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venerdì 13 febbraio 2026

Piccola anima smarrita e soave -13- pianto antico

E'giunto il momento del "post annuale", una sorta di ricorrenza tutta personale atta a verificare, in fondo, la situazione dei miei stessi circuiti neuronali.

Com'è evidente non ho più voglia di scrivere né, d'altro canto, di parlare, da molto, molto tempo ormai, ma questo non significa aborrire il linguaggio e sta semmai ad indicare esattamente il contrario: l'istinto di proteggerlo come l'ultimo dei bastioni di difesa tra tanto urticante berciare, imitare, strumentalizzare, ad opera di tutti noi. 

E' al contempo necessario ed inutile farne di tanto in tanto ancora esperienza, ma, tant'è, nella mia ostinata collezione di fallimenti (ché è esattamente il passaggio da un fallimento all'altro il sunto sbrigativo di questa mia vita), la reiterazione di questo non è così scandalosa. 

E' l'interlocutore che latita mentre intorno tutte le altre voci sono informi ma invadenti, scontate e volgari, appiattite su questa o quella posizione (posizione che purtroppo non è mai appieno la mia) e tuttavia comunque strutturalmente affini o coinvolte nello squallore del discorso generale.
E la mia, invece, ormai si strozza in gola, perché i giochi son fatti, resta ininfluente e poco interessante ma, soprattutto, è un idioma impopolare e forse incomprensibile che pare emesso dalla pancia o dalla carne viva sanguinante. Sgomenta.  Chi può o vuole contrastare i nuovi Napoleoni ed i Cesari che hanno saputo rendere accettabile se non adorabile all'intera umanità  la loro folle bulimia di potere ed i loro crimini?
Ognuno dei loro simpatizzanti, ognuno degli indifferenti che li tollerano o credono ingenuamente di non essere investiti dalla loro nefasta influenza, di fatto ne legittimano una filosofia che sta penetrando velenosa nel dna della specie.
Non conto più le persone "perbene", nella mia quotidianità, a cui sfuggono serene affermazioni inconfutabilmente razziste e perfino il prete - mi dice chi lo frequenta-, ha affermato di voler aiutare con il banco alimentare "prima i poveri di casa nostra". Ma cazzo, un povero è un povero e basta, bastardo ipocrita che altro non sei.
 
Non conosco nessuno che si interroghi sulle origini e cause del declino della compassione e del riconoscimento dell'umanità dell'altro. 
Mi mancano dolorosamente l'amicizia ed il calore di un simile.
Devo accettare l'idea che le persone tradiscono. Sé stesse e gli altri. Sono abbastanza vecchia per decidere di sancirlo ed eliminare l'accredito di tutte le attenuanti, pavide, che usiamo di solito per evitare di sentirci sconfitti ed irrilevanti.
Ti ripenso, Walter: nonostante non ci conoscessimo che per contenuti scritti mi hai offerto vicinanza ideale ed immeritata stima. Te ne sei andato davvero troppo presto, è talmente ingiusto.
Ricordo anche te, mio caro, alla fne coraggioso, Giorgio, che come nel bambino di Handke, alla fine ripensavi alla strofa  "[...] non riusciva a immaginarsi il nulla,/e oggi trema alla sua idea. [...]"
Poi tu, Fabio, pensatore oltremodo difforme da me, ma comunque pieno d'affetto. Dicevi di trovare bello ed interessante ogni momento purché vissuto, in partecipazione. Chissà se quando è arrivata hai provato anche tu il sollievo dolce di constatare la fine della morte, come Ivan Il'ic.
Per i vivi e tuttavia scomparsi opto ormai per l'indifferenza, ché scomparire è tipico dei deboli o degli imbroglioni. 


mercoledì 14 ottobre 2020

All'amico D.

Certo, per amor d'onestà e di verità cui la tua indole ti costringe, vorresti dirlo a quel vecchio amico che di tanto in tanto ancora ti fa visita che non sei più affatto quella persona che lui si ostina a vedere, forte della dolce fragranza di ritorno dei ricordi di giovinezza.

Non sei più il "suo angelo immaginario", non hai più visioni né profezie da elargirgli. D'altronde, pur nella sua buonafede, neppure ai tempi d'oro dei dialoghi e delle passeggiate filosofiche nei campi aveva scoperto che in realtà la tua era una voce di Cassandra.

Vorresti spiegargli quanto sia opaca adesso la tua vita e scandaloso il tuo costante dolore. Vorresti descrivere la vastità della tua solitudine senza appello, esattamente identica a quella sua stessa, che però lui per nulla al mondo vorrà ammettere mai.

Vorresti almeno dire a quest'ingenuo buon amico che a te difetta il meccanismo di rimozione che salva tutti gli altri e vedi con chiarezza che l'esistenza, coattiva perché imposta da una legge naturale che gli uomini poi sistematicamente infrangono e sconfessano, altro non è che malattia e preludio di morte. 

La malinconia, si sa, è contagiosa ed invisa ai gaudenti, ma la sua eterna indissolubile  permanenza sotterranea nei suoi portatori mentre li fa apparire fragili li fortifica. Vorresti congratularti con lui perché, se non altro, ha intuito ed amato solo la tua forza.

Eppure, giacché sei umana, le sue comparsate ti commuovono e le apprezzi, ed intanto pensi a quante altre inutili vicende sono nate così, in mancanza di pienezza, con spirito frugale e rassegnato, senza aspirazioni di grandiosità, perché poco,  in verità, quando riguarda la tua stirpe, ci si può aspettare di permanentemente grandioso.


sabato 17 dicembre 2016

Tipi -26- gli inconcludenti.

Ma perché non ammetterlo, su: siamo cagionevoli, gravemente, sia di contenuti razionali ed effettivamente coinvolgenti da scambiare nelle nostre relazioni private, che di effettivi sentimenti.
Noi umani, tolte rarissime eccezioni, siamo al massimo capaci di qualche premessa, di tanto in tanto. Negli scambi, di qualsiasi tipo ma in particolar modo amorosi ed amicali, siamo  interessanti e motivati, quindi partecipi, solo agli esordi, dopo di che, e rapidamente, i nobili e belli afflati ispiratori si sfiatano.
Abbiamo un'attitudine innata nel deludere ed  una propensione masochista nel consentire all'altro di recarci delusione.

Le amicizie adolescenziali, di cui ho ancora memoria ed il cui ricordo, custodito nelle più segrete stanze dell'anima, riaffiorando mi addolcisce ancora di malinconica nostalgia, almeno un decennio l'hanno retto. E' perché erano, in quel preciso momento storico e formativo, completamente vere, pur se ingenue.
Eravamo, allora, tutti interi: amori, politica, passioni, giochi, utopia, studio,   stavano ospitati in ciascuno  stretti stretti, intrecciati senza fratture e senza la vergogna delle bieche contraddizioni e della viltà che oggi amiamo giustificare come necessità imposteci dal tentativo di sopravvivere.
Ma che c'entra, poi, la sopravvivenza fisica con l'integrità interiore, con la volontà -lieta ed incontrastabile- di salvare e coltivare relazioni significative e belle?
Con ogni probabilità, bisogna però puntualizzare, è il concetto stesso di "bello" che differisce in modo decisamente divisivo tra individui, e ciò che costituisce la vera discriminante tra di essi è l'attitudine (almeno l'attitudine) alla virtù, la propensione -innata- ad una certa compattezza e saldezza dell'anima, che influenza in massimo modo anche il conseguente e correlato concetto di "piacere".

Porre da sempre, ed a ragione, il piacere in cima alle nostre priorità, per esempio, non ci ha ancora insegnato a riconoscerlo per quel che davvero è e figuriamoci, di conseguenza, quanto sia improbabile il provarlo.
Sappiamo, al massimo, sfiorare l'eccitazione, o meglio, piuttosto, raggiungere innumerevoli volte sempre le solite, prevedibilissime eccitazioni consuete, le quali, tuttavia, com'è insito nella loro natura un po' precaria ed infantile, scemano presto, destinate alla dimenticanza.

Sarà che il vero piacere sta nell'assenza del desiderio, nel non necessitare di alcun bene oggettivo da rapinare all'altro perché si è totalmente sintonizzati con la propria coscienza e paghi della propria personale, unica, irripetibile ed onesta pienezza,  sarà, di conseguenza, che è appannaggio di coloro che hanno dedicato la maggior parte delle energie esistenziali cercando senza sosta segretamente di conoscere se stessi senza lode ma anche senza ignavia per dirsi almeno veri, sarà che ciò non rappresenta un elemento di scambio in un mondo in cui i più si prostituiscono, emettono parole insincere e vuote, hanno un cuore inaridito e fiacco,  o cercano un qualche tornaconto, ma io non ho incontrato mai un solo essere umano così esigente e libero da pretendere di raggiungerlo fino in fondo.


martedì 2 agosto 2016

Appunti antropocentrici -6-

Da anni galleggio sull'apice emerso di una sorta di iceberg, gettando di tanto in tanto senza più troppa nostalgia lo sguardo sul resto del  mondo oltre le gelide acque.
Noi cavalieri di iceberg, tra l'altro,  possediamo la  non comune abilità di sembrare d'esserci dove non siamo.
Non ho tuttavia smesso di desiderare la terraferma, il profumo dell'erba e dei fiori, il tepore di altre presenze animali, ma semplicemente so d'essere ormai incapace di forzare l'ennesimo processo di adattamento tutto sommato ipocrita ed inutile, perché comunque quegli oggetti di desiderio sono vagheggiati sotto il filtro di un'aura romantica, inesistente nella realtà.
Ogni meccanismo, dopo un po' di intenso vissuto, ci diventa noto e prevedibile, e ad un certo punto  non rimane più nulla da reiterare senza provare anche la netta sensazione d'essere un idiota dalle ricadute seriali.
Forse e molto probabilmente succede più facilmente a chi tendeva all'idealizzazione della vita e, poco aristotelico, non è mai riuscito a conquistare il pacificante senso della medietà.
C'è chi prova  pudore a mentire a se stesso e troverebbe comunque più ripugnanza nel fare questo piuttosto che nello  scoprirsi idiota, ed allora tanto vale sancire la sconfitta, o l'impossibilità del sogno.

Nel frattempo, pur nell'ineluttabilità conclamata di questo stato, anche sull'iceberg giungono indirette e continue conferme di come sia in fondo solo eufemistico ritenere che il nostro auto-esilio sia una libera scelta.
E' una fatalità, è il destino.

Nei confronti di qualche individuo, occasionalmente ormai, provo una cauta simpatia: quando succede mi pare, sulle prime, tutto sommato un buon diavolo, ma poi non riesco ad arginare in alcun modo lo smottamento penoso verso la delusione che la classica frase fatta comune, l'espressione un poco  turpe, il narcisismo inconsapevole affiorato in superfice, la smascherata meschinità degli intenti, la propensione all'utilitarismo egoistico e la vacuità del suo spirito rivelata dall'interesse esclusivo verso una qualche forma di gretto edonismo con conseguente terrore anche per la minima sofferenza morale, che puntualmente gli sfuggono dal controllo e si palesano, mi causano mio malgrado.
Che pena. E -naturalmente- che noia.
Se non fosse che non lo siamo abbastanza a fondo, purtroppo, io vorrei dire a tutti coloro che mi attraggono inizialmente a livello istintivo come potenziali amici  "ti prego, non farlo anche tu, ti prego... non tatuarti, non dire mai 'bella ragazza', non postare tuoi autoscatti, non dimostrarti servile e non venerare alcuno -neppure se degno della massima ammirazione-, non imitare chi non sei tu, non ricorrere sempre alla bassa seduzione ormonale, non dire troppo per non dire niente, non considerare naturale nessuna delle infinite e serpeggianti liturgie del vivere sociale..., ti prego, ti prego, ti prego...".
Non ne ho né il diritto né il dovere, però, ed allora tanto vale lasciare che sia la deriva naturale a provvedere e risolvere.


 

martedì 24 marzo 2015

Tipi -20-

Assomigliano ad uno spettacolo pirotecnico: il loro crepitante fuoco artificiale, dopo quello sfrigolìo  effimero e vano, si conclude con una misera codina di fumo morente, preludio al successivo niente.

Son così negli amori e nelle amicizie, per la semplicissima ragione che, essendo la loro interiorità totalmente assorbita da un ego volgare ed ignorante d'autentica affettività, ma ostinatamente risoluti ad atteggiarsi ad anime belle, la loro massima capacità comunicativa si consuma velocemente dopo qualche esplosione di spesso ridondanti parole bugiarde.

A riempire il vuoto ci vuole ben altro.
Per favore, scoppiettate lontano da me.  

mercoledì 22 ottobre 2014

Tipi -19 - Di un'amica trentennale e delle implicazioni psico/neuro/anti/pro/affettive autoestinguenti.

Non sei la sola, in definitiva, povera cara, a vivere quella miserrima condizione, ma sei la sola con cui io abbia disperso tanto tempo -decenni- ed energie nell'infingimento inconsapevole di un'amicizia.
Ciò non mitiga la mia colpa.
Siamo, perciò, due casi psicologici davvero emblematici, due clamorose contraddizioni, due scandalosi paradossi: tu ed io siamo due contrari che hanno contravvenuto clamorosamente alla legge  naturale che li vuole  tendenti alla reciproca ripugnanza ed alla distanza.
Naturalmente tu lo ignori: il tuo disturbo ti impedisce l'auto-valutazione e conoscere te stessa è, per te, operazione impossibile. Vivi nella convinzione inossidabile che il tuo modo d'essere sia legittimo e naturale e provi angosciata perplessità -con immediata sensazione di vertigine e confusione-, se qualcuno tenta di fornirti almeno il timido sospetto che non sia così.
L'anaffettività, in definitiva,  è un male grave e debilitante, sempre incurabile, sempre involontario, ed ora, tra l'altro, mi pare, in preoccupante propagazione universale.

(Io, che mi credevo tanto buona, confesso di non riuscire però a provarne compassione. Sono malvagia, ecco. Anaffettivi, statemi alla larga, ché vi detesto.
Ho scoperto di recente, inoltre, che non capisci assolutamente mai il senso completo di quel che ti dico o ti scrivo. E' imbarazzante e vano comunicare quel che ti pare il concetto più semplice ed ovvio del mondo per scoprire che il destinatario che dovrebbe conoscerti meglio del contenuto delle sue stesse tasche non ha capito una mazza, mai. Ho perso trent'anni di parole con soggetti decerebrati. ed emozionalmente anoressici.)

Ciascuna delle tue scelte, passate e presenti, la tua intera storia, che conosco a menadito, dal momento che noi ci siamo frequentate dai quattordici anni in poi, testimoniano con grande chiarezza la tua valutazione dell'altro -e  la tua sindrome narcisistica-: le persone hanno un'utilità, possiedono delle potenzialità -chi più, chi meno- la cui funzione esclusiva è servire le tue esigenze, anche se frivole. Tu sei un tipo pratico. Perfino i tuoi sogni hanno carattere pratico, perfino le emozioni epidermiche ti conducono ad argomentazioni ed acquisizioni pratiche.
Povera cara: tu senti solo quel che puoi toccare. Probabilmente l'attaccamento alle cose, di cui non riesci a liberarti in alcun modo nonostante ti siano inutili e d'impiccio, l'accumulo negli armadi e quella triste ed imbarazzante avarizia, ovviano a ben altro e tragico vuoto interiore.
Nell'ambito degli scambi morali l'azione di utilizzare le persone a proprio vantaggio ha in sé qualcosa di comunque nauseante, ma se neppure il fine possiede un minimo di nobiltà o quantomeno assenza di sordidezza, allora è decisamente ripugnante.
Invecchiando, hai perso anche il pudore di camuffare da qualcos'altro i tuoi scippi un po' squallidi, con il risultato che perfino io -così un tempo tollerante e pietosa e magnanima e dolce- sono stata costretta a registrarne l'evidenza.
Sono alfine guarita dal mio garantismo buonistico, controproducente, anche per te dannoso, inutile e un po' vile, e la sensazione che ne ho ricavato è di freschezza e pulizia.

Da tanto ho imparato la lezione che di malinconia non si muore: si vive a stento ma senza vergogna, e con una certa sinfonia d'Idee e tenerezza per la Vita dentro.

Purtroppo io ti amavo, perché io amo sempre.
Riesco ad amare immediatamente perfino lo sconosciuto che mi sorride ed il cane che mi scodinzola, figuriamoci allora chi mi apre il suo cuore, o mi sceglie per depositare le sue confidenze, od assistere alle sue lacrime, o semplicemente per starmi vicino.
Non c'è niente di più abietto, in assoluto, del devastare l'altrui innocenza.
Quindi siamo pari, entrambe salve: tu hai definitivamente spento il mio affetto amicale per te, ma non lo immagini, dato che conosci solo ciò che è tangibile, ed io ho la certezza che, se pur leggessi, non afferreresti il senso di nulla.
 
 
 

venerdì 21 febbraio 2014

Dubbi antropocentrici - 1 -

Perché tutti (tra i sufficientemente acculturati; i sensibili; gli idealisti malinconici; gli "intellettualmente onesti"; gli elitari della disperazione esistenzialistica non-radical-chic posto che  ce ne siano più di due di autentici  e che i restanti non siano soltanto velleitari) coloro che lamentano l'insensatezza della vita, l'orrore della solitudine, le atrocità degli uomini sugli uomini e sugli animali, la crudeltà cieca del caso, l'impossibilità d'essere almeno un po' felici, non contemplano mai,  tra le soluzioni possibili, l'investimento di sé stessi in un'amicizia?

Il dolore latente dell'essere  rende feroci, insensibili, egocentrici, nichilisti, ma anche, probabilmente, né amore né amicizia sono, nella loro concretizzazione, all'altezza dei concetti che li avevano in premessa ispirati.
Le nostre idee  sono simili a sontuose variopinte vele di legni galleggianti su mare ostinatamente piatto.
La capacità di Amicizia, che è amore senza brama di possesso, è chiaramente sovrumana.

*

Pregevole signor Camus, io, invece, ho scoperto che anche nella più torrida estate permane in me un inverno invincibile, e giacché per mia natura non ho scorte adipose nell'anima efficaci nel proteggerla dalle ingiurie a questa mia ridicola ipersensibilità che accusa ogni colpo possibile dall'ipocrisia, dall'ingiustizia e dalla miseria morale - intemperie del vivere -,  ne soffro molto.
Lei ha spesso lasciato intendere che la rivolta etica del singolo rappresenta una sorta di sostrato su cui si può ergere il senso di appartenenza e fratellanza con altri a noi simili e pur se sconosciuti.
Beh, mi lasci dire che ormai propendo per non crederci quasi più. E' una meravigliosa idea romantica, in fondo, ma resta idea, resta romanticismo, più possibile nel momento storico in cui Lei ha agito.
Oggi siamo moralmente regrediti, nonostante paia un paradosso. Siamo totalmente spenti, deprivati di qualsiasi luce e fuoco interiori.
Ogni mio contatto, ogni esplorazione, ogni vicissitudine mi  dimostrano che il desiderio più pressante è, per chiunque, non già la comunione ideale,  la sottoscrizione di una speranza, il bisogno di bellezza e giustizia, ma bensì l'accorpamento in sé, ai fini dell'accumulo e dell'esercizio del potere - previo adeguamento o negazione delle altrui caratteristiche meno digeribili -, di quanto più possibile sia predabile dall'esterno,  altri compresi. Non c'è più,  per gli uomini e le donne "senza qualità" - vale a dire tutti coloro che sono costretti, per fatalità di nascita e censo a percorrere il sentiero un po' sudicio della normalità -, alcuna volontà effettiva, o capacità, di tradurre nella propria esistenza quotidiana virtù non mercificabili e di fatto spendibili
Fino a quando ciascuno di noi non avvertirà come dolore vivo nella carne la sofferenza gratuita e folle che l'intero sistema economico, e poi politico e civile - suoi frutti di partenogenesi -,  infliggono ad un altro umano (e perfino ai suoi affini, amici, complementi, esseri fragili, bambini, cani, gatti...) noi rimarremo esemplari della specie che scelgono consapevolmente di abortire l'essenza dell'umanità.
Ne deriva che il siamo è ancora impossibile?

*
 

Succede spesso di scoprire che un sedicente filantropo  sia un miserabile narcisista,  un sedicente filosofo un egoista mitomane, un sedicente poeta un mediocre, un uomo un idiota.
Perché non me ne accorgo mai prima di subire il disgusto della rivelazione?

 
*
 


 

lunedì 25 novembre 2013

Miopia

Molte indoli istintuali amano immediatamente: si commuovono spontaneamente al primo contatto verbale non banale, anche sporadico e breve, oppure scritto e dialogico, per il semplice fatto che il loro piacere maggiore è costituito dall'inebriante esperienza dell'uscita da sé - una sorta di metafisico sgravio e igienizzante trascendenza momentanea che dà loro momenti di euforia leggera -, ma anche a causa della loro attitudine alla meraviglia, ancestrale retaggio degli albori dell'umanità, che le rende naturalmente ed inesorabilmente curiose. Poche altre cose, inoltre, sono conturbanti, misteriose,  stupefacenti, quanto la psiche umana, ed oggi più di sempre, probabilmente,  le più stravaganti ed allucinanti psicosi abitano la "normalità" del nostro essere sociale.
Chissà chi, o che cosa, ha insegnato l'impulso ad amare-a-prescindere; chissà come cresce o come si insedia dentro l'anima, qualunque cosa essa sia.

Scrivo "molte", ma potrei ingannarmi. Forse non sono poi tante, forse ne è rimasta solo qualcuna - non abbastanza per scongiurare l'imminente estinzione del tipo - che inganna un po' sé stessa con tenera compassione di sé, per sentirsi meno sola ed evitarsi almeno la pena dell'autocommiserazione.
Spesso ospitiamo in noi davvero una-due-centomila personalità stratificate o frammenti di personalità necessarie al sostenimento delle nostre maschere e ne consegue che, dato il generale infingimento, data la colossale recita, quasi sempre gli oggetti del nostro amore ne sono intrinsecamente  indegni, giacché noi amiamo spesso soltanto l'ignava speranza che così non sia.

Ne deriva, dunque, una confusa e poco limpida idea d'amore che s'insegue un po' per noia, un po' per inerzia, un po' per disperato bisogno di contatto, ma pur sempre fatto, alla resa dei conti,  della stessa sostanza del niente.

Sta di fatto che  fino a ieri io non nutrivo alcun dubbio: la cosa più importante, in assoluto, è   vivere con il cuore traboccante di sentimenti (non con il corpo perturbato dalle passioni, eh!, non vorrei essere fraintesa... ho scritto "sentimenti" e la passione è accessoria), e lo è per TUTTI: mi ci sarei giocata qualsiasi cosa.
Ogni scelta, opportunità, oggettiva vicenda della mia esistenza, coerentemente, hanno avuto la stessa spinta propulsiva, sempre dettata da uguale essenza sentimentale.
Perché, allora, contemplo  adesso soltanto un raccolto d'amarezza?
Perché la sintesi di qualsiasi rapporto umano rimane la delusione?
Gli altri son tutti cattivi ed io son buona?
Mi son rovinata a suon di sogni, letture, pensieri circolari, immaginazione?

No, non è così, ovviamente: si tratta di difetto di vista.
Ciò è quantomeno sconcertante. Vedere solo quel che si può e si vuole vedere, nonostante i puntigliosi tentativi di obiettività e tutte le armi dell'intuizione sfoderate, ci consegna in modo irrimediabile all'impotenza ed allo strapotere del caso e della fortuna.

Allora non abbiamo scelta: dati l'immutabilità della natura umana, i suoi abissi, le sue vette, le sue miserie ed i limiti tutti, che non la sottraggono comunque ad alcuna velleità, torneremo alla nostra solitaria anarchia autentica, abbandonando finalmente le frustranti illusioni di contatto: unico riguardo da rendere all'intelligenza e all'onestà - sempre opinabili ma teoricamente concesse -, dell'altro.
Tanto, non lo vedremmo mai con chiarezza e se lo potessimo vedere nella maggioranza dei casi ci ripugnerebbe.

 

martedì 1 ottobre 2013

Parole spente -1-

Fu un processo un po' subdolo, ma inesorabile.
Piano piano, senza alcuna teatralità né rammarico, una dopo l'altra, smarrì il suo precedente fideismo delle parole. Alcune, in più, caddero in disuso impercettibilmente, quasi a sua insaputa, in conseguenza di quel suo particolare senso di pudore che le aveva sempre impedito una troppa disinvolta tolleranza nell'osservazione del loro uso.
 
E' un evento importante, di indiscutibile gravità  e dalle conseguenze tragicamente definitive. Se ne rendeva perfettamente conto, ma la cosa costituiva il logico culmine di una serie di accadimenti precedenti che avevano trovato contraccolpo esattamente nel linguaggio (il suo), in quanto unica via di sfogo ad un'infelicità conseguente e  che però, rivelatasi inefficace ed illusoria - anzi imperfetta -, ad altro non poteva approdare che all'estinzione. 
Ora rammentava anche che prima del definitivo distacco, invero, ne aveva a lungo avvertito in modo vago e nebuloso l'inesorabile approssimarsi in  stonature ed eco, sia nelle parole date che in quelle ricevute di rimbalzo: di fatto le sentiva sempre più insufficienti a descrivere congruamente i pensieri più profondi, soprattutto sinceri ma in evoluzione,  e poi perché è così che va quasi sempre: tendono a rincorrersi e ad imitarsi, come bimbetti che giocano scalmanati gridando come ossessi sul praticello di casa durante il libero tempo in cui il sole arride al mondo, prima che le nuvole lo oscurino.
Alla fine di tanto dire, non si sono mai comprese vicendevolmente le rispettive tensioni passionali ed  argomentazioni; i messaggi rimangono parziali, i dubbi interpretativi feroci, il disagio di aver impegnato energie in imprese inutili si fa mortificante.

Lei aveva sempre immaginato che le parole, tra persone degne - ovvero che lei immaginava degne, ma essendo sostanzialmente una sognatrice assorta non ci aveva ancora azzeccato mai  completamente nel giudizio -, nelle conversazioni più intime veicolassero frammenti d'anima, significati e messaggi, trasportassero e fortificassero sentimenti di stima e d'affetto, permettessero, ai più alti livelli, lo scambio di autentica compassione, oltreché consentire una certa crescita intellettuale ed umana, ma da un po' si stava rendendo conto che così come nessuno può sognare il tuo sogno, nessuno può, neppure volendo, attribuire loro lo stesso esatto significato con cui tu le hai proferite. Nessuno che non ti intuisca, ossia,  che non ti ami.
Se il suo bisogno era esternare con precisione i suoi crudeli dubbi e la sua alta muraglia di malinconia, nell'umana ricerca di tepore e affinità, presa da una nostalgia ancestrale di sentimenti,  non era comunicandolo a quegli altri che semplicemente dichiaravano  di comprenderlo che l'avrebbe mai soddisfatto.

Diffidare, diffidare costantemente delle ingannevoli ed autoreferenziali dichiarazioni umane. La più alta cifra degli uomini è il narcisismo, questo è chiaro, ed i narcisisti meglio riusciti sono coloro che lo ritengono un inevitabile dettaglio, un alibi da nulla, un difettuccio veniale.

Lei aveva imparato un certo distacco, al fine di tutelare sé stessa dalle conseguenze nefaste che la sua ipersensibilità raccoglieva dalle parole degli altri: d'altronde, se il dubbio scava,  tormenta e rende insonni, la fiducia tradita, d'altro canto, può destrutturare od uccidere. 

La prima che smarrì fu "amicizia", la sua preferita. Ne aveva disquisito con questi e quelli e sempre il fitto discorrerne aveva condotto in abissi di caos concettuali inconcludenti.
Per quanto lei si fosse sforzata, in ciascuna occasione, di raccontarne il suo sentore e la sua definizione, mai aveva trovato autentica condivisione nel suo interlocutore: è evidente che lì il linguaggio falliva, e non aveva alcuna importanza comprendere per colpa di chi od a causa di che cosa.
Ciò che rimaneva era il suo sguardo lucido e fisso sulla realtà dei fatti mai sperimentata: l'amico è quello che ti si dà, semplicemente, che arriva non perché lo chiami, ma perché gli manca la frequentazione con la tua anima,  anche nel silenzio e forse preferibilmente in quello, perché, senza bisogno d'altro aggiungere e letterariamente impreziosire, l'amicizia è uno dei massimi Beni ed il suo scambio conduce a grande piacere, senza intellettualismi e senza minimo sforzo.
Tra i mille tormenti pratici della sua esistenza - ché esistono, di fatto, ancora persone tormentate davvero dalle necessità di sopravvivenza di corpo e di dignità, anche se il libero pensiero comune borghese ne ha perso ogni consapevolezza reale - l'amica o l'amico, per lei, avrebbero costituito comunque la sola anelata vera ricchezza.

Quel che era successo, però, trascendeva certi significati e conseguenze: la verità è che l'amicizia non interessava più nessuno, perché non spendibile, non utilizzabile, inerte come le Idee vituperate dal tempo e dai nuovi costumi,  e che "grande piacere" era soltanto quello suo, peraltro solo vagheggiato. Che  donna noiosa ed ostinata, arcaico individuo fedele a ricordi di sogni stantii della sua giovinezza, irrimediabilmente perduti e da tutti dimenticati!

La seconda, più volgare e perciò dalla maggioranza nell'uso inflazionata, era "amore", nella sua versione classica.
Quella aveva ormai la proprietà di  rivoltarle lo stomaco, tanto la sentiva usata a sproposito ed in modo davvero irriverente rispetto alla nobiltà originaria del concetto che avrebbe dovuto esprimere.
"Amore, amore, amore", nelle canzonette, nelle poesie, nelle odi Ma il termine era usato a sproposito. "Ormone, ormone, ormone", oppure "Possesso, Sicurezza, Status",  dovevano cantare e declamare, che diamine! Onestà e precisione, per Dio! 
La prosopopea dell'amore, così diffusa e mortificante, venne da lei, stizzita,  definitivamente estromessa  anche dal suo vocabolario.

Seguirono, a ruota, "Arte"; "Bellezza"; "Cultura";  "Comunista"; "Pensiero Comune"; "Senso comune"; "Democrazia"; "Emozioni"; "Felicità"; "Giustizia"; "Hegeliano"; "Intellettuale"; "Karma",; "Liberale"; "Maternità"; "Normale"; "Onestà"; "Papa"; "Quorum"; "Rivoluzione"; "Sesso"; "Top"; "Utopia"; "Valori" e molte, molte altre, colpevoli o di tradire o di prestarsi a permettere di tradire il loro vero significato attraverso l'accondiscendenza nelle interpretazioni ipocrite, oppure anche di evocarle, amplificati, antichi e presenti dolori .


 

lunedì 15 luglio 2013

Le altre morti


Ho smesso ormai da tanto tempo di fissare le foto  ed aspettare che mi sorridano, o mi parlino. 

Dopo la morte di mio padre – ed ormai son trascorsi vent’anni - ne  avevo consumato con gli occhi  l’immagine, con l’assoluta certezza di trasfondere così  interi pezzi della mia anima – che immaginavo gassosa e di forma sinusoidale -, straziata dalla perdita, in preda alla frustrazione dell’irreparabile assenza.

Aspettavo ed aspettavo un cenno di presenza, una qualsiasi risposta di rimando a quello sforzo di volontà immane e caparbio.

Le pagine del mio grosso quaderno di pergamena, spesse e dai bordi frastagliati, avevano accolto migliaia di parole-gancio, con le quali ero pateticamente decisa a  trattenerlo a forza  nel mondo dei vivi.

E’ amaro, sempre, toccare con mano l’irrilevanza sostanziale della nostra volontà di incidere e stravolgere le realtà a noi superiori.

 

Se l’esperienza insegna e costringe a modificare i comportamenti, l’indole rimane inalterata: alla minima distrazione si ricompone e si manifesta nelle sue originarie caratteristiche.

 

Così, ogni qualvolta qualcuno che amo  - o per me significativo - muore, io, d’istinto, ne ricerco qualche effigie da scrutare (stavolta senza confessarmelo apertamente)  nell’illusoria reiterata speranza di non permettere che il filo invisibile del pensiero e della memoria lo distacchino irrimediabilmente dalla mia vita.

 

Sempre subentra il rimpianto di non aver detto o fatto tutto ciò che avrei potuto, o dovuto, prima.

 

Non c’è altro modo di sconfiggere l’effimero se non trovando il coraggio di amare, di dire, di essere per tempo quel che si deve, in quel preciso e fuggevole momento.

Persi nelle infinite nostre necessità di trascendenza viviamo sorvolando con  ali d’ignavia la nostra stessa vita.

domenica 23 giugno 2013

Ordinaria infestante volgarità.

 
La cosa davvero necessaria, ora ed ormai, per me, è questa strenua fuga dalla volgarità.
La volgarità è fatale all'anima ipersensibile perché schiacciante, permanente; non solo molesta ma tediosa, non solo offensiva ma umiliante.

Pervasiva, serpeggiante e dilagante come magma silenzioso e letale nella notte della montagna che dorme pur borbottando nelle viscere, la trovo ovunque; ovunque subirla mi intossica.
Il giorno che incontrerò un umano libero da siffatto morbo sarò felice.
Ritengo, però, che alimentare simile illusione sarebbe tutt'altro che saggio.
Inoltre, pure la stragrande maggioranza delle illusioni è essa stessa volgare, alla fine godereccia, semplicemente edonistica.


C'entra poco con il linguaggio; spesso, anzi, attraverso il linguaggio si maschera, pensando di confondere gli esteti e gli ingenui.

Ed esattamente, che cos'è?
Oggi è la cifra del mondo, forse pure più di quanto lo sia stata sempre, e ciò che provoca poi è l'infestazione del brutto, ovunque, fuori e dentro di noi.
La volgarità è la corruzione, profonda, del pensiero, e trova terreno particolarmente fertile - è osceno parassita - nei moderni sofisti da quattro soldi, queste mezze calzette un po' acculturate che proclamano verità e giudizi e talvolta spandono supponenza sarcastica sulle stesse cose del mondo di cui sono insaziabili fruitori.

Eppure, quando penso alla sua liberatoria assenza, non immagino nulla di divino e sublime: continuo ad anelare a qualcosa che rimanga esclusivo appannaggio dell'umano e nell'umano realizzabile.
So che la perfezione non ci compete, ma la perfettibilità etica, invece, è doverosa.

Probabilmente, è una questione di buon gusto; un buon gusto, però, sostanziale di forma e concetti  che pretenderebbe un'universalità impossibile.

In particolare, la rifuggo nell'amicizia, nei rapporti sociali, in amore.
In particolare, non ho mai riscontrato esigenza affine in amico, conoscente  amante.
In conseguenza, da ciò ne derivano amicizie, conoscenze, amori votati all'estinzione: io non so sopportare, come fanno altri, la commistione con il brutto, che in loro suscita un morboso interesse, fingendo una tolleranza di cui non sono stata mai dotata.


*
 
Prima di gettare definitivamente la spugna ed abbandonare il ring c'è chi prova pervicacemente a combattere nonostante sia consapevole dell'esito a lui comunque sfavorevole: le anime coraggiose si accompagnano sempre alla malinconia e sono avvezze all'idea della morte.
Ho sempre ammirato quella particolare forma di coraggio di cui pochi s'interessano e che consiste nel non essere "nessuno", a nessun livello ed in nessun ambito, e purtuttavia seguire con scrupolo e riguardo estremo verso sé stessi ciò che all'indole par bello e giusto.
Ma il brutto non ho mai tentato di avversarlo e modificarlo: lo so invincibile, e ciò mi procura un'inconsolabile e perenne pena.

Ho avuto ed ho contatti con persone, sedicenti stimabili - secondo i miei canoni -, che prendono e lasciano la mia attitudine all'accoglienza morale secondo i loro metafisici ed altalenanti pruriti: sono volgari.
Ho avuto amori iniziati con premesse di magnanimità e superiore intesa, capaci di nutrire vicendevolmente sensi e "spirito", rotolati poi giù lungo la china dell'abitudine, del formalismo, e della pigrizia: volgari.
Sono angustiata da amicizie che concepiscono come normale un solo flusso, in andata, verso il loro indirizzo, di attenzioni e partecipazione emotiva e fattiva alla loro vita, barricati dietro all'assunto della loro debolezza e della mia forza, dati per inoppugnabili e certi: volgari.
I politici, gli antipolitici, gli osservatori politici, i conduttori televisivi, i giornalisti, il popolino che partecipa con le misere ramazze in mano e lo stomaco borborigmante ai loro lauti pasti di parole volgari, i satirici pagati da qualcuno di quel blocco, i blogger  narcisisti pseudo cazzuti, tutti quelli che sanno da che parte stare e ci stanno senza provare disagio e dubbio: volgari. Infinitamente.
Quelli che non trovano ridicolo credere in Dio, quelli che pensano che sia oggetto di riflessione il loro credere in Dio fregandosene degli uomini in sofferenza e difficoltà: volgari.
Quale strepito...

O cielo! Quasi tutto, allora; quasi tutto: volgare.

 
 



sabato 1 giugno 2013

Nottetempo -2- Ci vorrebbero un po' d'ordine e pulizia.

Per quanto mi strazi confessarlo - ché ciò corrisponde al rigirare nella piaga l'eterna lama acuminata della delusione cocente che solo il nostro simile sa magistralmente arrecarci -, temo di aver incontrato, nella mia esistenza, quasi esclusivamente individui deficienti dal punto di vista relazionale.
(Non escludo che ciò sia diretta conseguenza di un'oggettiva rarefazione nelle frequentazioni mondane ma il mio saggio pessimismo mi suggerisce che, semmai, tra le moltitudini, i fenomeni osservati in scala ridotta aumentano in  modo esponenziale).
 
Chi si trova in quella condizione difetta - naturalmente - di qualche cosa, più o meno essenziale alla serena ed appagante conduzione di un rapporto umano, sia di semplice socialità, sia d'amicizia, sia d'amore convenzionalmente inteso o segretamente custodito nell'anima.
 
L'elemento la cui assenza grava più di ogni altro, è la voglia e la capacità di regolare il  linguaggio su di una sintonia  ed un vocabolario condivisi.
Non so descrivere quanto io mi senta ormai disgustata, ferita ed orribilmente annoiata dal suo cattivo e avarissimo uso, perché, di certo, se c'è una cosa di cui sento prepotente bisogno è l'incontro in senso dialettico con le persone, in un tentativo di accoglienza e riconoscimento reciproci semplicemente umani ma sostanziali, ricchi di contenuto e privi di fraintendimenti, ma il livello massimo  di cui ormai l'individuo è capace (o disposto ad accordare, o di cui si rammenta i termini) rimane confinato a gelidi intellettualismi o  mortificanti formalismi spesso mendaci e strumentali all'ottenimento di qualcosa e quasi sempre terribilmente mediocri.

Cristo, se è difficile esprimere qualcosa senza poter dire tutto!
"Morenismi", li chiama un mio amico.
Per forza. Sono gli scavi  del mio sottosuolo, talmente veri ed assurdi da non poter essere detti che in codice criptato, ovvero nel linguaggio intuitivo condiviso proprio di un'eventuale affinità elettiva.
Improbabile.

*
L'esistenza sta diventando un vero tedio, a causa di questo, e temo che la sola cosa da fare sia digerirne l'aspra verità con il massimo del decoro personale, finché si regge.

Come scrisse Hemingway? "Basterebbero un po' d'ordine e pulizia", pur nella consapevolezza che comunque tutto questo rimane niente, e niente, e niente.

(Non è stupefacente, per esempio, l'espediente di chi ha la fede, di chi, più o meno criticamente, decide di aderire ad una religione? Credere in Dio, cioè in qualcosa di invisibile ed intangibile, che non ti parla, che è massimamente indifferente ai tuoi tormenti - e che nelle gioie ti scordi ovviamente di ringraziare -, che a dispetto della sua sedicente onnipotenza non fa comunque nulla perché, pur se suo prodotto, sei uscito difettato dalla macchina e meriti una vita da incubo, anche se hai solo tre anni e sei nato casualmente in un Paese del Terzo Mondo, oppure sulle spiagge di un oceano che di tanto in tanto spazza via te e tutti i tuoi ammennicoli e stracci con uno tsunami più veloce di una saetta. Ma che vuoi farci: basta l'idea di "ordine e pulizia" che il Dio buono ripristinerà, prima o poi, per tacitare le angosce.)

Ma io non la penso affatto così: i niente sono di tante specie e fogge; rimane la minima libertà di scegliere il più adatto a sé stessi, il meno bugiardo, il più coerente.
E' orribile avere la capacità di scorgerlo e non poterlo afferrare per ragioni estranee alle proprie forze ed alla propria volontà.
Essere schiavi per indigenza, è orribile.
Essere schiavi di fatto e liberi dentro.
Sapersi vivi e vivere da morti.

E non poter far intendere a nessuno quanto sia grande simile ingiustizia.
 
 

sabato 18 maggio 2013

Nottetempo (fuori dalle Malebolge)

*
Se avesse un fondato senso dirlo.
Se ne avesse anche il pensarlo.
Se davvero fosse soltanto il pensiero della morte e del morire ad alimentare l'angoscia in vita.
Se non fosse ugualmente e tanto straziante osservare  la bellezza del vitello svezzato dalla sua madre naturale e sapere che l'uno e l'altra diventeranno presto nostro nutrimento.
Se non fossimo così inchiodati dalle nostre contraddizioni, più o meno necessarie, più o meno crudeli, od ipocrite, solo per sopravviverci.
("Ipocrisia", lemma stravolto nell'opinione comune, in realtà, come indicasse soltanto qualcosa di deprecabile e squallido e non già, invece, anche la prospettiva di chi guarda da sotto)
Se esistesse il modo oggettivo di individuare una misura di giusto vivere , liberi da una coscienza ormai guastata, troppo permeabile, ipersensibile, ferita, nichilista o decadente: la coscienza che ci rende perennemente agonizzanti nell'anima, viandanti nel niente armati di lanterna spenta, irrimediabilmente parziali nei giudizi e nelle osservazioni, insufficienti.
Ma non si può, ci vorrebbero grandezza assoluta, magnanimità totale, umiltà personale e, sopra ogni cosa, ancora voglia di provare ad amare.
Se non fosse sospetto iniziare un tentativo di ordine nel proprio pensiero iniziando con il "se".
Se esistesse la possibilità di scambiare parole senza l'assoluta certezza che qualsiasi interlocutore le piegherà alla sua versione, per tornaconto di semplicità.

In tali casi, sarei felice.
 
*
 
Sono una schiava indipendente. Voglio, devo, sognare. Il bisogno è impellente, tanto quanto quello d'aria. E' essenziale, vitale. Mi reputo illuminata per averne scrutato la terribile verità.
Vivere, e purtuttavia essere così terribilmente ed inoppugnabilmente consapevoli di non poter non sognare, è nel contempo atroce e folle.
Vero in modo straziante.
Ancor più vero, più atrocemente vero, è che nel sogno non può entrarci nessuno; non si vuole.
L'altro è portatore di mediazione, d'insufficienza, di limite, di banalità.
Il desiderio più puro si perfeziona soltanto a patto  che lo sferzi senza pietà il più gelido vento dell'esilio.
 
 
*
 
(Ciao ai lettori amici, che amo.)
 
*
 
 


domenica 14 aprile 2013

Fatalmente, senza tregua

Le pareva che l'intero universo che lei conosceva  avesse deciso d'abortirla, come fosse un feto asfittico ed inadatto alla vita,  ed anche come se vi fosse ragionevole motivo per supporre che l'avrebbe fatto pure la restante parte di quello che lei non conosceva.
 
Evidentemente, si trattava di una cosa possibile, per quanto stravagante, una cosa possibile che rimaneva inspiegabile. Era possibile perchè le succedeva, come confutarne la verità?
 
Come ogni creatura che respira sulla Terra lei era sostenuta da un cieco e potente istinto ferino di sopravvivenza, ma non c'era cellula del suo corpo che non sapesse perfettamente che ciò, nella logica asettica, era esecrabile e per lei enormemente dannoso.
Come sempre accade la soluzione del più ostico degli arcani ha parecchie probabilità di trovarsi esattamente davanti, a portata immediata di mano e d'intelletto, ma la morbosa passione tipica negli umani di meravigliarsi e giocare alle complessità cervellotiche, puntualmente tende ad allontanarla.

E' da idioti illudersi che la verità non sia quasi sempre incresciosa, così come sperare che fissare il sole  non ferisca gli occhi.
A volte la verità è talmente scabrosa, e la sua luce così vivida e bruciante, da indurre alla disperazione, da condurre la vita di chi ne è investito o coinvolto verso la totale catastrofe o minacciarne l'uscita di senno.

La custodia di certa verità può condannare all'esilio  forzoso dal mondo. Sono verità impossibili, stupefatte, annichilite, incomunicabili.  

Così era stato per lei, così continuava ad essere.
Non c'è solidarietà d'anime che possa sottrarci all'ostinato pedinamento cui talvolta  ci costringe il dolore.

Forse, se solo esistesse, potrebbe l'Amore perfetto.
 


giovedì 28 marzo 2013

Necessarie antifone

Se solo l'avessi capita prima - l'antifona, intendo -, avrei provveduto per tempo a fortificare e magari anche anestetizzare con preventivi esercizi di stoicismo e quel tocco di cinismo che serve a cauterizzare ogni ferita insanata, le conseguenze di una ipertrofica  sensibilità che, da quando ho memoria, rappresenta il mio stesso più crudele aguzzino e tiranno padrone.

Fino a ieri, piuttosto, nei miei immediati ed interiori giudizi sugli altri mi lasciavo sedurre dal facile impulso ad identificare quella altrui - spesso soltanto sedicente -  con la nobiltà d'animo e me ne consolavo intimamente: intuire una sensibilità dolente in un altro me lo rendeva d'impeto amico.
Ora so che sbagliavo in modo davvero stupido, degno di una dilettante dell'esistenza, vittima di pregiudizi ed ingenuità.
Soffre "atrocemente", per motivi che via via agli occhi degli altri appaiono opinabili, un sacco di gente, sempre relativamente a personali velleità frustrate, alcune scandalosamente "immorali" e superficiali rispetto ad altre, ben più giustificabili.

C'è chi, dal conforto di una posizione piccolo-borghese (giusto per partire da un livello "medio") data come assoluto e scontato riferimento (al di sotto del quale  esiste soltanto una sorta di magma  di borgorigmi incomprensibili e pure fastidiosi provocati da una razza solo apparentemente umana ma di fatto aliena che parla di ristrettezze materiali, mancanza di lavoro e di casa, impossibilità di condurre un'esistenza appena dignitosa, assenza totale di progettualità del futuro, ecc.), accusa l'atroce mancanza di una magione circondata da un più ampio giardino; c'è chi lamenta la difficoltà a sostituire la propria auto, mentre ad un altro viene rubata la bicicletta, suo solo mezzo di locomozione per rincorrere gli orari schizzati della propria esistenza; c'è chi si addolora per essersi spezzata un'unghia appena laccata e chi ingoia la comunicazione di una diagnosi medica letale...
Ebbene, queste sono considerazioni tutto sommato banali - voglio credere estremamente popolari e di comune osservazione - e, ciononostante, non insegnano assolutamente nulla.

La nobiltà d'animo, la grazia innata, la magnanimità, hanno ben poco da spartire con l'automatismo che fa avvertire stilettate di dolore allorquando la natura - sempre morbosa e riflettente - dei rapporti con gli altri ce ne fornisce puntuali occasioni: quasi sempre è la nostra vanità ad accusare colpi; è l'orgoglio umiliato: si tratta di molto volgari elementi tipici di  umano, che trae benessere soltanto nell'evocare, nell'amare, nell'idolatrare soltanto sé stesso. Soffriamo spesso compatendo noi stessi, nell'umiliazione del nostro consueto tronfio ego consapevole di non incidere e fulgidamente risplendere in questo mondo, che fingiamo di disprezzare.

*
Quante volte abbiamo versato lacrime vere, nella penombra delle nostre tane (tane ingombre degli ammenicoli del mondo), sdoppiati nell'assistere al nostro stesso funerale. immaginando le pietose lacrime di chi accompagna il nostro feretro? Ecco: piangiamo commossi sul nostro stesso distacco dallo spregevole mondo, con una punta di soddisfazione se echeggiano le note della Lacrimosa mozartiana, che, per chissà quali  pretesti presuntuosi, immaginiamo degna di accompagnare l'irrilevanza della nostra uscita di scena.
*

Il solo modo di star bene nella propria pelle è prendere le distanze innanzitutto da sé stessi ed osservarsi con lo stesso distacco con cui si guarda uno sconosciuto, un tramonto, un albero, un sasso.
Allora, ecco che il giudizio non più obnubilato dal molle narcisismo, si fa più chiaro ed oggettivo, fin sereno.
Siamo più patetici o più ridicoli? Tentenno.

Ogni errore clamoroso, uno degli innumerevoli errori di critica che han alimentato il moto perpetuo della giostra di aspettative (necessariamente) deluse di cui carichiamo l'altro, reca un dolore, tutto sommato, meritato.

Tutto ciò per dire a chi sentivo amico, ma che non lo è né ha mai dichiarato d'esserlo, che non ce l'ho con lui e che le mie illegittime aspettative silenti sono sempre, sempre, clamorosamente sbagliate.

 

mercoledì 13 marzo 2013

Qualcosa che duri

Sentore di uno stato generale di rapporti sociali, economici, politici, umani, semplicemente nefandi e comunque ultimativi: forse è davvero quasi finito tutto.
Lo squarcio è talmente grande ed osceno che nessuno partorisce una seppur fantasiosa idea di come ripararlo. Così rimangono, per sedare il malessere, l'irrisione dell'altro, la faziosità (consolatoria illusione d'appartenenza), il sarcasmo risentito, la farneticazione, il perenne farfugliamento a sostegno di cause sempre parziali.
La realtà, intanto, non verrà mutata dall'aumento dello strepito.
Pezzo su pezzo, adesione su adesione, connivenza su connivenza, concessione su concessione a sterili edonismi, noi tutti ne abbiamo consentito la costruzione.
Noi siamo, tutto sommato, una stirpe bastarda di predatori violenti.
Abbiamo permesso che la nostra infinita capacità di bassezza morale fin dagli albori delle civiltà ci rendesse schiavisti, fascisti, fanatici, assassini, opportunisti.
Oggi, così colpevolmente lasciatici imborghesire e rammollire dall'offerta di miserabili piaceri indotti, quelli di noi che annaspano alla ricerca di una nuova verginità, od almeno sono inadatti ad un totale reclutamento, dopo una vita di resistenza difettano ora delle forze per rifugiarsi ancora in un'altra utopia, mentre tutti gli altri vivono, come possono, o come pensano di volere.

"Rivedo, con una meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e, nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E' questo l'errore centrale dell'immaginazione letteraria: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. Ma, per fortuna dell'umanità, ogni uomo è soltanto chi è, e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più." (F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine).

I profeti di una inevitabile ma anche salvifica "decrescita felice" sono pure gli stessi che immaginano poi il massimo della tecnologia quale panacea ai mali ed alle sperequazioni del sistema.
Ossimori viventi.
Gli altri, balbettano o blaterano.
A me par vero che il Sapiens-Sapiens abbia comunque concluso neppure tanto onorevolmente il suo ciclo evolutivo.  Forse, davvero, il futuro sarà di cervellini galleggianti in gigantesche vasche che comunicheranno attraverso impulsi nervosi le loro realtà immaginarie, infinitamente velleitarie, ed alla fine ridicole, oppure uno scenario di nuove barbarie, ove almeno sarà bandita l'ipocrisia di ritenersi qualcosa di diverso da ciò che nostra natura detta: lupi tra lupi.

L'umano sensibile ed onesto, non può che provare compassione per sé stesso ed arretrare nel proprio soggettivismo silente, sperando in relazioni - di qualsiasi natura - elettive o simpatiche.
Qualcosa che duri, forte come la tenerezza.

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mercoledì 28 novembre 2012

Tipico post che ho, in genere, in massimo dispregio: la fatale assenza di oggettive alternative.

La visione romantica dell'amicizia tipica dell'adolescenza è in me, fortunatamente, dissolta.
Le idee tronfie, talvolta retoriche, eroiche ed estetizzanti o, peggio, ingenuamente lungimiranti, sono finalmente evaporate nel grande nulla, che è anche il posto che spetta loro di diritto.
"Fortunatamente", sottolineo, perché per esprimere alta amicizia bisogna conoscere gli uomini e solo dopo aver accumulato abbastanza esperienze nella loro frequentazione, si potrà comprendere quanta compatibilità esista tra le rispettive anime, sì da consentirne la preziosa accoglienza.
 
Senza profonda compatibilità nessuna amicizia sarà mai tale. Ecco la ragione per cui mi è estranea la tanto auspicata sensazione di appagata rilassatezza dell'anima che favoleggio tipica di chi può annoverare la presenza di un'amicizia assoluta tra le proprie certezze di vita.
La prima e più pregnante discriminante tra me e coloro che vorrei amici sta nella priorità dei rispettivi desideri, che fa di solito propendere i loro decisamente per l'attesa di un qualche amore tutto privato che li sfinisca nell'ansia sentimentale e che li renderà sordi e ciechi a qualsiasi altro rapporto intenso e non morboso.
 
Sarà che di quegli amori lì io non ne sono più capace, dato che ho ormai esaurito interamente la forza e la pietà di puntualmente seppellirli.
 

domenica 18 novembre 2012

Atipico esercizio di training autogeno di di-sperata

Bisogna imparare l'abilità di lasciar coesistere in sé l'eventuale impeto naturale ad accordare fiducia, senza obnubilarne la sincera freschezza e la spontanea disposizione ad accogliere, e la lucida rassegnata attesa del momento in cui  sarà evidente -perché fatale-, che concederla ed esercitarla non basta comunque a sancire affinità elettive o speculare affetto.
Dev'essere un dono fatto con la più limpida unilateralità, totalmente disinteressato dei suoi effetti.
E' vero che ho concesso la mia totale fiducia al novantapercento delle persone con cui mi sono relazionata; è vero che, di queste, l'ottantapercento l'ha tradita; è vero che non cambierò mai comunque.

A ben pensarci, nell'uso comune 'dono' è lemma dall'accezione comunque mercantile, anche quando non presupponga scambio di beni materiali, e nel contempo, inoltre, quando investito di spiritualità, ha sapore mielosamente religioso, cosa che -nell'inequivocabile deriva ipocrita e strumentale che caratterizza le religioni- mi consiglia di sostituirlo piuttosto con il più lato e sano 'accoglienza'.

Sta bene, allora: di natura, attraverso un meccanismo che si avvia da sé spontaneamente, io, caparbiamente, accolgo.
Potrei poi, talvolta, anche raccogliere, se non che, per ora, non ho più le energie sufficienti ad affrontare le ulteriori complicazioni della conseguente restituzione.

D'altronde, aver voglia di abbandonarsi all'assenza di tensione, pregiudizio, cautela e timore -che mille supposizioni e calcoli possibili sopra il sedicente merito dell'oggetto da accogliere comporterebbero-, è anche espressione contemporaneamente di forza e libertà.
Per me l'esercizio della libertà almeno metafisica è autentica questione di sopravvivenza.
Così io mi muovo: talvolta accogliendo, con clamoroso errore, anche l'intruso immeritevole. Ciò che conta è saperlo poi mettere alla porta senza esitazioni.

Infatti è altamente assurdo occuparsi degli effetti delle nostre determinazioni oppure del loro ritorno in termini di guadagno anche immateriale.
Ma a che cosa può mai condurre una vita di prudente prevenzione? E' ridicolo, perché noi morremo e se c'è una certezza inoppugnabile è questa.

Sulle affinità elettive -piuttosto- disse mirabilmente un poeta romantico, ed io ormai non acconsentirei più ad ammettere la mia indole romantica neanche sotto tortura.
Perciò, non le credo più possibili, giacché quassù, su questa crosta arida e brulla di strada metropolitana, perfino l'esatta interpretazione di un semplice sorriso è strumentalizzata dal bisogno indotto che possa condurre o servire a qualcosa, fosse anche cosa molto personale ed intima.

Così ci vorrà ulteriore follia ad abbandonarsi alla fiducia illimitata, esercitarla in modo cosmico e trasparente anche quando si è frantumati nell'anima, vivere ogni momento come se fosse l'ultimo. Tanto, prima o poi, lo sarà davvero.



 

mercoledì 17 ottobre 2012

Comunque vada

Loro -che noi avevamo delegato-, non hanno avuto alcun pudore, questo è lapalissiano. La Politica -la dignitosa e nobile arte di occuparsi della cosa pubblica e dell'interesse collettivo- è affossata definitivamente dopo decenni di mortificante agonia etica: inutile aggiungere altro, ché gli osservatori, gli indignati, mezza blogosfera, la gente dal pizzicagnolo, ne dicono e ne han già detto in abbondanza. 

Ciononostante non se ne può uscire, perché il sistema è sovrastante ed orrido e potente, ed il risentimento sociale, per ora, borbottato od urlato, si mantiene entro gli argini  dell' italica attitudine alla servitù ed all'ignavia. Il mantra ossessivo dei nuovi compagni leninisti, dei quali leggo di tanto in tanto la storica pubblicazione (ché il giovane uomo che me la recapita -perennemente alla ricerca di sovvenzioni che io non posso permettermi di sottoscrivere- mi ricorda nostalgicamente quant'era bello far qualcosa volontariamente per sostenere un'Idea che pareva giusta), è sempre: "Non è ancora il momento, stiamo nonostante tutto troppo bene". Lo dicono loro e pure il sig. Monti, che ha monitorato i fine settimana vacanzieri ed i ponti lavorativi dei cittadini osservandone l'incresciosa persistenza.

Un sistema tocca il massimo della sua degradazione quando arriva ad ammettere che sia positivo non tanto il tasso di felicità dei cittadini, quanto piuttosto la loro tolleranza stoica ad un'infelicità via via sempre maggiore.

(A proposito del Presidente del Consiglio, una riflessione da fisiognomica: trovo sgradevole il suo umorismo pubblico e controllato, soprattutto perché rivela tante velleità da lord inglese, finto-ingenuo e delicato, espresse da un volto rigido che a tutto rimanda meno che all'empatia.)  

Quanto a me -ed a qualche altro ed altra-, potrei rispondere che mai come nell'ultimo triennio, son stata così ostinatamente stanziale e non certamente per libera scelta di morigeratezza.

Ci sono condizioni e situazioni di cui né la Politica né, spesso, la stessa società civile, si avvedono, si preoccupano, riflettono.
Tra le varie pesanti contraddizioni della deriva delle democrazie moderne c'è quella di rendere invisibili le minoranze.
Ma, seppur una donna cinquantenne separata che tenti in ogni modo di ricreare da sé un'opportunità di lavoro per sopravvivere -che significa 'libertà-' sia una minoranza invisibile, forse deterrebbe lo stesso diritto alla tutela ed all'attenzione che insegnanti, operai, bancari, statali, giovani e dipendenti tutti  avvertono a ragione come 'diritto'.
Comunque sia, io aborro le lagne e perciò mi taccio e preferisco almeno provare il "fare".

*
 
Ciò che avevo oggi voglia di dire e trasmettere, infatti, è altro. E' una rassicurazione destinata alle poche persone che mi amano e che amo, nel senso più esteso del termine perché io detesto le pareti anguste ed opprimenti.

Trascorrerò comunque quel po' di nebuloso futuro che mi resta nell'accurato tentativo di salvare la dignità, perché ogni altra promessa di serenità, equilibrio e quel po' di parca gioia che in genere come umani avvertiamo quale 'diritto', sono irrimediabilmente compromessi da ciò che ha reso la realtà di molti di noi difficile e dura e che dalla nostra volontà prescinde totalmente.

Questa impresa ha comunque in sé la sua brava dose di umili eroismo e magnanimità, nonché di altruistico amore per i pochi sparuti amici che, se soltanto potessero contemplarlo ed esattamente sperimentarlo, uscirebbero crudelmente feriti dalla profondità dell'abisso in cui in verità la mia anima è precipitata, per ironia della sorte, probabilmente per mie personali ed umane colpe , per scelte altrui, per come va il mondo.

Insomma, comunque vada, vi vorrò bene.
E prima o poi andremo  lo stesso insieme a fare il giro dei bacari veneziani.







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giovedì 9 agosto 2012

Dalle tane alle trappole.

Allora si usavano le soffitte dei finti rivoluzionari che si trastullavano con le utopie. Erano i nostri covi, le tane elevate, i micro loft freak del  momento. Dovevano essere in odor di proletariato, sennò non valeva.

-La maggioranza dei miei elettivi lettori -altra generazione-, non ne sa nulla, non ha colto quell'attimo. Quanto mi dispiace per loro. E pure per me, ché questo ci allontana un minimo dalla possibilità di  un tanto agognato ideale affratellamento. Ma, probabilmente, anche in questo mio stesso pensiero sto replicando l'errore di un tempo, e continuo ad amare sempre un po' di più coloro che, invece, non possono che amarmi molto, molto di meno.-

Io ero vera e loro erano falsi, ma al tempo non lo sapevo e non conoscevo l'uomo: a diciassette anni è già piuttosto complicato ed impegnativo svelarsi a sè stessi.
Vivere era, per me, una sorta di esperienza magica. Letteralmente.
Ingenuamente, immaginavo che lo fosse per tutti, ed in conseguenza di ciò li approcciavo con spirito affollato di simboli.
Erano simboli che brulicavano soltanto nella mia anima.
Ignoravo la mia condanna fatale di vestale di una malinconia inossidabile ed eterna, per diritto di nascita e di sorte.
A me pareva che con le note dei Birds, i Flauti Indiani, Dylan, la paccottiglia ma anche la genialità rock-romantica musicale dell'epoca, con le conversazioni bisbigliate sulle stuoie di canapa scoprendo senza infingimenti il cuore, con il miraggio di un mondo nuovo accarezzato in sogni che parevano condivisi, con i testi sacri di Kerouac e Miller, Kahil Gibran, Nietzsche, e lo stuolo degli esistenzialisti bizzarramente miscelati ai profeti laici, costruissimo un senso di appartenenza solido ed incorruttibile, capace di illuminarci per sempre.
Naturalmente mi sbagliavo.

*

"Sa quand'è diventata adulta? Sa quando si diventa adulti, signora mia?"
"Caro dottore, che risponderle? Sarà un processo individuale. Soprattutto graduale, direi. Dipende dalle esperienze, dai casi, dall'indole...Non lo so. Che importanza può avere, in fondo? Che domanda oziosa."
"No, lei non afferra la portata dell'evento. Adulti si diventa quando ci si riproduce. In quel preciso istante si posa la fiaccola, ma i giochi non hanno inizio: finiscono".

Aveva ragione. Tutti i miei amici sono morti e ciononostante respirano agevolmente.
Ed anch'io, d'altronde.
Perché lui, dai geni atipici, e nonostante, mi ha già da tempo uccisa.