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sabato 17 agosto 2024

Immenso strazio di un ferragosto

 
Il senso profondo del fallimento della tua vita si palesa anche se arrivi a concludere, per una sorta di pudore ed estrema autocritica, che vivere con il mal di testa ed i dolori cronici, causati anche da un lavoro usurante che non puoi smettere di fare, è pur meno peggio che trovarsi in un campo profughi palestinese o qualsiasi altro infernale luogo di contenimento di individui trattati come subumani.
Se non sei stato tanto sfigato o così poco lungimirante da farti massacrare dal lavoro usurante in senso popolarmente inteso e soffri ugualmente, hai un problema con lo spirito di adattamento al mondo oggettivo ed alle sue liturgie, che sono schifose almeno tanto quanto, ma la moltitudine non lo capisce e non lo sa e perfino gode di tutto quello che le hanno inculcato come godibile, tipo svenarsi economicamente per fare una settimana di ferie a Jesolo tra file di ombrelloni distanti due metri e mezzo l'una dall'altra, come nei cimiteri di guerra su prato americani.
Il tutto mentre incombe la terza guerra mondiale In attesa del finale repulisti, ti tortura la noia.
Certamente, nel caso della sofferenza per ragioni che sulle prime paiono  metafisiche, ci si deve sforzare nell'immersione nel proprio inconscio e verificare se il fallimento della propria esistenza non sia infine imputabile alla pretesa, sempre inespressa e sepolta fin dall'età della ragione e forse anche prima, di conquistare la felicità sovrumana in qualcuna delle sue diverse declinazioni e sfumature, dall'amore alla pace a quel che preferite.
Ti riconosci alla fine come mistica, scettica e dicotomica, portatrice di una personalità inintelligibile e ti rimane comunque la sensazione stupefatta che la tua vita e quella di tutti siano delle insulse o pure anche eccellenti farse, poco contando se ti sia accaduta la fatalità di  appartenenza ad un censo oppure ad un altro o quale livello raggiunga il tuo QI, o quanto la fortuna ti abbia arriso.
 
Essere affetta da un'incurabile male innato, la lucidità, è un vero strazio e la condanna pratica è l'isolamento, nonostante non si tratti di malattia infettiva, anzi. 
Paradosso.
Ora, nonostante la lucida disistima di sé e di tutta l'alterità, l'isolamento è oggettivamente doloroso ed attenta in modo diretto alla naturale indole della specie, che ha reso il linguaggio "la casa dell'essere".
Si dice anche che troppa malinconia uccida (la mia storia familiare lo conferma) ma dovrò farmene una ragione, però, perché comunque non esiste alternativa.
A me non piace niente di quello che piace a così vaste moltitudini e, giacché in ogni caso trovo semplicemente disgustoso che la discriminante per poter accedere alla vera bellezza sia oggi più che mai il possesso di denaro, rinuncio alla fruizione del bello che le grinfie grossolane del mercato continuano a lordare.
Speravo almeno di riuscire a finire i miei giorni in Patagonia, a contemplare la steppa ed i ghiacciai, ma da quando ho letto su Wikipedia che un Benetton è il maggior proprietario terriero del luogo, mi accorgo che l'appuntamento con il disincanto non è procrastinabile in eterno e che non esiste via di scampo per chi si ritrova suo malgrado per dotazione di nascita, come me, in precario oscillante stato di scettico misticismo.

 
 

lunedì 22 maggio 2023

Appunti antropocentrici -15-

Ogni cosa è ferocemente squallida, fin l'aria, che sa di generale catastrofe. E non c'è una sola persona che io conosca pacificata con il mondo od almeno con se stessa.

Eppure lo spettro che incombe e minaccia queste nostre miserevoli vite non è nuovo e ci sovrasta da tempo immemorabile: lo avvertiamo solo ora che raggela le nostre personali ossa, dopo averne già sbriciolate milioni di altre, appartenenti a quelle astratte figurine che rappresentano il nostro prossimo, vicinissimo o lontano che sia: siamo mortali, ma tu pensa! Eccolo, lo sgretolamento di ogni pretesa di senso, il disfacimento dell'aspettativa di minimo decoroso futuro che da bravi aspiranti borghesi consideravamo legittima!

Il futuribile, ora, sposa il suo sinonimo fantascientifico. Domani improbabile.

Avessero avuto, poeti, maestri, preti e profeti, la decenza di non inventare le parole amore, umanesimo, fratellanza, libertà! Avessero avuto il pudore di non alimentare nelle anime ingenue utopie ed illusioni bugiarde: l'uomo non ne è mai stato all'altezza e non le persegue con convinzione. Non sa che farsene dell'aura di santità o del rendersi irreprensibile: non nell'anonimato, non se non risulta spendibile, non senza un ritorno.

La gente, in fondo, poi,  non è buona, nonostante l'ostentazione di buonismo nelle grandi occasioni ed ha l'aggravante incresciosa d'essere pure, per la maggioranza,  stupida. 

*

"Che hai, perché fai così, perché non cogli che la negatività dell'esistenza? Il pettirosso saltella e fa brevi graziosi voli tra le fronde ed il pesciolino nel torrente pare una saetta d'argento: non è una delizia? Hai la Natura." mi diceva lui.

"Ed è la Natura che mi ha resa così. La Natura, non già la Cultura. Cado nel nulla da quando esercito il pensiero. E' il nulla che incontro nelle strade affollate, negli scambi sociali, nel buio della notte. Il sospetto, atroce, è che sia l'unico onesto approdo possibile. Forse la morte è il vero premio, giacché neppure il ricordo delle passioni di un tempo, gli amori, i trasalimenti, le sporadiche tregue di bellezza, mi hanno guarita. Sempre più ignoro la ragione per cui la specie cui apparteniamo abbia sviluppato tanta sofisticata intelligenza. Non ne ravviso né l'utilità biologica alla sopravvivenza, né quella più aleatoria al raggiungimento della felicità, perché nel primo aspetto ha consentito la nostra eccessiva proliferazione, che si tradurrà in un danno, e nell'altro ci ha reso mostri di sofferenza metafisica." gli rispondevo.

Ricordo, ma flebilmente, come sono stata e non sono più e come chi mi conosce da sempre ritiene erroneamente io sia ancora. O forse hanno più ragione di quanta ne abbia io nel giudicarmi, perché ritengo pur sempre vero che l'indole è immutabile ed eterna nel profondo.

Sfinimento psico-fisico, fisico decadimento, mi lasciano stupefatta. Ne ero impreparata ed ho permesso che mi soverchiassero.

D'altronde, se io non fossi sempre io, avrei rinunciato anche a questa logorante ribellione ed accettato l'assenza di valide alternative non egoistiche al presente inutile dolore. Invece non posso. L'autocritica, feroce, trattiene almeno le mie dolci utopie sentimentali del tempo in cui guerreggiavo armata di sogni e valori supremi.

Va bene, ho fallito. Sconfitta su tutti i fronti, non ho conquistato né solide realizzazioni materiali per vivere domani dignitosamente, né la consolante edificante presenza di un affetto compatibile, un poco a me simile, empatico, capace e degno di amore. Non avrò accesso al futuro, scamperò alla più degradante vecchiaia.

E bisognerà che io impari la maggiore benevolenza verso me stessa perché intuisco profondamente la verità dell'affermazione del buon Camus che recita "... per suicidarsi bisogna amarsi molto..."

 

mercoledì 28 settembre 2022

Appunti antropocentrici -14-

 

Astenica, insonne, martirizzata da dolori cronici ed acuti tra cervicalgie e lombalgie, misantropa di fatto pur se compassionevole verso gli altri -che mi appaiono dei disgraziati tanto quanto lo sono io-,  devo arrendermi e decretare la depressione, nonché la senilità, anche se, per essere estremamente chiara, non m’interessa dissimulare né questa né quella e trovo entrambe indesiderabili ma almeno eroiche.

Se ne prenda atto: la soglia della percezione del  dolore, con questa patologia, può abbassarsi in modo paradossale e rendere la vita una specie di tortura.

La definizione nonché la spiegazione della malattia depressiva è un cane che tenta di addentarsi la coda. Nasce dall’eccesso di stress che poi si alimenta a dismisura, tra neurotrasmettitori malfunzionanti e confusi e cortisolo fuori controllo in completo cortocircuito,  sovrapponendone strati a strati che neanche la Torre di Babele.

Singolare missione quella dello stress: buono o cattivo, ti sa spronare  a reazioni salvifiche od anche  causarti un bell’infarto, ma non lo influenzi a suon di ragionamenti e persuasioni della volontà, così che se la sua origine è l’oggettiva precarietà della tua vita e del lavoro e l’orrore per le scelte di chi manovra con l’arroganza del Potere le nostre esistenze non puoi che subirlo e soccombere.

E poi davvero esiste un’alternativa che non sia la fuga per chi, dotato di ciò che dovrebbe costituire comune patrimonio umano, vale a dire quelle sensibilità ed empatia che nel sedicente eudemonismo moderno coatto  sono surclassate ad affezione patologica, suo malgrado precipita in quest’abisso?

No che non c’è.

Non c’è.

La maggioranza di coloro che conosco  vi ovvia assecondando un processo di ottundimento emozionale che corrisponde alla perdita di sé ed all’appiattimento su modelli comportamentali preconfezionati, tanto da indurmi alla classica pleonastica domanda: che senso può mai derivare da un contatto con siffatte maschere?

E perché il luogo comune la vuole sempre più malattia sociale ed io invece ne registro una variante che pare endemica e comporta in primo luogo l’esasperazione del narcisismo più sfrenato e stupido, sì da non riuscire in alcun modo, neppure in questo caso, a trarre il minimo sollievo di un’appartenenza, per quanto nefasta e dolorosa?

L’empatia, ecco, è una iattura ed una benedizione nel contempo. Si è empatici d’istinto, per nascita, o non lo si è. Se lo si è non c’è scampo: moriremo mille morti altrui, piangeremo oceani di lacrime, conseguenze e cicatrici affioreranno presto, a vent’anni inizierà un’inesorabile e rapida vecchiaia, a sessanta avremo esaurito ogni energia ed ogni giorno sembrerà verosimilmente anche l’ultimo. Il cordoglio per le innumerevoli sciagure, le più intollerabili quando derivanti da responsabilità e colpe umani, peserà come un macigno.

Restano l’accusa e lo sdegno, la stoica consapevolezza che la sofferenza almeno non sia eterna e contagiosa e muoia con noi.

Banale è la sofferenza, banale è pure la felicità, nulla è così pregnante da recare un minimo di soddisfazione ed il prezzo di entrambi è comunque la solitudine.

La noia di queste mie esternazioni è pregna di consapevolezza: avrei dovuto seguire con diligenza i consigli di Baudelaire. Inebriatevi, storditevi di passioni, ficcatevi ben dentro un qualsiasi sogno, perché la vita, altrimenti, è intollerabile.

Avevo un solo desiderio: riuscire a ritirarmi dal “mondo”, sottraendomi ai suoi usi ed alle sue logiche, rinunciando anche alle più innocenti velleità, lasciandomi vivere decorosamente ma umilmente.

Non mi rendevo conto che l’estrazione ed il destino anche del nuovo proletariato rendono questa un’aspirazione di lusso, da frustrato borghese.

E così è, anche se non vi pare.

 

mercoledì 7 luglio 2021

Piccola anima smarrita e soave -9- l'onta della resilienza

Bisognava agire prima che lo tsunami del disgusto inquinasse ogni aspetto dell'esistenza e promettesse con sempre maggiore evidenza una conclusione tanto mortificante e triste.
Bisognava capire in tempo, in giovinezza, come nutrire intelligenza ed anima e come impiegare le energie con il minor danno possibile per sopravvivere in sufficiente dignità senza sprofondare nel fango delle miserie di questo sistema prevaricante ed ingiusto, dato che l'altra opzione, vale a dire il loro utilizzo ben finalizzato nel rispetto di indole ed eventuali talenti, poco ha a che fare con la sola volontà e si scontra con elementi potenti quali l'autostima, la logistica, il censo di appartenenza, lo stesso proprio rigore.
Bisognava anche superare la stessa ragione biologica, questa ostinata innata caparbietà di preservare ed  addirittura replicare ciecamente ed  egoisticamente la vita ed optare con protervia verso il bello ed il bene, a prescindere dal loro prezzo, fosse pure quello estremo.

Noi perdenti, nonché perduti, siamo in tanti, per lo più senza voce, deficitari di parole oppure, al contrario, nauseati anche da quelle, dopo ciò che è risultata essere stata una loro scriteriata dissipazione nel tentativo di impostare rapporti umani di tutti i tipi sorretti dal dialogo.
Il dialogo: quale patetica  fanfaluca, tutto sommato. Siccome ci si vergogna del proprio intrinseco egoismo ci si finge quasi sempre estremamente interessati all'altro, purché, beninteso, possieda uno straccio di contenuti. Spesso è un modo per gratificarsi a spese altrui.
Ne ho fatto qualche esperienza anche in questo blog: corrusche amicizie di tastiera così intense e repentine da promettere l'eternità. Un'eternità presto finita. E' il massimo che ci riesca.
 
Se ciò che andava fatto non è stato neppure abbozzato e ciononostante si respira ancora tra i fetidi miasmi di una vitucola di pesanti fatiche a fronte di minimi risultati, tollerando la promessa dello stesso proprio destino di precarietà, il governo, i talk show dei media di Stato, gli eterni impuniti, la crudeltà indicibile della propria stirpe verso gli altri viventi e l'infinità degli altri mali, si è campioni di resilienza. Oggettivamente complici della vergogna.

Confido quindi soltanto sull'imperturbabile saggezza della Natura, che con più di qualche probabilità date le attuali avvisaglie, stenderà un definitivo velo pietoso sulle nostre risate e sulle nostre lacrime.

 

lunedì 4 gennaio 2016

Appunti antropocentrici -5-

Francamente, non capisco più niente di niente, mi sfuggono le dinamiche delle situazioni, private e pubbliche, che mi suggeriscono sensazioni di totale estraneità ed esclusione,  e non comprendo neppure più nessuno, come se avessi perso irrimediabilmente la chiave dell'appartenenza al consorzio umano: più ambisco alla chiarezza ed alla limpida pulizia comunicativa e più mi ritrovo sbarellata ed umiliata negli intenti.
Bisogna tacere, smettere di dare credito alle seduzioni del linguaggio, che è quasi sempre intimamente ipocrita, autocelebrativo ed egoista, determinarsi al fare e al dare, o al non dare e non fare nulla,  senza  più moleste ed inconsistenti chiacchiere?

E poi -a me pare-, mi si è come cementificato lo spirito a forza di errori, disillusioni, irrimediabile perdita di fiducia nel mio prossimo.
Davvero, non ne soffrirei così acutamente se non amassi così tanto e caparbiamente quello schifo di prossimo che non posso più idealizzare per raggiunti limiti di saggezza...

Terribile, la pietosa recita dei rapporti umani: un'intricata perenne acrobazia tra discorsi costruiti con mille parentesi, formalismi, vizi occulti e contraddizioni stridenti,  milioni di imperscrutabili sotterranei personali rinvii, postille, ritrattazioni, alibi. Insomma: un'entropia di significati, bugie, emozionalità, finalità confuse o fin troppo particolari, intenzioni e poi quasi sempre gli inevitabili e da me altamente detestati convenevoli.

Non c'è alcun dubbio, ormai, sulla totale inaffidabilità delle parole: le persone con le quali ne ho scambiate di più sono tutte risultate poi essere propense a scandalose ipocrisie, alla loquela mimetica di intrattenimento più o meno dotto e fine a se stessa, alla spudorata menzogna o  all'inconsapevole auto-raggiro, e più spesso che non hanno pure palesato una sostanziale vacuità.
Non che non sia umano -intendiamoci-: lo è totalmente, decisamente troppo, in modo sciagurato e fatale, ma  io non sono per niente specista e non tendo all'indulgenza, in primo luogo verso me stessa.

Eppure, nonostante l'amarezza, nonostante la frustrazione, nonostante il persistente disgusto, è per il dovere dello stare al mondo che il linguaggio ci è indispensabile.
La variabile, in questa missione,  è il mondo, vale a dire la vita fuori di noi: quello adatto va cercato, e poi trovato, a tutti i costi, con il dispendio di ogni forza, pena la totale dispersione di sé.

 

sabato 4 gennaio 2014

Pretesti

Ma quanto siamo tutti magnanimi.
Nella festa orgiastica che quotidianamente allestiamo in onore del nostro stesso io, noi tutti, profeti del più impudico ed osceno individualismo, che miserabilmente confondiamo con la libertà, minimizziamo l'infame peccato d'idolatria - misura della nostra autentica pochezza -, a suon d'alibi e perdono delle nostre stesse colpe.
L'altro non è che un pretesto nebuloso di necessario contatto con quanto abbiamo già deciso a priori d'escludere dal nostro mondo.

 L'altro, in fondo, non è che un diversivo, una momentanea escursione, frettolosa e breve, mentre già agogniamo a rientrare dopo il primo passo. Gli scuri, appena socchiusi a consentire l'immissione di un po' d'aria fresca nelle nostre anguste, private, un po' malsane stanze interiori.
Afrore morboso, morbo della fame d'essere.

*

Quel poveraccio l'han trovato morto, al buio ed al freddo della sua casa cui avevano tagliato i fili per insolvenza.
Solo.
Solo come un uomo.
Non è stupefacente, in quest'epoca in cui ognuno starnazza proclami sulla giustizia sociale e s'indigna e twitta stronzate pseudo-filosofiche e pseudo-umanistiche e pseudo-politiche e pseudo-e-basta, che un uomo muoia da solo, di freddo e d'angoscia, senza avere nessuno al mondo da cui ottenere aiuto, nessuno da salutare, nessuno che lo cerchi?
In fondo non  lo è: chi proclama lo fa sui propri casi, le rivoluzioni son tutte settarie e di classe, da tempo immemore il dolore dell'esistenza è segregato nelle oscure stanze sotterranee delle vicende personali ed ormai incomunicabili.
La comunicazione è una necessità, ma non ci emenda dal nostro becero ed orribile egoismo .


 

domenica 22 dicembre 2013

Parti d'emicrania.

Osservo, con grande pena e la solita sensazione di noia assassina, il progressivo disfacimento ( a causa del processo inesorabile della senilità ed anche  della sovraesposizione del proprio ego - un po' vile, molto ridicola, quasi sempre per nulla interessante -  che l'uso scriteriato e disinvolto delle varie piattaforme sociali virtuali consente ed illude di amplificare, amplificando perciò la successiva recrudescenza del vizio innato del Narciso) di  quel po' di valore - tutto opinabile, d'altronde - che volevo assolutamente attribuire a qualcuno verso cui provavo un sentimento di timida stima, soprattutto perché -  evidentemente a torto -  da me considerato capace di libero pensiero.
Illusa. 
 
*
 
Ad una persona che (purtroppo) conosco appena e che mi dice cose delicate e gentili, ho scritto d'essere stupefatta per la colossale contraddizione che in me ospito e che mi costringe a provare amore per l'umanità che in fondo disprezzo.
In una saetta improvvisa di consapevolezza, che or ora mi ha fulminata, comprendo che è il solo modo per evitare il suicidio.
Nessun essere integralmente coerente ed anelante alla verità potrebbe sopportare lo spettacolo della vita insidiato dalle sistematiche nefandezze e  miserie ad opera della schiacciante maggioranza degli uomini.
E' necessario sdoppiarsi e pietosamente mentirsi.
 
*
 
 
I sostenitori dell'eterno negano il nulla.
Ma i due, in fondo, ammiccano.
 
 
*
 
Sono certissima d'essere stata, in qualche momento, molto felice.
Ritengo sia successo per pura disattenzione, probabilmente a causa di una miscellanea di diversi elementi.
Sarà andata così: ero ragazzina, non soffrivo di alcun disagio fisico, la mia tana era ancora custodita da chi mi ha generato, sapevo abilmente sognare, la mia vanità era soddisfatta da un discreto interesse altrui nei miei confronti, potevo spesso rigenerarmi nella Natura.
Ora, se pur alle stesse condizioni, proverei vergogna a dimenticare i dolori altrui, umani ed animali.
Ecco perché compiango gli individui felici.


sabato 17 agosto 2013

Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.

Mai stata più chiara di così l'oscurità in cui versa il mondo.

Ho immenso disgusto ed immensa pietà per i nostri difetti umani.
 
Quale gigantesco schifo mi son procurata di raccogliere. E poi, perché? Per l'ingenuità di amare - idiota -, senza neppure la verifica dell'oggetto. Come se l'umanità meritasse amore.
Idiota.
 
 
Nulla sarebbe stato più opportuno che non nascere affatto, se poi l'approdo è questa nausea senza riscatto.
Eppure, se Sileno aveva indubbiamente e pienamente ragione a proclamarlo nella sua privilegiata e fatale posizione di ubriacone immortale che la sa indefettibilmente lunga, m'accorgo che sarebbe bastato, per essere felice, impedire semplicemente che l'intelligenza varcasse una data soglia e s'accontentasse magari d'essere soltanto supporto al corpo, già di per sé abbastanza - anzi indicibilmente -, meraviglioso meccanismo atto a cogliere la Bellezza.

Immaginare è l'inappellabile condanna al dolore, dato che innesca quella spirale di desideri che, soddisfatti o non soddisfatti, ne provocano sempre di nuovi.
 
*
 
Continuo infatti ad immaginare le spiagge dei mondi senza fine del buon Hermann, ma praticamente deserte, fatta eccezione per qualche amico cane, un paio di elefantini, Jonathan il gabbiano: sarebbero bellissime e riposanti, accarezzate da leggero vento - un vento che scolpisce sempre nuove dune, fantasmagoriche ed imprevedibili - , ed il vento recherebbe i sussurri di tutte le parole non ancora udite, ed io potrei, senza più diffidenza e dubbio, finalmente saperle vere.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.

Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
.
Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su  qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.

Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.


 

sabato 29 giugno 2013

Tipi -13-

In sunto, ciò che mi lascia stupefatta, è la loro indiscutibile abilità a comportarsi come se quel dato comportamento fosse non solo naturale, ma pure congruo.

Loro sanno, perfettamente, che stare al mondo significa impelagarsi nelle sue regole di massima, aderendo a quel che pare il generale buonsenso e le norme della loro comunità,  e che chi non sa farlo o non può - a meno che non sia icona pubblicitaria di un anticonformismo ostentato - soccomberà presto e senz'ombra di dubbio. Ciò basta a rendere sospetta  la loro stessa sedicente "scelta" di appartenenza e di adesione. Abdicare ai propri bisogni più originalmente umani in nome dell'ordine del consorzio di appartenenza e delle comodità conseguenti a me pare alto tradimento verso quella porzione di libertà (d'amare, d'esprimere, di dissentire, d'essere) che non ledendo in alcun modo quella altrui resta dovere verso sé stessi.

In fondo sono molto democratici: rispettano la dittatura delle maggioranze. Democrazia, infatti, non ha attinenza con la libertà: confonderle assimilandole è davvero superficiale.

Quale contrappeso, costoro ingoiano e seppelliscono i loro più sotterranei e sinceri impulsi passionali, sentimentali, poetici, fantastici, incorrendo loro malgrado nella finzione o nella rinuncia.

Ci vuole un fisico bestiale a fingere per tutta la vita, perché l'eco delle emozioni perdute - che, chissà come, pur se aborrite o mai sperimentate ciascuno pare ugualmente conoscere, come fossero un patrimonio comune di memoria universale - affiora di notte, nei sogni, o in certi fulminei istanti, suggeriti dal crepuscolo, dall'aurora, dall'osservazione di un qualsiasi dettaglio di una qualsiasi cosa od accadimento. A patto che l'ottusità (male degenerativo progressivo) non abbia già completato lo sterminio dei neuroni della meraviglia e della conoscenza.






sabato 1 giugno 2013

Nottetempo -2- Ci vorrebbero un po' d'ordine e pulizia.

Per quanto mi strazi confessarlo - ché ciò corrisponde al rigirare nella piaga l'eterna lama acuminata della delusione cocente che solo il nostro simile sa magistralmente arrecarci -, temo di aver incontrato, nella mia esistenza, quasi esclusivamente individui deficienti dal punto di vista relazionale.
(Non escludo che ciò sia diretta conseguenza di un'oggettiva rarefazione nelle frequentazioni mondane ma il mio saggio pessimismo mi suggerisce che, semmai, tra le moltitudini, i fenomeni osservati in scala ridotta aumentano in  modo esponenziale).
 
Chi si trova in quella condizione difetta - naturalmente - di qualche cosa, più o meno essenziale alla serena ed appagante conduzione di un rapporto umano, sia di semplice socialità, sia d'amicizia, sia d'amore convenzionalmente inteso o segretamente custodito nell'anima.
 
L'elemento la cui assenza grava più di ogni altro, è la voglia e la capacità di regolare il  linguaggio su di una sintonia  ed un vocabolario condivisi.
Non so descrivere quanto io mi senta ormai disgustata, ferita ed orribilmente annoiata dal suo cattivo e avarissimo uso, perché, di certo, se c'è una cosa di cui sento prepotente bisogno è l'incontro in senso dialettico con le persone, in un tentativo di accoglienza e riconoscimento reciproci semplicemente umani ma sostanziali, ricchi di contenuto e privi di fraintendimenti, ma il livello massimo  di cui ormai l'individuo è capace (o disposto ad accordare, o di cui si rammenta i termini) rimane confinato a gelidi intellettualismi o  mortificanti formalismi spesso mendaci e strumentali all'ottenimento di qualcosa e quasi sempre terribilmente mediocri.

Cristo, se è difficile esprimere qualcosa senza poter dire tutto!
"Morenismi", li chiama un mio amico.
Per forza. Sono gli scavi  del mio sottosuolo, talmente veri ed assurdi da non poter essere detti che in codice criptato, ovvero nel linguaggio intuitivo condiviso proprio di un'eventuale affinità elettiva.
Improbabile.

*
L'esistenza sta diventando un vero tedio, a causa di questo, e temo che la sola cosa da fare sia digerirne l'aspra verità con il massimo del decoro personale, finché si regge.

Come scrisse Hemingway? "Basterebbero un po' d'ordine e pulizia", pur nella consapevolezza che comunque tutto questo rimane niente, e niente, e niente.

(Non è stupefacente, per esempio, l'espediente di chi ha la fede, di chi, più o meno criticamente, decide di aderire ad una religione? Credere in Dio, cioè in qualcosa di invisibile ed intangibile, che non ti parla, che è massimamente indifferente ai tuoi tormenti - e che nelle gioie ti scordi ovviamente di ringraziare -, che a dispetto della sua sedicente onnipotenza non fa comunque nulla perché, pur se suo prodotto, sei uscito difettato dalla macchina e meriti una vita da incubo, anche se hai solo tre anni e sei nato casualmente in un Paese del Terzo Mondo, oppure sulle spiagge di un oceano che di tanto in tanto spazza via te e tutti i tuoi ammennicoli e stracci con uno tsunami più veloce di una saetta. Ma che vuoi farci: basta l'idea di "ordine e pulizia" che il Dio buono ripristinerà, prima o poi, per tacitare le angosce.)

Ma io non la penso affatto così: i niente sono di tante specie e fogge; rimane la minima libertà di scegliere il più adatto a sé stessi, il meno bugiardo, il più coerente.
E' orribile avere la capacità di scorgerlo e non poterlo afferrare per ragioni estranee alle proprie forze ed alla propria volontà.
Essere schiavi per indigenza, è orribile.
Essere schiavi di fatto e liberi dentro.
Sapersi vivi e vivere da morti.

E non poter far intendere a nessuno quanto sia grande simile ingiustizia.
 
 

venerdì 26 aprile 2013

Leggerezza, pesante impresa.

Forse la lucidità di giudizio delle cose del mondo è direttamente collegata ad una condizione minima di equilibrio psico/fisico, senza il quale si rischia di rendere a sé stessi la verità talmente abbacinante  da restarne sopraffatti totalmente e poi paralizzati, oppure, al contrario, la si obnubila completamente fino a giungere ad una patetica forma oracolare priva di congrua obiettività ed irrazionale.

Nei più testardi ed onesti lo sguardo si avvezza e si regola poi - con qualche personale e talvolta stravagante espediente - alla luce violenta, ed allora cadono i veli,  gli alibi e le illusioni (in modo particolare le favole che il nostro stesso senso di pietà auto-assolutorio raccontava a noi stessi per consentirci di schermare l'oggettiva disperata e scandalosa solitudine del vivere) e si comincia a digerirla, in un supremo balzo di furioso e dignitoso coraggio.

Sarebbe forse auspicabile non arrivarci mai con proprie induzioni, perché, una volta arrivati, il senso della verità è terribile e temibile. Ti fa venir voglia di smettere. Tutto quanto.
Prima, però, una che passa il tempo, suo malgrado, a cercare di lucidarsi a specchio i giudizi,  potrebbe aver ancora un pizzico di energia per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ben sapendo che non conseguirà assolutamente alcun  fine positivo né riuscirà a trarne minimo giovamento.

Ora, una cosa che mi pare di aver imparato è che noi umani siamo condannati a parzializzare.
Se viviamo una cosa, non ne possiamo vivere anche un'altra; se una persona ci pare attraente ed interessante per un aspetto, saprà ben presto smorzare il nostro entusiasmo con l'esibizione di suoi imperdonabili difetti o mortificanti contraddizioni;  se facciamo una scelta la dobbiamo bilanciare con altra rinuncia;  se procrastiniamo la definizione della nostra vita moriremo irrisolti.

Ma la cosa più interessante e pure devastante è di una banalità oscena: pur avendolo compreso - dato che presto o tardi deve sempre succedere -, non possiamo reagirvi, ed accettiamo l'umiliante giogo del vivere parziale accompagnati dalla silente presenza costante di una nostalgia mordente e graffiante per tutto ciò che si continua a perdere.
Stiamo così ad osservare, impotenti, l'emorragia della nostra stessa anima, che si perde e si estingue in mille rivoli di rimpianto.
Rendere bastevoli gli istanti di tregua, in cui sfioriamo un piacere perfetto ed effimero, è la nostra più alta forma di eroismo.

Soffrire è conoscere, conoscere è soffrire, in special modo di delusione: l'umana più complessa e completa architettura conduce alfine al disamore per la vita, deterrente ad una qualsiasi partecipazione i cui presupposti, ben presto, verranno puntualmente disattesi.

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Siamo stati e saremo, nelle mille parodie parziali della nostra vita, un'infinità di persone e tutte loro sono sempre una: quella che alfine rimane sola a stupirsene, nel tentativo di ricomporsi.
 
Ricordo quel ragazzino di forse undici anni, solare e sveglio, che gridò al volo a quella giovane donna a lui sconosciuta che sfrecciava sulla sua bicicletta , trafelata, per incontrare un amore che sarebbe più avanti, come tutti gli altri, finito: "Ma quanto è bella, signorina!", e c'era una specie di gioia disinteressata nel declamarlo al vento.

Eppure lei non era, né s'era sentita mai, né aveva desiderato in modo particolare d'essere, bella. L'impermanente felicità, semplicemente, la stava, a sua insaputa, illuminando.

Felicità ed angoscia sono bagliori improvvisi ed ingestibili.
Ora so anche che sono totalmente inutili ed insensati per chi non è capace d'accettare il gioco delle parti che si avvicendano e vicendevolmente si contraddicono ed annullano.
Ci vorrebbe leggerezza: una delle più pesanti imprese, se va contro la propria natura.

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domenica 16 dicembre 2012

Etica delle etiche

Quanto è istruttivo riflettere su noi stessi, e quant'è utile l'osservazione priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo/passionale dei propri simili: risulterà propedeutico a alleggerirsi da tutto ciò che costituisce incrostazione ed espediente. (Ah: io adoro la pulizia!)

Bisogna essere implacabili, severissimi, se ciò che preme è incamminarsi verso un'approssimazione di verità. Si tratta di una partita tutta personale, in cui non c'è nulla da vincere di tradizionalmente mercantile, ma la cui posta è comunque preziosa per chi ha in noia le contraddizioni.
Contraddirsi è un prender tempo, nell'inconsapevole ingenuità del dimenticare che siamo meccanismi a termine.
 
E' stupefacente guardarci vivere, anche quando è drammatico.
Non c'è, oggettivamente, limite alcuno agli alibi che concediamo a noi stessi, in particolar modo quando sono in ballo quei pochi capisaldi teorici e talvolta perfino  cervellotici che paiono fondamentali a mantenere una certa consapevolezza di sé.

Innumerevoli volte ho ascoltato i pretesti di chi assolve non soltanto le sue stesse debolezze, ma anche le cose palesemente sbagliate.
"Siamo solo umani", si dicono, mi dicono.
"La vanità? Non è grave" aggiungono, "tutti aspiriamo ad emergere, a prevalere, ad affermarci, ad imporci al mondo, al piacere: è un pietoso tentativo di sconfiggere la morte"
"La doppiezza? Prassi comune, spesso tecnica di sopravvivenza" sostengono.
"L'individualismo, la sete di potere, l'egoismo, il narcisimo? Umanissimi, normali elementi umani".

Ogni cosa è concessa, così come il suo esatto contrario. L'etica è una libera illazione. Ci sono infinite etiche.
L'etica delle etiche sta nell'accettazione che non esiste una sola etica.

Chi tenta di uscire dall'approssimazione, dall'aleatorietà, è dannato; chi cerca l' athanor ove riforgiare il più autentico sé stesso è un sacro pazzo.

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Ci sono dei momenti in cui mi servirebbe disperatamente fare il punto della mia vita, per fornirle una base di equilibrio qualsiasi, epperò non posso.

Non posso perché, se pure addivenissi ad una qualsiasi decisione, se pure ne trovassi uno dei bandoli, sì da sperare poi di dipanare l'intera matassa, non potrei in alcun modo evitare di inciampare nei numerosi nodi di cui è disseminata e che mi sono estranei e indisponibili come, ad esempio, gli altri umani, senza i quali io non avrei potuto vivere affatto.
Ciò è sconfortante e fortemente dissuasorio, perché quel che mi è davvero chiaro e che mi pare inconfutabilmente vero è che io, quegli altri, non li capisco, non li ho capiti al tempo, e non li capirò mai.
Se così non fosse non patirei tanto disagio nell'osservare le loro azioni ed il loro stile d'essere, così noncurante dello stato di pulizia di quelle stesse loro anime.

Queste parole, cacciatrici di un punto, si guardano stupefatte, conscie di non trasmettere il messaggio che rimane, per sua origine e fine, eternamente incomunicabile.

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sabato 14 luglio 2012

Atipici -1-

Il sottostante scritto avrebbe potuto intitolarsi, avventatamente, "Tipi -9" ed aggiungersi ai precedenti in naturale sequenza. Per fortuna mi sono avveduta per tempo dell'insita contraddizione. Infatti qui sotto non si scrive di tipi umani. Qui entriamo con lenti speciali nei micromondi sempre sconosciuti.

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E' da un po' che ci giro intorno, che tergiverso, che provo a glissarla, che ci edifico attorno e sopra -io che sono da sempre una creativa fallita perennemente dilettante- fregi e merli, pensieri architettonici in sovrappiù, ricami ideali e sfumati sfondi -coreografia di salvamento, malinconica strategia di disperata sopravvivenza-, e l'ho fatto per non essere precipitosa, od eventualmente ingiusta ed ingenerosa, ma stamattina ho avuto il coraggio di ispezionarmi con minuzia e distacco allo specchio e così l'ho vista, e, giacché la viltà, ai miei occhi, è il più ripugnante degli espedienti cui ricorrere per alleggerire il senso della nostra miseria esistenziale, ho dovuto prenderne clamorosamente atto.
Ovvero: lasciare che la verità di quanto ho visto e che da sempre conoscevo allo stato larvale, gocciolasse dentro, in stille incandescenti ed acide.
Lo scarafaggio kafkiano non ha più alcun segreto, per me: ci somigliamo come gemelli, ma fin dalla nascita.
Sì, perché scarafaggi si nasce, non si diventa. Scarafaggi si è all'origine, e l'orrendo risveglio rappresenta piuttosto il disvelamento compiuto, non già la fine di un processo di metamorfosi.

E' perfettamente conseguente la deduzione che una blattodea non ruscirà in alcun modo a sentirsi realizzata o compresa in un mondo d'umani-tipo, nonostante la sua stessa natura l'abbia obbligata ad un lungo processo di mute susseguenti, in cui, di volta in volta, lei rafforzava la sua folle convinzione -evidentemente suggeritale dall'inconsapevole  e sovrastante legge mimetica naturale- d'essere, per l'appunto, umana e finanche troppo umana.

Così, ora che ho smesso di girare ed ho spalancato gli occhi, mentre la pianto di cercare motivi e capri espiatori vari per motivare la mia  blatta.realtà, giusto per rendere decorosamente leggibile questo post, come fosse una novella un po' macabra, ma forse pur  sempre, limitatamente a qualcuno, di qualche interesse, elencherò qualche uso, accadimento e costumanza di uno di noi 4000 scarafaggi androidi esistenti.

  • Ogni vita è un non sense. Gli umani hanno escogitato tutta una serie di espedienti per convincere sé stessi che invece no e basterebbe cercarlo, o adottarne uno qualsiasi già confezionato ed in uso. Lo scarafaggio non ne è assolutamente capace perché dilaniato dal dubbio e da mille interrogativi di coscienza ed inoltre a conferma, per tutta una serie di straordinarie casualità, gli accadono le cose più assurde e rare. Da ciò se ne potrebbe anche dedurre che egli funga da parafulmine cosmico alle tempeste di sfortuna, ma, naturalmente, così non è, perché quest'ultima ipotesi investirebbe comunque di  un senso le sue sofferenze. Invece il senso -già s'è detto- non c'è mai ed è possibile soltanto fingerlo.
  • Lo scarafaggio -com'è comprensibile, data la sua eccentricità- non riesce sempre a tradurre in parole umane i suoi reconditi pensieri né a trasmettere fedelmente agli altri la giusta prospettiva per consentire loro di interpretarli, cosicché può succedere che nel mentre egli si arrabatta per rendere l' idea con una certa precisione, quelli son già partiti per la tangente più a loro confacente e sbrigativa.
  • Lo scarafaggio tira un mezzo sospiro di sollievo quando s'accorge che nei rapporti infra-umani succede pure così. Ma nel deglutire questa considerazione, ne sente tutto il sapore amaro. Perciò vi si oppone  intimamente (lo scarafaggio è sempre un idealista) e si sente, singolarmente e molto, oppresso da  pesante dispiacere.
  • Lo scarafaggio è inizialmente uno spirito di sinistra, a causa di un viscerale amore verso gli oppressi. Siccome aborre i compromessi, più tardi propende per un nobile ideale anarchico a-violento per poi, successivamente,  scoprire che quale che sia la bontà di un iniziale intendimento l' uomo saprà sempre e comunque corromperlo ed infestarlo di egoismo spicciolo. In conseguenza di ciò, lo scarafaggio non potrà più credere in nulla.
  • Esso ama molto intensamente, ma fino a quando ama e non un istante di più. Di ciò gli umani, che hanno istituzionalizzato l'amore, si spaventano e scandalizzano, ma a lui pare perfettamente congruo e perfino onesto. 
  • Lo scarafaggio detesta le mode. Le vetrine, i termini 'outlet- fashion' lo intristiscono. Non indosserebbe mai gli stivali sopra i jeans se non per andare a pescare peoci. Ha una certa sua idea di eleganza e stile, anarchiche pure quelle. Odia in egual misura la sciatteria e la trascuratezza. Ma tutto ciò appartiene al suo intimo gusto o disgusto e prova a non renderlo un pregiudizio che penalizzi i suoi rapporti con gli altri.
  • Lo scarafaggio patisce massimamente lo stress del vivere. Talvolta ha un lavoro pesantissimo anche fisicamente. Le sue zampette a sera gli fanno così male e desidera così tanto il riposo del sonno da crollare sulla tastiera. Rivolge un dolce pensiero ai suoi pochi amici e lettori, e s'eclissa nella sua piccola tana, prima che qualcuno, innervosito dalla sua petulanza, lo centri con una mela diritto al cuore.


giovedì 17 maggio 2012

Consapevole finitudine

Nel sogno, stanotte, i due guerrieri indossavano pesanti armature da paladini e dietro l' elmo celavano i volti di due persone a me note, cui voglio bene. Uno cercava di motivarmi per farmi restare dove sono, un altro, all'opposto, mi incoraggiava a seguirlo altrove in cerca di felicità, e brandiva un'ascia bipenne, che solo ora apprendo essere evocativa del potere del fulmine e della tempesta.
Non ricordo la mia scelta, ma, se non ho equivocato per l' intera mia vita sulla mia stessa indole, posso certamente immaginarla.

Mi sono alzata con un sentimento di indignazione, come se scoprissi per la prima volta che esiste una questione esistenziale di fondo intollerabile e di suprema  insensatezza.
Ma come: ho soltanto questa vita che non potrò mai dire risolta e compiuta e non (mi) succede assolutamente nulla? Non faccio niente, non rivoluziono il mio presente, non spacco ogni cosa, non urlo come un'ossessa, non impazzisco?
Avrei voluto conoscere e fare talmente tante cose che neppure la più longeva delle esistenze bibliche avrebbe potuto contenere.

L'intero universo persegue lo scopo di minimizzare la vita di ogni individuo, di trattarla in modo sprezzante, di umiliarla. Ma lo fa senza traccia di malvagità, con placida noncuranza.
E' talmente evidente la fragilità dei corpi: una caduta accidentale ci spezza le ossa, una strofinata contro una superficie ruvida e dura ci strazia la pelle e ci fa sanguinare, l'invisibile virus ci uccide, una pena d'amore ci mina il sistema nervoso, la malattia distrugge perfino il pensiero.

La misera condizione di tutti coloro che si arrovellano a dire senza osare il fare, ad esternare opinioni sfinendosi di narcisismo, ad invocare rivoluzioni pubbliche stritolati nell'ancien régime della vita privata, ad accettare la scappatoia della trascendenza per non soccombere di follia nel fissare lo sguardo vuoto della realtà...

Non potrò mai essere quel che avrei voluto, fare quello che mi piaceva immaginare,  conoscere ciò e chi desideravo: la vita è troppo breve, i mezzi fuori portata, le persone viscide e scostanti, capaci di gonfiare di parole il prossimo pur di celargli i loro miserucci edonistici fini.

Vorrei sapere che farmene, di questa consapevole finitudine, anzi: vorrei disinteressarmene nel modo più totale (in fondo non mi riguarda affatto la cosa o la non-cosa che sarò una volta morta: io ho urgenza di vivere da viva) e, nel mentre, razionare le mie energie superstiti per qualcosa che valga, che sia degno, che sia vero.

Da ora, di conseguenza, tornerò al mio antico istinto che, assai poco saggiamente, ho lasciato alle porte dell'ingresso all'età adulta sposando quella pragmatica tolleranza che non conduce che alla disperazione.
Lascerò che mi conduca verso il vero vero amico, il sano desiderio, le anime davvero belle,
e smascheri le inutili  e mendaci parole.


martedì 10 aprile 2012

Tipi -7-

Sono innamorati  delle loro illusioni e sedotti dai loro specchi.
Lì dialogano pemanentemente con sé stessi, prigionieri di pretesti ed idee, anche quando fingono o sono effettivamente convinti di parlare all' altro.
L' altro non è che il pretesto per combattere una noia serpeggiante, patologicamente umana, da cui non c' è scampo se non nelle momentanee esaltazioni.
Le azioni ed i fatti, però, hanno il potere di svelare il loro idillio, forse pure a loro stessa insaputa.
Solo nella finzione sopravvivono.
La maggioranza di loro non lo sospetterà mai e continuerà  a raccontarsi la storia antica dell' amore che consola, dell' amicizia che salva, dell' arte che riscatta.
Identificano la libertà di pensiero con l' eccentricità, cadendo nel peggiore dei formalismi.
Nulla, in loro, vorrà mai intraprendere una qualsiasi azione per esercitare la realtà ed appropriarsene con la più naturale delle propaggini della coscienza, il corpo.

*
Questo corpo che duole.
Dall' osso occipitale ai lombi.
E disturba i sogni.
Demotiva le speranze. Ci vuole forza a sperare. Forza e lucidità. Muscoli, nervi, riflessi vivi.
Saluto il perduto corpo elettrico, in diretta connessione cosmica.
La sola fuga da tutto ciò che fa male, dall ' intollerenza ai vizi umani, è il sonno.
Benefica e compassionevole, la notte.
*




    .

giovedì 29 marzo 2012

Plurale maiestatico

- Suvvia, finiamola.
Finiamola con la mastodontica ipocrisia di lasciar intendere che i nostri intestini sentimenti, che la nostra coscienza più pura, che la nostra vera vera natura sono semplici ed elevate al contempo. Finiamola di addurre mille pretesti mollicci e friabili per acquietare le nostre più autentiche brame. Quelle ci lacerano le carni, mordendole da dentro, anelando alla manifestazione più oscena e senza più veli: è soltanto un certo retaggio ideologico ormai decadente che ci fa fingere d' aspirare alla bellezza. Noi non aspiriamo affatto alla bellezza. Noi aspiriamo alla sola crapula, estensivamente intesa.

-  'Bla, bla, bla...' Ma che hai? Di che parli..., datti una calmata, una buona volta. Riconciliati con il mondo. E chiudi sto cazzo di blog esistenzialistico e velleitario. Farai saltare i nervi ai Preziosi ed Elettivi, che già ti usano la cortesia di transitarci.
E poi, con chi ce l' hai?
Tu e quell' odioso plurale maiestatico ambiguo e supponente o -peggio del peggio-  sarcastico., o -fin peggio del peggio del peggio- amaro. Vittimisticamente amaro.
Non lo sopporto. Ti odio.
Non sei né papa, né rettore, né regnante: non lo puoi punto usare. E se il tuo intento è, invece, ironico, sappi che non è manco simpatico.
In ogni caso, che c' è di male nel desiderare il benessere ed il piacere? Non ti ricordi che i contrari non possono conciliarsi?
Benessere e piacere non possono per loro natura contemplare il male: che vuoi fare: becero moralismo in linea con il peggior pensiero clericale di stampo medioevale?

- Ah, così l' hai intesa! Non avevo dubbi sulla tua incapacità di comprendere: sei afflitto da cecità intellettuale, da dozzinale benpensantismo.
D' accordo, allora: supponiamo che tu sia in buonafede -cosa che, nel nucleo, non è quasi mai possibile-. Provo a dirlo in altri modi.
Innanzitutto, almeno, smettiamola di ritenerci speciali, superiori, toccati dagli dèi. Smettiamola di pretendere equilibri impossibili in noi, di aspirare al sublime . Prendiamo atto, con onestà, d'appartenere ad una specie subdola e bugiarda nel dna.
E lo sai perché dovremmo? Perché con la scusa del "non siam perfetti" abbiamo autorizzato e costantemente autorizziamo ogni scandalosa contraddizione in noi.

- O bella! E perché dovrebbe poi mai essere "scandalosa" una contraddizione? Trattasi di contraddizione e basta. L' hai pur detto: siamo soltanto umani.

- Allora spiegami a che serve parlarci, se comunque ciò che ci comunichiamo è solo in parte ciò che pensiamo.
A che serve palesare un pensiero se il tuo interlocutore non lo sa recepire giacché non tenta di capirlo ma si limita a tradurlo nel suo linguaggio.
A che serve dirsi 'umanisti e filantropi' se è soltanto per gli agi fisici, per il denaro, per il potere personali che ci attiviamo.
A che serve dirsi credenti in Dio ma temere la morte, la povertà, il dolore.
A che serve avere amici teorici e sentirsi disperatamente soli.
A che serve la libertà se non si sa che farsene e la sola cosa che riempia di senso le nostre giornate resta la schiavitù del lavorare o del desiderare di poterlo fare.
A che serve l' immaginazione se ogni nostra scelta reale attira come carta moschicida l'inevitabile obolo di piccole e meschine viltà del vivere.

- Giudichi. Che ne sai degli uomini? Quel che supponi. Nient' altro. Ed allora è così che tu sei, per forza.

- So quel che fanno e che io non ho fatto. Ecco: basta questo.
E se non mi credi, poco importa. Vaffanculo.


lunedì 26 marzo 2012

Ma si può essere più liberi di così? -2-

Dopo essercisi infilati con scrupolosa invasività ed averci investito la maggior parte delle proprie energie psicofisiche nonché la più sfavillante immaginazione, sulla via dell' inesorabile, dolce e perdutamente malinconico declino della propria vita (quel declino di cui a nessuno si dirà mai per una questione di vano orgoglio ed oggettiva impossibilità di consegnare il proprio cuore in qualsivoglia altrui mani), si inizia a sospettare che l' intera passata esistenza non sia stata altro che un tergiversare e che siano irrilevanti nella stessa misura acquisizioni e perdite, gioie e dolori, tentativi e rinunce, parole dette  e silenzi.

La sola, l' esclusiva ragione di personale e tacito vanto -conquista impalpabile perché immateriale, lieve soffio d' auto-perdono- sta nel sapere che mai, neppure per un istante, ci si sia sottratti al fuoco sacro del vivere, per non guadagnarci altro che la certezza -impareggiabile- d'aver partecipato, d' aver agito, d' aver nutrito istanti con velleità d' eterno senza che, nel mentre si agiva e si amava, si inquinasse quel vivere stesso nel calcolo della convenienza -che è sempre destinato alla preservazione degli agi del solo corpo-, nella triste e squallida partita  contrapposta tra mente ed anima.

Ho composto la mia piccola vita sulla suggestione di una sorta di ditirambo dionisiaco, nonostante ogni dettaglio della mia personalità debba combattere la consapevolezza di un imperturbabile Nulla di titanica forza.
Libera di amare sempre perfino anche l' amore immeritevole e sbagliato, libera di porvi fine, in scelte che il mondo intero giudica folli.
Non so dire se gli ' errori' siano imputabili ad una mia iniziale eccessiva propensione al sogno, che più di ogni altra cosa ingentilisce e ricama ogni realtà, oppure alla cieca protervia  che mi induce a supporre 'grande' ogni essere umano.
Comunque sia è sempre illusorio.
Soprattutto, è a termine. 

* 
L' uomo vuol protrarsi, durare, essere ancora, essere sempre.
Ma non sa che cosa.
Fusto privo di vera linfa.
Fusto inaridito ed avido di respiro perenne, ma senza lacrime, senza baci, ignaro di tenerezza.
Legno che si fa pietra.
Ai miei occhi la paura della morte è imperdonabile: tu la paventi, ma nel frattempo sei già morto.

Ed invece il ciliegio ha saputo finanche anticipare le sue fioriture.