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martedì 24 gennaio 2017

Piccola anima smarrita e soave -5- la disfatta

Piccola anima smarrita e soave, perdonami, ma non c'è modo di uscirne e non riesco a soffiare ancora un poco sulle tue ali: stai qui, esanime e spenta, crepuscolare e decadente anche nel più luminoso dei giorni, in attesa di un evento sovrumano che ti permetta di risorgere e nella più assoluta certezza che questi non sarà mai.
Le più squallide incombenze imposte dalle ragioni della semplice sopravvivenza occludono visione e sentore di cielo ed aria ed ottundono con l'ansia e la tristezza sentimenti e fantasia, così che, ormai, ho perduto la consapevolezza di te e ti dimentico, per lasciarti almeno intatta, nel tuo sonno protettore.
S'è spezzato, irrimediabilmente, l'incantesimo del miraggio dell'integrazione e dell'armonizzazione con qualcuno, con qualcosa (idea, sogno) in qualche posto, in qualche tempo.
S'è volatizzata anche la timida speranza che osando, come ho fatto anche qui, un po' disvelarti, uno, una, su mille, mi avrebbe aiutata ad aiutarti ad espimerti e così, di conseguenza, a conoscermi fino in fondo, per non estinguermi irisolta. E' illusione, pure quella: non c'è modo di aiutare nessun altro all'infuori di noi stessi: noi viviamo, o moriamo, interamente responsabili, e quindi anche colpevoli, delle sorti della nostra particolare esistenza.

Abbaglia, con insostenibile crudeltà, il sentore di una totale, irrimediabile ingiustizia in ogni aspetto dell'umano.

La tronfia presunzione di possedere il libero arbitrio è sì totalmente smontata, dato che certe vite hanno davvero percorsi stravaganti e crudeli imposti dal destino, ma ciò non sottrae nulla alla consapevolezza che, molto probabilmente, anche condizioni oggettive  favorevoli -a me comunque sconosciute- secondo il comune intendimento, sarebbero valse almeno a non aggiungere alla mia innata ed ineliminabile malinconia l'umiliazione  di non poter fuggire dall'orribile materialismo, di cose e paradossalmente pensieri, cui la realtà mi obbliga.

mercoledì 22 giugno 2016

Crisi di n...

Mi sto chiedendo, molto sommessamente, tra me e me, e del resto svogliatamente da annoiata terminale quale mi sento, se sia io stessa rea di qualche colpa ed insufficienza che l'autocritica non sa disvelare sì da non aver ancora colto le più significative sfumature della vita di relazione tra gli umani o se, invece,  la noia letale che da tali relazioni me ne deriva non sia altro che un espediente per soffrire un po' di meno nel sentenziarne la sostanziale impossibilità di reale vicinanza e compassione.

La noia, che è prerogativa tutta umana, agli esordi, nell'esistenza,  sfiora dapprima con una certa levità, simile alla puntura di una zanzara, irritante ma non letale, ma via via, inesorabilmente e senza fretta, in implacabile costante progressione, aumenta la pressione e poi dilaga in modo infestante, sposandosi infelicemente con la parallela capacità di visione lucida e schietta delle persone e degli accadimenti.

Rimane, comunque, un grande privilegio, un privilegio, diciamo, dannato, un po' come lo è anche la compagnia fedele e perenne della malinconia nella propria vita, un privilegio dal prezzo altissimo in termini di solitudine.

Non ho mai conosciuto nessun mediocre realmente annoiato ed ho conosciuto un'infinità di persone, invece, di tanto in tanto lamentose per via di qualche impedimento materiale alla realizzazione di uno dei quei loro sogni miserevolucci bastevoli a riempire la vita, quale la gita fuori porta, la vacanza a Sharm, la borsa griffata, il mutuo casa da pagare, l'ottenimento di riconoscimento ed ammirazione da parte dei loro simili (e sottolineo simili), il possesso dei più disparati oggetti, delle più disparate dimensioni.

Quel che la Noia testimonia, infatti, è l'impossibilità di aderire alla pratica della comune riduzione della propria esistenza nella ricerca di piaceri grossolani, mercantili e volgari, ma anche più nobili -in fondo-, ché di soli piaceri si vive comunque in modo parziale.
Da ciò ne deriva la sua grande impopolarità.
Lo sguardo di chi ti scopre annoiata nel profondo è dapprima di riprovazione e poi di terrore, e lo sguardo dell'Annoiato Supremo non può che essere, di rimando, di disgusto.

La grande sfida, il sogno degno d'esser perseguito, è alla conclusione dell'Ivan Il'ic, pur se quello che egli ha sconfitto era la paura: la luce in fondo al tunnel, la consapevolezza un istante prima della fine.
In fondo non può essere che sia solo la nausea la reale conquista umana.

Tutti i miei conoscenti mi annoiano, e poi anche tutti i miei amici, i miei parenti, i miei ex, i miei ascendenti ed i discendenti.
Prima di annoiarmi, tutti, mi hanno ferita oppure delusa, ma solo perché sono incorsa nell'errore di sopravvalutarli, peccando di buonismo ed ottimismo.
I più hanno mentito e millantato su ciò che erano; gli altri credevano davvero d'essere ciò che non erano.
Senza questa mia debolezza di valutazione, mi avrebbero annoiata fin da subito, perciò mi assolvo, perché di qualche illusione ho pur dovuto vivere.

A dismisura, mi annoia, con atroce sofferenza, il male del mondo, l'ingiustizia, la prevaricazione sociale, la ricchezza e la miseria, i bambini morti spiaggiati, gli animali torturati, lo schifo che la nostra specie è riuscita ad inventarsi da quando è comparsa sulla Terra (rimpiango l'etica dei dinosauri), e mi annoia, con odio feroce, chi sul male ci campa e ci sguazza, dai capitani d'azienda, ai lavoratori che desiderano le loro insulse merci, ai blateratori di democrazie, ai giornalisti griffati, ai preti bugiardi, ed agli ignavi tutti.

Ed ora basta, ché mi son venuta a noia.

 

sabato 24 dicembre 2011

A Natale salva un àstice

" Dove Sile e Cagnan s' accompagna"
(Dante Alighieri, Divina Commedia (Paradiso, IX, v.49)

Lì, accidenti, lì: andrò a gettarlo lì.
Gli renderò la libertà, con il capo cosparso di cenere, per il mio cattivo impulso primigenio di giustiziarlo nel court bouillon fumante ed aromatico...
(...mmm, la fragranza seducente del prosecco d' annata, le verdurine dai graziosi color pastello e solari, l' esotico pepe macinato fresco, che stuzzica i sensi, la promessa del gusto, l' abbozzo del sogno edonistico della pietanza impiattata, colore, sapore, profumo...)
  
"Creaturina dell' Iddio Delle Acque, perdonami per lo spavento che t' ho inflitto, prelevandoti dal banco del pescivendolo con impressa in faccia tutta la mia voracità d' umana, ma se il tuo attaccamento alla vita è sì tenace da conservarti vivo dopo ore di frigorifero fuor del tuo elemento, beh, allora voglio fare ammenda."
Ti adotterò a distanza. Ti lascerò vivere, adagiandoti nella tua grande casa, tra i flutti.
Non nel Sile -ora che ci penso, e grazie al Cielo me ne avvedo-: tu sei vivente d' acqua salata. Ti restituirò alla romantica Laguna.
Vado, velocemente, prima che sia troppo tardi.
Su, vieni. Ti porto a rinascere. Orsù, andiamo, fratello crostaceo.

E grazie, mio buon Astice,
grazie per avermi illuminata,
una buona volta,
alfine (!)

sull' occulto significato del Natale.

venerdì 23 settembre 2011

Verità incomunicabile

"Neppure il più coraggioso degli uomini potrebbe dire TUTTO ciò che sa": non ricordo se questa dichiarazione di Netzsche stia nello "Zarathustra". Forse sì, o forse no: è una reminiscenza vaga, una di quelle frasi che mi sovvengono in modo nebuloso -di solito fastidioso- quando mi assale questo mal di capo cattivo. Quando succede, perdo precisione e mi si indebolisce l' attenzione.

Ma mi par vera, e, soprattutto, ancor più vera se pensata al femminile.
"Neppure la più coraggiosa delle donne potrebbe dire tutto ciò che sa".
 E' impossibile. Pare che tra gli innati obblighi umani, tra gli scotti non già dell' esistere, ma dell' essere (ed essere umani presuppone anche essere tra gli umani), non si possa prescindere dal mascheramento, dall' armamento ideologico o religioso o consuetudinario e formalistico. Non si è mai veri. Sempre, ciò che si fornisce a sé stessi ed agli altri è una rappresentazione di sé e che sia indotta da un sistema esterno od auto-prodotta fa poca differenza.
Si è attori, o solo comparse (ma il ruolo è irrilevante), di un' opera da quattro soldi, che lascia tutti ugualmente miserabili.

Neppure il più coraggioso degli umani potrà mai dire tutto ciò che sa, perché l' emersione della verità ha un potere talmente annichilente da diventare molto, molto pericoloso.

... perché io credo di sapere che cosa si nasconda troppe volte dietro al mistero dei silenzi: più probabilmente il nulla, o al massimo il troppo poco.

La tattica del lasciar credere che un' assenza od un silenzio possano celare chissà quali indicibili tesori -che l' altro forse è indegno di conoscere ed ammirare perché non abbastanza all' altezza, o per umiltà del suo custode-, è abbastanza grossolana. L' apparenza non inganna mai, in realtà; può esserci, tutt' al più, qualche problema interpretativo, legato all' abilità innata del traduttore ed alla sua dimestichezza con la psicologia, ma non esiste verità che possa essere nascosta totalmente e rivelata da numerosi -forse anche minimi- significativi dettagli.

Ed anche nel ciarlare, in questo stesso bloggare (di cui inizio a provare nausea ed orrore, come già successo, già provato) che altro non è che auto-esaltazione, o tentativo di dispersione e successiva amalgama del proprio odiato o sconosciuto sé in qualcos' altro, o velleitaria illusione di contatti invece oggettivamente inconsistenti e pretenziosi e fame di riconoscimento di individualità che non osano essere appieno e così si celebrano vicendevolmente in virtuali banalità mortificanti, non vi è che rappresentazione fugace ed effimera.
Sono, ad esempio,  un' osservatrice passiva, in facebook: non lo uso, mi muove a compassione, ma vi si imparano molte cose degli uomini e delle donne. Ogni tanto compio un' incursione, da cui fuggo repentinamente come da un untore. La fenomenologia del virtuale evidenzia in modo inequivocabile che la civiltà è malata, che le persone ambiscono all' esibizione ed alla recita, ma che il surrogato offerto loro dalle "piattaforme" seda molte delle loro frustrazioni reali, e, probabilmente, disumanizza distogliendoci da contatti normo-veri.  E' un effetto anestetico, con molti contro e forse anche qualche pro.

Ecco: la verità disvelata ed apparente è proprio che la verità, tra gli umani, è incomunicabile.

E questa è una vera tragedia. Almeno per me. Mi crolla ogni altro presupposto, e mi ritrovo pietra.
Duro, viver da pietre. 


venerdì 10 giugno 2011

Progressi mediocri

"Si suol dire che lo spirito umano deve assaissimo, anzi soprattutto, ai geni straordinari e discopritori che s' innalzano di tanto in tanto. Io credo ch' egli debba loro assai poco, e che i progressi dello spirito umano siano opera principalmente degli ingegni mediocri. Uno spirito raro, ricevuti che ha da' suoi contemporanei i lumi propri dell' età sua, si spinge innanzi e fa dieci passi nella carriera. Il mondo ride, lo perseguita a un bisogno, e lo scomunica, né si muove dal suo posto, o vogliamo dire, non accelera la sua marcia. Intanto gli spiriti mediocri, parte aiutati dalle scoperte di quel grande, ma più di tutto pel naturale andamento delle cose, e per forza delle proprie meditazioni, fanno un mezzo passo. Altri ripetono le verità da loro insegnate, siccome poco discordi dalle già ricevute, e facilmente ammissibili. Il mondo sì per questa ragione, sì per forza dell' esempio di molti, li segue. I loro successori fanno un  altro mezzo passo con eguale fortuna. Così di mano in mano, finché si arriva a compiere il decimo passo, e a trovarsi nel punto dove quel grande spirito si trovò tanto tempo prima.
[...]
Così lo spirito umano si avanza senza mai credere di mutare opinione. Non è se non  paragonando remoti e divisi secoli fra loro, che qualche pensatore si accorge come oggi il mondo creda in mille cose il contrario di ciò che credette."
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, Tomo primo)



Quando si dice il pericolo dell' assuefazione...
Dev' essere anche per questo che mi sento così gravemente stressata: non voglio assuefarmi a niente. E, a ben pensarci, neppure a nessuno.
Le persone sono troppo, troppo importanti, per me, per non operare le dovute selezioni.
Ciò comporta un perenne stato di veglia -un po' crudele, invero-, una sorta di stakanovistica guardia dai merli della fortezza a difesa del deserto dei tartari.
So che -in generale- il  rilassamento se da un lato comporterebbe minor fatica e maggior piacere, dall' altro implicherebbe un calo di attenzione, e a dismettere l' attenzione si rischia di cadere tra i flutti della fiumana, senza neppure sapere come sia accaduto.
Ammetto di non essere sicura che sia il modo giusto di porsi, che forse sia ingeneroso nei miei stessi confronti (ma confesso di amarmi poco, ultimamente)  e rappresenti una fatica; ma non ci posso far nulla: è un' automatismo, non un atto di volontà.

Avrei trovato auspicabile, in più, un universo che avesse a noia l' abitudine e la mediocrità, un mondo in cui le sfumature o le zone d' ombra incuriosissero più della luce abbacinante e dei lustrini: spesso le verità girano imbacuccate ed in incognito. Magari ci saremmo risparmiati anche anni di malgoverno.




domenica 5 dicembre 2010

Algido invernale pensiero del lupo della steppa

Vincent Van Gogh
"Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di sé stesso, i massacri del mondo." E. Vittorini

Non occorrono occhi microspici ed uno spirito analitico ossessivo ed ossessionante per scorgere l' assoluto dominio del brutto e del male: basta uno sguardo leggero ed ampio, con occhi tersi di coraggio.
Quale destino può avere, allora, l' anima bella ed incorrotta?
E' chiaro, lo sappiamo...  
Non vorremmo tanta consapevolezza, tanta amara vista, ma l' onestà intellettuale non è un' opzione, è un imperativo, un etico dettame.

Proveremo a destrutturare ogni edificio di pensiero già eretto, se è  a questo che ci ha condotti.
Con gli artigli e i denti difenderemo questo infinitesimo eden di ghiaccio, costruendo nuove cattedrali trasparenti e senza specchi.

mercoledì 20 ottobre 2010

Le repliche della Storia



La mia condizione psico-esistenziale, da quando posso dirmi adulta, può equipararsi a quella di una sopravvissuta. Sono, infatti, sopravvissuta ad un impressionante numero di cadute ideali, tanto da sapere con sicurezza che l' abisso finale non sia poi così distante, ormai, e da guardarlo in relativa lontananza con un certo qual sollievo.

Questo perché io non so "distrarmi" e non riesco a dimenticare. Seppur potessi, tra l' altro, non lo vorrei. Pare proprio che la felicità non possa essere annoverata tra le priorità della mia vita, giacché –a ben guardare- non mi sono mossa mai in direzione della sua conquista.

E' evidente che nella mia indole non è il piacere a costituire il pungolo ad esistere, ma, piuttosto, lo sono la curiosità e lo stimolo alla comprensione della globalità dei significati che l' esistenza possiede ed i meccanismi, più o meno difettosi, che noi esseri pensanti e tronfi d' orgoglio adottiamo per rivestirne quella che probabilmente è, invece, una sostanziale neutralità ed indifferente inerzia. Il significato delle esistenze molto probabilmente sta nel non significare niente.

Prima di oggi, però, come tutti, ho sognato. Ora ho smesso, ed è il solo vizio di cui sia riuscita a liberarmi.

Sognando con violento desiderio, con presuntuosa pseudo-veggenza -poi rivelatasi infondata-, con autentica passione, quasi carnale, mi inventavo la Bellezza e la Giustizia.
Desiderare è sempre male e fa sempre molto male. S'ha da essere realistici e freddi, anche se non è più così divertente. S' ha da crescere, smontare dalla giostra dei sogni.
Il desiderio costituisce motivo per dolersi di un' infinità di obiettivi perduti e crea, in tal modo, enorme risentimento, generalmente, per i più puri, indirizzato verso sé stessi.
Quando sento ripetere da qualcuno il luogo comune che "la vita è sacra" reprimo la stizza.  "Era sacra"- vorrei puntualizzare io a questi saccenti- ;"lo era prima che dimenticassimo gli obblighi imprescindibili nei confronti di ogni altro nostro simile cui ciascuno di noi sarebbe stato eternamente tenuto. Diteglielo un po' agli ultimi della terra, ai dannati, ai perseguitati, ai nuovi disoccupati..."

Giacché non una soltanto delle mie speranze giovanili ha trovato soddisfazione, vuoi per impossibilità, vuoi per mia colpa ed incapacità, io sono enormemente risentita con me stessa. Ma i miei ricordi sono abbaglianti e precisi. Talvolta me li "ripasso", giusto per controllare le attuali conclusioni e non peccare di superficialità, ed oggi mi è ritornato in mente un tratto di un romanzo di E. Morante (scrittrice straordinaria che ho infinitamente stimato, forse perché donna pragmatica ma appassionatamente impegnata, nonchè oggettivamente ricca di talento).
Il Nobel non gliel' hanno dato mai...: valli a capire 'sti  (maschi) svedesi...

Si tratta di un passaggio in cui ho pianto, rabbiosamente, perchè mi scatenava violenta emozione, pur non rappresentando, nel complesso del romanzo, uno degli apici di commozione. La verità è che qui sotto ho sentito il suo alter-ego autentico, che assomigliava terribilmente al mio, ed ho "toccato" un' affinità, tragicamente dolorosa, come una ferita antica, eternamente sanguinante.
Ecco: lì ho ripreso contatto, per un attimo, con il vero Sacro, scoprendo che non è perduto, che ancora respira ed aleggia sul mondo e che il mondo, senza peraltro esserne consapevole, ne ha un estenuante ed incessante bisogno.
E così sarà -per forza-, fino alla fine del tempo.



fotografia di Charles C. Ebbets durante la costruzione del Rockefeller Center nel 1932


[pp. 579-580-581 /protagonista è qui Davide Segre, che rappresenta la coscienza intellettuale e problematica de "La Storia". Il monologo si svolge all' interno di un' osteria popolana, gli altri avventori, muti od intenti a giocare a carte, non lo interrompono, si scambiano qualche tacita occhiata, non tentano neppure vagamente di mitigare la sua solitudine.]

"... Io", rimasticò a voce bassa, "sono nato di famiglia borghese ... Mio padre era ingegnere, lavorava per una società di costruzioni ... alto stipendio ...

In tempi ‘normali’, oltre alla casa dove si abitava, noi si aveva, di proprietà di famiglia, una villa in campagna, col podere tenuto da un colono – un paio di appartamenti dati in affitto (che rendevano), – l’ automobile, si capisce (una Lancia) – più in banca non so che ‘azioni’ …” Terminato, con ciò, il proprio rendiconto finanziario, si arrestò, come dopo una fatica materiale. E poi, ripigliando, fece sapere che proprio là, in famiglia, lui fino da piccolo, aveva principiato a intendere i sintomi del male borghese: il quale sempre più lo rivoltava, al punto che talora, da ragazzo, allo spettacolo dei suoi parenti, lui veniva sorpreso da attacchi d’ odio: “”E non avevo torto!” precisò, riprendendo, nel passaggio di un attimo, la grinta del duro.

Quindi, ripiegato in avanti e con la voce ridotta a poco più che un mormorio, da sembrare una chiacchiera futile e spersa diretta al legno della tavola, si diede a varie sue riesumazioni di famiglia.

Che suo padre, per esempio, aveva tutta una scala di maniere diverse, anzi addirittura di voci diverse, a seconda che parlasse coi padroni, o coi colleghi, o con gli operai … Che suo padre e sua madre, senza nessun sospetto di offendere, chiamavano ‘inferiori’ i dipendenti; e anche la loro usuale cordialità verso costoro pareva sempre concessa come un’ elargizione dall’ alto … Le loro occasionali beneficenze o elemosine, in sostanza sempre insultanti, esse le chiamavano ‘carità’ … E parlavano di ‘doveri’ a proposito di ogni sorta di quisquilie mondane: quali restituire un pranzo, o una visita noiosa, o mettersi in tale occasione la tale giacca, o ‘farsi vedere’alla tale mostra, o cerimonia insulsa … I soggetti delle loro conversazioni e discussioni erano, più o meno, sempre i medesimi: pettegolezzi di città o di parentela, speranze di successi carrieristici dei figli, acquisti opportuni o indispensabili, spese, redditi, cali o rialzi … Però se al caso toccavano soggetti ELEVATI come la Nona di Beethoven, o Tristano e Isotta o la Cappella Sistina, assumevano una posa di sublimità speciale, quasi che pure simili ELEVAZIONI fossero privilegi di classe …

L’ automobile, i vestiti, i mobili di casa, essi non li guardavano per oggetti d’ uso, ma per bandiere di un ordine sociale …

Uno dei suoi primi urti –o il primo, forse?- lui non ha mai potuto scordarlo … “Dovevo avere, dieci anni, undici … Mio padre mi accompagna con la macchina, probabilmente a scuola (è mattina presto), quando sulla strada è costretto a una frenata brusca. Un tale ci ha bloccato, non di prepotenza, anzi con l’ aria di scusarsi. A quanto si è capito, si tratta di un operaio, licenziato, il giorno prima, da un cantiere, per diretto intervento –sembra- di mio padre. I motivi, non li ho mai saputi… E’ un uomo non ancora vecchio (sulla quarantina), ma con qualche filo grigio nei sopraccigli; di statura media, non grosso, ma forte, così che pare più alto … Ha una faccia larga, e i tratti solidi, però rimasti un po’ infantili come in certi tipi delle nostre parti … Porta una giacchetta d’ incerato e un berrettino basco, con qualche macchia di calcina, si vede che è muratore. Dalla bocca a ogni parola gli escono i vapori del fiato (dunque il fatto dev’ essere capitato di pieno inverno) … E sta lì che si sbraccia a voler dire le sue ragioni, cercando di sorridere perfino, per ingraziarsi mio padre. Ma invece mio padre non lo lascia neanche parlare, urlandogli contro, gonfio di collera: “Come ti permetti! Non una parola! Fatti da parte! Via! Via!” Sul momento mi sembra di scorgere un sussulto sulla faccia di quell’ uomo; mentre già, di dentro, tutto il sangue ha preso a martellarmi in un desiderio, anzi volontà sfrenata: che quell’ uomo reagisca coi pugni, magari col coltello, contro mio padre! Ma invece colui si scansa verso l’ orlo della strada, anzi addirittura porta la mano al baschetto per un saluto, mentre già mio padre, furente, a rischio d’ investirlo, ha premuto l’ acceleratore … “Dovrebbe nascondersi! Gentaglia! Teppa!” inveisce ancora mio padre; ed io noto che, nella rabbia, la carne, fra il mento e il colletto, gli fa delle pieghe rossastre, volgari … In quell’ uomo, invece, rimasto sulla strada, non ho visto nessun segno di volgarità. Allora mi ha preso uno schifo, di trovarmi dentro alla Lancia con mio padre, peggio che se fossi sul carretto della gogna; e ho avuto la percezione che in realtà noi, e tutti i nostri pari borghesi, eravamo la teppa del mondo, e che quell’ uomo rimasto sulla strada, e i suoi pari, erano l’ aristocrazia. E chi, difatti, se non un essere nobile, di reale dignità, e immune di ogni bassezza e frode, potrebbe trovarsi ancora, all’ età di quell’ uomo, a dover pregare umilmente un suo coetaneo per offrirgli la propria fatica in cambio di …”

mercoledì 6 ottobre 2010

Il teorema delle basse sfere comunicative


Orfeo trovatore stanco
La sfera è il più ostico dei solidi. Ad osservarla non la puoi comprendere, non ha punto di partenza, non ha fine. Nessun angolo, né apice, né pedice; sfugge, rotola via, rimbalza, ritorna, ricomincia tutto daccapo. E’ surreale.

Ci somiglia, in modo inquietante.
L’ Uomo è una sfera che si parla addosso. Non ritiene nulla di ciò che sente, di ciò che vede e proviene dall' altro. Si aggroviglia, con mille patetici movimenti, piroetta con convinzione, sempre su sé stesso, illudendosi, invece, di andare da qualche altra parte, di comunicare, di imparare, di crescere.

A dirgli qualcosa - una qualsiasi cosa-, lo vedi poi rapidamente ingollarla senza godere del piacere della vera degustazione; quindi lasciare che le aree competenti del suo cervello meccanico la piazzino da qualche parte, in un certo suo personalissimo pertugio cerebrale.
Lì, eccolo a decodificarle con il suo arbitrario personale e limitatissimo codice di decriptaggio comunicazionale, indi  metterle in relazione con ciò che riguarda sé stesso e le quattro acche di conoscenza a sua disposizione. Riscontrata una qualche sedicente similitudine con quelle, egli decide conseguentemente se gli piaci oppure no, se hai ragione o torto, se sei stupido o geniale.

Del messaggio iniziale avrà trattenuto lo zero virgola  zero uno per cento.

A questo punto la comunicazione è già irreparabilmente compromessa e destituita di ogni autentico fine costruttivo. Da questo momento in poi potrebbe inaugurarsi la pantomima, ché, tanto, il meccanismo neuronale atto all' ascolto è disattivato.

L' anticamera degli ambulatori medici è straordinariamente istruttiva sulle cose del mondo.
Dopo la constatazione della fuga delle stagioni di mezzo, s' é lì scoperto che l' analfabetismo culturale ed affettivo generale è preoccupantemente dilagante.
Si  tratta per entrambe di affermazioni appartenenti già ad una forma di sapienza democraticamente universale, perché, quando in un gruppo, un qualsivoglia assembramento, una piccola o grande folla -insomma una massa-, due individui proclamano una qualsiasi "verità" con sufficiente sicurezza declamatoria, quest' ultima, come macchia d' olio, si propaga a tutti.
Si dice: “… quanta ignoranza c’è in giro…” e s’ alza uno stuolo di stentoree voci che “Sì, sì!”, dicono in coro, “…questi ignoranti, che calamità…” ed intanto a nessuno passa per la testa di considerare, per un attimo, l’ ipotesi d’ essere parte significativa della marmaglia scandalosamente ignorante.
“Quanta poesia-spazzatura! Quanta presunzione di talento! Tutti ritengono d’ avere in sé la vena narrativa! L’ Italia è un paese in cui tutti poetano, cantano, e scrivono… piuttosto male, purtroppo…“ ; e la folla di voci stentoree di cui sopra: “ E’ vero! Poetare, scrivere, richiedono tecnica, conoscenza della metrica,  intelligenza ed  autentica ispirazione!”; ma nel contempo, proprio costoro scrivono e poetano, senza pietà, incessantemente, cose mediocri, spesso brutte, e smisuratamente presuntuose.

Non ricordo chi l' abbia detto, ma è davvero certo che nessuno sarà mai in grado di vedere ciò che sta sotto il suo stesso naso.
Allora, nel caso in cui si desideri fortemente di ottenere esatta comprensione, si può provare con l' esagerazione, come estremo tentativo. Spiegare, approfondire, tornare sul concetto, anche a rischio di meritare accuse di pedanteria.
La potenza devastante di un’ esplosione si rivela soltanto se qualcosa innescherà la miccia: esagerarsi è l’ unico modo per rendere chiaro a tutti ciò che si è, senza stemperare in sdolcinate quanto fiaccamente oniriche e mendaci immagini di sé la verità. Esagerare, non mentire.
Si cerca sempre nell’ altro qualcosa che ci assomigli, che possa, magari, andare inserito come un tassello nel mosaico della nostra identità. Non capiamo quasi nulla di noi stessi e rimaniamo schiacciati da ogni genere di contraddizioni: è velleitaria l’ ipotesi di poter comprendere qualcun altro, e questo, in un certo senso, va a nostra discolpa, perché l' esercizio di una potente determinazione a farlo presuppone la presenza innata, in noi, di solida e tenace volontà. 

Perciò la nostra avventura sociale è frequentemente e talvolta nostro malgrado ipocrita, ed ipocrita, come pochi, è questo mondo virtuale, dove entità mascherate possono affermare qualsiasi cosa, senza l’ onere della prova e senza l' esame oggettivo di uno sguardo che colga contemporaneamente il linguaggio involontario dei gesti che accompagna sempre ogni affermazione.

[Non possiamo rivoluzionare il mondo attraverso Internet, come qualcuno di noi avrebbe pensato possibile, il Potere, ad esempio, non ne sarà mai realmente danneggiato: era un' utopia.
Possiamo incontrarci idealmente, però, e scambiarci informazioni e cultura, ma soltanto a patto d' essere integerrimi ed onesti, cioè sinceri.]

In realtà ogni tentativo che chiunque di noi faccia per giudicare una persona nella sua integrità darà luogo a risultati clamorosamente sbagliati. Nel mio intendimento, il termine “esagerazione” significa desiderio di totalità, di completezza, di esaustività e di verità ma la vera difficoltà sta nel fatto che per verificarne la presenza negli altri sarebbe necessario un intuito eccezionale, oltreché la precisa intenzione di farlo, aborrendo la pigrizia e la molle propensione all' ignavia.

La saggezza popolare (quando non è frutto di pregiudizio, e lo è molto spesso), ogni tanto ci azzecca. Ad esempio ci azzecca in pieno quando afferma che per conoscere abbastanza una persona ci vogliono un anno, un mese ed un giorno di convivenza assidua e che chi ritiene che le parole siano bastevoli a fornire sufficienti elementi di conoscenza reciproca è un ingenuo, oppure s’ inganna, oppure è in malafede.

Le parole sono merci di scambio per un venditore o una venditrice provetti; quel che è necessario capire è il fine che si prefigge chi ti parla, ovverossia che cosa in realtà da te vuole e se ama di più se stesso, la verità, od anche, perché no, te o quel che di te immagina e sogna.

lunedì 4 ottobre 2010

Alla finestra


Frida Kahlo - Io e i miei pappagalli (1941)

Ad incontrare il dolore, nell' esistenza, non occorre poi una gran concomitanza di particolari circostanze: esiste ovunque, è prodotto in quantità industriali, è la materia prima della nostra Vita, ne è anche il presupposto...
Ci penso, con attenzione: mi ci concentro a fondo: è soltanto il Dolore che ha spadroneggiato in me. Sempre. Costante è poi quello che deriva dalla puntuale caduta nel precipizio della disillusione. Lo attraggo come un magnete, lo fiuto e mi ci ritrovo invischiata. E’ mia la colpa, ma, comunque, io non ho scelta.

Il desiderio di colmare il baratro tra un essere umano e l’ altro, la presunzione di raggiungere la mèta, approdare ad un altro cuore e godere della calma perfetta, della perfetta simbiosi di armonia, piacere, bellezza, appagamento, sintonia, è talmente forte da gettarmi, perennemente, in universi interiori invece chiusi, conformisti, attanagliati dalla paura e capaci, per questo, di sbriciolare con cruda freddezza, la mia stoica, gigantesca, magnanima speranza. Sono universi ottusi, che non s' avvedono mai di ciò che mi fanno. Spero di non essere altrettanto cieca.
Nessuno mai, neppure gli amori finiti, hanno saputo ferire quanto le amicizie fallite.
E dolore autentico, sullo stesso livello, è costituito dall' impotente e per questo più che mai frustrante esperienza della sofferenza altrui.

Al di là della mia finestra il mondo respira, e vive, come può, a suo modo.

Affittano appartamenti a prezzi esorbitanti a gigantesche famiglie di diseredati. Sono variopinti, di pelle e di costumi. Sanno ancora sorridere, ogni tanto: com' è possibile... io l' avrei già dimenticato, al loro posto.

La bambina indiana sta piangendo, ora, sommessamente, sola sulla soglia della porta-finestra, inghiottendo rabbia e frustrazione.

- (Chissà che le hanno fatto, povera creatura sfortunata che ha avuto la ventura, senza la minima colpa, di uscire al mondo da una feritoia dell’ inferno...

Che fanno qui, quelle anime perse, ammassate e sovrapposte come detriti in una casa di qualche metro quadro, che non aprono, non arieggiano, non puliscono mai.

Gli uomini, flaccidi e vaqui, lenti, con volti impenetrabili, ottusi, fallocrati, ostinati, arroganti, inconsapevoli del loro sconcio;

Le donne, sgargianti, con fazzoletto sul capo: indumenti di foggia regale mai sufficientemente freschi di lavaggio.
La loro pelle, un po’ oleosa e bruna trasudante uno sconosciuto afrore di strani cereali, mescolanze speziate di non so che, un po’ sospette, non invitanti…
-Ma di che diavolo si cibano…-

E figliano, figliano, figliano… con quell’ espressione fatalistica d’ indifferenza, così somigliante all'ebetaggine animale di una mucca d' alto pascolo che rumina e guarda la valle.)

Schiaffeggiano la bambina -forse è la madre, quella donna che l' ha fatto, forse c'era un motivo, ma io non ne sopporto la visione e sento lievitare in me l' indignazione-, ed un giovane maschio di casa rincara la dose, con perfido accanimento e le strofina con disprezzo sulle labbra una delle sue NiKe tarocche.

Lei si ribella, alza la voce e gli strappa i capelli…: si tratta forse del fratello ...

- (Brava, piccola!)

… e poi la contemplo, rimasta di nuovo sola,  secernere rabbia attraverso lacrime segrete ed amare, e ripetutamente cercare di liberarsi dall’ umiliazione subita strofinandosi la bocca con la mano.

Le ricade il braccio, stancamente, al terzo tentativo: è la rinuncia e di quella vergogna, che è già marchio, non se ne libera…

Quella sua dignità stuprata urla, urla senza voce ed in modo assordante: a me pare che sia accaduto qualcosa di tragicamente ultimativo.

Ed io piango con lei, piango il dolore del mondo… e maledico la sfortuna, la casualità della nascita, e l’ umanità, che ha concepito la violenza, la povertà, l' ingiustizia… e mi vergogno di appartenervi...


lunedì 20 settembre 2010

"io non mi sento italiana, ma per fortuna o purtroppo lo son..."

La politica interna italiana, ormai, mi è imperscrutabile -nel modo più assoluto- e ritengo che si tratti di un sentimento comune ad una moltitudine di elettori.
Naturalmente ho omesso di esercitare il diritto al suffragio universale all' incirca nell' ultimo decennio, e più precisamente quando è apparso chiaro che in realtà non c'è stato prima, non ci sarebbe stato durante, e dubito sempre più che potrà essere presto, un governo sinceramente determinato a risolvere il conflitto di interessi che grava come una montagna sulla società civile.

Ora, questo è IL male del nostro Paese: il male-capo originario della stagione della "seconda Repubblica", da cui si sono ramificati gli altri mali-gregari. Quel male, una volta assimilato e metabolizzato (e chi lo cita più? E' argomento noioso e fuori moda), ha consentito, una volta consolidatosi in un valore negativamente paradigmatico e dalla natura invincibile, ogni altra porcata.

Noi Italiani abbiamo memoria labile, che si risveglia a singhiozzo durante le commemorazioni di Stato, e poi si riassopisce repentinamente. I nostri "risvegli" hanno carattere patologico, come isterico, simili ai sussulti di chi è affetto da epilessia: poi passano, ed il sonno continua. Forse non riusciremo mai a liberarci definitivamente dalla natura servile e qualunquistica che pare costituire la genetica nazionale. Forse non siamo esattamente Nazione, se non durante i campionati di calcio. Ed ora, con questa potente passione secessionista, lo dichiariamo anche senza vergognarcene.
Certo, siamo stati eroi, navigatori ed artisti: ma questi, per definizione e di fatto, sono sempre i meno, non già i più...

Confesso d' essere perplessa, perennemente in bilico tra la timida speranza di aderire, di partecipare, di riconoscermi, di affrattellarmi in qualche anche ristretto consorzio umano, e l' ineluttabile impossibilità di farlo, per questioni di onestà intellettuale. Imbroglioni: mi hanno polverizzato i sogni.

Nonostante loro, in tanti siamo rimasti onesti: è una specie di miracolo.
Sono e rimango, infatti, perfino eccessivamente rispettosa dell' altrui sensibilità, ed eccessivamente preoccupata di provocare disagio od anche soltanto minima sofferenza nelle persone con cui mi rapporto. Non sono ancora riuscita a comprendere appieno per quale ragione esista in me una simile "sovrabbondanza di empatia", perché farne risalire le originarie motivazioni ad un generalizzato amore altruistico non mi reca piena soddisfazione e non mi dà affatto la certezza di averle compiutamente svelate. Di non essere Prometeo sono certa, ma non posso escludere affatto d' esserne stata una vicina parente, allora. Il fatto è che sono italiana.

Vabbé, il prologo lo potevo anche risparmiare, ma nella forma-diario, tutto sommato, esiste una grande libertà di stile: è consentito sia fingere l' esistenza di un interlocutore immaginario (impulso schizofrenico allo sdoppiamento di personalità, ma di indubbia efficacia e soddisfazione), sia la forma didascalica (noiosissima -ne convengo-, ma rivolta a platea immaginaria più ampia e pertanto maggiormente curata nella forma)

Da ragazza era più semplice: ero certa di sapere alcune fondamentali cose. Ciò che in definitiva succede sempre con il proseguire nel percorso della vita, però, è che tante più riflessioni, esperienze e conoscenze si aggiungono al personale bagaglio culturale, tanto più si infittiscono i dubbi su ciò che sia bene o male, giusto od ingiusto, sensato od assurdo. Nella giovinezza aderire entusiasticamente a Principi e ad Idee che si ritengono assoluti ed indiscutibili è più agevole, essendo meno rodata la frequentazione con la complessità umana e della stessa vita.

Poco a poco si scoprono le sfumature, le doppiezze, le contraddizioni dell' animo umano che, quando non rivestano una connotazione completamente negativa, hanno l' effetto di costringere a rivedere ogni precedente certezza e far ricominciare tutto daccapo. E' così che si cresce: ampliando lo spettro della consapevolezza.

Nonostante la mia indole -come quella di tutti-, sia immutabile, - perchè rappresenta ciò che io sono e sarò e perchè è in me connaturata-, io non posso accettare un' idea per semplici e comode ragioni di coerenza o continuità: sposerò l' idea soltanto se la sentirò completamente giusta e nel momento preciso in cui mi coglierà il sospetto che questa abbia perduto gli attributi per cui me n' ero appropriata, sarò costretta a rivederla e forse pure a respingerla.

Inutile sottolineare che una simile circostanza s' è verificata, in questa fase di adulta maturità, molte volte. Mi succede ogni giorno osservando e talvolta subendo la realtà, gestendo i miei rapporti umani, amicali, sentimentali. Mi succede incessantemente nelle mie opinioni politiche, che all' epoca delle passioni giovanili parevano inossidabili, e di certezza abbacinante.
Gli uomini, con la loro attitudine alla meschinità ed al calcolo, con la loro molle predisposizione alla ricerca del vantaggio egoistico, con la loro scarsa memoria, hanno il devastante potere di mortificare ogni bella utopia e di relegarla nell' astrazione, preferendo alla realizzazione delle Idee i loro piccoli particolari vantaggi materialistici e triviali.
Dal mattino alla sera, ciò che era "sacro" viene demonizzato e cristallizzato in una teca di dura riprovazione. Ma le famigerate "ideologie", in realtà, per i più puri di cuore, per i non-dirigenti di apparato, erano atti d' amore per l' Umanità.

La sincerità con me stessa è il solo caposaldo della mia vita, e non esiste la possibilità, in me, che alcun dogma lo faccia retrocedere. Non ho perciò alcun timore ad affermare che se la mia passione politica non ha idealmente cambiato connotazione, e continua a palpitare per i più deboli, i diseredati, gli sfruttati, gli infelici, i poveri, gli oppressi, oggi non c' è uno soltanto dei suoi rappresentanti ufficiali che non mi disgusti per l' impressionante grado di ipocrisia e contraddizioni di cui si macchia.
Tradire la fede altrui e le proprie stesse parole -come fanno oggi i politici-, fare scempio senza scrupoli di principi in rispetto dei quali qualcuno un tempo ha dato anche la vita, permettere che ciò che si dice sia apertamente in contrasto con ciò che poi si intende fare, non è soltanto disdicevole, ma è, anche, irresponsabile e criminale.

Ecco, volevo dire questo ai responsabili tutti della gestione del potere ed ai capi dei partiti italiani: siete indegni e privi di diritto di rappresentanza: gli uni per incapacità; gli altri per attitudine alla tirannia.
E non voterò neppure questa volta.
m.m.