Ho da tempo imparato a non aspettarmi alcuna solidità e permanenza di pensiero né vera affidabilità dai colleghi umani.
(Ciò è molto, molto triste -per me-, ma non si tratta di una critica: noi tutti -è evidente- abbiamo una seria difficoltà ad essere, data questa fatale e strutturale condanna a pensarci nel mentre pensiamo d' esistere. Ma focalizzare il momento esatto in cui stiamo esistendo non ci riesce -è evidente-, giacchè quel momento, nel mentre tentiamo di metterlo a fuoco, è bell' e andato.)
Inoltre è così anche a causa dell' alta posizione conquistata sulla scala evolutiva, che ci ha resi nel contempo sì tanto potenti e velleitari senza peraltro cancellare anche fragilità, aleatorietà ed umoralità, lasciandoci in grosso e spesso irrisolto conflitto tra la nostra dotazione razionale e la nostra necessità immaginifica.
Se ci sono tipi a me totalmente invisi, d' altro canto, sono i puramente logici, i logici a tutti i costi ed in ogni situazione. Essi sono, indifferentemente, sub od iper umani, in diverse sfumature magari, e spesso molto ben camuffati da fautori del buon senso.
Imperturbabili, freddi come ghiaccio, duri come marmo: praticamente morti dentro.
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Davvero, se solo sapeste quanto vi amo, invece, umani immersi in un improbabile altrove, risucchiati in un vortice di sentimenti contrastanti alla ricerca dell' impossibile equilibrio tra idee, sogni ed azione, eternamente tentati dalla soddisfazione dell' ego ed in colpa per la bassezza di quel desiderio pur veniale, proiettati in una visione cosmica delle cose e rinserrati in una stanzuccia con finestrella sbarrata... simili e fratelli, potenziali amici, numero esiguo ed in inesorabile estinzione, disperati pur in grado di sorridere...
Ma che farsene, di questo lato amore, se i suoni delle parole che avremmo da dirci, vis a vis, si ingarbugliano in gola e si fanno groppo, e non c' è modo di farle uscire, ed in loro vece lasciamo dire qualche timido ed impacciato gesto, qualche impercettibile guizzo di muscolo facciale ...
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Su tutto, c' è il problema temporale. La spina del tempo, rispetto al quale non si riesce a rapportarsi, e che è punto essenziale, giacché nessun cruccio esistenziale umano trova sviluppo e soluzione se non si può, in qualche modo, inquadrarlo temporalmente.
Gli è che:
"Ogni coscienza è coscienza 'di' qualche cosa." (Husserl) (*)
Si pensa, in genere, di aver coscienza d' essere stati almeno nel proprio passato: cioè di ciò che è certamente verificato. Si ritiene di sapere, ad esempio, chi era, in quel dato momento trascorso, una data persona, magari proprio noi stessi. Non raramente, il passato, letteralmente, tallona l' individuo nel suo stesso presente. Ma poi sovviene il ragionevole dubbio che non sia così.
Perché è pur anche vero che:
"Se la concezione di Cartesio e quella di Bergson devono essere parimenti rifiutate, è perché cadono tutte e due nel medesimo vizio.
[Bergson: un avvenimento del passato non cessa di esistere, ma 'sta', rimane al suo posto, in quella data, per l' eternità, attraverso il ricordo interpenetra il presente, perché la durata è molteplicità; Cartesio: il passato non è più, si annulla, e tutto è soltanto presente. n.d. r.]
Annullando il passato o conservandogli l' esistenza di un dio lare, questi autori hanno considerato 'a parte' la sua sorte; isolandolo dal presente; e quale che fosse la loro concezione della coscienza, le hanno attribuito l' esistenza dell' in-sé, l' hanno considerata come ciò che è. Non vi è quindi ragione di meravigliarsi del fatto che non siano riusciti a ricollegare il passato al presente perché il presente così concepito respingerà il passato con tutte le forze. Se avessero considerato il fenomeno temporale nella sua totalità, avrebbero visto che il 'mio' passato è anzitutto mio, cioè esiste in funzione di un certo essere che io 'sono'. Il passato non è il 'niente', non è neppure il presente, ma deriva dalla stessa fonte, essendo legato ad un certo presente ed a un certo futuro. Questa 'meità' di cui parla Claperède, non è una sfumatura soggettiva che venga a infrangere il ricordo: è un rapporto ontologico che unisce il passato al presente. Il mio passato non appare mai nell' isolamento del suo 'essere passato', sarebbe perfino assurdo pensare che potesse 'esistere' come tale: è originariamente passato 'di questo' presente. " (*)
Il mio passato mi cammina a fianco perché non è qualcosa che ho, ma che sono.
E' la ragione -scopro- per cui non solo non dimentico nulla e più precisamente nessuno, ma anche per cui pretendo analoga consapevolezza negli altri che a me si rapportano.
Ciò che fai, ciò che sei, ciò che mi dici, ciò che di me vuoi o vorrai (e, specularmente, vale per me) ha così carattere permanente, di eterna valenza, a prescindere dagli sviluppi degli eventi e delle scelte materiali.
Com' è corroborante capirlo. Pur se il senso sarà compiuto con la morte.
" E' una massima riconosciuta da lungo tempo fra gli uomini, che non ci si può pronunciare sulla vita dei mortali e dire se essa è stata felice o infelice, prima della loro morte." (Sofocle) (*)
"La morte trasforma la vita in destino" (Malraux) (*)
Con affetto, ai miei preziosi elettivi lettori.
Buona sempiterna rinascita.
(* Jean Paul Sartre, L' essere e il nulla)