle falene notturne che si precipitano verso la luce delle lampade roventi...
... perfino più pazze dei ricci di tangenziale, dimentichi della sproporzione tra la loro possibilità di accelerazione nell' attraversamento della carreggiata e la velocità di un motore di 60 Kw.

La Natura è orribile. Orribile.

***
Talvolta non c' è altra scelta che andare avanti, anche se non riesci a trovare in te un solo muscolo, una sola spinta creativa dell' immaginazione, un solo bisogno (dato che anche l' avvertire il bisogno richiede energia vitale), un solo credito di speranza nel futuro, che non tendano, invece, a sottrarsi a quel cammino e che agognino alla stasi, all' immobilità inerte, al meritato riposo.
Succede, parola mia, succede.
Da una vita mi auguro il raggiungimento della sublime atarassia. Da una vita ciascuna delle mie scelte è andata nel senso contrario a quella meta.
Credo sia odio verso me stessa ed istinto autodistruttivo.
O perfetta o dannata: una specie di mantra maledetto.
  
Ma so bene che non è questione che interessi i miei simili dato che, più che altro, la sedicente similitudine si limita al dato di fatto d' essere conspecifici, cosa che, nel campo umano dell' era moderna, non allevia né le sofferenze e le difficoltà del singolo -che rimane monade-, né, men che meno, gli suggerisce spunti per risolverle in modo meno drammaticamente solitario.

Forse è questo, ESATTAMENTE, il punto.
L' indifferenza.
Noi siamo indifferenti -in realtà e nel profondo- al destino dell' altro, e, giacché ciascuno lo sa bene, nell' intimo, ci siam fatti algidi e cinici e ciarliamo, per sedare la coscienza. Ciarliamo e ciarliamo, poi scribacchiamo e lordiamo pagine con pessimi versi ed esercitiamo superbo senso critico, in ogni campo dell' intelligibilità umana.
Il senso del divino, che era davvero la perla della nostra umanità, altro non è rimasto che materia di razionale scontro teologico, od ideologico.
Tutto questo, per nascondere pietosamente a noi stessi la nostra assoluta inabilità ad amare.

Così si procede lo stesso, in una sorta di perenne tenzone con sé stessi, perché poi le due alternative guerreggiano furiosamente nelle proprie sotterraneità: resistere o morire, poco importa se d' accidia, di malattia, o per auto-soppressione.
Ed ognuno resiste come può e come sa: ciò è strettamente correlato alle sue capacità di distrazione ed alla sua caparbia fame d' esistere.

Non siamo stati mai così soli, miserabili e volgari come adesso.
Noi, così assuefatti ormai alla miseria sentimentale, così volgarmente scissi tra pensiero ed azione, così disinvoltamente contraddittori e mentitori, abbiamo consolidato, senz' avvedercene mai, il tumulo universale della disperazione.

*
"Era stata evidentemente incapace di vivere, priva di qualsiasi forza di carattere, facile preda delle abitudini, uno dei relitti su cui è stata eretta la civiltà."  ( James Joyce, da: Un caso pietoso)

*

venerdì 9 settembre 2011

Lazzi isterici di tarda estate.

Basta, non lo sopporto più. Non riesco più a discernere. Da che parte arrivano i buoni? Non so a chi credere: esiste un sovraffollamento di maschere. (-Disgusto-)
Oppure non vorrei. Non vorrei esser costretta a frullare tutto quanto senza possibilità di salvamento: un' eccellenza, un' eccezione, una piccola (piccola, piccola concessione, un' accenno di pulizia: so che l' eccesso di purismo è sovrumano e diabolico) perla di purezza.
Ciascuna parla per sé, non vede che sé, infinitamente tollerante con ciò che le attiene e le conviene, indifferente glaciale o ipercritica con le maschere straniere.
Fatemi vedere le vostre facce, ma senza cerone: individuerei quegli impercettibili segnali che sanciscono la buona o la malafede e che le decine di muscoli mimetici rivelano all' osservatore attento.

Ostentar parole e concetti non vale, non serve a nulla, né serve quel subdolo espediente tutto umano di parlare del mondo per parlare di sé.
Niente eguaglierà né sostituirà mai la tangibilità della vera vita, della reale storia di un uomo, di una donna, e la sequenza dei loro istanti pregni di respiro, di molte lacrime, di paura, di fatica, di coraggio. Ma anche -o soprattutto-, la naturale simpatia che la carne trasmette alla carne.
"Canto il corpo elettrico", declamava Whitman...
E mai è stato così chiaro come ora che di te, giovane precario e già vinto, e di te, operaio cassaintegrato che vivi al cardiopalmo in attesa della mobilità, e te, donna in pre-menopausa senza garanzie di tutela psico-fisica familiare, o te, genitore povero di figlio minorato, nessuno, nello sbrindellato tessuto sociale, ha vera coscienza od interesse. Nessuno può immaginare, né vuole, che anche uno spirito affaticato può togliere perfino la forza fisica, e rischia di non riuscire a procacciarsi il pane.
Probabilmente i più fragili spariranno, ma non se ne avvederà nessuno. E' sempre successo, naturalmente; così funziona la selezione naturale tra gli umani moderni.
Resteranno, più marcate che mai, le lamentazioni della solita classe media che piange i privilegi perduti, dimentica quelli acquisiti, e desidera incessantemente un' etica costruita a sua misura.
Così fan tutti.

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Questo mondo virtuale è vuoto -tanto quanto quello mediatico- di un vuoto capace di fagocitare i volti veri, le vere esistenze, di banalizzare pensieri ed angoscie, di appiattire le vette e livellare voragini. Qui si gioca a nascondino, si occhieggia, si finge, si lanciano sassi e si nascondono le mani. Qui si esprimono la molta ignavia e la molta menzogna, con meno scrupoli. Alienazione.
Ci si abbandona alla più bieca mediocrità e al servilismo, o -peggio- ci si siede su singolari scranni auto-eretti a suon di presunzione ed arroganza.
O si cercano improbabili interlocutori, per mitigare la miseria della solitudine.
Si prova anche a dar sfogo ai geiger d' indignazione che ogni cosa, là fuori, alimenta.
Talvolta. Spesso. Ma è sempre l' ultima parola proferita a sancire il senso dell' intero discorso: lo obnubila e rimane la suggestione di un suono: un' ultima nota sa annientare la precedente armonia.
Lo san bene i comunicatori professionisti: son trucchetti puerili, buoni per i grulli. Ed i grulli sono una moltitudine.

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Non so se potrei esser tacciata di spirito anti-democratico per questo, ma io credo sia tempo che tacciano definitivamente tutti quanti.
Silenzio.

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"Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
..." : l' unica cosa di D' Annunzio che amo appassionatamente.
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Basta con questi veliardi visibilmente rincoglioniti: direttori di testate un tempo d' assalto, od espressamente di partito, che offrono quel triste spettacolo di decadenza: strafalcioni imperdonabili di memoria, banali ovvietà, dichiarazioni mediocri scusabili soltanto tra le labbra di giovincelli ancora inesperti cui si può concedere il beneficio dell' ingenuità. Perché li invitano ancora nei salotti televisivi?
Ma  c' è rimasto un solo giornalista, un solo politico, perfino un prete,  un qualunque professionista della cosa pubblica onesto in questo Paese di cialtroni?

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Scusate.