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| Ardita e tenera a quattro anni. |
"È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. E anche, egli, l'invisibile fanciullo, si perita vicino al giovane più che accanto all'uomo fatto e al vecchio, ché più dissimile a sé vede quello che questi. Il giovane in vero di rado e fuggevolmente si trattiene col fanciullo; ché ne sdegna la conversazione, come chi si vergogni d'un passato ancor troppo recente. Ma l'uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l'armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d'un usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora. [...]" (G.Pascoli)
La mia fanciullina usa ripresentarsi -quando le pare- al mio cospetto con una risata scrosciante, cogliendomi spesso di sorpresa e talvolta in modo decisamente imbarazzante. Eppure, nella sostanza delle attuali circostanze della mia esistenza ben poco serena, non ci sarebbe davvero nulla di cui ridere, e se pure la mia vita fosse piena di garanzie ed armonia, beh, non sarebbe in fondo affatto ancora legittimata a ridere, data la sofferenza che comunque inonda sempre qualcun altro e che -non so come dirlo senza sembrare un prete in malafede- appartiene a tutti e tutti ci riguarda, pur se non lo si conosce.
Ma lei ride nonostante le innumerevoli ragioni di pianto, suppergiù allo stesso modo in cui molti vivono ed amano disperatamente la vita nonostante essa sia sempre nell'esito, e molto spesso anche nel suo sviluppo, tragica.
Ho scambiato spesso -forse fino a questo preciso istante-, la sua allegria per superiore ed incorrotto contatto con un ipotetico trionfo della bellezza nel cosmo che la bambina sa percepire, un'espressione trionfante di appartenenza, una sorta di sapienza primigenia e dionisiaca, prima di capire che no, che non si tratta affatto di questo, che siffatte supposizioni sono frutto di un'immagine viziosa ed un po' morbosa, di un certo attaccamento ad una certa malattia da intellettuale decadente, sempre tendente a porsi al centro di un universo che, invece, può agevolmente fare a meno di lui e della cui eventuale sparizione non s'accorgerebbe affatto, né si dorrebbe, tanta è la sua indifferenza e la sua assoluta neutralità.
La fanciulla, in realtà, ride di me.
Lei trova ridicolo il mio annaspare alla ricerca del soddisfacimento di un supponente e totalmente arbitrario diritto alla felicità, ma anche la sottaciuta pretesa che i fatti più dolenti della vita generino in sé e per sé un significato degno di nota, un credito riscuotibile, prima o poi, in qualche tribunale equanime e metafisico.
Ma da chi? Manca la sottoscrizione di un debitore, la controparte è assente, più che latitante.
Come la Storia si stacca dal mito, le nostre vite abbandonano il fanciullo, ed entrambe reincontrano le loro rispettive premesse a tempo irrimediabilmente scaduto.
Non è il tutto un po' amaro ma risibile?
Ma lei ride nonostante le innumerevoli ragioni di pianto, suppergiù allo stesso modo in cui molti vivono ed amano disperatamente la vita nonostante essa sia sempre nell'esito, e molto spesso anche nel suo sviluppo, tragica.
Ho scambiato spesso -forse fino a questo preciso istante-, la sua allegria per superiore ed incorrotto contatto con un ipotetico trionfo della bellezza nel cosmo che la bambina sa percepire, un'espressione trionfante di appartenenza, una sorta di sapienza primigenia e dionisiaca, prima di capire che no, che non si tratta affatto di questo, che siffatte supposizioni sono frutto di un'immagine viziosa ed un po' morbosa, di un certo attaccamento ad una certa malattia da intellettuale decadente, sempre tendente a porsi al centro di un universo che, invece, può agevolmente fare a meno di lui e della cui eventuale sparizione non s'accorgerebbe affatto, né si dorrebbe, tanta è la sua indifferenza e la sua assoluta neutralità.
La fanciulla, in realtà, ride di me.
Lei trova ridicolo il mio annaspare alla ricerca del soddisfacimento di un supponente e totalmente arbitrario diritto alla felicità, ma anche la sottaciuta pretesa che i fatti più dolenti della vita generino in sé e per sé un significato degno di nota, un credito riscuotibile, prima o poi, in qualche tribunale equanime e metafisico.
Ma da chi? Manca la sottoscrizione di un debitore, la controparte è assente, più che latitante.
Come la Storia si stacca dal mito, le nostre vite abbandonano il fanciullo, ed entrambe reincontrano le loro rispettive premesse a tempo irrimediabilmente scaduto.
Non è il tutto un po' amaro ma risibile?

