sabato 17 agosto 2024
Immenso strazio di un ferragosto
lunedì 22 maggio 2023
Appunti antropocentrici -15-
Ogni cosa è ferocemente squallida, fin l'aria, che sa di generale catastrofe. E non c'è una sola persona che io conosca pacificata con il mondo od almeno con se stessa.
Eppure lo spettro che incombe e minaccia queste nostre miserevoli vite non è nuovo e ci sovrasta da tempo immemorabile: lo avvertiamo solo ora che raggela le nostre personali ossa, dopo averne già sbriciolate milioni di altre, appartenenti a quelle astratte figurine che rappresentano il nostro prossimo, vicinissimo o lontano che sia: siamo mortali, ma tu pensa! Eccolo, lo sgretolamento di ogni pretesa di senso, il disfacimento dell'aspettativa di minimo decoroso futuro che da bravi aspiranti borghesi consideravamo legittima!
Il futuribile, ora, sposa il suo sinonimo fantascientifico. Domani improbabile.
Avessero avuto, poeti, maestri, preti e profeti, la decenza di non inventare le parole amore, umanesimo, fratellanza, libertà! Avessero avuto il pudore di non alimentare nelle anime ingenue utopie ed illusioni bugiarde: l'uomo non ne è mai stato all'altezza e non le persegue con convinzione. Non sa che farsene dell'aura di santità o del rendersi irreprensibile: non nell'anonimato, non se non risulta spendibile, non senza un ritorno.
La gente, in fondo, poi, non è buona, nonostante l'ostentazione di buonismo nelle grandi occasioni ed ha l'aggravante incresciosa d'essere pure, per la maggioranza, stupida.
*
"Che hai, perché fai così, perché non cogli che la negatività dell'esistenza? Il pettirosso saltella e fa brevi graziosi voli tra le fronde ed il pesciolino nel torrente pare una saetta d'argento: non è una delizia? Hai la Natura." mi diceva lui.
"Ed è la Natura che mi ha resa così. La Natura, non già la Cultura. Cado nel nulla da quando esercito il pensiero. E' il nulla che incontro nelle strade affollate, negli scambi sociali, nel buio della notte. Il sospetto, atroce, è che sia l'unico onesto approdo possibile. Forse la morte è il vero premio, giacché neppure il ricordo delle passioni di un tempo, gli amori, i trasalimenti, le sporadiche tregue di bellezza, mi hanno guarita. Sempre più ignoro la ragione per cui la specie cui apparteniamo abbia sviluppato tanta sofisticata intelligenza. Non ne ravviso né l'utilità biologica alla sopravvivenza, né quella più aleatoria al raggiungimento della felicità, perché nel primo aspetto ha consentito la nostra eccessiva proliferazione, che si tradurrà in un danno, e nell'altro ci ha reso mostri di sofferenza metafisica." gli rispondevo.
Ricordo, ma flebilmente, come sono stata e non sono più e come chi mi conosce da sempre ritiene erroneamente io sia ancora. O forse hanno più ragione di quanta ne abbia io nel giudicarmi, perché ritengo pur sempre vero che l'indole è immutabile ed eterna nel profondo.
Sfinimento psico-fisico, fisico decadimento, mi lasciano stupefatta. Ne ero impreparata ed ho permesso che mi soverchiassero.
D'altronde, se io non fossi sempre io, avrei rinunciato anche a questa logorante ribellione ed accettato l'assenza di valide alternative non egoistiche al presente inutile dolore. Invece non posso. L'autocritica, feroce, trattiene almeno le mie dolci utopie sentimentali del tempo in cui guerreggiavo armata di sogni e valori supremi.
Va bene, ho fallito. Sconfitta su tutti i fronti, non ho conquistato né solide realizzazioni materiali per vivere domani dignitosamente, né la consolante edificante presenza di un affetto compatibile, un poco a me simile, empatico, capace e degno di amore. Non avrò accesso al futuro, scamperò alla più degradante vecchiaia.
E bisognerà che io impari la maggiore benevolenza verso me stessa perché intuisco profondamente la verità dell'affermazione del buon Camus che recita "... per suicidarsi bisogna amarsi molto..."
mercoledì 28 settembre 2022
Appunti antropocentrici -14-
Astenica, insonne, martirizzata da dolori cronici ed acuti tra cervicalgie e lombalgie, misantropa di fatto pur se compassionevole verso gli altri -che mi appaiono dei disgraziati tanto quanto lo sono io-, devo arrendermi e decretare la depressione, nonché la senilità, anche se, per essere estremamente chiara, non m’interessa dissimulare né questa né quella e trovo entrambe indesiderabili ma almeno eroiche.
Se ne prenda atto: la soglia della percezione del dolore, con questa patologia, può abbassarsi in modo paradossale e rendere la vita una specie di tortura.
La definizione nonché la spiegazione della malattia depressiva è un cane che tenta di addentarsi la coda. Nasce dall’eccesso di stress che poi si alimenta a dismisura, tra neurotrasmettitori malfunzionanti e confusi e cortisolo fuori controllo in completo cortocircuito, sovrapponendone strati a strati che neanche la Torre di Babele.
Singolare missione quella dello stress: buono o cattivo, ti sa spronare a reazioni salvifiche od anche causarti un bell’infarto, ma non lo influenzi a suon di ragionamenti e persuasioni della volontà, così che se la sua origine è l’oggettiva precarietà della tua vita e del lavoro e l’orrore per le scelte di chi manovra con l’arroganza del Potere le nostre esistenze non puoi che subirlo e soccombere.
E poi davvero esiste un’alternativa che non sia la fuga per chi, dotato di ciò che dovrebbe costituire comune patrimonio umano, vale a dire quelle sensibilità ed empatia che nel sedicente eudemonismo moderno coatto sono surclassate ad affezione patologica, suo malgrado precipita in quest’abisso?
No che non c’è.
Non c’è.
La maggioranza di coloro che conosco vi ovvia assecondando un processo di ottundimento emozionale che corrisponde alla perdita di sé ed all’appiattimento su modelli comportamentali preconfezionati, tanto da indurmi alla classica pleonastica domanda: che senso può mai derivare da un contatto con siffatte maschere?
E perché il luogo comune la vuole sempre più malattia sociale ed io invece ne registro una variante che pare endemica e comporta in primo luogo l’esasperazione del narcisismo più sfrenato e stupido, sì da non riuscire in alcun modo, neppure in questo caso, a trarre il minimo sollievo di un’appartenenza, per quanto nefasta e dolorosa?
L’empatia, ecco, è una iattura ed una benedizione nel contempo. Si è empatici d’istinto, per nascita, o non lo si è. Se lo si è non c’è scampo: moriremo mille morti altrui, piangeremo oceani di lacrime, conseguenze e cicatrici affioreranno presto, a vent’anni inizierà un’inesorabile e rapida vecchiaia, a sessanta avremo esaurito ogni energia ed ogni giorno sembrerà verosimilmente anche l’ultimo. Il cordoglio per le innumerevoli sciagure, le più intollerabili quando derivanti da responsabilità e colpe umani, peserà come un macigno.
Restano l’accusa e lo sdegno, la stoica consapevolezza che la sofferenza almeno non sia eterna e contagiosa e muoia con noi.
Banale è la sofferenza, banale è pure la felicità, nulla è così pregnante da recare un minimo di soddisfazione ed il prezzo di entrambi è comunque la solitudine.
La noia di queste mie esternazioni è pregna di consapevolezza: avrei dovuto seguire con diligenza i consigli di Baudelaire. Inebriatevi, storditevi di passioni, ficcatevi ben dentro un qualsiasi sogno, perché la vita, altrimenti, è intollerabile.
Avevo un solo desiderio: riuscire a ritirarmi dal “mondo”, sottraendomi ai suoi usi ed alle sue logiche, rinunciando anche alle più innocenti velleità, lasciandomi vivere decorosamente ma umilmente.
Non mi rendevo conto che l’estrazione ed il destino anche del nuovo proletariato rendono questa un’aspirazione di lusso, da frustrato borghese.
E così è, anche se non vi pare.
mercoledì 7 luglio 2021
Piccola anima smarrita e soave -9- l'onta della resilienza
lunedì 4 gennaio 2016
Appunti antropocentrici -5-
sabato 4 gennaio 2014
Pretesti
Nella festa orgiastica che quotidianamente allestiamo in onore del nostro stesso io, noi tutti, profeti del più impudico ed osceno individualismo, che miserabilmente confondiamo con la libertà, minimizziamo l'infame peccato d'idolatria - misura della nostra autentica pochezza -, a suon d'alibi e perdono delle nostre stesse colpe.
L'altro non è che un pretesto nebuloso di necessario contatto con quanto abbiamo già deciso a priori d'escludere dal nostro mondo.
L'altro, in fondo, non è che un diversivo, una momentanea escursione, frettolosa e breve, mentre già agogniamo a rientrare dopo il primo passo. Gli scuri, appena socchiusi a consentire l'immissione di un po' d'aria fresca nelle nostre anguste, private, un po' malsane stanze interiori.
Afrore morboso, morbo della fame d'essere.
Quel poveraccio l'han trovato morto, al buio ed al freddo della sua casa cui avevano tagliato i fili per insolvenza.
Solo.
Solo come un uomo.
Non è stupefacente, in quest'epoca in cui ognuno starnazza proclami sulla giustizia sociale e s'indigna e twitta stronzate pseudo-filosofiche e pseudo-umanistiche e pseudo-politiche e pseudo-e-basta, che un uomo muoia da solo, di freddo e d'angoscia, senza avere nessuno al mondo da cui ottenere aiuto, nessuno da salutare, nessuno che lo cerchi?
In fondo non lo è: chi proclama lo fa sui propri casi, le rivoluzioni son tutte settarie e di classe, da tempo immemore il dolore dell'esistenza è segregato nelle oscure stanze sotterranee delle vicende personali ed ormai incomunicabili.
La comunicazione è una necessità, ma non ci emenda dal nostro becero ed orribile egoismo .
domenica 22 dicembre 2013
Parti d'emicrania.
sabato 17 agosto 2013
Qualche cane amico, un paio di elefantini e Jonathan il gabbiano.
Idiota.
E' lo scontro con ogni singolo universo che l'altro porta in sé che devasta la primigenia purezza di ogni anima, profanandola irrimediabilmente, ed ammalandola.
Se ci fosse stato un Dio creatore, egli avrebbe fallito clamorosamente le sue stesse intenzioni: non già un atto d'amore, la sua opera, ma bensì il desiderio d'essere amato da figli votati comunque all'infelicità causata dall' oggettiva impossibilità di amare.
Alla fine, sarebbe forse il caso di decidere.
Che fare, in sintesi, per interrompere il meccanismo rotto di un'esistenza che gira a vuoto e mentre gira scricchiola orribilmente minacciando ad ogni istante di andare in mille pezzi?
Nulla di risolutivo, purtroppo.
La sentenza, per alcuni di noi, è pronunciata fin dai tempi prenatali : stranieri in terre straniere, per sempre.
Per sempre!
Son sempre stata straniera, che pena. Straniera nel sociale, straniera fin nel privato. Straniera con gli amici, straniera con gli amanti, straniera con i compagni di lotte politiche, straniera fra le mie congeneri, straniera con mio figlio, e con mio padre e mia madre.
(Volevi l'elettività? Eccotela: non l'hai dovuta nemmeno cercare, stava già inclusa nel prezzo del biglietto assegnato dalla Fortuna che t'ha permesso di salire su questa giostra)
.
Le determinazioni, da viva, sono soltanto due: concentrarsi su qualche piccola cosa, sui particolari, sui dettagli, facendone fulcro di forza e resistenza, oppure darsi l'ennesimo, rischioso, "grande progetto": rimescolare ancora tutte le carte, provare un'altra mano ancora.
Di nuovo, rispetto al passato, c'è il corpo che soffre di più di nuovi dolori, e che talvolta ostacola pensiero e volontà; che contrasta, con la sua cruda e solida veracità inoppugnabile, la fantasia e la progettualità.
Nuova vita, con la fedele emicrania al mio prode fianco: donzella Kisciottesca, con stendardo di malinconia ed aspirina.
Della realtà delle cose e dei fatti e delle persone, nella loro essenziale verità e nella tangibilità delle loro espressioni/intenzioni e poi conseguenti atti, continuerò a patire con insanabile nostalgia di qualcosa che sia ogni volta irrimediabilmente perduto perché passibile di miglioria e perfino, talvolta, soave bellezza, e rinnoverò, ancora ed ancora, la nota sensazione di noia e delusione.
Dicono si tratti di eccesso di pretese.
Può darsi, secondo la loro logica dell'utile.
Io ho stretto un patto di sangue con la mia ingombrante coscienza: che provino a convincere lei, se ne sono capaci.
sabato 29 giugno 2013
Tipi -13-
Loro sanno, perfettamente, che stare al mondo significa impelagarsi nelle sue regole di massima, aderendo a quel che pare il generale buonsenso e le norme della loro comunità, e che chi non sa farlo o non può - a meno che non sia icona pubblicitaria di un anticonformismo ostentato - soccomberà presto e senz'ombra di dubbio. Ciò basta a rendere sospetta la loro stessa sedicente "scelta" di appartenenza e di adesione. Abdicare ai propri bisogni più originalmente umani in nome dell'ordine del consorzio di appartenenza e delle comodità conseguenti a me pare alto tradimento verso quella porzione di libertà (d'amare, d'esprimere, di dissentire, d'essere) che non ledendo in alcun modo quella altrui resta dovere verso sé stessi.
In fondo sono molto democratici: rispettano la dittatura delle maggioranze. Democrazia, infatti, non ha attinenza con la libertà: confonderle assimilandole è davvero superficiale.
Quale contrappeso, costoro ingoiano e seppelliscono i loro più sotterranei e sinceri impulsi passionali, sentimentali, poetici, fantastici, incorrendo loro malgrado nella finzione o nella rinuncia.
Ci vuole un fisico bestiale a fingere per tutta la vita, perché l'eco delle emozioni perdute - che, chissà come, pur se aborrite o mai sperimentate ciascuno pare ugualmente conoscere, come fossero un patrimonio comune di memoria universale - affiora di notte, nei sogni, o in certi fulminei istanti, suggeriti dal crepuscolo, dall'aurora, dall'osservazione di un qualsiasi dettaglio di una qualsiasi cosa od accadimento. A patto che l'ottusità (male degenerativo progressivo) non abbia già completato lo sterminio dei neuroni della meraviglia e della conoscenza.
sabato 1 giugno 2013
Nottetempo -2- Ci vorrebbero un po' d'ordine e pulizia.
Cristo, se è difficile esprimere qualcosa senza poter dire tutto!
"Morenismi", li chiama un mio amico.
Per forza. Sono gli scavi del mio sottosuolo, talmente veri ed assurdi da non poter essere detti che in codice criptato, ovvero nel linguaggio intuitivo condiviso proprio di un'eventuale affinità elettiva.
Improbabile.
Come scrisse Hemingway? "Basterebbero un po' d'ordine e pulizia", pur nella consapevolezza che comunque tutto questo rimane niente, e niente, e niente.
(Non è stupefacente, per esempio, l'espediente di chi ha la fede, di chi, più o meno criticamente, decide di aderire ad una religione? Credere in Dio, cioè in qualcosa di invisibile ed intangibile, che non ti parla, che è massimamente indifferente ai tuoi tormenti - e che nelle gioie ti scordi ovviamente di ringraziare -, che a dispetto della sua sedicente onnipotenza non fa comunque nulla perché, pur se suo prodotto, sei uscito difettato dalla macchina e meriti una vita da incubo, anche se hai solo tre anni e sei nato casualmente in un Paese del Terzo Mondo, oppure sulle spiagge di un oceano che di tanto in tanto spazza via te e tutti i tuoi ammennicoli e stracci con uno tsunami più veloce di una saetta. Ma che vuoi farci: basta l'idea di "ordine e pulizia" che il Dio buono ripristinerà, prima o poi, per tacitare le angosce.)
Ma io non la penso affatto così: i niente sono di tante specie e fogge; rimane la minima libertà di scegliere il più adatto a sé stessi, il meno bugiardo, il più coerente.
E' orribile avere la capacità di scorgerlo e non poterlo afferrare per ragioni estranee alle proprie forze ed alla propria volontà.
Essere schiavi per indigenza, è orribile.
Essere schiavi di fatto e liberi dentro.
Sapersi vivi e vivere da morti.
E non poter far intendere a nessuno quanto sia grande simile ingiustizia.
venerdì 26 aprile 2013
Leggerezza, pesante impresa.
Nei più testardi ed onesti lo sguardo si avvezza e si regola poi - con qualche personale e talvolta stravagante espediente - alla luce violenta, ed allora cadono i veli, gli alibi e le illusioni (in modo particolare le favole che il nostro stesso senso di pietà auto-assolutorio raccontava a noi stessi per consentirci di schermare l'oggettiva disperata e scandalosa solitudine del vivere) e si comincia a digerirla, in un supremo balzo di furioso e dignitoso coraggio.
Sarebbe forse auspicabile non arrivarci mai con proprie induzioni, perché, una volta arrivati, il senso della verità è terribile e temibile. Ti fa venir voglia di smettere. Tutto quanto.
Prima, però, una che passa il tempo, suo malgrado, a cercare di lucidarsi a specchio i giudizi, potrebbe aver ancora un pizzico di energia per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ben sapendo che non conseguirà assolutamente alcun fine positivo né riuscirà a trarne minimo giovamento.
Ora, una cosa che mi pare di aver imparato è che noi umani siamo condannati a parzializzare.
Se viviamo una cosa, non ne possiamo vivere anche un'altra; se una persona ci pare attraente ed interessante per un aspetto, saprà ben presto smorzare il nostro entusiasmo con l'esibizione di suoi imperdonabili difetti o mortificanti contraddizioni; se facciamo una scelta la dobbiamo bilanciare con altra rinuncia; se procrastiniamo la definizione della nostra vita moriremo irrisolti.
Ma la cosa più interessante e pure devastante è di una banalità oscena: pur avendolo compreso - dato che presto o tardi deve sempre succedere -, non possiamo reagirvi, ed accettiamo l'umiliante giogo del vivere parziale accompagnati dalla silente presenza costante di una nostalgia mordente e graffiante per tutto ciò che si continua a perdere.
Stiamo così ad osservare, impotenti, l'emorragia della nostra stessa anima, che si perde e si estingue in mille rivoli di rimpianto.
Rendere bastevoli gli istanti di tregua, in cui sfioriamo un piacere perfetto ed effimero, è la nostra più alta forma di eroismo.
Soffrire è conoscere, conoscere è soffrire, in special modo di delusione: l'umana più complessa e completa architettura conduce alfine al disamore per la vita, deterrente ad una qualsiasi partecipazione i cui presupposti, ben presto, verranno puntualmente disattesi.
Felicità ed angoscia sono bagliori improvvisi ed ingestibili.
Ora so anche che sono totalmente inutili ed insensati per chi non è capace d'accettare il gioco delle parti che si avvicendano e vicendevolmente si contraddicono ed annullano.
Ci vorrebbe leggerezza: una delle più pesanti imprese, se va contro la propria natura.
domenica 16 dicembre 2012
Etica delle etiche
Bisogna essere implacabili, severissimi, se ciò che preme è incamminarsi verso un'approssimazione di verità. Si tratta di una partita tutta personale, in cui non c'è nulla da vincere di tradizionalmente mercantile, ma la cui posta è comunque preziosa per chi ha in noia le contraddizioni.
Contraddirsi è un prender tempo, nell'inconsapevole ingenuità del dimenticare che siamo meccanismi a termine.
Non c'è, oggettivamente, limite alcuno agli alibi che concediamo a noi stessi, in particolar modo quando sono in ballo quei pochi capisaldi teorici e talvolta perfino cervellotici che paiono fondamentali a mantenere una certa consapevolezza di sé.
Innumerevoli volte ho ascoltato i pretesti di chi assolve non soltanto le sue stesse debolezze, ma anche le cose palesemente sbagliate.
"Siamo solo umani", si dicono, mi dicono.
"La vanità? Non è grave" aggiungono, "tutti aspiriamo ad emergere, a prevalere, ad affermarci, ad imporci al mondo, al piacere: è un pietoso tentativo di sconfiggere la morte"
"La doppiezza? Prassi comune, spesso tecnica di sopravvivenza" sostengono.
"L'individualismo, la sete di potere, l'egoismo, il narcisimo? Umanissimi, normali elementi umani".
Ogni cosa è concessa, così come il suo esatto contrario. L'etica è una libera illazione. Ci sono infinite etiche.
L'etica delle etiche sta nell'accettazione che non esiste una sola etica.
Chi tenta di uscire dall'approssimazione, dall'aleatorietà, è dannato; chi cerca l' athanor ove riforgiare il più autentico sé stesso è un sacro pazzo.
Ciò è sconfortante e fortemente dissuasorio, perché quel che mi è davvero chiaro e che mi pare inconfutabilmente vero è che io, quegli altri, non li capisco, non li ho capiti al tempo, e non li capirò mai.
Se così non fosse non patirei tanto disagio nell'osservare le loro azioni ed il loro stile d'essere, così noncurante dello stato di pulizia di quelle stesse loro anime.
Queste parole, cacciatrici di un punto, si guardano stupefatte, conscie di non trasmettere il messaggio che rimane, per sua origine e fine, eternamente incomunicabile.
sabato 14 luglio 2012
Atipici -1-
- Ogni vita è un non sense. Gli umani hanno escogitato tutta una serie di espedienti per convincere sé stessi che invece no e basterebbe cercarlo, o adottarne uno qualsiasi già confezionato ed in uso. Lo scarafaggio non ne è assolutamente capace perché dilaniato dal dubbio e da mille interrogativi di coscienza ed inoltre a conferma, per tutta una serie di straordinarie casualità, gli accadono le cose più assurde e rare. Da ciò se ne potrebbe anche dedurre che egli funga da parafulmine cosmico alle tempeste di sfortuna, ma, naturalmente, così non è, perché quest'ultima ipotesi investirebbe comunque di un senso le sue sofferenze. Invece il senso -già s'è detto- non c'è mai ed è possibile soltanto fingerlo.
- Lo scarafaggio -com'è comprensibile, data la sua eccentricità- non riesce sempre a tradurre in parole umane i suoi reconditi pensieri né a trasmettere fedelmente agli altri la giusta prospettiva per consentire loro di interpretarli, cosicché può succedere che nel mentre egli si arrabatta per rendere l' idea con una certa precisione, quelli son già partiti per la tangente più a loro confacente e sbrigativa.
- Lo scarafaggio tira un mezzo sospiro di sollievo quando s'accorge che nei rapporti infra-umani succede pure così. Ma nel deglutire questa considerazione, ne sente tutto il sapore amaro. Perciò vi si oppone intimamente (lo scarafaggio è sempre un idealista) e si sente, singolarmente e molto, oppresso da pesante dispiacere.
- Lo scarafaggio è inizialmente uno spirito di sinistra, a causa di un viscerale amore verso gli oppressi. Siccome aborre i compromessi, più tardi propende per un nobile ideale anarchico a-violento per poi, successivamente, scoprire che quale che sia la bontà di un iniziale intendimento l' uomo saprà sempre e comunque corromperlo ed infestarlo di egoismo spicciolo. In conseguenza di ciò, lo scarafaggio non potrà più credere in nulla.
- Esso ama molto intensamente, ma fino a quando ama e non un istante di più. Di ciò gli umani, che hanno istituzionalizzato l'amore, si spaventano e scandalizzano, ma a lui pare perfettamente congruo e perfino onesto.
- Lo scarafaggio detesta le mode. Le vetrine, i termini 'outlet- fashion' lo intristiscono. Non indosserebbe mai gli stivali sopra i jeans se non per andare a pescare peoci. Ha una certa sua idea di eleganza e stile, anarchiche pure quelle. Odia in egual misura la sciatteria e la trascuratezza. Ma tutto ciò appartiene al suo intimo gusto o disgusto e prova a non renderlo un pregiudizio che penalizzi i suoi rapporti con gli altri.
- Lo scarafaggio patisce massimamente lo stress del vivere. Talvolta ha un lavoro pesantissimo anche fisicamente. Le sue zampette a sera gli fanno così male e desidera così tanto il riposo del sonno da crollare sulla tastiera. Rivolge un dolce pensiero ai suoi pochi amici e lettori, e s'eclissa nella sua piccola tana, prima che qualcuno, innervosito dalla sua petulanza, lo centri con una mela diritto al cuore.
giovedì 17 maggio 2012
Consapevole finitudine
La misera condizione di tutti coloro che si arrovellano a dire senza osare il fare, ad esternare opinioni sfinendosi di narcisismo, ad invocare rivoluzioni pubbliche stritolati nell'ancien régime della vita privata, ad accettare la scappatoia della trascendenza per non soccombere di follia nel fissare lo sguardo vuoto della realtà...
Non potrò mai essere quel che avrei voluto, fare quello che mi piaceva immaginare, conoscere ciò e chi desideravo: la vita è troppo breve, i mezzi fuori portata, le persone viscide e scostanti, capaci di gonfiare di parole il prossimo pur di celargli i loro miserucci edonistici fini.
Vorrei sapere che farmene, di questa consapevole finitudine, anzi: vorrei disinteressarmene nel modo più totale (in fondo non mi riguarda affatto la cosa o la non-cosa che sarò una volta morta: io ho urgenza di vivere da viva) e, nel mentre, razionare le mie energie superstiti per qualcosa che valga, che sia degno, che sia vero.
Da ora, di conseguenza, tornerò al mio antico istinto che, assai poco saggiamente, ho lasciato alle porte dell'ingresso all'età adulta sposando quella pragmatica tolleranza che non conduce che alla disperazione.
Lascerò che mi conduca verso il vero vero amico, il sano desiderio, le anime davvero belle,
e smascheri le inutili e mendaci parole.
martedì 10 aprile 2012
Tipi -7-
Dall' osso occipitale ai lombi.
E disturba i sogni.
Demotiva le speranze. Ci vuole forza a sperare. Forza e lucidità. Muscoli, nervi, riflessi vivi.
Saluto il perduto corpo elettrico, in diretta connessione cosmica.
La sola fuga da tutto ciò che fa male, dall ' intollerenza ai vizi umani, è il sonno.
Benefica e compassionevole, la notte.
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giovedì 29 marzo 2012
Plurale maiestatico
- O bella! E perché dovrebbe poi mai essere "scandalosa" una contraddizione? Trattasi di contraddizione e basta. L' hai pur detto: siamo soltanto umani.
- Allora spiegami a che serve parlarci, se comunque ciò che ci comunichiamo è solo in parte ciò che pensiamo.
A che serve palesare un pensiero se il tuo interlocutore non lo sa recepire giacché non tenta di capirlo ma si limita a tradurlo nel suo linguaggio.
A che serve dirsi 'umanisti e filantropi' se è soltanto per gli agi fisici, per il denaro, per il potere personali che ci attiviamo.
A che serve dirsi credenti in Dio ma temere la morte, la povertà, il dolore.
A che serve avere amici teorici e sentirsi disperatamente soli.
A che serve la libertà se non si sa che farsene e la sola cosa che riempia di senso le nostre giornate resta la schiavitù del lavorare o del desiderare di poterlo fare.
A che serve l' immaginazione se ogni nostra scelta reale attira come carta moschicida l'inevitabile obolo di piccole e meschine viltà del vivere.
- Giudichi. Che ne sai degli uomini? Quel che supponi. Nient' altro. Ed allora è così che tu sei, per forza.
- So quel che fanno e che io non ho fatto. Ecco: basta questo.
E se non mi credi, poco importa. Vaffanculo.