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lunedì 16 settembre 2013

Nottetempo -6- (studi di pensieri da ri-pensare)

Decisamente sempre più spesso mi faccio pena, tanto mi scopro interiormente ridicola, arroccata disperatamente come mi tocca essere sugli ultimi miei personali ideali, ed anche sui miei stravaganti ed incorruttibili gusti che non posso né riesco condividere.
Forse non vorrei neppure se potessi, sospetto talvolta.

Non sono, neppure lontanamente, una vittima di qualcosa o qualcuno: la colpa e la  condanna stanno nella mia incapacità di trovare piacere in me e per me, ed il dolore d'esistere prevarica la gioia che pur potrei afferrare - perché potenziale in chi respira, credo di dedurre -, solo a causa della necessaria constatazione che senza scambio con  gli altri umani, che però d'altro canto recano sempre delusione od orrore, non si può vivere.

Tutto sommato, tale mio stato è al contempo trappola e rifugio.

La verità è che io non voglio essere come loro, i felici.
Innumerevoli volte mi hanno fatto intendere d'esserne maestri, di maneggiarla con grande abilità, grazie alla loro sedicente saggezza e temperanza.
La loro "felicità", invece, è sordida e bassa, e mi ripugna, perché è mendace e frivola: volgare imitazione materialistica di una conquista che dovrebbe essere esclusivo appannaggio della mente.
E' fatta di soddisfazioni miserabili, la cui osservazione mi deprime.
Spesso se ne vantano, decantando l'arte dell'accontentarsi, ma la semplicità che implicitamente pretendono di evocare non ha nulla a che spartire con le loro scelte d'ignavia.
E' soprattutto, una felicità comoda, di facciata, una coreografia issata su di un palco comunque solido, che non li faccia tremare per l'apprensione di ritrovarsi senza un tetto, senza complici di vita, senza companatico, e pure senza il pane. Dalla stabile piattaforma delle sicurezze carnali disquisiscono di Dio e dei suoi ministri, di giustizia ed ingiustizia, di Bene e di Male, di politica economica, di paesaggio e d'arte, di vizi e di virtù umane, senza riuscire ad amare davvero nessuno se non sé stessi, beandosi dell'eco della propria voce e senza poter mai vedere fino in fondo il cuore sanguinante dell'altro.

Questo è il loro mondo, un mondo che prova noia e sconcerto di fronte alla purezza, irride la coerenza, denigra la differenza.

Le moltitudini, d'altronde, si son sempre pasciute, in varie forme, di illusioni. A me basterebbe che costoro non avanzassero anche la pretesa d'essere fra i giusti, di conoscere il segreto del corretto vivere, tanto per tacitarsi la coscienza ed archiviare definitivamente i loro stessi, a loro indecifrabili, autentici impulsi.

 
*
 
 
A me fa un po' schifo, ormai,  tutto l'impianto della comunicazione umana, lo ammetto. Basta che si gratti appena la superficie di qualsiasi affermazione, dichiarazione, proclama, per scoprirne il raggiro e la meschinità, oppure le implicazioni utilitaristiche, oppure le contraddizioni, oppure un sostanziale niente.
E' per questo che mi convinco molto di più di ben altri messaggi, e non seguo talk-show, e diffido dei giornalisti, dei politici, dei profeti, dei poeti, e comprendo perfettamente il mio gatto e la mia cagnetta.
 
*


 
 

domenica 19 agosto 2012

Progetto alchemico improbabile.

Non ospito neppure più l'ombra di un'ambizione, seppure l'atarassia rimanga comunque infinitamente lontana.

Se così non fosse, anche questo nefando dolore esteso ed infestante il corpo/mente non troverebbe terreno per espandersi, come invece va inesorabilmente facendo.
Tocco con mano la sua pervasività: dall'occipite ai lombi e via, verso il centro, dove si irradia ed intensifica creando poi la confluenza in quel nocciolo duro, a livello del plesso solare, ove, preferibilmente, staziona, pronto ad azzannarmi alla gola se mi distraggo.
Va bene, va bene, sei lì, bestione, ti sento: comandi tu, lo so.

So anche perché è successo: conosco cause e concause, da sommarsi ad un fatale determinismo d'indole e di geni.
S'è trattato di una mal riuscita miscellanea di tenerezza, malinconia e compassione unite ad una certa protervia (pur se non arrogante) nell'affidarmi al pensiero -ritenuto erroneamente capace di obiettività se esercitato nell'intimo- , la quale ha fatto sì che nei rapporti con gli altri la mia stessa magnanimità mi risultasse dannosa.
Infatti ogni sofferenza mi è derivata da loro, ai quali ho attribuito sempre qualità enormemente maggiori di quelle che effettivamente possedevano.
Nel mentre loro m'immischiavano nelle loro vite -che presto si rivelavano miserabili-, ed io mi avvedevo dell'errore di valutazione appena compiuto, l'inevitabile sforzo dello sganciamento mi fiaccava ogni volta anima e corpo.

Non ho ancora imparato a forgiare la necessaria cotta protettiva e preventiva e sospetto anche che non sia cosa che si possa apprendere mai.
Rimane l'astensione emotiva, pena l'autodistruzione.
Farsi freddi, farsi duri, farsi cauti, negarsi ogni coinvolgimento immediato.
E questa tecnica -per me innaturale-, pure, è dolorosa. Son lacrime e sangue, in perfetta solitudine spirituale. Di nuovo.


Fosse possibile creare un codice criptico in grado di selezionare automaticamente gli individui affini, e solo a loro accessibile e decifrabile, la questione sarebbe risolta una volta per tutte.
Perché la certezza è una: ho bisogno dell'altro, sono un essere più dialettico che contemplativo, ma non ne posso più del pressapochismo imperante, né dell'esibizione delle parole, né del rifugio nel silenzio, né delle azioni contraddittorie che nullificano le une e l'altro.
Mi piacerebbe stendere il più esaustivo dei cataloghi in cui elencare tipi e caratteri degli umani con cui non vorrei mai più frammischiarmi, distinti per genere -pure-, giacché le questioni sono specifiche ed uomini e donne non sono neanche lontanamente uguali.
S'avrebbe da recuperare  forse anche l'ancestrale attitudine alla comunicazione telepatica, ché potrebbe anche essere -ma non ho le prove- che da cervello a cervello, nell'immediatezza dell'impulso comunicativo, non possa passare la menzogna.
Insomma: vaneggio un sistema alchemico delle personalità e della vera essenza nei rapporti infraumani dal momento che non sono più in grado di tollerare né l'ipocrisia, nè la debolezza.

Ora ci lavoro. Al solito, son graditi i contributi.




lunedì 12 marzo 2012

Credo qualsiasi

Siamo d' accordo, vero, sul fatto che agli umani non basta esistere e conoscere il percome ed il percosa ciò succeda, ma pare altresì improrogabile sapere se la capacità di sapersi e pensarsi viventi -che li induce a supporre e cercarne   motivazioni diverse dalla semplice replica della vita- abbia una qualche funzione e senso e ragione, e, giacché questi non si conoscono,  si può credere qualsiasi cosa?

Qualsiasi.

Da un punto di vista spassionatamente scientifico conosciamo qualche risposta su materia, fisica, energia.
Dio è un' ipotesi di cui la scienza può agevolmente fare a meno, del resto.

Conosciamo anche molti racconti e narrazioni.
Abbiamo una certa memoria storica.
Se pure al mondo non esistessero atrocità, se pure fossero debellate tutte le malattie e la povertà, se pure vivessimo in un sistema perfetto di equità sociale, non saremmo, ancora, in pace.
Se anche miracolosamente si smettesse di  avere la consapevolezza costante ed ossessiva della morte, beh, non basterebbe ancora a darci pace. 

Ma il perché esistano in più il pensiero che pensa sé stesso, la commozione, l' amore, la malinconia, l' odio, l' altruismo, l' estasi contemplativa, il rapimento della musica, la ricerca del bello e del sublime, spesso l' insofferenza per i propri stessi vincoli corporali, l' ebbrezza della solidarietà umana, l' orrore per il male patito da altri, non lo sappiamo con certezza, nessuno può dirlo.
Perché non bastino il piacere dei sensi, la sanità del corpo, non lo sappiamo, oppure io ancora non lo so.
Molto semplicemente, il nostro pensiero ha bisogno di un riferimento, di un punto qualunque di partenza per percorrere una strada, la nostra strada, senza lasciarne aperte troppe innanzi, pena la sua misera frammentazione in troppi laceranti dubbi e scrupoli, pena lo smarrimento angoscioso nel vortice delle mille risposte possibili.
Ciò è umano. Lo è nel senso di estremamente limitato, parziale e sempre insufficiente a sedare un bisogno primario, innato, specifico di verità.
E' limitato, parziale ed insufficiente proprio perché umano.
E' un bisogno primario di verità proprio perché umano.
Noi non abbiamo solo contraddizioni: noi siamo contraddizione dolorosa e perenne. (*)
Ne deriva che addivenire a credere che corrisponda alla sola vera integrità possibile non credere in tutta onestà a nulla sia l' atto di fede più onesto in assoluto, nonché il più eroico (data l' immane sofferenza che tale ammissione procura nel mentre si precipita in tale vortice di vertiginosa assenza di appigli).

Credo che la bassa levatura dei rapporti umani, ormai, in genere -perché è a livello infimo che si sono ridotti, o sono sempre stati, no? Perché è pur vero che ogni rapporto, magari potenzialmente promettente, ci lascia comunque la sensazione di non venire mai davvero sviluppato, per ignavia, per noia, per pigrizia, per paura...-  sia dovuta alla nostra vigliaccheria ad ammettere la nostra totale ignoranza dell' altro -più propriamente sostanziale incapacità di comprendere l' altro-, alla nostra mancanza di umiltà nel confessarci che ciò in cui diciamo di credere è solo il pretesto per non impazzire.

Non discuto la necessità di credere in qualcosa: la capisco, ed è pure la mia spina, ma ne intuisco l' immane ed un po' ripugnante ipocrisia sottesa, e ne ricavo la solita malinconia.
Io, magari, che non faccio testo, riesco a resistere senza dèi, ma mi è possibile perché sono io ed inganno il mio tempo sostenendo con ogni mia energia il totale sfasamento tra l' essere me, sospesa nel nulla, ed i  mille motivi -per me astrusi- che gli altri scelgono a basamento delle loro vite: mi ci concentro, mi ci sono specializzata. Ne faccio una questione d' onore, una sorta di sfida: la mia grande muraglia di dubbio è la cintura di castità dell' intelletto.


(* deriva da ciò la mia grande ammirazione per i cani?) 


 

venerdì 6 gennaio 2012

Dubito.

Nelle note intimistiche a me pare stia racchiusa la chiave di lettura e spiegazione dei fatti del mondo, delle scelte, di quella porzione di verità (pur sempre  minuscola) di cui si è capaci, nonché la vera scoperta, il disvelamento, dell' altro.
E' il motivo per cui vi ho improntato questo mio spazio -raccolto tempietto con velleità di nano-agorà-ed anche quello per cui in genere rifuggo o diffido da chi sentenzia, snocciola nozioni, dichiara, declama con grande sicurezza e compiacimento.

Non solo mi riconosco in coloro che cadono e nei perdenti, quindi, ma anche e soprattutto nei dubbiosi, nei consapevoli ignoranti e nei semplici purché ignari della loro stessa semplicità.
Non vi è, innanzitutto, alcuna volgarità nelle persone semplici -nell' accezione che intendo-, né la discriminante tra 'semplice' e complesso (iperstrutturato) è data da qualche acquisizione di studio o di censo. Chi ne fa una questione di carte è un imbecille.
Einstein era una persona semplice, e la sua genialità una caratteristica del suo intelletto, ad esempio.
La volgarità è prerogativa delle indoli disinteressate all' apprendimento, prive di curiosità, dedite all' edonismo spicciolo ed ancorate alla Terra.

Ma guai ai piccoli e grandi frequentatori più o meno specializzati, del pensiero.
A loro spetta, come aspro premio, il dubbio.




Poi, però, mi domando a che cosa possa mai servire questa forma diaristica resa pubblica, pur con il massimo pudore, pur con la massima delicatezza.
L' ennesima forma di autoreferenzialità? Ancora e soltanto e sempre famelico egocentrismo, per quanto sotterraneo, stemperato, filtrato, emulsionato con altri fini che forse per vie tortuose non riconducono che a sé stessi?
E mi prende la tristezza: so che ciascuno non riuscirà che a viaggiare sul proprio binario, fatalmente programmato dalla sua stessa indole.
E mi dispiace: comunicare rimane dunque una battaglia persa, ed è sempre un gioco stilistico, estetica pura ma vuota od effimera, finzione, gioco?
E dev' essere per questo che non esiste dichiarazione a me rivolta che non m' instilli dubbio, ora, e sento che ciò presuppone la più grave delle perdite, la misura esatta della caducità umana: minimizza, distruggi la sua parola, e l' uomo più non è.
E vorrei credere, e non posso.
Pur in più che adulta età, ho capito quanto possano essere capziosi le voci ed i silenzi; prima di allora, deliberatamente, ho voluto conservare un nocciolo di ingenuità fanciullesca, creduloneria utopistica, il sempiterno irrununciabile sogno. Immagino succeda a tutti, prima o poi: la differenza è data, probabilmente, dalla più o meno tenace affezione a quell' infanzia che ciascuno di noi sa essere la sola custode di una felicità in potenza che non potrà mai più replicarsi in vita successivamente.
Sono pietose strategie di sopravvivenza.

Io sono sciocca, lo so, ad amare entità che alla fine sono indifferenti e passeggere: è un atto di debolezza imperdonabile, alla luce della consapevolezza di cui sopra, che pur rimane.
Tra l' altro, quelle stesse entità non mi amano affatto nella stessa misura e con la stessa intensità: anche lo scambio non può dirsi soddisfacente.
Ho pochi, ma gravi vizi, e questo è stato il più esecrabile, sempre, ed il più catastrofico.
Ed è incurabile.







domenica 21 novembre 2010

Malafede e Sincerità -2- Sartre e il cameriere

Dopo aver lasciato la ragazza al suo primo appuntamento in conflitto dualistico corpo/spirito (vedi post -1- in data 11/11/2010  dedicato a Sartre), ed aver decretato che l' antidoto alla malafede è la sincerità, spostiamo l' attenzione sul cameriere che serve ai tavoli del ristorante, sperando che la sua osservazione ci aiuti a comprendere che cosa sia effettivamente sincerità.

Eccolo che avanza:
"Ha il gesto vivace e pronunciato, un po' troppo preciso, un po' troppo rapido, viene verso gli avventori con un passo un po' troppo vivace, si china con troppa premura, la voce, gli occhi, esprimono un interesse un po' troppo pieno di sollecitudine per il comando del cliente, poi ecco che torna tentando di imitare nell' andatura il rigore inflessibile di una specie di automa, portando il vassoio con una specie di temerarietà da funambolo, in un equilibrio perpetuamente instabile e perpetuamente rotto, che perpetuamente ristabilisce con un movimento leggero del braccio e della mano. Tutta la sua condotta sembra un gioco. Si sforza di concatenare i movimenti come se fossero degli ingranaggi che si comandano l' un l' altro, la mimica e perfino la voce paiono meccanismi; egli assume la prestezza e la rapidità spietata delle cose. Gioca, si diverte."
(Jean Paul Sartre - L' essere e il nulla)

Sta giocando, naturalmente, ad essere cameriere. Non c' è bluf, il cameriere realizza la sua condizione di cameriere in perfetta sincerità. Una condizione che presuppone -come tutte le altre- una serie di atti, riflessioni e concetti, come, ad esempio, l' obbligo di alzarsi ad una certa ora, provvedere alle pulizie del locale, apparecchiare e sparecchiare i tavoli, i diritti alla retribuzione, alle mance, ecc..., anche se tutto questo, in un certo senso,  rinvia al trascendente.
Chiunque di noi, per esercitare il proprio particolare lavoro, deve per forza, sempre in quel certo senso recitare la particolare parte che questo richiede. Credo sia assolutamente ovvio.
Ma è altrettanto ovvio che il cameriere in sé non è un cameriere (non come, ad esempio, un qualsiasi oggetto è quel dato oggetto: una penna, un bicchiere sono oggettivamente penna e bicchiere): egli sta rappresentando l' essere cameriere, e purtuttavia non sta mentendo quando sente d' esserlo.
Ecco che  egli si trova nella condizione d' essere ciò che non è.
Noi non siamo alcuno dei nostri atti o comportamenti.

"Il buon parlatore è colui che recita a parlare, perché non può essere parlante (...) Perpetuamente assente al mio corpo, ai miei atti, sono a dispetto di me stesso la 'divina essenza' di cui parla Valéry. Non posso dire né che sono qui, né che non ci sono, nel senso in cui si dice 'questa scatola di fiammiferi è sulla tavola'; sarebbe confondere il mio "essere-nel-mondo'  con un 'essere-in mezzo-al mondo' (...) Da ogni parte sfuggo all' essere e tuttavia sono."
(Jean Paul Sartre -L' essere ed il nulla) -mie le sottolineature- (*)

Forse che questo paradosso si verifica soltanto nel caso dell' esercizio di un mestiere, nell' esecuzione di azioni? 
No.

Vale anche per gli stati d' animo personali ed intimi, come ad esempio -così ci esemplifica il filosofo- la tristezza.

Albrecht Dürer "La melanconia"
Sentirsi tristi: da quella sensazione -ciò che sentiamo con certezza d' essere- deriva un preciso comportamento.
Ne rappresentano l' inconfutabile espressione un abbandono generale della postura del corpo, la testa un po' abbassata, lo sguardo incupito e fosco, le spalle incurvate, le gambe strascicate.
Noi sappiamo anche che potremmo benissimo decidere di non adottarlo e -supponiamo all' incontro con un estraneo cui non desideriamo manifestare il nostro stato- repentinamente ergerci nella nostra statura, alzare la fronte, adottare un passo sicuro ed elastico.
Dov' era la tristezza nel momento in cui il comportamento esterno è momentaneamente mutato?

"E, d' altronde, non è anch' essa un 'comportamento' questa tristezza, non è la coscienza stessa che si riveste di tristezza come un magico rifugio contro una situazione troppo opprimente?"  (*)

Pare allora che essere triste sia farsi triste.

Con quale certezza, quindi, possiamo dirci sinceri? Esiste un' oggettiva possibilità di identificazione con la sincerità?
Poniamo il caso che un uomo sia cattivo e se lo confessi. Egli, con l' atto della sincerità, contempla sé stesso nell' esercizio della sua "libertà di scegliere il male" ed in tale contemplazione la disarma, perché essa non è più nulla al di fuori dal piano del determinismo: confessandola egli le contrappone la sua libertà, il suo avvenire è potenzialmente vergine, tutto sarà possibile.
Così l' uomo cattivo sincero si costituisce come ciò che è per non esserlo. La sincerità ha dunque la stessa struttura essenziale della malafede.

"Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell' essere umano, è perché la coscienza nasconde nel suo essere un rischio permanente di malafede. E l' origine del rischio è che la coscienza, nel suo essere e contemporaneamente, è ciò che non è, e non è ciò che è." (Jean Paul Sartre -L' essere ed il nulla)

E' un giochino davvero complicato, da proseguire, da scandagliare...
Che sia scontato, intanto, chiederci se noi siamo, oppure, invece, esistiamo?










sabato 13 novembre 2010

Simone Weil - Quaderni (II)


"Nel bello -per esempio il mare, il cielo- c' è qualcosa di irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile.
Impenetrabile per l' intelligenza.
Esistenza di cosa altra da me.
Affinità del bello e del dolore.

Lo spirito non è forzato a credere all' esistenza di niente. (Soggettivismo, idealismo, assoluto, solipsismo, scetticismo. Si vedano le Upanisad, i taoisti e Platone, che usano tutti quest' attitudine filosofica a titolo di purificazione).
Per questo la gioia pura e il sentimento di realtà sono identici.
Tutto ciò che è colto con le facoltà naturali è ipotetico.
Solo l' amore soprannaturale afferma.
In tal modo noi siamo co-creatori.
Noi partecipiamo alla creazione del mondo decreando noi stessi."

(Quaderni -vol.II- pagg.262-263)

martedì 9 novembre 2010

Umani, Narcisi, i nostri dubbi e le certezze della nocciolaia

Un consistente numero di coloro che conosco, in modo più o meno diretto, riesce a rapportarsi preferibilmente - quando non esclusivamente- con chi a sua volta somiglia o finge di somigliare loro. 
Pare che non sia loro possibile fare altro che tentare di trovar pace e godimento nella replica di sé stessi. Dove conduca poi questo uggioso rito mi è totalmente ignoto, mentre invece risulta piuttosto chiaro che il meccanismo che lo innesca è il solito istintivo mimetismo che fa agire per simpatia ed una forma spiuttosto epidermica di empatia.
Il desiderio recondito di chi si vive come un polo magnetico, forse, è l' ottenimento di una moltitudine di cloni attraverso una sorta di gioco di specchi   disposti ad alimentare a dismisura il suo pantagruelico amor proprio e confermare così quella tendenza narcisistica che pare essere il carattere decisamente più spiccato che l' uomo moderno occidentale ha sviluppato, una  volta dimenticata la sua perduta grecità.

***
Nella mia natura l' aggressività è tenuta accuratamente sotto freno e rigido controllo: non mi consento mai di cedere ad impulsi distruttivi od offensivi verso cose, animali o persone, neppure nei momenti di tensione o forte stress. Non so dire con sicurezza se ciò dipenda dalla mia indole o se sia frutto involontario di formazione culturale: so che non mi costa alcuno sforzo. Credo che il solo caso in cui potrei ricorrere alla violenza fisica sarebbe quello, malaugurato, di difesa della vita, mia o d'altri, in caso di grave pericolo o minaccia.

Questa assenza di bellicosità si estende anche alle situazioni in cui lo scontro è puramente dialettico. E' sempre l' argomento dibattuto che mi coinvolge, e mi coinvolge quando suscita il mio interesse per svariati motivi: in quest' ottica mi ci impegno e mi diverto; mi ci diverto lietamente.
Oh, le divertissement! Perché mai Pascal vuole opporlo al Pensiero? Non c' è alcun conflitto tra lo sviluppo in buonafede di  un pensiero ed il piacere intellettuale che ne può derivare dal suo confronto con quello altrui...
Lo scambio del pensiero mi dà piacere, tanto quanto la vicinanza di qualche ben determinata persona, ed il raggiungimento del piacere è forse il fine ultimo dell' umana esistenza, quando si sorvoli sulla più alta necessità umana di trascendenza.

***
L' altro -l' interlocutore- non è sempre come noi ed , anzi, quasi mai lo è.
Non sempre gode della conversazione in modo che mi piace definire "lieto", perché talvolta i suoi fini reconditi non collimano con i nostri. Giacché sono reconditi e taciuti, naturalmente,  non li si può con certezza conoscere e se la conoscenza non è abbastanza profonda non li si può neppure intuire e presupporre: da ciò ne deriva che, pertanto, diventa difficile evitare un' eventuale degenerazione del confronto, una sua irrimediabile invalidazione.

Nei rapporti umani le cose vanno così: spesso lo disvelarsi del vero volto dell' altro riesce quasi a traumatizzare oltre che a semplicemente sbigottire, tanto risulta lontano dagli intenti e dalle motivazioni di cui chi è in buonafede normalmente si avvale.
E', infatti,  sorprendente la quantità di violenti mascherati da miti creature gentili che bazzicano ovunque, blogosfera compresa.
Pensavo di poter affermare con sollievo che la sindrome in questione riguardasse soltanto alcuni individui, come, ad esempio, i personaggi pubblici e politici, logorati come sono -poverini-, dal desiderio di mantenere i poteri acquisiti e dal risentimento provocato dall' accumulo di mille frustrazioni, da cui sono ormai irrimediabilmente irretiti.
Mi sbagliavo alla grande: non è così.
I Narcisi si espandono a macchia d' olio, più che mai nelle società industriali occidentali, ed il Buon Selvaggio è irrimediabilmente perduto.

***

Mi spiace: m' era simpatico e gli volevo un gran bene, specchio della Bontà che vedevo in lui riflessa. Ho sempre parteggiato per Venerdì piuttosto che per Crusoe; per l' Ultimo dei Moicani;  per ogni puro  perdente della Terra.

***

Incapaci di limitarsi alla razionale considerazione pura e semplice dei concetti via via espressi, si ritrovano a ricondurli inevitabilmente a sé stessi, con le distorsioni interpretative del caso. Si considerano un polo di gravità, un nucleo attrattivo e sono, forse pure inconsciamente, convinti di possedere l' unico sistema legittimo di speculazione.
Il nuovo Narciso è un individuo che, quando non è palesemente malato, è certamente non sano. Ama soltanto sé stesso, perché non ha sufficiente amore in sé da regalare ad altri: è un debole che ha sviluppato un' abnorme auto-stima, che tollera soltanto chi non lo contraddice, che reagisce a qualsiasi critica, anche non diretta, con aggressività e rancoroso umore. Crede che chiunque sia invidioso di lui, perchè l' invidia lo tormenta e lo ammala. Non può confrontarsi, né provare l' ebbrezza della scoperta dell' anima altrui, perchè per farlo dovrebbe distaccarsi da sé stesso e ciò lo spaventa. Ha i nervi scoperti: la sua presunzione è tale che legge qualsiasi parola come fosse indirizzata a lui. E può, per quest' allarme che l' opprime, diventare offensivo, sentenziando giudizi infondati.

Questo succede in modo tanto più imperdonabile quanto è maggiore la cosiddetta cultura che ritiene di possedere. L’ illusione  di erudizione rende l’ uomo smisuratamente presuntuoso e più che mai cieco. Il sedicente sapere obnubila la capacità d’ ascoltare e perfino anche soltanto d’ accorgersi dell’ esistenza altrui.

Non va meglio all’ ignorante per scelta, d' altronde, quello dal cervello impigrito e rozzo, che si attesta buono soltanto a cercare soddisfacimento di crassi desideri materiali e triviali o cercare poco edificanti similitudini di pensiero con altri imbecilli, da lui stesso innalzati a riferimento e raffronto.

Entrambi i tipi umani hanno in comune il peccato di supponenza.
Probabilmente l’ atteggiamento più onesto in assoluto rimane quello del dubbioso, di colui che cerca con tutti i suoi mezzi di dipanare le nebbie che avvolgono la verità e che vi impegna buona parte delle sue risorse, anche nelle questioni apparentemente meno cruciali e significative della sua esistenza.


Ecco che, stritolata dal mio telos di perplessità, alle volte vorrei essere, almeno per un po',  una nocciolaia

(... bello sarebbe, sì, "poter vivere tutte le vite e morire tutte le morti...": imparare ovunque, e da chicchessia).

Ho rivisto molte delle mie precedenti più generose opinioni un po’ romantiche sui miei simili, da quando ho appreso –nel corso della lettura del - a mio avviso pregevole- libro/inchiesta di Marco Politi “La chiesa dei no” 2009 Arnoldo Mondadori Editore Milano-, che la nocciolaia – che è un uccello che appartiene alla famiglia dei corvi-, quando sente avvicinarsi l’ inverno raccoglie in media trentamila semi in mucchietti di esatti cinque, quindi li nasconde. Li nasconde con metodo, in seimila posti diversi distribuiti sul territorio. Quand’è l’ ora li va a raccogliere. TUTTI. La nocciolaia, quindi, per avere la cognizione della giusta direzione da prendere deve saper contare e conoscere le regole di base della geometria di Euclide. La sua mappa spaziale sta in una zona precisa del cervello, l’ ippocampo, che noi pure abbiamo. Moltissime altre specie fanno simili operazioni: questione di vita o di morte.

Nessun essere umano sarebbe in grado di farlo senza sbagliare: ciò mi conferma quanto sia massimamente opportuno ed onesto l' esercizio perenne dell' umiltà.

venerdì 5 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -3-

Sirio: - La nebbia s' infiltra ovunque, ma ho bisogno di muovere i passi. Talvolta mi chiedo se sia questa una forma di malattia, una nuova psicosi. Perché non so stare in totale riposo e tenere a freno questi arti nervosi e questo cervello? Vorrei talvolta riuscire a pensare soltanto a me stessa pensante, senz’ altre divagazioni né attività.


Toh! Ecco il tuonante Friedrich. Non è meno pazzo di me, dunque … “Salve, filosofo, anche tu nella foschia dell' autunno padano?”

Friedrich: - Salute a te, amica mia. Sapevo di incontrarti comunque! La mia anima era inquieta: vive quest' umida stagione con stizza, anela al sole. Dovevo uscire: pareti e soffitti non sanno ispirarmi tanto quanto il cielo, per quanto greve e grigio.

Sirio: - Hai detto “anima“. Pensavo che fosse vocabolo a te estraneo e comunque inviso; pensavo che, se da te proferito, aprisse le cateratte del cielo, come un' eresia in una cattedrale…

Friedrich: - La mia non è l’ anima dei metafisici, non è quell’ “anima immortale” di cui parlano con troppa enfasi non disgiunta da una certa apprensione. Io sento di possedere molte, molte, molte anime mortali.

Sirio: - Cos’ è, un paradosso? L’ anima è sempre, per definizione, immortale …

Friedrich: - “Quando sentiamo parlare i cavillosi metafisici, abitatori di un mondo dietro le cose, noialtri sentiamo in verità di essere i “poveri di spirito”, anche però che è nostro il regno dei cieli del cambiamento, con primavera ed autunno, con inverno ed estate, e loro il mondo dietro le cose, con le sue grigie, gelide ed infinite ombre. “

Costoro si immaginano un’ anima che guarda al corpo con disprezzo, e questo stesso disprezzo considerano equivalente ad essere elevati; in passato quest’ anima voleva il corpo affamato, macilento ed orrido.

Non si accorgevano che in simile modo anche l’ anima era orrida macilenta ed affamata!

Si deve estirpare dalla Scienza l’ idea di un’ anima atomon, di questa monade indistruttibile, eterna ed indivisibile che il cristianesimo ci ha trasmesso. Dio è morto.

Sirio: - Friedrich, io non so praticamente nulla, ma sono certa di avere un’ anima. E’ diversa da tutte le altre, sono IO, c’è. Esiste. Anche se ancora non so cosa sia. Neppure tu potrai dissuadermi dal crederlo vero: io la sento.

Friedrich: - L’ ipotesi anima deve essere considerata in modo completamente diverso dal precedente, mia cara Sirio. E’ difficile, lo so, uscire da un’ idea trasmessa dalla memoria collettiva ed ancestrale. Certo che c’è. Certo che è solo tua.

L’ errore fondamentale è nel modo in cui sei stata indotta a considerarla.

Dal cristianesimo in poi ne abbiamo un’ idea superstiziosa. Il concetto di un’ anima che stia di casa in un posto diverso e che casualmente sia entrata in un corpo per questo o quel motivo, che sia albergata in qualcosa di terreno, la “carne”, che però, sostanzialmente, non la riguarda e non la condiziona, alimenta l’ idea che l’ individuo sia fatto di trascendenza. In questo modo l’ uomo attribuisce a sé stesso un’ importanza pazzesca.

Il peggior difetto umano è la vanità. Il difetto più condiviso, in assoluto, senz' ombra di dubbio, in ogni  epoca e luogo.

Il cristianesimo, infatti, ha elevato in modo inaudito la pretesa umana di ergersi a giudice di tutto e di tutti, legittimando in lui una mania di grandezza esagerata. Ecco perché l’ Uomo pensa di poter avere diritti eterni.

Quando l’ Uomo parla ispirandosi alla sua “immortale” anima, parla come se fosse lui stesso Dio.

Sirio: - Intuisco che tu dici bene, anche se il tuo dire graffia ed umilia, anche se quel che sai non è abbastanza.
Ma io so che c'è. Non so ancora, però, che cosa sia. Le immagini che di essa ci siamo creati, platonicamente, sono, alla resa dei conti, le più facili da pensare, e le più consolatorie.

Non so come, … ma ora mi sento infelice, e, quanto più sento vicine alla verità le tue congetture, tanto più soffro.

Friedrich: - Sbarazzati, dolce Sirio, della tua poco nobile ansia di trascendenza e vivi ogni istante, senz’ occuparti più dell’ eternità. Pensi forse di non aver abbastanza grattacapi, procurando di vivere appieno la tua terrena esistenza?. Ecco il bivio: ti saluto, amica donna, alla prossima volta …

Sirio: - Un sorriso, Friedrich, magari triste ma sereno.
Animo, mia anima: un' altra notte tra le spire infinite delle eterne domande...



(./..)

sabato 30 ottobre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -2-

Sirio: - Ben ritrovato, amico mio, sotto la solita vecchia quercia a guardia del bivio del cammino. Se non suonasse come pura eresia ti direi somigliante al vecchio Immanuel: preciso come gli orologi di Konigsberg (od erano gli orologi di Konigsberg ad essere precisi come lui?) Quante volte ci siamo ripetuti che ciò che conta è l' attimo ... anche se il vero attimo contiene e sintetizza tutta l' eternità.. Ma l' istante non basta mai: siamo vittime del desiderio di un' "altrove" e di un' "altra volta", perennemente assetati ed affamati..., forse siamo soltanto predestinati a non trovare mai forma davvero a noi completamente confacente, e la pace interiore sarà raggiungibile con la non-vita ... Ma che pace è quella di cui non ti puoi deliziare? Brutto affare essere uomini e donne: non c' è verso di disgiungere questo bellissimo ed ingombrante corpo dallo spirito sublime, ma l' uno cozza e litiga incessantemente con l' altro, con intento prevaricatorio, ed in noi pare di ospitare in cuore la battaglia dei Titani...

Friedrich: - Salute a te, Sirio! Arrovellarti non ti condurrà a nient' altro che a sondare uno spaventoso vuoto di risposte. Ferma quelle tue assurde contorsioni! Sei decadente. Se non ti conoscessi a fondo potrei pensare che la tua sia un' oziosa mente borghese sfaccendata, ma ti so sincera e di modesto ceto... 
Osserva il silenzio in te ed ascolta il fragore della Vita.
Dionisio la fa da padrone e non conosce né il Bene né il Male. La pertinace ricerca di conoscenza ti ripagherà appena con la consapevolezza di un' inguaribile ignoranza.

Nel precedente nostro incontro hai affermato di credere almeno in un valore certo e di non nutrire dubbi sulla sua bontà. Hai detto di sapere che solo l' Amicizia contiene in sé il seme capace di germogliare senza avizzire anzitempo e di rendere lieto il vivere.

Sirio: - Sì che ci credo.
Ci credo, ma ancora non la conosco.
La sogno, ma non l' ho mai ottenuta. Giacché, per sua natura, escude qualsiasi istinto egoistico, pare disumana.
Siamo immersi nella morale - nostro malgrado, forse, ma ci abbisogna-, e perciò, secondo la concezione oggi usuale della moralità, il rapporto amichevole è il più morale che esista. Ho avuto degli estemporanei amici, o così andavo illudendomi.
Poi, qualcosa ci ha resi estranei: questo mi ha dato dolore, pur nella consapevolezza che non avremmo potuto evitarlo...
Vivere è non afferrare mai nulla davvero; vivere è fluire e lasciar andare ciò che speravi di poter trattenere ...

Friedrich: - Gli amici sono due navi, ognuna con meta e rotta diversa. Talvolta si incrociano e possono celebrare, con una gran festa, l' avvenimento. I due vascelli gettano l' ancora allo stesso porto, talvolta illudendosi d' esser giunti all' approdo. Stanno sotto lo stesso sole, per qualche tempo di felice reciproca consolazione. Poi, s' alza ancora il vento. Il vento dell' incombenza superiore dell' esistenza, invincibile e sovrano, che tutto porta ...
Si riparte per diversi mari e sotto diversi soli.
Forse, al successivo incontro si sarà talmente cambiati da non potersi neppure riconoscere; forse ci si sfiorerà senza avvedersi d' avere un tempo provato insieme felicità. Proprio per questo il nostro pensiero deve innalzarsi ed il ricordo dell' amicizia provata diventare sacro ...

Sirio: Era amicizia: non poteva essere posseduta.
E' un gran dolore.
Possedere è però tipico di quell' affezione che chiamano "amore", e che costituisce il maggior divertimento umano. L' amore per il prossimo, di cui abbiamo già detto, è sempre aspirazione a nuove proprietà.
Ed anche quello per il sapere.
Nonché quello per la verità.
Ma ciò che è vecchio ci annoia presto, ci infastidisce: tendiamo ancora le mani, non siamo mai sazi.
Le peggiori menzogne sono state ripetute come verità a proposito dell' altruistico amore.

E l' amore tra i sessi è il più estemporaneo di tutti. L' amante vuole incondizionato possesso, un potere assoluto su anima e corpo, vuole prendere stanza nel cuore dell' altro e signoreggiarvi come il più alto e desiderabile dei beni. Così facendo, desidera estromettere il mondo intero da lui, escluderlo totalmente, per esercitare indisturbato il potere della conquista.

Friedrich: - Che questo amore, divinizzato ed esaltato nei secoli ed in tutti i tempi, sia stato contrapposto all' egoismo, è pur buffo. Esso è forse l' espressione più spregiudicata dell' egoismo stesso.

Sirio: - Amico caro, non so dire, con esattezza, se noi si abbia ben ragionato. Provo una singolare sensazione, che non può decidersi se chiamarsi dolore o fredda sospensione di emozioni : la notte a venire sarà per la meditazione...
La strada giunge al termine: riecco il bivio...

Ti porgo il mio saluto e con me porto la tua amicizia. Alla prossima volta, e che giunga presto.

Friedrich: - Salute a te, stella troppo vicina alla Terra. Quel che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male. Ricordalo.

mercoledì 29 settembre 2010

La monade perplessa

Ficcarsi in un ruolo, un aspetto, una foggia, un carattere; rendersi un sunto, una versione leggibile, comprensibile, abbastanza chiara -quantomeno alle menti meno pigre, più intuitive, vive-; darsi, appartenere, partecipare, condividere: così si dovrebbe fare, se solo vi si riuscisse, per guadagnare un po' di compagnia, di umano calore, di vicinanza.
Ma come si fa a decidere d' essere quella certa qual cosa, senza inficiare tutte le altre, in questa breve parentesi mortale, peraltro unica, e pur in questo  onesto e necessario ateismo.
Non tutti sanno delegare.
Io, per esempio, non ne sono capace.
Non riesco a delegare alla religione la mia consapevolezza dell' Abisso che inghiotte ogni ragione, ed intanto la mia individualità reclama incessantemente la sua quota di significato, di legittimazione.
Un senso.
Uno sfogo.
Un pretesto.
Le domande tendenti a trovare una parvenza di significato, le domande in attesa di risposte, l' attesa di  una conciliazione tra ciò che sono e ciò che dovrei limitarmi ad essere -che mi è consentito essere con gli strumenti umani di cui dispongo-, non mi conducono che all' incontro con il Caos.
Ed il Caos, semplicemente, è.
Onestà intellettuale ed applicazione non portano che a questo.
Ogni istante sia, allora, il sempre, il tutto, il mai.
Nell' istante ogni dolore, ansia, desiderio, proiezione futura siano epurati drasticamente, completamente: dev' essere nudo, dev' essere puro, dev' essere uno, avere il pieno senso, non averne nessuno.


...


Nel periodo della sua permanenza a Berlino, il giovane Dott. Giuliani recò con sé tutta la sua italianità, suo malgrado e molto inconsapevolmente.
Conosciuta in corsia Edel, laureanda in otorinolaringoiatria, la invitò a bere qualcosa, una volta finito il turno, e magari a farsi una pizza insieme.
Edel lo condusse poi nel suo miniappartamento, ove trascorsero la notte.
L' indomani Giuliani la rivide, nel corso del giro pomeridiano delle visite.
L' emozione, pur leggera, aveva qualcosa di ancestrale, che non tentò di sondare, ma che lo fece arrossire un po', procurandogli una sorta di inutile imbarazzo.
Pensò di doverle sfiorare una mano, accennando un sorriso vagamente complice.
Edel lo guardò con occhi indifferenti. Seccata da quel contatto e stupita,  gli chiese poi, senza alcun sarcasmo : "Ma tu, chi sei?" . E ripose la totale attenzione sul suo lavoro.

 ***

lunedì 9 agosto 2010

Ma basta!

... con queste mascherate velleità e lo sfoggio di purezza od onestà intellettuale di tutti i ben-viventi, i ben-pensanti maestri di tolleranza (di moda e di comodo), gli eruditi smaglianti, tronfi di malcelato orgoglio, i mistici e i loro dèi-Narciso, coloro che imbrogliano sè  stessi con l' illusione d'essere i puri artefici del loro stesso Pensiero o del loro Dubbio.
Basta a chi piange l'esistenza dall' uscio di una reggia piena di forzieri d' oro.
Non è che desiderio insaziabile e frustrato il loro "cosmico dolore". 
E' l' amigdala, la parte meno nobile del cervello, che guiderà comunque, passo dopo passo, il loro percorso vitale.

venerdì 30 luglio 2010

Solo una riflessione topica




"Bisognerebbe darsi alle cose pratiche", mi dicono...
In effetti -ne convengo-, creare, lavorar di muscoli, zappare la terra e costruire oggetti, fare qualsiasi altra cosa pratica o di applicazione tecnica, allontana le ancestrali ossessioni della mente.
 
Pare che accurati studi, però, abbiano definitivamente stabilito che una delle peculiarità del cervello femminile sia quella di saper coordinare parecchie attività diverse simultaneamente.
Questo, solo per avvalorare ciò che segue: io sono una grande fattrice di cose, operosa come un'ape, tendente al generoso dispendio di energie (o, quantomeno, lo ero prima dell' attuale schianto), spesso iperattiva, ma il mio disagio esistenziale non trova in alcun modo soluzione e requiem, perché il pensiero circolare non smette un solo istante di avvolgersi  su sé stesso.

Il disagio sta tutto nell' assoluta certezza della mia irrilevanza. Si sa: a nessun essere umano piace essere irrilevante. Vorrebbe, quantomeno, scoprirsi uno straccio di giustificazione ad esistere, un senso, un nesso, un pretesto.  Cioran giunge a dire che ciascuno di noi potrebbe in tutta sincerità sintetizzare il nostro massimo desiderio nell' affermazione: "Voglio essere lodato".
Invece il vizio è tutto concentrato agli esordi: volere il senso, cercare il senso originale e scoprirne una qualche coerenza.

Alla resa dei conti la vita è una malattia dal decorso letale: inutile insistere su un simile lapalissiano concetto.
Il decorso "clinico" è straordinariamente simile per ogni mortale pensante: desiderio, effimero benessere, frustrazione e noia, nuovo desiderio, nuovo effimero benessere, frustrazione e noia, nuovo desiderio ...
La si "cura" con ciò che è immediatamente disponibile, data la pigrizia d' indole ancestrale che ci marchia tutti: essenzialmente le passioni ed il conseguente corteo di emozioni. Illusorio ritenersi sulla via dell' assoluto.

Sono un individuo pesantemente isolato, per mia stessa fatale natura, e ritenevo erroneamente d' aver già visto ed intuito il peggio, ad oggi, perché le acquisizioni e gli incidenti di un' esistenza neppure vagamente facile possono ben rappresentare un sufficientemente ampio spettro di esempi, così ampio da indurre a far credere che esso aiutasse nella conquista di un' agognata forma di sana atarassia. 
Tanto avrebbe potuto bastare per godersi finalmente le fantasmagorie della natura: confondersi e sublimarsi nella pioggia, intravedere una placida bellezza nell' indifferenza di un cielo, confondersi nel respiro di un bosco, ascoltare il frastuono del cuore del mondo.  Il sublime, insomma.

Ho desiderato (!) d' essere lupo della steppa, aquila, farfalla, granello di sabbia..., ma, più di ogni altra cosa, di non essere affatto.
Il dolore d' essere discendente della specie sbagliata ha l' aspro sapore della disperazione senza riscatto.

Perché l' autentica specializzazione (od effetto collaterale del cammino) della razza umana è la spropositata capacità d' angosciarsi. La capacità d' angoscia dei mortali non colma mai alcuna misura: noi sappiamo soffrire in modo indicibile senza morirne all' istante. Coriacei, testardi, risoluti a respirare a tutti i costi. Questa determinazione, tutto sommato, ha delle connotazioni oscene, ad una sua considerazione iper-razionale: come si può essere tanto incoerenti?
E' che amiamo il dolore.
La nostra civiltà è impregnata all' idea che esso ci "salverà", in qualche modo, dalla morte e ci consentirà di trascendere le spoglie mortali.
"Io voglio essere lodato", si diceva prima, ma non soltanto. "Io voglio essere lodato in eterno".
Insomma, siamo edonisti. Giù la maschera.


lunedì 19 luglio 2010

Ipotesi ragionevolmente farneticanti

Forse il disagio del vivere è direttamente proporzionale al numero di domande che ciascuno di noi si pone. La curiosità uccide? (tanto va la gatta al lardo...)

Intasare la propria esistenza di questioni irrisolte, infatti, non può che aumentare lo sgomento d' esserci.

L' immagine dell' eternità più efficace, ai miei occhi, è questo gatto di domande che non s'avvede di stare mordendo la sua stessa coda.

Rilassati, Sirio, suvvia. Zittisci. Lascia in stand-by i due lobi, ché, tanto, il tuo sarà il destino di tutti i curiosi: morire di somma noia.

E' che non posso: ciononostante è una "scelta" obbligata dalla natura (o dalla mia...).

I n e l u d i b i l e.

Quando si parla di "destino", in un certo senso non si dice una sciocchezza: esso, in effetti, ci comanda davvero, manovrando i fili a guisa di burattinaio, perchè alberga proprio dentro di noi.
Il nostro destino è la nostra indole, il temperamento, lo stile di apprendere ed organizzare i pensieri..

Tra le varie infamie accadenti agli esseri vivi e pensanti, ad un certo punto avverti la senilità, tuo malgrado. (Accidenti, mi credevo immortale fino ad appena ieri.)

Deduco che la vecchiaia è soltanto un evento psico-materiale: lo spirito non se ne avvede quasi e tende perennemente a rimuoverne la consapevolezza. In un certo senso si dissocia dalle nostre spoglie mortali.
La faccenda si fa sconveniente: sono un' atea che parla come una mistica, perché, a ben guardare, dire "spirito" mi trasporta in una nebulosa disseminata di oscuri significati, ciascuno più imbarazzante e contraddittorio dell' altro.

Il punto è comprendere se questo fenomeno sia di natura comunque organica ed adempia ad uno scopo di sostegno (una sorta di puntello alle progressive difficoltà che l' invecchiamento comporta), oppure "ultraterrena", quantomeno nel senso di "cosmica".

(Propendo per la prima, essendo io -volete o nolente- , razionale ed agnostiica, ma mi piacerebbe infinitamente credere, anche soltanto un po', alla seconda..)

Checché ne dicano gli stoici, noi mortali continuiamo, imperterriti, ad esaltarci nelle passioni, a perderci nelle emozioni, a vivere e morire per esse.

Il perseguimento della virtù, certamente, continua a rappresentare il massimo bene, ma non scalda il cuore, il corpo, il sangue. E' cibo per l' anima, ambrosia per lo spirito, nutrimento massimo, dai frutti durevoli -se durevoli possono dirsi i frutti di chi è votato alla morte-, ma la separa dai sensi, e così facendo ci disumanizza.

E' l' inferno che desideriamo in questa vita tangibile, perché è infernale la sua realtà, e noi siamo animali mimetici, camaleonti di tempo e spazio, dalle capacità di adattamento straordinario. Il nirvana, se c' è ed ovunque sia, dovrà attendere.

Rimane una sola procedura di sopravvivenza: degustare stilla a stilla il veleno dell' ignoranza miscelato all' essenza delle (im)probabili possibilità di scoperta, con l' atteggiamento talvolta dell' attore e talaltra dello spettatore esterno della propria stessa vita; affinando l' arte del contemporaneo esserci e non esserci, dimesticandosi nell' attitudine ad entare ed uscire dal proprio io, come da un' uscio basculante e ben oliato.

giovedì 8 luglio 2010

Voltaire

Storia di un buon bramino
(1761)
Incontrai nei miei viaggi un vecchio bramino, uomo di grande saggezza, spirito e sapienza. Per di più era ricco, e di conseguenza più saggio ancora, poiché, non mancandogli nulla, non aveva bisogno di ingannare nessuno.

La sua famiglia era benissimo governata da tre belle donne che si studiavano di piacergli, e quando non si divertiva con loro, egli si occupava di filosofia.

Un giorno il bramino mi disse: “Vorrei non essere mai nato”.
Gli chiesi il perché ed egli mi rispose: “ Studio da quarant’ anni e sono quarant’ anni perduti: insegno agli altri e ignoro tutto. Questa condizione mette nel mio animo tanta umiliazione e disgusto da rendermi insopportabile la vita. Sono nato, vivo nel tempo, e non so che cosa sia il tempo; mi trovo in un punto fra due eternità, come dicono i nostri saggi, e non ho la minima idea dell’ eternità. Sono fatto di materia; penso e non ho mai potuto sapere che cosa produce il pensiero; ignoro se il mio intelletto sia in me una semplice facoltà come quella di camminare e di digerire, e se io pensi con la testa così come io prendo con le mani. Non soltanto il principio del pensiero mi è ignoto, ma mi è egualmente celato il principio dei miei movimenti: non so perché esisto. Eppure ogni giorno mi vengono poste domande su tutti questi punti: bisogna rispondere, e non ho nulla di buono da dire; parlo molto e rimango confuso e vergognoso di me stesso, dopo aver parlato.
E peggio ancora è quando mi chiedono se Brama sia stato prodotto da Visnù o se siano entrambi eterni. Dio mi è testimone che non ne so una parola: lo si capisce bene dalle mie risposte. “Ah! Reverendo padre, mi dicono, insegnateci come mai il male allaga tutta la terra.” Sono imbarazzato come coloro che me lo chiedono, e a volte rispondo che tutto va per il meglio. Ma chi è stato rovinato o mutilato in guerra non ci crede, ed io neppure: mi ritiro allora in casa oppresso dalla mia curiosità e dalla mia ignoranza. Leggo i nostri antichi libri, e le tenebre infittiscono in me. Parlo ai miei compagni: gli uni mi rispondono che bisogna godere la vita e infischiarsi degli uomini, gli altri credono di sapere qualche cosa e si perdono in idee stravaganti: tutto aumenta il sentimento doloroso che provo. A volte sto per cadere nella disperazione, quando penso che dopo tutte le mie ricerche non so da dove vengo, né chi sono, né dove andrò, né che sarà di me.”

Lo stato di quel buon uomo mi fece veramente pena: nessuno poteva essere più ragionevole e sincero di lui. Pensai che tanto maggiore era la sua infelicità quanti più lumi aveva nell’ intelletto e sensibilità nel cuore.

Lo stesso giorno vidi la vecchia che abitava nelle vicinanze e le chiesi se si fosse mai sentita triste di non sapere come fosse fatta la sua anima. Non capì nemmeno la domanda: mai per un attimo della sua vita aveva riflettuto su uno solo dei punti che tormentavano il bramino: credeva alle metamorfosi di Visnù con tutto il cuore e, purché avesse ogni tanto acqua del Gange per lavarsi, si credeva la più felice delle donne.

Colpito dalla felicità di quella povera creatura, tornai dal mio filosofo e gli dissi: “Non vi vergognate di essere infelice mentre alla vostra porta c’ è un vecchio automa che non pensa a nulla,e vive contento?”
Avete ragione – egli rispose-, mi sono detto cento volte che sarei felice se fossi sciocco come la mia vicina, e tuttavia non vorrei una simile felicità”.

Questa risposta del bramino mi fece più impressione di tutto il resto; esaminai me stesso e vidi che in effetti non avrei voluto essere felice a costo di essere imbecille.
Proposi la questione ad alcuni filosofi, e furono del mio parere.
“Eppure, –dicevo- , c’ è una contraddizione stridente in questo modo di pensare”. Poiché, insomma, di che cosa si tratta? Di essere felici.
Che importa essere intelligenti o sciocchi? E c’ è di più: chi è contento del proprio stato è ben certo di essere contento, mentre chi ragiona non è altrettanto certo di ragionare bene.
“E’ chiaro, comunque, -dicevo-, che bisognerebbe scegliere di non avere il senso comune, per poco che questo senso comune contribuisca al nostro malessere.”
Furono tutti del mio parere, ma non trovai nessuno che accettasse di diventare imbecille per essere contento. Conclusi quindi che, se la felicità ci sta a cuore, ancor di più ci preme la ragione.
Ma, riflettendoci, pare insensato preferire la ragione alla felicità.
Come può spiegarsi, allora, tale contraddizione?

Come tutte le altre.
Se ne può ragionare all’ infinito.
***
Ipotesi prima: gli umani hanno in dotazione biologica l' arte dell' ossimoro vissuto. Se ne crogiolano e ne godono.
Ipotesi seconda: scegliere è un' illusione. Si tratta del verbo più bugiardo in assoluto presente nella nostra lingua.