martedì 11 gennaio 2022

Appunti antropocentrici 13

Mi ricordo bene il tempo in cui il pensiero in generale solo artatamente, al contrario di oggi, mi procurava piacere.
 
Deliziose ed anzi appassionanti in modo pregnante erano altre attività, tutte riconducibili a diverse finalità di aggregazione: il contatto con gli altri, purché non fosse solo uno sfioramento occasionale ed effimero, mi faceva bene, mi appagava.
Ero giovane, si capisce: le illusioni si abbandonano soltanto dopo infiniti scorni, ma il solo modo per riconoscerle nella loro reale natura consiste nell'assistere, inorriditi, al loro stesso sgretolamento una volta adulti e quasi vecchi. 
Erano gli ideali politici, di comunione tra esseri umani, di amicizia disinteressata, di lavoro moralmente gratificante e materialmente decoroso, ad alimentare il fuoco della giovinezza.
 
Ora mi pare che aggregarsi anche solo idealmente significhi unire la propria voce ad un coro, maggioritario o minoritario poco importa, purché si omogeneizzi al motivo comune di turno. E' sempre squallido. E povero.
Chiedo perdono: pur non nutrendo il culto della solitudine non ne sono capace, non disquisirò sulla pandemia, visto che ho dolori impellenti ed immanenti da ben prima che con ogni probabilità manterranno quel carattere di sussistenza anche dopo.
Ignoro ed anche non escludo l'eventuale presenza di una qualche lieve patologia neuropsichiatrica che mi costringe a provare un frustrante e quasi costante senso di derealizzazione nel tentare di vivere la vita, ma ciò che sento soprattutto nel condurla, così come mi è capitata, è sgomento e stupore, tale e tanto è il grado di estraneità che me ne deriva.
Fermo restando il mio fatale ed innato pantragismo (che così poco aggrada ai tanti pseudo amici persi, a riprova del fatto che la loro amicizia era bugiarda e crapulona), so esattamente che cosa intendesse il buon Marx parlando di alienazione perché ne vivo professionalmente i presupposti ed intanto ne muoio.
Queste son cose che non si possono più né scrivere né leggere, non seducono e non interessano nessuno (scandalizzano un po') e la cui soluzione è affidata agli psicofarmaci od ai sogni.
 
Oggi sognerò il mio abbaino della vecchia casa fantastica nei boschi dalla cui finestrella intravedere  (meraviglia!)  la coda furtiva della volpe tra i cespugli ed in alto le grandi ali dell'aquila reale. Sognerò il mio bambino, mia madre, mio padre, i miei gatti e cani: resusciterò gli amati assenti ed i morti, i soli degni delle mie lacrime.
 
 
 

venerdì 19 novembre 2021

Piccola anima smarrita e soave -10- contrappasso

Percepisci i tuoi giorni futuri come probabilmente pochi, dannati ed amari.
Ti ricordano un branco di lupi affamati che ti accerchiano scoprendo i canini, in procinto di azzannarti alla gola. 
Sei nata preda, non violenta pur non essendo debole e sostenuta dall'orgoglio di un'eccentrica dignità misticheggiante da pura atea.
Tremi, dunque sei, ma non ne ricavi alcun sollievo: rimani impietrita e stupefatta.
 
Eppure tenti di dimenticarti e di guardare alle prossimità ed alle alterità, ma niente, è pure peggio: continui a percepire i giorni futuri, questa volta di tutti, come sostanzialmente pochi, dannati ed amari.
Pensi che chiunque altro, se solo allentasse le redini con cui ha imbrigliato la sua stessa vita ed aprisse gli occhi da individuo,  nella sua scandalosa ma sostanziale solitudine e dismettendo l'idea di  appartenenza ad una collettività in cui crede talvolta con ingenua buonafede talaltra con sbrigativo conformismo, potrebbe vederlo.
Pensi che l'edonismo su cui si concentrano non sia che una scappatoia, od una tana. E ti sbagli: l'altro è insondabile ed i motivi di ciascuno di noi stanno a distanze siderali da quelli dell'altro. Non c'è mano che possa estrarci dal nostro abisso.
Qualche volta è misericordioso, per se stessi, perfino non guardare.
 
Ripassi mentalmente le tue letture classiche più intense ed appassionate, quelle dai sedici anni in poi, e sospetti che in aggiunta al loro indiscutibile apporto intellettuale e morale abbiano, come effetto collaterale,  nutrito nello spirito i semi della disperazione di quel tuo suolo tanto compatibile.
 
Invecchiando, con l'accatastamento di esperienze e cognizioni che la cosa comporta, ti senti schiacciata dal vecchio e  noto sentore di oppressione che il tuo forzato silenzio ti procura fino all'asfissia anziché più libera  grazie alla maggior consapevolezza.
 
Il declino fatale, irrimediabile e colpevole dell'esistenza di un'etica di base condivisa  per la stirpe umana raggiunge apici che ogni giorno superano i precedenti. Ne soffri senza tregua, mentre altri per questo ti irridono, quando non sentenziano che sei "troppo, troppo, troppo esagerata". Pare che l'antica funzione espiatoria delle catastrofi, che una volta superate lasciano una tabula rasa su cui ricostruire, sia totalmente scomparsa: ora chi detiene il potere le addomestica e le cavalca, quando pure non le favorisce.
Tuttavia, le armi di distrazione di massa agenti da tempo funzionano a meraviglia. Una moltitudine di gente blatera e si accalora su tutt'altri argomenti, dal per me incomprensibile  campanilismo nazionale sui primati sportivi ed olimpionici alla tifoseria vaccinale, dalle generiche invettive contro i politici delinquenti ed opportunisti alla ricerca di capri espiatori complottistici vari e via dicendo, sulle ali della banalità e della stupidità.
Il solo discorso sensato e prioritario dovrebbe occuparsi delle sofferenze e delle iniquità subite dagli innocenti e porvi rimedio, ma è esattamente questa affermazione a suonare banale ed ingenua, nonché noiosa.
E poi, simile contrappasso basterebbe davvero a consolazione dell'essere nati?
 
 

mercoledì 7 luglio 2021

Piccola anima smarrita e soave -9- l'onta della resilienza

Bisognava agire prima che lo tsunami del disgusto inquinasse ogni aspetto dell'esistenza e promettesse con sempre maggiore evidenza una conclusione tanto mortificante e triste.
Bisognava capire in tempo, in giovinezza, come nutrire intelligenza ed anima e come impiegare le energie con il minor danno possibile per sopravvivere in sufficiente dignità senza sprofondare nel fango delle miserie di questo sistema prevaricante ed ingiusto, dato che l'altra opzione, vale a dire il loro utilizzo ben finalizzato nel rispetto di indole ed eventuali talenti, poco ha a che fare con la sola volontà e si scontra con elementi potenti quali l'autostima, la logistica, il censo di appartenenza, lo stesso proprio rigore.
Bisognava anche superare la stessa ragione biologica, questa ostinata innata caparbietà di preservare ed  addirittura replicare ciecamente ed  egoisticamente la vita ed optare con protervia verso il bello ed il bene, a prescindere dal loro prezzo, fosse pure quello estremo.

Noi perdenti, nonché perduti, siamo in tanti, per lo più senza voce, deficitari di parole oppure, al contrario, nauseati anche da quelle, dopo ciò che è risultata essere stata una loro scriteriata dissipazione nel tentativo di impostare rapporti umani di tutti i tipi sorretti dal dialogo.
Il dialogo: quale patetica  fanfaluca, tutto sommato. Siccome ci si vergogna del proprio intrinseco egoismo ci si finge quasi sempre estremamente interessati all'altro, purché, beninteso, possieda uno straccio di contenuti. Spesso è un modo per gratificarsi a spese altrui.
Ne ho fatto qualche esperienza anche in questo blog: corrusche amicizie di tastiera così intense e repentine da promettere l'eternità. Un'eternità presto finita. E' il massimo che ci riesca.
 
Se ciò che andava fatto non è stato neppure abbozzato e ciononostante si respira ancora tra i fetidi miasmi di una vitucola di pesanti fatiche a fronte di minimi risultati, tollerando la promessa dello stesso proprio destino di precarietà, il governo, i talk show dei media di Stato, gli eterni impuniti, la crudeltà indicibile della propria stirpe verso gli altri viventi e l'infinità degli altri mali, si è campioni di resilienza. Oggettivamente complici della vergogna.

Confido quindi soltanto sull'imperturbabile saggezza della Natura, che con più di qualche probabilità date le attuali avvisaglie, stenderà un definitivo velo pietoso sulle nostre risate e sulle nostre lacrime.

 

mercoledì 14 ottobre 2020

All'amico D.

Certo, per amor d'onestà e di verità cui la tua indole ti costringe, vorresti dirlo a quel vecchio amico che di tanto in tanto ancora ti fa visita che non sei più affatto quella persona che lui si ostina a vedere, forte della dolce fragranza di ritorno dei ricordi di giovinezza.

Non sei più il "suo angelo immaginario", non hai più visioni né profezie da elargirgli. D'altronde, pur nella sua buonafede, neppure ai tempi d'oro dei dialoghi e delle passeggiate filosofiche nei campi aveva scoperto che in realtà la tua era una voce di Cassandra.

Vorresti spiegargli quanto sia opaca adesso la tua vita e scandaloso il tuo costante dolore. Vorresti descrivere la vastità della tua solitudine senza appello, esattamente identica a quella sua stessa, che però lui per nulla al mondo vorrà ammettere mai.

Vorresti almeno dire a quest'ingenuo buon amico che a te difetta il meccanismo di rimozione che salva tutti gli altri e vedi con chiarezza che l'esistenza, coattiva perché imposta da una legge naturale che gli uomini poi sistematicamente infrangono e sconfessano, altro non è che malattia e preludio di morte. 

La malinconia, si sa, è contagiosa ed invisa ai gaudenti, ma la sua eterna indissolubile  permanenza sotterranea nei suoi portatori mentre li fa apparire fragili li fortifica. Vorresti congratularti con lui perché, se non altro, ha intuito ed amato solo la tua forza.

Eppure, giacché sei umana, le sue comparsate ti commuovono e le apprezzi, ed intanto pensi a quante altre inutili vicende sono nate così, in mancanza di pienezza, con spirito frugale e rassegnato, senza aspirazioni di grandiosità, perché poco,  in verità, quando riguarda la tua stirpe, ci si può aspettare di permanentemente grandioso.


martedì 5 maggio 2020

Cicalare pallido e distratto

Mi chiedo continuamente -e senza sarcasmo o, peggio, sottile ipocrita autocompiacimento- se essere così decisamente precipitata nella mia attuale situazione in cui la quasi totalità delle esternazioni  verbali sulla quasi totalità degli argomenti, in particolar modo pubbliche, giornalistiche e social mi pare uno stupido cicalare, sia una malattia. In definitiva mi preoccupa un poco la mia conclamata idiosincrasia per qualsiasi liturgia della comunicazione la quale, puntualmente, mi suona prima fuorviante e poi mortalmente noiosa.

Sta di fatto che a me pare che il messaggio della Botteri in questi giorni in risposta all'idiozia dell'attacco ricevuto che mi sembra vertesse sulle sue personali scelte estetiche fosse ben preciso e mirato e non avesse davvero il minimo interesse a comunicare qualcosa che suonasse come giustificazione nel merito.
La giornalista ha approfittato dell'occasione per sussurrare alla maggioranza delle sue colleghe, alcune delle quali si ammantano di un'aura da paladine del riscatto femminista ad ogni occasione, che l'apparenza non inganna mai e che se non si ha il coraggio di apparire come si è allora esiste un problema con se stesse con conseguente, talvolta dolorosa, contraddizione.
Se la suddetta contraddizione non è dolorosa, allora ciò che si predica a proposito di dignità, pari opportunità, rifiuto del sessismo, ecc. ecc., è in malafede.


mercoledì 19 febbraio 2020

Appunti antropocentrici 12- leopardismi

Conosco oggi soltanto persone apparentemente pacificate con se stesse e che si autodefiniscono realizzate a prescindere dalla qualità oggettiva e dalle difficoltà della loro vita, totalmente ignare della presenza dell'entropia più sfrenata nel loro sedicente destino e pertanto convinte di averlo costruito e magari anche di poterlo modificare con un poco d'impegno, oppure obnibilate da quell'orribile patologia chiamata egoismo che consente di non-solo-sopravvivere bene mentre troppi altri soffrono e muoiono.
La loro esistenza è quella certa qual cosa da tenere così come sta, intrinseca ed immanente.
La maggioranza dell'umanità ha lo spirito del Candide di Voltaire e nel caso in cui  sia capitata la sventura di una vita non esattamente comoda e piacevole ciò non induce di certo a porla in discussione: spesso pare la migliore e l'unica possibile perché, alla fine, con l'abitudine, il male si stempera in una fatalistica rassegnazione inconsapevole  nella generalità dei casi.
Le persone cui mi riferisco, d'altronde, non sono letteralmente disperate ed hanno avuto, a tempo debito, la lungimiranza  di crearsi qualche prudenziale appiglio materiale, ideale  e sentimentale.
(Come si definivano, al tempo delle definizioni? Ah ecco: i borghesi. Una vera moltitudine, oppure soltanto più visibili e logorroici dei veri diseredati ed oppressi?)
Quanto sia costato e costi in termini morali la svendita della libertà e della propria originaria indole è spesso uno sbiadito, irrilevante dettaglio. Questa, almeno, è sempre stata la mia conclusione: supponente e pretenziosa, certo, forse.
Solo di recente, grazie a quel pizzico di saggezza che le metaforiche bastonate della vita sanno indurre, ho scoperto che ciò che davo per certo, come l'amore per la libertà -almeno di giudizio e pensiero- e il desiderio di armonia e giustizia generali non sono affatto prioritari per chiunque.
D'altronde, resto una profana  e non rientro a nessun livello nel gruppo: io sono mio malgrado una perdente nata, secondo gli attuali stilemi nei più vari campi, per indole ed autentica inettitudine al trasformismo.
Eppure, attingendo alla memoria del mio sottosuolo, ricordo che nonostante questo, che è vero da sempre, la potenzialità che ravvisavo nella vita mi ha appassionata violentemente, da ragazza.  
"A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si han in testa a quell'età": tanto da ritenere, con ridicola sicumera, che chiunque avrebbe, in fondo alla propria coscienza, desiderato l'Uomo nuovo, traboccante d'amore e pure d'intelligenza, entrambi finalizzati a godere senza confini e senza ingiustizie della semplice bellezza del mondo.
E' ridicolo, lo so bene, ma se l'utopia, per definizione, è priva in sé e per sé di pratica realizzazione ha ugualmente lo straordinario potere di nutrire l'anima.

E' risultato poi vero che, come affermò Mark Fisher, "la pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati". 
Quanto comunque sarebbe stata perfino solo ipoteticamente complessa la cura (impossibile senza eliminare interamente un Sistema globalizzato) è ben reso dalla successiva sua determinazione al suicidio.
Però il punto è un altro.
Quanta gente mentalmente angosciata nel senso sottinteso dalla citazione conoscete ed io stessa conosco?
Quanto a me, ripeto, una piccolissima, quasi nulla ed invisibile minoranza se si escludono tutti coloro che patiscono o la mancanza di qualche bene non indispensabile o l'antipatia per questa o quella persona,  questa o quella etnia,  questa o quella circostanza specifica.
Chi non è sorretto dalle comode sicurezze materiali spesso lo è dalle scarse dotazioni intellettuali e culturali.
Tutto questo è, in fondo, tragicamente perfetto.

sabato 20 luglio 2019

Appunti antropocentrici -11-

Ci sono ancora cose, seppur sempre più rare, capaci di scuotermi e la loro suggestione, per pochi istanti, riesce a far riemergere quelle potenzialità vitali che mi appartengono per indole e che le restrizioni, i patimenti e soprattutto il sopravvenuto disgusto dell'esistenza hanno sepolto sotto cumuli di mortificazione ed una sorta di atarassia non già conquistata ma piuttosto subita per sfinimento.
Ascolto  "A woman left lonely" della Joplin e mi ricordo chi sono con esattezza perché le potenti  ripercussioni emotive che me ne derivano non possono essere che a me attinenti in modo unico ed esclusivo.
Nel passato è contenuta la certa testimonianza del fatto che sono stata capace di vivere in coerenza ed interezza con me stessa nonostante oggi il mio povero presente sia di fatto un disperato tentativo di sopravvivere sopra le righe senza consentirgli di insozzarmi e per fare questo devo anche dimenticarmi, rendermi assente, rinunciare alla mia verità.

Non ci è dato scampo, in quest'ultima lunga fase del tardo capitalismo: le opzioni fittizie a disposizione dell'individuo medio (la cui posizione nei suoi vari aspetti scivola progressivamente verso il baratro)  per poter vivere non sono che due: aderire alla dilagante edonia depressa -la scelta maggioritaria delle masse insulse e vacue- oppure optare per un dolorosissimo auto-confino meditabondo e comunque senza gioia.
Sono ancora e da sempre convinta che la tensione principale nella vita di ogni umano sia la felicità ma anche che felicità non sia sinonimo di piacere. Il piacere fine a se stesso è appannaggio dei poveri di spirito.

Quel che trovo stupefacente, piuttosto, è il grado di asservimento mentale, qualche volta inconsapevole, di cui fanno sfoggio, loro malgrado, i sedicenti intellettuali.
A che cosa, a chi servono?
E' meno arduo rispondere a questo piuttosto che chiedersi a quale platea ideale aspirino a rivolgersi.
C'è stato un tempo, in fondo non così remoto, in cui approfondire ed accrescere la cultura equivaleva ad aspirare alla libertà, innanzitutto di pensiero e giudizio personali ed immediatamente dopo generale, per tutti, di tutti, dell'umanità.
Quest'ultima è un'aspettativa desueta, se non morta: l'autoreferenzialità è il massimo delle loro aspirazioni.
Ne deriva, signori intellettuali-mezze-calzette d'oggi, che siete inutili, a causa della vostra completa assenza di coraggio e del vostro evidente, fin imbarazzante, povero narcisismo.