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venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

domenica 2 ottobre 2011

Una perfetta scienza sociale.

"Nel corso degli ultimi secoli si è avvertita confusamente la contraddizione fra scienza e umanesimo, benché non si abbia mai avuto il coraggio intellettuale di guardarla in faccia. Si è tentato di risolverla senza averla precedentemente contemplata. Una simile slealtà intellettuale è sempre punita con l' errore.
L' utilitarismo è stato il frutto di uno di questi tentativi. Si è supposto un piccolo meraviglioso meccanismo grazie al quale la forza, entrando nella sfera delle relazioni umane, diverrebbe automatica produttrice di giustizia.
Il liberalismo economico dei borghesi del XIX secolo si fondava esclusivamente sulla fiducia in un simile meccanismo. L' unica restrizione era che, per godere della proprietà di produrre automaticamente la giustizia, la forza avrebbe dovuto avere la forma del danaro, escludendo così ogni uso delle armi o del potere politico.
Il marxismo non è altro che la fiducia in un meccanismo di questo genere. La forza vi è battezzata col nome di storia; ha per forma la lotta di classe; la giustizia è rimandata a un avvenire che dev' essere preceduto da qualcosa che somiglia a una catastrofe apocalittica.
E anche Hitler, dopo il suo attimo di coraggio intellettuale e di chiaroveggenza, è caduto nell' illusione di quel piccolo meccanismo. Gli sarebbe stato necessario un modello inedito di macchina. Ma egli non ha il gusto né la capacità dell' invenzione intellettuale, a parte qualche lampo di intuizione geniale. E quindi ha preso in prestito il suo modello di macchina da coloro che lo ossessionavano continuamente perché gli erano repulsivi. Ha semplicemente scelto come  macchina la nozione di razza eletta, di una razza destinata a piegare tutto e a stabilire quindi fra i suoi schiavi la forma di giustizia che conviene alla schiavitù. In tutte queste concezioni apparentemente diverse e in fondo tanto simili, c' è un solo inconveniente, uguale per tutte. Vale a dire, che sono menzogne."
 
(Simone Weil, La prima radice)
 
La Weil mi piace, in generale -anche quando afferma cose che non approvo o quando si stacca da terra in elucubrazioni misticheggianti che a me paiono deliranti, perché io quel suo Dio/verità non so dove stia-, perché usa stupendamente l' innata dote tutta femminile dell' intuizione. Unito alla sua cultura e preparazione filosofica, questo le consente splendide equazioni di pensiero e sterminata vista, con conseguenti precognizioni: perciò è sempre moderna.
 
Nel 1949  viene pubblicato postumo "L' enracinement"  -tra l' altro voluto da Albert Camus come primo volume della Collana di Gallimard Espoir, che lo presenta come il documento di una benjaminiana "speranza dei senza speranza"-.  Con l' orrore dei conflitti mondiali ancora sotto agli occhi e personalmente vissuti, la filosofa dall' ardente carattere ha il perfetto coraggio di scrutare e smascherare le contraddizioni umane e storiche del suo tempo.
 
Perciò, "C' è una sola scelta da fare. O bisogna riconoscere che nell' universo accanto alla forza (unica signora di tutti i fenomeni della natura, mentre invece gli uomini possono e devono fondare le loro reciproche relazioni sulla giustizia, riconosciuta mediante la ragione -n.d.r.) opera un principio diverso dalla forza,  o bisogna riconoscerla come signora unica e sovrana anche per le relazioni umane." (ibidem)
 
La giustizia, infatti, è altrettanto reale nel cuore degli uomini. Gli uomini, ed il modo in cui il loro cuore è fatto, è reale. I bisogni innati, come, appunto, quello di giustizia, sono realtà. L' umanesimo, allora, non è in conflitto con la scienza.
 
 
 
***
 
Oggi il mondo è ingiusto, lo sappiamo bene. Ovunque, non si sentono che lamentazioni.
Il problema sorge quando ciò che percepisci tu come ingiusto, e poi quel che è ingiusto per me, non collimano, si sbilanciano.
Tu avverti la tua indignazione nei confronti dell' ingiustizia a te cara come assolutà priorità, e così affossi la mia, di cui non t' accorgi. Potresti guardarmi morente, e non cambieresti opinione, dentro di te.
 
Serve l' ordine. Una perfetta scienza sociale. Come si fa.
Ed ho appena scoperto che non c' è alcuna via di scampo.
Bisogna amarsi. Il resto sono chiacchiere.
 
 
 

domenica 23 gennaio 2011

Senza Giustizia non esiste Felicità: che ne direbbe Aristotele? Le Virtù -1-

Aristotele ha posto la virtù etica nella posizione intermedia tra l’ eccesso ed il difetto.
Ovvero: virtù come ricerca dell’ equilibrio, senza propensione agli estremismi. Intuisco la saggezza e la prudenza di una simile posizione, ma soltanto in linea decisamente teorica: gli uomini non la sanno raggiungere, né lo desiderano davvero.

[Politicamente corretto: è la posizione mediale, ad esempio, della quasi totalità degli esponenti degli attuali partiti di maggioranza ed opposizione, indiscriminatamente, a parole. Purtroppo nei fatti la moderazione può tradursi in reciproca piaggeria ed inerzia: prova ne è che la politica attuale non conduce a nulla di collettivamente utile, non propone benessere a chi non ce l’ ha, non risolve i problemi incancreniti del Paese, si limita a lasciar permanere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, cosa che rappresenta la condizione sine qua non per consentire al sistema di auto-rigenerarsi.
E’ anche implicito nell’ idea di democrazia corrente, anche se io continuo a considerare la stessa come “tirannia della maggioranza”. Questa è un’ altra storia, comunque…]

Visceralmente oggi qualcosa in me la respinge. Perché, forse pure a torto, tradotta nella moderna realtà, la sento istintivamente come esaltazione dell’ ignavia: una certa qual appiccicosa e melmosa abilità dell' accomodamento e della perenne restaurazione delle idee e del "buonsenso comune".
Odio il comune buonsenso da che sono stata scaraventata nel mondo. Forse perché viviamo una fase storica in cui l' accezione "comune" è stata totalmente svuotata dal suo significato. Lo odio ancor di più da quando abbiamo i berluscones alla guida del Paese, tra le labbra dei quali suona come un' eresia.
Oggi più che mai corrisponde ad un' idea di convenzioni, regole, usi e malcostumi, inutili orpelli ed imperante malafede -ivi compresa una certa forma di religiosità consumistica ed ipocrita-, semplicemente disgustosi per chi conserva un minimo di onestà intellettuale. 
Ho conosciuto soltanto “aristotelici formali”, nella mia vita, con qualche sparuta eccezione, e mi hanno quasi sempre disgustata, perché il fine ultimo del loro percorso tendeva irrimediabilmente e subdolamente al più becero materialismo. Ne conosco ancora, e, indefettibilmente, mi causano la stessa crisi di rigetto: sono tutti al governo del Paese.

***

La premessa serviva a ragionare sull' affermazione aristotelica secondo cui la felicità (credo si tratti del filosofo antico che se n' è occupato in più grande misura) è una caratteristica della vita umana, tanto da costituirne il vero ultimo scopo e che essa si ottiene soltanto se alla sua ricerca concorrano beni immateriali (le virtù dell' anima), personali (salute, un gradevole aspetto), esterni (una certa ricchezza, una buona famiglia, amici). Dunque, è felice "colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni non in qualsiasi periodo di tempo, ma in una vita completa"  (Aristotele-Etica Nicomachea).
Mantegna-Il trionfo della virtù

"Virtù", sintetizzando, significa eccellenza: il giusto mezzo tra due vizi opposti (eccesso e difetto).
Esempi di virtù etiche citate da Aristotele: la temperanza (giusto mezzo tra insensibilità e intemperanza); il coraggio (giusto mezzo tra temerarietà e vigliaccheria); la generosità (giusto mezzo tra avarizia e prodigalità); la sincerità; la fierezza; la mitezza.
Ma quella che le riassumeva tutte e sulla quale egli concorda con il suo maestro Platone, è la giustizia.

"Le Leggi si pronunciano su tutto e tendono all' utile comune, per tutti o per i migliori, o comunque per chi governa secondo virtù o secondo qualche altro criterio consimile, di modo che, in uno dei sensi del termine, noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell' interesse della comunità politica". (Etica Nicomachea - Libro V -) 

La felicità deve essere un bene comune o collettivo.
Ecco anche che essere giusti significa comportarsi sempre bene verso gli altri, vale a dire obbedire alle leggi.
Ne deriva poi che la giustizia è la virtù che rende felice la società politica.

Anche nella giustizia è necessario l' equilibrio della medietà: nel caso, ad esempio, di distribuzione di beni pubblici (giustizia distributiva) onori e meriti devono essere proporzionati; nello scambio di beni privati (giustizia commutativa) un bene deve essere scambiato con un altro di uguale valore.
Semplice.

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La meraviglia è uno stato d' animo raro e prezioso: consente a chi la prova di tentare spiegazioni, perché è consapevolezza della propria ignoranza.
Oggi le vicende politiche del mio Paese mi meravigliano, e mi meravigliano i miei connazionali, conniventi taluni, paralizzati talaltri.
E mi chiedo cosa ci abbia ridotti così, nonostante i buoni maestri antichi...