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sabato 1 giugno 2013

Nottetempo -2- Ci vorrebbero un po' d'ordine e pulizia.

Per quanto mi strazi confessarlo - ché ciò corrisponde al rigirare nella piaga l'eterna lama acuminata della delusione cocente che solo il nostro simile sa magistralmente arrecarci -, temo di aver incontrato, nella mia esistenza, quasi esclusivamente individui deficienti dal punto di vista relazionale.
(Non escludo che ciò sia diretta conseguenza di un'oggettiva rarefazione nelle frequentazioni mondane ma il mio saggio pessimismo mi suggerisce che, semmai, tra le moltitudini, i fenomeni osservati in scala ridotta aumentano in  modo esponenziale).
 
Chi si trova in quella condizione difetta - naturalmente - di qualche cosa, più o meno essenziale alla serena ed appagante conduzione di un rapporto umano, sia di semplice socialità, sia d'amicizia, sia d'amore convenzionalmente inteso o segretamente custodito nell'anima.
 
L'elemento la cui assenza grava più di ogni altro, è la voglia e la capacità di regolare il  linguaggio su di una sintonia  ed un vocabolario condivisi.
Non so descrivere quanto io mi senta ormai disgustata, ferita ed orribilmente annoiata dal suo cattivo e avarissimo uso, perché, di certo, se c'è una cosa di cui sento prepotente bisogno è l'incontro in senso dialettico con le persone, in un tentativo di accoglienza e riconoscimento reciproci semplicemente umani ma sostanziali, ricchi di contenuto e privi di fraintendimenti, ma il livello massimo  di cui ormai l'individuo è capace (o disposto ad accordare, o di cui si rammenta i termini) rimane confinato a gelidi intellettualismi o  mortificanti formalismi spesso mendaci e strumentali all'ottenimento di qualcosa e quasi sempre terribilmente mediocri.

Cristo, se è difficile esprimere qualcosa senza poter dire tutto!
"Morenismi", li chiama un mio amico.
Per forza. Sono gli scavi  del mio sottosuolo, talmente veri ed assurdi da non poter essere detti che in codice criptato, ovvero nel linguaggio intuitivo condiviso proprio di un'eventuale affinità elettiva.
Improbabile.

*
L'esistenza sta diventando un vero tedio, a causa di questo, e temo che la sola cosa da fare sia digerirne l'aspra verità con il massimo del decoro personale, finché si regge.

Come scrisse Hemingway? "Basterebbero un po' d'ordine e pulizia", pur nella consapevolezza che comunque tutto questo rimane niente, e niente, e niente.

(Non è stupefacente, per esempio, l'espediente di chi ha la fede, di chi, più o meno criticamente, decide di aderire ad una religione? Credere in Dio, cioè in qualcosa di invisibile ed intangibile, che non ti parla, che è massimamente indifferente ai tuoi tormenti - e che nelle gioie ti scordi ovviamente di ringraziare -, che a dispetto della sua sedicente onnipotenza non fa comunque nulla perché, pur se suo prodotto, sei uscito difettato dalla macchina e meriti una vita da incubo, anche se hai solo tre anni e sei nato casualmente in un Paese del Terzo Mondo, oppure sulle spiagge di un oceano che di tanto in tanto spazza via te e tutti i tuoi ammennicoli e stracci con uno tsunami più veloce di una saetta. Ma che vuoi farci: basta l'idea di "ordine e pulizia" che il Dio buono ripristinerà, prima o poi, per tacitare le angosce.)

Ma io non la penso affatto così: i niente sono di tante specie e fogge; rimane la minima libertà di scegliere il più adatto a sé stessi, il meno bugiardo, il più coerente.
E' orribile avere la capacità di scorgerlo e non poterlo afferrare per ragioni estranee alle proprie forze ed alla propria volontà.
Essere schiavi per indigenza, è orribile.
Essere schiavi di fatto e liberi dentro.
Sapersi vivi e vivere da morti.

E non poter far intendere a nessuno quanto sia grande simile ingiustizia.
 
 

sabato 18 maggio 2013

Nottetempo (fuori dalle Malebolge)

*
Se avesse un fondato senso dirlo.
Se ne avesse anche il pensarlo.
Se davvero fosse soltanto il pensiero della morte e del morire ad alimentare l'angoscia in vita.
Se non fosse ugualmente e tanto straziante osservare  la bellezza del vitello svezzato dalla sua madre naturale e sapere che l'uno e l'altra diventeranno presto nostro nutrimento.
Se non fossimo così inchiodati dalle nostre contraddizioni, più o meno necessarie, più o meno crudeli, od ipocrite, solo per sopravviverci.
("Ipocrisia", lemma stravolto nell'opinione comune, in realtà, come indicasse soltanto qualcosa di deprecabile e squallido e non già, invece, anche la prospettiva di chi guarda da sotto)
Se esistesse il modo oggettivo di individuare una misura di giusto vivere , liberi da una coscienza ormai guastata, troppo permeabile, ipersensibile, ferita, nichilista o decadente: la coscienza che ci rende perennemente agonizzanti nell'anima, viandanti nel niente armati di lanterna spenta, irrimediabilmente parziali nei giudizi e nelle osservazioni, insufficienti.
Ma non si può, ci vorrebbero grandezza assoluta, magnanimità totale, umiltà personale e, sopra ogni cosa, ancora voglia di provare ad amare.
Se non fosse sospetto iniziare un tentativo di ordine nel proprio pensiero iniziando con il "se".
Se esistesse la possibilità di scambiare parole senza l'assoluta certezza che qualsiasi interlocutore le piegherà alla sua versione, per tornaconto di semplicità.

In tali casi, sarei felice.
 
*
 
Sono una schiava indipendente. Voglio, devo, sognare. Il bisogno è impellente, tanto quanto quello d'aria. E' essenziale, vitale. Mi reputo illuminata per averne scrutato la terribile verità.
Vivere, e purtuttavia essere così terribilmente ed inoppugnabilmente consapevoli di non poter non sognare, è nel contempo atroce e folle.
Vero in modo straziante.
Ancor più vero, più atrocemente vero, è che nel sogno non può entrarci nessuno; non si vuole.
L'altro è portatore di mediazione, d'insufficienza, di limite, di banalità.
Il desiderio più puro si perfeziona soltanto a patto  che lo sferzi senza pietà il più gelido vento dell'esilio.
 
 
*
 
(Ciao ai lettori amici, che amo.)
 
*
 
 


domenica 19 agosto 2012

Progetto alchemico improbabile.

Non ospito neppure più l'ombra di un'ambizione, seppure l'atarassia rimanga comunque infinitamente lontana.

Se così non fosse, anche questo nefando dolore esteso ed infestante il corpo/mente non troverebbe terreno per espandersi, come invece va inesorabilmente facendo.
Tocco con mano la sua pervasività: dall'occipite ai lombi e via, verso il centro, dove si irradia ed intensifica creando poi la confluenza in quel nocciolo duro, a livello del plesso solare, ove, preferibilmente, staziona, pronto ad azzannarmi alla gola se mi distraggo.
Va bene, va bene, sei lì, bestione, ti sento: comandi tu, lo so.

So anche perché è successo: conosco cause e concause, da sommarsi ad un fatale determinismo d'indole e di geni.
S'è trattato di una mal riuscita miscellanea di tenerezza, malinconia e compassione unite ad una certa protervia (pur se non arrogante) nell'affidarmi al pensiero -ritenuto erroneamente capace di obiettività se esercitato nell'intimo- , la quale ha fatto sì che nei rapporti con gli altri la mia stessa magnanimità mi risultasse dannosa.
Infatti ogni sofferenza mi è derivata da loro, ai quali ho attribuito sempre qualità enormemente maggiori di quelle che effettivamente possedevano.
Nel mentre loro m'immischiavano nelle loro vite -che presto si rivelavano miserabili-, ed io mi avvedevo dell'errore di valutazione appena compiuto, l'inevitabile sforzo dello sganciamento mi fiaccava ogni volta anima e corpo.

Non ho ancora imparato a forgiare la necessaria cotta protettiva e preventiva e sospetto anche che non sia cosa che si possa apprendere mai.
Rimane l'astensione emotiva, pena l'autodistruzione.
Farsi freddi, farsi duri, farsi cauti, negarsi ogni coinvolgimento immediato.
E questa tecnica -per me innaturale-, pure, è dolorosa. Son lacrime e sangue, in perfetta solitudine spirituale. Di nuovo.


Fosse possibile creare un codice criptico in grado di selezionare automaticamente gli individui affini, e solo a loro accessibile e decifrabile, la questione sarebbe risolta una volta per tutte.
Perché la certezza è una: ho bisogno dell'altro, sono un essere più dialettico che contemplativo, ma non ne posso più del pressapochismo imperante, né dell'esibizione delle parole, né del rifugio nel silenzio, né delle azioni contraddittorie che nullificano le une e l'altro.
Mi piacerebbe stendere il più esaustivo dei cataloghi in cui elencare tipi e caratteri degli umani con cui non vorrei mai più frammischiarmi, distinti per genere -pure-, giacché le questioni sono specifiche ed uomini e donne non sono neanche lontanamente uguali.
S'avrebbe da recuperare  forse anche l'ancestrale attitudine alla comunicazione telepatica, ché potrebbe anche essere -ma non ho le prove- che da cervello a cervello, nell'immediatezza dell'impulso comunicativo, non possa passare la menzogna.
Insomma: vaneggio un sistema alchemico delle personalità e della vera essenza nei rapporti infraumani dal momento che non sono più in grado di tollerare né l'ipocrisia, nè la debolezza.

Ora ci lavoro. Al solito, son graditi i contributi.




mercoledì 30 maggio 2012

Progetto d'ordine in sinapsi sconvolte.

Se l'avesse scoperta prima, quest'essenziale verità, molte delle energie andate poco oculatamente disperse in imprese fallimentari nel passato, fin più recente, ora le sarebbero tornate utili per supportare la sua nuova consapevolezza ed il principio di saggezza, -cinico quanto basta, limpido quanto deve, finalmente assertivo- per riprendere una direzione sensata e seguirla fino in fondo senza più scarti e pause.
La verità era che lei avrebbe dovuto -un tempo- negarsi, sempre, a qualsiasi condivisione  di fatto con altri della sua esistenza ed avrebbe dovuto altresì saper gestire, nel contempo, la sua passionalità vitale senz'ombra di attendismo ed in salutare distacco. Insomma, in senso squisitamente ed estensivamente epicureo. La sua misericordia, il suo dannato pathos, l'avevano sempre ingannata nei rapporti con i suoi simili e con la realtà oggettiva.
La verità è che tutti avrebbero dovuto fare lo stesso.
Ma invece l' universo scambia per vero sempre e soltanto ciò che una suggestione condivisa suggerisce: ecco che un  oggettivo imbecille diventa un guru in questo o quel campo se è apparso su di uno schermo; ecco che si discute per millenni sull'esistenza di Dio; si sposano cause; si crede di amare qualcuno...

Ed ora quelle energie erano sottili ed usurate in rapporto alla sua stessa volontà che, sola, conservava tutta intera la protervia di sempre, mentre un oscuro richiamo cosmico le sibilava che sì, che anche lei avrebbe potuto assaporare la pienezza del vivere, che ne aveva un certo diritto, pur ignorandone il perché.
Ordine. Voleva una vita nuova e minimalista.

Ordine ed economizzazione del poco ossigeno rimasto.

Nulla è maggiormente complicato dell'ordinare, in particolar modo le sinapsi nascoste.
Nulla, davvero, richiede più energia.
E lei l'aveva esaurita.
E sapeva anche che a chiederla in prestito avrebbe rischiato di ripagarla ancora una volta a prezzo d'usura.

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


domenica 5 giugno 2011

La cavallina dall' ancestrale mantello baio

Nella vasta prateria dell' imperante nichilismo, scorazza una cavallina dall' ancestrale mantello baio, un poco azzoppata e dal nitrito sempre più afono, ma  con un' incessante prurito agli zoccoli che la costringe ad imbizzarrirsi e a scartare a destra e a manca, come fosse indemoniata, o eternamente puledrina, curiosa di scoprire quale orizzonte si celi dietro al successivo ostacolo di duna erbosa e piccolo cratere di terreno accidentato.
Mai recalcitrante, ma incapace di sereno trotterellare, schiuma e soffre a causa dei battiti di un cuore accelerato, che la condurranno, alfine, a ben più soffici pascoli celesti.

Questo mio, che racconterò, non è nichilismo cattivo ed avvelenato, niente affatto; non nel senso che vi verrebbe attribuito da certi vecchi tromboni di mia conoscenza, convinti di possedere "la giusta misura delle cose", l' equilibrio dabbene e razionale, la padronanza del senso del divenire umano, oppure, in opposti casi, anche da certi sciocchi individui vanesi, piuttosto frivoli e dall' intelletto semplificato.
Io sono stufa di sorprendere il loro sguardo perplesso ed accigliato posarsi sul mio volto in cerca della banalizzazione di un atto di scusa. Io non ho nulla di cui chiedere perdono, sebbene la mia vita non rientri nei loro cliché.

Tutti costoro hanno in comune alcuni elementi fissi:
1- non conoscono il peso delle privazioni materiali, hanno sostanze economiche sufficienti od abbondanti, certe famigliole ufficiali in regola con i range pubblici di normalità, le pance piene, passato e futuro intatti e non pesantemente erosi da circostanze assurde;
2- l' assenza di precarietà materiale o di sforzi per la conquista del livello minimo di decorosa sopravvivenza, consente loro anche una sostanziale saldezza psicologica ed emotiva, che se da un lato inficia la fantasia e l' immaginazione, dall' altro li rende sordi e ciechi -o disattenti- alle altrui situazioni oggettive devianti e difficili;
3- ad ogni bivio esistenziale, nei punti cruciali del loro percorso, le loro decisioni vanno sempre e decisamente in direzione materialistica ed utilitaristica, nonostante le loro teorizzazioni precedenti, che parevano evocare una predominanza, nella loro indole, di un elemento idealistico o romantico.

Ebbene: io non sono come loro, sono il loro opposto.
Convinta che, se pur ignorandone lo scopo, alternativa al vivere "sensatamente" sia il provare a vivere almeno in rispetto alla propria natura autentica. Che poi altro non è che la propria verità.
Non mi è mai riuscito di permanere per più del necessario (ed il necessario talvolta è costituito dal dovere di qualche responsabilità) in situazioni contraddittorie od ambigue, od anche solo deprimenti, per mera consuetudine sociale.

Come tutti, io vorrei essere un po' felice, ma quel che mi pare più vicino al concetto di felicità rimane la conquista dell' armonia tra pensiero ed azione, tra malinconia e gioia, tra dare e ricevere, tra dire ed ascoltare: roba mai riscontrata nei miei incontri.
La "mia" felicità non è piacere ma equilibrio. Seppur, nel contempo, io sappia che pure equilibrio sarà il Godot che attenderò fino alla fine del mio tempo. Non mi pare irrilevante il tentativo di non attendere con le mani in mano.

La felicità, quest' eterna fuggiasca  (oltre che riconoscerla come in assoluto il più ambito degli obiettivi umani universali), me la sono sempre immaginata puramente immateriale. La felicità, dunque, per me, è l' amalgama di un concetto, di un' intuizione, di una speranza ed ha natura aerea, priva di peso: è un' idea che nutre.

Coloro che mi accusano di nichilismo (mi auguro anche che pensino all' accezione decadente del termine, perché, come ho già scritto in precedenza, considero il mio onesto) si basano sulle azioni visibili che hanno caratterizzato le mie scelte di vita ( come il mio desiderio di non essere niente e nessuno in particolare in una società che non mi piace e la rinuncia ad importanti rapporti sentimentali o l' abbandono di situazioni consolidate), applicando così al loro giudizio un criterio di oggettività universale che invece non mi appartiene affatto.

Chi lascia una situazione in cui godeva di una relativa tranquillità economica, supporto psico-fisico, integrazione sociale ma che anche, nel contempo, rappresentava la negazione di un' ansia sentimentale e intellettuale -così condannate a mortificazione e frustrazione-, per ritrovarsi sola ed in difficoltà, è, ai loro occhi, una perfetta pazza e compiangeranno il suo ridicolo romanticismo, ma cionondimeno, in caso di interrogazione sull' argomento, declameranno che l' amore e l' idealismo sono al primo posto nella loro classifica dei valori.
La verità sta nelle loro azioni: i loro matrimoni sono, in effetti, ciò che la società borghese-capitalistica stabilisce che siano, vale a dire contratti a contenuto non prevalentemente ma soprattutto patrimoniale, e, per quel che resta, istituti privati ed interconnettivi di mutuo soccorso tra i coniugi e gli affini.

Chiedo: chi, tra noi, è il becero nichilista? Io che frantumo nei fatti i loro schemi di valori mercantili mascherati da velleità sentimentali o loro che definiscono valore un accordo legale?



giovedì 28 ottobre 2010

Il Velo di Maja Moderna.

No che non mi sdilinquisco. Nè provo a compiacere. Non vezzeggio. Se giudico, lo faccio mentalmente, nelle mie stanze chiuse: indefettibile mio diritto perché ciascuno è sovrano di sé stesso, e soltanto in sé stesso potrà esercitare la libertà assoluta.
Non scrivo per un fine: non è importante il pubblico, ma la ricerca degli aspetti della verità.  E' un puro intrattenimento - o mezzo, o tentativo- intellettuale, tasteggiato  nelle pause della grande corsa.
In generale mi piace poco del mondo. Non è colpa mia se mi delude, se ferisce questa mia (certo eccessiva) sensibilità. Non è colpa mia se è, per la piccola parte che mi è dato sperimentare, disgustoso e nefando.
In assoluto, amo la Vita.  L' amo lo stesso, per qualche suo dettaglio straordinariamente bello, in cui vale la pena di perdersi e dimenticare.  E non c' è alcuna contraddizione. Sono orgogliosa, se non altro, del mio coraggio. Orrore e noia talvolta hanno potuto uccidere: è stoico resistere.

Comunque sia, Internet è -innegabilmente-, fenomeno rilevante, strumento dei nuovi  infelici tecnocrati  che ormai siam tutti, e descrive l' Uomo e le sue velleità -legittime, ridicole, sane o morbose, alte e basse- con grande precisione: basta saper leggere ed intuire.

***

Chi è felice, infatti, tace. Tace e sa, perché ha compreso anche le trappole della comunicazione, ed i suoi raggiri.
La felicità si nutre da sé, non arranca alla ricerca di segni, di appigli, di gratificazione, di plauso e gloria, non blatera, non bofonchia, non prova risentimento, non ama e non odia nessuno: la felicità si basta, non conosce il desiderio e pertanto è, necessariamente, disumana.

Sileno e Dioniso
D' altro canto è sempre bene ricordare il demone dionisiaco Sileno (per il quale nutro questo sentimento, alquanto strano, di tenerezza e gratitudine) e ciò che -pur recalcitrante-, rivela al mortale Mida desideroso di conoscere dal dio quale sia il maggiore bene per l' Uomo:

"'Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto. » [Nietzsche-La nascita della tragedia]

E' crudele il vero... epperò siam qui, ad azzardare ipotesi sensate d' esistenza e sperare che quell' avvinazzato d' un demone abbia spudoratamente mentito.
Come siamo fragili..., siamo eterni fanciulli, per sempre affetti da una grave forma di dislessia del passato e della Storia, che non riusciremo mai ad imparare.

C'è quest' arma arrugginita e spuntata, nelle nostre maldestre mani, che si dice amore e difende ed offende ed inganna. Nella dimensione parallela del sogno ci salva.

***

Presi nel vortice dei meccanismi più subdoli del linguaggio la nostra natura subisce una trasfigurazione portentosa e pericolosa e  l' osservazione che l' "uomo è lupo per gli altri uomini" assume sinistra consistenza proprio nel luoghi di discussione più immateriali ed  eterei possibili, come qui, nel Web, dove la libertà potenziale è più ampia. Giusto ieri ho letto un commento esplicitamente minatorio rivolto ad un amico e postato direttamente a "casa sua", nel suo blog. La  riprova dell' esistenza del carattere fortemente aggressivo della natura umana non smette mai di sconvolgermi, ma è reale realtà che si specchia nel virtuale.

In più,  ecco smascherato anche il nuovo snobismo di coloro che un tempo avevano in dispregio l' egoismo sdrucciolo borghese:  le nuove élite intellettualistiche rivelano un certo desiderio massonico di appartenenza (e conseguente esclusione del diverso e del paria) con  amici che parlano di amici con altri amici dei loro "elettivi" interessi.

Ogni tanto cado nella nostalgia degli intenti più nobili del Rinascimento, ma la Storia non si ferma.

Ecco che Internet è, allora, il Velo di Maja dell' età moderna, ed è un bene che il velo cada, per chi sa guardare: la Verità è sempre nuda.














giovedì 19 agosto 2010

Sanctus Sanctus Domine Deus


... così, mi par di capire, basta morire per diventar belli.

E' un' equazione semplicissima.
A tutti coloro che coltivano velleità di "santificazione", anche tutta laica, naturalmente, consiglio di ... morire.
Tu muori e subisci la santificazione per direttissima, in ogni luogo e circostanza, nei piccoli come nei grandi palcoscenici, nel privato e nel pubblico. 
Ne godrai a prescindere, comunque, e certamente.
Ciò dovrebbe essere di impareggiabile consolazione per ogni narcisista e mitomane della Terra.
Il naturale inevitabile evento della morte è anche il lavacro della nostra verità in vita. Da morti ci trasfigureranno, attraverso l' ultima definitiva manipolazione, e con grande facilità guadagneremo l' affetto, la stima, l' eterno rimpianto di amici e nemici, talvolta perfino degli sconosciuti.
... e pensare a come sia cavilloso ottenere simili tributi da semplici viventi!

Funziona per chiunque, ma nel caso di individui  più o meno meritatamente"famosi", questa deduzione è addirittura abbacinante.

Guarda lì: la porno star di basso rango (ammesso che ne esista uno alto) e stratosferici guadagni, fulminata da un cancro, prima impercettibilmente, poi sempre più spudoratamente, subisce il processo santificatorio di cui sopra e diventa la dolce ragazza sognante (a dir del fidanzato, nella vita "vera" timida e pudica), un po' intellettuale (anche!, con Wilde sul comodino), dall' indubbio talento artistico (sì, pourquoi-pas? l' arte del lubrico, dell' indecente, del prurito triviale...); il re della mediocrità televisiva, reo non so se inconsapevole (ma penso di sì) con tutti i suoi affini della decadenza culturale di massa che ha obnubilato le (peggiori ma maggioritarie) menti degli spettatori di questo Paese, alfine estinto per tardivo termine, si trasforma in un' icona d' inestimabile valore storico e di eterno rimpianto; la rock-star pedofila e tossica,  uomo nevrotico fattosi merce e specchio, transeunte pelle nera che sfuma in bianco, getta nella disperazione, letteralmente, migliaia di fans, e poi, eccetera, eccetera, eccetera...: perdite inestimabili...

... ma i politici... I politici, ... quelli..., quelli, dopo morti, si trasformano TUTTI, in Grandi Statisti. E' certo, perfino matematico.

Civiltà bugiarda. 

venerdì 30 luglio 2010

Solo una riflessione topica




"Bisognerebbe darsi alle cose pratiche", mi dicono...
In effetti -ne convengo-, creare, lavorar di muscoli, zappare la terra e costruire oggetti, fare qualsiasi altra cosa pratica o di applicazione tecnica, allontana le ancestrali ossessioni della mente.
 
Pare che accurati studi, però, abbiano definitivamente stabilito che una delle peculiarità del cervello femminile sia quella di saper coordinare parecchie attività diverse simultaneamente.
Questo, solo per avvalorare ciò che segue: io sono una grande fattrice di cose, operosa come un'ape, tendente al generoso dispendio di energie (o, quantomeno, lo ero prima dell' attuale schianto), spesso iperattiva, ma il mio disagio esistenziale non trova in alcun modo soluzione e requiem, perché il pensiero circolare non smette un solo istante di avvolgersi  su sé stesso.

Il disagio sta tutto nell' assoluta certezza della mia irrilevanza. Si sa: a nessun essere umano piace essere irrilevante. Vorrebbe, quantomeno, scoprirsi uno straccio di giustificazione ad esistere, un senso, un nesso, un pretesto.  Cioran giunge a dire che ciascuno di noi potrebbe in tutta sincerità sintetizzare il nostro massimo desiderio nell' affermazione: "Voglio essere lodato".
Invece il vizio è tutto concentrato agli esordi: volere il senso, cercare il senso originale e scoprirne una qualche coerenza.

Alla resa dei conti la vita è una malattia dal decorso letale: inutile insistere su un simile lapalissiano concetto.
Il decorso "clinico" è straordinariamente simile per ogni mortale pensante: desiderio, effimero benessere, frustrazione e noia, nuovo desiderio, nuovo effimero benessere, frustrazione e noia, nuovo desiderio ...
La si "cura" con ciò che è immediatamente disponibile, data la pigrizia d' indole ancestrale che ci marchia tutti: essenzialmente le passioni ed il conseguente corteo di emozioni. Illusorio ritenersi sulla via dell' assoluto.

Sono un individuo pesantemente isolato, per mia stessa fatale natura, e ritenevo erroneamente d' aver già visto ed intuito il peggio, ad oggi, perché le acquisizioni e gli incidenti di un' esistenza neppure vagamente facile possono ben rappresentare un sufficientemente ampio spettro di esempi, così ampio da indurre a far credere che esso aiutasse nella conquista di un' agognata forma di sana atarassia. 
Tanto avrebbe potuto bastare per godersi finalmente le fantasmagorie della natura: confondersi e sublimarsi nella pioggia, intravedere una placida bellezza nell' indifferenza di un cielo, confondersi nel respiro di un bosco, ascoltare il frastuono del cuore del mondo.  Il sublime, insomma.

Ho desiderato (!) d' essere lupo della steppa, aquila, farfalla, granello di sabbia..., ma, più di ogni altra cosa, di non essere affatto.
Il dolore d' essere discendente della specie sbagliata ha l' aspro sapore della disperazione senza riscatto.

Perché l' autentica specializzazione (od effetto collaterale del cammino) della razza umana è la spropositata capacità d' angosciarsi. La capacità d' angoscia dei mortali non colma mai alcuna misura: noi sappiamo soffrire in modo indicibile senza morirne all' istante. Coriacei, testardi, risoluti a respirare a tutti i costi. Questa determinazione, tutto sommato, ha delle connotazioni oscene, ad una sua considerazione iper-razionale: come si può essere tanto incoerenti?
E' che amiamo il dolore.
La nostra civiltà è impregnata all' idea che esso ci "salverà", in qualche modo, dalla morte e ci consentirà di trascendere le spoglie mortali.
"Io voglio essere lodato", si diceva prima, ma non soltanto. "Io voglio essere lodato in eterno".
Insomma, siamo edonisti. Giù la maschera.