sabato 13 aprile 2019

Pungoli pasoliniani

Dirigenti, ex ed attuali,  simpatizzanti, sostenitori e fideisti, leggete e poi rileggete gli scritti di Pasolini e poi straziatevi la coscienza, se ne avete una o qualche residuo sfilacciato dopo lo scempio che i tempi e la  mediocrità delle indoli ne hanno fatto, per esservi detti od ancora dirvi di sinistra, secondo l'originaria accezione del termine.
Il dolore della perdita e l'orrore per una fine tanto violenta non mi impediscono di chiedermi come avrebbe potuto vivere nell'odierna realtà nonostante l'avesse preconizzata con sorprendente esattezza.
Sarà che la Gnosienne n.1 di Satie mi sta tracimando nelle ossa, ma la morte qualche volta mi appare più gentile e pietosa di certa vita.

 «Sono “bloccato”, caro Don Giovanni, in modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio». (PP Pasolini)

Non si sceglie d'essere ciò che si è, ma questo non è solo ineluttabile: è necessario.
Dati esempi di uomo, di poeta, di intellettuale lo sono per tutti quelli caduti da cavallo da sempre.

mercoledì 6 febbraio 2019

Pungoli grammaticali

*
 
"Per riassumere, l'uso di gli in luogo di loro, a loro, a essi e a esse è da considerare senz'altro corretto (Ora vado dai tuoi amici e gli dico che la devono smettere di fare chiasso), tranne che, forse, nel caso di registri altamente formali (Il parroco espresse loro le sue più sentite condoglianze). L'utilizzo, invece, di gli per le, è sentito più scorretto dell'altro perché ha subito e continua tutt'ora a subire una maggiore censura scolastica; quindi se ne tende a sconsigliare, nella maggior parte dei contesti, l'impiego." (Accademia della Crusca, Uso di gli per a lui, a loro, a lei, risposte a quesiti posti)

*

Si tratta più che di un mio cruccio, di una mia viscerale intolleranza: detesto udire e leggere gli -sia o meno considerato ugualmente corretto- al posto di loro. 
Mi piace usare il loro, che trovo elegante e niente affatto vecchio o formale, dato che non considero ogni forma sempre sospetta e nociva.
Pensare poi anche solo lontanamente di inglobare il le allo gli è puro sessismo: abominio.

martedì 5 febbraio 2019

Pungoli sentimentali

 
Da quando sono diventata cinica e disperata e la mia luce s'è spenta l'avevo dimenticato.
Avevo dimenticato quanto tu fossi sì mediocre, pavido, conformista, per tua stessa ammissione e quindi reo confesso, ma contemporaneamente poetico, come un bambino, e la tua intrinseca poesia -amalgama di forza e debolezza, dolore e gioia, ignavia e sorprendenti iniziative- mi ha legata a te indissolubilmente e per sempre, pur nell'assenza.
Mi amavi, infatti, come un bambino, combattuto tra generosa esaltazione e paura della più azzardata delle scelte, per te.

Ora ti aggiri nella mia memoria, come un fantasma inquieto, a ricordarmi d'essere stata un tempo solo apparentemente crudele ed invece magnanima come Circe nel favorirti, tutto sommato,  la continuazione del tuo viaggio.
Non ho alcuna colpa, allora,  se esso ti ha riportato esattamente là da dove t'illudesti di partire, mio povero caro, ma ti sono grata per l'implicita testimonianza che mi suggerisce il tuo ricordo perché,    profuse infinite lacrime e  versi e  parole, siamo stati più che ridicoli, vivi.


FERNANDO PESSOA, Tutte le lettere d'amore sono ridicole.
Tutte le lettere d'amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole.
Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è l'amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d'amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d'amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).

mercoledì 2 gennaio 2019

Buon anno, ma niente di nuovo: il primo attacco di panico del 2019.


E' chiaro che non vi sia scampo: era già tutto previsto per il passato ed è già tutto predisposto per il futuro.

Addivengo, a seguito di personale gestazione ed esperienza, al parto di un apoftegma che pare assurdo ed invece è logico: "Il Destino esiste/ il Destino non esiste./Dipende./ Da cosa?/ Dal Destino".

Chi o che cosa ne siano artefici o responsabili non lo so, ma è praticamente certo che correr l'alea all'infinito non è possibile perché ti usura e poi ti ferma definitivamente, soprattutto se il rischio non costituiva affatto una scelta ma il solo modo possibile per reagire allo sfacelo che ti tallonava, che  comunque incombe ed inesorabilmente ti carpirà.
E' altrettanto evidente che senza volere non si può nulla, ma che il luogo comune "volere è potere" è una menzogna assoluta, per di più ridicola, oggi più di un tempo.

(Loro, sono bravi.
I fatti pratici e le cose, le scaramucce politiche, il teatrino liturgico della vita, la partigianeria del rosso e del nero, il solito sesso, l'edonismo delle parole, li prendono ancora.
Spesso nella più inconsapevole malafede questi marci borghesi ritengono che la critica politica possa soppiantare la militanza concreta: son tutti unti d'illuminazione e consapevolezza suprema agevolate dal fatto d'avere conti in banca pasciuti e rassicuranti ed il sedere al coperto.
E' evidente che la coscienza, in costoro, un po' disturba, ma  sbeffeggiare il potere non equivale a combatterlo.
Ogni evo ha i suoi stilemi: ora sono satira, indignazione, ipercritica , ironia,  riesumazione confusionaria di qualche concetto marxista oppure machiavellico, nauseante spocchia narcisistica a suggerire linee guida per aspiranti intellettuali, sedicenti politici, e pure inutili blogger. Per i più pecorecci, invece, non trovo aggettivi abbastanza calzanti in grado di descrivere i miasmi fetidi che si spandono da una qualsiasi delle loro esternazioni, in modo particolare nei social.
Occupare la mente in questo modo è comunque terapeutico, bravi.)

Invece io, per ragioni elementari e complicatissime, chiare ed occulte, principali e subordinate, personali e più che universali,  continuo ad essere martirizzata da devastanti attacchi di panico, assediata da un nemico potente, invisibile e feroce che ha insediato il suo quartier generale esattamente nella mia gola.

" [...]  che cos'è che permette all'uomo, nonostante la sua consapevolezza della morte, di vivere e operare come se essa fosse qualcosa di estraneo a lui, come se la morte fosse un fenomeno naturale? Il tremito che mi ha scosso negli ultimi giorni mi ha aiutato a capire, nonostante i gravi attacchi di paura, che la mia malattia non è altro che questo: a volte, per ragioni a me del tutto ignote e per impulsi assolutamente incomprensibili, io divento 'lucido', in me compare la coscienza della morte, della morte in quanto tale; in questi momenti di illuminazione diabolica  la morte acquista per me il peso e il significato che essa ha 'an sich' e che gli uomini perlopiù non intuiscono nemmeno (ingannandosi con il lavoro e con l'arte, mascherando il suo senso e la sua 'vanitas' con formule filosofiche) scoprendo il suo vero significato solo nel momento in cui essa bussa alla loro porta, in modo chiaro e inequivocabile, con la falce in mano, come nelle incisioni medioevali. Ma quello che mi atterriva (la consapevolezza non genera consolazione) e accresceva ancor più il mio tremito interiore, era la coscienza che la mia follia era in fondo lucidità e che per guarire -perché questo tremito continuo è cosa insopportabile- avevo bisogno proprio della follia, della demenza, dell'oblio, e che solo la demenza mi avrebbe salvato, solo la follia mi avrebbe guarito! Se per caso il dottor Papandopulos mi interrogasse ora sul mio stato di salute, sull'origine dei miei traumi, delle mie paure, adesso saprei rispondergli in modo chiaro e inequivocabile: 'la lucidità'.
[...]"  (Danilo Kis, Clessidra)
 


sabato 27 ottobre 2018

Appunti antropocentrici -9-

Magari sei stata un millennio fa una pasionaria di sinistra completamente pura, indifferente alle mode, esente da contraddizioni ed ostile alle lusinghe mendaci del falso umanesimo capitalista -che intuivi, pur così giovane, perfino troppo bene-, la cui coscienza conservava un'impronta arcaica e sognava un'altra terra promessa, forse pure anche povera, ma sublime...

" [...]
Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più"  (P.P.Pasolini - Poesie in forma di rosa)


Ciò ti ha resa, alla lunga, oltreché sfinita e fragile, scandalosamente infelice, perché non c'è un solo umano che ti riesca di assolvere, e nessuno al mondo può sopportare illeso la perdita definitiva della speranza.

mercoledì 17 ottobre 2018

Piccola anima smarrita e soave -8- I depresso/politici.


Non ho alcuna velleità autopoietica e per l'intera mia esistenza, piuttosto, mi sono mossa in senso decisamente contrario cercando ed accogliendo con una certa miope caparbia il tepore consolatorio dell'altrui vicinanza.
Comunicare con voce o scrittura, in reciprocità, mi dava piacere; amavo la compagnia, speravo nell'amicizia.
Ora mi costa fatica, un'indicibile fatica seguita immediatamente da un senso di frustrata umiliazione, perché non c'è difesa che io sia riuscita a costruire negli anni per stemperare questo eccesso di intuito e sensibilità che mi condannano all'amarezza e alla vulnerabilità.

La mia vita non è stata mai facile, ma lo sforzo immane superiore ad ogni altro è stato costituito senz'ombra di dubbio  dal tentativo fallimentare di sembrare almeno vagamente normale.
Si è trattato di un'autolesionistica determinazione -sempre poco convincente- che consentisse di rapportarmi agli altri, di guadagnarmi un posto di lavoro, di amare qualcuno, di rendermi traducibile, di non spaventare i bambini, di respirare senza che l'ansia mi chiudesse la gola: ci ho provato infinite volte, ed ho puntualmente fallito.

Ma io non sono normale, punto.

E' tempo d'esserne fiera piuttosto che dispiaciuta e senza più alcun dubbio dato che se non sappiamo stare ai giochi è perché i giochi sono truccati.
Per me e per quelli come me, nascere e vivere equivale ad "imbattersi in una "valanga che seppellisce l'anima" e lo intuiamo già da bambini.
La depressione che tallonerà ogni nostro passo, che inficerà ogni iniziativa, che segnerà i nostri rapporti sentimentali, che minerà la nostra salute, è inevitabile, ma non è una colpa.
Noi siamo innocenti, noi siamo i forti, pur se vinti e deprivati di serotonina, e il nostro dolore ha cause politiche.

Vorrei concludere con un bel motto evocativo, del tipo "depressi politici di tutto il mondo, unitevi!"  per scimmiottare una parvenza di speranza, ma i rettori del sistema -cui dobbiamo riconoscere un'intelligenza raffinatissima e  perversa-, hanno convinto la maggioranza di noi d'essere portatori di un difetto neurologico individuale, una brutta e bizzarra tara spirituale, da sopportare in silenzio nell'isolamento del nostro privato.
Al massimo, ma proprio al massimo -così sottace Sistema-, cerchino sfogo scrivendo in un blog.


mercoledì 12 settembre 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di fine estate -2-

Il piacere non è necessariamente morboso, non è solo mediocre, non è solo volgare, non è solo piccolo-borghese ed è spesso gratuito.
Servirebbe un poco di silenzio ed una lieve brezza, sul far del crepuscolo, che provocasse un sommesso fruscio di foglie.
Ci vorrebbero, di conseguenza, anche degli alberi.
Tanti alberi: dovrebbero essere molti, saper frinire e stridere con discreta musicalità, come se fossero cicale un poco timide.
(Com'è bello illudersi che le cicale siano davvero gli spiriti dei nostri amati perduti)
Ci vorrebbe, allora, la cassa di risonanza di un vero bosco.
Poi, una pioggerellina leggera e gentile sotto cui muoversi lentamente, al passo delle creature silvane
( danza la verde ombra d'Ermione).

Il massimo cui aspirare è questo, per me.
Per qualche istante il maglio a due teste della consueta e perenne disperazione del vivere s'inceppa, ed io respiro, con stupefatto piacere.
Poi ricomincio a morire, ché è questo il fatale fine della nascita.
***


Una delle piaghe dei tempi moderni consiste nel fenomeno penoso ed increscioso che consente che quanto è maggiore l'oggettiva pochezza della propria sostanza interiore, tanto maggiore è la scarsità di pudore nell'ostentarla. 
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Mi provoca sofferenza viva, talvolta, assistere in modo fortuito alle ridicole esternazioni della propria esistenza nei suoi più banali ed insulsi aspetti sui social network , da parte della gente comune.

Per quel che attiene i frivoli contenuti dei così detti VIP, invece, il sentimento è  semplice ripugnanza o pesante fastidio, ma  ciò non merita davvero alcun approfondimento. Quelli contano in un ritorno pubblicitario o di consenso, ma è altrettanto logico e banale che funzioni a meraviglia, date le fievoli capacità critiche delle masse.

Trovo invece agghiaccianti e perfino offensivi i necrologi, le condoglianze, la partecipazione emotiva post mortem palesati virtualmente, e disperanti le dichiarazioni d'amore per i propri congiunti pubblicizzate in siffatto modo.
La sensazione che me ne deriva è una schifata compassione, una sconfinata tristezza.
Ma perché mai non vi basta dirlo nell'intimità delle vostre stanze quanto volete bene ai vostri amanti, coniugì, sorelle, fratelli, nipotini, nonni, amici, reietti della Terra, cani e gatti?

Da un punto di vista antropologico è evidente ed appurato che l'Uomo ha un possente bisogno del rito per sentirsi parte di una comunità dato che il sentimento di appartenenza attenua l'angoscia dell'irrilevanza e la paura che incessantemente attanagliano la sua mente, e lo consente a prescindere dalla disanima degli effettivi contenuti.

Questo, però, non mi pare il  caso.
La presenza e le manifestazioni di idiozia della gente nei social nella maggioranza schiacciante dei casi misura una patologica e non più dissimulata mitomania, così grave da indurre persone anche di media intelligenza e potenzialità a cicalecciare sul nulla senza ritegno, ostentando la vanità più stolta.
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E' indubbio che  malessere psicologico e  stress, quest'ultimo anche essenzialmente fisico,  intensi e protratti nel tempo, possano degenerare in  patologia anche grave.
E' meno certo che la guarigione  seguirebbe analogo percorso al rovescio con esito  positivo, se pure fosse possibile.
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La prima deduzione che  ne pare discernere è in odor di ossimoro, perché un certo tipo di disagio psicologico, tutto personalistico e scaturito dal mal d'anima generico di cui soffre la persona sensibile all'ingiustizia, ai dolori, agli orrori del mondo, è segno, piuttosto, di piena salute, ovvero di completa umanità.
L'appartenente alla specie umana che prova autentici dolore e compassione per le sofferenze dei suoi simili, che preferisce il silenzio, che ricerca, frustrato, la bellezza della semplicità, che conserva l'attitudine ad amare ritenendola l'assoluta priorità della sua esistenza soverchiato poi dalla delusione derivante dall'oggettiva impossibilità di esercitarla, che non riesce -assolutamente non riesce-, in alcun modo, ad integrarsi socialmente, adattarsi, gettare la spugna e pacificarsi, ricordi almeno che i deviati ed i malati sono tutti quegli altri.

La seconda deduzione, ampiamente avallata dalla mia crescente tachicardia e dall'aggravamento della depressione, è che, pur se coscienti della perversione della realtà in cui si è costretti a rimanere immersi, non si ricavano per questo né lenimento del dolore né guarigione, ovvero la conoscenza  non conduce ad alcun progresso definitivo.
Camus scrisse, da qualche parte, che "per suicidarsi bisogna amarsi molto".
E' vero.