sabato 28 febbraio 2026
Tipi -31- i démodé
lunedì 26 febbraio 2024
Tipi - 30 /Cafard
Probabilmente quando si giunge ad abdicare al linguaggio e non si soffre di alcuna precisa patologia scientificamente catalogata, l'incrinatura generica nei rapporti umani e sociali che prima si avvertiva in modo timido ed ansiogeno, spesso accompagnata da un non bene sondato senso di colpa, diventa abisso e può scatenare un potente desiderio di totale dissoluzione e sottrazione come estremo atto di sollievo e fuga.
lunedì 22 maggio 2023
Appunti antropocentrici -15-
Ogni cosa è ferocemente squallida, fin l'aria, che sa di generale catastrofe. E non c'è una sola persona che io conosca pacificata con il mondo od almeno con se stessa.
Eppure lo spettro che incombe e minaccia queste nostre miserevoli vite non è nuovo e ci sovrasta da tempo immemorabile: lo avvertiamo solo ora che raggela le nostre personali ossa, dopo averne già sbriciolate milioni di altre, appartenenti a quelle astratte figurine che rappresentano il nostro prossimo, vicinissimo o lontano che sia: siamo mortali, ma tu pensa! Eccolo, lo sgretolamento di ogni pretesa di senso, il disfacimento dell'aspettativa di minimo decoroso futuro che da bravi aspiranti borghesi consideravamo legittima!
Il futuribile, ora, sposa il suo sinonimo fantascientifico. Domani improbabile.
Avessero avuto, poeti, maestri, preti e profeti, la decenza di non inventare le parole amore, umanesimo, fratellanza, libertà! Avessero avuto il pudore di non alimentare nelle anime ingenue utopie ed illusioni bugiarde: l'uomo non ne è mai stato all'altezza e non le persegue con convinzione. Non sa che farsene dell'aura di santità o del rendersi irreprensibile: non nell'anonimato, non se non risulta spendibile, non senza un ritorno.
La gente, in fondo, poi, non è buona, nonostante l'ostentazione di buonismo nelle grandi occasioni ed ha l'aggravante incresciosa d'essere pure, per la maggioranza, stupida.
*
"Che hai, perché fai così, perché non cogli che la negatività dell'esistenza? Il pettirosso saltella e fa brevi graziosi voli tra le fronde ed il pesciolino nel torrente pare una saetta d'argento: non è una delizia? Hai la Natura." mi diceva lui.
"Ed è la Natura che mi ha resa così. La Natura, non già la Cultura. Cado nel nulla da quando esercito il pensiero. E' il nulla che incontro nelle strade affollate, negli scambi sociali, nel buio della notte. Il sospetto, atroce, è che sia l'unico onesto approdo possibile. Forse la morte è il vero premio, giacché neppure il ricordo delle passioni di un tempo, gli amori, i trasalimenti, le sporadiche tregue di bellezza, mi hanno guarita. Sempre più ignoro la ragione per cui la specie cui apparteniamo abbia sviluppato tanta sofisticata intelligenza. Non ne ravviso né l'utilità biologica alla sopravvivenza, né quella più aleatoria al raggiungimento della felicità, perché nel primo aspetto ha consentito la nostra eccessiva proliferazione, che si tradurrà in un danno, e nell'altro ci ha reso mostri di sofferenza metafisica." gli rispondevo.
Ricordo, ma flebilmente, come sono stata e non sono più e come chi mi conosce da sempre ritiene erroneamente io sia ancora. O forse hanno più ragione di quanta ne abbia io nel giudicarmi, perché ritengo pur sempre vero che l'indole è immutabile ed eterna nel profondo.
Sfinimento psico-fisico, fisico decadimento, mi lasciano stupefatta. Ne ero impreparata ed ho permesso che mi soverchiassero.
D'altronde, se io non fossi sempre io, avrei rinunciato anche a questa logorante ribellione ed accettato l'assenza di valide alternative non egoistiche al presente inutile dolore. Invece non posso. L'autocritica, feroce, trattiene almeno le mie dolci utopie sentimentali del tempo in cui guerreggiavo armata di sogni e valori supremi.
Va bene, ho fallito. Sconfitta su tutti i fronti, non ho conquistato né solide realizzazioni materiali per vivere domani dignitosamente, né la consolante edificante presenza di un affetto compatibile, un poco a me simile, empatico, capace e degno di amore. Non avrò accesso al futuro, scamperò alla più degradante vecchiaia.
E bisognerà che io impari la maggiore benevolenza verso me stessa perché intuisco profondamente la verità dell'affermazione del buon Camus che recita "... per suicidarsi bisogna amarsi molto..."
sabato 20 luglio 2019
Appunti antropocentrici -11-
Nel passato è contenuta la certa testimonianza del fatto che sono stata capace di vivere in coerenza ed interezza con me stessa nonostante oggi il mio povero presente sia di fatto un disperato tentativo di sopravvivere sopra le righe senza consentirgli di insozzarmi e per fare questo devo anche dimenticarmi, rendermi assente, rinunciare alla mia verità.
Non ci è dato scampo, in quest'ultima lunga fase del tardo capitalismo: le opzioni fittizie a disposizione dell'individuo medio (la cui posizione nei suoi vari aspetti scivola progressivamente verso il baratro) per poter vivere non sono che due: aderire alla dilagante edonia depressa -la scelta maggioritaria delle masse insulse e vacue- oppure optare per un dolorosissimo auto-confino meditabondo e comunque senza gioia.
Sono ancora e da sempre convinta che la tensione principale nella vita di ogni umano sia la felicità ma anche che felicità non sia sinonimo di piacere. Il piacere fine a se stesso è appannaggio dei poveri di spirito.
Quel che trovo stupefacente, piuttosto, è il grado di asservimento mentale, qualche volta inconsapevole, di cui fanno sfoggio, loro malgrado, i sedicenti intellettuali.
A che cosa, a chi servono?
E' meno arduo rispondere a questo piuttosto che chiedersi a quale platea ideale aspirino a rivolgersi.
C'è stato un tempo, in fondo non così remoto, in cui approfondire ed accrescere la cultura equivaleva ad aspirare alla libertà, innanzitutto di pensiero e giudizio personali ed immediatamente dopo generale, per tutti, di tutti, dell'umanità.
Quest'ultima è un'aspettativa desueta, se non morta: l'autoreferenzialità è il massimo delle loro aspirazioni.
Ne deriva, signori intellettuali-mezze-calzette d'oggi, che siete inutili, a causa della vostra completa assenza di coraggio e del vostro evidente, fin imbarazzante, povero narcisismo.
mercoledì 17 ottobre 2018
Piccola anima smarrita e soave -8- I depresso/politici.
Comunicare con voce o scrittura, in reciprocità, mi dava piacere; amavo la compagnia, speravo nell'amicizia.
Ora mi costa fatica, un'indicibile fatica seguita immediatamente da un senso di frustrata umiliazione, perché non c'è difesa che io sia riuscita a costruire negli anni per stemperare questo eccesso di intuito e sensibilità che mi condannano all'amarezza e alla vulnerabilità.
La mia vita non è stata mai facile, ma lo sforzo immane superiore ad ogni altro è stato costituito senz'ombra di dubbio dal tentativo fallimentare di sembrare almeno vagamente normale.
Si è trattato di un'autolesionistica determinazione -sempre poco convincente- che consentisse di rapportarmi agli altri, di guadagnarmi un posto di lavoro, di amare qualcuno, di rendermi traducibile, di non spaventare i bambini, di respirare senza che l'ansia mi chiudesse la gola: ci ho provato infinite volte, ed ho puntualmente fallito.
Ma io non sono normale, punto.
E' tempo d'esserne fiera piuttosto che dispiaciuta e senza più alcun dubbio dato che se non sappiamo stare ai giochi è perché i giochi sono truccati.
Per me e per quelli come me, nascere e vivere equivale ad "imbattersi in una "valanga che seppellisce l'anima" e lo intuiamo già da bambini.
La depressione che tallonerà ogni nostro passo, che inficerà ogni iniziativa, che segnerà i nostri rapporti sentimentali, che minerà la nostra salute, è inevitabile, ma non è una colpa.
Noi siamo innocenti, noi siamo i forti, pur se vinti e deprivati di serotonina, e il nostro dolore ha cause politiche.
Vorrei concludere con un bel motto evocativo, del tipo "depressi politici di tutto il mondo, unitevi!" per scimmiottare una parvenza di speranza, ma i rettori del sistema -cui dobbiamo riconoscere un'intelligenza raffinatissima e perversa-, hanno convinto la maggioranza di noi d'essere portatori di un difetto neurologico individuale, una brutta e bizzarra tara spirituale, da sopportare in silenzio nell'isolamento del nostro privato.
Al massimo, ma proprio al massimo -così sottace Sistema-, cerchino sfogo scrivendo in un blog.
mercoledì 8 agosto 2018
Tre assiomi, deduzioni, scoli di mezza estate (logorrea improvvisa da afa padana) -1-
La cosa inoltre seccante, pur se fatale, è che a prenderlo alla lettera ci si voterebbe al quasi totale isolamento.
Sarebbe meglio, dal punto di vista pulito e scintillante della razionalità: meno amarezza, meno delusioni, meno noia, meno nausea da derivazioni umane.
Sarebbe peggio, perché toglierebbe ogni alibi nel momento -fatale anch'esso- in cui, nonostante un isolamento benefico dal corrotto e corrompente consorzio umano, le cose appaiono nella loro sostanza oggettiva:
L'intellettualismo non implica affatto né il coraggio, né, men che meno, l'onestà.
venerdì 29 settembre 2017
Disperata allegria
Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-, testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.
Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.
Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.
La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.
lunedì 26 settembre 2016
schiavi si nasce
sabato 15 marzo 2014
Ma oggi..., oggi davvero è arduo il compassionevole autoinganno.
venerdì 21 febbraio 2014
Dubbi antropocentrici - 1 -
Il dolore latente dell'essere rende feroci, insensibili, egocentrici, nichilisti, ma anche, probabilmente, né amore né amicizia sono, nella loro concretizzazione, all'altezza dei concetti che li avevano in premessa ispirati.
Le nostre idee sono simili a sontuose variopinte vele di legni galleggianti su mare ostinatamente piatto.
La capacità di Amicizia, che è amore senza brama di possesso, è chiaramente sovrumana.
Pregevole signor Camus, io, invece, ho scoperto che anche nella più torrida estate permane in me un inverno invincibile, e giacché per mia natura non ho scorte adipose nell'anima efficaci nel proteggerla dalle ingiurie a questa mia ridicola ipersensibilità che accusa ogni colpo possibile dall'ipocrisia, dall'ingiustizia e dalla miseria morale - intemperie del vivere -, ne soffro molto.
Lei ha spesso lasciato intendere che la rivolta etica del singolo rappresenta una sorta di sostrato su cui si può ergere il senso di appartenenza e fratellanza con altri a noi simili e pur se sconosciuti.
Beh, mi lasci dire che ormai propendo per non crederci quasi più. E' una meravigliosa idea romantica, in fondo, ma resta idea, resta romanticismo, più possibile nel momento storico in cui Lei ha agito.
Oggi siamo moralmente regrediti, nonostante paia un paradosso. Siamo totalmente spenti, deprivati di qualsiasi luce e fuoco interiori.
Ogni mio contatto, ogni esplorazione, ogni vicissitudine mi dimostrano che il desiderio più pressante è, per chiunque, non già la comunione ideale, la sottoscrizione di una speranza, il bisogno di bellezza e giustizia, ma bensì l'accorpamento in sé, ai fini dell'accumulo e dell'esercizio del potere - previo adeguamento o negazione delle altrui caratteristiche meno digeribili -, di quanto più possibile sia predabile dall'esterno, altri compresi. Non c'è più, per gli uomini e le donne "senza qualità" - vale a dire tutti coloro che sono costretti, per fatalità di nascita e censo a percorrere il sentiero un po' sudicio della normalità -, alcuna volontà effettiva, o capacità, di tradurre nella propria esistenza quotidiana virtù non mercificabili e di fatto spendibili
Fino a quando ciascuno di noi non avvertirà come dolore vivo nella carne la sofferenza gratuita e folle che l'intero sistema economico, e poi politico e civile - suoi frutti di partenogenesi -, infliggono ad un altro umano (e perfino ai suoi affini, amici, complementi, esseri fragili, bambini, cani, gatti...) noi rimarremo esemplari della specie che scelgono consapevolmente di abortire l'essenza dell'umanità.
Ne deriva che il siamo è ancora impossibile?
Perché non me ne accorgo mai prima di subire il disgusto della rivelazione?
venerdì 5 aprile 2013
Autoreferente, per forza.
Il fatto che in quanto umani noi si sia fatalmente esseri sociali non significa che si debba conseguentemente confluire in mandria o gregge.
Ed invece, il più delle volte, per non dire sempre, è il massimo che riusciamo a realizzare: beliamo a staffetta, sostanzialmente lo stesso verso, se nell'ambito del medesimo gruppo.
Ma il mio amico mi ha fatto quest'osservazione perché mi vuole un po' di bene ed auspicherebbe che io mi sentissi meglio ed uscissi rinforzata ed indenne dalla strettoia che la mia esistenza sta ora riservandomi, arricchita da nuove energie per l'accoglienza e la speranza.
Infatti io ci sto lavorando: non faccio che sognare per foraggiare, attraverso l'immaginazione, l'humus della rinnovata fiducia e dell'attitudine alla gioia.
Ed ho creato una piramide maya di sogni, che mi prefiggo di scalare con il progressivo recupero delle forze.
Però, per quanto mi sforzi nel favoleggiare, ad oggi all'apice non riesco a metterci gli umani.
Sogna e risogna, comunque, io mi vedo indaffarata a svezzare elefantini orfani in una riserva in Namibia, oppure a condurre in perfetto stile "decresciuto-felicemente-ma volontario" un vecchio casolare tra Pastori maremmani dall'abbaio solenne e verzure, offrendo in cambio di parco guadagno ospitalità rusticante.
Quando la realtà mi sveglia, il mondo è più orribile che mai, i problemi sono ostacoli titanici, e la vita vera più astratta del sogno.
Ed io capisco allora che non ho più scampo.
sabato 23 febbraio 2013
"Sarai puro. Perciò ti maledico"
Agitarsi però non serve più a nulla, neppure a sopravvivere: l'ho appreso in modo inconfutabile di recente, quando m'è accaduto di veder crollare uno dopo l'altro, per motivi che serve a poco raccontare ma aventi la stessa veemente forza distruttiva dei cataclismi naturali, tutti i vari bastioni dietro cui proteggiamo e giustifichiamo in genere la vita. Se ciò non spalancasse direttamente le orribili fauci del nulla potrebbe anche essere un'eroica operazione di pulizia.
Semplicemente e totalmente inadatto ad un mondo reso così, ma anche fatalmente ed oggettivamente fatto così.
" [...] 'Sarai puro./ Perciò ti maledico'. (gli dice il custode del'eternità prima di gettarlo nel mondo. ndr.)/Vedo ancora il suo sguardo/ pieno di pietà - e del leggero orrore/ che si prova per colui che la incute, /lo sguardo con cui si segue/ chi va, senza saperlo, a morire,/ e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,/ non gli si dice nulla -/ vedo ancora il suo sguardo,/ mentre mi allontanavo/ - dall' Eternità - verso la mia culla. [...]": dello scrivere di Pasolini ammiro enormemente nella stessa misura lo stile e l'impavida potenza dei contenuti, siano essi in versi che in prosa.
Non mi commuovo più - ché mi son fatta ghiaccio -, invece, pur considerandole indubitabilmente vere, alle rivelazioni del satiro che sentenzia senza tema di smentita la sostanziale sciagura per l'uomo riflessivo di fare la sua comparsa nella vita: raccoglierà soprattutto dolore atroce per l'anima e strazianti dubbi irrisolvibili.
Poco alla volta mi si assottigliano le idee per ricavare espedienti in grado di contrastare una fatale, immota, perfino placida disperazione dettata dalla consapevolezza di un'invincibile assenza di ulteriori oggettivamente onesti motivi e comprendo che il solo modo efficace sarebbe l'immersione in una qualche passione, di nuovo, come se già non fossero fallite tutte dimostrando ampiamente come siano effimere, alla lunga frustranti, inconcludenti ed infantili.
E' ridicolo: si vive la propria umanità nella consapevolezza che non troverà alcuno sbocco nobile e potrà al massimo percorrere qualche abbozzo di espressione, quasi sempre fallimentare.
Dalla sponda di uno dei due versanti della mia vita binaria - quello pretestuosamente considerato di veglia -, guardo intanto gli omini affaccendati a chiedere voti, ad improvvisarsi equilibristi nelle più nefande contraddizioni in persino palese malafede, a ripresentare con faccia di bronzo degna di giullari intenzioni e promesse retoriche, mentre omini riceventi rispondono diligentemente con la irrisoria indignazione dei servi sconfitti, che alla fine li compiaceranno comunque, pur borbottanti.
Disprezzo cosmico, nausea.
(Dov'è l'amato letto, dove sta la tana: urgono. L'odore stantìo di codeste mummie è intollerabile.)
Rimarrebbe il privato, stretto stretto. Temo anche che sarà pieno di silenzio.
Ma non importa, in fondo.
L'ideale, per immaginare la libertà e la felicità.
domenica 27 gennaio 2013
Pensiero arboricolo
Il traguardo, il fine, il motivo, quindi, del vivere sia sociale che privato, sono ormai irrimediabilmente coincidenti con ciò che invece avrebbero dovuto essere mezzi e presupposti indispensabili per condurre una vita degna.
Vivere, per noi dissidenti, per quelli come noi del "preferirei di no", sta diventando preminentemente una faccenda privata ed intima, cosa che obiettivamente ha qualcosa di mostruoso e contro natura, data la biologica attitudine degli esseri umani ad organizzarsi e riconoscersi nel branco.
Il lento logorio interiore, il lento morire, è dunque affare solitario, vero scandalo della ben più ampia tragedia umana.
Diffido dalla speranza di un cambiamento definitivo o di un eclatante riscatto: l'uomo civilizzato preferisce decisamente piccole squallide sembianze del piacere, pur se intrallazzate da mille tormenti e noie, all'onesto equilibrio psico-fisico raggiungibile solo a prezzo dell'esercizio in sinergia di temperanza e pensiero, finalizzati ad una soluzione ben più magnanima.
Sorrido amaramente di fronte allo sconcerto, malcelato ma effettivo, che rode le più antitetiche visioni della vita umana: chi pensa che progresso-industria-capitalismo-democrazia siano il solo sistema razionalmente accettabile per viverci deve passare in giudicato il contrappeso dell'oppressione e della sofferenza di molti dei suoi simili; chi fantastica su piccole realtà bucoliche di stampo ancestrale e contadino, deve appoggiarsi a qualche dio di bontà e giustizia sovrannaturali; chi si impegola nella improbabile commistione delle due non avrà una sola azione incentrata sulla coerenza e limpidezza e dovrà giostrare la propria coscienza tra gorghi di pesanti e disonorevoli contraddizioni.
Irrimediabilmente. Ahimé.
mercoledì 7 novembre 2012
Respiro
Le capitò, eccezionalmente, sorprendentemente, di respirare.
Prima di farne quell'esperienza precisa mai vi aveva posto attenzione e mai ne aveva avuto una percezione tanto viva ed assoluta.
Fu dopo essersi inerpicata per il sentierino e varcata la soglia, accolta da faggi lisci, argentei ed imponenti, rugosi larici ed abeti, felci, ginepri e noccioli, arbusti di mirtilli e piantine di fragole, odore di muschio e paniche fragranze resinose, che avvenne quella sorta di sequestro di ogni altra consapevolezza e senso che le permise di sperimentare, per la prima volta, il suo stesso respiro.
L'accadimento fu talmente stupefacente, per lei, che si ritrovò senza quasi averne coscienza a correre leggera sul prato, a braccia aperte, come per spiccare il volo.
Se è dato, ad un umano, provare per un solo istante la felicità perfetta, essa deve essere simile a quella: cosmica e leggera, e nel contempo immobile ed in attesa, come un prezioso fiore che voglia essere colto.
Ebbene: non esiste gioia più completa, né piacere estemporaneo altrettanto gratificante, del raggiungere, grazie ad una particolare condizione di armonia interiore, una sorta di sintonizzazione del proprio respiro con quello dell'ambiente circostante, se naturale, ameno, e mite.
C'è chi annovera tra i ricordi più cari gli eventi classici del vivere sociale, qualche riconoscimento, qualche amore, una nascita, ma lei continuò invece a porre questo episodio come una sorta di rivelazione, un sussurro confidenziale e specialissimo ricevuto, forse non immeritatamente.
Perché non si respira soltanto aria, soltanto ossigeno, ma anche armonia: energia diffusa, che abita ovunque, che rigenera, che vivifica, ma ciò che lo permette è l'assenza di conflitto e dolore acuto dentro sé: dolori e conflitti che schiacciano il petto e comprimono l'attitudine ad accogliere.
I dolori, puntualmente, insistentemente, la raggiunsero presto, perché il suo successivo vivere non fu un passeggiare, e lei smise di respirare, poi, limitandosi a permettere, suo malgrado, che l'automatismo pneumatico della sua macchina-corpo la tenesse semplicemente in vita.
Non si respira più, non si respira mai.
Questa incresciosa corsa alla sopravvivenza, giorno dopo giorno, lo impedisce ed inesorabilmente ammala.
Il rivoltante denaro che non hai che misura la tua libertà, la certezza che sia tutto perduto, i tuoi simili così dissimili, l'essere esule e ciononostante a casa, sradicata, oscenamente sola o approcciata da chi aspetta sempre corrispettivo, avvolta in un sistema civile ed economico privo di etica e gentilezza, senz'amore né più vera fantasia: ansiogeno sopravviversi.
Parlare attraverso la tastiera, sorridere ad un monitor, sapere che ai più basta e piace, rendersi bastevoli le stesse proprie interpretazioni meno drastiche, per illudersi che gli uomini non siano troppo orribili e lontani: è malinconia.
martedì 28 agosto 2012
Perdenti
La realizzazione di ogni desiderio, anche il più elettivo e nobile, passa attraverso il lordume del denaro.
Ecco perché donne e uomini di questo tempo non hanno scampo e la loro realtà oggettiva è la perenne prostituzione.
La prima volta che ci si vende è quando ci si consente il primo alibi intellettuale: 'Devo accettare la mia complessità, la mia ignoranza, la mia contraddizione, la mia debolezza, perché sono soltanto umano'.
Menzogne schifose.
Il sinonimo di 'poveri e belli' è 'perdenti condannati a morte'.
La purezza, qui, è colpa ridicola.
Mi guardo intorno.
Rimango stupefatta.
Nel ghetto dei puri non c'è più nessuno. Volteggiano ancora, come foglie d'autunno, come piume in gorghi d'aria, parole morte dimenticate nella fretta della fuga.
martedì 24 aprile 2012
Nostalgia di un'etica
Nostalgia, moralità: sono soltanto parole che rimangono insignificanti se non contestualizzate.
Stare abbarbicati al passato, riandando con la mente ai 'bei tempi andati'e sottrarsi alla responsabilità del presente evitando faticose e talvolta coraggiose scelte, è certamente un ottimo sistema per glissare la condanna alla libertà che, volente o nolente, il singolo deve gestire nella sua particolare vita. Una prerogativa dei vecchi e dei vili.
Ci sono i monarchici nostalgici, i mussoliniani nostalgici, i sessantottini nostalgici.
Ma quando provo a recuperare, in me, le sensazioni che davano sostegno, corpo, energia, motivazioni, alla mia vita passata, sto compiendo un esercizio di memoria, non una caduta nostalgica, e la constatazione di averle perdute e di non poterne più emulare l'intensità con gli strumenti, le opportunità, lo stato oggettivo delle cose, le persone che contatto, non è rimpianto, ma obiettiva e razionale constatazione di un'assenza, di un vuoto mai colmato.
Certo: si cambia si cresce. (Ci si deteriora pure, ad onor del vero). Lo so bene. Ma è importante capire perché.
Perché, oggi, ad esempio, nessuno prova più la viva passione che infiammava coloro (noi) che scrivevano, poetavano, cantavano o cercavano, attraverso teorizzazioni politiche e sociali, una società alternativa?
Nell'amoralità sbandierata come uno stendardo da crociata laica , l'amoralismo di allora -che in realtà voleva essere una risposta alla rapace ipocrisia di un progetto di mondo che preparava l'odierna globalizzazione- era tutto l'amore di una generazione che pensava di poter resistere e proporre un'alternativa; c'era un' etica, nobilissima e rispettabilissima, in conclusione, ma diversa da quella imperante.
A sforzarsi di conoscerla nella sua autentica formulazione -per inciso-, la più nobile, equa e rispettabile etica umanitaria l' hanno concepita Marx ed Engels e la "migliore gioventù" degli anni 70 vi si ispirava.
Poi, è nella natura umana non saper sostenere neppure i più luminosi sogni quando gli appetiti del corpo pungolano e l' esaltante sentimento del noi viene soppiantato dal più circoscritto io.
Così, occupati a comprar casa, automobile, far carriera, metter su famigliola, impelagarsi in mille orpelli e cose e cento circostanze d' obbligo formale, la vita s' è ristretta nel recinto privato ed il noi è rimasto solo.
Ho nostalgia, stasera. Nostalgia di un'etica.
martedì 17 gennaio 2012
Gente orrenda
PRIMO CONTATTO VIA E-MAIL”.
L' indignazione, l' attitudine a percepire quanto sia nefando uno scandalo, tra 'gli ultimi' è già superata.
Una forma spuria di ributtante anarchia di comodo e di anestetizzazione.
Per ciascuno di noi è esemplare e significativa soltanto la specifica e personale realtà.
Come pure agli 'amici', quello stuolo di parolai inconsistenti ed incoerenti, cui magari tu -imbecille-, hai tributato autentica dolcezza e sincerità. E ti sta bene, agnello ingenuo tra i lupi che altro non sei.
La filantropia è stata clamorosamente sconfessata dalla Storia, dalla Vita, dalle Religioni, dalla Politica.
L' Uomo è uno schifo, od è cialtrone.
Rimane a consolare, ma sempre più flebilmente, un' ombra, una reminescenza filosofica, poetica, obsoleta, ridicola.
Come me.