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mercoledì 19 febbraio 2020

Appunti antropocentrici 12- leopardismi

Conosco oggi soltanto persone apparentemente pacificate con se stesse e che si autodefiniscono realizzate a prescindere dalla qualità oggettiva e dalle difficoltà della loro vita, totalmente ignare della presenza dell'entropia più sfrenata nel loro sedicente destino e pertanto convinte di averlo costruito e magari anche di poterlo modificare con un poco d'impegno, oppure obnibilate da quell'orribile patologia chiamata egoismo che consente di non-solo-sopravvivere bene mentre troppi altri soffrono e muoiono.
La loro esistenza è quella certa qual cosa da tenere così come sta, intrinseca ed immanente.
La maggioranza dell'umanità ha lo spirito del Candide di Voltaire e nel caso in cui  sia capitata la sventura di una vita non esattamente comoda e piacevole ciò non induce di certo a porla in discussione: spesso pare la migliore e l'unica possibile perché, alla fine, con l'abitudine, il male si stempera in una fatalistica rassegnazione inconsapevole  nella generalità dei casi.
Le persone cui mi riferisco, d'altronde, non sono letteralmente disperate ed hanno avuto, a tempo debito, la lungimiranza  di crearsi qualche prudenziale appiglio materiale, ideale  e sentimentale.
(Come si definivano, al tempo delle definizioni? Ah ecco: i borghesi. Una vera moltitudine, oppure soltanto più visibili e logorroici dei veri diseredati ed oppressi?)
Quanto sia costato e costi in termini morali la svendita della libertà e della propria originaria indole è spesso uno sbiadito, irrilevante dettaglio. Questa, almeno, è sempre stata la mia conclusione: supponente e pretenziosa, certo, forse.
Solo di recente, grazie a quel pizzico di saggezza che le metaforiche bastonate della vita sanno indurre, ho scoperto che ciò che davo per certo, come l'amore per la libertà -almeno di giudizio e pensiero- e il desiderio di armonia e giustizia generali non sono affatto prioritari per chiunque.
D'altronde, resto una profana  e non rientro a nessun livello nel gruppo: io sono mio malgrado una perdente nata, secondo gli attuali stilemi nei più vari campi, per indole ed autentica inettitudine al trasformismo.
Eppure, attingendo alla memoria del mio sottosuolo, ricordo che nonostante questo, che è vero da sempre, la potenzialità che ravvisavo nella vita mi ha appassionata violentemente, da ragazza.  
"A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si han in testa a quell'età": tanto da ritenere, con ridicola sicumera, che chiunque avrebbe, in fondo alla propria coscienza, desiderato l'Uomo nuovo, traboccante d'amore e pure d'intelligenza, entrambi finalizzati a godere senza confini e senza ingiustizie della semplice bellezza del mondo.
E' ridicolo, lo so bene, ma se l'utopia, per definizione, è priva in sé e per sé di pratica realizzazione ha ugualmente lo straordinario potere di nutrire l'anima.

E' risultato poi vero che, come affermò Mark Fisher, "la pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere capita adeguatamente, né curata, finché viene vista come un problema personale di cui soffrono singoli individui malati". 
Quanto comunque sarebbe stata perfino solo ipoteticamente complessa la cura (impossibile senza eliminare interamente un Sistema globalizzato) è ben reso dalla successiva sua determinazione al suicidio.
Però il punto è un altro.
Quanta gente mentalmente angosciata nel senso sottinteso dalla citazione conoscete ed io stessa conosco?
Quanto a me, ripeto, una piccolissima, quasi nulla ed invisibile minoranza se si escludono tutti coloro che patiscono o la mancanza di qualche bene non indispensabile o l'antipatia per questa o quella persona,  questa o quella etnia,  questa o quella circostanza specifica.
Chi non è sorretto dalle comode sicurezze materiali spesso lo è dalle scarse dotazioni intellettuali e culturali.
Tutto questo è, in fondo, tragicamente perfetto.

sabato 20 luglio 2019

Appunti antropocentrici -11-

Ci sono ancora cose, seppur sempre più rare, capaci di scuotermi e la loro suggestione, per pochi istanti, riesce a far riemergere quelle potenzialità vitali che mi appartengono per indole e che le restrizioni, i patimenti e soprattutto il sopravvenuto disgusto dell'esistenza hanno sepolto sotto cumuli di mortificazione ed una sorta di atarassia non già conquistata ma piuttosto subita per sfinimento.
Ascolto  "A woman left lonely" della Joplin e mi ricordo chi sono con esattezza perché le potenti  ripercussioni emotive che me ne derivano non possono essere che a me attinenti in modo unico ed esclusivo.
Nel passato è contenuta la certa testimonianza del fatto che sono stata capace di vivere in coerenza ed interezza con me stessa nonostante oggi il mio povero presente sia di fatto un disperato tentativo di sopravvivere sopra le righe senza consentirgli di insozzarmi e per fare questo devo anche dimenticarmi, rendermi assente, rinunciare alla mia verità.

Non ci è dato scampo, in quest'ultima lunga fase del tardo capitalismo: le opzioni fittizie a disposizione dell'individuo medio (la cui posizione nei suoi vari aspetti scivola progressivamente verso il baratro)  per poter vivere non sono che due: aderire alla dilagante edonia depressa -la scelta maggioritaria delle masse insulse e vacue- oppure optare per un dolorosissimo auto-confino meditabondo e comunque senza gioia.
Sono ancora e da sempre convinta che la tensione principale nella vita di ogni umano sia la felicità ma anche che felicità non sia sinonimo di piacere. Il piacere fine a se stesso è appannaggio dei poveri di spirito.

Quel che trovo stupefacente, piuttosto, è il grado di asservimento mentale, qualche volta inconsapevole, di cui fanno sfoggio, loro malgrado, i sedicenti intellettuali.
A che cosa, a chi servono?
E' meno arduo rispondere a questo piuttosto che chiedersi a quale platea ideale aspirino a rivolgersi.
C'è stato un tempo, in fondo non così remoto, in cui approfondire ed accrescere la cultura equivaleva ad aspirare alla libertà, innanzitutto di pensiero e giudizio personali ed immediatamente dopo generale, per tutti, di tutti, dell'umanità.
Quest'ultima è un'aspettativa desueta, se non morta: l'autoreferenzialità è il massimo delle loro aspirazioni.
Ne deriva, signori intellettuali-mezze-calzette d'oggi, che siete inutili, a causa della vostra completa assenza di coraggio e del vostro evidente, fin imbarazzante, povero narcisismo.

venerdì 7 giugno 2019

Appunti antropocentrici -10-

Sulle prime, ad un esame frettoloso ed appena sfiorato del pensiero stesso, sono incline a classificare la mia sofferta reticenza ad una forma di pudore che induce la pervicace determinazione a non richiedere ad altri un aiuto -di cui avrei massimo bisogno- che non sia spontaneamente offerto: per non essere fagocitata dallo stato d'ansia generalizzata basterebbe la vicinanza fisica di un essere umano positivo, perfino se non brillasse in modo particolare d'empatia.
Non è così, invece: crederlo equivale a minimizzare la reale portata del problema, che è molto più grave.
Non chiedo aiuto perché so che mi verrebbe negato, per indifferenza sostanziale o per inettitudine a prestarlo.
Credo d'essermi vaporizzata, nell'ultimo decennio, sì che ora di me s'intuisce solo l'ombra: poco interessante, per nulla utile o divertente.
Resto una persona pratica perfino con le sinapsi impazzite. 

"La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza." (P.P.Pasolini)
Questa è la tragedia.

sabato 27 ottobre 2018

Appunti antropocentrici -9-

Magari sei stata un millennio fa una pasionaria di sinistra completamente pura, indifferente alle mode, esente da contraddizioni ed ostile alle lusinghe mendaci del falso umanesimo capitalista -che intuivi, pur così giovane, perfino troppo bene-, la cui coscienza conservava un'impronta arcaica e sognava un'altra terra promessa, forse pure anche povera, ma sublime...

" [...]
Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più"  (P.P.Pasolini - Poesie in forma di rosa)


Ciò ti ha resa, alla lunga, oltreché sfinita e fragile, scandalosamente infelice, perché non c'è un solo umano che ti riesca di assolvere, e nessuno al mondo può sopportare illeso la perdita definitiva della speranza.

mercoledì 17 ottobre 2018

Piccola anima smarrita e soave -8- I depresso/politici.


Non ho alcuna velleità autopoietica e per l'intera mia esistenza, piuttosto, mi sono mossa in senso decisamente contrario cercando ed accogliendo con una certa miope caparbia il tepore consolatorio dell'altrui vicinanza.
Comunicare con voce o scrittura, in reciprocità, mi dava piacere; amavo la compagnia, speravo nell'amicizia.
Ora mi costa fatica, un'indicibile fatica seguita immediatamente da un senso di frustrata umiliazione, perché non c'è difesa che io sia riuscita a costruire negli anni per stemperare questo eccesso di intuito e sensibilità che mi condannano all'amarezza e alla vulnerabilità.

La mia vita non è stata mai facile, ma lo sforzo immane superiore ad ogni altro è stato costituito senz'ombra di dubbio  dal tentativo fallimentare di sembrare almeno vagamente normale.
Si è trattato di un'autolesionistica determinazione -sempre poco convincente- che consentisse di rapportarmi agli altri, di guadagnarmi un posto di lavoro, di amare qualcuno, di rendermi traducibile, di non spaventare i bambini, di respirare senza che l'ansia mi chiudesse la gola: ci ho provato infinite volte, ed ho puntualmente fallito.

Ma io non sono normale, punto.

E' tempo d'esserne fiera piuttosto che dispiaciuta e senza più alcun dubbio dato che se non sappiamo stare ai giochi è perché i giochi sono truccati.
Per me e per quelli come me, nascere e vivere equivale ad "imbattersi in una "valanga che seppellisce l'anima" e lo intuiamo già da bambini.
La depressione che tallonerà ogni nostro passo, che inficerà ogni iniziativa, che segnerà i nostri rapporti sentimentali, che minerà la nostra salute, è inevitabile, ma non è una colpa.
Noi siamo innocenti, noi siamo i forti, pur se vinti e deprivati di serotonina, e il nostro dolore ha cause politiche.

Vorrei concludere con un bel motto evocativo, del tipo "depressi politici di tutto il mondo, unitevi!"  per scimmiottare una parvenza di speranza, ma i rettori del sistema -cui dobbiamo riconoscere un'intelligenza raffinatissima e  perversa-, hanno convinto la maggioranza di noi d'essere portatori di un difetto neurologico individuale, una brutta e bizzarra tara spirituale, da sopportare in silenzio nell'isolamento del nostro privato.
Al massimo, ma proprio al massimo -così sottace Sistema-, cerchino sfogo scrivendo in un blog.


mercoledì 12 settembre 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di fine estate -2-

Il piacere non è necessariamente morboso, non è solo mediocre, non è solo volgare, non è solo piccolo-borghese ed è spesso gratuito.
Servirebbe un poco di silenzio ed una lieve brezza, sul far del crepuscolo, che provocasse un sommesso fruscio di foglie.
Ci vorrebbero, di conseguenza, anche degli alberi.
Tanti alberi: dovrebbero essere molti, saper frinire e stridere con discreta musicalità, come se fossero cicale un poco timide.
(Com'è bello illudersi che le cicale siano davvero gli spiriti dei nostri amati perduti)
Ci vorrebbe, allora, la cassa di risonanza di un vero bosco.
Poi, una pioggerellina leggera e gentile sotto cui muoversi lentamente, al passo delle creature silvane
( danza la verde ombra d'Ermione).

Il massimo cui aspirare è questo, per me.
Per qualche istante il maglio a due teste della consueta e perenne disperazione del vivere s'inceppa, ed io respiro, con stupefatto piacere.
Poi ricomincio a morire, ché è questo il fatale fine della nascita.
***


Una delle piaghe dei tempi moderni consiste nel fenomeno penoso ed increscioso che consente che quanto è maggiore l'oggettiva pochezza della propria sostanza interiore, tanto maggiore è la scarsità di pudore nell'ostentarla. 
*
Mi provoca sofferenza viva, talvolta, assistere in modo fortuito alle ridicole esternazioni della propria esistenza nei suoi più banali ed insulsi aspetti sui social network , da parte della gente comune.

Per quel che attiene i frivoli contenuti dei così detti VIP, invece, il sentimento è  semplice ripugnanza o pesante fastidio, ma  ciò non merita davvero alcun approfondimento. Quelli contano in un ritorno pubblicitario o di consenso, ma è altrettanto logico e banale che funzioni a meraviglia, date le fievoli capacità critiche delle masse.

Trovo invece agghiaccianti e perfino offensivi i necrologi, le condoglianze, la partecipazione emotiva post mortem palesati virtualmente, e disperanti le dichiarazioni d'amore per i propri congiunti pubblicizzate in siffatto modo.
La sensazione che me ne deriva è una schifata compassione, una sconfinata tristezza.
Ma perché mai non vi basta dirlo nell'intimità delle vostre stanze quanto volete bene ai vostri amanti, coniugì, sorelle, fratelli, nipotini, nonni, amici, reietti della Terra, cani e gatti?

Da un punto di vista antropologico è evidente ed appurato che l'Uomo ha un possente bisogno del rito per sentirsi parte di una comunità dato che il sentimento di appartenenza attenua l'angoscia dell'irrilevanza e la paura che incessantemente attanagliano la sua mente, e lo consente a prescindere dalla disanima degli effettivi contenuti.

Questo, però, non mi pare il  caso.
La presenza e le manifestazioni di idiozia della gente nei social nella maggioranza schiacciante dei casi misura una patologica e non più dissimulata mitomania, così grave da indurre persone anche di media intelligenza e potenzialità a cicalecciare sul nulla senza ritegno, ostentando la vanità più stolta.
***



E' indubbio che  malessere psicologico e  stress, quest'ultimo anche essenzialmente fisico,  intensi e protratti nel tempo, possano degenerare in  patologia anche grave.
E' meno certo che la guarigione  seguirebbe analogo percorso al rovescio con esito  positivo, se pure fosse possibile.
*
La prima deduzione che  ne pare discernere è in odor di ossimoro, perché un certo tipo di disagio psicologico, tutto personalistico e scaturito dal mal d'anima generico di cui soffre la persona sensibile all'ingiustizia, ai dolori, agli orrori del mondo, è segno, piuttosto, di piena salute, ovvero di completa umanità.
L'appartenente alla specie umana che prova autentici dolore e compassione per le sofferenze dei suoi simili, che preferisce il silenzio, che ricerca, frustrato, la bellezza della semplicità, che conserva l'attitudine ad amare ritenendola l'assoluta priorità della sua esistenza soverchiato poi dalla delusione derivante dall'oggettiva impossibilità di esercitarla, che non riesce -assolutamente non riesce-, in alcun modo, ad integrarsi socialmente, adattarsi, gettare la spugna e pacificarsi, ricordi almeno che i deviati ed i malati sono tutti quegli altri.

La seconda deduzione, ampiamente avallata dalla mia crescente tachicardia e dall'aggravamento della depressione, è che, pur se coscienti della perversione della realtà in cui si è costretti a rimanere immersi, non si ricavano per questo né lenimento del dolore né guarigione, ovvero la conoscenza  non conduce ad alcun progresso definitivo.
Camus scrisse, da qualche parte, che "per suicidarsi bisogna amarsi molto".
E' vero.


lunedì 22 febbraio 2016

Non è colpa della Primavera

Non posso più scrivere quasi nulla per il contorto motivo che aborro anche il solo fievole sospetto e la sbiadita, evanescente, lontanissima ed altamente improbabile idea d'assomigliare, pur solo vagamente ed anche senza saperlo, a tutti quelli là...

... quelli che si parlano ( e scrivono) addosso in un inverecondo orgasmo narcisistico:

quelli che ostentano un'umiltà ipocrita e in verità si crogiolano, unitamente alla loro piccola cerchia di segaioli dell'intellettualismo più o meno spiccio,  nell'illusione di dire (o scrivere) qualcosa di essenziale, artistico, eccellente, rivelatorio:

quelli che delegano il parlare e scrivere al vivere, infilandosi in un'asettica facile scorciatoia: cosa che rivela la relativa comodità della loro stessa vita, tra le altre cose tanto generosa di quel tempo che io non ho più anche grazie al fatto che qualche meccanismo perverso fa sì che esistano persone che l'hanno ed altre no e le prime non se ne indignino neanche lontanamente. Anzi:

quelli che apertamente disprezzano e denigrano i poveri di spirito e gli "ignoranti" e ad ogni occasione li citano con disgusto ed un pizzico di superbia.
Non che io non abbia coloro in odio, sia chiaro, ma certi sentimenti vanno sofferti in silenzio e senza pubblicità, per una mera questione di stile e perché ciò che non nomini non esiste (e non  è questo un sollievo da sottovalutare); se ciononostante lo si fa è alto il rischio che il motivo recondito sia soltanto volgare spocchia.
  
C'è una particolare forma di distacco, ripugnanza e disgusto che nei tipi non violenti provoca la paralisi espressiva: io ne soffro e ciò mi risulta però altamente tossico e nocivo perché la parola era l'ultimo dei piaceri  e l'ultima speranza rimastimi.

E non posso più scrivere perché ho destituito la fantasia, diventata un lusso che non posso  permettermi se non altro per risparmiarmi nuove disillusioni -la fantasia  tanto stridente ed  inutile in questo mio sconquasso personale-,  e giacché era la fantasia che alimentava la fuga dagli orrori e  l'affetto verso l'interlocutore, e senza passione -cioè senza amore- nulla ha più stimolo, interesse, senso, tepore e conforto, io so con certezza che non potrò ricevere né offrire nulla più a livello profondo ed immateriale.
Lo sciamano sentenzierebbe che ho perduto l'anima, ma la verità è che non sa nulla della mia storia, della mia nascita, della fatale appartenenza ad un certo censo, dell'indicibile fatica di essere quel che si è calati nella costrizione di un sistema che non si è voluto, di cui non si ha la minima responsabilità, che reiteratamente umilia sensibilità ed intelligenza, che si è perfino combattuto, politicamente e civilmente, con atti pubblici e privati, fino a che le forze si sono esaurite.

Va bene: sono in una fase di depressione abissale, e  non già a causa di neurotrasmettitori eccentrici e chimica strampalata, ma perché chiunque, sano di mente e fuori dalla normale -normale!- logica egoistica, non potrebbe non esserlo.
Ma nessuno dica che è colpa della Primavera.

"Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più".


lunedì 4 gennaio 2016

Appunti antropocentrici -5-

Francamente, non capisco più niente di niente, mi sfuggono le dinamiche delle situazioni, private e pubbliche, che mi suggeriscono sensazioni di totale estraneità ed esclusione,  e non comprendo neppure più nessuno, come se avessi perso irrimediabilmente la chiave dell'appartenenza al consorzio umano: più ambisco alla chiarezza ed alla limpida pulizia comunicativa e più mi ritrovo sbarellata ed umiliata negli intenti.
Bisogna tacere, smettere di dare credito alle seduzioni del linguaggio, che è quasi sempre intimamente ipocrita, autocelebrativo ed egoista, determinarsi al fare e al dare, o al non dare e non fare nulla,  senza  più moleste ed inconsistenti chiacchiere?

E poi -a me pare-, mi si è come cementificato lo spirito a forza di errori, disillusioni, irrimediabile perdita di fiducia nel mio prossimo.
Davvero, non ne soffrirei così acutamente se non amassi così tanto e caparbiamente quello schifo di prossimo che non posso più idealizzare per raggiunti limiti di saggezza...

Terribile, la pietosa recita dei rapporti umani: un'intricata perenne acrobazia tra discorsi costruiti con mille parentesi, formalismi, vizi occulti e contraddizioni stridenti,  milioni di imperscrutabili sotterranei personali rinvii, postille, ritrattazioni, alibi. Insomma: un'entropia di significati, bugie, emozionalità, finalità confuse o fin troppo particolari, intenzioni e poi quasi sempre gli inevitabili e da me altamente detestati convenevoli.

Non c'è alcun dubbio, ormai, sulla totale inaffidabilità delle parole: le persone con le quali ne ho scambiate di più sono tutte risultate poi essere propense a scandalose ipocrisie, alla loquela mimetica di intrattenimento più o meno dotto e fine a se stessa, alla spudorata menzogna o  all'inconsapevole auto-raggiro, e più spesso che non hanno pure palesato una sostanziale vacuità.
Non che non sia umano -intendiamoci-: lo è totalmente, decisamente troppo, in modo sciagurato e fatale, ma  io non sono per niente specista e non tendo all'indulgenza, in primo luogo verso me stessa.

Eppure, nonostante l'amarezza, nonostante la frustrazione, nonostante il persistente disgusto, è per il dovere dello stare al mondo che il linguaggio ci è indispensabile.
La variabile, in questa missione,  è il mondo, vale a dire la vita fuori di noi: quello adatto va cercato, e poi trovato, a tutti i costi, con il dispendio di ogni forza, pena la totale dispersione di sé.

 

giovedì 4 dicembre 2014

Appunti antropocentrici -4-

L'altro non è mai puro.
Per quanto inizialmente tu possa desiderare ardentemente che lo sia, magari anche evitando di mettere gli occhiali sì da vederlo in una nebulosa, o turandoti una delle due narici (ed il tutto in forza di una contorta forma di compassione e benevolenza verso te stessa, le tue patetiche illusioni, il tuo bisogno di fede), lui ben presto riuscirà a rendersi così evidente, o noioso, o ridicolo, o meschino, o ambiguo, da costringerti a prenderne onestamente atto.
La colpa, gravissima, che non puoi perdonargli, non è la sua oggettiva impurità -non esiste nulla di adamantino nella natura umana-, ma piuttosto la sua indifferenza sostanziale al tendervi, che altro non è che desiderio di miglioramento etico.
Non c'è bisogno di anelare, o precipitare, o innalzarsi ad improbabili traguardi di ascesi più o meno misticheggiante: basterebbe non insistere tanto sfacciatamente nella perpetuazione soddisfatta della propria miseria e pochezza morale abbarbicati a pretesti di fragilità e debolezza.
Ora, forse la capacità di tolleranza (e la conseguente deriva di innocuo buonismo) è inversamente proporzionale allo stato di sofferenza psico-fisica in cui una data persona si trova, ma certo chi versa in una situazione di stremo esistenzialistico, pericolosamente vicino al precipizio, non può più concedersi il lusso di sciupare le esigue energie nelle commedie e nelle pantomime di rapporti sociali insulsi e vuoti, conditi di penosa ipocrisia.
Preferiresti la volgarità del bischero che ti dice, senza mezzi termini: "... senti, Cosa, sto cercando di cavare qualche utilità o piacere da questo scambio, sennò chi me lo farebbe fare?...", al che, con speculare disinvoltura, tu gli potresti dire vaffanculo, ed è pace per tutti.
La sola scelta che rimane, quasi sempre, è farsi il vuoto intorno. E in quel vuoto fa molto freddo, freddo da morirne.

*
 

I mondi paralleli esistono, senz'ombra di dubbio.
Non capisco il perché di tanti sforzi epistemologici per suffragarne la verità.
Per quel che mi concerne, in questa realtà io sono morta, o al massimo in condizione di pre-morte, altrimenti non potrei spiegare né la sopravvenuta consistenza lapidea della mia interiorità, né l'assoluta attuale mancanza di desideri.
Forse l'impossibilità di adesione, alla lunga, trasforma in ombre.
Quel che non riesco ad indovinare sono gli eventuali motivi per cui sono ancora viva di là.
Né sempre mi è chiarissimo se io sia di qua o di là.
Ne consegue che l'angoscia umana, probabilmente, ha invincibile e straordinaria potenza trasversale, più forte di tempo e spazio, onde consentire il compimento della celeberrima dannazione eterna.
 
 
*
 
Avrei bisogno di neve, e silenzio, e di tundra desertica.
Sotto la neve -una montagna di neve-, sapere sepolte tutte le cupole, per sempre.
E' il solo modo per restaurare la grande bellezza.
 

 



 

venerdì 21 febbraio 2014

Dubbi antropocentrici - 1 -

Perché tutti (tra i sufficientemente acculturati; i sensibili; gli idealisti malinconici; gli "intellettualmente onesti"; gli elitari della disperazione esistenzialistica non-radical-chic posto che  ce ne siano più di due di autentici  e che i restanti non siano soltanto velleitari) coloro che lamentano l'insensatezza della vita, l'orrore della solitudine, le atrocità degli uomini sugli uomini e sugli animali, la crudeltà cieca del caso, l'impossibilità d'essere almeno un po' felici, non contemplano mai,  tra le soluzioni possibili, l'investimento di sé stessi in un'amicizia?

Il dolore latente dell'essere  rende feroci, insensibili, egocentrici, nichilisti, ma anche, probabilmente, né amore né amicizia sono, nella loro concretizzazione, all'altezza dei concetti che li avevano in premessa ispirati.
Le nostre idee  sono simili a sontuose variopinte vele di legni galleggianti su mare ostinatamente piatto.
La capacità di Amicizia, che è amore senza brama di possesso, è chiaramente sovrumana.

*

Pregevole signor Camus, io, invece, ho scoperto che anche nella più torrida estate permane in me un inverno invincibile, e giacché per mia natura non ho scorte adipose nell'anima efficaci nel proteggerla dalle ingiurie a questa mia ridicola ipersensibilità che accusa ogni colpo possibile dall'ipocrisia, dall'ingiustizia e dalla miseria morale - intemperie del vivere -,  ne soffro molto.
Lei ha spesso lasciato intendere che la rivolta etica del singolo rappresenta una sorta di sostrato su cui si può ergere il senso di appartenenza e fratellanza con altri a noi simili e pur se sconosciuti.
Beh, mi lasci dire che ormai propendo per non crederci quasi più. E' una meravigliosa idea romantica, in fondo, ma resta idea, resta romanticismo, più possibile nel momento storico in cui Lei ha agito.
Oggi siamo moralmente regrediti, nonostante paia un paradosso. Siamo totalmente spenti, deprivati di qualsiasi luce e fuoco interiori.
Ogni mio contatto, ogni esplorazione, ogni vicissitudine mi  dimostrano che il desiderio più pressante è, per chiunque, non già la comunione ideale,  la sottoscrizione di una speranza, il bisogno di bellezza e giustizia, ma bensì l'accorpamento in sé, ai fini dell'accumulo e dell'esercizio del potere - previo adeguamento o negazione delle altrui caratteristiche meno digeribili -, di quanto più possibile sia predabile dall'esterno,  altri compresi. Non c'è più,  per gli uomini e le donne "senza qualità" - vale a dire tutti coloro che sono costretti, per fatalità di nascita e censo a percorrere il sentiero un po' sudicio della normalità -, alcuna volontà effettiva, o capacità, di tradurre nella propria esistenza quotidiana virtù non mercificabili e di fatto spendibili
Fino a quando ciascuno di noi non avvertirà come dolore vivo nella carne la sofferenza gratuita e folle che l'intero sistema economico, e poi politico e civile - suoi frutti di partenogenesi -,  infliggono ad un altro umano (e perfino ai suoi affini, amici, complementi, esseri fragili, bambini, cani, gatti...) noi rimarremo esemplari della specie che scelgono consapevolmente di abortire l'essenza dell'umanità.
Ne deriva che il siamo è ancora impossibile?

*
 

Succede spesso di scoprire che un sedicente filantropo  sia un miserabile narcisista,  un sedicente filosofo un egoista mitomane, un sedicente poeta un mediocre, un uomo un idiota.
Perché non me ne accorgo mai prima di subire il disgusto della rivelazione?

 
*
 


 

sabato 17 agosto 2013

Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.

Mai stata più chiara di così l'oscurità in cui versa il mondo.

Ho immenso disgusto ed immensa pietà per i nostri difetti umani.
 
Quale gigantesco schifo mi son procurata di raccogliere. E poi, perché? Per l'ingenuità di amare - idiota -, senza neppure la verifica dell'oggetto. Come se l'umanità meritasse amore.
Idiota.
 
 
Nulla sarebbe stato più opportuno che non nascere affatto, se poi l'approdo è questa nausea senza riscatto.
Eppure, se Sileno aveva indubbiamente e pienamente ragione a proclamarlo nella sua privilegiata e fatale posizione di ubriacone immortale che la sa indefettibilmente lunga, m'accorgo che sarebbe bastato, per essere felice, impedire semplicemente che l'intelligenza varcasse una data soglia e s'accontentasse magari d'essere soltanto supporto al corpo, già di per sé abbastanza - anzi indicibilmente -, meraviglioso meccanismo atto a cogliere la Bellezza.

Immaginare è l'inappellabile condanna al dolore, dato che innesca quella spirale di desideri che, soddisfatti o non soddisfatti, ne provocano sempre di nuovi.
 
*
 
Continuo infatti ad immaginare le spiagge dei mondi senza fine del buon Hermann, ma praticamente deserte, fatta eccezione per qualche amico cane, un paio di elefantini, Jonathan il gabbiano: sarebbero bellissime e riposanti, accarezzate da leggero vento - un vento che scolpisce sempre nuove dune, fantasmagoriche ed imprevedibili - , ed il vento recherebbe i sussurri di tutte le parole non ancora udite, ed io potrei, senza più diffidenza e dubbio, finalmente saperle vere.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.

Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
.
Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su  qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.

Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.


 

giovedì 4 ottobre 2012

Crepuscolo.

Dover deglutire blocchi di parole incomunicabili da cui lieviterebbe la reale patologia di quest'anima, in un estremo atto di compassione verso chi mi porta affetto: è questo, che sostiene in fondo il respiro.

Non dissacrerò i loro sogni, che sono belli e puri, per raccontare l'enormità di questa colpevole disfunzione di dolore.

Non so trattenere il mio bene: esisto per negarmi, ogni acquisizione rivela all'istante il suo più crudele vuoto, ed io sono insuperabile nel farne il mio cilicio.

Non ho più incontrato il pettirosso ed il gabbiano morto, adagiato sull'argine con il collo piegato, mi sembrava crocifisso e mi ha trafitta.
Se non basta più un raggio di sole a farmi dimenticare per un attimo l'umana miseria, che altro potrò mai fare?

giovedì 9 agosto 2012

Dalle tane alle trappole.

Allora si usavano le soffitte dei finti rivoluzionari che si trastullavano con le utopie. Erano i nostri covi, le tane elevate, i micro loft freak del  momento. Dovevano essere in odor di proletariato, sennò non valeva.

-La maggioranza dei miei elettivi lettori -altra generazione-, non ne sa nulla, non ha colto quell'attimo. Quanto mi dispiace per loro. E pure per me, ché questo ci allontana un minimo dalla possibilità di  un tanto agognato ideale affratellamento. Ma, probabilmente, anche in questo mio stesso pensiero sto replicando l'errore di un tempo, e continuo ad amare sempre un po' di più coloro che, invece, non possono che amarmi molto, molto di meno.-

Io ero vera e loro erano falsi, ma al tempo non lo sapevo e non conoscevo l'uomo: a diciassette anni è già piuttosto complicato ed impegnativo svelarsi a sè stessi.
Vivere era, per me, una sorta di esperienza magica. Letteralmente.
Ingenuamente, immaginavo che lo fosse per tutti, ed in conseguenza di ciò li approcciavo con spirito affollato di simboli.
Erano simboli che brulicavano soltanto nella mia anima.
Ignoravo la mia condanna fatale di vestale di una malinconia inossidabile ed eterna, per diritto di nascita e di sorte.
A me pareva che con le note dei Birds, i Flauti Indiani, Dylan, la paccottiglia ma anche la genialità rock-romantica musicale dell'epoca, con le conversazioni bisbigliate sulle stuoie di canapa scoprendo senza infingimenti il cuore, con il miraggio di un mondo nuovo accarezzato in sogni che parevano condivisi, con i testi sacri di Kerouac e Miller, Kahil Gibran, Nietzsche, e lo stuolo degli esistenzialisti bizzarramente miscelati ai profeti laici, costruissimo un senso di appartenenza solido ed incorruttibile, capace di illuminarci per sempre.
Naturalmente mi sbagliavo.

*

"Sa quand'è diventata adulta? Sa quando si diventa adulti, signora mia?"
"Caro dottore, che risponderle? Sarà un processo individuale. Soprattutto graduale, direi. Dipende dalle esperienze, dai casi, dall'indole...Non lo so. Che importanza può avere, in fondo? Che domanda oziosa."
"No, lei non afferra la portata dell'evento. Adulti si diventa quando ci si riproduce. In quel preciso istante si posa la fiaccola, ma i giochi non hanno inizio: finiscono".

Aveva ragione. Tutti i miei amici sono morti e ciononostante respirano agevolmente.
Ed anch'io, d'altronde.
Perché lui, dai geni atipici, e nonostante, mi ha già da tempo uccisa.






giovedì 1 dicembre 2011

Così, per dire

*

Il signor Monti deve spiegare a noi comuni mortali - e fra poco, anche grazie a lui, morenti -, lo sviluppo corretto dell' equazione: ' posticipo età pensionabile=impulso assunzioni giovani e donne', perché io proprio non riesco ad arrivarci.
Sarà un mio imperdonabile limite, per carità...

Pare quasi che le aziende non assumano perché è troppo costoso incrementare il numero dei dipendenti, perché le banche non concedono credito, perché la tassazione fiscale è troppo alta,  ma non è soltanto questo: qui, nella piccola realtà imprenditoriale del Nord Est, per esempio, non assumono -ed anzi mettono le maestranze in cassa integrazione-, anche perché non hanno commesse di lavorazione, né ordini.

Senza investimenti non cambierà mai nulla, in verità, e tutto il resto è demagogia spicciola, o panzane belle e buone, senza pudore.

Ma è solo una noterella da discorso da osteria. Uno sfogo estemporaneo. Massì: questo è il mio piccolo Tempio (singolare rocca isolata, ma paradossalmente aperta al mondo)  e posso essere anche banale. Liberamente banale. Perché no.

Possiamo essere talmente liberi da non sentirci obbligati a spocchiosi intellettualismi, se ci pare. Non è così, Cavaliere Errante?

*


Il fatto è che le classi dominanti degli ultimi decenni hanno fallito i loro stessi programmi di felice globalizzazione; le ideologie borghesi han portato al disastro attuale, la cui più grave conseguenza è forse l' ottundimento sociale che sta sotto agli occhi di tutti.

Siamo tramortiti, in verità, ma con il  pesante sospetto che la democrazia stia dimostrando qualcosa di mostruoso: è cioè d' essere una colossale fregatura per i soliti noti, ovverossia i lavoratori a reddito basso, i giovani, le donne.

Patrimonio, evasione fiscale, equità sono eresie.

E stavolta, non c' è alcuno spettro che vaghi per l' Occidente.








mercoledì 9 novembre 2011

Indoli dissidenti

Oh, Cielo,
sono paralizzata dall' ansia.
Ho paura, paura, paura.
Non so se riuscirò a gestire la precarietà della mia vita. Oggi un uomo quarantaseienne m' ha chiesto di assumerlo, e l' altro ieri è stata la volta di una voce di donna, telefonicamente.
Riso amaro: non copro ancora le spese.

Se mi chiamassi Mr. Tomaia's e producessi scarpe casual-lussuose 'Made in Italy' , assumerei volentieri dipendenti, magando risparmiando sull' acquisto di pagine del Corsera, ma così non ha voluto il Fato, ed allora...

La mia generazione sta per metà in ginocchio. Non solo giovani, quindi, senza futuro, ma anche maturi adulti senza presente...
Ma l' Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, almeno sulla carta...
Beh, o voi che un lavoro, anche mal pagato, ma regolare, ce l' avete, state per diventare, bizzarramente, 'privilegiati'.
E se torna il DAP?
Non sono certa d' averlo sconfitto, quel mostro strangolatore; sospetto che si sia soltanto acquattato nel buio e nella melma della dimenticanza, ed aspetti.
Aspetterà con infinita pazienza, quell' infido: esso suole aggredire le sue vittime a tradimento.
Involvo in quel che non sapevo ancora d' essere, che non sono stata mai, neppure quando avrei potuto.
Una bambina tremante, in attesa del suo buon gigante.
... lo scimmione King Kong, disposto a scalare il grattacielo per amore della mia fragilità umana, della mia fame d' amore, dell' ossessione di morte, della perenne nostalgia delle origini perdute...
Da fanciulla mi sono vietata le lacrime: è così che ho potuto sopravvivere ad un cuore troppo oscenamente tenero. Poi, le ho celate nella notte. Non le devono vedere, non le devono usare: la vista della debolezza induce alla schiavitù chi si auto-gratifica proteggendo, ed io non so concepire che rapporti tra liberi.
Ma questo presuntuoso eroismo non è servito che a farmi enumerare i caduti, ed ora contemplo sepolcri, e rabbrividisco.
Non ho saputo trovare il punto d' equilibrio tra lo strazio e la passione.

Non siamo responsabili di tutto, questo non doveva essere il nostro mondo. Altri, pochi altri l' hanno deturpato così, per meglio gestirlo. Sono allora nati i codici. "Così amerai, così vivrai, così morirai, quando, quanto e come determineremo che sia più opportuno".
Ma io sono dissidente, nell' indole; mi ostino a sognare improbabili specie di viventi in cui l' ideale non sia in conflitto con le scelte, mi ostino a volermi integra e non smembrata, anche se talvolta d' integrità si soffre e forse anche si soccombe.

Amico mio caro d' autunno, bello sarebbe girovagare con te sopra vie senza fine  e senza meta di tappeti di foglie fragranti, inventando nuovi miti, come se il resto, tutto il dannato resto, fosse evaporato nel nulla e per sempre.



martedì 16 agosto 2011

Il mantra dei semini di mela

Arnold Böcklin - Autoritratto con la morte che suona il violino [1872]
(foto di Galleria di Gandalf su Flickr.)
Se non la si guarda regolarmente suonare il violino del tempo appoggiata al nostro omero, lo srotolarsi progressivo del  percorso di vita sarà per buona parte oscurato dall' ombra e privo di profonda consapevolezza in grado di ispirare azioni e pensieri,  ma se con troppa morbosità il pensiero stesso si avvezza ad indugiarvi, fino a crogiolarvisi come un miraggio di pace -se pur al caro prezzo di sopportare quella sensazione di tuffo nell' orrore a livello del plesso solare-, ogni scelta od azione assumono il carattere della vanità e della vacuità.

Ma vivere -io sento- non è vano, non è vacuo, non foss' altro che per l' immane dispendio di energie cui costringe.
Il piacere che mi proviene dal mormorìo armonioso e costante dell' universo è restituito al mondo per rinnovare la sua Bellezza e rinsaldarne il ricordo nei momenti più duri: voglio credere che un sorriso tributato ad un mio simile gli migliori la giornata e che egli poi, in qualche altro suo modo, trasmetta a sua volta positività o utilità in altri.

Solo, l' udito e la focalizzazione dell' armonia cosmica dovranno essere scrupolosamente affinati perché, quando ci accade il dolore,  ogni cellula pare rifiutare ciò che allora giudichiamo la ridicola prosopopea bigotta di quel "la vita è bella".
Ciononostante, in un corpo relativamente (anche molto relativamente) sano, preferiamo quasi sempre vivere. Noi siamo una specie meravigliosamente contraddittoria.

Morire è una certezza, ma vivere è la scoperta, l' avventura. E' un concetto su cui abbarbicarsi come lichene. Speranza.

***

Mia sorella ed io siam figlie di depressi, a loro volta congiunti di depressi e suicidi. Così, per via di un sospetto determinismo biologico, abbiamo molte volte teorizzato sui semini di mela essiccati che -a detta di uno studente di chimica industriale di nostra conoscenza-  opportunamente trattati, producono un veleno mortale di sicuro effetto.
Ora i semini  sono la nostra potente cura antidepressiva: non costano nulla, non serve prescrizione, si preparano da sé, sono disponibili tutto l' anno, e, soprattutto, sono esilaranti: il suono della sola parola ci mette allegria come successe a colui che infine uscì a riveder le stelle.
Noi il nostro mantra l' abbiamo creato e personalizzato e per ora funziona.

"Mo'  (sarei io-ndr), tu non sai che cosa ha combinato quel cocainomane del mio nuovo datore di lavoro, oggi. Non sai l' umiliazione. Ci ha sbattute fuori, tutte noi dipendenti, dall' ufficio, gridando come un pazzo. Ti rendi conto? L' intero edificio l' ha sentito urlare ed inveire. Noi non sapevamo dove andare: non c' è che il nulla in quella zona industriale. Ci siamo rifugiate al bar e tutti i presenti, dipendenti di altri uffici  dello stabile, ci guardavano con compassione, senza dir nulla. Che vergogna. Che vita di merda. Per uno schifosissimo stipendiuccio da impiegata. Non è giusto subire sempre, subire tutto. Non ce la faccio più. Che vita di merda..."

"Cri (che sarebbe lei-ndr), non ti disperare. Vado a spellare semini di mela, dolce, non  disperare..."

***



martedì 14 dicembre 2010

Madre

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio 
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, 
ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch' è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata 
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio essere solo. Ho un' infinita fame 
d' amore, dell' amore di corpi senza anima.
Perché l' anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l' infanzia schiavo di questo senso 
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l' unico modo per sentire la vita, 
l' unica tinta, l' unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione 
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. 
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.
(P.P.Pasolini )

***


Sette mesi di vita pre-natale: auguri tatino, se sarai maschio ti chiamerai S., anche se poi - io temo-, il tuo nome completo risulterà un pochino cacofonico.
Spero che tu non me ne vorrai ed, anzi, ti consolerai considerando altre cacofonie celebri..., che so... Galileo Galilei, per esempio, giusto per esagerare...

Quante storie per una gravidanza...Insomma, si tratta della solita manfrina, un evento biologicamete naturale e perfino dovuto: a questo serve la donna. Arriva presto, e che finisca quest' attesa perché, per quanto tempo io potessi avere ancora davanti, non potrei dirmi mai realmente pronta.

Mio padre ancora non sa: ho pudore ad informarlo. Da quando sono uscita dall' infanzia, in cui ha dimostrato d' essere il più tenero dei padri, l' ho scoperto vagamente misogino. Detesta il mio esser donna. Così mi sento sbagliata, in modo irrimediabile. Perché mi fa questo.

Mamma dimessa, perennemente tirata, triste. Non riescono ad infrangere le barriere che dividono le loro anime...; perché è tanto difficile amare? Mamma piange, al telefono. Mi dice "Mi manchi tanto". Santocielo, non so come aiutarti, non so che fare.
Finitela di attendere qualcosa da me: io non posso nulla, non sono dio.

Il quaderno appoggiato sulla pancia, le ginocchia piegate a fungere da leggio: tu scalci forte e fai saltare tutto in aria. Ti canto una canzone:


"You who are on the road/Must have a code that you can live by/And so become yourself/Because the past is just a good-bye./Teach your children well,/Their father's hell did slowly go by,/And feed them on your dreams/The one they picks, the one you'll know by./Don't you ever ask them why, if they told you, you will cry,/So just look at them and sigh/and know they love you./...."

Hai cancellato la mia memoria, la mia storia è già nebulosa e vaga, ma era solo ieri; mi chiedo che cosa io sia tenuta a diventare ora, ho paura. Dare la vita è responsabilità tremenda, e poi non so come si faccia, nessuno collabora, nessuno m' insegna.
Non ho fatto che improvvisare, nell' esistenza. L' esistenza  è beffarda, ed ama i vincenti.
Non me, allora.

Primo giorno ufficiale da mamma in attesa, astensione obbligatoria, praticamente casalinga. In Ufficio le ragazze non han fatto che ripetere ai clienti: "No, non c'è e rimarrà per un po' assente, sa, la maternità..."

Certo, dietro a questa grossa pancia, sono sempre, senz' ombra di dubbio, io. Il tatino non ha cancellato proprio niente, povero caro. Stessa persona di prima: esigente, passionale, curiosa, senza il minimo cenno di stanchezza. Imbianco le pareti di casa dei miei, prossimi al trasferimento, inerpicandomi sulla scala. Dandy, il mio cocker spaniel, non fa che zomparmi addosso.
Scemo d' un cane, non hai mai obbedito ad un solo ordine. 
Che passato storto: niente di normalmente regolare. Come mai. 

Mi hanno detto di averti visto in posizione podalica ed in iposviluppo: terrore.

Altra ecografia: il bambino è perfetto. Podalico, ma perfetto. Gaglioffi, incompetenti, inaffidabili: ma nelle mani di chi lo devo far nascere questo piccolo uomo? Terrore.

Oh, mamma. La tua dolcezza, quel dispendio di te stessa, incondizionatamente, senza risparmio, ti rendono la persona più patetica che abbia mai avuto modo di conoscere nella mia esistenza. Perché sei così infelice. Questa mia anima sanguina. Così mi uccidi. 

Sei nato alle 5.17. Finita l' attesa, comincia l' inizio. Non è stato bello, non finiva mai, ed ero sola. Ho due compagne di stanza sgradevolmente volgari. Il dottor F. desidera leggere ciò che mi vedeva scrivere sul quaderno di pergamena. "Vorrei conoscere" - dice- "i risvolti emotivi della sua esperienza". Mah! Mi ricorda la  psicanalista con poncho ex-sessantottina, ex- fricchettona di cui racconta Foster: difficile credere che ad uno sconosciuto possano interessare davvero i miei "risvolti emotivi"; ma a che gioco gioca? Non gli dirò un bel nulla.
.
Lo guardo.
Il suo viso pare dipinto su ceramica, sembra un angelo. Anelo alla perfezione della sua esistenza e la invidio: un bimbo che dorme può rappresentare simbolicamente la felicità. La felicità assoluta è quel sonno che non conosce ancora il bisogno dei sogni.

Tremo al pensiero di quali e quante infamie gli riserverà la vita e di quanti danni potrei forse procurargli io stessa nel tentativo di proteggerlo. Nel frattempo accantonerò me stessa. D' altronde, già m' era stato annunciato: "Preparati a scomparire. E' lui la primadonna, adesso."

Giro per la mia casa, a volte inutilmente, come seguissi percorsi misteriosi. Qualcosa s' é rotto, dentro. I ritmi del sonno sono sconvolti, non mi fa più dormire ed io ne ho un bisogno infinito. Non so mettere a fuoco il nucleo del malessere. E' uno strano disagio con me stessa, un' indecifrabile sottile disperazione: provo un senso di colpa strisciante per quest' incongruente infelicità. Non mi fido di nessuno, neppure di chi mi professa amore. Non si può amare una cosa tanto laida. Non sono degna di un amore sconfinato che non tema nulla, mi sento una povera cosa, mi detesto.

Chi afferma che la famiglia è una dolce culla di garanzie, sostegno, sicurezza e tiepidi affetti non ha conosciuto la mia originaria.
Accuserò anche di questo, me stessa?

Provo a riprendere le redini di questa auriga impazzita: la depressione, il "male oscuro", non mi avranno.
Ma poi mi hanno.
E' il vivere, che guasta. La vita, è malata e fa ammalare. Si approda così alla fede, per questo si cerca Dio? 
Santocielo, non so più niente.

sabato 27 novembre 2010

La storia breve di Virginia. Quando il vivere fa male.

Fosse nata soltanto qualche decennio dopo, il suo destino sarebbe stato completamente diverso e forse pure benevolo, anziché tragico, come, invece, si dimostrò d' essere.

Virginia Woolf era scrittrice, una donna sensibile ed intelligente, un' artista, con le intuizioni e la genialità del caso.
La nostra vita è in gran parte il  frutto di imperscrutabili coincidenze e fatalità. La neuropsichiatria moderna forse avrebbe potuto aiutarla.

Soffriva di depressione, acuita e favorita dai numerosi e crudeli lutti che subì fin dai primi anni d' età: la morte della madre, quella del padre, e quella dell' adorato fratello che condivideva la sua passione per le lettere. Nella sua giovinezza subì anche abusi sessuali da parte di un fratellastro.

Quella che lei definiva "pazzia" aveva un effetto stimolatore sulla sua produzione letteraria e le aumentò ispirazione ed intuizione creativa. Scrisse molti romanzi, in cui il più sotterraneo e contemporaneamente cosmico spirito femminile aleggiava. Sposò un uomo che l' amava.

Ma la malattia nervosa albergava in lei e le smorzava la forza e la gioia di vivere: udiva voci dentro di sé che incessantemente parlavano e non le davano pace.
Una mattina di primavera, preso il suo bastone da passeggio, lasciò la sua casa di campagna nel Sussex e si avviò verso la sponda del fiume Ouse. Riempì le tasche della sua veste con pesanti pietre ed entrò nell' acqua, lasciandosi annegare. Lasciò lettere di scuse, consapevole del dolore che quel suo gesto avrebbe causato in chi restava ed aveva cercato in tutti i modi di sostenerla. 
***

E' un quadro di sofferenza solitaria, che neppure l' amore ricevuto poteva sollevare. La sua storia mi ha sempre mossa a compassione, dettata da profonda empatia.

Penso al dolore di molti, ed alla crudeltà fatale  che determina talvolta il  nostro destino d' umani.

Penso che non si possa chiedere a chiunque di emulare il biblico Giobbe, perché non tutti siamo Giobbe ed il suo Dio di non tutti si avvede e non a tutti rivolge la parola.

Penso che siamo troppo -e scandalosamente-  soli, e che la nostra tristezza sia legittima e sempre eroica.
Spesso la tragicità dell' esistenza non sta nella solitudine in sé e per sé, rispetto alla quale ciascuno di noi potrebbe attrezzarsi spiritualmente, fosse pure accettandola od usandola per la realizzazione della propria indole, ma bensì nel non poterla vivere o subire che a metà in una situazione di frustrante inconcludenza: eternamente isolati dentro e purtuttavia attorniati da una vociferante folla fuori.
Una folla che, blaterando e gesticolando convulsamente a dispetto della tua esistenza -di cui non s' avvede e non ha alcun bisogno-, rappresenta grottescamente l' assenza, anziché la presenza di tuoi simili.
Tutto questo tiene sospesi in un limbo in cui non si è completamente né soli né uniti a qualcosa o a qualcuno: esseri incompiuti e girovaghi, desideranti in eterno una forma definita che mai arriverà.

Non si dovrebbe dibattere sull' eticità della  morte e della vita: non sono eventi accessibili alle parole, non appartengono alla sfera dell' intelletto, non possiedono logiche e percorsi determinati o determinabili: sono quanto di più esclusivamente personale ed intimo ciascuno di noi possegga, affari di ogni nostra unica ed esclusiva anima.
Ogni riferimento alle correnti opinionistiche contrapposte "eutanasia/pro-vita" mi fa, letteralmente, orrore.
E nefanda mi pare e mi disgusta la solerte pretesa di chi (Stato, Chiesa, Scienza) pretende di "difendere" il tuo diritto alla tua vita o alla tua morte quando entrambe non hanno ormai speranza di alcun sviluppo né futuro, mentre della precedente tua esistenza  - nella sua complessità od anche pesante difficoltà-, non s'é mai né accorto, né curato. Nella società perfetta, avrebbe, invece, dovuto.



lunedì 25 ottobre 2010

Appunti di una ex-depressa: gli inganni dell' auto-valutazione.


Il peggiore degli incubi è quello che precede il sonno. Sotto le lenzuola, tremante di ancestrale paura - probabilmente la stessa dell' ominide rifugiato nella caverna ad ascoltare con gli occhi sbarrati i ruggiti dei predatori, i grugniti, le urla delle prede straziate, i crepitii e il minaccioso rumoreggiare della foresta-, aspetti che la tua gola si chiuda del tutto, impedendo al filo d' aria che ti tiene in vita di ventilare i tuoi polmoni, mentre il cuore batte a mille.

Sudando freddo, e resistendo dall' impulso di implorare aiuto -perché in qualche anfratto del cervello la sentinella della razionalità ancora veglia-, pensi : "Perché tanta angoscia? Quando sei morta non sai più d'essere, il dolore cessa: è il ritorno al nulla, ed il nulla è buono, anzi, è neutro... ',,, morire, dormire, forse sognare...' "
Poi, arriva il sonno, non ti accorgi come.
Benedetto.

Nessuno può comprendere quanto sia cattivo il male oscuro; nessuno che non lo abbia ospitato in sé ... Ti arrendi all' ignoranza, all' insipienza, all' insipidezza del mondo che non sa, ed accetti il tuo inferno in solitudine, con rassegnazione, di-sperando su tutto.

Sei stoica a resistere, ostinata; molti non ne sono capaci: sei una grigia eroina anonima attaccata ad una vita di cui hai smarrito ogni precedente significato -del quale, però, qualcosa che non sai più mettere a fuoco, in te, ha conservato una vaga reminiscenza- : ricordi soltanto d' essere stata capace di amare immensamente l' esistenza, pur avendone dimenticata ogni ragione.

Durante gli incontri mensili con il tuo psichiatra-vampiro, pensi incessantemente che qualsiasi cosa lui ti dica non è che una miserabile parte di terz' ordine in un copione che ha recitato innumerevoli volte, nello stesso identico modo, con un sacco di altra gente. E' annoiato e poco partecipe, sei certa d' essergli antipatica e la tua disistima ti induce a credere che egli ti consideri proprio la nullità che tu stessa senti d' essere.

Un giorno ti chiede: "Si descriva". Tu, immediatamente, pensi: "Che idiota: ecco la classica richiesta da manuale del classico strizzacervelli del c.... Come mai ci ha messo così tanto per farmela? L' aspettavo dalla prima seduta." Gli rispondi, oppressa dalla nausea che ti arreca il solo parlar di te stessa, miserabile e vana quanto ti senti: "Sono ipersensibile ed irrazionale."

Il geniale psicanalista mangiasoldi, a questo punto, ha una reazione finalmente originale, nel senso che intuisce di non poter dare (stavolta) una risposta-tipo preconfezionata ed azzarda una sentenza su misura: "Lei, signora, sbaglia totalmente a definirsi in tal modo. Lei é esattamente l' opposto di ciò che credeva. Lei è IPER-RAZIONALE... IPER, capisce? Troppo. Troppo razionale."

La tua immediata reazione interiore è di noncurante scetticismo, perché questo tizio è anche lo stesso che, nella sua maldestra ed un po' approssimativa analisi ti aveva chiesto, con l' aria di chi la sa lunga e non la dice proprio tutta, se, per caso, tu non avessi improvvisamente scoperto d' essere omosessuale e da ciò ti derivassero le tue terribili crisi di panico. Ipotesi più ridicola e bislacca non poteva fare: se c'è una cosa "normale" , in te, è l' orientamento sentimentale e sessuale, come dato di fatto.

Però ci pensi su e comprendi che sulla questione del cogitare ha ragione. Come dire: uno, per disattenzione e leggerezza crede per tutta la vita d' essere un umano ed il mattino successivo si sveglia scarafaggio. O qualsiasi altro paragone meno angosciante. Succede.

"Va bene", dici tu, "mi sento sollevata, perché, almeno su questo, devo ammettere che lei ha detto il vero. Almeno non sono un microcefalo, una deficiente, una con la testa tra le nuvole, una sognatrice senza costrutto. Questo male, allora, dipende da altro..."

"Sì; è la chimica cerebrale che non va. Le sinapsi. Roba genetica. La sistemiamo con qualche farmaco."

...

Gran parte delle forme depressive si cura, semplicemente, con i farmaci adatti prescritti da competenti neuro-psichiatri. La psicanalisi aiuta invece soltanto i pazienti collaborativi, cioè i non iper-razionali come me, i fiduciosi, i "credenti".
Con tutto il rispetto per la neuroscienza condotta in modo serio ed altamente professionale, si  deve ammettere anche che esiste un considerevole rischio di affidarsi, nei momenti di debolezza e di disagio, a persone che potrebbero favoleggiare, o parlarsi addosso.

Indro Montanelli (per citare un nome conosciuto), grande depresso, quando scoprì, dopo anni di malessere e disagio psicologico terribili, che il suo inferno poteva essere eliminato con qualche ansiolitico su misura, se ne stupì così tanto dal ritenersi, per un attimo, un mediocre. "Ed io che pensavo di stare tanto male perché speciale ed unico!" E' un errore frequente considerare il dolore come un elemento, in qualche modo, elettivo: vecchio retaggio del solito cristianesimo?

In realtà lui era e continuò ad essere speciale ed unico, ma senza il fardello di una sofferenza interiore paradossale ed eccedente il necessario, come quella cui ti costringe la malattia depressiva.

Quanto è importante la conoscenza di sé... Sopra ogni cosa conoscersi. Indi, il dialogo, il confronto ...
A guardar bene, sarebbe bastato un amico.