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martedì 14 gennaio 2014

Tipi -16- I Melliflui/ Tipi -17- Gli Stupidi

La sedicente forza interiore che un tempo gli altri mi attribuivano e per cui, probabilmente, mi amavano, si alimentava, in fondo, esattamente in quella stima e nel bisogno che  mi manifestavano. Vale a dire: era un rimpallo, un miserabile castello di carta, un infantile miraggio mimetico.
Io detesto la piaggeria ed odio gli sterili ammiccamenti untuosi.  Così, uno alla volta, ho estirpato tutti i Melliflui, ché mi davano la nausea, ed ho visto scemare la forza dell'ego tracotante ed aumentare quella della disperazione in maniera esattamente proporzionale.
Ben mi sta: l'essere umano degno non può ignorare l'umiltà, ovvero la consapevolezza che, preso solo, circondato dai frammenti degli specchi infranti, rischia di non essere nulla. 
 
*
 
Non ho niente contro gli stupidi puri, ovvero ignari d'esserlo.
In un certo senso provo addirittura invidia per alcuni di loro. Se la stupidità si sposa anche con la semplicità d'animo, autentica, è un dono innato: protegge dal dolore metafisico generico, quasi sempre causato dall'eccesso di lucidità e qualche lampo di veggenza. Invidio chi non soffre con l'anima e consumandosi dentro per le atrocità del mondo: tutto sommato è pur questo un atto implicito di umiltà, dato che soffrirci non le potrà lenire né tantomeno eliminare.
Non si fa che ritornare alla riflessione volteriana: l'indole sempliciotta è obiettivamente la più indolore, ma nessuno, tra i drogati del pensiero, la vorrebbe per sé.
 
( Da che cosa ci deriva tanta spocchia? L'Umanesimo, in realtà, è dunque  una malattia?)
 
Provo intolleranza e grande disprezzo, piuttosto, per gli stupidi convinti d'essere sagaci ed intelligenti, in modo particolare se appartenenti anche alla sottospecie degli ironici.
Sono, spesso, affetti da iper-autostima, malamente occultata, ed hanno sempre una moltitudine di Melliflui che indirettamente la rafforza. Com'è conseguente e logico, infatti, il mediocre che si autocelebra risulta polo attrattivo irresistibile per altri mediocri, e, se scribacchia, ciò genera un'orgia di parole spente e salamelecchi totalmente dimentichi di un decoroso senso del pudore, ma, soprattutto, del senno necessario ad esercitare la critica sui contenuti.


Siccome sono una donna, non sopporto in modo particolare le donne stupide che si credono sagaci ed ammiccano a temi femministi, senza accorgersi d'essere totalmente asservite alla logica ed al linguaggio maschilisti.
Così, nel descrivere -poniamo- un personaggio di genere femminile, si ritrovano a richiamare come prima "qualità" la bellezza, profondendosi nelle oziose puntualizzazioni di rito: "ma la bellezza interiore, eh!, non quella di trippe e carne, eh!, la bellezza che sta pure nelle espressioni, nelle rughe, nell'anima..." ecc.
A quel punto, il peccato di stupidità è già consumato, ché, comunque vada, l'idea che donna e bellezza sia un assioma, è più che mai perpetuato.
Tutto come sempre, belle mie.
 
 

giovedì 11 ottobre 2012

Tipi -9- (La contraddizione rosa shocking)

Sono di genere femminile, alcune di formazione "femminista", alcune acculturate -con tutti i limiti impliciti generalmente nella cultura-, alcune  pochissimo o nulla consapevoli, critiche od autocritiche, ed hanno in comune  un pensiero distorto di pesante rilievo sessista ma anche, genericamente , una sconvolgente miopia.

Così come ritengo che l'Italia sia retta da una casta marcescente perché la maggioranza dei cittadini che ora esercitano l'indignazione più o meno qualunquista ha la pesante responsabilità di somigliarvi in modo imbarazzante e colpevole e di averla consentita in molteplici modi ed attraverso un altrettanto ripugnante stile di pensiero, penso altresì che tali tipe oltre che essere -forse- inconsapevolmente in malafede, sposino cause perse in partenza per via di una certa imperdonabile confusa e gigantesca contraddizione.

Alcune scrivono saggi sull'argomento 'donna' -ché amaramente si deve affermare che 'donna' nel terzo millennio è ancora  oggetto da studiare e su cui riflettere, fenomeno complesso e problematico, nodo argomentativo, polo di contraddittorie opinioni (come se l'appartenenza ad un genere potesse essere opinabile o discriminante ai fini dell'elaborazione di riflessioni esistenzialistiche semplicemente umane -ed infatti purtroppo lo è-)- e si occupano (nel senso che guadagnano profumatamente perché è un mestiere fatto di 'incarichi' in vari 'organismi') di esprimere opinioni o educare al senso critico o rendere consapevoli altri cittadini di varie storture socio/storico/culturali/mediatiche particolarmente penalizzanti per la donna, in primis per la di lei 'dignità'.

Ora, già il fatto che si possa pensare che la dignità possa venire insegnata o ricordata a qualcuno che 'non se la rammenta", pare a me piuttosto singolare, così come mi pare altrettanto singolare nonché utopistica  la speranza che gli eventuali smemorati non possano reiterare  la loro natura. Se il senso di dignità di costoro è talmente labile da abbisognare di pungoli e rivelazioni altrui, tanto vale rinunciare a questa sorta di inutile crociata laica a buon mercato, perché chi è pronto ad ascoltare un qualsiasi profeta, sarà pronto anche ad ascoltarne un successivo eventualmente più abile nell'arte retorica.

Siffatti tipi, poi, conciliano sempre. Conciliano quasi su tutto: sostengono un dato principio ed anche  un suo "esatto contrario ma...". 
Le si udirà affermare, per esempio, che esiste la libertà per la donna di essere esibizionista, se le pare, ma nei modi e negli ambienti consoni.
Se tale 'legittimo' esibizionismo include l'esposizione mercantile del proprio corpo  e se la libertà consiste anche nella decisione di prostituirsi per permettersi l'acquisto di una borsa di Vuitton, come implicitamente e pure esplicitamente affermano, la miopia di cui parlavo sopra diventa assoluta cecità.
Lo schiavo che afferma di servire spontaneamente il padrone rimane uno schiavo.
Alla faccia di quell'aleatorio e traballante loro concetto di dignità, siamo al Nulla feroce, di nuovo.

*
Negli anni 70, almeno, eravamo militanti ed agguerrite su questioni piuttosto precise. Questo mi inorgoglisce, pur se devo ammettere che allora abbiamo ingenuamente gettato il seme -germinato poi in modo tossico- di un'ossessionante attenzione morbosa sul corpo e sulla sessualità, la sua difesa, la sua libera espressione, la sua esclusiva appartenenza e gestione.
*

Sono, queste, invece, le nuove femministe (ma tra le loro fila marciano anche quelle di allora sottopostesi a lifting intellettuale): terribile figura di donna moderna, in cui l'atavico (e pure giustificato) risentimento di genere che si commistiona con i nefasti effetti ottundenti della sostanziale neutralità del capitalismo occidentale (per cui uomo o donna non fa differenza: siamo strumenti desideranti dei suoi beni  tutti quanti, indistintamente e molto democraticamente) ha prodotto un' oggettiva mastodontica contraddizione permanente.







venerdì 9 marzo 2012

Nove marzo: spaccato di vita di una donna di tutti i giorni.

Si illudeva di poterla tenere a sé adottando i più bassi espedienti, stupidamente convinto che a lei non fossero noti.
Riteneva che a ciò lo autorizzasse l' amore che provava per lei.
Era questo un errore madornale e di indicibile gravità.
Agli occhi di lei imperdonabile e senza appello, uno dei tanti frutti marcescenti del maschilismo serpeggiante che si maschera di sentimento: il peggiore, quindi, perché sostenuto dall' ipocrisia e dalla malafede.
Lui aveva organizzato un sistema accurato e scientifico  per controllare ogni suo spazio privato, per invadere ogni sua legittima personale bolla di libertà e limitare la sua esigenza espressiva: s' intrufolava nei suoi account internet, seguendo in tempo reale le sue conversazioni con i suoi contatti, pretendeva di regolamentare le sue amicizie e le conoscenze,  si appostava come un detective agli angoli delle vie per spiare i suoi movimenti.
Lei, una volta resasi conto che sì, quella era davvero una cosa che può succedere, pur se nella sua coscienza e ai suoi occhi inverosimile, anzi -peggio- abominevole, provò un senso tale di ripugnanza da comprendere che nulla avrebbe potuto mai più cancellare il disgusto. Lui trovava invece la cosa comprensibile, legittima, poco meno di normale.
Era un uomo fragile e disperato, che aveva avuto l' ardire di approffittare di una serie di situazioni oggettive e dolorose attinenti alla storia di lei, per tentare di fidelizzare la sua anima, ma in totale dispregio della sua assoluta libertà.

Lei si chiedeva spesso se ci fosse differenza tra la violenza fisica e quella morale -soprattutto quando supportata da un oggettiva impossibilità di reazione e scelta, magari pure per motivi di indigenza economica-  e non poteva che concludere che erano entrambe ugualmente odiose ed inaccettabili.

Esistono molte sfumature di schiavitù.
Tutte hanno in comune la soggiacenza agli imperativi del denaro.
La donna, nella logica infame del Capitale ed in forza della più grande ingiustizia universale che si sia mai concepita e perpetrata dall' umanità, è pertanto spesso schiava di uno schiavo.

Come qualsiasi altra forma di debolezza e pochezza il maschilismo ricorre da secoli al sopruso.
Il sopruso è più facilmente esercitabile su chi versa in istato di debolezza materiale o psicologica.
In qualsiasi società, da sempre, il forte detiene ed esercita il potere attraverso  il possesso dei mezzi ed il denaro. A sua volta,  egli sarà schiavizzato e patirà altra sfumatura di soprusi da un altro schiavo di siffatta logica, ma a lui superiore.

E via così, fino al grande Maiale volante...

 

giovedì 16 febbraio 2012

Amori da morire -7-

"Certo che ti amo.
Ti amo oggi, ora. Adesso ti amo al mio massimo: di più non è possibile. Non scomoderei la mia anima neppure per un lievissimo soffio d' amore in meno.
Ma qui, adesso, in quest' istante cristallizzato. Domani non lo so.
Non ho alcun potere sul futuro; nessuno ne ha: per definizione è appannaggio esclusivo di un dio. Perché mi vuoi tanto potente, tanto saccente?  Supponente?
Io non  so nulla di domani. Non lo so, non lo conosco il futuro e odio la menzogna: che cosa potrei promettere di ciò che non esiste? Non ti basta, dunque, questo grande piccolo cuore umano che batte adesso?"

Erano le parole che avrebbero voluto esondare dalle sue labbra quando lui, creatura troppo corrotta dal suo stesso stato terrestre, che spinge a desiderare di possedere ciò che ci piace, le voleva estorcere quella sorta di clausola compromissoria che  il "per sempre", di fatto, rappresenta.

"Nei fatti il dono del tuo piccolo grande cuore non basta mai a chi dice d' amarti. Ovvero: l' altro evoca sentimenti, per loro stessa natura d' ispirazione altruistica ed immateriale, ma con riserva di tesaurizzarli quanto prima al suolo. Non si può, non si può sorvolare a lungo sul sospetto di meschinità che ne deriva.
E' un meccanismo di malafede, di cui noi umani ci serviamo per ancorarci alla vita, che altrimenti saremmo imbarazzati a vivere.
Presto o tardi ti presenterà una lista di richieste, o paleserà l' elenco delle sue aspettative frustrate, con la più pragmatica lucidità e precisione matematica.
Vorrà il tuo tutto. Ti dirà che sei il suo tutto.
Pretenderà di conciliare con te ogni cosa: spazi fisici, scelte, amicizie, rapporti professionali, desideri e perfino il tuo umore. Passerà sotto la sua microscopica lente d' osservazione ogni tua parola, scruterà i guizzi dei tuoi sguardi sul mondo, noterà ogni movimento dei tuoi muscoli facciali e, per ciascuno di non sufficientemente familiare, ipotizzerà complotti e misteri ai suoi danni. E nel preciso istante in cui tu comprenderai questa sua scandalosa debolezza, smetterai d' amarlo."

A suon di "per sempre" traditi - perché l' amore umano è a termine, salvo eccezionali incastri d' affinità-, si rischia di diventare perdenti ed anaffettivi e sentirsi inquieti spettri delle creature fantasiose e generose che si era stati oppure che, in potenza, si sarebbe potuti diventare.

Eppure, l' esigenza dell' infinito lei la comprendeva perfettamente. Ciascuno di noi ne porta in sé una sorta di nostalgia, quasi come se l' avesse conosciuta in un qualche tempo perduto, durante un' infanzia dell' umanità dimenticata di giorno ma rediviva ogni notte, ad ogni temporale, alla vista del mare d' inverno,  sul più impervio sentiero d' alta quota, tra mastodonti di pietra, mentre il vento gelido sferza e percuote il volto, tra il crepitìo di braci, in un canto di cicale.

E' un' idea terribilmente romantica: eternità è la memoria, la storia umana. Ma può essere esclusivamente  condivisa a livello di sentore e sensazione ed in alcun altro modo fruibile: ciascuno di noi non può che pretendere d' esserne, almeno e soltanto, un invisibile frammento.

"Non so che farò, ora. Il mio cuore è pieno di tristezza, non so se la ginestra abbia l' infinita possibilità di rinascere nel deserto: i suoi fiori paiono sempre più pallidi e caduchi, e scopro adesso i suoi semi velenosi.".

Era un' asciutta sensazione, la sua: secca proprio come le crepe della terra spaccata dal sole rovente.
E, come da fulminante illuminazione, vide, d' un tratto, un altro lato -quello oscuro- della sua verità.
Una verità lunare e sfuggente, inabissata in crateri di cui nessuno avrebbe potuto scorgere il fondo.

Il primo buco nero stava nel linguaggio, e sarebbe rimasto incolmabile. Ci si può amare a fondo soltanto tra uguali.
Per lei amare significava qualcosa di profondamente diverso da quel che l' altro percepiva. Prima di qualsiasi altra cosa era apertura, disponibilità, possibilismo, e nasceva come atto contemporaneamente cosmico ed umano. Slegato dal tempo e dai fatti, ignorante di regole ed usi, era, più propriamente, la capacità di sintonizzarsi alla grazia del vivere, e non aspirava ad altro, essendo anzi qualsiasi collaterale effetto in sé e per sé nocivo e letale.
La passione? Talvolta un contorno, un evento, una divagazione sul tema, un' espressione, ma, se tema dominante, un fuoco fatuo.
Amore comunque a monte, passione a valle, destriero bianco che punta al cielo, destriero nero diretto verso la Terra.

*
Ricordava spesso il volto di uno sconosciuto, di cui non sapeva neppure il nome e che non rivide mai più, dopo quel fatto.
Nell' esistenza intera di un moderno si fanno pochi, pochissimi incontri paradigmatici, se si escludono quelli tipici dell' età evolutiva in cui talvolta si mitizzano i rari buoni Maestri.
Due, forse tre confluenze di caso.
Ed accadde sempre in luoghi di sofferenza e dolore.
Ebbene, il primo incontro si verificò la notte precedente la morte del padre lungo il corridoio dell' ospedale che immetteva alla stanza in cui stavano i letti dei rispettivi genitori, entrambi morenti.
Lungo il corridoio lei e quell' uomo si sgranchivano le gambe atrofizzate dalla veglia al capezzale e si sforzavano di parlare d' altro: di cose vive, presumibilmente vive anche domani. Ma ognuno di loro pensava all' imminente attimo in cui avrebbe contemplato la maschera di morte del proprio padre.
Il padre di lei morì alle cinque del mattino. Lei era di pietra, e non disse una parola. Lo sconosciuto, che accudiva il suo genitore da due letti più in là, balzò in piedi fulmineamente e corse ad abbracciarla stretta. Stretta, senza dir nulla, come a sostenerne parte del dolore muto.Un gesto libero, informale, gratuito, mosso da un impeto: amore. Amore senza necessità del dopo. Umanamente cosmico.
Ecco: lei amava -sempre-, prima che in qualsiasi altra forma, così e così pretendeva d' essere amata. Gli altri effetti, per lei, erano dettagli, qualche volta enormemente significativi, così come le conseguenze -i figli, la propria carne-, ma dettagli.
Era questo che confondeva e gettava nella disperazione chiunque cercasse di interpretarla: una fulgida linearità di pensiero che poteva sembrare pura follia.

*

Acquisire un po' di saggezza presuppone l' aver percorso un lastricato rovente che pare vomitato direttamente dall' inferno. Richiede resistenza e resilienza.
Lei sapeva d' averne conquistata una piccola, piccola parte e che tale conquista aveva un alto prezzo da scontare nel suo universo interiore sentimentale in termini di fatale ed insanabile solitudine.
Si trattava di accettarlo senza opporvi più l' ostacolo di una caparbia quanto inutile ricerca d' affinità troppo improbabili e rare per essere trovate senza l' ausilio della fatalità e delle sue arcane vie.
E conservare la tenerezza. 

(Il 7 è numero per me ultimativo, ed allora, fine)






martedì 31 gennaio 2012

Amori da morire -6-

Lei era integralista, profondissimamente e suo malgrado, nel pozzo suo segreto dei desideri, nell' abissale tana della  sua anima.
Lo era negli effetti personali ed esclusivamente per quel che la riguardava ed atteneva.
Edi suoi più personali effetti erano il pensiero, i giudizi, i suoi insindacabili -un po' eccentrici- gusti ed i sentimenti.
sentimenti: quel che il dizionario definisce come un fenomeno dell' affettività valevole  un po' di più dell' emozione ed un po' meno della passione.
Lei ne aveva di forti e complessi, a cominciare dal suo senso dell' umanità e dalla sua pietà e nonostante tante riflessioni ed una forte attitudine razionalizzatrice, si ritrovava poi, puntualmente, a poter scorgere il mondo ed il cuore degli uomini solo attraverso di essi. Senz' ombra di dubbio, era come se lei sapesse da sempre -ma dove provenisse questo sapere lo ignorava- che il sentimento è sempre un po' più acuto della più acuta delle intelligenze.
Era questo di cui allora era assolutamente convinta.
*
Più tardi, quasi senza avvedersene, come un naufrago che ha resistito alla violenza di mille onde ed alla milleunesima, stremato, affoga, fece in modo di sembrare a sé stessa ed agli altri nichilista.
*
Chiunque, fuori, nel mondo, oltre la barriera del suo corpo, poteva essere e fare quel che più gli aggradava senza che lei si sentisse minimamente autorizzata ad esprimersi in merito, tentando, ad esempio, di rendere allettanti sue opinioni o decisioni, fargliele abbracciare, forzare una condivisione non immediata, viscerale, spontanea.
Amava più ciò che da lei differiva  in sfumature arricchenti piuttosto che  ciò che tende alla similitudine totale.
Tuttavia rimane assolutamente fuori discussione che i contrari si respingono, e decisamente, e perfino senza bisogno di ragionarci, ma bensì d' istinto e talvolta violentemente.
Infinite volte se l' era detto ed infinite volte l' aveva dimenticato.
La smemoratezza aveva una causa ben precisa: fame di affinità, ansia di vita, disperato bisogno di uscire da un tunnel di solitudine insostenibile.
Ecco perché aveva sciupato tanto tempo e tante energie con uomini mediocri, spesso a lei inferiori intellettualmente e spiritualmente, ma ricchi di metodo e furbizia: quella sua ansia la rendeva tremendamente vulnerabile e fragile, anche se lei lo sapeva bene, in fondo, e per questo si odiava.

Non sarebbe cambiato mai nulla, fino alla fine del tempo. Sapeva, sapeva bene anche questo. Cionostante doveva amare per forza, oppure, in alternativa, morire.

Così riamò, per niente, quell' uomo già amato e poi disprezzato: ne riamò un' idea d' amore che doveva assolutamente discendere in un corpo, e pure senza indugi, una prospettiva sognata che voleva con tutte le sue forze che fosse vera per arrivare, ovviamente, necessariamente, a disprezzarlo ancora e a lasciarlo, di nuovo, per i suoi persistenti vergognosi tentennamenti, i sensi di colpa di diciott' anni prima ma a causa di un nuovo oggetto, questa volta certificato, la sua altalena di lacrime e disperate fantasie amorose via sms strazianti ed inconcludenti.

Che avrebbe fatto se il veicolo dei suoi contrastanti e pavidi desideri  fosse stata una colomba viaggiatrice? L' avrebbe sfinita di messaggi che non erano un mezzo, ma tutto il solo fine.
Gli uomini da niente hanno sempre sacrificato mille colombe.

The wounded angel (Hugo Simberg)


Quando finì, lei ritrovò il solo uomo che la conosceva intimamente, che amava e vedeva con chiarezza la sua anima, senza temere che la sua stessa impallidisse e svanisse. Suo marito, con quella sua immensa forza, con la sicurezza derivatagli  dalla potenza dei suoi stessi sentimenti, aspettava che il doloroso e necessario percorso di lei gliela restituisse.
Neppure per un attimo cercò mai di strapparle le ali: l' aveva guardata allontanarsi sulla scia di una corrente di sogno, posarsi in ascolto sulla scogliera selvaggia, tra i marosi infuriati, contemplare infine il liquido specchio liscio, e ritrovarsi.

" [..] Eretto nella sua armatura un uomo di pietra, al timone, solcava il nero flutto. Ma l'eroe, calmo, chino sulla sua spada contemplava la scia, sdegnoso d'altro vedere. [...]"
( C. Baudelaire, Don Giovanni all' inferno)

E lei credette di riconoscere, finalmente, l' approdo. Ed invece era soltanto un alito di bonaccia.
Tra loro non c' erano le parole, non c' erano mai state: nessuno di loro avrebbe potuto coniarne di efficaci per accedere al cuore dell' altro. Era un amore di motti e di segni, uno scambio di brividi e di fluidi, perfetto, nel sentire di lui, muto, pragmatico, maschile, in quello di lei.

Prima di scoprire di non avere scampo e rassegnarsi alla pochezza dell' altrui concetto d' amore, imparando a zittire la sua disperata attitudine alla speranza, in quell' ossimoro che rappresentava interamente il suo essere, lei osò ancora, come se possedesse la sacra follia dei profeti e dei visionari che il mondo ha sempre, implacabilmente, mandato a morte, per sedare la sua paura.

(continua, forse)




martedì 24 gennaio 2012

Il genere: forca caudina

I maestri, buoni o cattivi che si rivelino poi essere, hanno comunque un' enorme influenza sui loro discepoli, siano essi consenzienti oppure no.

Ricordo il mio professore di letteratura moderna.
Era un tipo dalle malcelate ambizioni narrative frustrate, abbastanza competente, leggermente snob, sportivo e giovanile, ed affetto dal difettuccio d' essere spudoratamente attratto dalle sue giovanissime  alunne, non tanto intellettualmente o paternalisticamente o per filantropia, quanto piuttosto nella loro qualità di fanciulle in fiore.
Mi ha fatto arrossire un milione di volte, in classe, a seguito di sue battutine allusive talvolta decisamente pesanti. I suoi  "Martini, venga sulla cattedra", accompagnato da sguardo complice e divertito indirizzato ai suoi allievi cogeneri, o "la morfologia della Martini, ad esempio..." in risposta a chi gli chiese cosa significasse 'morfologia', per non parlare del più triviale di tutti, consistente nell' offerta di un passaggio sulla sua canna -della bicicletta, ma con risatina-, per citarne alcuni, mi imbarazzavano e mi inducevano a provare un filo di vergogna, pur se totalmente ingiustificato. E' chiaro che se esempi similari provengono da un autorevole educatore, i suoi discepoli ne deriveranno che sia buona cosa seguirli
.
Aggiunto questo dettaglio, fornito da una figura che avrebbe dovuto essere carismatica -anzi, che nonostante questa pecca, questa debolezza un po' deformante, continuava ad esserlo (in fin dei conti lo ringrazio ancora per avermi trasmesso l' amore per gli autori del Neorealismo  ed imposto la ripetizione a memoria di molti articoli della Costituzione Italiana) - alle vicissitudini ordinarie che coinvolgono una giovanissima femmina di umano che inizia a relazionarsi con il mondo e che s' accorge presto che ogni esame cui dovrà essere sottoposta per impostare le sue scelte di vita non prescinderà mai, nemmeno una sola volta, da un iniziale giudizio -più o meno consapevole e subliminale- sul suo aspetto e sul suo corpo, una ragazza può maturare diverse ed opposte consapevolezze, reazioni e strategie.
Nel mio caso, fondai un cazzutissimo " Collettivo Femminista" nel mio Istituto scolastico, tanto per ragionarci su.

Oggi so che non c' è niente da fare.
Non se ne esce, a nessun livello, per quanto si possa convenire teoricamente, anche tra uomini e donne più sensibilizzati ed 'evoluti', sull' eccentricità di simile forca caudina obbligatoria per chi ha avuto la ventura d' essere nata femmina.

Odio questa cosa.
Odio tutte le persone  convinte d' esserne consapevoli, ma puntualmente, negli atti e nelle parole, in imperdonabile contraddizione.
Alcuni li sentivo amici, cioè, prima di ogni altra considerazione, affini. Ma ci cascano, altroché se ci cascano.
Che tristezza, e che noia.

Se ne può dedurre che il corpo fagocita sempre pensiero e quel che convenzionalmente definiamo anima? Io temo di sì, nei rapporti infra-generi o che oggettivamente implicano, anche in ambito professionale o comunque pubblico, la contrapposizione dei due generi. Ergo: comandati dai nostri stessi ormoni perdiamo lucidità , raziocinio, e senso critico, nonché, talvolta, sciupiamo la poesia.


*

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


( C. Pavese -22 marzo '50)


... e pensare che lei era  veramente una mediocre...

*

Urge un mio ritiro subitaneo alla rocca, va'.

sabato 21 gennaio 2012

Amori da morire -5-

Non solo "siamo fatti della stessa materia dei sogni", ma anche i soli momenti in cui lei viveva totalmente erano precisamente i sogni ed i ricordi di sogni.
Non conosceva un luogo meno surreale di quello, un approdo più sensato per una solitudine interiore tanto irreparabile e, comunque fosse, fatale.
Aveva affinato una straordinaria capacità di esistere in due dimensioni parallele: quella ufficiale e formale, che era una sorta di morte in vita e totale alienazione, e quella sotterranea in cui ritrovare un mondo a sua misura.
A ciascuno la sua tana: chi la trova nella folla od in illusori consorzi umani e chi sotto la propria scorza, invisibile al mondo.
Trattenere nella sua vita gli esseri umani che via via incrociavano la sua strada aveva pressuposto, fino ad allora, accontentarsi di relazioni avare di parole e simboli e per loro stessa natura decadenti, instillarci un' energia parossistica ma inutile, mai colta completamente dall' altro e sempre poi stravolta nel più profondo dei significati.
A lei l' aristotelica medietà non confaceva affatto e sotto sotto la trovava un po' vile e meschina.
E l' impressione che reiteratamente aveva ricavato dalle sue conoscenze era che la generalità delle persone preferisse le piccole certezze nel rispetto di formalità e convenzioni all' espressione più onesta di sé.

"Accontentarsi" suonava come una bestemmia. A quale fine? Perché avrebbe dovuto accontentarsi?
Il poco, nella sua voragine di esigenze sentimentali ed umanistiche frustrate, valeva meno del vergine nulla.
Dal puro 'niente' avrebbe potuto, almeno teoricamente, far sorgere qualcosa di sano fin nelle radici, ma dal malato cronico terminale 'poco' eventuali frutti sarebbero nati già avvizziti e guasti.
Non aveva ancora considerato la spiegazione più banale del fenomeno: semplice carenza di spessore e livello genericamente umano nei suoi contatti, pura piccineria morale, deficenza speculativa, intellettiva, spirituale.

Tanto valeva risparmiar forze, cautelarsi un po' di più, provare a scriverne, fosse soltanto per sé e, soprattutto, immaginare, nella dimensione parallela.



Le era chiaro che la più crudele delle condanne umane è il desiderio, ma che il desiderio stesso è anche ineludibile connotazione umana: non è possibile disfarsene mai completamente.
Allora non resta che desiderare il relativo bene, quantomeno in rispetto della propria più autentica natura.
Saper che cosa desiderare, ma autonomamente, è un' arte raffinata e costituisce atto di libertà.
E lei desiderava il solito altrove (luogo del completamento, della gioia senza recriminazioni e rimpianti, dell' equilibrio e della riconciliazione con sé stessa e conseguentemente con gli altri) -di questo era certissima-, ma senza averne alcuna precisa cognizione, senza poterne disegnare tratti, contorni e personaggi. Per sua natura, quell' altrove non poteva che essere astratto, ma è esattamente quella caratteristica che lo rendeva salvifico. La speranza deve riguardare ciò che non c' è e forse non sarà mai: quel che si può  prima o poi afferrare, una volta ottenuto, sarà avvilito dalla noia.
Così siam fatti.

La battaglia contro le fatalità è sempre persa dagli uomini: ritenere di governare la propria vita è pura velleità. Velleità pietosa.
Così lei, di nuovo, si ritrovava a vivere situazioni dominate dalla solita miscela d' assurdo e di costrittivo unito ad una parte di arbitrio e volontà: suo malgrado -così- invischiata esattamente nella vita mediata che tanto detestava.
Un figlio, che porta ad assunzione di responsabilità ben precise ed assolutamente dovute, la necessità di un nucleo familiare anche per far fronte alle vili esigenze materiali, la consapevolezza che nessuno al mondo, mai, avrebbe potuto vedere la sua disperata sete d' immenso e la sua uranica malinconia.

Poteva ritenersi colpevole d' essere così accanitamente sposata al dolore d' essere e non poter mai essere fino in fondo?
Chi maledire per la fatalità d' avere un talento così affinato per sentire in sé tutto il dolore, e lo schifo, e la follia d' essere umani?
"Solo, solo fino all' osso": come hai saputo dirlo bene.

Che ci vuole, allora, in un' indole simile, per sperare che.?
Niente. Non ci vuole nulla. L' alternativa, altrimenti, è l' auto-soppressione.
Così, se le prospetti un nuovo amore, aspirazione di Bellezza, lei vorrà ostinatamente, fortissimamente, impetuosamente, crederci, perfino nonostante la certezza che non funzionerà e distruggerà quei pochi punti solidi d' ancoraggio della sua precaria ed oscillante vita.
Questo la diversificava da tutti coloro che conosceva. Da tutti, anche da chi diceva di amarla, di volerla per sé, in una comune nuova vita. Nuova vita: identica nei meccanismi alla vita già vissuta.

Non era la via d' uscita verso una luce, ché l' esistenza è un labirinto infido destinato a proiettare in un buco nero d' energia, ma volle fingere -sognò, sognò, sognò- che lo fosse.

Lo baciò, lo consolò delle sue vili e misere paure, e stette a contemplare gli sviluppi di quella coscienza che lei conosceva fin troppo bene,  mestamente certa di conoscere a perfezione l' inevitabile epilogo della storia sempiterna, purtroppo.
Ma c' era, nell' aria che respirava nel frattempo, in quella sorta di tregua ideale fatta di arabeschi di fantasia,  il motivo di immaginarsi ancora un suo mondo di possibilità, ambrosia d' Eros, che sa rendere -pur se a termine-  semidèi i mortali.

"Mi manchi, mi manchi, mi manchi. Sono migliorato, sai, però: al mattino ho maggiore autonomia, ora. Non sei il primo pensiero, quando apro gli occhi. Riesco a resistere fino all' armadio, che sta ad un paio di metri dal letto. Poi compari tu e rimani nella testa. " le scriveva clandestinamente la notte mentre sua moglie dormiva. "Ricordi a Sappada?  Sono uscito dall' albergo, disperato, perché non riuscivo ad amarti (sei una strega, perché con te è così?) ed ho raggiunto il prato. Mi sono sdraiato sull' erba, l' aria era frizzante, c' era il sole, ho chiuso gli occhi, la pressione  al cuore s' è alleggerita. Quindi, un immenso vuoto. La cosa più bella l' avevo lasciata nella stanza della locanda. Sono tornato correndo da te, ed ho vinto il mostro."

"E meno male", pensava lei con risentimento, "che non mi hai condannata al rogo, com' è successo alla povera ragazza di cui Mann narra nel Doctor Faustus...".

Soggiungeva la tristezza.
Sapeva che non si cambia.
Sapeva che non si può.
Ed il buco nero li avrebbe di nuovo inghiottiti.
Meritatamente.

(continua, forse)



mercoledì 11 gennaio 2012

Amori da morire -4-

Il dilemma rimaneva irrisolto, nonostante il trascorrere degli anni e l' accumulo di esperienze, nonostante incontri, confronti, assaggi e vezzosi piluccamenti, smottamenti dello spirito, devastanti sensi di colpa, vertiginose cadute di autostima, esecrabili picchi di esaltato egocentrismo.

*
Ma l' ansia sentimentale è un' affezione soprattutto femminile? 
Dov' è: in una masnada di ormoni schierata in formazione a testuggine, la responsabile? Siamo strutture comandate dai nostri stessi neurotrasmettitori? La chimica cerebrale domina scelte e bisogni?
Pare che le diversità di genere nelle aree cerebrali si formino intorno al sesto mese di vita uterina: donne si nasce, non si diventa; donne si è, almeno in potenza; più tardi, poi, il proprio personale patrimonio di individuo -indole, temperamento, natura, da chissà quale soffio cosmico e di energia resi sunto dell' essere-, così posto nel mondo, svilupperà ciascuna espressione di femminilità.
Per uno stuolo di donne rimarrà preferenzialmente 'ormonale': ed ecco la concitata rincorsa all' approvazione, all' accettazione, soprattutto da parte dell' altro maschile, ed allora necessariamente limitata alla seduzione dei sensi, attraverso un' unica chiave di lettura dei rapporti tra sessi.
Femminilità un po' triste. Servile. Spesso scurrile. Frequentemente patetica. Riduttiva. Noiosissima.
Per altre, si tratta invece di conciliare un' intero sistema universale pensato e fatto a guisa di maschio, con le loro autentiche peculiarità e dotazioni in termini di (iper)sensibilità, empatia, esagerata e spesso dolorosamente incontenibile attitudine alla comunicazione.  
La De Beauvoir, mentre da un lato afferma con grande impeto che le differenze di genere sono tutte culturali, dall' altro evoca quella particolare ansia, quella ricerca  dell' altrove, quasi sempre destinata all' eterna frustrazione, che io vedo maledettamente, ma non meno meravigliosamente, femminile. Certo, non è prerogativa di Donne, probabilmente, ma una donna riuscirà a decifrare perfettamente le seguenti parole e ritrovarle nel proprio nucleo e nella propria, presumibilmente ancestrale, memoria.

"Si può cercare qualcosa di molto specifico; un padre, un bambino, un'anima gemella; la sicurezza, la verità; un' immagine esaltata di te stessa. O il tuo bisogno può essere ambiguo, indefinito o addirittura infinito. Puoi volere qualcos' altro, qualsiasi cosa purché tu non l' abbia." (Quando tutte le donne del mondo... - Simone de Beauvoir)

Se Pascal addiviene a Dio in forza di una probabilità e di un' induzione pur opinabili, io giungo, grazie ad un  percorso similare, alla conclusione che forse è esattamente il richiamo a quell' 'altrove', tutto intero introvabile -se non per una congiuntura altamente casuale e perciò improbabile- in un solo individuo, a rendere sempre viva e palpitante l' eterna ansia sentimentale di una femmina umana della mia foggia.


*

Ogni volta che la re-incontrava avvampava come uno scolaretto. Era un particolare che lei riusciva ad amare, pur nel sentimento di fondo che nutriva per lui e che rimaneva pervicacemente di sottile disprezzo, ma senza protervia.

"Come mai qui, che combinazione questo incontro, era un film che volevo proprio vedere, mi ricorda la nostra bella adolescenza, i cortei, il Che, le bandiere, i sogni."
"Ma quando mai..." -lei pensò- "... non c' eri. Tu non ci sei mai stato, nei nostri cortei. Ricordo bene: tu appartieni ai cauti. Lo sei da sempre: tu sei un fottutissimo cauto. Borghesuccio piccolo piccolo e prudente. A te le scelte di campo sono sempre state invise, sei troppo ingenuo, troppo elementare. Pensavi che bastasse ascoltare le canzonette d' oltre oceano per dirsi rivoluzionari. Poi, la domenica, andavi alla messa, a recitare i credo, ché mamma in questo modo t' aveva addestrato a fare. Statti zitto, almeno, e togliti di torno o potrei scivolare su codesta tua bava di ignavia."
E sgambettava loro dietro, cercando l' assimilazione impossibile, come aveva sempre fatto, come aveva fatto al tempo dell' Amore abbacinante che avrebbe potuto, fosse pure per un solo giorno, ma totalmente, liberarlo dalla sua mediocrità.

"Ti amo. Ti amo da morire. Non passa, non passerà mai. Anche se sei di nuovo sposata, anche se hai un figlio. Ti amo sempre, ti amo ancora. Io... ho avuto paura, allora. Fin dai banchi di scuola mi incutevi quest' amore spaventato: ti immaginavo guerrigliera in Sud America, suffragetta tra i gendarmi, Cassandra visionaria, Saffo sulla rupe. Tutti, sappilo, ti vedevano così. Comunque irrangiungibile e disumana. La colpa è tua, se mi sono sentito allora così fragile: hai usato sempre la tua personalità come un maglio per minimizzare gli altri, per umiliarli, per punirli di mancare del tuo stesso coraggio, o semplicemente, di non essere esattamente come te. Sei certa che questo ti renda migliore? "
"Il Verme ha  pensieri capaci di profondità: meraviglia." si disse lei, con leggero sarcasmo. " Non capirà mai, però, che la vera discriminante tra amore sacro ed amor profano - ma grandioso- sta nella preponderante presenza, nel secondo, della fantasia."

Poi, fatalmente e disgraziatamente, si permise di commuoversi. Un' altra volta, nel vecchio gioco degli specchi.

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende 
Amor, ch'a nullo amato amar perdona..."


(continua, forse) 

 


lunedì 26 dicembre 2011

Amori da morire -3-

Alla fine decise di arrendersi, definitivamente, alla sua più intima verità, per quanto imperfetta.

Non esisteva un solo modo per sfuggire a sé stessa, né tantomeno agli scherzi della casualità: non rimaneva, quindi, che tenersi pronta a parare gli eventuali colpi della sorte e il fuoco incrociato delle contraddizioni proprie ed altrui attrezzandosi bene con ideale cotta al titanio sull' anima. Come arma offensiva, invece, la punta di diamante di una schiettezza un po' robotica e talvolta incresciosa.
Ciò almeno nelle intenzioni.

Le arrivarono, sparse e più avanti, qualche voce, alcune cartoline illustrate, una lettera.
Lei, intanto,  lo aveva ribattezzato "Verme", anche se lui non lo seppe mai. .
Le dissero che dopo che lei l' ebbe lasciato, lui fuse  e si riprese -per poi rifondere, e riprendersi- v arie volte, cercò la di lei amica per evocare a parole la presenza perduta,  divenne amico del suo stesso rivale e convennero entrambi d' essere stati vittime di una schiacciasassi dalle sembianze muliebri.
Le spedì cartoline dai luoghi dei suoi viaggi (affrontati con l' energia di cui sempre necessitano gli spostamenti oltre oceano e di cui solitamente i morti non dispongono ) e quando a lei arrivò quella da New Orleans con jazzisti neri ed atmosfera anni venti, comprese finalmente d' essere innocente, di non aver ucciso mai in nessuno la voglia di sopravvivere, e di essere forse la sola persona al mondo capace d' amare in modo passionalmente romantico, ogni volta sempre con carattere definitivo, ultimativo, potenzialmente eterno perché marchiato in una memoria di abbacinante purezza ed illimitatamente capace.
Ma era pur sempre un amore-idea, da lei forgiato ciascuna volta ed a prescindere dall' oggetto, nella rovente fucina del suo cuore, e non c' era  stata ancora anima che potesse meritarlo.
Illusione, sempiterna. Impossibile eliminarla e restare umani, impossibile.


Nella lettera, mesta ed inconcludente, lui le confessò di non aver mai più fatto l' amore senza di lei, e la sola cosa che a lei ne derivò fu la nauseante sensazione di leggere l' ennesimo vile tentativo di ottenere ciò che implicherebbe grandezza e nobiltà d' animo con vili espedienti disimpegnati di sapore vittimistico.

"Preferisco mille volte schietti incontri di sensi ed il volo onirico di una notte con chi non mi dichiara nulla, alla gelatinosa altalena di pietà e disprezzo che la tua umana pochezza, attraverso la colpevole velleità d' amore con cui non smetti di avvicinarmi, ormai mi ispira" lei pensò. 

Allo scadere del secondo settennio, quando il caso volle e li fece reincontrare, lei lo trovò l' individuo più insignificante della Terra. Lui le scodinzolava intorno, ma lei rimase impassibile ed indifferente.
" Ho sentito che tuo padre non stava bene. Mi dispiace tanto. Quasi non riesco a chiederlo... Dimmi, è... è... morto?" chiese lui con la faccia compunta e lo sguardo nella sua scollatura.
"Che t' importa, omino" lei fu tentata di dirgli. Ed invece rispose, con la voce rotta, vincendo un' ondata di sofferenza ed odio intollerabili: "No. Non ancora. Non ti crucciare."
Dopo meno di un' ora lasciò il locale e gli altri amici ed andò senza salutare.
Guidando verso casa pensava a che cosa mai potesse servire, nel disegno cosmico cui a lei, per celia, piaceva credere, l'increscioso ripetersi di questo incidente periodico.

Sette anni dopo la responsabilità, tutta intera, fu della sua unica amica. "Ti prego accompagnami: ci tengo davvero tanto a veder questo film. Non voglio andar al cinema da sola di notte. Dài, scollati dalla tua grotta, andiamo insieme."



"E va bene. Ti accompagno. Passo a prenderti io, bada d' essere già sulla strada, ché non si può assolutamente sostare, sotto da te, lo sai bene"

"Accidenti, guarda chi c'è. Non posso crederci."
"No! Il Verme. Ancora. Vado via."
"Niente da fare. Ci ha viste."



(continua, forse.)

mercoledì 14 dicembre 2011

Amori da morire -2-

Ad ogni svolta d' esistenza  rivelatasi fallimentare lei s' inferociva sempre più con sé stessa.
Se i più potevano confondere il suo stoicismo esterno con una forma di imperturbabilità e controllo vicino alla freddezza, la verità era che, in lei, le delusioni  scavavano lacerazioni dolorose e permanenti, creando strati e strati di cicatrici sedimentate, tanto che ella aveva spesso l' impressione che simile accumulo potesse trasparire all' esterno, come tracimando, e darle un aspetto grottesco,  mostruoso e ben visibile agli altri.
Nei momenti più calanti aveva affinato una tecnica straordinariamente efficace per contrastare questa piccola psicosi: s' immaginava così intensamente invisibile, per la strada, nei locali, ovunque vi fosse gente, da tranquillizzarsi tra sé e sé: "Non mi vedono,  non possono vedere l' oscenità della mia catasta di presuntuose illusioni sconfessate, di imperdonabili errori di valutazione, di amori finiti, non dimenticati ma giustiziati sull' altare della ricerca della perfezione sentimentale, di velleitarie e reiterate speranze."

E il livore verso sé stessa -lei lo sentiva-, rischiava di sfuggire al controllo, e propagarsi agli altri, rendendola vittima di pregiudizi ingiusti.

Allora decise di non amare per un po', di sospendere la sua ansia di tenerezza e la rincorsa delle impossibili affinità elettive al chiodo,  e non ferire, non ferirsi, non riprovarci.
Almeno per un po' sfuggire alle passioni, tentare di approcciare la vita in forzata dissociazione intelletto-cuore. Ci sono le cose da fare, le imprese da tentare, la creatività da sviluppare, una mèta a scelta da rincorrere, magari pure ammantata di un alone di nobiltà. E ci sono lo studio, la lettura, la musica, i cani, i gatti, i pettirossi. C' è tanto da conoscere, ancora meraviglia, mistero, immaginazione, personalità eccellenti...  

Quale ridicolo proposito.
Ingenuamente ridicolo, pur se in purezza di intenzioni.
L' umano è animale sociale, sostanzialmente tendente verso i propri simili. In fondo è sociale perfino lo stilita che si mortifica sulla sommità della colonna: la scelta di allontanarsi dai suoi cospecifici è sempre frutto di una reazione nei loro confronti.
E non possiamo che vivere con il corpo, trasmettere pensiero mediante il corpo, parlare, guardare, sentire, dare e prendere che con il corpo: rinunciarvi è totalmente impossibile, porta all' alienazione.
Non è sublimandoci che eviteremo di soffrire e, pure non intenzionalmente, dare sofferenza: ci aggredirà sempre, spuntando fulmineamente da un angolo, l' irrefrenabile bisogno di verificarci in vita, di aggrapparci alla materia per non precipitare nel nulla,  di toccare e lasciar toccare questa nostra carne caduca e mortale del cui destino, ad ogni respiro, abbiamo inesorabile e meravigliosamente triste consapevolezza. Ma la difficoltà sta nella conquista della giusta misura,  che per lei -evidentemente- era quella eroica ed onesta. Onesta con sé stessa, priva di infingimenti o tortuosi percorsi interiori su basi di vischiosa malafede.

Due anni di coercitiva apnea sentimentale.
Procrastinare alfine, e fin quanto occorresse, quell' ingorda sua fame d' immenso, quella sua velleitaria pretesa di farsi dèa, toccare il sublime, avvicinarsi alla perfezione, e poi dare e avere ad un altro senza tuttavia perdere né rapinare niente: questo, voleva.
Voleva dimenticare il ripugnante aspetto mercantile dei rapporti umani. Voleva imporsi l' indifferenza ed essere glaciale, così, forse, lo schifo -da congelato-, si sarebbe frantumato in mille pezzi, e poi, finalmente, dissolto. 
Ecco l' idea, per niente geniale, e neppure completamente originale: l' attesa dell' assoluto, oppure niente.
Intanto... provare a  tornare selvaggi.




Riuscì solo a scartare lievemente di lato, se pur con estrema concentrazione ed applicazione, ma non eludersi, né elidersi totalmente.
Ciò che lei era, in fondo, costituiva la vera trappola: essere sé stessa rimaneva comunque il suo vero 'destino'
La disponibilità verso il prossimo -sua caratteristica-, l' interesse per le storie, la vita, i fatti, le idee della gente che incontrava, ma anche -molto più egoisticamente- il piacere che le aveva sempre dato stare vicino ai suoi simili nelle ordinarie situazioni dell' esistenza (lo scambio di gentilezza al bar prendendo un caffé, un estemporaneo  sorriso senza alcuna conseguenza né intenzione, la conversazione, l' uscita in compagnia al cinema, una cena, una mostra, qualsiasi occasione di incontro non sospetta...) a lei erano sempre risultate fluide e naturali, nonostante l' interpretazione altrui, talvolta morbosa. Ma pare che a quest' ultimo fatto non esista proprio alternativa.

Nonostante -dicevo- ciò che si era prefissata, la sua natura era immodificabile ed implacabile.
Come quella di tutti, perché
Nessuno cambia,
Ed ognuno è solo
Punto.
Così si rese conto ben presto che il male non stava affatto nella passione che, travolgendola, l' aveva indotta a vedere delicatezza laddove esisteva soltanto fragilità, ed amore dove invece non c' era che ignavia , ma bensì nell' auto imposizione di un cinismo che non le poteva, in alcun modo, appartenere.

Per un po' volle credere che qualcuno ambisse alla sua vicinanza perché vedeva bella la sua anima, ma non ci volle molto ad ammettere onestamente che era davvero triste raccontarsi simile favola: gli altri non vedono assolutamente nulla.
Imparò che un uomo non riesce a restarti  amico se lo respingi mentre lui desidera anche il tuo corpo, e non aspirerà mai alla tua amicizia se non ti troverà anche attraente,  ed imparò che, pur di non morire di una solitudine più ampia, universale, cosmica, permetterai, tu, donna, di farti ridurre ad uno strumento di effimero piacere.
Capì che era a questo, che si riduceva l' essere selvaggi.
Capì che le affinità elettive sono un sogno. Ma non smettere di sognarle era il modo meno infamante per dare un senso alla sua vita.

(segue, forse...)

giovedì 8 dicembre 2011

Amori da morire

Si reincontravano, fatalmente, ogni sette anni, senza alcuna intenzionalità ed in modo del tutto casuale, e le conseguenze di simile fortuità,  ogni volta, modificavano le loro rispettive vite, che proseguivano poi separate e senza alcun rapporto né  ulteriore contatto.

Lei era una donna capace, o preda, di una impietosa razionalità, e nel contempo spregiudicata genitrice -ed anzi abile tessitrice- di suadenti e coinvolgenti sogni atti a fornire salvifica alternativa alla sua stessa, ed altrui, mortificante e normo-squallida quotidianità metropolitana.
Di conseguenza, non era possibile per alcuno 'resisterle': risorgendo direttamente dal nero pozzo del suo dolore umano e della sua perplessa e contraddittoria bramosìa del vivere, i suoi immaginari allestimenti in potente alternativa alla noia d' essere -fatti d' amor maschio e cortese ed eroica leggiadria-, erano un canto di sirena per stanchi viandanti ormai dimentichi di sé e dell' infantile inconsapevole abilità di salvarsi nelle coerografie parallele del sogno.


"Sette: ha del pitagorico"  s' accorse lei, più tardi, senza crederci troppo.
"Numero esoterico, in effetti, secondo chi ha bisogno vitale di trascendere l' implacabile uggiosa realtà e l' impermeabile, liscia, fredda superficie della normale vita che ci è dato vivere." cominciava a voler convincersi.
" Sette i giorni della Creazione e della settimana; sette i Chakra; sette il numero della mia personalità associata alla ricerca interiore; di Urano; della contemplazione, ma anche dell' episteme; sette le volte che mi si deve impercettibilmente deludere prima che me ne vada per sempre. Sette è il mio numero. Il mio, che sono duale..." continuava, titillando il pensiero. "Ma io a queste corbellerie fantastiche ed esoteriche non posso proprio credere."

La prima volta della sequenza che si rividero fu un settennio dopo la conclusione dei primi studi superiori. Lei appena sposata, lui in procinto di farlo con la fidanzata ufficiale.
Un' occasione un po' banale: la cena dei coscritti, cui lei aveva partecipato soltanto per via delle insistenze dell' invito, un misto di curiosità per le vite degli altri, e, molto probabilmente ma inconsapevolmente, a causa di un suo certo qual malessere , molto vicino all' infelicità, che la sua fresca condizione matrimoniale le aveva rivelato.
Lui, invece, partecipava sempre a qualunque cosa. Così, giusto per esserci. Essere tra altri. Ecco: per lui ESSERE era sempre CON, TRA, PER, IN RIFERIMENTO DE gli altri, ossia, la comunità.
E quest' ultimo elemento non è irrilevante, per comprendere gli sviluppi della storia.

Ma dopo l' insulsa cena ed i saluti frettolosi alla compagnia, in tre si attardarono sul piazzale del ristorante a chiacchierare ancora un po', per poi accorgersi, trascorse altre due ore al freddo notturno  di quel sabato di febbraio, che non riuscivano a congedarsi. Erano lei, lui, ed un terzo che aveva subodorato la situazione e li amava entrambi, o forse, essendo questi un prete-laico ed essendosi innamorato infelicemente di lei da ragazzino sui banchi di scuola, sperava di poter bloccare, un po' per dover sacro ed un po' per nostalgico egoistico attaccamento al suo antico sentimento, l' imminente inesorabile uragano che già rumoreggiava all' orizzonte.

Nei giorni seguenti l' uragano si scatenò con inaudita violenza: bastò una settimana di ritorno alle consuetudini, perchè la distanza si rendesse crudele ed intollerabile e lui le dichiarasse, al telefono, "Ti amo da morire. Letteralmente, sento che ne morirò."

* Ma c' è qualcosa di più assurdo di questo?
Cos' è che ci fa apparire così profondamente nobile e romantico il morire d' amore?
E cos' è amare se non ambire all' annullamento, al sollievo di liberarsi, finalmente, dall' immane peso di condurre questo nostro 'sé', gravoso opprimente vigliacco, troppo a noi appresso lungo l' intera nostra esistenza?*

Così, tutto fu spazzato via, nel vortice cieco di quella che si rivelò un' illusione e che ora, ragionandoci, pare un disegno del destino, perché non c' è nulla che a noi umani necessiti più dell' astrazione, della narrazione, del simbolo.

*Ma il destino è una favola, un alibi, un pretesto.
Ed invece sono le azioni degli uomini a determinare la loro storia. Sono il loro coraggio, la loro ignavia, la loro forza o la loro fragilità a forgiarlo e determinarlo. Noi siamo condannati alla libertà.*

Lei lasciò suo marito, lui lasciò la fidanzata.
Si guadagnarono entrambi la riprovazione dei congiunti, dei loro ascendenti, di un po' di società.

Lei se ne andò con una valigia d' abiti, senza alcuna pretesa ulteriore, senza cose né desiderio di vantar crediti, trascinando con sé la frustrazione di non poter evitare il dolore di chi pensava di amarla ma nella più completa inconsapevolezza l' aveva già cento volte ferita.
Ebbe modo così di accedere a molte rivelazioni. Vide senza veli tutta la misoginia repressa del proprio padre, il formalismo un po' miserabile di sua madre, l' abilità nel freddo calcolo economico dell' uomo che aveva lasciato ma che, ciononostante, la chiamava piangendo la sua solitudine.

*la vita del marito, poi, andò molto bene. Si riassettò, non prima d' essersi concesso un paio d' anni di spensierato edonismo, con qualche caduta di stile, e si costruì una famiglia finalmente 'affidabile'. Naturalmente 'per sempre', come si usa tra coloro che sanno rendere fissa e sicura la propria vita attraverso istituti, formule, contratti, schemi.*


C' era un amore da vivere, c' era "la favola bella che ieri c' illuse, che oggi ci illude", a consolarla.
Sì, lei credeva d' averne pieno diritto. pensava che ne avessero diritto tutti, purché agissero in chiarezza, in onestà, per quanto fossero costate.

Trascorsero quattro mesi, nel corso dei quali il suo nuovo compagno non fece che piangere sulla sua spalla. Piangeva per il senso di colpa d'aver lasciato la fidanzata ufficiale, che, poverina, era depressa; piangeva perché la sua vita s' era complicata; piangeva perché i suoi ce l' avevano con lui; piangeva perché pensava all' altro, che lei aveva lasciato; piangeva perché la passione vitale di lei lo bloccava anche nell' intimità. E "fondeva". "Sono fuso", diceva, e, subito dopo, si rinchiudeva in casa per "guarire" da quel malanno che non conosce cura e che si chiama viltà. Poi, passata la crisi, la chiamava piagnucolando. "Ti amo da morire. Senza di te muoio"

Lei lo lasciò definitivamente, all' inizio dell' estate.

Volle trattenere una canzone, perché fissava un momento, forse l' unico perfetto in tutta quella sequenza passata di mortificanti disillusioni. Non si può, non si può amare alla pari chi ci ispira mesta compassione, né chi risponde al nostro iniziale eroismo con la sola offerta di fragilità e debolezza.



Poi, trascorsero altri sette anni, e ...

(segue, forse...)

domenica 18 settembre 2011

Né tragedia né ditiràmbo- Del cercar motivi, quando sai inutilmente così troppo amare.

Frida Kalho- Le due Frida

"Cadeva in pause sempre più lunghe in cui semplicemente stava. Ascoltava il silenzio. Come una diafana betulla nella nebbia novembrina di un’alba malinconica. Macchie grigie di nulla che si espandevano come maree di idrocarburi, oleose chiazze di sospensione in cui galleggiava mentre le funzioni vitali rallentavano sino a ridursi ad un cauto battito cardiaco sostenuto appena da quel filo d’aria e fumo freddo sospeso nella stanzia ghiacciata. Spillava tempo alla vita, come parsimoniosa massaia che centesimo su centesimo accantonasse il piccolo patrimonio necessario per i doni di natale lei consumava in una infinitesimale, subdola erosione il plafond dei suoi giorni, in quel conto alla rovescia ormai confuso da troppe scadenze disattese.
Morì l’estate dei suoi cinquantun’anni.
Le parve semplicemente inevitabile. Quella bizzarra età recava una sorta di valenza allegorica, come una soglia spalancata su una atroce alternativa. Da un lato l’ineluttabile e ormai chiaramente intuibile declino del corpo, lo sfacelo della mente, l’annacquarsi del ricordo circonfuso di sogni e immagini fasulle, la sua storia ridotta a immagini scoordinate come le poliedriche istantanee rinviate dai frammenti di una specchio infranto. Dall’altro finalmente l’epifania attesa così a lungo, la risposta al quesito sotteso ad ogni suo giorno d’adulta. C’è qualcuno lì? Ci siete ancora voi che siete andati oltre i miei sensi, dileguati in una sostanza che non posso toccare, in odori che il mio olfatto non può catturare, in suoni che l’etere trascina altrove, in colori che l’abisso cieco delle mie pupille inghiotte senza recepire?
Prese senza strappi congedo dalla vita, costruendo successivi gradi di lontananza. Di giorno in giorno retrocedeva dolcemente verso un crepuscolare entroterra, una caverna misteriosamente inesplorata che si era spalancata nel suo essere più segreto e la evocava con un richiamo suadente, una nota sospesa, un’eco appena percettibile e insistente. E di giorno in giorno il mondo condiviso diveniva un concetto retorico, una reiterata leggenda udita troppe volte mentre quella nuova patria, quella terra promessa, la chiamava senza tregua con la voce della nostalgia per un’origine ancestrale da cui la violenza del parto l’aveva strappata e cui ora, scontati i suoi giorni di mortale, veniva riammessa.
Aveva iniziato a perdere ridondanze di materia. Impercettibilmente, con inappellabile puntiglio, assottigliava il corpo che l’aveva ospitata privandolo di sostentamento. Tacitava le sempre più blande e disperate recriminazioni dello stomaco distraendolo con vegetali pressoché privi di apporto nutrizionale e costringendo il suo metabolismo ad autoalimentarsi digerendo sé stesso. E mentre il suo corpo si alleggeriva, come uno zaino divenuto pesante sulle spalle del viandante dal quale questi estragga e getti qualcosa di superfluo all’incalzare della stanchezza, il suo spirito sembrava sintonizzarsi sempre più esattamente su una frequenza segreta, appartenente alla terra, a cose antiche, a un sapere precluso ai vivi che in lei iniziava a prendere i contorni incerti di un’intuizione. Sentiva dentro sé l’orologio biologico scandire con ritmo costante il tempo dell’eternità, secondo un ordine proprio degli alberi, delle rocce, degli abissi marini e c’erano brevi istanti, fra il sonno e la veglia, i brevi istanti in cui cadeva nel vortice del sogno o sostava nel vuoto prima che la consapevolezza tornasse con il risveglio, in cui vedeva con stupefacente e calma certezza il modo ed il momento del proprio trapasso.
Non capiva come gli altri non possedessero quella visione: aveva l’impressione che fosse una espressione di intelligenza analoga alle altre, che ciascuno la portasse in dote, che ad ogni essere vivente venisse codificata nei geni come le rotte migratorie nella memoria primordiale degli uccelli e la caccia al cucciolo del ghepardo nell’istinto della leonessa.
Fra le molte e sanguinose delusioni cui un’indole sognatrice e una sostanziale, incorruttibile ingenuità l’avevano esposta, la principale, quella determinante anche ai fini della sua definitiva decisione era costituita da quello strano figlio. A volte ricordava come, in occasione di una delle prime poppate, l’infermiera avesse scambiato i neonati e le avesse portato un cucciolo d’altra madre. Qualcosa non soddisfaceva i suoi sensori di puerpera e tuttavia non identificò l’errore sino al momento in cui l’imbarazzatissima signorina venne a riparare alla confusione, ristabilendo l’ordine fra madri e pargoli. Quella sua incapacità di riconoscimento la scosse sin nei precordi, umiliandola e mortificandola, con la denuncia di una sua incolmabile incapacità ed al contempo con il presagio di una asintonia grave e preoccupante, un accordo falso e compromettente, un preludio di future e ben più devastanti incongruità. Nel tempo a venire dovette sovente chiedersi quale mancanza avesse commesso nell’arco della gestazione, quale errore nel processo educativo, quale colpa nell’esercizio del proprio ruolo, per aver prodotto quell’adulto alieno e sotterraneamente ostile nel quale intuiva una natura distante dalla propria che la propria negava e sviliva.
Naturalmente costruire il palinsesto della propria morte richiedeva argomenti strutturali persino più importanti delle disfatte di madre e lavoratrice anche se certo aver investito in una iridescente e fragile bolla di sapone gli ultimi trenta estenuanti anni del suo percorso non poteva considerarsi fallimento di poco conto. Il nodo autentico attorno al quale aveva tessuto il sottile e attorto filamento sul quale correva la ratio della propria autodistruzione era in verità l’adamantina consapevolezza della mostruosità della propria essenza.
Mostruosità in senso proprio, giacché aveva maturato l’ormai inossidabile certezza di non appartenere alla specie animale di cui per nascita, aspetto, proprietà anatomiche, avrebbe dovuto costituire un esemplare: al contrario nutriva per quei suoi “simili”, persino per coloro che biologiche impellenze costringevano ad amare, un disprezzo ed un’avversione alla lunga insostenibili. Ne detestava tutto.
L’indole predatoria che in quel mondo satollo ed evoluto aveva trovato le più subdole ed arzigogolate modalità espressive e che non di meno finiva sovente con il palesarsi attraverso il mero atto assassino: la coercizione nella sua estrema manifestazione e l’affermazione dell’ego attraverso l’annientamento dell’alter.
E ne detestava la codardia. Oh sì, la mancanza di coraggio costituiva presso il tribunale della sua coscienza un crimine efferato e spregevole, ulteriormente aggravato dalla circostanza che vedeva quel tribunale affollato persino dagli insospettabili. I pusillanimi vivevano i propri giorni nell’angoscia di garantirsene altri: non aveva particolare rilievo la gradevolezza delle condizioni vitali né se il prezzo del proprio spazio vitale fosse sostenuto da terzi né se il mondo intero avrebbe tratto beneficio dalla loro dipartita. L’essenziale era esserci, restare, durare, a costo di comprarsi un cuore, un fegato, una milza nuovi dal banco espositivo su cui stavano allineati i pezzi di ricambio, per tutelarsi con uno degli strumenti più efficaci al raggiungimento dell’obbiettivo: la giovinezza. L’eterna, intatta, infrangibile, invidiabile giovinezza. A suon di interventi, riduzioni, aggiunte, sostituzioni, innesti, revisioni, trapianti. Vivere era la sola indiscussa condizione che fossero disposti a considerare per sé.
Al contrario lei da tempo consolidava la convinzione di sostare in un preludio di qualcosa di là da venire e la pazienza di attendere l’ammissione a quel livello alternativo di esistenza era completamente esaurita: l’impazienza, frammista ad un indomito orgoglio che la voleva artefice del proprio destino, la indusse pertanto a stabilire il momento oltre il quale non ci sarebbero stati altri foglietti datati da strappare dal calendario. Il giorno del suo compleanno le parve decisamente un’opzione volgare e narcisistica e l’anniversario della morte della madre era ormai trascorso per cui decise che l’equinozio d’autunno ben potesse ospitare il risibile gesto con cui avrebbe calato il sipario sul mondo.
Avrebbe prenotato una stanza in un lussuoso albergo dove trascorrere una notte di fine estate, avrebbe lasciato una cospicua regalia al personale di servizio per risarcirlo del lavoro supplementare cui l’avrebbe costretto e consolarlo per l’orrore di una immagine fotografica che forse per qualche tempo avrebbe turbato i sogni o insidiato la coscienza con il fastidio di uno scrupolo, di un dubbio irritante. Avrebbe provveduto con adeguato anticipo a collocare le proprie cose, i propri miserrimi averi.
Sarebbe uscita in punta di piedi, recando il minimo disturbo o imbarazzo possibili.
Aver attraversato il guado della scelta le conferiva una inedita calma: ogni preoccupazione, ogni infausto presagio, ogni necessità, venivano catturati dalla coscienza della loro estemporaneità e sciolti in quella tragica quiete come gusci d’uovo immersi in aceto.
Tuttavia, forse per retaggio dell’ansia di tutta una vita, sulla piana superficie di quell’atona attesa, serpeggiavano pulsioni e umori, repentini brividi le increspavano l’anima nel disperato tentativo di denuncia di un’ingiustizia abominevole, di un misfatto aberrante. Non riusciva a focalizzarli ed interpretarli appieno poiché da tempo il corso logico del pensiero si era sfilacciato in mille circuiti di base, anarchici e indipendenti, fucine di esplosioni improvvise e oscuramenti accecanti.
Riusciva ad intendere quelle pulsioni come un pallido spettro del desiderio d’essere ma, per quanto immensa sia la mole di dolore necessaria a debellare il più radicato e indomito degli istinti d’ogni essere vivente che è quello della propria sopravvivenza, lei l’aveva sperimentata tutta, la reggeva su spalle sempre più fragili da tempo incommensurabile, immemore ormai dell’ultimo istante di felicità, se mai ne aveva conosciuti.
Sapeva altresì quanto fosse sciocca la tentazione di ravvisare nella vicenda della propria vita, in quell’alba della fine, un sopruso iniquo ed immeritato: miliardi di inutili vite dimenticate s’erano consumate e perdute senza lasciare una sola ruga sull’imperturbabile superficie della stellare indifferenza. Eppure ciascuna d’esse era stata per sé stessa l’inizio e la fine di tutto, fulcro d’ogni mondo ipotizzabile, supremo senso, fine, risposta. Ciascuna aveva assistito alla propria agonia con l’angosciato stupore di chi contempla un evento estintivo della specie mentre non si trattava che di un silenzioso rito d’ordinaria quotidianità.
Al contrario, lei sedeva su una poltroncina di terz’ordine nell’ultima galleria, sempre dietro quella inopportuna colonna che le aveva sottratto la visuale del palcoscenico per tutta la durata dello spettacolo, rassegnata ad udire la melodia senza alcuna prospettiva della buca donde l’orchestra suonava né tanto meno dei fasti dei costumi di scena degli attori che interpretavano il dramma o la commedia (non aveva compreso di quale rappresentazione si trattasse) per altri spettatori, meglio assisi o più perspicaci.
Si chiedeva se le sue facoltà di comprensione non fossero state compromesse dall’imperversare delle interferenze che nel corso di quei 51 anni avevano disturbato ascolto e contemplazione. Emozioni primitive, paure selvagge, primordiali istinti. E poi il dolore. Quell’eterna, inconsolabile, straziante pena fatta di lutti e rimorsi, di compassione e solitudine.
Esitava. Concedeva a sé stessa una dilazione d'imprecisata entità. Ad ogni risveglio l'affilata lama di una disperazione beffarda e allucinata le trapassava il petto con l'oscena evidenza di dover di nuovo posare sul parquet i piedi freddi, organizzare una successione di passi lungo l'asse camera-cucina, preparare un mediocre caffè, non prima d'aver assecondato le invero modeste pretese dei mici, cambiare l'acqua, pulire la cassetta igienica, sminuzzare il cibo umido. E quindi affacciarsi al ciglio dell'abisso e trovare l'istante di abbandono o incoscienza per lasciarsi cadere nella voragine di nulla di una nuova giornata da impiegata precaria e vessata. E mentre rotolava lungo la traiettoria scomposta d’una goccia di pioggia sulla superficie sporca d’una finestra verso il fondo di quel nero pozzo di tedio e avvilimento, di stanchi e inutili riti domestici, constatava che ancora per quel giorno, quel giorno solo, sarebbe riuscita a guadagnare la sera e poi il perdono della notte e ancora forse un sogno. Magari avrebbe sognato una madre finalmente riappacificata e dolce, il grembo salvifico cui tornare e raggomitolarvisi al sicuro, fra braccia immense e tiepide e indifferenti alla sua nuova bruttezza di adulta sfiorita e stinta. O avrebbe sognato un amore come da sveglia non sapeva più fare, tediata dal reiterarsi della miseria e dello squallore cui puntualmente conducevano tutte le strade che aveva percorso. O avrebbe planato rasente il pelo d'acqua di distese oceaniche con ali d'albatro o fluttuato verso il cielo, sospinta dalle correnti ascensionali negli abbacinanti scintillii di eterni ghiacciai conficcati nei densi nembi sul tetto del mondo.
E se invece un disegno fosse esistito, un progetto, una partitura? Se quel vuoto orrendo, quel terrificante silenzio fossero l’equivoco prodotto dalla sua stupidità?
L’insidiava il caustico sospetto d’aver vissuto una cieca esistenza nella grigia ombra d’un mondo pieno di colore, sorda alla sua sinfonia corale, ai margini estremi d’una galassia intessuta di interessenze e connessioni esatte, di sublime corrispondenza. Tessera del mosaico al cui interno si incastravano in perfetta consonanza tutte le vite di tutti i tempi. Forse esisteva quella forza misteriosa e semplicemente inarrestabile in cui confluiva e da cui promanava ogni singola cellula vivente e che trascinava piante, animali e uomini in un’ unico destino di eterna consequenzialità.
In infiniti cerchi concatenati tutti i vagiti dei figli del mondo, ogni loro respiro, ogni scelta, ogni azione, ogni morte, ogni foglia caduta, ogni più infinitesimale atto nella cosmica rappresentazione di quel brulicante spettacolo della vita aveva una ricaduta diretta e ineluttabile, provocava una variazione nell’equilibrio delle corrispondenze, uno spostamento di pesi sull’asta della bilancia necessario ed ineludibile per cui nulla più sarebbe in seguito stato lo stesso, in un incessante scorrere di linfa in vasi comunicanti iniziato all’alba dell’universo e proiettato verso l’infinito.
Le sembrava che allargando la concezione dell’essere oltre le irrisorie, in sé stesse, individualità, quelle individualità acquistassero spessore e valore in relazione alle altre. Le sembrava che la visione a distanza del tutto conferisse un senso agli innumerevoli, microscopici particolari che a quel tutto concorrevano e che nell’insieme trovavano una propria specificità indispensabile, un fattore di unicità di vitale importanza.
Nulla accade fra terra e cielo che non provochi un fremito nel cuore della vita. Nulla avviene senza conseguenze.
Nel momento in cui il suo respiro si fosse arrestato, quando l’ultimo granello di sabbia fosse scivolato nella clessidra e il suo cuore avesse battuto l’ultimo esausto rintocco, l’indifferenza in cui quell’attimo si sarebbe disperso non avrebbe in alcun modo scalfito la portata cosmica che il suo vivere e morire, nella generale insipiente ignoranza ed a dispetto della propria stessa incredulità, aveva avuto." (CristinaMartini)

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Bellezza straziante del dolore.
 
Imponendo i propri istanti all’ indifferente universo, essendoci ,dunque (!), -essendoci, e basta-, violentemente si è.
Non è un incubo, non è sogno: ma   il mio respiro sta comunque modificando il mondo.
Respiro... trasformo il mondo.
Tu che mi leggi stai, pure, cambiando il mondo: emozioni elettriche, fasci invisibili d’ energia, le tue lacrime, le mie, il cuore che duole, pensieri che copulano, si rincorrono, si perdono e re incontrano. Immaginazione, struggente malinconia. Odor di poesia. T' odio e pur ti amo, Vita. 
Non importa se non sarà piacere.
Me ne frego del piacere, lo sovrasto, supero l’ uomo, supero il Dio imperturbabile e freddo.
Resisto come un Dio più grande, io, lombrico pensante e sconfinato; ed anche tu, che accogli e poi in silenzio, forse, rispondi.
Solo da vivi, si può.
Rido, piango.
Amo cani, gatti, amo te, sparuto umano degno.
Ed ho notato quell’ increspatura tra le sopracciglia: nasconde il terzo occhio, l’ occhio consapevole della solennità della Vita, la Vista elettiva che non necessita di alcuna divinità, che rende atti all’ Amore, nonostante tutto, nonostante tutti.
Il poi non importa. Me ne frego anche del poi. Dei se dei ma dei forse.
Ma niente, dopo di te, dopo di me, sarà lo stesso.

Pubblico, perché gli innamorati della morte imparino il coraggio.