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giovedì 31 marzo 2022

Non solo il sentore di universale catastrofe; non solo la coscienza perfetta della finitudine irrimediabile anche dei sentimenti personali e dei più alti valori morali; non solo il progressivo avvizzimento dei cervelli ad opera di dispositivi industriali; non solo l'isolamento atroce che fa rinvenire cadaveri mummificati da anni nella loro stessa abitazione che nessuno ha reclamato: non è solo questo che riempie d'orrore. 
Questa è la prevedibile conseguenza.

Davvero nefanda è la sottile soddisfazione ricavata da quella battutina perfida, o dall'osservazione spocchiosetta, o dal tentativo di ridurre l'altro e delegittimarlo per calmierare anche la propria pochezza, o dall'improvviso attacco acufenico quando parla. Perfino quando sostieni di amarlo.

mercoledì 19 febbraio 2020

Appunti antropocentrici 12- leopardismi

Conosco oggi soltanto persone apparentemente pacificate con se stesse e che si autodefiniscono realizzate a prescindere dalla qualità oggettiva e dalle difficoltà della loro vita, totalmente ignare della presenza dell'entropia più sfrenata nel loro sedicente destino e pertanto convinte di averlo costruito e magari anche di poterlo modificare con un poco d'impegno, oppure obnibilate da quell'orribile patologia chiamata egoismo che consente di non-solo-sopravvivere bene mentre troppi altri soffrono e muoiono.
La loro esistenza è quella certa qual cosa da tenere così come sta, intrinseca ed immanente.
La maggioranza dell'umanità ha lo spirito del Candide di Voltaire e nel caso in cui  sia capitata la sventura di una vita non esattamente comoda e piacevole ciò non induce di certo a porla in discussione: spesso pare la migliore e l'unica possibile perché, alla fine, con l'abitudine, il male si stempera in una fatalistica rassegnazione inconsapevole  nella generalità dei casi.
Le persone cui mi riferisco, d'altronde, non sono letteralmente disperate ed hanno avuto, a tempo debito, la lungimiranza  di crearsi qualche prudenziale appiglio materiale, ideale  e sentimentale.
(Come si definivano, al tempo delle definizioni? Ah ecco: i borghesi. Una vera moltitudine, oppure soltanto più visibili e logorroici dei veri diseredati ed oppressi?)
Quanto sia costato e costi in termini morali la svendita della libertà e della propria originaria indole è spesso uno sbiadito, irrilevante dettaglio. Questa, almeno, è sempre stata la mia conclusione: supponente e pretenziosa, certo, forse.
Solo di recente, grazie a quel pizzico di saggezza che le metaforiche bastonate della vita sanno indurre, ho scoperto che ciò che davo per certo, come l'amore per la libertà -almeno di giudizio e pensiero- e il desiderio di armonia e giustizia generali non sono affatto prioritari per chiunque.
D'altronde, resto una profana  e non rientro a nessun livello nel gruppo: io sono mio malgrado una perdente nata, secondo gli attuali stilemi nei più vari campi, per indole ed autentica inettitudine al trasformismo.
Eppure, attingendo alla memoria del mio sottosuolo, ricordo che nonostante questo, che è vero da sempre, la potenzialità che ravvisavo nella vita mi ha appassionata violentemente, da ragazza.  
"A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si han in testa a quell'età": tanto da ritenere, con ridicola sicumera, che chiunque avrebbe, in fondo alla propria coscienza, desiderato l'Uomo nuovo, traboccante d'amore e pure d'intelligenza, entrambi finalizzati a godere senza confini e senza ingiustizie della semplice bellezza del mondo.
E' ridicolo, lo so bene, ma se l'utopia, per definizione, è priva in sé e per sé di pratica realizzazione ha ugualmente lo straordinario potere di nutrire l'anima.

E' risultato poi vero che, come affermò Mark Fisher, "la pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati". 
Quanto comunque sarebbe stata perfino solo ipoteticamente complessa la cura (impossibile senza eliminare interamente un Sistema globalizzato) è ben reso dalla successiva sua determinazione al suicidio.
Però il punto è un altro.
Quanta gente mentalmente angosciata nel senso sottinteso dalla citazione conoscete ed io stessa conosco?
Quanto a me, ripeto, una piccolissima, quasi nulla ed invisibile minoranza se si escludono tutti coloro che patiscono o la mancanza di qualche bene non indispensabile o l'antipatia per questa o quella persona,  questa o quella etnia,  questa o quella circostanza specifica.
Chi non è sorretto dalle comode sicurezze materiali spesso lo è dalle scarse dotazioni intellettuali e culturali.
Tutto questo è, in fondo, tragicamente perfetto.

sabato 20 luglio 2019

Appunti antropocentrici -11-

Ci sono ancora cose, seppur sempre più rare, capaci di scuotermi e la loro suggestione, per pochi istanti, riesce a far riemergere quelle potenzialità vitali che mi appartengono per indole e che le restrizioni, i patimenti e soprattutto il sopravvenuto disgusto dell'esistenza hanno sepolto sotto cumuli di mortificazione ed una sorta di atarassia non già conquistata ma piuttosto subita per sfinimento.
Ascolto  "A woman left lonely" della Joplin e mi ricordo chi sono con esattezza perché le potenti  ripercussioni emotive che me ne derivano non possono essere che a me attinenti in modo unico ed esclusivo.
Nel passato è contenuta la certa testimonianza del fatto che sono stata capace di vivere in coerenza ed interezza con me stessa nonostante oggi il mio povero presente sia di fatto un disperato tentativo di sopravvivere sopra le righe senza consentirgli di insozzarmi e per fare questo devo anche dimenticarmi, rendermi assente, rinunciare alla mia verità.

Non ci è dato scampo, in quest'ultima lunga fase del tardo capitalismo: le opzioni fittizie a disposizione dell'individuo medio (la cui posizione nei suoi vari aspetti scivola progressivamente verso il baratro)  per poter vivere non sono che due: aderire alla dilagante edonia depressa -la scelta maggioritaria delle masse insulse e vacue- oppure optare per un dolorosissimo auto-confino meditabondo e comunque senza gioia.
Sono ancora e da sempre convinta che la tensione principale nella vita di ogni umano sia la felicità ma anche che felicità non sia sinonimo di piacere. Il piacere fine a se stesso è appannaggio dei poveri di spirito.

Quel che trovo stupefacente, piuttosto, è il grado di asservimento mentale, qualche volta inconsapevole, di cui fanno sfoggio, loro malgrado, i sedicenti intellettuali.
A che cosa, a chi servono?
E' meno arduo rispondere a questo piuttosto che chiedersi a quale platea ideale aspirino a rivolgersi.
C'è stato un tempo, in fondo non così remoto, in cui approfondire ed accrescere la cultura equivaleva ad aspirare alla libertà, innanzitutto di pensiero e giudizio personali ed immediatamente dopo generale, per tutti, di tutti, dell'umanità.
Quest'ultima è un'aspettativa desueta, se non morta: l'autoreferenzialità è il massimo delle loro aspirazioni.
Ne deriva, signori intellettuali-mezze-calzette d'oggi, che siete inutili, a causa della vostra completa assenza di coraggio e del vostro evidente, fin imbarazzante, povero narcisismo.

mercoledì 26 giugno 2019

Tipi -29- I sedicenti puri

Alcuni di loro perseguono a parole la giustizia sociale e la verità (per quanto amara), denunciando le contraddizioni del Sistema, ma nascondono la faccia dietro una maschera.
Sono, in genere,  sprezzanti e narcisisti, tronfi d'orgoglio malcelato, amici soltanto di chi li adula e li ammira o, nascostamente, di chi avvertono culturalmente ed intellettualmente superiore.
Ciò, a prescindere sia dalla sostanza, sia dalla forma, sia dalle contraddizioni più palesi, perché quello che davvero li traina, nel profondo, è la vanità.
Spesso quando di genere maschile, sono misogini e la loro superbia -rivelatoria di debolezza- li colloca irrimediabilmente tra i peggiori epigoni del peggior dottor Freud.
Dubito che nel Sistema perfetto saprebbero che farsene di sé, dubito che nell'utopistico mondo senza classi sarebbero migliori.
Le anime belle lo sono a prescindere da qualsiasi situazione e continuano, continueranno o continuerebbero, ad essere più rare degli unicorni.
 

venerdì 7 giugno 2019

Appunti antropocentrici -10-

Sulle prime, ad un esame frettoloso ed appena sfiorato del pensiero stesso, sono incline a classificare la mia sofferta reticenza ad una forma di pudore che induce la pervicace determinazione a non richiedere ad altri un aiuto -di cui avrei massimo bisogno- che non sia spontaneamente offerto: per non essere fagocitata dallo stato d'ansia generalizzata basterebbe la vicinanza fisica di un essere umano positivo, perfino se non brillasse in modo particolare d'empatia.
Non è così, invece: crederlo equivale a minimizzare la reale portata del problema, che è molto più grave.
Non chiedo aiuto perché so che mi verrebbe negato, per indifferenza sostanziale o per inettitudine a prestarlo.
Credo d'essermi vaporizzata, nell'ultimo decennio, sì che ora di me s'intuisce solo l'ombra: poco interessante, per nulla utile o divertente.
Resto una persona pratica perfino con le sinapsi impazzite. 

"La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza." (P.P.Pasolini)
Questa è la tragedia.

martedì 5 febbraio 2019

Pungoli sentimentali

 
Da quando sono diventata cinica e disperata e la mia luce s'è spenta l'avevo dimenticato.
Avevo dimenticato quanto tu fossi sì mediocre, pavido, conformista, per tua stessa ammissione e quindi reo confesso, ma contemporaneamente poetico, come un bambino, e la tua intrinseca poesia -amalgama di forza e debolezza, dolore e gioia, ignavia e sorprendenti iniziative- mi ha legata a te indissolubilmente e per sempre, pur nell'assenza.
Mi amavi, infatti, come un bambino, combattuto tra generosa esaltazione e paura della più azzardata delle scelte, per te.

Ora ti aggiri nella mia memoria, come un fantasma inquieto, a ricordarmi d'essere stata un tempo solo apparentemente crudele ed invece magnanima come Circe nel favorirti, tutto sommato,  la continuazione del tuo viaggio.
Non ho alcuna colpa, allora,  se esso ti ha riportato esattamente là da dove t'illudesti di partire, mio povero caro, ma ti sono grata per l'implicita testimonianza che mi suggerisce il tuo ricordo perché,    profuse infinite lacrime e  versi e  parole, siamo stati più che ridicoli, vivi.


FERNANDO PESSOA, Tutte le lettere d'amore sono ridicole.
Tutte le lettere d'amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole.
Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore,
come le altre,
ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è l'amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d'amore
sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d'amore
ridicole.
La verità è che oggi
sono i miei ricordi
di quelle lettere
a essere ridicoli.
(Tutte le parole sdrucciole,
come tutti i sentimenti sdruccioli,
sono naturalmente
ridicole).

mercoledì 2 gennaio 2019

Buon anno, ma niente di nuovo: il primo attacco di panico del 2019.


E' chiaro che non vi sia scampo: era già tutto previsto per il passato ed è già tutto predisposto per il futuro.

Addivengo, a seguito di personale gestazione ed esperienza, al parto di un apoftegma che pare assurdo ed invece è logico: "Il Destino esiste/ il Destino non esiste./Dipende./ Da cosa?/ Dal Destino".

Chi o che cosa ne siano artefici o responsabili non lo so, ma è praticamente certo che correr l'alea all'infinito non è possibile perché ti usura e poi ti ferma definitivamente, soprattutto se il rischio non costituiva affatto una scelta ma il solo modo possibile per reagire allo sfacelo che ti tallonava, che  comunque incombe ed inesorabilmente ti carpirà.
E' altrettanto evidente che senza volere non si può nulla, ma che il luogo comune "volere è potere" è una menzogna assoluta, per di più ridicola, oggi più di un tempo.

(Loro, sono bravi.
I fatti pratici e le cose, le scaramucce politiche, il teatrino liturgico della vita, la partigianeria del rosso e del nero, il solito sesso, l'edonismo delle parole, li prendono ancora.
Spesso nella più inconsapevole malafede questi marci borghesi ritengono che la critica politica possa soppiantare la militanza concreta: son tutti unti d'illuminazione e consapevolezza suprema agevolate dal fatto d'avere conti in banca pasciuti e rassicuranti ed il sedere al coperto.
E' evidente che la coscienza, in costoro, un po' disturba, ma  sbeffeggiare il potere non equivale a combatterlo.
Ogni evo ha i suoi stilemi: ora sono satira, indignazione, ipercritica , ironia,  riesumazione confusionaria di qualche concetto marxista oppure machiavellico, nauseante spocchia narcisistica a suggerire linee guida per aspiranti intellettuali, sedicenti politici, e pure inutili blogger. Per i più pecorecci, invece, non trovo aggettivi abbastanza calzanti in grado di descrivere i miasmi fetidi che si spandono da una qualsiasi delle loro esternazioni, in modo particolare nei social.
Occupare la mente in questo modo è comunque terapeutico, bravi.)

Invece io, per ragioni elementari e complicatissime, chiare ed occulte, principali e subordinate, personali e più che universali,  continuo ad essere martirizzata da devastanti attacchi di panico, assediata da un nemico potente, invisibile e feroce che ha insediato il suo quartier generale esattamente nella mia gola.

" [...]  che cos'è che permette all'uomo, nonostante la sua consapevolezza della morte, di vivere e operare come se essa fosse qualcosa di estraneo a lui, come se la morte fosse un fenomeno naturale? Il tremito che mi ha scosso negli ultimi giorni mi ha aiutato a capire, nonostante i gravi attacchi di paura, che la mia malattia non è altro che questo: a volte, per ragioni a me del tutto ignote e per impulsi assolutamente incomprensibili, io divento 'lucido', in me compare la coscienza della morte, della morte in quanto tale; in questi momenti di illuminazione diabolica  la morte acquista per me il peso e il significato che essa ha 'an sich' e che gli uomini perlopiù non intuiscono nemmeno (ingannandosi con il lavoro e con l'arte, mascherando il suo senso e la sua 'vanitas' con formule filosofiche) scoprendo il suo vero significato solo nel momento in cui essa bussa alla loro porta, in modo chiaro e inequivocabile, con la falce in mano, come nelle incisioni medioevali. Ma quello che mi atterriva (la consapevolezza non genera consolazione) e accresceva ancor più il mio tremito interiore, era la coscienza che la mia follia era in fondo lucidità e che per guarire -perché questo tremito continuo è cosa insopportabile- avevo bisogno proprio della follia, della demenza, dell'oblio, e che solo la demenza mi avrebbe salvato, solo la follia mi avrebbe guarito! Se per caso il dottor Papandopulos mi interrogasse ora sul mio stato di salute, sull'origine dei miei traumi, delle mie paure, adesso saprei rispondergli in modo chiaro e inequivocabile: 'la lucidità'.
[...]"  (Danilo Kis, Clessidra)
 


mercoledì 8 agosto 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di mezza estate (logorrea improvvisa da afa padana) -1-

E' opportuno selezionare con grande attenzione l'ingresso delle persone nella propria vita fin dall'avvento dell'età della ragione.
Ciò è particolarmente raccomandato ai temperamenti ipersensibili-malinconici ed alle anime belle, fatto che rende l'assioma soprastante  in sé elitario.
La cosa inoltre seccante, pur se fatale,  è che a prenderlo alla lettera ci si voterebbe al quasi totale isolamento.
Sarebbe meglio, dal punto di vista pulito e scintillante della razionalità: meno amarezza, meno delusioni, meno noia, meno nausea da derivazioni umane.
Sarebbe peggio, perché toglierebbe ogni alibi nel momento -fatale anch'esso- in cui, nonostante un isolamento benefico dal corrotto e corrompente consorzio umano, le cose appaiono nella loro sostanza oggettiva:
talvolta bellissime  ma 
indifferenti, 
talvolta terrificanti ma
indifferenti,
altra ancora neutre ma
indifferenti.
***

« Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa..." 
Ora io vedo la quasi totalità delle menti, seppur non solo le migliori -ma i superlativi ormai sono estinti per carenza di qualità nel secolo dell'appiattimento fattuale in atto-, né solo le peggiori, abbarbicate come licheni ad un edonismo passivo ed intristito, ad un amor di sé senza ragione e sostanza e perciò patetico, distrutte dal bisogno di consenso e visibilità, ancora più affamate ed isteriche, digitare come ossessi proclami, aborti di pensieri, programmi di governo, aforismi di tizi a loro sconosciuti ma che suonano bene, fatti privati di ordinaria, banale e un po' deprimente esistenza, altre stupidaggini imbarazzanti, nella convinzione che ciò li renda parte di qualcosa.
Surrogati di amicizia, emozioni sintetiche, illusione di dialogo.
Erano meno strafatte quelle degli anni '60.
*** 
 
La maggioranza dei sedicenti intellettuali (spesso "/ filosofi") finge di ignorare che il solo modo per contrastare il peso delle sperequazioni sociali di cui si indignano e delle sofferenze dei reietti, sarebbe innanzitutto ammettere che sono strumentali alla permamenza di questo Sistema e sua diretta, intrinseca e logica  conseguenza.
*
Ne deriverebbero la sua inappellabile condanna ed il dovere di reagire.
L'intellettualismo non implica affatto né il coraggio, né, men che meno, l'onestà.
***

lunedì 16 luglio 2018

Tipi -28- i vecchi (porci)


Alla fine arriva il momento in cui comprendiamo la sostanza più corposa e pregnante della nostra vita, di solito in un letto d'ospedale od in sua prossimità, e generalmente è troppo tardi per rivoluzionarsi di conseguenza, adottare le necessarie strategie per porre rimedio agli errori madornali commessi per ingenuità o in seguito a valutazioni fantasiose ed  accettare con il necessario stoicismo e realismo d'essere spaventosamente soli con le nostre ancestrali angosce risultanti  definitivamente intraducibili e soprattutto prive di qualsiasi interesse per chiunque altro.

Ci pare di aver fatto del nostro meglio, in fondo, ma è evidente nel contempo che non è vero, dato che l'approdo di una vita si identifica quasi sempre in una spassionata generalizzata amarezza.

Peccato che saggezza, altruismo, amicizia non siano quasi mai la risposta naturale di siffatta crisi.

Conosco persone anziane affette da recriminazioni che mi ripugnano: ottantenni senz'ombra d'anima, caparbi materialisti, disumanizzati nichilisti che nella loro cieca corsa verso il nulla, ai bordi dell'abisso nero che presto li inghiotterà, si ostinano a desiderare qualche surrogato, sempre squallido e triste, di piacere.
Il bisogno edonico ha in loro spadroneggiato sempre e persiste, senza che essi si avvedano di come li abbia condotti ad una pochezza intellettuale (per non evocare alcuna morale) assoluta.

A me, che parlo d'anima pur nel mio assoluto ateismo, ridono in faccia, perché nulla conta di più, per questi tristi tipi, della vanagloria e delle loro avvizzite gonadi.

giovedì 2 novembre 2017

Piccola anima smarrita e soave - 6 - amor fati

La colpa più imperdonabile, infine, è la sostanziale incapacità di usare almeno un poco l'arte di persuadermi che ci sia un motivo, pur se ancora sconosciuto, per proseguire negli scambi umani non strettamente necessari e mantenere qualche innocua relazione sociale senza patire poi degli ineluttabili e puntuali sensi di disgusto, delusione e mortificazione.
Simile colpa è mitigata, però, dall'enormità del compito: fuori dalla caverna delle ombre la luce è abbacinante ed i pretesti si dissolvono, si sbriciolano in finissima polvere che scivola via dalle mani, com'è in fondo giusto che sia, in onore della verità.

Non affermo che il mondo ospiti solo persone di bassa levatura morale o mediocri o prevalentemente ipocrite (pur ammettendo che senz'ombra di dubbio costituiscono la maggioranza assoluta degli umani),  ma piuttosto d'essere incespicata solo in quelle a causa di una mia oggettiva ristrettezza di orizzonti e non essere riuscita per tempo ad evitare qualsiasi coinvolgimento.

Come per ogni altra azione indipendente dalla casualità e dal caos esistenziali -le quali, semmai, spingono a reazioni-, ne ho quindi piena responsabilità, perché l'ingenuità ed il buonismo sono, più propriamente, semplici autoinganni necessari alla sopravvivenza.
Pertanto, è evidente, "così volli che fosse", malgrado questo spiccato razionalismo.

Certo, mi addolora molto ricordare il pathos, rivelatosi fittizio e misero, con cui ci siamo intrattenuti anche qui, amici miei bugiardi e scostanti come i bimbi che si trastullano un poco con i giochi presto venuti a noia.
Certi sogni, almeno, meriterebbero di sopravvivere alla nostra umana sciatteria ed all'incuria.
Neppure voi, quindi, avete validi alibi, dato che così voleste che fosse.

Tutto rimane perfettamente invariato, nulla di davvero significativo è successo mai e non c'è ragione per pensare che qualcosa possa succedere in futuro: per quanto mi sia voluta e potuta illudere, in passato, niente e nessuno hanno mai scalfito il nucleo duro e gelido della mia solitudine, che resta la vera costante, l'eterno ritorno del destino. Certamente del mio, ma, suppongo, anche di quello di tutti.

 
[... 
E mi rigermina
     
nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura
     
per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...]

(P.P.Pasolini)




venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

sabato 12 agosto 2017

Tipi -27- I liberi pensatori.

C'è un limite all'anarchia d'idee ed al dissenso; un limite ben preciso anche se invisibile, il cui superamento non sarà perdonato e costerà al suo fautore, in modo progressivo ed irreversibile, isolamento, oblio, solitudine.
Naturalmente nessuno, in assoluto, può limitare la libertà del pensiero di un altro: il solo luogo completamente inaccessibile di ciascuno di noi è quello costituito da mente e psiche e chi ne ha il temperamento sa difenderne l'inviolabilità, ma l'esercizio dell'eventuale conseguente libertà espressiva, invece, ha un prezzo sociale, sempre.

I liberi pensatori, intanto, si distinguono in due grandi razze: gli Eccellenti Famosi e gli Anonimi Sconosciuti.
Il desiderio di appartenenza alla prima è già in potenza inficiante rispetto alla cristallina  idea di libertà, perché chi ne è pungolato anela in qualche modo al consenso ed al riconoscimento d'altri ed è schiavo della sua stessa vanità.
Il vanesio, d'altro canto, non è mai totalmente libero: corruttibile con le lusinghe, obnubilato dal suo eccesso di narcisismo, incapace per questo di empatizzare con le intenzioni e le motivazioni del plauso altrui (svelandone le frequenti pochezza ed ipocrisia), resta servo dell'attaccamento a se stesso e dell'idea sempre supponente che ha di sé.
E' condizione indispensabile, comunque, avere oggettivamente un proprio pensiero.
Non è affatto cosa automatica né generale: nella maggioranza dei casi si suppone che quel dato pensiero sia originale anche quando è frutto di plagio e mimetismo. Il pensiero proprio è rarissimo,  altamente penalizzante e piuttosto inviso se espresso dall'Anonimo Sconosciuto; lo si tollera soltanto nei poeti disposti a smentire se stessi in prosa, nella prosa del linguaggio e della vita.
Del prezzo sociale da saldare l'individuo anarchico e dissidente non si cura, e ciò rappresenta la garanzia della sua purezza intellettuale, nonché la condanna all'isolamento ed alle sue conseguenze se non è che un semplice 'nessuno'.

L'Eccellente Famoso è eccellente o famoso solo relativamente, come qualsiasi altra faccenda umana, ma sono i suoi estimatori e piaggi od i suoi nemici detrattori ad innalzarlo alle ribalte nutrendone l'autostima e consentendone l'esistenza. Lui non lo pensa: si crede speciale, unto dal Fato e pertanto passibile di venerazione.
Esterna molto, senza disdegnare le nuove piazze virtuali popolane, ignoranti ed aggressive, perché la ribalta lo seduce irresistibilmente ed a prescindere.
Naturalmente, le ribalte stesse sono relative in un mondo di sette miliardi di persone, e ciò rende l'intera faccenda abbastanza buffa, dato che costui è tenacemente, anche se talvolta solo intimamente, convinto d'essere depositario di verità aventi massima importanza per le sorti dell'umanità, mentre, come tutti quanti, alla fin fine, non è un bel nulla.

A chi vada la mia stima e solidarietà è deduttivo giacché questo blog è solo per lo Sconosciuto da sempre, e perché la cosa abbia attinenza con tutta la mia esistenza lo so io e, coerentemente, nessun altro oltre a me.



giovedì 20 aprile 2017

Lasciala andare via

Un tempo, e non così remoto, un conoscente che non vedo e probabilmente non vedrò più,  mi disse "...ti tengo d'occhio...", quale massimo tributo d'affetto di cui fu capace o che io seppi ispirargli.
La vita insegna, non abbastanza presto, che le parole seguono spesso rotte desertiche dispersive e fumose perfino quando nel proferirle o pensarle siamo completamente in buonafede.
Come la maggior parte dei propositi umani era fiacco e mendace, perciò fu semplicemente e chiaramente smentito dai fatti, simile a centinaia d'altri, prima e dopo, a me occorsimi.

Gli uomini non sono che uomini, per quanto ingombrante e tronfio possa essere il loro ego, e se qualcuno ravvisasse qui  intento riduttivo, vedrebbe bene.
Non ho più la minima voglia di impegnarmi in una qualsiasi discussione o nel dialogo che nel passato  è sempre stato, quasi letteralmente, per me vita.
Comincio a dimenticare vocaboli, le parole mi appaiono sempre più non solo sospette, ma ormai moleste. I pochi che le usano appena decentemente hanno fini quasi sempre e quasi tutti indecenti e i molti che le sillabano a malapena con inflessioni e storture dialettali me le rendono, in modo equivalente, odiose.

Di tanto in tanto m'imbatto nelle corpose e poi inesorabilmente morte corrispondenze epistolari intrattenute con tanti amici defilati.
Quale spreco di stoica filantropia, povera illusa!

Quando ne scovo un filone, tra file dimenticati nel disordine del mio vecchio portatile, subisco una trasfigurazione e divento il disgraziato Bartleby impiegato all'Ufficio lettere smarrite di Washington.

Non imparerò mai la lezione, lo so bene, eppure è la prima che l'esistenza impartisce: ogni cosa è leggera, leggera, leggera, "...To let it go/Light enough to let it go" .

 

domenica 5 marzo 2017

Vergogna

"... e un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo, pensò che aveva modo di riparare a qualche torto..."

Pensava male, quell'eroe gucciniano giovane e bello, ma proprio perché giovane e bello -giovane e bello fuori e dentro-, e probabilmente perché il censo di appartenenza, quando disagiato, affina oltremodo la nobiltà dell'anima -solo se l'anima è nobile per indole-, non poteva fare che quello che fece.
Non c'è stato mai modo di riparare ad alcun torto, purtroppo: la natura umana ha comuni tratti  immutabili, in fondo, e tendenti alla reiterazione.
Poco importa che essa sia innata o culturalmente indotta.
Giustizia, ingiustizia, vengono avvertite in modo soggettivo e sempre parziale: sono opinabili.
Il miserando limite di essere umani sta tutto qui, nelle grandi questioni: l'inconciliabilità assoluta tra l'idealizzazione e la trivialità dei nostri appetiti e del nostro tornaconto. 

Di conseguenza ciò mi rimanda, con grande tristezza,  a quel trentenne la cui lettera di commiato prima del suicidio nei giorni scorsi è apparsa sui giornali, perché non c'è nulla che muova all'interesse ed alla  compassione generali fittizi, fulminei, effimeri ed ipocriti tanto quanto la vittima di turno.
Eppure, con grande probabilità, pochi provano anche vergogna, oltre all'orrore, per simili morti.
Se così non fosse difficilmente si potrebbe sopportare la visione -anzi, l'esistenza-, ad esempio, di festival televisivi della canzone  in cui i soli presentatori,  uomini e donne oggettivamente senza qualità, ricevono compensi paradossali, in barba a tutti i precari che si ammazzano.
E che dire dei giullari, così prevedibili e scontati, e della loro ormai logora satitra totalmente vana ed in malafede, tutto sommato prezzolati dal sistema, che calcano le scene ufficiali  perché al popolo-bue piace ridere di se stesso illudendosi che il riso lo assolva dal reato d'inerzia?
Le folle rispettano ed invidiano idoletti televisivi da strapazzo, persone stupide in modo imbarazzante, gente la cui abilità sta nel dar calci ad un pallone, nello scaldare di tanto in tanto poltrone parlamentari lottizzate, un'infinità di altri personaggi irrisori in ogni campo dell'attività umana,  per la loro abilità straordinaria nell'aver fatto fruttare la mediocrità di cui sono portatori. Nulla è più gratificante (immagino) del rispecchiarsi nei mediocri che ce l'hanno fatta.

Invocare la vergogna, comunque, è a questo punto totalmente fuori luogo e me ne rendo perfettamente conto. La vergogna è un sentimento complesso da analizzare, in fondo, e nelle questioni sociali è influenzato culturalmente dal sentimento generico e populistico del comune pensiero (quell'idiota).
Secondo Sartre esiste solo in relazione all'altro, ovvero ci si vergogna soltanto quando si teme l'altrui giudizio o riprovazione.
Stante l'infimo livello raggiunto ed universalmente accettato di quelli che venivano definiti 'valori umani', che ora stanno solo sulla carta di qualche Costituzione, i borborigmi della coscienza sono praticamente scomparsi.


Una brava donna, seraficamente priva di malvagità e forse pure in buonafede, l'altro giorno mi ha detto: "... beh, perché prendersela con i ricchi: sono necessari, i migliori fanno beneficenza, danno lavoro ai giardinieri, ai domestici, ai più 'sfortunati'...".
Ecco, il borghese benpensante ha adottato sempre, più o meno consapevolmente, una simile tecnica autoassolutoria che poi è stata assimilata anche da molti che borghesi non sono.
Peccato che quel certo tipo di sfortuna sia indispensabile ai fortunati per restare tali.
C'è qualcosa di sporco, un rivoletto permanente d'ipocrisia, che gli cola dalla coscienza e lo rende miope e pure un po' sordo rispetto alle sofferenze altrui, sempre minimizzate quando non negate e dimenticate.

Perché giustizia, ingiustizia, più che mai, per il piccolo borghese-tipo, son solo opinioni. 
 

domenica 5 febbraio 2017

Appunti antropocentrici -8- (lo schifo)

Mi fanno proprio schifo quasi tutti e me ne dolgo, perché lo schifo, tutto sommato, è un sentimento forte che so perfettamente essere esageratamente magnanimo per i lombricoformi-mentali che pullulano ovunque, con le loro misere emozioni vermicolari, i loro impulsi intermittenti fievoli e presto svaniti, il tremolio degli insulsi chiacchiericci virtuali esclusivamente finalizzati a permettere la lievitazione di un insopportabile narcisismo incontenibile.
L'ipocrisia intellettuale, inoltre, è il cancro inguaribile che mina ogni rapporto umano e sociale, ed è enormemente disgustosa.
Consapevole che ciò potrebbe dare adito a meschini fraintendimenti e ad interpretazioni un poco piccate e squallide -ma, data la provenienza, prevedibilissime- mi trattengo dal chiedere ai loro epigoni e piaggi se siano consapevoli del fatto che il narcisista che applaudono sorride loro per una forma lieve di gratitudine del suo stesso tronfio ego continuando però a considerarli solo esseri accessori ed infinitamente a lui inferiori.  

Consideriamo un punto d'osservazione qualsiasi: i frequentatori dei social.
Esiste un'enorme quantità di loro che ritiene doveroso e sinonimo di appartenenza alla realtà (ossimoro!) l'avere un account e sparare cazzate in serie, nella quasi più completa e spudorata libertà di scelta di temi ed oggetti.
Ci sono gli imbecilli nudi e puri, spesso quasi analfabeti, le cui esternazioni non necessitano né di indagini né di supposizioni: livelli stereotipati infimi di argomentazioni ed interessi predispongono alla serena indifferenza, ma ci sono pure quelli che non possono avvalersi di una simile attenuante: hanno fatto due scuole, letto qualche libro, affermano di sapere di non sapere nulla senza però crederci, e non tacciono mai, mentre elogiano la saggezza del silenzio. Ebbene: questi mi fanno veramente, ma veramente molto più schifo.
 
A ben pensarci mi hanno sempre fatto schifo, in generale, quasi tutti quanti, ma senza alcuna intenzione e perfino inavvertitamente: la ripugnanza è reazione istintiva, ferina, automatica, probabilmente suggerita dalla necessità di difesa e sopravvivenza o da un fremito di raccappriccio dell'anima, che si avvale di risorse imperscrutabili ed infallibili, mortificata da ciò che è troppo brutto.
Ultimamente ogni cosa è oscenamente brutta, il brutto impera, nel pubblico e nel privato, ed ovunque sonnecchia e ristagna la malattia oscena dell'egoismo indifferente.
Non è il male di questo tempo: è il male di sempre, il male d'essere umani.
L'umanità mi fa decisamente schifo.

Mentre alle scuole elementari ed alle medie mi terrorizzavano come fossero minacciosi alieni, dato che avevo vissuto la prima infanzia protetta dalla dolcissima madre e dal piccolo nucleo parentale, alla scuola superiore -ricordo con diverso spavento-  mi facevano schifo quasi tutti i miei compagni di classe e non perché io fossi così sconfinatamente diversa da loro nella profondità dell'indole -cosa assolutamente vera, ma non  per questo questione dirimente-, ma piuttosto perché loro avevano, nonostante le formali singole diversità, un sostanziale comune arroccamento immaginifico del loro futuro, che altro non era se non l'ovina predisposizione mentale ad accettare il  "destino di tutti", come se fosse esistita davvero una legge superiore e naturale che li avrebbe poi sistemati nel loro ruolo,. da adulti.
Niente immaginazione, niente sogni, nessuna fantasia. Che schifo.
 
Ed io che mi vivevo, invece, come vulcano dormiente in attesa dell'esplosione di talmente tanto amore ed energia e felicità e bellezza da guarire il grigiore e l'orrore del mondo...

sabato 20 agosto 2016

Piccola anima smarrita e soave -4-

Dunque, mi pare, la cosa veramente bella, nel sostanziale fallimento di un'umanità velleitaria ed ottusa, è l'ingenuità fanciullesca di certi adorabili commoventi intellettuali dell'ultimo secolo, così prometeici e romantici da insistere indefessamente nel ribadire l'eroismo di ogni uomo manifestato con il semplice vivere.
 
Eppure, non c'è alcun eroismo senza la contemporanea consapevolezza profonda dell'assurdità della nostra stessa vita, ed io dubito molto che tale consapevolezza sia diffusa.
Vedo, invece, tutt'altro; noto, piuttosto, il contrario.
A me pare che la schiacciante maggioranza delle persone s'inganni nel profondo e deliberatamente (ma forse inevitabilmente per carenza di spirito) si ritenga depositaria di un qualche scopo, che di solito si esaurisce nel rivestire un qualche ruolo.
 
Vivere della sola propria essenza, straziati dall'angoscia d'essere immersi non solo in un determinato sistema umano, ma anche in un più vasto tutto cosmico sostanzialmente assurdi, e tuttavia tener vivo, dentro sé, il fuoco sacro di una coscienza buona e di un'anima bella,  è certo uno sconfinato eroismo.
 
E però, per amore di giustizia, quantomeno, si dia a Cesare quel che è di Cesare, ché le magnanime generalizzazioni alla lunga offendono.
 

martedì 2 agosto 2016

Appunti antropocentrici -6-

Da anni galleggio sull'apice emerso di una sorta di iceberg, gettando di tanto in tanto senza più troppa nostalgia lo sguardo sul resto del  mondo oltre le gelide acque.
Noi cavalieri di iceberg, tra l'altro,  possediamo la  non comune abilità di sembrare d'esserci dove non siamo.
Non ho tuttavia smesso di desiderare la terraferma, il profumo dell'erba e dei fiori, il tepore di altre presenze animali, ma semplicemente so d'essere ormai incapace di forzare l'ennesimo processo di adattamento tutto sommato ipocrita ed inutile, perché comunque quegli oggetti di desiderio sono vagheggiati sotto il filtro di un'aura romantica, inesistente nella realtà.
Ogni meccanismo, dopo un po' di intenso vissuto, ci diventa noto e prevedibile, e ad un certo punto  non rimane più nulla da reiterare senza provare anche la netta sensazione d'essere un idiota dalle ricadute seriali.
Forse e molto probabilmente succede più facilmente a chi tendeva all'idealizzazione della vita e, poco aristotelico, non è mai riuscito a conquistare il pacificante senso della medietà.
C'è chi prova  pudore a mentire a se stesso e troverebbe comunque più ripugnanza nel fare questo piuttosto che nello  scoprirsi idiota, ed allora tanto vale sancire la sconfitta, o l'impossibilità del sogno.

Nel frattempo, pur nell'ineluttabilità conclamata di questo stato, anche sull'iceberg giungono indirette e continue conferme di come sia in fondo solo eufemistico ritenere che il nostro auto-esilio sia una libera scelta.
E' una fatalità, è il destino.

Nei confronti di qualche individuo, occasionalmente ormai, provo una cauta simpatia: quando succede mi pare, sulle prime, tutto sommato un buon diavolo, ma poi non riesco ad arginare in alcun modo lo smottamento penoso verso la delusione che la classica frase fatta comune, l'espressione un poco  turpe, il narcisismo inconsapevole affiorato in superfice, la smascherata meschinità degli intenti, la propensione all'utilitarismo egoistico e la vacuità del suo spirito rivelata dall'interesse esclusivo verso una qualche forma di gretto edonismo con conseguente terrore anche per la minima sofferenza morale, che puntualmente gli sfuggono dal controllo e si palesano, mi causano mio malgrado.
Che pena. E -naturalmente- che noia.
Se non fosse che non lo siamo abbastanza a fondo, purtroppo, io vorrei dire a tutti coloro che mi attraggono inizialmente a livello istintivo come potenziali amici  "ti prego, non farlo anche tu, ti prego... non tatuarti, non dire mai 'bella ragazza', non postare tuoi autoscatti, non dimostrarti servile e non venerare alcuno -neppure se degno della massima ammirazione-, non imitare chi non sei tu, non ricorrere sempre alla bassa seduzione ormonale, non dire troppo per non dire niente, non considerare naturale nessuna delle infinite e serpeggianti liturgie del vivere sociale..., ti prego, ti prego, ti prego...".
Non ne ho né il diritto né il dovere, però, ed allora tanto vale lasciare che sia la deriva naturale a provvedere e risolvere.


 

mercoledì 22 giugno 2016

Crisi di n...

Mi sto chiedendo, molto sommessamente, tra me e me, e del resto svogliatamente da annoiata terminale quale mi sento, se sia io stessa rea di qualche colpa ed insufficienza che l'autocritica non sa disvelare sì da non aver ancora colto le più significative sfumature della vita di relazione tra gli umani o se, invece,  la noia letale che da tali relazioni me ne deriva non sia altro che un espediente per soffrire un po' di meno nel sentenziarne la sostanziale impossibilità di reale vicinanza e compassione.

La noia, che è prerogativa tutta umana, agli esordi, nell'esistenza,  sfiora dapprima con una certa levità, simile alla puntura di una zanzara, irritante ma non letale, ma via via, inesorabilmente e senza fretta, in implacabile costante progressione, aumenta la pressione e poi dilaga in modo infestante, sposandosi infelicemente con la parallela capacità di visione lucida e schietta delle persone e degli accadimenti.

Rimane, comunque, un grande privilegio, un privilegio, diciamo, dannato, un po' come lo è anche la compagnia fedele e perenne della malinconia nella propria vita, un privilegio dal prezzo altissimo in termini di solitudine.

Non ho mai conosciuto nessun mediocre realmente annoiato ed ho conosciuto un'infinità di persone, invece, di tanto in tanto lamentose per via di qualche impedimento materiale alla realizzazione di uno dei quei loro sogni miserevolucci bastevoli a riempire la vita, quale la gita fuori porta, la vacanza a Sharm, la borsa griffata, il mutuo casa da pagare, l'ottenimento di riconoscimento ed ammirazione da parte dei loro simili (e sottolineo simili), il possesso dei più disparati oggetti, delle più disparate dimensioni.

Quel che la Noia testimonia, infatti, è l'impossibilità di aderire alla pratica della comune riduzione della propria esistenza nella ricerca di piaceri grossolani, mercantili e volgari, ma anche più nobili -in fondo-, ché di soli piaceri si vive comunque in modo parziale.
Da ciò ne deriva la sua grande impopolarità.
Lo sguardo di chi ti scopre annoiata nel profondo è dapprima di riprovazione e poi di terrore, e lo sguardo dell'Annoiato Supremo non può che essere, di rimando, di disgusto.

La grande sfida, il sogno degno d'esser perseguito, è alla conclusione dell'Ivan Il'ic, pur se quello che egli ha sconfitto era la paura: la luce in fondo al tunnel, la consapevolezza un istante prima della fine.
In fondo non può essere che sia solo la nausea la reale conquista umana.

Tutti i miei conoscenti mi annoiano, e poi anche tutti i miei amici, i miei parenti, i miei ex, i miei ascendenti ed i discendenti.
Prima di annoiarmi, tutti, mi hanno ferita oppure delusa, ma solo perché sono incorsa nell'errore di sopravvalutarli, peccando di buonismo ed ottimismo.
I più hanno mentito e millantato su ciò che erano; gli altri credevano davvero d'essere ciò che non erano.
Senza questa mia debolezza di valutazione, mi avrebbero annoiata fin da subito, perciò mi assolvo, perché di qualche illusione ho pur dovuto vivere.

A dismisura, mi annoia, con atroce sofferenza, il male del mondo, l'ingiustizia, la prevaricazione sociale, la ricchezza e la miseria, i bambini morti spiaggiati, gli animali torturati, lo schifo che la nostra specie è riuscita ad inventarsi da quando è comparsa sulla Terra (rimpiango l'etica dei dinosauri), e mi annoia, con odio feroce, chi sul male ci campa e ci sguazza, dai capitani d'azienda, ai lavoratori che desiderano le loro insulse merci, ai blateratori di democrazie, ai giornalisti griffati, ai preti bugiardi, ed agli ignavi tutti.

Ed ora basta, ché mi son venuta a noia.

 

lunedì 11 aprile 2016

Tipi -23- I comunicatori

Ci sono quelli che s'illudono idealmente ed ostinatamente sulla possibilità salvifica della comunicazione e ci sono quelli che dicono cose, a prescindere da ascolti o contraddittorio, in un voluttuoso esercizio di vocalizzi, fonemi, grafemi, pixel, autoerotismo cerebrale ed amor di sé malcelati.
(... povera carne, sempre demonizzata, così colpevole di mille cedevolezze e lascivia; poveri sensi, sì platonicamente disprezzati, forieri di irrimediabile dannazione e marcescenza dell'anima, cui si contrappongono conoscenza, ragione e virtù, capaci di elevare a ben più desiderabili Olimpi...: pur senza speso specifico i vizi dell'intelletto e della coscienza son capaci, invece, di superare in empietà qualsiasi misfatto)
E' tramontata la Filosofia, restano schegge di luoghi comuni, velleitarie ideuzze sgualcite dalla macina dei compromessi, frustrazioni per le possibilità perdute per sempre.)

Per qualcuno, ciò rappresenta la questione, il fulcro dell'esperienza vitale, la sintesi ultima degli innumerevoli respiri dell'esistenza.
Comunque sia, da che cosa, esattamente, la comunicazione saprebbe salvare?
Dall'isolamento, dallo strazio della solitudine, da un fatale e purtuttavia patito solipsismo?

Ecco sì: questo, potrebbe.
Ma non è mai.

Mortale, come qualsiasi altra attività umana, la comunicazione di cui siamo capaci è solo ed ancora mercantile: se non ripaga, se non arreca alla fine utilità/piacere personali in qualche forma, acconsentiamo,  con l'implicita ignavia che ciò richiede, alla sua estinzione.

Voltaire s'era illuso: non è il Pensiero che l'Uomo ama, ma bensì la vanità di sentirsene sommo depositario e scambiatore. Anche questo, d'altronde, è sconsolatamente effimero e cederà il posto alla più dolorosa consapevolezza del vuoto e dell'assenza di qualsivoglia senso.

*
 
Sono condannata all'ermetismo, non c'è scampo, lo so, perché per nessuna ragione al mondo mi piegherei al piagnisteo o al vittimismo di quest'epoca in cui comunque  i motivi per piangere e per riconoscersi vittime abbondano.
Ho perso le forze psico-fisiche per continuare con il mio antico vigore prometeico ad affrontare la mia stessa piccola vita viziata da ingerenze ostili e superiori, infinitamente stupide, contro le quali non posso nulla.
Comunicare era vitale ed ora è diventato inutile: abominevole.
Chiedo venia: sono troppo umana. O troppo poco. Non lo so più.
 
 



lunedì 4 gennaio 2016

Appunti antropocentrici -5-

Francamente, non capisco più niente di niente, mi sfuggono le dinamiche delle situazioni, private e pubbliche, che mi suggeriscono sensazioni di totale estraneità ed esclusione,  e non comprendo neppure più nessuno, come se avessi perso irrimediabilmente la chiave dell'appartenenza al consorzio umano: più ambisco alla chiarezza ed alla limpida pulizia comunicativa e più mi ritrovo sbarellata ed umiliata negli intenti.
Bisogna tacere, smettere di dare credito alle seduzioni del linguaggio, che è quasi sempre intimamente ipocrita, autocelebrativo ed egoista, determinarsi al fare e al dare, o al non dare e non fare nulla,  senza  più moleste ed inconsistenti chiacchiere?

E poi -a me pare-, mi si è come cementificato lo spirito a forza di errori, disillusioni, irrimediabile perdita di fiducia nel mio prossimo.
Davvero, non ne soffrirei così acutamente se non amassi così tanto e caparbiamente quello schifo di prossimo che non posso più idealizzare per raggiunti limiti di saggezza...

Terribile, la pietosa recita dei rapporti umani: un'intricata perenne acrobazia tra discorsi costruiti con mille parentesi, formalismi, vizi occulti e contraddizioni stridenti,  milioni di imperscrutabili sotterranei personali rinvii, postille, ritrattazioni, alibi. Insomma: un'entropia di significati, bugie, emozionalità, finalità confuse o fin troppo particolari, intenzioni e poi quasi sempre gli inevitabili e da me altamente detestati convenevoli.

Non c'è alcun dubbio, ormai, sulla totale inaffidabilità delle parole: le persone con le quali ne ho scambiate di più sono tutte risultate poi essere propense a scandalose ipocrisie, alla loquela mimetica di intrattenimento più o meno dotto e fine a se stessa, alla spudorata menzogna o  all'inconsapevole auto-raggiro, e più spesso che non hanno pure palesato una sostanziale vacuità.
Non che non sia umano -intendiamoci-: lo è totalmente, decisamente troppo, in modo sciagurato e fatale, ma  io non sono per niente specista e non tendo all'indulgenza, in primo luogo verso me stessa.

Eppure, nonostante l'amarezza, nonostante la frustrazione, nonostante il persistente disgusto, è per il dovere dello stare al mondo che il linguaggio ci è indispensabile.
La variabile, in questa missione,  è il mondo, vale a dire la vita fuori di noi: quello adatto va cercato, e poi trovato, a tutti i costi, con il dispendio di ogni forza, pena la totale dispersione di sé.