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giovedì 19 dicembre 2024

Diari -3-

Mi prende come un colpo d'ascia che smembra, d'improvviso e senza spiegazioni logiche, lasciandomi senz'aria, appena un soffio prima di ciò che immagino come morte. 
La memoria può essere devastante, crudele all'inverosimile.
Eppure il ricordo penetrante della madre, perduta vent'anni fa quando aveva la mia stessa età, dovrebbe risultare dolce e tiepido come un incontro gradito. Sopravvivere in qualche modo all'immensità del dolore è quasi inaccettabile.

Oggi sento con algida precisione la sofferenza dell'uomo che assiste allo sterminio di chi ama per mano di altri uomini legittimati dal loro crudele dio e dalla loro follia

venerdì 15 settembre 2023

Piccola anima smarrita e soave - 12- "symply man"

Dev'essere una prerogativa spiccatamente americana di un certo momento storico, poi trasposta in testo e musica da più di un rockerman, quella di ricordare insegnamenti fondamentali preziosissimi ed altamente etici ricevuti nel corso dell'infanzia dai classici maestri spiriti-guida che abbiamo da bambini: una madre, un padre, un nonno, una nonna. 
Gli Americani, d'altronde, sono campioni planetari della predica e del moralismo quasi sempre spiccio, ipocrita e dozzinale.
Inciampata per caso nell'ascolto di "Simply man", dei Lynird Skynird (ché mi ritrovo in fase di rock nostalgico), il nonno raccomanda al nipote di perseguire solo la semplicità, non corrompersi rincorrendo denaro ed ambizioni, preservare il candore della propria anima. Di testi analoghi ne troveremmo a palate perché nulla è più facile del blaterare a vuoto ed evocare purezza di intenti anche quando di fatto ci si immerge volontariamente fino al collo in una cloaca.
Ricordo invece quel che mi dicevano i miei, di nonni, quei poveri cristi giocoforza  materialisti. Mi dicevano "Magna 'more, che ti xe verde", giacché parevo loro sempre emaciata anche quando, nella fase adolescenziale, ero al contrario burrosa ed in qualche punto rotondetta. L'invito all'opulenza ed all'eccesso è proprio di chi ha sperimentato carenze e privazioni e loro di appetiti mortificati ne avevano fatto amaro esercizio. 
In fondo, e comparabilmente, è molto più frequente che lo schiavo aspiri a diventare un padrone piuttosto che desideri anche per gli altri un mondo senza schiavitù: l'egoismo umano è congenito, la meschinità è una dotazione della nostra stirpe che molti giudicano indispensabili alla sopravvivenza: Darwin docet, buon per loro.
Personalmente non concedo supremazia ad alcun aspetto particolare della vita: le affezioni materiali e quelle immateriali distruggono con la stessa veemenza corpo e spirito, sia che convivano sia che non convivano nel medesimo individuo.
Se la questione non fosse tanto relativamente irrilevante sarebbe semmai da chiedersi quale sia più solerte e rapida nell'ucciderci.

Ora, ora che ho visto tanto, che ho vissuto abbastanza, ora che ho subito la rovinosa sconfitta nella pretenziosa crociata della ricerca della felicità, prendo atto, con grande lucidità, che la sola certamente reale finalità di una vita è la morte ed il resto è interamente illusione o personale, troppo personale, interpretazione, compreso il piacere.
E' l'insostenibile inutilità dell'intelletto.
 
 

mercoledì 2 gennaio 2019

Buon anno, ma niente di nuovo: il primo attacco di panico del 2019.


E' chiaro che non vi sia scampo: era già tutto previsto per il passato ed è già tutto predisposto per il futuro.

Addivengo, a seguito di personale gestazione ed esperienza, al parto di un apoftegma che pare assurdo ed invece è logico: "Il Destino esiste/ il Destino non esiste./Dipende./ Da cosa?/ Dal Destino".

Chi o che cosa ne siano artefici o responsabili non lo so, ma è praticamente certo che correr l'alea all'infinito non è possibile perché ti usura e poi ti ferma definitivamente, soprattutto se il rischio non costituiva affatto una scelta ma il solo modo possibile per reagire allo sfacelo che ti tallonava, che  comunque incombe ed inesorabilmente ti carpirà.
E' altrettanto evidente che senza volere non si può nulla, ma che il luogo comune "volere è potere" è una menzogna assoluta, per di più ridicola, oggi più di un tempo.

(Loro, sono bravi.
I fatti pratici e le cose, le scaramucce politiche, il teatrino liturgico della vita, la partigianeria del rosso e del nero, il solito sesso, l'edonismo delle parole, li prendono ancora.
Spesso nella più inconsapevole malafede questi marci borghesi ritengono che la critica politica possa soppiantare la militanza concreta: son tutti unti d'illuminazione e consapevolezza suprema agevolate dal fatto d'avere conti in banca pasciuti e rassicuranti ed il sedere al coperto.
E' evidente che la coscienza, in costoro, un po' disturba, ma  sbeffeggiare il potere non equivale a combatterlo.
Ogni evo ha i suoi stilemi: ora sono satira, indignazione, ipercritica , ironia,  riesumazione confusionaria di qualche concetto marxista oppure machiavellico, nauseante spocchia narcisistica a suggerire linee guida per aspiranti intellettuali, sedicenti politici, e pure inutili blogger. Per i più pecorecci, invece, non trovo aggettivi abbastanza calzanti in grado di descrivere i miasmi fetidi che si spandono da una qualsiasi delle loro esternazioni, in modo particolare nei social.
Occupare la mente in questo modo è comunque terapeutico, bravi.)

Invece io, per ragioni elementari e complicatissime, chiare ed occulte, principali e subordinate, personali e più che universali,  continuo ad essere martirizzata da devastanti attacchi di panico, assediata da un nemico potente, invisibile e feroce che ha insediato il suo quartier generale esattamente nella mia gola.

" [...]  che cos'è che permette all'uomo, nonostante la sua consapevolezza della morte, di vivere e operare come se essa fosse qualcosa di estraneo a lui, come se la morte fosse un fenomeno naturale? Il tremito che mi ha scosso negli ultimi giorni mi ha aiutato a capire, nonostante i gravi attacchi di paura, che la mia malattia non è altro che questo: a volte, per ragioni a me del tutto ignote e per impulsi assolutamente incomprensibili, io divento 'lucido', in me compare la coscienza della morte, della morte in quanto tale; in questi momenti di illuminazione diabolica  la morte acquista per me il peso e il significato che essa ha 'an sich' e che gli uomini perlopiù non intuiscono nemmeno (ingannandosi con il lavoro e con l'arte, mascherando il suo senso e la sua 'vanitas' con formule filosofiche) scoprendo il suo vero significato solo nel momento in cui essa bussa alla loro porta, in modo chiaro e inequivocabile, con la falce in mano, come nelle incisioni medioevali. Ma quello che mi atterriva (la consapevolezza non genera consolazione) e accresceva ancor più il mio tremito interiore, era la coscienza che la mia follia era in fondo lucidità e che per guarire -perché questo tremito continuo è cosa insopportabile- avevo bisogno proprio della follia, della demenza, dell'oblio, e che solo la demenza mi avrebbe salvato, solo la follia mi avrebbe guarito! Se per caso il dottor Papandopulos mi interrogasse ora sul mio stato di salute, sull'origine dei miei traumi, delle mie paure, adesso saprei rispondergli in modo chiaro e inequivocabile: 'la lucidità'.
[...]"  (Danilo Kis, Clessidra)
 


giovedì 30 luglio 2015

"Piccola anima smarrita e soave..." -1-

Giacché,  pur costituendo la numerologia esclusivamente un dileggio senza troppa importanza, ho appena superato senza possibilità di appello la soglia dei cinquantasei anni (e lascio, anche figurativamente, il numero più spigoloso di un'età anagrafica), e poiché non mi sento neppure tanto bene, amerei rendicontare a grandi linee quel che mi pare di avere capito.
Penso sempre più  frequentemente alle ultime parole dell'imperatore Adriano nel capolavoro di Marguerite Yourcenar "Piccola anima smarrita e soave, ... Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti...": la solennità delle morti è commovente, ma non tanto quanto la consapevolezza delle innumerevoli illusioni che abbiamo consentito in vita. Bisogna cercare d'essere esatti, prima o poi, per non diventare ridicoli.

E' però necessaria una premessa.
Nulla, di quel che si dice e si pensa o si crede di pensare può vantare integrità e purezza: impermanenza e relatività sono la cifra del nostro destino e del mondo. Sarebbe opportuno tacere, sempre, se non fosse che per quello ci aspetta, imperturbabile, la prossima eternità e, nel frattempo, ci si cincischia con ridicole chiacchiere, generalmente supponenti.

L'insegnamento più importante è di una banalità sconcertante: nel dire qualsiasi cosa, su qualsiasi argomento, noi sfondiamo sempre porte aperte.
Non c'è affermazione che non possa non vantare solidarietà ed affinità ideali o culturali con qualcuno che, combinazione, è spesso l'interlocutore del momento.
Numericamente, gli accoliti ed i simpatizzanti di qualsiasi proclama saranno sempre un discreto stuolo , perfino nelle dichiarazioni più impopolari ed eccentriche.
Il dramma è più sottile: quegli usci spalancati danno quasi sempre in stanzette piccine, asfittiche, deprimenti, spesso vuote, e quando invece collegano ad un labirinto, questo è una trappola di vicoli ciechi. L'istinto di gemellaggio a tutti i costi è in noi invincibile e va a discapito, quasi sempre, della verità o del coraggio.
Nella stanza d'ospedale che vede accomunati alla degenza l'imprenditore milionario con proprietà per villeggiatura in Sud-America e l'operaio dalle garanzie lavorative sempre più precarie e salario miserabile, la compassione reciproca per le rispettive fragilità fisiche li renderà affini, sorprendendoli, su di un'eccezionale quantità di opinioni, soprattutto filosofeggianti e molto late. E' una recita ipocrita, ma inconsapevole: la paura, l'angoscia della seppur temporanea solitudine, li spinge ad amare chi nella loro vera indole odiano, o chi, in ogni caso, sarebbe più intellettualmente onesto odiare. In questo caso il privilegio dell'uno esiste grazie all'affossamento della vita dell'altro, eppure entrambi decidono di dimenticarlo, per reciproca convenienza morale.
" Buona parte dei mali del mondo provengono dall'aver uomini o troppo ricchi o disperatamente poveri... ": si può forse fingere di non saperlo?

Risulta prudente, allora, non credere a nessuno, non cedere alla tentazione di provare il mezzo gaudio che ci pacifica, quello stratagemma un po' meschino che ci coinvolge troppo spesso e  atto a  stemperare l'acido rigurgito della realtà, che rimane invece, di fatto e per definizione, indigeribile, ma anche a legittimare impropriamente l'alibi a non approfondire, scavare a fondo, sottoporsi ad indagini ed auto-indagini, combattere quel che sentiamo ingiusto.



giovedì 4 dicembre 2014

Appunti antropocentrici -4-

L'altro non è mai puro.
Per quanto inizialmente tu possa desiderare ardentemente che lo sia, magari anche evitando di mettere gli occhiali sì da vederlo in una nebulosa, o turandoti una delle due narici (ed il tutto in forza di una contorta forma di compassione e benevolenza verso te stessa, le tue patetiche illusioni, il tuo bisogno di fede), lui ben presto riuscirà a rendersi così evidente, o noioso, o ridicolo, o meschino, o ambiguo, da costringerti a prenderne onestamente atto.
La colpa, gravissima, che non puoi perdonargli, non è la sua oggettiva impurità -non esiste nulla di adamantino nella natura umana-, ma piuttosto la sua indifferenza sostanziale al tendervi, che altro non è che desiderio di miglioramento etico.
Non c'è bisogno di anelare, o precipitare, o innalzarsi ad improbabili traguardi di ascesi più o meno misticheggiante: basterebbe non insistere tanto sfacciatamente nella perpetuazione soddisfatta della propria miseria e pochezza morale abbarbicati a pretesti di fragilità e debolezza.
Ora, forse la capacità di tolleranza (e la conseguente deriva di innocuo buonismo) è inversamente proporzionale allo stato di sofferenza psico-fisica in cui una data persona si trova, ma certo chi versa in una situazione di stremo esistenzialistico, pericolosamente vicino al precipizio, non può più concedersi il lusso di sciupare le esigue energie nelle commedie e nelle pantomime di rapporti sociali insulsi e vuoti, conditi di penosa ipocrisia.
Preferiresti la volgarità del bischero che ti dice, senza mezzi termini: "... senti, Cosa, sto cercando di cavare qualche utilità o piacere da questo scambio, sennò chi me lo farebbe fare?...", al che, con speculare disinvoltura, tu gli potresti dire vaffanculo, ed è pace per tutti.
La sola scelta che rimane, quasi sempre, è farsi il vuoto intorno. E in quel vuoto fa molto freddo, freddo da morirne.

*
 

I mondi paralleli esistono, senz'ombra di dubbio.
Non capisco il perché di tanti sforzi epistemologici per suffragarne la verità.
Per quel che mi concerne, in questa realtà io sono morta, o al massimo in condizione di pre-morte, altrimenti non potrei spiegare né la sopravvenuta consistenza lapidea della mia interiorità, né l'assoluta attuale mancanza di desideri.
Forse l'impossibilità di adesione, alla lunga, trasforma in ombre.
Quel che non riesco ad indovinare sono gli eventuali motivi per cui sono ancora viva di là.
Né sempre mi è chiarissimo se io sia di qua o di là.
Ne consegue che l'angoscia umana, probabilmente, ha invincibile e straordinaria potenza trasversale, più forte di tempo e spazio, onde consentire il compimento della celeberrima dannazione eterna.
 
 
*
 
Avrei bisogno di neve, e silenzio, e di tundra desertica.
Sotto la neve -una montagna di neve-, sapere sepolte tutte le cupole, per sempre.
E' il solo modo per restaurare la grande bellezza.
 

 



 

lunedì 15 luglio 2013

Le altre morti


Ho smesso ormai da tanto tempo di fissare le foto  ed aspettare che mi sorridano, o mi parlino. 

Dopo la morte di mio padre – ed ormai son trascorsi vent’anni - ne  avevo consumato con gli occhi  l’immagine, con l’assoluta certezza di trasfondere così  interi pezzi della mia anima – che immaginavo gassosa e di forma sinusoidale -, straziata dalla perdita, in preda alla frustrazione dell’irreparabile assenza.

Aspettavo ed aspettavo un cenno di presenza, una qualsiasi risposta di rimando a quello sforzo di volontà immane e caparbio.

Le pagine del mio grosso quaderno di pergamena, spesse e dai bordi frastagliati, avevano accolto migliaia di parole-gancio, con le quali ero pateticamente decisa a  trattenerlo a forza  nel mondo dei vivi.

E’ amaro, sempre, toccare con mano l’irrilevanza sostanziale della nostra volontà di incidere e stravolgere le realtà a noi superiori.

 

Se l’esperienza insegna e costringe a modificare i comportamenti, l’indole rimane inalterata: alla minima distrazione si ricompone e si manifesta nelle sue originarie caratteristiche.

 

Così, ogni qualvolta qualcuno che amo  - o per me significativo - muore, io, d’istinto, ne ricerco qualche effigie da scrutare (stavolta senza confessarmelo apertamente)  nell’illusoria reiterata speranza di non permettere che il filo invisibile del pensiero e della memoria lo distacchino irrimediabilmente dalla mia vita.

 

Sempre subentra il rimpianto di non aver detto o fatto tutto ciò che avrei potuto, o dovuto, prima.

 

Non c’è altro modo di sconfiggere l’effimero se non trovando il coraggio di amare, di dire, di essere per tempo quel che si deve, in quel preciso e fuggevole momento.

Persi nelle infinite nostre necessità di trascendenza viviamo sorvolando con  ali d’ignavia la nostra stessa vita.

venerdì 24 agosto 2012

Abominio

Ma che cosa ci sto facendo, poi, qui a seminare pensieri in terreni tanto eterogenei, quando non aridi ed infruttiferi.
Ci sono momenti a questa tastiera in cui mi trovo io stessa abominevole. 
Negli altri, mi sento patetica.
 
Il dolore, è abominevole.
Quest'urlo soffocato, e la sua infinita eco in ogni cellula del mio sangue, è abominevole.
Che nessuno ne voglia sapere nulla, è abominevole.

Sono decine le piccole porte disseminate alle pareti del tunnel. Le ho socchiuse, ché la fiducia non mi difetta, innumerevoli volte.
Di tanto in tanto, sono entrata nelle stanze.
Ed in ogni stanza c'era un'isola abitata da un antropofago, o da un misantropo assediato dal suo stesso vorace e detestabile egoismo.
Vivere è orribile.
Continuare a richiudere porte è inevitabile ma ridicolo.

Sì, caro Massimo, lo è quando l'infestante dolore di cui nessuno vuol sapere logora anche la sporadica magia del momento.

Scrivere non serve a nulla: è un sollazzo per altri e una recrudescenza di patimento per chi amava l'uomo.
Vivere è contenimento di lacrime sciagurate fino alla follia, o alla compassionevole implosione.





mercoledì 1 agosto 2012

Prima che vile, completamente folle.

*
Nel sogno, l'altra notte, la madre era scultorea. Levigata e serena nei tratti del viso, mi guardava con estrema naturalezza, stupita del mio stupore. Indossava un camice da massaia, come uscisse dalla sua casa nel mentre stava riassettandola. I capelli folti e corvini, la carnagione naturalmente scura, la bellezza un po' creola che i suoi sessant'anni non avevano sciupata, il corpo minuto e forte.

"Mamma, sei tu,... Finalmente. Mi manchi sotterraneamente da nove anni, ed ora eccoti qui di fronte, come nulla fosse, al di là della morte."

Non è più stupore, nel suo viso: è incomprensione, impossibilità di empatia.

"Ma che dici, di quale morte parli... Io sono sempre stata qui, non me ne sono andata mai. Ricordo -questo sì- una notte di sogno particolarmente tenace e profondo, dai significati ostici e complessi, imprendibili. Per il resto, però, una volta risvegliatami, ogni cosa era ancora in ordine, uguale a sempre. Non vedi'? E' tutto a posto.
Ti ho sempre saputa strana, figlia mia,  ma giungere a darmi della trapassata... "


*

E' interessante: ho scritto, di getto, "camice". Camice è quell'indumento particolare -il cui corretto uso è prescritto minuziosamente nella liturgia cattolica-, che richiama l'idea della  purezza di Cristo.
'Camice' ha quindi reminescenza religiosa, e la religione nasce sempre in funzione ed a causa della  morte.

Se c'è una cosa che mi indispettisce delle religioni dominanti è il loro serpeggiante potere subliminale nella cultura laica: io sono atea e ciononostante impregnata di suggestioni cattoliche, mio malgrado.
Trovo, ad esempio, ineguagliabili alcuni monumentali prodotti sinfonici, come i Requiem di Mozart, Verdi, Brahms; ricordo momenti di 'immersione emotiva' profondissima nell'ascolto dei   Canti e Suoni della Morte di M. Mussorgsky, qualche coro ortodosso mi fa accapponare la pelle...
... eppure, da che ho memoria, ogni infingimento teologico, ogni dogma, ogni prosopopea, ogni incongruenza illogica, pur se giustificati dal nostro orrore del vuoto, mi rendono rabbiosa, mi muovono a stizza e disprezzo.

Perché la verità è che la morte altrui è una lacerazione che non conosce palliativi e la perdita di chi amiamo fin nelle radici dell'anima è inconsolabile, ed il trascorrere del tempo stordisce ed ottunde, ma non cancella e lentamente ci avvelena.

E chi procrastina la vita non immagina, non sa d'essere, prima che vile, completamente folle.





domenica 20 maggio 2012

Faccia scaduta

Sfogliava l'album della vita andata, per ricordare a sè stessa d'essere stata, di quando in quando, quasi felice, in qualche istante.
Vi cercava la chiave per srotolare un nuovo linguaggio, un linguaggio che le consentisse di smuovere la sua esistenza  ormai bloccata attraverso un'intuizione, un ricordo prolifico, una speranza, un sogno impolverato. Non trovò nulla: ogni immagine restava criptica ed estranea, a malapena riconducibile a lei.
A chi apparteneva, in verità, quel volto? E che aveva mai da sorridere, se è così tragicamente vero che in noi nulla muta in profondità e siamo, con nostro sommo dispetto, sempre e soltanto ciò che possiamo essere, invariabili nel duro ostinato ed inviolabile nucleo occulto, magistrali nella sofferenza, nella frustrazione, nell' auto-inganno? Sorridiamo all' obiettivo nell'inconscio tentativo di sostituire la parvenza all'essenza.
Poi, a riguardarle, le nostre vecchie fotografie paiono beffarde, come acutamente ebbe a scrivere Roland Barthes: ridono, ridono di noi, e l'echeggiare dei loro lazzi permane anche dopo averle stracciate. Eco diabolica. 
Non ci si libera dalla memoria e purtuttavia non si può cristallizzare ciò che è stato per trarne conforto nel dolore presente.
Lei si sentiva l'ultima dei miserabili: assetata d'amore cosmico ed irreparabilmente ad esso ostile.
Eppure, un tempo, lei era quella donna lì e -ricordava- possedeva una forza d'animo mostruosa, irresistibile.
Una falla nella corazza, uno sfregio profondo inflitto a tradimento dalla fatalità, che dopo numerosi e caparbi tentativi di guarigione riemergeva più orribile e vertiginosamente profondo di prima, l'avevano ormai espropriata da sé stessa.

Finire. Concludere. Basta.
Che altro?



( All' amico L.)

sabato 12 maggio 2012

Non è noia, ma Noia

In realtà, S., amico mio, non parlavo per niente di noia, ma bensì di Noia. Quella sindrome leopardiana, sai, per intenderci, quel serpeggiante sospetto che dietro la reale struttura delle cose e delle persone non ci sia altro se non le proprie personalissime e quasi sempre infondate proiezioni sognanti e le illusorie speranze. Ciò, nell’ambito delle relazioni. M’è toccato in sorte uno sguardo microscopico e caparbio, poco propenso all’adozione di lenti ed alibi.
Puntualizzo questo perché, ad esempio, il senso di larga malinconia che ti può dare la contemplazione di un mare grigio, increspato da piccole onde bianche dissolventi e perpetue, mentre ti fai sferzare dall’aria gelida invernale sopra un piccolo molo, o un umido scoglio, non è noia, ma legittimo dolore languente –con una sua sacralità- del pensiero che avverte lo stacco tra la condizione umana e l’ atarassia della placida e terribile Natura. Quel dolore, quella tristezza, sono il risultato di un auto-cordoglio, l’evocazione della fatalità del nostro destino: commovente e pietosa fragilità.
 La Noia è riservata ai momenti, invece, in cui ad ardere nel petto è un desiderio disperato di vivere. Ma non sai come si faccia date le premesse, il sicuro epilogo del buco nero della morte, le circostanze contingenti del tuo mondo, il materiale umano con cui ti rapporti e di cui disponi.
E tutto questo ti pare davvero troppo da sostenere, da fingere di non sapere.
Così, la tua anima si affievolisce, cerca la sua catarsi nel distacco, ed il distacco è Noia piena di rimpianto.


sabato 24 dicembre 2011

A Natale salva un àstice

" Dove Sile e Cagnan s' accompagna"
(Dante Alighieri, Divina Commedia (Paradiso, IX, v.49)

Lì, accidenti, lì: andrò a gettarlo lì.
Gli renderò la libertà, con il capo cosparso di cenere, per il mio cattivo impulso primigenio di giustiziarlo nel court bouillon fumante ed aromatico...
(...mmm, la fragranza seducente del prosecco d' annata, le verdurine dai graziosi color pastello e solari, l' esotico pepe macinato fresco, che stuzzica i sensi, la promessa del gusto, l' abbozzo del sogno edonistico della pietanza impiattata, colore, sapore, profumo...)
  
"Creaturina dell' Iddio Delle Acque, perdonami per lo spavento che t' ho inflitto, prelevandoti dal banco del pescivendolo con impressa in faccia tutta la mia voracità d' umana, ma se il tuo attaccamento alla vita è sì tenace da conservarti vivo dopo ore di frigorifero fuor del tuo elemento, beh, allora voglio fare ammenda."
Ti adotterò a distanza. Ti lascerò vivere, adagiandoti nella tua grande casa, tra i flutti.
Non nel Sile -ora che ci penso, e grazie al Cielo me ne avvedo-: tu sei vivente d' acqua salata. Ti restituirò alla romantica Laguna.
Vado, velocemente, prima che sia troppo tardi.
Su, vieni. Ti porto a rinascere. Orsù, andiamo, fratello crostaceo.

E grazie, mio buon Astice,
grazie per avermi illuminata,
una buona volta,
alfine (!)

sull' occulto significato del Natale.

mercoledì 21 dicembre 2011

Meità.

Ho da tempo imparato a non aspettarmi alcuna solidità e permanenza  di pensiero né vera affidabilità dai colleghi umani.
(Ciò è molto, molto triste -per me-, ma non si tratta di una critica: noi tutti -è evidente- abbiamo una seria difficoltà ad essere, data questa fatale e strutturale condanna a pensarci nel mentre pensiamo d' esistere. Ma focalizzare il momento esatto in cui stiamo esistendo non ci riesce -è evidente-, giacchè quel momento, nel mentre tentiamo di metterlo a fuoco, è bell' e andato.)
Inoltre è così anche a causa dell' alta posizione conquistata sulla scala evolutiva, che ci ha resi nel contempo sì tanto potenti e velleitari senza peraltro cancellare anche fragilità, aleatorietà ed umoralità, lasciandoci in grosso e spesso irrisolto conflitto tra la nostra dotazione razionale e la nostra necessità immaginifica.
Se ci sono tipi a me totalmente invisi, d' altro canto, sono i puramente logici, i logici a tutti i costi ed in ogni situazione. Essi sono, indifferentemente, sub od iper umani, in diverse sfumature magari, e spesso molto ben camuffati da fautori del buon senso.
Imperturbabili, freddi come ghiaccio, duri come marmo: praticamente morti dentro.

*
Davvero, se solo sapeste quanto vi amo, invece, umani immersi in un improbabile altrove, risucchiati in un vortice di sentimenti contrastanti alla ricerca dell' impossibile equilibrio tra idee, sogni ed azione, eternamente tentati dalla soddisfazione dell' ego ed in colpa per la bassezza di quel desiderio pur veniale, proiettati in una visione cosmica delle cose e rinserrati in una stanzuccia con finestrella sbarrata... simili e fratelli, potenziali amici, numero esiguo ed in inesorabile estinzione, disperati pur in grado di sorridere...
Ma che farsene, di questo lato amore, se i suoni delle parole che avremmo da dirci, vis a vis, si ingarbugliano in gola e si fanno groppo, e non c' è modo di farle uscire, ed in loro vece lasciamo dire qualche timido ed impacciato gesto, qualche impercettibile guizzo di muscolo facciale ...  

*

Su tutto, c' è il problema temporale. La spina del tempo, rispetto al quale non si riesce  a rapportarsi, e che è punto essenziale, giacché nessun cruccio esistenziale umano trova sviluppo e soluzione se non si può, in qualche modo, inquadrarlo temporalmente.

Gli è che:
"Ogni coscienza è coscienza 'di' qualche cosa." (Husserl) (*)

Si pensa, in genere, di aver coscienza d' essere stati almeno nel proprio passato: cioè di ciò che è certamente verificato. Si ritiene di sapere, ad esempio, chi era, in quel dato momento trascorso, una data persona, magari proprio noi stessi. Non raramente, il passato, letteralmente, tallona l' individuo nel suo stesso presente. Ma poi sovviene il ragionevole dubbio che non sia così.
Perché è pur anche vero che:

"Se la concezione di Cartesio e quella di Bergson devono essere parimenti rifiutate, è perché cadono tutte e due nel medesimo vizio.

[Bergson: un avvenimento del passato non cessa di esistere, ma 'sta', rimane al suo posto, in quella data, per l' eternità, attraverso il ricordo interpenetra il presente, perché la durata è molteplicità; Cartesio: il passato non è più, si annulla,  e tutto è soltanto presente. n.d. r.]

Annullando il passato o conservandogli l' esistenza di un dio lare, questi autori hanno considerato 'a parte' la sua sorte; isolandolo dal presente; e quale che fosse la loro concezione della coscienza, le hanno attribuito l' esistenza dell' in-sé, l' hanno considerata come ciò che è. Non vi è quindi ragione di meravigliarsi del fatto che non siano riusciti a ricollegare il passato al presente perché il presente così concepito respingerà il passato con tutte le forze. Se avessero considerato il fenomeno temporale nella sua totalità, avrebbero visto che il 'mio' passato è anzitutto mio, cioè esiste in funzione di un certo essere che io 'sono'. Il passato non è il 'niente', non è neppure il presente, ma deriva dalla stessa fonte, essendo legato ad un certo presente ed a un certo futuro. Questa 'meità' di cui parla Claperède, non è una sfumatura soggettiva che venga a infrangere il ricordo: è un rapporto ontologico che unisce il passato al presente. Il mio passato non appare mai nell' isolamento del suo 'essere passato', sarebbe perfino assurdo pensare che potesse 'esistere' come tale: è originariamente passato 'di questo' presente. " (*)
 
 
Il mio passato mi cammina a fianco perché non è qualcosa che ho, ma che sono.
E' la ragione -scopro- per cui non solo non dimentico nulla e più precisamente nessuno, ma anche per cui pretendo analoga consapevolezza negli altri che a me si rapportano.
Ciò che fai, ciò che sei, ciò che mi dici, ciò che di me vuoi o vorrai (e, specularmente, vale per me) ha così carattere permanente, di eterna valenza, a prescindere dagli sviluppi degli eventi e delle scelte materiali.
Com' è corroborante capirlo. Pur se il senso sarà compiuto con la morte.
 
 
" E' una massima riconosciuta da lungo tempo fra gli uomini, che non ci si può pronunciare sulla vita dei mortali e dire se essa è stata felice o infelice, prima della loro morte." (Sofocle) (*)
"La morte trasforma la vita in destino" (Malraux) (*)


 


Con affetto, ai miei preziosi elettivi lettori.
Buona sempiterna rinascita.


(* Jean Paul Sartre, L' essere e il nulla)

giovedì 3 novembre 2011

E' il mare andato col sole...

"Chiodo scaccia chiodo, ma quattro chiodi fanno una croce" (C. Pavese)

La letteratura acquista senso quando le parole prendono vita, quando diventano la tua vita, quando ti penetrano, come queste, in un doloroso amplesso senza speranza.
Le senti fino in fondo, con crudele chiarezza, quando -combinazione-, sei pure tu al quarto fatidico chiodo.
Ma a che può giovarti, adesso, scrittore, dato che quella croce ti ha ucciso, la comprensione e l' ideale sodalizio con un lettore che prova il tuo stesso supplizio?
A nulla.
Il tuo dolore passato non allevia quello del morituro, ed a te non serve più niente.
E poi..., magari non eri neppure il mio tipo, né
io,
d' altro
canto,
il tuo.

*

Che resta, finché durerà, allora, se non qualche immagine calda d' autunno?
Vivo lo stesso, ogni tanto, mentre passeggio con Neve di buon' ora lungo il vialetto deserto degli Orti.
E' splendido. Simmetria di fusti neri e rugosi ricamati da tralci d' edera verde petrolio ed un tappeto   giallo/ocra e viola. La Terra muore gloriosamente, in novembre.
Non è difficile, chissà, se non ci si oppone...
Crepitìò di foglie, come sbriciolìo d' ossa. Poi sarà polvere, restituita al vento, e poi silenzio.
La mia cagnetta segue piste irresistibili, con quel suo tartufino nero fremente. Quanto le invidio la sua perfetta felicità.

*


Il quarto chiodo ha scacciato la speranza, l' abilità d' attendere. Il cielo si oscura, la notte è un nero sudario. Ho dimenticato: com' era ridere?, com' era credere?

A sapere troppo, ad aver troppo capito, troppo inghiottito d' amaro e d' assurdo, troppo scrutato, con troppa famelica meraviglia, ci si guadagna il nulla. O l' eternità.

*

" E' ritrovata.
Che? -L'Eternità.
E' il mare andato via
Col sole.
 
Anima sentinella,
Mormoriamo l' assenso 
Della notte di niente
E del giorno di fuoco
.
Dai suffragi umani,
Dai comuni slanci
Tu là ti liberi
E voli a seconda.
 
Poi che da voi sole,
Braci di raso,
Esala il Dovere 
Senza un: finalmente.
 
Là niente speranza,
Non c' è un orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.
 
E' ritrovata.
Che? -L'Eternità.
E' il mare andato  via
Col sole."

(A. Rimbaud)

lunedì 22 agosto 2011

Indifference




Sarà così
sarà così lasciare la vita?
Onde che non ti bagnano
e gli altri cavalcano
mentre serri nel pugno il tuo mucchietto di sale?

martedì 16 agosto 2011

Il mantra dei semini di mela

Arnold Böcklin - Autoritratto con la morte che suona il violino [1872]
(foto di Galleria di Gandalf su Flickr.)
Se non la si guarda regolarmente suonare il violino del tempo appoggiata al nostro omero, lo srotolarsi progressivo del  percorso di vita sarà per buona parte oscurato dall' ombra e privo di profonda consapevolezza in grado di ispirare azioni e pensieri,  ma se con troppa morbosità il pensiero stesso si avvezza ad indugiarvi, fino a crogiolarvisi come un miraggio di pace -se pur al caro prezzo di sopportare quella sensazione di tuffo nell' orrore a livello del plesso solare-, ogni scelta od azione assumono il carattere della vanità e della vacuità.

Ma vivere -io sento- non è vano, non è vacuo, non foss' altro che per l' immane dispendio di energie cui costringe.
Il piacere che mi proviene dal mormorìo armonioso e costante dell' universo è restituito al mondo per rinnovare la sua Bellezza e rinsaldarne il ricordo nei momenti più duri: voglio credere che un sorriso tributato ad un mio simile gli migliori la giornata e che egli poi, in qualche altro suo modo, trasmetta a sua volta positività o utilità in altri.

Solo, l' udito e la focalizzazione dell' armonia cosmica dovranno essere scrupolosamente affinati perché, quando ci accade il dolore,  ogni cellula pare rifiutare ciò che allora giudichiamo la ridicola prosopopea bigotta di quel "la vita è bella".
Ciononostante, in un corpo relativamente (anche molto relativamente) sano, preferiamo quasi sempre vivere. Noi siamo una specie meravigliosamente contraddittoria.

Morire è una certezza, ma vivere è la scoperta, l' avventura. E' un concetto su cui abbarbicarsi come lichene. Speranza.

***

Mia sorella ed io siam figlie di depressi, a loro volta congiunti di depressi e suicidi. Così, per via di un sospetto determinismo biologico, abbiamo molte volte teorizzato sui semini di mela essiccati che -a detta di uno studente di chimica industriale di nostra conoscenza-  opportunamente trattati, producono un veleno mortale di sicuro effetto.
Ora i semini  sono la nostra potente cura antidepressiva: non costano nulla, non serve prescrizione, si preparano da sé, sono disponibili tutto l' anno, e, soprattutto, sono esilaranti: il suono della sola parola ci mette allegria come successe a colui che infine uscì a riveder le stelle.
Noi il nostro mantra l' abbiamo creato e personalizzato e per ora funziona.

"Mo'  (sarei io-ndr), tu non sai che cosa ha combinato quel cocainomane del mio nuovo datore di lavoro, oggi. Non sai l' umiliazione. Ci ha sbattute fuori, tutte noi dipendenti, dall' ufficio, gridando come un pazzo. Ti rendi conto? L' intero edificio l' ha sentito urlare ed inveire. Noi non sapevamo dove andare: non c' è che il nulla in quella zona industriale. Ci siamo rifugiate al bar e tutti i presenti, dipendenti di altri uffici  dello stabile, ci guardavano con compassione, senza dir nulla. Che vergogna. Che vita di merda. Per uno schifosissimo stipendiuccio da impiegata. Non è giusto subire sempre, subire tutto. Non ce la faccio più. Che vita di merda..."

"Cri (che sarebbe lei-ndr), non ti disperare. Vado a spellare semini di mela, dolce, non  disperare..."

***



sabato 27 novembre 2010

La storia breve di Virginia. Quando il vivere fa male.

Fosse nata soltanto qualche decennio dopo, il suo destino sarebbe stato completamente diverso e forse pure benevolo, anziché tragico, come, invece, si dimostrò d' essere.

Virginia Woolf era scrittrice, una donna sensibile ed intelligente, un' artista, con le intuizioni e la genialità del caso.
La nostra vita è in gran parte il  frutto di imperscrutabili coincidenze e fatalità. La neuropsichiatria moderna forse avrebbe potuto aiutarla.

Soffriva di depressione, acuita e favorita dai numerosi e crudeli lutti che subì fin dai primi anni d' età: la morte della madre, quella del padre, e quella dell' adorato fratello che condivideva la sua passione per le lettere. Nella sua giovinezza subì anche abusi sessuali da parte di un fratellastro.

Quella che lei definiva "pazzia" aveva un effetto stimolatore sulla sua produzione letteraria e le aumentò ispirazione ed intuizione creativa. Scrisse molti romanzi, in cui il più sotterraneo e contemporaneamente cosmico spirito femminile aleggiava. Sposò un uomo che l' amava.

Ma la malattia nervosa albergava in lei e le smorzava la forza e la gioia di vivere: udiva voci dentro di sé che incessantemente parlavano e non le davano pace.
Una mattina di primavera, preso il suo bastone da passeggio, lasciò la sua casa di campagna nel Sussex e si avviò verso la sponda del fiume Ouse. Riempì le tasche della sua veste con pesanti pietre ed entrò nell' acqua, lasciandosi annegare. Lasciò lettere di scuse, consapevole del dolore che quel suo gesto avrebbe causato in chi restava ed aveva cercato in tutti i modi di sostenerla. 
***

E' un quadro di sofferenza solitaria, che neppure l' amore ricevuto poteva sollevare. La sua storia mi ha sempre mossa a compassione, dettata da profonda empatia.

Penso al dolore di molti, ed alla crudeltà fatale  che determina talvolta il  nostro destino d' umani.

Penso che non si possa chiedere a chiunque di emulare il biblico Giobbe, perché non tutti siamo Giobbe ed il suo Dio di non tutti si avvede e non a tutti rivolge la parola.

Penso che siamo troppo -e scandalosamente-  soli, e che la nostra tristezza sia legittima e sempre eroica.
Spesso la tragicità dell' esistenza non sta nella solitudine in sé e per sé, rispetto alla quale ciascuno di noi potrebbe attrezzarsi spiritualmente, fosse pure accettandola od usandola per la realizzazione della propria indole, ma bensì nel non poterla vivere o subire che a metà in una situazione di frustrante inconcludenza: eternamente isolati dentro e purtuttavia attorniati da una vociferante folla fuori.
Una folla che, blaterando e gesticolando convulsamente a dispetto della tua esistenza -di cui non s' avvede e non ha alcun bisogno-, rappresenta grottescamente l' assenza, anziché la presenza di tuoi simili.
Tutto questo tiene sospesi in un limbo in cui non si è completamente né soli né uniti a qualcosa o a qualcuno: esseri incompiuti e girovaghi, desideranti in eterno una forma definita che mai arriverà.

Non si dovrebbe dibattere sull' eticità della  morte e della vita: non sono eventi accessibili alle parole, non appartengono alla sfera dell' intelletto, non possiedono logiche e percorsi determinati o determinabili: sono quanto di più esclusivamente personale ed intimo ciascuno di noi possegga, affari di ogni nostra unica ed esclusiva anima.
Ogni riferimento alle correnti opinionistiche contrapposte "eutanasia/pro-vita" mi fa, letteralmente, orrore.
E nefanda mi pare e mi disgusta la solerte pretesa di chi (Stato, Chiesa, Scienza) pretende di "difendere" il tuo diritto alla tua vita o alla tua morte quando entrambe non hanno ormai speranza di alcun sviluppo né futuro, mentre della precedente tua esistenza  - nella sua complessità od anche pesante difficoltà-, non s'é mai né accorto, né curato. Nella società perfetta, avrebbe, invece, dovuto.



domenica 31 ottobre 2010

Una magia più forte della morte

Chagall
Annabel Lee

Or son molti e molti anni
che in un regno in riva al mare
viveva una fanciulla che col nome
chiamerete di Annabel Lee:
e viveva questa fanciulla con non altro pensiero
che d'amarmi e d'essere amata da me.

Io ero un bimbo e lei una bimba,
in questo regno in riva al mare;
ma ci amavamo d'un amore ch'era più che amore,
io e la mia Annabel Lee,
d'un amore che gli alati serafini in cielo
invidiavano a lei ed a me.

E fu per questo che – oh, molto tempo fa –
in questo regno in riva al mare
un vento soffiò da una nube, raggelando
la mia bella Annabel Lee;
così che vennero i suoi nobili parenti
e la portarono da me lontano
per rinchiuderla in un sepolcro
in questo regno in riva al mare.

Gli angeli, non così felici in cielo come noi,
a lei e a me portarono invidia,
oh sì! E fu per questo (e tutti ben lo sanno
in questo regno in riva al mare)
che quel vento irruppe una notte dalla nube
raggelando e uccidendo la mia bella Annabel Lee.

Ma molto era più forte il nostro amore
che l'amor d'altri di noi più grandi,
che l'amor d'altri di noi più savi,
e né gli angeli lassù nel cielo
né i demoni dentro il profondo mare
mai potran separare la mia anima dall'anima
della bella Annabel Lee:

giacché mai raggia la luna che non mi porti sogni
della bella Annabel Lee;
e mai stella si leva ch'io non senta i fulgenti occhi
della bella Annabel Lee:
e così, nelle notti, al fianco io giaccio
del mio amore – mio amore – mia vita e mia sposa,

nel suo sepolcro lì in riva al mare,
nella sua tomba in riva al risonante mare.

Edgar Allan Poe