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lunedì 4 giugno 2012

Amaro e risibile.

Ardita e tenera a quattro anni.
"È dentro noi un fanciullino  che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora. [...]" (G.Pascoli)

La mia fanciullina usa ripresentarsi -quando le pare- al mio cospetto con una risata scrosciante, cogliendomi spesso di sorpresa e talvolta in modo decisamente imbarazzante. Eppure, nella sostanza delle attuali circostanze della mia esistenza ben poco serena, non ci sarebbe davvero nulla di cui ridere, e se pure la mia vita fosse piena di garanzie ed armonia, beh, non sarebbe in fondo affatto ancora legittimata a ridere, data la sofferenza che comunque inonda sempre qualcun altro e che -non so come dirlo senza sembrare un prete in malafede- appartiene a tutti e tutti ci riguarda, pur se non lo si conosce.
Ma lei ride nonostante le innumerevoli ragioni di pianto, suppergiù allo stesso modo in cui molti vivono ed amano disperatamente la vita nonostante essa sia sempre nell'esito, e molto spesso anche nel suo sviluppo, tragica.

Ho scambiato spesso -forse fino a questo preciso istante-, la sua allegria per superiore ed incorrotto contatto con un ipotetico trionfo della bellezza nel cosmo che la bambina sa  percepire, un'espressione trionfante di appartenenza, una sorta di sapienza primigenia e dionisiaca, prima di capire che no, che non si tratta affatto di questo, che siffatte supposizioni sono frutto di un'immagine viziosa ed un po' morbosa, di un certo attaccamento ad una certa malattia da intellettuale decadente, sempre tendente a porsi al centro di un universo che, invece, può agevolmente fare a meno di lui e della cui eventuale sparizione non s'accorgerebbe affatto, né si dorrebbe, tanta è la sua indifferenza e la sua assoluta neutralità.

La fanciulla, in realtà, ride di me.
Lei trova ridicolo il mio annaspare alla ricerca del soddisfacimento di un supponente e totalmente arbitrario diritto alla felicità, ma anche la sottaciuta pretesa che i fatti più dolenti della vita generino in sé e per sé un significato degno di nota, un credito riscuotibile, prima o poi, in qualche tribunale equanime e metafisico.
Ma da chi? Manca la sottoscrizione di un debitore, la controparte è assente, più che latitante.

Come la Storia si stacca dal mito, le nostre vite abbandonano il fanciullo, ed entrambe reincontrano le loro rispettive premesse a tempo irrimediabilmente scaduto.

Non è il tutto un po' amaro ma risibile?







domenica 6 maggio 2012

Odissee

Dopo una settimana dalla sua, arrivò la mail di risposta, stringata come sempre, giacché lui non sapeva, né aveva mai amato, scrivere.

Come fossero riusciti a vivere intensamente vent'anni assieme, erigendo una vertiginosa impalcatura che svettava verso il cielo, sopportare fatiche, rinunciare (in tempi non sospetti), a quasi tutte le distrazioni che le altre coppie si concedevano per un piccolo vitale obiettivo pratico di cui però, dati i limitati mezzi materiali a disposizione, andare fierissimi, e poi finire così, nel reciproco abbandono, era quasi impossibile spiegarselo e spiegarlo ad altri.
Infatti, quando si lasciarono, ciascuno dei loro intimi trasecolò come precipitato dalle nuvole.




Bisogna che lo affermi fortemente che, certo, non appartenevo al mare
anche se i Dei d'Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare
e se guardavo l'isola petrosa, ulivi e armenti sopra a ogni collina
c'era il mio cuore al sommo d'ogni cosa, c'era l'anima mia che è contadina,
un'isola d'aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento, il vino e l'olio erano i miei ori....

Ma se tu guardi un monte che hai di faccia senti che ti sospinge a un altro monte,
un'isola col mare che l'abbraccia ti chiama a un'altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere e nel mare cambiò quella mia vita...
E il mare trascurato mi travolse, seppi che il mio futuro era sul mare
con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare...

Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l'acqua e al gusto del salato brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo...

E andare in giorni bianchi come arsura, soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone, sguardo nella prua, schiuma che lascia effimera una traccia,
andare nella notte che ti avvolge scrutando delle stelle il tremolare
in alto l'Orsa è un segno che ti volge diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino verso una guerra, verso l'avventura
e tornare contro ogni vaticino contro gli Dei e contro la paura.

E andare verso isole incantate, verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragate per mesi, anni, o soltanto settimane...
La memoria confonde e dà l'oblio, chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme,
mi sfuggono il timone, vela, remo, la frattura fra inizio ed il finire,
l'urlo dell'accecato Polifemo ed il mio navigare per fuggire...

E fuggendo si muore e la mia morte sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maldico la mia sorte, non provo pace,
forse perché sono rimasto solo, ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo oltre l'umano...

La via del mare segna false rotte, ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un'eterna vita racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima...

(Francesco Guccini- Odysseus)

E la mail diceva: "Passerò, appena potrò (vorrò)".

E quando arrivò, disse a Calipso: "Ho le mie ambizioni, tu sei il passato."
E lei rispose: "Allora vai, vai a conoscere la tua porzione di Niente. Io l' ho già visto, non è più seducente di quel che dicono 'Tutto'. Alla fine, su entrambi, vince ancora l' oblio. Quanto a me, continuerò ad aspettare, senza più crederci, qualcosa capace di superare ogni sogno."



martedì 15 novembre 2011

Regina del vero

La solitudine, il bisogno di essere presenti nei pensieri di qualcuno, di non soccombere ad un' idea di irrilevanza, di misera valenza, spingono a cercare sollievo e, nel cercare - e solo allora-, ad accorgersi alfine dell' altro.

Il fascino dell' esercitare una qualche misura di potere, su di un proprio simile od un' intera società, è quanto maggiormente ci allontana dalla possibilità di liberarci.
Ma questa è una singolare cura, troppo spesso estemporanea ed effimera, e terribilmente egoistica, per un malanno in realtà inguaribile.
Da qualsiasi prospettiva si cerchi di considerarlo, in genere l' uomo brilla soprattutto di riflessi del suo stesso esasperato Ego, ritenuto mille volte ucciso nella progressione della crescita e del distacco dalla fase infantile, e conseguenti mille altre volte risorto più tonico ed ostinato di prima.

Ciò che stempera la colpa di non essere altro, alla fin fine, che l' eterna replica di un fanciullo incessantemente desiderante è la coreografia della nostra vita. Sono le battute e le rappresentazioni, più o meno felici, che ci capita di produrre di tanto in tanto - chi più chi meno frequentemente-  a riqualificare la nostra pedante, pesante, mortalmente noiosa essenza.

E' pur sensato affermare allora che la nostra stessa immaginazione è quanto più si avvicini alla possibilità di verità: immaginazione, "unica regina del vero", dichiarò Baudelaire.

Nella più profonda aderenza al mio sogno, e soltanto allora, sono inconfutabilmente vera ed il fantasma della felicità può essere afferrato, per un istante posseduto.

*

" [...]
Tuttavia il dio si innamora della mortale e, con l'aiuto di Zefiro, la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua; così per molte notti Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto; Psiche è prigioniera nel castello di Cupido, legata da una passione che le travolge i sensi.

 
Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, che Cupido le aveva detto di evitare, con una spada e una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l'amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo amante:
« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d'improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa (V, 23) » [...] "
(da Wikipedia)

*

lunedì 18 luglio 2011

L' ultimo Mercurio alato, ovvero Giordano Bruno, il Nolano -bestie, uomini, eroi-

Egli non aveva bevuto le acque del fiume Lete, come l' asino Onorio della Cabala, e ricordava perciò perfettamente anche quale animale fosse stato immediatamente prima d' essere Giordano Bruno: un superbo cigno. Così, ermeticamente, contribuiva alla scelta del proprio destino di carne e spirituale.

Salvador Dalì


"Come dunque accade che queste anime particolari diversamente secondo diversi gradi d' ascenso e descenso vegnono affette quanto agli abiti et inclinazioni , cossì vegnono a mostrar diverse maniere et ordini de furori, amori e sensi: non solamente nella scala de la natura, secondo gli ordini de diverse vite che prende l' anima in diversi corpi, come vogliono espressamente gli Pitagorici, Saduchimi et altri, et implicitamente Platone et alcuni che più profondano in esso; ma ancora nella scala de gli affetti umani, la quale è cossì numerosa de gradi come la scala della natura, atteso che l' uomo in tutte le sue potenze mostra tutte le specie de lo ente."  (Giordano Bruno, Furori)

Bruno aveva una concezione della vita universale, cosa che gli arrecò non pochi grattacapi nel tentativo di spiegare una determinata specificità dell' anima umana: se "forma" e "materia", "atto" e "potenza", "anima" e "corpo" sono unum et idem, dato che la materia è essa stessa vita, ci deve essere una differenza di grado da cui scaturiscano, simultaneamente, altri principi, come il libero arbitrio e il merito.
Questo scarto afferma alfine un primato del principio spirituale sul principio materiale in cui si palesa però una contraddizione con la concezione della "materia primiera del tutto". 
Consapevole degli elementi aporetici interni alle sue posizioni, Bruno secolarizza inferno e paradiso realizzandone la loro prospettiva direttamente a livello del corpo, in cui l' anima riceve il castigo o il premio nella vita in un eterno e quotidiano Giudizio Universale.
Perché le anime -dice il Nolano- non sono tutte uguali: esiste una fondamentale differenza tra le anime dei bruti e quelle degli uomini. Le prime, senza alcuna memoria individuale, si dissolvono nel seno della Vita universale nell' eterna vicissitudine a nuovi composti; le seconde, esaurito il loro ciclo, conservano memoria e identità.

Ed ecco lo specchio:
"Il spirito, poi, [...] quanto al suo essere particolare et individuale, intendono et intendo che si produce di nuovo come da un specchio grande e generale, il quale è una vita e rappresenta una imagine et una forma per divisione e moltiplicatione di sopposti parti resulta il numero delle forme, di sorte che quanti sono fragmenti del specchio, tante sono forme intiere, così in ciascune di quelle come era in tutto, le quali forme non patiscono divisione o recisione, come il corpo." (Giordano Bruno, Processo)

Nessuna differenza, quindi, fin qui, tra l' anima umana e quella dei bruti nell' universalità dello spirito, se non a causa di un privilegio che non trova riscontro in cause naturali e questo privilegio, in ultima analisi, è la capacità di conservare i ricordi -effettivo fondamento dell' identità  e dell' immortalità dell' anima individuale-.
In realtà, questa distinzione è insensata e insostenibile, ma necessaria alla rappresentazione che G. B. vuole fornire nel suo teatro della Vita: egli ha bisogno di spiegare il furore eroico, ossia un' esperienza che rimane tuttavia  profondamente umana in cui l' uomo esprime ogni sua potenzialità pur nella sua ontologica ed irrimediabile limitatezza, attraverso la lunga sequenza di cadute, sconfitte, vittorie, luci ed ombre, come succede ai "nove illuminati" dei Furori. " ... or vedenti, or ciechi, or illuminati [...]son rivali ora nell' ombre e vestigii della divina beltade, or sono al tutto orbi, ora nella più aperta luce pacificamente si godeno" fino a quando vengono "illuminati da la vista de l' oggetto in cui concorre il ternario delle perfezzioni, che sono beltà, sapienza e verità, per l' aspersion de l' acqui che negli sacri libri son dette acqui de sapienza, fiumi d' acqua di vita eterna".

"Il furioso è simile a quel giocatore che, impegnatosi in una partita mortale e senza speranza di vittoria, ottiene un risultato eccezionale, che è, simultaneamente, uno scacco irreversibile -secondo quella dinamica dei contrari che anima, come una leva fondamentale, ogni aspetto della realtà in un moto senza fine. Bruno visse l' esperienza del furore dandone una testimonianza straordinaria; ma proprio perché la descrisse comprendendola, dimostrò che egli era in grado di andare oltre, spezzando i confini dell' umanità. Sapeva di poterlo fare - e lo fece- perché guardando a fondo dentro di sé imparò a ricordare, ricordava le altre vite che aveva vissuto; e, a differenza del furioso, ricordando comprese di avere un destino che, sottraendosi all' oblio, si differenziava da quello di tutti gli altri 'fragmenti' del grande 'specchio' universale, i quali, ritornando donde sono partiti, dimenticano ciò che sono stati, quello che hanno fatto. Lo comprese perché interrogò la sua vita trasformandola nel vero banco di prova di sé stesso e della sua missione. E' il ricordo, la memoria, la prova 'sperimentale' della natura 'mercuriale' che Bruno scoprì di avere, ritrovando dentro di sé tracce di quello che era stato. In Bruno la memoria era ben più di un' arte, per quanto importante: era la via attraverso cui l' uomo riconosce, e assume dentro di sé la propria natura di Mercurio." (Michele Ciliberto, Giordano Bruno, Il teatro della vita)

Una filosofia che prescinda dalla vita, dalla biografia, per Bruno non potrà toccare mai la verità.

 

domenica 20 marzo 2011

Impossibile equilibrismo tra le umane follie

Come una consistente parte della mia generazione (quella che non ha vissuto in modo militante il '68, ma ne ha toccato con mano l' immediata contigua promanazione come schiuma effervescente di una gigantesca onda oceanica), ho subìto, ancor molto giovane, la fascinazione delle filosofie di pensiero orientali.
In senso coreografico, entrare nella mia camera di ragazza, in un ben determinato periodo, equivaleva all' immersione in un' atmosfera un po' nebbiosa profumata d' incenso, essenze di patchouli e fragranze speziate, 



Ravi Shankar e flauti indiani,  poesie di Tagore, Jubrān Khalīl Jubrān con il suo Profeta -così vicino allo Zarathustra nietzschiano, ed alla  sua prospettiva di un percorso  "oltreumano" e purtuttavia umanissimo -, colori sgargianti, propositi di pace ed interiore serenità. Per amare meglio, per amare di più.

"Mille sentieri vi sono non ancora percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancora l'uomo e la terra dell'uomo."

Non è una colpa, l' ingenuità, quando sei giovane: è grazie ad essa che si trovano forza e coraggio di crescere, affrontando la metamorfosi.
Della verità, della crudeltà vera del Potere, della sua disinvolta maestria nell' aggressione, dell' assoluto imperativo del denaro, ancora non avevo ben chiara cognizione: nell' anima del giovane non c'è alcun posto per le disillusioni o per il sospetto se quella  è affollata di sogni.

I buddhisti -quelli che non calpestano le formiche- indicavano la via alla felicità nell' assenza di turbamento. 
Nella perfetta atarassia -essi promettono- si potrà raggiungere il Nirvana.
Oggi è ridicolo pensarci: soltanto un dio può rimanere indifferente alla tragicità della nostra condizione, agli scossoni sconvolgenti di un mondo che pare prossimo alla fine.
Eppure, è sempre l' utopia di felicità che muove i nostri passi, anche se al bivio della nostra esistenza adulta è la strada del baratro che abbiamo imboccato. Traballando, incespicando, andando in cerchio senza accorgerci di ricalpestare mille volte le nostre stesse precedenti tracce, ci consumiamo le suole per raggiungerla.
Ed essa è un' affascinante nebulosa, opaca, con qualche episodico scintillio, riverbero di sogno morente, indebolito ed asfittico, ma che costituisce pur sempre una sorta di sgangherata destinazione.
Bene: continuiamo a rincorrerla - sapendo nel nostro intimo di non averne più neppure pieno diritto-, ché farlo è già propulsione all esistere.
Taoismo e buddhismo ci rivelano le insidie delle passioni e di ogni altro veleno dell' anima -ira, illusione, desiderio-, per trovare, nella meditazione e nello stato contemplativo, quella serenità che ci prepari alla forma di felicità più alta possibile.
Si vive al meglio, dunque, in uno stato di quasi non-vita? Perché è questo che all' Occidentale sembra: rinunciare alle passione è un po' morire. Noi non possiamo.

*

Ippolito, cacciatore di Trezene, morì per dispetto di Afrodite. Diana, la vergine dèa della caccia, simbolo dell' infanzia e del legame ancora inconsapevole con la Natura e la poesia -che, sola, consente il mantenimento con l' aurorale legame dell' essere-, resuscitatolo, lo portò in Italia, sui Monti Albani (l'Esperia) e lo adibì al suo culto, chiamandolo Virbio.
L' occidente, per gli antichi, era il paese dei morti...
Virbio sente però che la sua solitudine estatica non è il destino dell' uomo. L' uomo vive nel relativo, non è suo appannaggio l' assoluto.

"Diana: - C' è un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l' altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco così bene. So che è per voi vita e destino.
Virbio: - Sentirlo inquieto e smarrito quest' oggi, mi dà la prova che sono vivo. Né il vigore delle piante né la luce del lago mi bastano. Queste cose son come le nuvole, erranti eterne del mattino e della sera, guardiane degli orizzonti, le figure dell' Ade. Ora qui, in questa terra dei morti, anche le belve mi dileguano tra mano come nubi. La colpa è mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
Diana: - Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
Virbio: -Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice."
(C. Pavese, Dialoghi con Leucò)


*
 
Cerco l' equilibrio, tra le opposte folli idee.
Pensiero, ma non  esercizio intellettualistico;
Passione, ma non schiavitù dei sensi;
Contemplazione, ma non torpore di semi-vita;
Libertà, ma non solitudine ed esilio.
... e Amicizia, poi, anche se io non so più se sia...
 
 

lunedì 15 novembre 2010

Platone. Il Simposio. Ipotesi d' Amore.

Nella cultura occidentale moderna uno dei concetti meno approfonditi su cui soffermarsi piacevolmente ma in massima serietà a conversare è quello sintetizzato nella parola “amore”. Solitamente questo accade a ciò che è ormai definitivamente assimilato dal sapere generale, come succede, ad esempio, a determinati simboli della civiltà (termini o costumi), laddove essi risultino definitivamente metabolizzati e perciò “ passati in giudicato”, come una sentenza conclusa.

In realtà ciascuno di noi ne ha un concetto personale, o non ne ha alcuno: lo vive, o lo subisce, senza chiedersi perché o come mai sia capitato; in realtà, ogni individuo crede che quel che lui chiama “amore” sia l’ AMORE; in realtà, noi tutti, quasi sempre, non sappiamo esattamente di che si parli e ci ritroviamo ad appellare in quel modo alcuni suoi surrogati o particolari aspetti, come l’ innamoramento, il desiderio, la passione, l’ emozione, l’ attaccamento alla prole, la consanguineità, il bisogno, ecc.

Essere moderni non ci ha resi anche saggi: continuiamo a non sapere quasi nulla di più di ciò che si domandavano le teste più ferventi, le più curiose, le più vive, dell’ antichità a proposito degli umani sentimenti, che pur - per fortuna o purtroppo e con esiti o conseguenze più o meno nefaste-, regoleranno in eterno la nostra esistenza.

Nulla di più piacevole per l' intrattenimento dell' anima che ricordare Il Simposio di Platone.



Agatone invitò a banchetto gli amici per festeggiare una sua vittoria quale poeta tragico. Al simposio Erissimaco propose che ognuno dei convitati improvvisasse un discorso sull’ Amore e così, uno ad uno, fecero il loro, ed il primo a raccontare fu Fedro.

Fedro celebrò Amore come la divinità più antica e benefica: dopo il Caos, nacquero gli Iddii Terra e Amore, narra infatti Esiodo, mentre Parmenide lo designa come il più antico in assoluto e cagione di grandissimo bene tra gli umani. Spiega Fedro: “Perché quello che fa regola agli uomini, se vogliono vivere onestamente, non può essere ispirato loro né dalla parentela, né dagli onori, né dalle ricchezze, né da niuna altra cosa al mondo così bene, come da Amore.” Cita poi esempi di amore virtuoso che ha spinto l’ amante a dare la vita per l’ amato: la figliola di Pelio, Alceste, che muore al posto dello sposo ed Achille che vendica Patroclo pur sapendo anticipatamente che gli costerà poi la vita.

Il secondo a parlare fu Pausania, che distinse un Amore materiale, figlio della Venere volgare ( a sua volta figliola di Diona e Giove), da un Amore che spinge a sentimenti belli ed onesti, figlio della Venere celeste (a sua volta figlia del Cielo, e senza madre). “Ora ella si striga così questa matassa: l’ amore, per sé considerato, non è né bello né brutto, come dissi già, e non a caso; ma è bello quando si fa in maniera bella, quando in maniera brutta, è brutto. Brutto è quando malvagiamente si fa cortesia a un malvagio; bello quando si fa onestamente a persona bella. Malvagio è poi quell’ amatore volgare, il quale amando più il corpo che l’ anima , e perciò non essendo durabile come colui che di cosa non durabile è innamorato, tosto che sfiorisce la bellezza del corpo il quale egli amava, se ne vola via, pigliandosi gioco di sue belle parole e promesse. Quello, per lo contrario, che dell’ indole buona si innamorò, non già del corpo, rimane lì per tutto il tempo di sua vita, come colui che a cosa stabile disposò il suo cuore.”

Passò poi la parola ad Erissimaco, il quale, in quanto medico, prese spunto dalla medicina per dimostrare e sostenere l’ opportunità di “serbare sano l’ amore”, favorendo l’ amore onesto, che mira al bene con sapienza e giustizia, legando gli uomini tra loro e con gli dèi. “Perché, insomma, la medicina è la scienza degli amori dei corpi, amori di riempirsi e di votarsi; e colui che scerne in questi amori il bello dal brutto, è medico co’ fiocchi. Colui poi che li sa mutare, in guisa che in cambio di un Amore venga su l’ altro; e dove non è ancor nato Amore ed è convenevole che vi nasca, e’ ve lo sappia piantare; e quell’ Amore che c’è e non ci ha a essere, sappia svellere; costui è un artefice bravo…”

Seguì poi l’ intervento di Aristofane, il commediografo. Tra il burlesco ed il serio ricostruì fantasiosamente la creazione degli uomini, spiegando che l’ Amore –che è portatore di felicità- non è altro che la tendenza di due creature originariamente unite (e poi tagliate a metà da Zeus perché diventate troppo superbe ed arroganti) a ricostruire la loro interezza perduta. “Tanto tempo è dunque che l’ Amore ci s’è piantato in noi; l’ Amore che ci rinfranca nell’ antica nostra condizione; l’ Amore che, facendo a più potere di due uno, risana la natura dell’ uomo.”


Agatone sviluppò poi, con un discorso elaborato retoricamente, un elogio dell’ Amore, il più giovane e bello e buono degli dèi, completo di ogni virtù e privo di vizi, ispiratore dei poeti e di tutti gli artisti.
“… Amore è tenerello, non soltanto giovane… imperocché non cammina sulla terra, né sui cocuzzoli delle teste, che non son poi tanto morbide, ma sì entro alla più morbida cosa che sia al mondo si move egli e soggiorna; imperciocché pone sua stanza nelle anime e ne’ cuori degli Iddii e degli uomini; e neppure in tutti a occhi e croce, perché s’ egli s’ abbatte in anime dure, scappa via; e se morbide, ci rimane…”

Ma finalmente prese la parola Socrate, il più grande dei sapienti, che non fa mai affermazioni, ma induce chi parla con lui a trovare la verità dei concetti attraverso piccole interrogazioni. E’ così che dimostrò ad Agatone che Amore non è né bello né buono, ma desiderio di bellezza e bontà, di cui si sente, anzi, privo. Amore nasce da Abbondanza e Povertà, è a mezzo tra gli dèi e gli uomini, è filosofo e tende al possesso perpetuo del bene, in cui consiste la vera felicità. Istinto fondamentale dell’ uomo, a questo scopo, è quello della generazione, secondo il corpo o, come avviene in modo superiore negli artisti, secondo l’ anima. "Nel bel giovinetto, di cui si è innamorato, l’ amante viene formando la nobile anima con discorsi virtuosi. La bellezza ci fa così ascendere dal gradino più basso al più alto, cioè alla contemplazione dell’ Idea, che ci fa partorire vere virtù. “





domenica 14 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -5- INCESPICANDO TRA I MITI

Il leone arcaico di Delo,
 io, il fantasma dell' Arsenale
Sirio: Ben ritrovato, mio caro Friedrich. Ti confesso che attendevo con impazienza questo momento. La storia del fanciullo che recavi con te ieri, Dioniso, il dio dai riccioli d’ oro, dev’ essere conosciuta. Sento che è necessaria alla mente più di ogni altra, per capire gli uomini, per comprendere ogni altra cosa, sopra questo suolo. Quel bimbo aveva nello sguardo tutta la sapienza, la felicità, il dolore, lo strazio, del mondo. Dentro ai suoi occhi si intuiva tutta la vita, nel suo cerchio completo, intorno a lui pareva di coglierne contemporaneamente il terribile fragore della distruzione definitiva e la più armoniosa sinfonia. Dimmi di lui, dimmi chi è…

Friedrich: il fanciullo che tu hai visto, così paffuto e grazioso, dalle guance vellutate e rosate, possiede, in realtà, mille altri aspetti e mille altre forme: le sue trasformazioni sono continue.

All’ inizio dei tempi egli –che è figlio di Zeus- si presentava come un bimbo cornuto ed anguicrinito. Su ordine di Era fu catturato dai Titani, che lo fecero a brani. Dal suo sangue, che inzuppò la terra, nacque il melograno. Il melograno che sbocciò dal sangue di Dioniso era anche l’ albero di Tammuz-Adone-Rimmon: il frutto, quand’ è maturo si fende a forma di ferita e mostra i chicchi rossi all’ interno. E’ il simbolo della morte e la promessa di resurrezione, che stanno nelle mani della dea Era o Persefone.

Grazie alla nonna Rea riacquistò la vita e Zeus lo affidò a Persefone, che convinse il re Atamante e sua moglie Ino ad allevare il piccolo, travestito da fanciulla. Era lo venne a sapere e punì Atamante facendolo diventare pazzo. Zeus affidò allora Dioniso, trasformato in un capretto, alle ninfe Macride, Nisa, Erato, Bromie e Bacche, che vivevano sul monte Nisa in Elicona. Il piccolo fu da esse allevato e nutrito con miele. Zeus , a titolo di gratitudine, pose poi l’ immagine delle ninfe tra le stelle, come costellazione delle Iadi.

Fu sul monte Nisa che Dioniso inventò il vino, e tale invenzione gli procurò ovunque una grandissima fama.

Una volta adolescente, e nonostante il suo aspetto effeminato, Era però riconobbe in lui il figlio di Zeus, e lo fece impazzire, come già aveva fatto con Atamante. Fu così che il giovine dio andò vagando per il mondo, accompagnato dal suo tutore Sileno in un gruppo di Satiri e Menadi; navigò fino all’ Egitto, portando il vino con sé e lì combatté e sconfisse i Titani. Successivamente raggiunse l’ India, che, dopo molti scontri militari vittoriosi, conquistò interamente. Insegnò allora agli abitanti la viticoltura, istituì leggi e fondò città.

Al suo ritorno le Amazzoni tentarono di contrastarlo, ma egli ne fece strage e le disperse.

Quando Dioniso tornò in Europa passando dalla Frigia, fu guarito dalla pazzia dalla nonna Rea che lo iniziò ai Misteri.

Dopo aver vinto ogni resistenza anche in Tracia, e dopo innumerevoli sequenze di atrocità, successe o provocate, egli passò in Beozia, dove visitò Tebe e invitò le donne a unirsi alle sue feste notturne sul monte Citerone . Il re di Tebe, Penteo, cui la vita dissoluta di Dioniso non garbava, lo arrestò unitamente alle sue Menadi, ma, improvvisamente impazzito, mise in ceppi un toro anziché il dio.

Successivamente, dopo molto altro sangue, l’ intera Beozia accettò pure il culto di Dioniso ed egli si recò nelle Isole dell’ Egeo, spargendo ora gioia, ora terrore ovunque.

Giunto ad Icaria, e noleggiata una nave non sua che dicevano diretta a Nasso, si ritrovò, con l’ inganno, prigioniero di pirati che, ignari della vera sua natura divina, intendevano fare rotta verso l’ Asia e venderlo come schiavo. Dioniso fece allora crescere una vite lungo l’ albero maestro, mentre l’ edera avvolgeva il sartiame, trasformò i remi in serpenti e sé stesso in leone, e la nave si colmò dei fantasmi di feroci belve che costrinsero i pirati terrorizzati a gettarsi in mare. Divennero tutti delfini.

A Nasso incontrò Arianna, lì abbandonata da Teseo e la sposò senza indugio. Recatosi ad Argo, dove Perseo gli aveva opposto resistenza, fece impazzire le donne argive che divorarono crudi i loro bambini, e ciò gli fece ottenere anche qui la sottomissione del Regno.

Affermato infine il suo culto in tutto il mondo, Dioniso ascese al cielo e sedette alla destra di Zeus, come uno dei Dodici Grandi.

Sirio: La montagna incantata dell’ Olimpo, mio caro Friedrich, ha radici terrificanti e nel contempo sublimi: non so se sia più cosa buona o più cosa cattiva. Questo tuo Dioniso mi spaventa, e meglio mi sentivo in compagnia del solo Apollo …

Friedrich: Il Greco, amica mia, conosceva a fondo le atrocità dell’ esistenza: senza il sogno della nascita degli dèi olimpici non avrebbe saputo sopravvivere.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero creare i loro dèi. Dioniso è l’ emblema della loro “volontà di vivere”. Egli simboleggia l’ eterno ritorno alla vita, l’ avvenire promesso e consacrato nel passato, la trasmutazione. Ecco perché, nei suoi rituali e nel suo culto, i misteri della sessualità ed ogni particolare dell’ atto di procreazione, di gravidanza e nascita destarono i sentimenti più elevati e solenni. Ecco perché perfino il dolore del parto diventa sublime.

I Greci avvertivano nelle feste dionisiache il più profondo senso religioso della vita: l’ istinto a riprodurla, e così a renderla eterna. E’ la grande e panteistica partecipazione alla gioia e al dolore che accetta e comprende anche le prove più terribili e problematiche della vita, attingendo all’ insopprimibile volontà di generazione, di fecondità, di eternità.

“Soltanto il cristianesimo, fondato sul ‘risentimento contro la vita’ ha fatto della sessualità qualcosa di impuro: ha gettato ‘fango’ sul principio, sul presupposto della nostra vita.”

Sirio: doveva dunque apparire “titanico” e “barbarico”, al Greco apollineo, cultore della moderazione, l’ effetto provocato dal dionisiaco …

Friedrich: Apollo non può vivere senza Dioniso, amica mia. Egli esige la misura, e, per poterla trovare, la perfetta conoscenza di sé. Ascoltando sé stesso, però, l’ Uomo si sente intimamente affine anche agli eroi ed ai Titani precipitati: riconosce Prometeo, che, per il suo titanico amore per gli uomini dovette essere lacerato dagli avvoltoi, e riconosce Edipo, che per la sua saggezza primordiale dovette precipitare in un vortice di atrocità. Tutta la sua esistenza fondata su bellezza e moderazione poggia su un fondamento di sofferenza e conoscenza svelato a lui dal dionisiaco.

Sirio: ora capisco.

Dioniso l’ ebbrezza, l’ eccesso della verità, la contraddizione della gioia che sgorga dal dolore, generati direttamente dal cuore della natura;

Apollo l’ impulso alla perfezione, verso la tipicità, la libertà sotto la legge, l’ ordine.

L’ Uomo è perennemente in bilico tra questi due principi.

Friedrich: barcollerà in eterno sul filo della voce di Apollo, sul richiamo suadente ed insieme ripugnante di Dioniso.

venerdì 12 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -4- INCESPICANDO TRA I MITI

Friedrich: Ah, rieccoti, alfine! Amica Sirio, mi chiedevo dove fossi stata e se mai ci saremmo rivisti: è passato troppo tempo dal nostro ultimo incontro! Ma chi è quella persona che si accompagna a te, quest’ oggi? Un musico? Non ti avevo mai vista passeggiare fianco a fianco con alcuno, prima d’ ora, se non, casualmente, con me, e devo dire che quest’ individuo ha nel suo aspetto un qualcosa di disumano, nell’ accezione del termine positiva -se vuoi-, ma, comunque sia, inquietante …

Sirio: I miei rispetti, Friedrich. Sono lieta di ritrovarti.

Costui è Apollo, figlio del lascivo Zeus e di Latona, nato settimino, nutrito di ambrosia e nettare, che all’ età di quattro giorni già scoccava le frecce di Efesto. Uccise il nemico di sua madre, il serpente Pitone, inseguendolo fin all’ oracolo di Madre Terra a Delfi, ove lo finì davanti al crepaccio. Da Pan, il dio arcade con gambe di capra e dubbia reputazione, apprese, a suon di vezzi e lusinghe, l’ arte divinatoria, quindi si impadronì dell’ oracolo delfico e ne costrinse la sacerdotessa a servirlo. Maestro nel suonare con la lira, cui era stato istruito dal prodigioso Ermete, arrivò ad infliggere una terribile punizione a Marsia, suonatore eccellente di flauto, pur di vendicarsi per la di lui presunzione, costringendolo ad una gara di melodie in cui fu proclamato dalle Muse, alla fine, vincitore. Dopo aver sconfitto in un’ altra competizione anche Pan, fu ufficialmente proclamato Dio della Musica e suonava la sua lira dalle sette corde ai banchetti degli dèi. Fu anche pastore e custode delle greggi degli olimpici. Si innamorava in continuazione di ninfe e donne mortali, anche se i suoi amori non sempre erano coronati dal successo: procurò molti guai e fece molti danni a causa della sua insistenza.

Gli successe (primo fra gli dèi a voler concupire un essere del suo stesso sesso) anche di desiderare il bellissimo Giacinto, che gli era conteso nello stesso tempo da un principe spartano (primo fra gli uomini). Se ne liberò con l’ aiuto delle Muse, ma quando anche il Vento dell’ Ovest si invaghì dello stesso giovane diventando pazzamente geloso di Apollo, il povero Giacinto subì un incidente a causa di una pietra volante che gli ruppe il cranio, uccidendolo. Dal sangue del giovane nacque il fiore omonimo, su cui si vedono le iniziali del suo nome …

Un brutto giorno, però, Apollo fece arrabbiare seriamente suo padre Zeus, e questo successe dopo il complotto che gli dèi avevano organizzato per detronizzarlo. Fu quando uno dei suoi figli, Asclepio il medico , ebbe l’ ardire di resuscitare un uomo morto, privando così Ade di uno dei suoi sudditi. Ade se ne lagnò, Zeus uccise il nipote con una folgore, ed Apollo, per vendetta, uccise i Ciclopi, che costituivano le sue guardie del corpo.

Fu da Zeus condannato, allora, ma soltanto grazie alle intercessioni di sua madre Latona, a un anno di lavori forzati che Apollo scontò pascolando le greggi di re Admeto di Fere.

Alla fine, ammaestrato dalle esperienze, Apollo imparò la moderazione, e la predicò sempre ad orni occasione. Diceva costantemente: “Conosci te stesso” e : “Nulla in eccesso”. Indusse le Muse a trasferirsi a Deli, domò la loro furia selvaggia, ed insegnò loro a svolgere decorose e garbate danze.

Divenne nemico della barbarie e predicò la moderazione; la musica, la poesia, la filosofia, la matematica, la medicina e la scienza, nell’ età classica, erano sotto il suo controllo. Le sette corde della sua lira, come le sette vocali del tardo alfabeto greco, avendo un significato mistico, venivano usate per suonare musica terapeutica. Identificato con il Fanciullo Oro, fu venerato come Sole, mentre la sorella Artemide, fu identificata con la Luna.

Friedrich: Una storia affascinante, amica Sirio. Felice di conoscerti, Apollo.

Tutto questo ha dello straordinario, davvero. Il caso ha voluto che mi si sia appaiato, durante la mia passeggiata e prima del nostro incontro, questo fanciullo dai boccoli color del grano che puoi vedere al mio fianco. Il suo nome è Dioniso e, giacché egli pure appartiene al Mito, desidero riferirti la sua nascita e le sue imprese.

Io non so neppure vagamente immaginare quali e quante ricchezze speculative ne potremo ricavare, amica mia, nel confronto e nella fusione delle storie di questi iddii nati con gli uomini …

Sirio: Raccontami ogni cosa, Friedrich: la curiosità mi tenta e non la so contenere. Ti ascolto …

Friedrich: Domani, amica mia: siamo già giunti al solito bivio e questo vecchio filosofo deve dare riposo alle sue meningi ed alle sue ossa. Anelo al tepore del mio studio e della mia casa.

Sirio: E sia. Arrivederci alla solita ora, nel solito punto. Ogni bene, amico Friedrich, a domani.