mercoledì 12 settembre 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di fine estate -2-

Il piacere non è necessariamente morboso, non è solo mediocre, non è solo volgare, non è solo piccolo-borghese ed è spesso gratuito.
Servirebbe un poco di silenzio ed una lieve brezza, sul far del crepuscolo, che provocasse un sommesso fruscio di foglie.
Ci vorrebbero, di conseguenza, anche degli alberi.
Tanti alberi: dovrebbero essere molti, saper frinire e stridere con discreta musicalità, come se fossero cicale un poco timide.
(Com'è bello illudersi che le cicale siano davvero gli spiriti dei nostri amati perduti)
Ci vorrebbe, allora, la cassa di risonanza di un vero bosco.
Poi, una pioggerellina leggera e gentile sotto cui muoversi lentamente, al passo delle creature silvane
( danza la verde ombra d'Ermione).

Il massimo cui aspirare è questo, per me.
Per qualche istante il maglio a due teste della consueta e perenne disperazione del vivere s'inceppa, ed io respiro, con stupefatto piacere.
Poi ricomincio a morire, ché è questo il fatale fine della nascita.
***


Una delle piaghe dei tempi moderni consiste nel fenomeno penoso ed increscioso che consente che quanto è maggiore l'oggettiva pochezza della propria sostanza interiore, tanto maggiore è la scarsità di pudore nell'ostentarla. 
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Mi provoca sofferenza viva, talvolta, assistere in modo fortuito alle ridicole esternazioni della propria esistenza nei suoi più banali ed insulsi aspetti sui social network , da parte della gente comune.

Per quel che attiene i frivoli contenuti dei così detti VIP, invece, il sentimento è  semplice ripugnanza o pesante fastidio, ma  ciò non merita davvero alcun approfondimento. Quelli contano in un ritorno pubblicitario o di consenso, ma è altrettanto logico e banale che funzioni a meraviglia, date le fievoli capacità critiche delle masse.

Trovo invece agghiaccianti e perfino offensivi i necrologi, le condoglianze, la partecipazione emotiva post mortem palesati virtualmente, e disperanti le dichiarazioni d'amore per i propri congiunti pubblicizzate in siffatto modo.
La sensazione che me ne deriva è una schifata compassione, una sconfinata tristezza.
Ma perché mai non vi basta dirlo nell'intimità delle vostre stanze quanto volete bene ai vostri amanti, coniugì, sorelle, fratelli, nipotini, nonni, amici, reietti della Terra, cani e gatti?

Da un punto di vista antropologico è evidente ed appurato che l'Uomo ha un possente bisogno del rito per sentirsi parte di una comunità dato che il sentimento di appartenenza attenua l'angoscia dell'irrilevanza e la paura che incessantemente attanagliano la sua mente, e lo consente a prescindere dalla disanima degli effettivi contenuti.

Questo, però, non mi pare il  caso.
La presenza e le manifestazioni di idiozia della gente nei social nella maggioranza schiacciante dei casi misura una patologica e non più dissimulata mitomania, così grave da indurre persone anche di media intelligenza e potenzialità a cicalecciare sul nulla senza ritegno, ostentando la vanità più stolta.
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E' indubbio che  malessere psicologico e  stress, quest'ultimo anche essenzialmente fisico,  intensi e protratti nel tempo, possano degenerare in  patologia anche grave.
E' meno certo che la guarigione  seguirebbe analogo percorso al rovescio con esito  positivo, se pure fosse possibile.
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La prima deduzione che  ne pare discernere è in odor di ossimoro, perché un certo tipo di disagio psicologico, tutto personalistico e scaturito dal mal d'anima generico di cui soffre la persona sensibile all'ingiustizia, ai dolori, agli orrori del mondo, è segno, piuttosto, di piena salute, ovvero di completa umanità.
L'appartenente alla specie umana che prova autentici dolore e compassione per le sofferenze dei suoi simili, che preferisce il silenzio, che ricerca, frustrato, la bellezza della semplicità, che conserva l'attitudine ad amare ritenendola l'assoluta priorità della sua esistenza soverchiato poi dalla delusione derivante dall'oggettiva impossibilità di esercitarla, che non riesce -assolutamente non riesce-, in alcun modo, ad integrarsi socialmente, adattarsi, gettare la spugna e pacificarsi, ricordi almeno che i deviati ed i malati sono tutti quegli altri.

La seconda deduzione, ampiamente avallata dalla mia crescente tachicardia e dall'aggravamento della depressione, è che, pur se coscienti della perversione della realtà in cui si è costretti a rimanere immersi, non si ricavano per questo né lenimento del dolore né guarigione, ovvero la conoscenza  non conduce ad alcun progresso definitivo.
Camus scrisse, da qualche parte, che "per suicidarsi bisogna amarsi molto".
E' vero.


mercoledì 8 agosto 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di mezza estate (logorrea improvvisa da afa padana) -1-

E' opportuno selezionare con grande attenzione l'ingresso delle persone nella propria vita fin dall'avvento dell'età della ragione.
Ciò è particolarmente raccomandato ai temperamenti ipersensibili-malinconici ed alle anime belle, fatto che rende l'assioma soprastante  in sé elitario.
La cosa inoltre seccante, pur se fatale,  è che a prenderlo alla lettera ci si voterebbe al quasi totale isolamento.
Sarebbe meglio, dal punto di vista pulito e scintillante della razionalità: meno amarezza, meno delusioni, meno noia, meno nausea da derivazioni umane.
Sarebbe peggio, perché toglierebbe ogni alibi nel momento -fatale anch'esso- in cui, nonostante un isolamento benefico dal corrotto e corrompente consorzio umano, le cose appaiono nella loro sostanza oggettiva:
talvolta bellissime  ma 
indifferenti, 
talvolta terrificanti ma
indifferenti,
altra ancora neutre ma
indifferenti.
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« Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa..." 
Ora io vedo la quasi totalità delle menti, seppur non solo le migliori -ma i superlativi ormai sono estinti per carenza di qualità nel secolo dell'appiattimento fattuale in atto-, né solo le peggiori, abbarbicate come licheni ad un edonismo passivo ed intristito, ad un amor di sé senza ragione e sostanza e perciò patetico, distrutte dal bisogno di consenso e visibilità, ancora più affamate ed isteriche, digitare come ossessi proclami, aborti di pensieri, programmi di governo, aforismi di tizi a loro sconosciuti ma che suonano bene, fatti privati di ordinaria, banale e un po' deprimente esistenza, altre stupidaggini imbarazzanti, nella convinzione che ciò li renda parte di qualcosa.
Surrogati di amicizia, emozioni sintetiche, illusione di dialogo.
Erano meno strafatte quelle degli anni '60.
*** 
 
La maggioranza dei sedicenti intellettuali (spesso "/ filosofi") finge di ignorare che il solo modo per contrastare il peso delle sperequazioni sociali di cui si indignano e delle sofferenze dei reietti, sarebbe innanzitutto ammettere che sono strumentali alla permamenza di questo Sistema e sua diretta, intrinseca e logica  conseguenza.
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Ne deriverebbero la sua inappellabile condanna ed il dovere di reagire.
L'intellettualismo non implica affatto né il coraggio, né, men che meno, l'onestà.
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lunedì 16 luglio 2018

Tipi -28- i vecchi (porci)


Alla fine arriva il momento in cui comprendiamo la sostanza più corposa e pregnante della nostra vita, di solito in un letto d'ospedale od in sua prossimità, e generalmente è troppo tardi per rivoluzionarsi di conseguenza, adottare le necessarie strategie per porre rimedio agli errori madornali commessi per ingenuità o in seguito a valutazioni fantasiose ed  accettare con il necessario stoicismo e realismo d'essere spaventosamente soli con le nostre ancestrali angosce risultanti  definitivamente intraducibili e soprattutto prive di qualsiasi interesse per chiunque altro.

Ci pare di aver fatto del nostro meglio, in fondo, ma è evidente nel contempo che non è vero, dato che l'approdo di una vita si identifica quasi sempre in una spassionata generalizzata amarezza.

Peccato che saggezza, altruismo, amicizia non siano quasi mai la risposta naturale di siffatta crisi.

Conosco persone anziane affette da recriminazioni che mi ripugnano: ottantenni senz'ombra d'anima, caparbi materialisti, disumanizzati nichilisti che nella loro cieca corsa verso il nulla, ai bordi dell'abisso nero che presto li inghiotterà, si ostinano a desiderare qualche surrogato, sempre squallido e triste, di piacere.
Il bisogno edonico ha in loro spadroneggiato sempre e persiste, senza che essi si avvedano di come li abbia condotti ad una pochezza intellettuale (per non evocare alcuna morale) assoluta.

A me, che parlo d'anima pur nel mio assoluto ateismo, ridono in faccia, perché nulla conta di più, per questi tristi tipi, della vanagloria e delle loro avvizzite gonadi.

giovedì 21 giugno 2018

Natura Italiana

"Sii te stesso" è esortazione decisamente inutile, perché lapalissiana. L'ho sentita proferire molto spesso sia da persone 'qualunque' sia da sedicenti esimi professoroni ed ogni volta ne ho ricavata la sensazione di noia, leggermente dolorosa, che la banalità riesce sempre ad infliggermi.
Non è possibile mascherare la propria indole - men che meno quando ombreggia di mediocrità e bassezza-, o millantare immateriali tesori nascosti all'osservatore perspicace ed attento: alla fine ciascuno  non può essere che ciò che è e l'altro, se non lo riconosce, è uno sprovveduto.
Il congruo precetto dovrebbe recitare, semmai:"Strappa il velo, guarda bene" e presupporre comunque relazionalità, o quanto meno uno straccio di interesse o curiosità per l'altrui personalità, anche se quest'ultima ipotesi, data l'oggettiva attuale deriva degli scambi umani a beneficio dei modernistici insulsi cinguettii  e proclami autoreferenziali internettiani, pare ormai straniante, tanto è in disuso.
Conoscere se stessi, necessario ed autentico diktat esistenziae, invece, è qualcosa di profondamente diverso: un insito processo dagli sbocchi anacronistici, dato che quasi sempre si attiva alle soglie della senilità, dopo un'esistenza investita e poi spesa nelle rocambolesche elusioni che i poveri di spirito dicono "scelte normali ed obbligatorie di vita".
Di solito nuoce gravemente alla salute perché destabilizza e di conseguenza dispera ed in qualche caso ciò che si giunge a conoscere di sé non è neppure gradevole o gratificante, tanto da rivelarsi, ai soli possessori di una coscienza onesta, perfino ignobile.

Oggi l'Italiano sta re-incontrando se stesso, l'autentico se stesso che ha un'irrefrenabile passione per leaderismo e dittatura, anche solo riflesse.



giovedì 14 dicembre 2017

Piccola anima smarrita e soave -7- il pettirosso

Ho deliberatamente abbandonato, in un certo senso e nella misura in cui non ho potuto pur desiderandolo ridurre ulteriormente, qualsiasi occasione di mondanità e socialità.
Quasi tutti gli aspetti dell'alterità mi risultano pesantemente dolorosi e noiosi perché, quando sviluppati con lo spirito dozzinale di ogni prodotto di basso scambio umano, sono mediocri, inaffidabili e superficiali, e non ho ancora molto tempo da sciupare in cose vacue e vane: la ricerca di una qualche armonizzazione con la superiore e terrificante legge dell'assurdità che sovrasta la vita è un lavoro totalizzante e faticosissimo.

La sostanza degli scambi comunicativi, infatti, sta nel vuoto vertiginoso  e violento (e mi si passi l'ossimoro) con cui offendono l'anima affetta da filantropia o genericamente propensa all'amore.
L'anima buona ferita non porge affatto l'altra guancia, a dispetto di qualsiasi ridicolo catechismo formativo di ipocrisia, ma si ritrae negandosi ad ulteriori occasioni di ludibrio o sofferenza.
Chi ritiene che siffatta "autarchia" morale e solo conseguentemente di fatto sia in sospetto di presunzione o supponenza dell'animo umano preferisce considerare solo lo strato nebuloso, una troposfera dell'identità più facile a vedersi e quindi più banale, ma, soprattutto, non ha davvero la minima idea di quanto dolore infligga alle persone non già fragili ma ipersensibili una società di valori marcescenti, stupida in modo imbarazzante e squallidamente mercantile, dedita alle frivolezze ed indifferente alle tragedie pubbliche o personali, all'ingiustizia, agli orrori del mondo, al peso schiacciante del pensiero onesto, ineludibile per alcuni, che impedisce nel modo più assoluto di crogiolarsi nelle contraddizioni.

Che l'esistenza umana sia tenuta sotto scacco dall'invincibile fatale assurdità, che l'essere umano sia il solo tra i viventi a disquisirne e a disperarsene, che a lenire appena un poco la disperazione di tale consapevolezza esistano pochi espedienti, non è per niente una scoperta sensazionale: qualsiasi persona mediamente riflessiva ci arriva, magari anche solo alle soglie della maturità.
Ma m'inganno?
Forse m'inganno.
E' una delle tante mie (pie) illusioni?
Forse. E' possibile. Riconosco d'ospitare in me un'indole mistica tendente all'idealizzazione che però non prevarica l'altro suo aspetto, altrettanto vero ed altrettanto presente, razionalistico e critico.

Ragionevolmente, pertanto,  nella cruda consapevolezza che si vive senza motivo, senza merito, senza diritto, senza colpa, senza Dio, senza amore, il solo possibile antidoto al male d'esistere sarebbe la solidarietà tra i viventi.

" [...] Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi/Non avrò vissuto invano/Se potrò alleviare il Dolore di una Vita/O lenire una Pena/O aiutare un Pettirosso caduto/A rientrare nel suo nido/Non avrò vissuto invano." (Emily Dickinson)

Ebbene: è una poesia, e niente di più né di meno. La soave Dickinson, inoltre, per fatalità di nascita, poteva esercitare il privilegio di autoconfinarsi nella sua stanza a scrivere versi e contemplare un giardino.
La nascita è indubbiamente il nostro destino.

Di fatto, proveremmo perfino pudore a solidarizzare personalmente con qualcuno, rischiando d'essere fraintesi.
La gente non li vede proprio i pettirossi caduti se, come quel parrucchiere cinese che osservo al bar la mattina all'ora di colazione, non stacca gli occhi dall' iPhone neppure addentando la brioche, che ha afferrato a tentoni senza uno sguardo al piattino.

Come solidarizzare con chi si disprezza? Bisognerebbe astenersi dai giudizi. Ma giudicare non è forse inevitabilmente umano?

Visto?
Non se ne esce.

giovedì 2 novembre 2017

Piccola anima smarrita e soave - 6 - amor fati

La colpa più imperdonabile, infine, è la sostanziale incapacità di usare almeno un poco l'arte di persuadermi che ci sia un motivo, pur se ancora sconosciuto, per proseguire negli scambi umani non strettamente necessari e mantenere qualche innocua relazione sociale senza patire poi degli ineluttabili e puntuali sensi di disgusto, delusione e mortificazione.
Simile colpa è mitigata, però, dall'enormità del compito: fuori dalla caverna delle ombre la luce è abbacinante ed i pretesti si dissolvono, si sbriciolano in finissima polvere che scivola via dalle mani, com'è in fondo giusto che sia, in onore della verità.

Non affermo che il mondo ospiti solo persone di bassa levatura morale o mediocri o prevalentemente ipocrite (pur ammettendo che senz'ombra di dubbio costituiscono la maggioranza assoluta degli umani),  ma piuttosto d'essere incespicata solo in quelle a causa di una mia oggettiva ristrettezza di orizzonti e non essere riuscita per tempo ad evitare qualsiasi coinvolgimento.

Come per ogni altra azione indipendente dalla casualità e dal caos esistenziali -le quali, semmai, spingono a reazioni-, ne ho quindi piena responsabilità, perché l'ingenuità ed il buonismo sono, più propriamente, semplici autoinganni necessari alla sopravvivenza.
Pertanto, è evidente, "così volli che fosse", malgrado questo spiccato razionalismo.

Certo, mi addolora molto ricordare il pathos, rivelatosi fittizio e misero, con cui ci siamo intrattenuti anche qui, amici miei bugiardi e scostanti come i bimbi che si trastullano un poco con i giochi presto venuti a noia.
Certi sogni, almeno, meriterebbero di sopravvivere alla nostra umana sciatteria ed all'incuria.
Neppure voi, quindi, avete validi alibi, dato che così voleste che fosse.

Tutto rimane perfettamente invariato, nulla di davvero significativo è successo mai e non c'è ragione per pensare che qualcosa possa succedere in futuro: per quanto mi sia voluta e potuta illudere, in passato, niente e nessuno hanno mai scalfito il nucleo duro e gelido della mia solitudine, che resta la vera costante, l'eterno ritorno del destino. Certamente del mio, ma, suppongo, anche di quello di tutti.

 
[... 
E mi rigermina
     
nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura
     
per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...]

(P.P.Pasolini)




venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.