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giovedì 4 dicembre 2014

Appunti antropocentrici -4-

L'altro non è mai puro.
Per quanto inizialmente tu possa desiderare ardentemente che lo sia, magari anche evitando di mettere gli occhiali sì da vederlo in una nebulosa, o turandoti una delle due narici (ed il tutto in forza di una contorta forma di compassione e benevolenza verso te stessa, le tue patetiche illusioni, il tuo bisogno di fede), lui ben presto riuscirà a rendersi così evidente, o noioso, o ridicolo, o meschino, o ambiguo, da costringerti a prenderne onestamente atto.
La colpa, gravissima, che non puoi perdonargli, non è la sua oggettiva impurità -non esiste nulla di adamantino nella natura umana-, ma piuttosto la sua indifferenza sostanziale al tendervi, che altro non è che desiderio di miglioramento etico.
Non c'è bisogno di anelare, o precipitare, o innalzarsi ad improbabili traguardi di ascesi più o meno misticheggiante: basterebbe non insistere tanto sfacciatamente nella perpetuazione soddisfatta della propria miseria e pochezza morale abbarbicati a pretesti di fragilità e debolezza.
Ora, forse la capacità di tolleranza (e la conseguente deriva di innocuo buonismo) è inversamente proporzionale allo stato di sofferenza psico-fisica in cui una data persona si trova, ma certo chi versa in una situazione di stremo esistenzialistico, pericolosamente vicino al precipizio, non può più concedersi il lusso di sciupare le esigue energie nelle commedie e nelle pantomime di rapporti sociali insulsi e vuoti, conditi di penosa ipocrisia.
Preferiresti la volgarità del bischero che ti dice, senza mezzi termini: "... senti, Cosa, sto cercando di cavare qualche utilità o piacere da questo scambio, sennò chi me lo farebbe fare?...", al che, con speculare disinvoltura, tu gli potresti dire vaffanculo, ed è pace per tutti.
La sola scelta che rimane, quasi sempre, è farsi il vuoto intorno. E in quel vuoto fa molto freddo, freddo da morirne.

*
 

I mondi paralleli esistono, senz'ombra di dubbio.
Non capisco il perché di tanti sforzi epistemologici per suffragarne la verità.
Per quel che mi concerne, in questa realtà io sono morta, o al massimo in condizione di pre-morte, altrimenti non potrei spiegare né la sopravvenuta consistenza lapidea della mia interiorità, né l'assoluta attuale mancanza di desideri.
Forse l'impossibilità di adesione, alla lunga, trasforma in ombre.
Quel che non riesco ad indovinare sono gli eventuali motivi per cui sono ancora viva di là.
Né sempre mi è chiarissimo se io sia di qua o di là.
Ne consegue che l'angoscia umana, probabilmente, ha invincibile e straordinaria potenza trasversale, più forte di tempo e spazio, onde consentire il compimento della celeberrima dannazione eterna.
 
 
*
 
Avrei bisogno di neve, e silenzio, e di tundra desertica.
Sotto la neve -una montagna di neve-, sapere sepolte tutte le cupole, per sempre.
E' il solo modo per restaurare la grande bellezza.
 

 



 

sabato 8 febbraio 2014

Appunti antropocentrici -1-

Il prezzo della conoscenza, ossia del soddisfacimento dell'umana curiosità, è la disperazione, perché conoscere avvicina alla verità delle cose, ne scalfisce quella corazza di incrostazioni e sedimenti - fatta di piccole ipocrisie, omissioni, miopie intellettuali, ignavia, pietà per sé stessi - con cui esse si presentano ai più generici ed epidermici esami e vedere con qualche chiarezza le cose per ciò che più probabilmente, anche se approssimativamente, sono davvero - ossia con sguardo il più possibile spassionato -, nella maggioranza dei casi è onestamente risolutivo e letale.

D'altro canto, laggiù, nell'Eden, Dio li aveva avvertiti e chissà la goduria, poi, nel considerare la perfezione della sua trappola: creature pungolate irresistibilmente dalla meraviglia ed affascinate dalle scoperte, per loro stessa natura, loro malgrado anche a costo della dannazione.

Sono assolutamente convinta che la condizione umana sia, fra tutte le animali, la più paradossale: dotati di notevoli potenzialità intellettive, gli uomini le hanno storicamente utilizzate per costruirsi la gabbia di tollerabile infelicità che li autorizza a giustificare poi la mollezza con cui trascinano i loro rapporti più intimi e necessari, le loro espressioni sentimentali ed amicali, il nocciolo vero d'essere umano.
La speranza, per definizione, attiene a ciò che non ha e potrebbe non aver mai materia e realizzazione, è  consolatoria, aleatoria, sognante, il più delle volte assurda. Deve essere lasciata così, nel limbo dell'utopia, ché, se ciò non fosse, ci vorrebbe il durissimo lavoro di renderla progetto, di farla scopo, nonché di attrezzarsi per produrne un'altra, diversa, nuova, onde alimentare il ciclo ineludibile e dannato del desiderio.
Così i più tergiversano, e preferiscono parcellizzare la loro sedicente critica, sia essa concernente le cose private sia quelle pubbliche,  lasciando ampi aloni di inconoscibilità ed approssimazione, tamponati dall'eterno ricorso all'alibi dell'umana imperfezione, dell'umana limitatezza.
Quando di ciò si ha intuizione, ma si preferisce non tenerne conto, si è in sostanziale malafede.
 
Dirsi umani, d'altronde,  genera almeno una doppia accezione: per gli specisti motivo di vanto ed orgoglio giacché presuppone superiorità assoluta sui viventi  e tanto basta per non sottilizzare e cavillare troppo sugli espedienti e sulle modalità del vivere in generale -; per gli altri, invece, una certa comoda presunzione di fallibilità  attribuita sempre allo strapotere della nostra natura emozionale  che giustifica poi anche la propensione al viscidume, all'autoreferenzialità,  a quell'edonismo crapulone che ci fa voltare lo sguardo in un istante, azzerando senza rimpianti il pathos di quello appena  precedente con il quale avevamo intuito - indignati - lo sconcio di un'ingiustizia, o la partecipazione al dolore dell'altro; meno male, sì, che abbiamo memoria e concentrazione labili e molli.

Intanto, il tempo scorre, implacabilmente. Domani morremo. E' seccante, ma è certo.
Bisogna farci entrare tutto quanto - pure la consapevolezza estrema del nostro morire -  in ogni momento da vivi.
Nell'istante in cui lo si decide, in cui lo si percepisce senza tema di smentita, la vita trascolora, si fa nebbiosa, indistinta, deludente, lo spleen permea di noia il più ameno degli spettacoli, sovente si osserva la propria esistenza come spettatore tediato di una pantomima malriuscita o come l'escursionista d'alta via montana che prova ad evitare di calpestare, lungo il sentiero, le deiezioni degli armenti al pascolo: inutile, sono ovunque.
 
*

 
Cerco, allora, una voce, uno scritto, un'armonia, l'espressione di un volto con guizzo inconsapevole d'intelligenza, di pienezza dell'essere, di adesione incondizionata, ma esclusiva, all'obbligo del respiro. Cerco e non trovo: qui non c'è , ogni volta mi illudo che ci sia, ma era il solito inganno della mente asservita ai miei stessi desideri.
La sola cosa che serve è fortissimamente amare, fortissimamente essere amati.
E' troppo, per i troppo-umani.

*

 
 

sabato 17 agosto 2013

Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.

Mai stata più chiara di così l'oscurità in cui versa il mondo.

Ho immenso disgusto ed immensa pietà per i nostri difetti umani.
 
Quale gigantesco schifo mi son procurata di raccogliere. E poi, perché? Per l'ingenuità di amare - idiota -, senza neppure la verifica dell'oggetto. Come se l'umanità meritasse amore.
Idiota.
 
 
Nulla sarebbe stato più opportuno che non nascere affatto, se poi l'approdo è questa nausea senza riscatto.
Eppure, se Sileno aveva indubbiamente e pienamente ragione a proclamarlo nella sua privilegiata e fatale posizione di ubriacone immortale che la sa indefettibilmente lunga, m'accorgo che sarebbe bastato, per essere felice, impedire semplicemente che l'intelligenza varcasse una data soglia e s'accontentasse magari d'essere soltanto supporto al corpo, già di per sé abbastanza - anzi indicibilmente -, meraviglioso meccanismo atto a cogliere la Bellezza.

Immaginare è l'inappellabile condanna al dolore, dato che innesca quella spirale di desideri che, soddisfatti o non soddisfatti, ne provocano sempre di nuovi.
 
*
 
Continuo infatti ad immaginare le spiagge dei mondi senza fine del buon Hermann, ma praticamente deserte, fatta eccezione per qualche amico cane, un paio di elefantini, Jonathan il gabbiano: sarebbero bellissime e riposanti, accarezzate da leggero vento - un vento che scolpisce sempre nuove dune, fantasmagoriche ed imprevedibili - , ed il vento recherebbe i sussurri di tutte le parole non ancora udite, ed io potrei, senza più diffidenza e dubbio, finalmente saperle vere.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.

Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
.
Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su  qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.

Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.


 

lunedì 15 luglio 2013

Le altre morti


Ho smesso ormai da tanto tempo di fissare le foto  ed aspettare che mi sorridano, o mi parlino. 

Dopo la morte di mio padre – ed ormai son trascorsi vent’anni - ne  avevo consumato con gli occhi  l’immagine, con l’assoluta certezza di trasfondere così  interi pezzi della mia anima – che immaginavo gassosa e di forma sinusoidale -, straziata dalla perdita, in preda alla frustrazione dell’irreparabile assenza.

Aspettavo ed aspettavo un cenno di presenza, una qualsiasi risposta di rimando a quello sforzo di volontà immane e caparbio.

Le pagine del mio grosso quaderno di pergamena, spesse e dai bordi frastagliati, avevano accolto migliaia di parole-gancio, con le quali ero pateticamente decisa a  trattenerlo a forza  nel mondo dei vivi.

E’ amaro, sempre, toccare con mano l’irrilevanza sostanziale della nostra volontà di incidere e stravolgere le realtà a noi superiori.

 

Se l’esperienza insegna e costringe a modificare i comportamenti, l’indole rimane inalterata: alla minima distrazione si ricompone e si manifesta nelle sue originarie caratteristiche.

 

Così, ogni qualvolta qualcuno che amo  - o per me significativo - muore, io, d’istinto, ne ricerco qualche effigie da scrutare (stavolta senza confessarmelo apertamente)  nell’illusoria reiterata speranza di non permettere che il filo invisibile del pensiero e della memoria lo distacchino irrimediabilmente dalla mia vita.

 

Sempre subentra il rimpianto di non aver detto o fatto tutto ciò che avrei potuto, o dovuto, prima.

 

Non c’è altro modo di sconfiggere l’effimero se non trovando il coraggio di amare, di dire, di essere per tempo quel che si deve, in quel preciso e fuggevole momento.

Persi nelle infinite nostre necessità di trascendenza viviamo sorvolando con  ali d’ignavia la nostra stessa vita.

domenica 18 novembre 2012

Atipico esercizio di training autogeno di di-sperata

Bisogna imparare l'abilità di lasciar coesistere in sé l'eventuale impeto naturale ad accordare fiducia, senza obnubilarne la sincera freschezza e la spontanea disposizione ad accogliere, e la lucida rassegnata attesa del momento in cui  sarà evidente -perché fatale-, che concederla ed esercitarla non basta comunque a sancire affinità elettive o speculare affetto.
Dev'essere un dono fatto con la più limpida unilateralità, totalmente disinteressato dei suoi effetti.
E' vero che ho concesso la mia totale fiducia al novantapercento delle persone con cui mi sono relazionata; è vero che, di queste, l'ottantapercento l'ha tradita; è vero che non cambierò mai comunque.

A ben pensarci, nell'uso comune 'dono' è lemma dall'accezione comunque mercantile, anche quando non presupponga scambio di beni materiali, e nel contempo, inoltre, quando investito di spiritualità, ha sapore mielosamente religioso, cosa che -nell'inequivocabile deriva ipocrita e strumentale che caratterizza le religioni- mi consiglia di sostituirlo piuttosto con il più lato e sano 'accoglienza'.

Sta bene, allora: di natura, attraverso un meccanismo che si avvia da sé spontaneamente, io, caparbiamente, accolgo.
Potrei poi, talvolta, anche raccogliere, se non che, per ora, non ho più le energie sufficienti ad affrontare le ulteriori complicazioni della conseguente restituzione.

D'altronde, aver voglia di abbandonarsi all'assenza di tensione, pregiudizio, cautela e timore -che mille supposizioni e calcoli possibili sopra il sedicente merito dell'oggetto da accogliere comporterebbero-, è anche espressione contemporaneamente di forza e libertà.
Per me l'esercizio della libertà almeno metafisica è autentica questione di sopravvivenza.
Così io mi muovo: talvolta accogliendo, con clamoroso errore, anche l'intruso immeritevole. Ciò che conta è saperlo poi mettere alla porta senza esitazioni.

Infatti è altamente assurdo occuparsi degli effetti delle nostre determinazioni oppure del loro ritorno in termini di guadagno anche immateriale.
Ma a che cosa può mai condurre una vita di prudente prevenzione? E' ridicolo, perché noi morremo e se c'è una certezza inoppugnabile è questa.

Sulle affinità elettive -piuttosto- disse mirabilmente un poeta romantico, ed io ormai non acconsentirei più ad ammettere la mia indole romantica neanche sotto tortura.
Perciò, non le credo più possibili, giacché quassù, su questa crosta arida e brulla di strada metropolitana, perfino l'esatta interpretazione di un semplice sorriso è strumentalizzata dal bisogno indotto che possa condurre o servire a qualcosa, fosse anche cosa molto personale ed intima.

Così ci vorrà ulteriore follia ad abbandonarsi alla fiducia illimitata, esercitarla in modo cosmico e trasparente anche quando si è frantumati nell'anima, vivere ogni momento come se fosse l'ultimo. Tanto, prima o poi, lo sarà davvero.



 

martedì 9 ottobre 2012

Ora, qui, e nella memoria, altrove.

E va bene, lo ammetto.
E' partita "Green is the colour" ed io mi sono invischiata in un'immotivata nostalgia.

Mi odio quando il mio cervello alieno mi gioca questi scherzi.
Qui l'amigdala non c'entra: non è una situazione di pericolo.

E' una canzoncina -tra l'altro una delle più traccagnotte dei Pink Floyd-, che parla in modo onirico e romantico di atmosfere da idillio sentimentale amplificato da qualche stupefacente.


Ma naturalmente a me  ha evocato ben altro: qualcosa di determinato, una reminescenza di commozione, in cui ritrovo rispecchiata un 'emozione privata legata a precisi fatti del passato che, miracolosamente, conserva veemenza e piena autonomia. Ogni altro elemento del ricordo, persona o fatto, sbiadiscono in dissolvenza, ma quell'emozione, sola, mantiene la potenza necessaria a ricordarmi come sia l'amare, l'essere amata e l'esistere in un pur brevissimo istante d'immenso. 
 
Non siamo fatti della stessa sostanza dei sogni; siamo vivi in doppio, eternamente: ora, qui, e nella memoria, altrove.

domenica 19 agosto 2012

Progetto alchemico improbabile.

Non ospito neppure più l'ombra di un'ambizione, seppure l'atarassia rimanga comunque infinitamente lontana.

Se così non fosse, anche questo nefando dolore esteso ed infestante il corpo/mente non troverebbe terreno per espandersi, come invece va inesorabilmente facendo.
Tocco con mano la sua pervasività: dall'occipite ai lombi e via, verso il centro, dove si irradia ed intensifica creando poi la confluenza in quel nocciolo duro, a livello del plesso solare, ove, preferibilmente, staziona, pronto ad azzannarmi alla gola se mi distraggo.
Va bene, va bene, sei lì, bestione, ti sento: comandi tu, lo so.

So anche perché è successo: conosco cause e concause, da sommarsi ad un fatale determinismo d'indole e di geni.
S'è trattato di una mal riuscita miscellanea di tenerezza, malinconia e compassione unite ad una certa protervia (pur se non arrogante) nell'affidarmi al pensiero -ritenuto erroneamente capace di obiettività se esercitato nell'intimo- , la quale ha fatto sì che nei rapporti con gli altri la mia stessa magnanimità mi risultasse dannosa.
Infatti ogni sofferenza mi è derivata da loro, ai quali ho attribuito sempre qualità enormemente maggiori di quelle che effettivamente possedevano.
Nel mentre loro m'immischiavano nelle loro vite -che presto si rivelavano miserabili-, ed io mi avvedevo dell'errore di valutazione appena compiuto, l'inevitabile sforzo dello sganciamento mi fiaccava ogni volta anima e corpo.

Non ho ancora imparato a forgiare la necessaria cotta protettiva e preventiva e sospetto anche che non sia cosa che si possa apprendere mai.
Rimane l'astensione emotiva, pena l'autodistruzione.
Farsi freddi, farsi duri, farsi cauti, negarsi ogni coinvolgimento immediato.
E questa tecnica -per me innaturale-, pure, è dolorosa. Son lacrime e sangue, in perfetta solitudine spirituale. Di nuovo.


Fosse possibile creare un codice criptico in grado di selezionare automaticamente gli individui affini, e solo a loro accessibile e decifrabile, la questione sarebbe risolta una volta per tutte.
Perché la certezza è una: ho bisogno dell'altro, sono un essere più dialettico che contemplativo, ma non ne posso più del pressapochismo imperante, né dell'esibizione delle parole, né del rifugio nel silenzio, né delle azioni contraddittorie che nullificano le une e l'altro.
Mi piacerebbe stendere il più esaustivo dei cataloghi in cui elencare tipi e caratteri degli umani con cui non vorrei mai più frammischiarmi, distinti per genere -pure-, giacché le questioni sono specifiche ed uomini e donne non sono neanche lontanamente uguali.
S'avrebbe da recuperare  forse anche l'ancestrale attitudine alla comunicazione telepatica, ché potrebbe anche essere -ma non ho le prove- che da cervello a cervello, nell'immediatezza dell'impulso comunicativo, non possa passare la menzogna.
Insomma: vaneggio un sistema alchemico delle personalità e della vera essenza nei rapporti infraumani dal momento che non sono più in grado di tollerare né l'ipocrisia, nè la debolezza.

Ora ci lavoro. Al solito, son graditi i contributi.




mercoledì 15 agosto 2012

Risognare Speranza

E' atroce, veramente, pensare di dovervi rinunciare per sempre.
Non è possibile accettarlo senza consentirsi un'ideale fessura -fosse pure appena percettibile, magari anche solo intuibile- di accesso o di sfogo possibili in qualche tempo, in qualche luogo, domani, forse.
Domani, sì, vedrai.
La certezza di sapere che quanto dava piacere o forniva un senso è perduto e non sarà mai più, altro non è che la straziante anticipazione della propria stessa morte.

Quell'incantevole scorcio sul Tirreno; il minuscolo golfo naturale ove trascorrere ore senza tempo a stupirsi di quella miniera a cielo aperto di deliziosi sassolini perfettamente lisci ed ovali e lavata dagli spruzzi di piccole temerarie onde la cui forza era stata già domata e stemperata dai più arretrati scogli...
"Oh, questo è il più bello! Il Principe delle pietre! ... "Ma, ecco quest'altro! Sublime venatura, vellutato come pesca: il Re dei sassi...".
E raccoglierne uno, e riposarlo, estrarne un altro, per intravederne altri ancora.
Danza di piccolo futuro possibile, forse eterno.

Il primo, forse il solo dovere, stanotte, è risognare la speranza.





domenica 1 luglio 2012

Cantando il barbarico Yawp sui tetti del mondo.

Perché la conoscenza guasta?

L'uomo è in perenne sfasamento temporale sé stesso/mondo.

(Io, io sono in perenne sfasamento tempo-spazio.
Con il cuore frantumato per i miei inenarrabili casi, frastornata da un'esplosivo coktail di geni un po' autodistruttivi ed un po' uranici,  mentre guardo la gente normalmente vivente e la sento dire le cose normali che s'ha da dire e di cui s'ha da discorrere, e leggo, pure, allo stesso modo, le congrue indignazioni per la  politica e per l'economia e per il malcostume e per le ingiustizie e per ogni altra cosa intellettuale e materiale che stride offende infastidisce, o anche il pathos romantico di chi è solo e non vorrebbe più, o le arguzie filosofiche, i tuffi nei pozzi teologici, e tutto il resto, mi chiedo dove mai io sia, ché là non ci sono, neppure impegnandomi al massimo. E mi chiedo, dal basso della mia oziosa razionalità, "sarò mica un' Asperger tardiva?", ed idealmente  m'involo, proiettandomi altrove ed in altro tempo. Che però non c'è. O non lo so. Bisogna 'farsi' qualcosa, qualcuno,  di tanto in tanto, sennò s'implode.

Ora provo: sto guardando il dvd  'Live in New York City  ", 2001, Bruce Sringsteen & The E Street Band. Funziona: divento creatura sognante ed onnipotente, potenzialmente gioiosa, posso essere qualsiasi cosa, e pienamente.
Mi scappa... la mossa del Boss e  della Band: chi l'ha visto, capirà.
Yawp! Era facile.

Per un po' d'istanti. Poi passa. Non mi piace neppure più:
è andata,
ed io ritorno."




L'asincronia e l'asimmetria tra il suo pensiero, la sua attitudine al sogno, anzi al suo barbarico sognare, prima di toccare la realtà, e la supposta esatta interpretazione di quest'ultima -poniamo sia, ad esempio, la fisicità e la concretezza di una persona prima avvicinata soltanto idealmente e poi conosciuta di fatto- attraverso gli elementi empirici, è la reiterata, eterna, inesorabile sconfitta del vivere.



lunedì 25 giugno 2012

Flanerie

Le esperienze, l’osservazione e questa quasi-senilità mi suggeriscono che quanto più si declama ed afferma qualche opinione, tanto più aumenta la circostanza che il principio e l’asserzione relativi rimangano o siano stati sempre intangibili.
Intendo dire che anche quest’altro adagio popolare (“si predica bene e si razzola male”) è perfettamente congruo.
Per esempio, ho incontrato molto più bigottismo e conformismo, di fatto, nei teorici libertari (nell’accezione più generica ed ampia del termine) che nei conservatori dichiarati: sarà il bisogno di compensazione, sarà il gioco delle maschere, sarà che il desiderio comunque travalica sempre realtà e verità e riteniamo più d’essere ciò che ci immaginiamo anziché ciò che alla fin fine –o solamente- siamo, sarà che il novanta percento delle affermazioni che si fanno illudono innanzitutto se stessi di possedere un volto definito, mimeticamente e spesso inconsapevolmente  scelto.

*

Credo d’essere ossessionata dalla purezza.
Sta bene: lo ammetto. Ma non è una crociata ideale, nel mio caso: resta un espediente alla ricerca del benessere.
Non è uno splendido sogno lo scambio in purezza d’intenti?
So anche che ciò reca imbarazzo ai miei amici, e che forse è la cagione delle loro defezioni. Ma se io ho tollerato le loro contraddizioni, le frequenti cadute di stile, la deprimente volgarità di qualche loro pensiero e la loro incapacità di esercitare la vera compassione, amandoli lo stesso, loro avrebbero potuto capire che il mio è anche il solo modo che conosca per non farmi inghiottire dall’ ombra del nulla  che mi alita alle spalle da sempre o  spesso se ne sta lì appollaiato come un sinistro pingue avvoltoio e diventa minaccioso non appena le parole si svuotano e stanno a litigare con i fatti.

*


Ma ora non importa.
Ho appena sorseggiato uno spritz sgranocchiando patatine e conversando piacevolmente con un caro amico, ho appena scambiato uno dei tanti sogni –viaggiare in un’atmosfera di flanerie per il Bel Paese-, perfettamente condiviso, ho avuto la mia dose di speranza nelle anime belle, nelle rare intelligenze, nell’ amicizia, nella potenzialità dell’amore, ho appena neutralizzato –grazie all’ebbrezza leggera- la pesantezza della mia realtà.
Torno ora dall’escursione cosmica e breve: sono sempre io, grata a me stessa d’esserci. Nonostante.

sabato 17 marzo 2012

Afonia

Di difetti ne ho a migliaia - premetto-, e non me ne perdono neppure uno dei più lievi: sono certa d' essere la persona più imperfetta della Terra, soprattutto perché ho sempre coltivato, in me, senza quasi rendermene conto,  velleità e speranze comunicative altissime. Ho sempre pensato -intendo dire-  che la comunicazione sia il vero nettare dell' esistenza, l' attività più sensata ed intelligente in cui intrattenersi, e che quando condotta ad un certo livello possa attivamente aiutare a superare anche il più infernale dei drammi personali.

Qualche volta, in me, c' è anche il silenzio. Un silenzio fatto di parole stremate. E' un silenzio che vorrebbe parlare. Epperò non può. Ciononostante sta dicendo.
Vorrebbe dire, in spontanea coerenza argomentativa, di malinconia, di ansia sentimentale sempre tradita, di tenero sogno d' amicizia, di legittima pretesa di sogno vivificante. Sogno di levità non banale, bisogno di evaporazione degli scrupoli granitici e così convenzionalmente umani che è quanto di meglio noi in genere si sappia condividere.

Ma mi coglie il dubbio su come fare a dirlo, perché sia limpido, ed allora taccio.

*

Ad intervalli più o meno ampi, fin da bambina, la mia mente ha sempre rispettato un appuntamento tacito ma certo con sé stessa.
Si chiedeva: "Ma perché sei così? Perché sei tu e non un' altra? Perché ti vedo quasi come un' attrice, talvolta tragica, tal' altra comica, di un canovaccio che non hai scritto tu? Cosa e chi e perché hanno determinato questa tua stessa consapevolezza d' essere? E come si sentono le menti degli altri? Come te? Si sentono come te e si pongono queste stesse domande?"
Per qualche imperscrutabile ragione la mia mente non poteva, in alcun modo, interrogarne altre in questi termini.

*

Buonanotte alle anime perplesse.

sabato 4 febbraio 2012

Umane compromissioni

Caravaggio-San Girolamo nello studio

Della vecchiaia, anzi della vecchiezza, avevo da giovanissima un' immagine gentile e terribilmente romantica.
Colpa delle letture, dell' iconografia classica e di un eccesso di fantasia.
M' immaginavo che  l' accumularsi degli anni conducesse ad una sorta di spiritualizzazione, come se l' indebolimento oggettivo del corpo spingesse il suo possessore a dimenticarsene, minimizzandone invasività e presenza, soprattutto nella propria coscienza, a vantaggio esclusivo dei ricordi e della saggia consapevolezza di sé e del mondo.
Era, naturalmente, un' idea imprecisa e totalmente supponente: nessuno che possieda ancora un corpo agile e sano sorretto dall' energia delle aspettative giovanili potrebbe immaginare con verosimiglianza lo stato di coscienza di chi si trova ormai ai confini della vita. Non è possibile empatizzare qualcosa che non si conosce, semplicemente perché l' empatia è un processo che implica una rappresentazione mentale di sentimenti od eventi che appartengano ad un vissuto, anche se non necessariamente solo nostro.
Questa idea di tranquillità senile, tutta epicurea, rende oltremodo allettante la vecchiaia:
"Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; perché il giovane nel fiore dell' età è mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse alla vecchiezza, come a tranquillo porto, e di tutti i beni che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquillità del ricordo".
Suona bene, ma non corrisponde alla realtà che io conosco.
Io conosco vecchi, o persone che verso la vecchiaia sono incamminate, che desiderano con straordinaria ed annichilente passione una cosa sovra tutte: durare in vita e non importa come.
Durare nel corpo, naturalmente. Durare secoli, anche in un corpo degenerato, malato, quasi inservibile. Se poi anche il cervello soffrisse di spappolamento progressivo, non importa lo stesso: s' ha da durare, durare, durare...
E' un loro diritto, fa parte della libertà di scelta, e non è nel merito delle scelte personali che mi interessa entrare: non mi riguardano minimamente.
Ciò dimostra però che dell' idea di vita dell' anima non si fidano in troppi, nonostante essa sia il fulcro centrale delle Religioni d' Occidente e -perché no- di tutta la letteratura romantica che vi rimandano ogni soddisfazione, gratificazione, futuro riscatto.

Il dubbio lancinante che mi coglie, allora, è che a noi tutti piaccia raccontarci delle fole.
In dipendenza del nostro livelluccio culturale, potranno essere più o meno velleitarie e più o meno romanzesche.
Ma rimangono storielle ,belle e buone.
Ci diremo di avere nobili ed alti fini, pensieri eccelsi, ma il primo mal di pancia ci manderà nel panico.



***

E' un po' quel che succede al blogger-tipo/esistenzialista.
Comunicatore e dialogatore talvolta straordinario, colmo d' affetto per i propri lettori o colleghi, traboccante d' idee ed opinioni, nella realtà s' affloscia e si tace, come preso da paralisi improvvisa.
Dev' essere perché tra veicolo di pensieri colti e trasmessi, qualche sogno rivelato, ed una forte immagine di sé, nella vita preferisce arrangiarsi a durare come uomo qualunque 'senza qualità'.
Ma durare.



domenica 20 novembre 2011

Tipi -3-

Si rivelano quasi immediatamente attraverso una caduta di stile più o meno incresciosa.
In quest' ultimo campo esiste una grande varietà di sfumature che vanno dalla leggera, appena increspata, opacità rispetto al colore di base alla più sfacciata deturpazione, in cui l' eccesso di intensità offende la vista.
Qualunque sia, comunque, lo scarto dall' ideale purezza prescritta, sia esso lieve o pesante, ciò che esso dimostra e sancisce è sempre  una sostanziale grettezza d' animo.
L' animo gretto non può aspirare ad alcuna emendazione: la delicatezza e la nobiltà del sentire non si possono apprendere né mutuare. Seppure dopo lunghi esercizi e tentativi, e nonostante lo sforzo di autocontrollo, lo spirito gretto troverà, del tutto autonomamente ed a dispetto delle intenzioni del suo ospite e custode, il modo di rivelarsi inequivocabilmente, sancendo così, per l' ennesima volta ove ve ne fosse bisogno, l'assoluta saggezza del vecchio adagio che vuole l' idea spesso lontanissima e talvolta contraria alla conseguente azione.

La grettezza morale è democratica ed equamente distribuita, come l' influenza virale: nessuna differenza di casta, censo, genere, istruzione.

Il terreno ideale della sua manifestazione è, come facilmente si può intuire, l' approccio interlocutorio uomo-donna.
L' incontro di due universi sconosciuti, potenzialmente tanto complessi e ricchi fornisce quanto di più esemplare si possa desiderare per la verifica.
Che, nel 99% dei casi, conferma la schiacciante predominanza dell' istinto grossolano ed utilitaristico, sempre edonistico, su qualsiasi altro fine di un rapporto, anche occasionale.
Le circumnavigazioni sulle argomentazioni erotico-sentimentali sono quasi matematicamente certe.
Monotonia assassina.
Esiste davvero soltanto un modo di darsi piacere, da umani? La conoscenza, la meraviglia, l' acquisizione tutta intellettuale -per una volta senza fluidi, incorporea- del nuovo, non è altrettanto -se non di più- seduttiva?
Imparare, interpretare, non è ... bellissimo?


*

Con un caro amico abbiamo favoleggiato, letterariamente, sulla comunicazione 'extra-sensoriale' possibile tra sconosciuti. Ci si beava del sogno che gli occhi potessero trasmettere ad un altro simile, senza il supporto di alcun altro convenevole, la tenerezza e la commozione d' avvertire in sé la burrascosa mescolanza di lacrime inespresse e commozione sublime che sono privilegio e dannazione della condizione umana.
Ma la realtà -ci siamo detti- ci banalizza e ci riduce, e -aggiungo io- brutalizza ogni immaginazione che si desiderava empatizzare  e che pur sappiamo esistere in occulta verità ma irrimediabilmente murata tra i merli e le pur magnifiche guglie dei nostri singoli ed inespugnabili castelli di ghiaccio.

Non ci è dato il linguaggio comune dell' anima; la condanna di troppa potenziale bellezza è la crudeltà di una sostanziale inconsolabile solitudine.
E' una tragedia.
E l' ennesima indefettibile prova che Dio non c' è.

venerdì 18 novembre 2011

Sconclusioni

Potere, Desiderio, Violenza.
I temi del Divin Marchese, in sostanza per comprendere ciò che vorremmo capire tutti, perfino oggi: si può, si potrà mai, superare la barriera tra uomo e uomo?
E c' è una possibilità, per l' uomo, d' essere felice, in qualche anfratto dell' universo, un pertugio dell' anima, un istante perfetto?


*

Sade è tornato all'interno dei vulcano in eruzione
Dal quale era venuto
Con le sue belle mani ancora frangiate
I suoi occhi da giovinetta
E quella ragione da fiore di si-salvi-chi-può che fu
Solo sua
Ma dal salotto fosforescente a lampade di viscere
Non ha cessato di lanciare ordini misteriosi
Che aprono una breccia nella notte morale
Attraverso questa breccia vedo
Le grandi ombre vacillanti la vecchia scorza minata
Dissolversi
Per permettermi d'amarti
Come il primo uomo amò la prima donna
In tutta libertà
La libertà
Per la quale il fuoco stesso s'è fatto uomo
Per la quale Sade sfidò i secoli con i suoi grandi alberi astratti
D'acrobati tragici
Aggrappati alla fibrilla del desiderio.

[Da L'air de l'eau (1934), in A. Breton, Poesie, trad. di G. Neri, Torino, Einaudi, 1977, p. 101]


*





Non conosco persone libere.

E non conosco persone felici. Conosco, semmai, individui che hanno deciso di chiamare 'felicità' una presa di posizione ed una scelta di campo esistenziali.
Sono piene di rammarico e risentimento, talvolta apparentemente assopite, talaltra rabbiose, assetate di vendetta, affamate di riscatto. E che succeda in fretta, ché la vita si consuma, arde i nostri sogni, quelle mirabolanti fantasmagorie di cui siamo capaci, nonostante la misera corruzione della nostra carne.

Bastasse il rifiuto intellettuale! Bastasse la consapevolezza! Il risveglio, l' uscita dall' ombra nebulosa degli alibi e delle mediocrità!

Hanno sempre amato per perpetuare la specie, con il beneplacito di Chiesa e Potere, credendo che esista una forma 'lecita' di felicità.

"Pedanti, carnefici, secondini, legislatori, canaglia tonsurata, che cosa farete quando saremo arrivati a quel punto? Che cosa diventeranno le vostre leggi, la vostra morale, la vostra religione, le forche, il paradiso, i vostri dèi, il vostro inferno, quando sarà dimostrato che questo o quel moto delle linfe, questa o quella specie di fibre, questo o quel grado di acidità nel sangue o negli spiriti animali bastano a fare d'un uomo l'oggetto delle vostre pene o delle vostre ricompense?"

Lo so bene. L' ho tradotto nella mia quotidiana pratica. Molte e molte volte ho sconfitto la facile seduzione dell' ignavia.
Forse ho distrutto, lo confesso.
Ma erano castelli di carta. Erano piccole misere torri di Babele, che il mondo  reputava pilastri.
Ed è lecita la distruzione?
No, non lo penso. Dev' esserci un' altra via, la distruzione non era il fine.
Io amo la vita. E credo che vivere sia amare, seppur non certo limitatamente in senso romantico e cortese, e men che meno come lo dettano le morali. E' altro, enormemente più grande. La motrice del respiro stesso.

"La morale cristiana, con la quale - con disperazione e vergogna, bisogna spesso confessarlo - si è ancora lontani d'averla fatta finita, è una galera. Contro di essa, tutti gli appetiti del corpo immaginante insorgono. Per quanto tempo ancora bisognerà urlare, agitarsi, piangere, prima che le figure dell'amore divengano le figure della facilità, della libertà?"
(Paul Eduard)

mercoledì 9 novembre 2011

Indoli dissidenti

Oh, Cielo,
sono paralizzata dall' ansia.
Ho paura, paura, paura.
Non so se riuscirò a gestire la precarietà della mia vita. Oggi un uomo quarantaseienne m' ha chiesto di assumerlo, e l' altro ieri è stata la volta di una voce di donna, telefonicamente.
Riso amaro: non copro ancora le spese.

Se mi chiamassi Mr. Tomaia's e producessi scarpe casual-lussuose 'Made in Italy' , assumerei volentieri dipendenti, magando risparmiando sull' acquisto di pagine del Corsera, ma così non ha voluto il Fato, ed allora...

La mia generazione sta per metà in ginocchio. Non solo giovani, quindi, senza futuro, ma anche maturi adulti senza presente...
Ma l' Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, almeno sulla carta...
Beh, o voi che un lavoro, anche mal pagato, ma regolare, ce l' avete, state per diventare, bizzarramente, 'privilegiati'.
E se torna il DAP?
Non sono certa d' averlo sconfitto, quel mostro strangolatore; sospetto che si sia soltanto acquattato nel buio e nella melma della dimenticanza, ed aspetti.
Aspetterà con infinita pazienza, quell' infido: esso suole aggredire le sue vittime a tradimento.
Involvo in quel che non sapevo ancora d' essere, che non sono stata mai, neppure quando avrei potuto.
Una bambina tremante, in attesa del suo buon gigante.
... lo scimmione King Kong, disposto a scalare il grattacielo per amore della mia fragilità umana, della mia fame d' amore, dell' ossessione di morte, della perenne nostalgia delle origini perdute...
Da fanciulla mi sono vietata le lacrime: è così che ho potuto sopravvivere ad un cuore troppo oscenamente tenero. Poi, le ho celate nella notte. Non le devono vedere, non le devono usare: la vista della debolezza induce alla schiavitù chi si auto-gratifica proteggendo, ed io non so concepire che rapporti tra liberi.
Ma questo presuntuoso eroismo non è servito che a farmi enumerare i caduti, ed ora contemplo sepolcri, e rabbrividisco.
Non ho saputo trovare il punto d' equilibrio tra lo strazio e la passione.

Non siamo responsabili di tutto, questo non doveva essere il nostro mondo. Altri, pochi altri l' hanno deturpato così, per meglio gestirlo. Sono allora nati i codici. "Così amerai, così vivrai, così morirai, quando, quanto e come determineremo che sia più opportuno".
Ma io sono dissidente, nell' indole; mi ostino a sognare improbabili specie di viventi in cui l' ideale non sia in conflitto con le scelte, mi ostino a volermi integra e non smembrata, anche se talvolta d' integrità si soffre e forse anche si soccombe.

Amico mio caro d' autunno, bello sarebbe girovagare con te sopra vie senza fine  e senza meta di tappeti di foglie fragranti, inventando nuovi miti, come se il resto, tutto il dannato resto, fosse evaporato nel nulla e per sempre.



domenica 2 ottobre 2011

Una perfetta scienza sociale.

"Nel corso degli ultimi secoli si è avvertita confusamente la contraddizione fra scienza e umanesimo, benché non si abbia mai avuto il coraggio intellettuale di guardarla in faccia. Si è tentato di risolverla senza averla precedentemente contemplata. Una simile slealtà intellettuale è sempre punita con l' errore.
L' utilitarismo è stato il frutto di uno di questi tentativi. Si è supposto un piccolo meraviglioso meccanismo grazie al quale la forza, entrando nella sfera delle relazioni umane, diverrebbe automatica produttrice di giustizia.
Il liberalismo economico dei borghesi del XIX secolo si fondava esclusivamente sulla fiducia in un simile meccanismo. L' unica restrizione era che, per godere della proprietà di produrre automaticamente la giustizia, la forza avrebbe dovuto avere la forma del danaro, escludendo così ogni uso delle armi o del potere politico.
Il marxismo non è altro che la fiducia in un meccanismo di questo genere. La forza vi è battezzata col nome di storia; ha per forma la lotta di classe; la giustizia è rimandata a un avvenire che dev' essere preceduto da qualcosa che somiglia a una catastrofe apocalittica.
E anche Hitler, dopo il suo attimo di coraggio intellettuale e di chiaroveggenza, è caduto nell' illusione di quel piccolo meccanismo. Gli sarebbe stato necessario un modello inedito di macchina. Ma egli non ha il gusto né la capacità dell' invenzione intellettuale, a parte qualche lampo di intuizione geniale. E quindi ha preso in prestito il suo modello di macchina da coloro che lo ossessionavano continuamente perché gli erano repulsivi. Ha semplicemente scelto come  macchina la nozione di razza eletta, di una razza destinata a piegare tutto e a stabilire quindi fra i suoi schiavi la forma di giustizia che conviene alla schiavitù. In tutte queste concezioni apparentemente diverse e in fondo tanto simili, c' è un solo inconveniente, uguale per tutte. Vale a dire, che sono menzogne."
 
(Simone Weil, La prima radice)
 
La Weil mi piace, in generale -anche quando afferma cose che non approvo o quando si stacca da terra in elucubrazioni misticheggianti che a me paiono deliranti, perché io quel suo Dio/verità non so dove stia-, perché usa stupendamente l' innata dote tutta femminile dell' intuizione. Unito alla sua cultura e preparazione filosofica, questo le consente splendide equazioni di pensiero e sterminata vista, con conseguenti precognizioni: perciò è sempre moderna.
 
Nel 1949  viene pubblicato postumo "L' enracinement"  -tra l' altro voluto da Albert Camus come primo volume della Collana di Gallimard Espoir, che lo presenta come il documento di una benjaminiana "speranza dei senza speranza"-.  Con l' orrore dei conflitti mondiali ancora sotto agli occhi e personalmente vissuti, la filosofa dall' ardente carattere ha il perfetto coraggio di scrutare e smascherare le contraddizioni umane e storiche del suo tempo.
 
Perciò, "C' è una sola scelta da fare. O bisogna riconoscere che nell' universo accanto alla forza (unica signora di tutti i fenomeni della natura, mentre invece gli uomini possono e devono fondare le loro reciproche relazioni sulla giustizia, riconosciuta mediante la ragione -n.d.r.) opera un principio diverso dalla forza,  o bisogna riconoscerla come signora unica e sovrana anche per le relazioni umane." (ibidem)
 
La giustizia, infatti, è altrettanto reale nel cuore degli uomini. Gli uomini, ed il modo in cui il loro cuore è fatto, è reale. I bisogni innati, come, appunto, quello di giustizia, sono realtà. L' umanesimo, allora, non è in conflitto con la scienza.
 
 
 
***
 
Oggi il mondo è ingiusto, lo sappiamo bene. Ovunque, non si sentono che lamentazioni.
Il problema sorge quando ciò che percepisci tu come ingiusto, e poi quel che è ingiusto per me, non collimano, si sbilanciano.
Tu avverti la tua indignazione nei confronti dell' ingiustizia a te cara come assolutà priorità, e così affossi la mia, di cui non t' accorgi. Potresti guardarmi morente, e non cambieresti opinione, dentro di te.
 
Serve l' ordine. Una perfetta scienza sociale. Come si fa.
Ed ho appena scoperto che non c' è alcuna via di scampo.
Bisogna amarsi. Il resto sono chiacchiere.
 
 
 

martedì 15 marzo 2011

Frammenti da Sirio

Ad un Amico/a, avrei amato raccontare anche questi frammenti: spigolature di esperienze, spesso più buie che non, della mia anima o dell' intelletto, senza sentirmi neppure lontanamente patetica.
Al massimo,
umana,
troppo umana.




Venerdì, 28 gennaio 2011
Che cosa speravi, poi, creatura surreale che non sei altro...
Pensavi -in quella tua immensa presunzione- di plasmare un universo a te affine, conciliante, indolore, od almeno non solo troppo ostile e straniero, solo attingendo a quelle tue  miserabili energie d' umana che ritenevi nobili od almeno non abbiette e ti immaginavi condivisibili?
Pensavi fossero benefiche? Un po' assolute? Necessarie allo Spirito cosmico ed universale? E cos' è -se qualcosa è- lo Spirito? Pensavi che -se non tutti- molti avvertissero, come te, la solida struttura occulta di ciò che viene banalmente e generalmente assimilato all' aria, e non si tocca, non si gode, non si ottiene, non si permuta, non viene catturato da uno solo dei nostri sensi sensibili?

Non ti hanno condotta che a te stessa: sei rimasta intrappolata nel tuo stesso specchio.
Tu hai troppo sognato. Hai sognato come un bimbo. E' un privilegio a termine.
Ora lo sai, il velo è caduto, l' ultima roccaforte rimasta è il tuo stesso respiro, un po' affannato, spezzato dalle reminiscenze del frastuono della tua corsa inconsulta. Ti tocca vivere. Qui e ora.

Ed il vivere dev' essere questo: avvicendarsi dei movimenti del respiro nella sinfonia dei pensieri.
A te la determinazione a consentirli regolari ed armonici o tumultuosi e dissonanti.

Stasera, sulla via del ritorno, mentre i pneumatici divoravano la strada, t' ha incantato un maestoso, complesso, generoso, tramonto.
La Bellezza di ciò che vive e vivrà comunque, senza di te, ti disarma. Ti insinua il dubbio d' essere, forse, senza saperlo, già morta. E ti dimostra che potrebbe non essere  poi così difficile.
Il premio dell' umiltà del ruolo di comparsa è la saggezza. Lasciare che accada. Che accada la vita, che accada l' amore, che accada la morte. Che tutto sia.

martedì 11 gennaio 2011

Noi, i blogger dello zoo della Rete

Velleità stratosfericamente alte;  presunzione quantomeno disarmante, la più totale e vergognosa incoerenza.

Non solo: ciascuno di noi  coltiva in grembo il sospetto che la famelica brama di centralità (latente in ogni essere umano) non sia soltanto il principale movente, ma possa pure implodere, se non esplodere, a tal punto da diventare aggressiva. Siamo lo specchio distorto ed amplificato (perché deprivato dalle inibizioni che nelle relazioni reali necessariamente si operano) dell' animale Uomo moderno?
Troviamoci anche qualche alibi: siamo forse dominati, se diventiamo feroci, dalla necessità di rinsaldare la collettività cui aderiamo -e che ci fagocita- attraverso la perpetua ricerca ed il perpetuo sacrificio del capro espiatorio?

L' Uomo vive in uno scomodo terrificante dualismo da sempre: il preponderante bisogno d'essere parte di un consorzio in cui sentirsi protetto ma soprattutto legittimato e quello bruciante di affermare la propria individualità per sconfiggere l' aspro dolore dell' insignificanza.
Se è così, siamo degni di compassione.
Quale condanna ci ha imposto l’evoluzione costringendoci ad impegnar la vita a ricomporre i nostri sempiterni metafisici frammenti! Nelle caverne, se non altro, ci si occupava di bisogni veri ed essenziali. S' aveva da fare, senza sosta, ma in pienezza di significato.
Ad essere animali inferiori queste fratture non ci avrebbero straziato per tutta la nostra breve esistenza...
Ed avremmo anche risparmiato in molti casi il senso del ridicolo.
Forse.

***

Chissà come si sente quell’ usignolo, quando albeggia! Semplice determinazione alla vita, frenesia d' amore decisa, senza "se", senza "ma", senza dubbio! Il risultato è un canto sublime.

Ricordo d' essere stata, in sogno, una specie di delfino (è vero, non è invenzione, non scimmiottatura di pseudo-poesia!) che cavalcava le onde. Erano gelide ma non letali e ad ogni immersione ed emersione spandevo argento intorno. Dio, che gioia! Era pura Bellezza, perfezione nell' assenza di desideri.

In un cielo onirico ho anche volato, senza più peso né memoria. So come si sente un' aquila: nessuno scrupolo, nessun programma, nessun dolore, ... essenzialmente volante.

Ma se mi chiedo quale sia, invece, il participio davvero appropriato per la bestia umana, continua a ricorrere, insistentemente, “dannato”.

***





So che qualcuno cerca corrispondenza d' anima, senz' altre grossolanità.
Beh: anch' io.