Visualizzazione post con etichetta crisi epocale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta crisi epocale. Mostra tutti i post

sabato 28 febbraio 2026

Tipi -31- i démodé

Forse il loro errore supremo è la pretesa di estrapolare un qualsiasi senso alla semplice fattualità d'essere nati.
Essere nati serve infine a replicare la vita? Com'è, allora, che una volta eseguito il compito, questi sfortunati continuano a precipitare nel baratro delle domande e dei dubbi? 
Essere nati è una conseguenza di scelte od altre vicende riguardanti a loro volta altri individui e da ciò consegue la completa deresponsabilizzazione rispetto all'appartenenza alla vita. 
L'inevitabile ignoranza in materia, per quelli di noi che insistono a qualche livello nella ricerca, è il tormento della frustrazione e del fallimento.
D'altro canto costoro, ricercatori di Grazia, atei-mistici o maniaco-ossessivi che siano, non ne possono fare a meno perché il tarlo è insediato profondamente nella loro indole, così che si trasforma in amaro ed ineludibile destino.

La vera e più sensata domanda, allora, diventa un'altra: perché  quel tarlo, che probabilmente sfiora molti si attarda ad avvelenare ogni istante di un intollerabile e stupefatto disagio solo in qualcuno? E' malattia?
Probabilmente, in qualche modo, lo è; a giudizio dei cosiddetti sani senza dubbio ed invece, forse, secondo canoniche considerazioni cliniche, interpreta uno squilibrio psichico.
Sia chiaro che oggi più che mai, nonostante in teoria si finga che sia l'esatto contrario, vige la comune opinione silente che esista un limite ben preciso alla stravaganza del pensiero ed addirittura del sentire. La sofferenza intellettuale, diciamo, è caduta definitivamente in disgrazia nel secolo scorso e se ti appartiene ancora sei pure  altamente colpevole, oltre che démodé.
Durante la giovinezza la cosa è sostenibile: mentre Eros e Thanatos intrattengono le loro naturali schermaglie e l'esistenza pare oscillare tra pulsioni di vita ed altrettante di morte, esiste tuttavia  la panacea del tempo e del futuro ancora possibili con le loro sorprese, almeno teoriche. 
E' la maturità che non consente più attese ed impedisce di procrastinare la resa dei conti.
Ciò a patto che maturi si diventi non solo anagraficamente, dato che neppure questo succede a tutti.
Anzi. 
 
E restano lì, stupefatti, incapaci di capire tra mille altre cose, ad esempio, che cosa s'intenda con l'apologia dell'orgoglio nazionale attraverso medaglie olimpiche; che cosa significhi nazionale quando ogni individuo pensa esclusivamente ai casi suoi nella più totale indifferenza rispetto alle difficoltà o sofferenze altrui e lo stato ti manda in pensione a fare la fame fino a quando, grazieaddio, crepi; dove stia il lato positivo dell'orgoglio che a loro pare piuttosto attiguo al narcisismo e pure in odore di mercantilismo.
Restano lì, attoniti ed inorriditi,  a chiedersi cosa sia successo alle giovani generazioni, così tatuate ed imbullonate nonché non abbastanza reattive e sempre meno intelligenti. Perché non riescono a mandare a cagare l'intera genia di criminali che ha già compromesso il loro futuro? Probabilmente non sanno neppure che mondo sognare.
 
"Giace il mondo in frantumi/lo amammo molto un tempo [... ]"
 

 

lunedì 26 febbraio 2024

Tipi - 30 /Cafard

Probabilmente quando si giunge ad abdicare al linguaggio e non si soffre di alcuna precisa patologia scientificamente catalogata, l'incrinatura generica nei rapporti umani e sociali che prima si avvertiva in modo timido ed ansiogeno, spesso accompagnata da un non bene sondato senso di colpa, diventa abisso e può scatenare un potente desiderio di totale dissoluzione e sottrazione come estremo atto di sollievo e fuga.

E' inutile insistere o sforzarsi dolorosamente in improbabili elucubrazioni per trovare un qualche senso all'inanità generale oggettiva delle azioni e degli scambi verbali possibili nel sistema di vita in cui ci si ritrova intrappolati. E' inutile perché allo stato delle cose non esiste alcuna alternativa reale possibile capace di  rispettare nel contempo la propria coscienza con il senso di giustizia incluso e le proprie esigenze materiali.
La felicità sta nella condivisione di un'idea, un pezzo di pane, un tetto sulla testa, un abito con cui coprirsi, solidarietà umana con cui scaldarsi ma al contempo con  la capacità lucidissima di accettare la propria solitudine in un'aporia vissuta eroica ed eccelsa. 

La ricchezza come modello, i ricchi come tipo sociale, il potere come fine, mi fanno vomitare, quasi letteralmente: i presupposti e le conseguenze della loro esistenza sono sempre dei crimini. Non vorrei vivere neppure un solo istante in un simile stato e la cosa mi fa sorridere dato che richiama un messaggio francescano con cui io, atea, non ho nulla a che fare: non induco al misticismo. 
Quel che per me è ributtante scandalo per troppi altri è malcelato unico desiderio, anche fra gli ultimi. 
La differenza tra l'ideale religioso e quello comunista sta nell'accettazione supina da parte del primo della fatalità della nascita e non già nella denuncia delle responsabilità del mantenimento di un sistema di sperequazioni sociali frutto di precise strategie.
Comunque quella è un'altra questione, anche se rimane la causa e l'effetto dell'alienazione.
 
Ormai la peristalsi intellettuale e culturale è quasi conclusa: serve un poco di coraggio per guardare il preludio del vuoto, inevitabile, che costituisce l'essenza stessa di ogni vita.

Stanno invece in ogni luogo a berciare litigando su concetti insulsi e sempre frammentari in un'apoteosi di esibizionismo che a me imbarazza, nella più assoluta ignoranza della risibilità di ogni affermazione.
Che si tratti di secolarismo, di religione o di psicologia l'effetto non cambia.

Forse è malattia: cafard, il male dello scarafaggio. Malinconia e tristezza, pensieri cupi che non danno tregua, capaci di oscurare il sole.
E' disperato, impossibile amore per la vita solo sognata.



lunedì 22 maggio 2023

Appunti antropocentrici -15-

Ogni cosa è ferocemente squallida, fin l'aria, che sa di generale catastrofe. E non c'è una sola persona che io conosca pacificata con il mondo od almeno con se stessa.

Eppure lo spettro che incombe e minaccia queste nostre miserevoli vite non è nuovo e ci sovrasta da tempo immemorabile: lo avvertiamo solo ora che raggela le nostre personali ossa, dopo averne già sbriciolate milioni di altre, appartenenti a quelle astratte figurine che rappresentano il nostro prossimo, vicinissimo o lontano che sia: siamo mortali, ma tu pensa! Eccolo, lo sgretolamento di ogni pretesa di senso, il disfacimento dell'aspettativa di minimo decoroso futuro che da bravi aspiranti borghesi consideravamo legittima!

Il futuribile, ora, sposa il suo sinonimo fantascientifico. Domani improbabile.

Avessero avuto, poeti, maestri, preti e profeti, la decenza di non inventare le parole amore, umanesimo, fratellanza, libertà! Avessero avuto il pudore di non alimentare nelle anime ingenue utopie ed illusioni bugiarde: l'uomo non ne è mai stato all'altezza e non le persegue con convinzione. Non sa che farsene dell'aura di santità o del rendersi irreprensibile: non nell'anonimato, non se non risulta spendibile, non senza un ritorno.

La gente, in fondo, poi,  non è buona, nonostante l'ostentazione di buonismo nelle grandi occasioni ed ha l'aggravante incresciosa d'essere pure, per la maggioranza,  stupida. 

*

"Che hai, perché fai così, perché non cogli che la negatività dell'esistenza? Il pettirosso saltella e fa brevi graziosi voli tra le fronde ed il pesciolino nel torrente pare una saetta d'argento: non è una delizia? Hai la Natura." mi diceva lui.

"Ed è la Natura che mi ha resa così. La Natura, non già la Cultura. Cado nel nulla da quando esercito il pensiero. E' il nulla che incontro nelle strade affollate, negli scambi sociali, nel buio della notte. Il sospetto, atroce, è che sia l'unico onesto approdo possibile. Forse la morte è il vero premio, giacché neppure il ricordo delle passioni di un tempo, gli amori, i trasalimenti, le sporadiche tregue di bellezza, mi hanno guarita. Sempre più ignoro la ragione per cui la specie cui apparteniamo abbia sviluppato tanta sofisticata intelligenza. Non ne ravviso né l'utilità biologica alla sopravvivenza, né quella più aleatoria al raggiungimento della felicità, perché nel primo aspetto ha consentito la nostra eccessiva proliferazione, che si tradurrà in un danno, e nell'altro ci ha reso mostri di sofferenza metafisica." gli rispondevo.

Ricordo, ma flebilmente, come sono stata e non sono più e come chi mi conosce da sempre ritiene erroneamente io sia ancora. O forse hanno più ragione di quanta ne abbia io nel giudicarmi, perché ritengo pur sempre vero che l'indole è immutabile ed eterna nel profondo.

Sfinimento psico-fisico, fisico decadimento, mi lasciano stupefatta. Ne ero impreparata ed ho permesso che mi soverchiassero.

D'altronde, se io non fossi sempre io, avrei rinunciato anche a questa logorante ribellione ed accettato l'assenza di valide alternative non egoistiche al presente inutile dolore. Invece non posso. L'autocritica, feroce, trattiene almeno le mie dolci utopie sentimentali del tempo in cui guerreggiavo armata di sogni e valori supremi.

Va bene, ho fallito. Sconfitta su tutti i fronti, non ho conquistato né solide realizzazioni materiali per vivere domani dignitosamente, né la consolante edificante presenza di un affetto compatibile, un poco a me simile, empatico, capace e degno di amore. Non avrò accesso al futuro, scamperò alla più degradante vecchiaia.

E bisognerà che io impari la maggiore benevolenza verso me stessa perché intuisco profondamente la verità dell'affermazione del buon Camus che recita "... per suicidarsi bisogna amarsi molto..."

 

sabato 20 luglio 2019

Appunti antropocentrici -11-

Ci sono ancora cose, seppur sempre più rare, capaci di scuotermi e la loro suggestione, per pochi istanti, riesce a far riemergere quelle potenzialità vitali che mi appartengono per indole e che le restrizioni, i patimenti e soprattutto il sopravvenuto disgusto dell'esistenza hanno sepolto sotto cumuli di mortificazione ed una sorta di atarassia non già conquistata ma piuttosto subita per sfinimento.
Ascolto  "A woman left lonely" della Joplin e mi ricordo chi sono con esattezza perché le potenti  ripercussioni emotive che me ne derivano non possono essere che a me attinenti in modo unico ed esclusivo.
Nel passato è contenuta la certa testimonianza del fatto che sono stata capace di vivere in coerenza ed interezza con me stessa nonostante oggi il mio povero presente sia di fatto un disperato tentativo di sopravvivere sopra le righe senza consentirgli di insozzarmi e per fare questo devo anche dimenticarmi, rendermi assente, rinunciare alla mia verità.

Non ci è dato scampo, in quest'ultima lunga fase del tardo capitalismo: le opzioni fittizie a disposizione dell'individuo medio (la cui posizione nei suoi vari aspetti scivola progressivamente verso il baratro)  per poter vivere non sono che due: aderire alla dilagante edonia depressa -la scelta maggioritaria delle masse insulse e vacue- oppure optare per un dolorosissimo auto-confino meditabondo e comunque senza gioia.
Sono ancora e da sempre convinta che la tensione principale nella vita di ogni umano sia la felicità ma anche che felicità non sia sinonimo di piacere. Il piacere fine a se stesso è appannaggio dei poveri di spirito.

Quel che trovo stupefacente, piuttosto, è il grado di asservimento mentale, qualche volta inconsapevole, di cui fanno sfoggio, loro malgrado, i sedicenti intellettuali.
A che cosa, a chi servono?
E' meno arduo rispondere a questo piuttosto che chiedersi a quale platea ideale aspirino a rivolgersi.
C'è stato un tempo, in fondo non così remoto, in cui approfondire ed accrescere la cultura equivaleva ad aspirare alla libertà, innanzitutto di pensiero e giudizio personali ed immediatamente dopo generale, per tutti, di tutti, dell'umanità.
Quest'ultima è un'aspettativa desueta, se non morta: l'autoreferenzialità è il massimo delle loro aspirazioni.
Ne deriva, signori intellettuali-mezze-calzette d'oggi, che siete inutili, a causa della vostra completa assenza di coraggio e del vostro evidente, fin imbarazzante, povero narcisismo.

mercoledì 17 ottobre 2018

Piccola anima smarrita e soave -8- I depresso/politici.


Non ho alcuna velleità autopoietica e per l'intera mia esistenza, piuttosto, mi sono mossa in senso decisamente contrario cercando ed accogliendo con una certa miope caparbia il tepore consolatorio dell'altrui vicinanza.
Comunicare con voce o scrittura, in reciprocità, mi dava piacere; amavo la compagnia, speravo nell'amicizia.
Ora mi costa fatica, un'indicibile fatica seguita immediatamente da un senso di frustrata umiliazione, perché non c'è difesa che io sia riuscita a costruire negli anni per stemperare questo eccesso di intuito e sensibilità che mi condannano all'amarezza e alla vulnerabilità.

La mia vita non è stata mai facile, ma lo sforzo immane superiore ad ogni altro è stato costituito senz'ombra di dubbio  dal tentativo fallimentare di sembrare almeno vagamente normale.
Si è trattato di un'autolesionistica determinazione -sempre poco convincente- che consentisse di rapportarmi agli altri, di guadagnarmi un posto di lavoro, di amare qualcuno, di rendermi traducibile, di non spaventare i bambini, di respirare senza che l'ansia mi chiudesse la gola: ci ho provato infinite volte, ed ho puntualmente fallito.

Ma io non sono normale, punto.

E' tempo d'esserne fiera piuttosto che dispiaciuta e senza più alcun dubbio dato che se non sappiamo stare ai giochi è perché i giochi sono truccati.
Per me e per quelli come me, nascere e vivere equivale ad "imbattersi in una "valanga che seppellisce l'anima" e lo intuiamo già da bambini.
La depressione che tallonerà ogni nostro passo, che inficerà ogni iniziativa, che segnerà i nostri rapporti sentimentali, che minerà la nostra salute, è inevitabile, ma non è una colpa.
Noi siamo innocenti, noi siamo i forti, pur se vinti e deprivati di serotonina, e il nostro dolore ha cause politiche.

Vorrei concludere con un bel motto evocativo, del tipo "depressi politici di tutto il mondo, unitevi!"  per scimmiottare una parvenza di speranza, ma i rettori del sistema -cui dobbiamo riconoscere un'intelligenza raffinatissima e  perversa-, hanno convinto la maggioranza di noi d'essere portatori di un difetto neurologico individuale, una brutta e bizzarra tara spirituale, da sopportare in silenzio nell'isolamento del nostro privato.
Al massimo, ma proprio al massimo -così sottace Sistema-, cerchino sfogo scrivendo in un blog.


mercoledì 8 agosto 2018

Tre assiomi, deduzioni, scoli di mezza estate (logorrea improvvisa da afa padana) -1-

E' opportuno selezionare con grande attenzione l'ingresso delle persone nella propria vita fin dall'avvento dell'età della ragione.
Ciò è particolarmente raccomandato ai temperamenti ipersensibili-malinconici ed alle anime belle, fatto che rende l'assioma soprastante  in sé elitario.
La cosa inoltre seccante, pur se fatale,  è che a prenderlo alla lettera ci si voterebbe al quasi totale isolamento.
Sarebbe meglio, dal punto di vista pulito e scintillante della razionalità: meno amarezza, meno delusioni, meno noia, meno nausea da derivazioni umane.
Sarebbe peggio, perché toglierebbe ogni alibi nel momento -fatale anch'esso- in cui, nonostante un isolamento benefico dal corrotto e corrompente consorzio umano, le cose appaiono nella loro sostanza oggettiva:
talvolta bellissime  ma 
indifferenti, 
talvolta terrificanti ma
indifferenti,
altra ancora neutre ma
indifferenti.
***

« Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa..." 
Ora io vedo la quasi totalità delle menti, seppur non solo le migliori -ma i superlativi ormai sono estinti per carenza di qualità nel secolo dell'appiattimento fattuale in atto-, né solo le peggiori, abbarbicate come licheni ad un edonismo passivo ed intristito, ad un amor di sé senza ragione e sostanza e perciò patetico, distrutte dal bisogno di consenso e visibilità, ancora più affamate ed isteriche, digitare come ossessi proclami, aborti di pensieri, programmi di governo, aforismi di tizi a loro sconosciuti ma che suonano bene, fatti privati di ordinaria, banale e un po' deprimente esistenza, altre stupidaggini imbarazzanti, nella convinzione che ciò li renda parte di qualcosa.
Surrogati di amicizia, emozioni sintetiche, illusione di dialogo.
Erano meno strafatte quelle degli anni '60.
*** 
 
La maggioranza dei sedicenti intellettuali (spesso "/ filosofi") finge di ignorare che il solo modo per contrastare il peso delle sperequazioni sociali di cui si indignano e delle sofferenze dei reietti, sarebbe innanzitutto ammettere che sono strumentali alla permamenza di questo Sistema e sua diretta, intrinseca e logica  conseguenza.
*
Ne deriverebbero la sua inappellabile condanna ed il dovere di reagire.
L'intellettualismo non implica affatto né il coraggio, né, men che meno, l'onestà.
***

venerdì 29 settembre 2017

Disperata allegria

Se rabbia ed indignazione potessero esplodere perché il sentimento di giustizia ha subito oltraggi ormai intollerabili, avremmo a disposizione l'arma di distruzione di massa definitiva per antonomasia.
L'attuale è un momento storico paradigmatico.

Con l'eccezione degli ottimisti ciechi e caparbi -generalmente gente non povera o ricca ed accidentalmente passata  (o strutturalmente capace di passare) indenne anche attraverso eventuali tragedie personali, soprattutto grazie ad una loro anaffettività congenita-,   testimonianze viventi di come non sia affatto corretto dichiarare morte le ideologie dal momento che quella dell'Individualismo trionfa e le ha sepolte tutte, la maggioranza delle persone ha di che lamentarsi.

Invaghiti come siamo della persona più meritevole e meravigliosa del mondo -noi stessi-, cadiamo però inevitabilmente nella trappola della supponenza ed i diritti negati per i quali, se non fossimo tanto vili, ci batteremmo come samurai armati di affilatissime katana, sono soltanto i nostri personali  e quelli che percepiamo dal nostro punto di vista.

Ne consegue che coloro che hanno conservato un po' di pudore e dignità e come la sottoscritta sono afflitti da uno stoicismo totalmente laico con la maturità via via  più feroce innanzitutto con se stessi, resistono in silenzio, sicché risulterebbe a chiunque arduo indovinare il reale stato delle loro difficoltà materiali e l'enormità dei loro dolori metafisici. Il contrario, d'altronde, difficilmente farebbe una qualsiasi differenza al fine del lenimento della loro sofferenza: la gente non è affatto buona, in fondo: al massimo si commuove un istante, meglio se sostituendo le vetuste e troppo complicate parole con un'iconetta con lacrima o cuoricino.

La sostenibilità del doloroso sentimento d'ingiustizia che alberga in noi è poi direttamente collegata al sistema metereopatico e geo-strategico, cosa del resto estremamente evidente  nei paesi caraibici e sudamericani e dove regna il sole.
Dev'essere a questo che si riferiva l'algerino Camus, quando affermava di avere in sé un'invincibile estate.
Lui beato!
Ma io sono nata al Nord.

lunedì 26 settembre 2016

schiavi si nasce

Non c'è alcun dubbio che il lavoro salariato in particolare sia l'esatto corrispondente moderno della schiavitù antica, di cui perfino Seneca, seppur  prima di filosofo usuraio, s'indignava.
Ora s'è aggiunta qualche nuova sfumatura peggiorativa: il micro-imprenditore (questo alieno incomprensibile di cui nessuno, in assoluto, si occupa, circondandolo di un'aura misteriosa e di sospetto giacché egli, per definizione, è un evasore fiscale anche quando non produce in realtà un reddito tassabile) è più schiavo del salariato-schiavo. Non può neppure ammalarsi come tutti, né figliare, né riposarsi una settimana l'anno a cuor leggero: rischia il fallimento e la fame.

Non c'è neppure minimo dubbio sull'oggettiva casualità della nascita in questa o quella condizione: schiavi si nasce e ci si rimane e, da quando esistono capitale e  democrazie, difficilmente un padrone potrà mai vedere le sue sorti ribaltate come fu per  Ecuba, e Creso, e la madre di Dario, e Platone, e Diogene.

La vera schiavitù è quella volontaria, del vizio, ci ammonisce i filosofo.
Dunque, Maestro, io sarei schiava soltanto della mia detestabile abitudine di fumare?
E' solo un dettaglio, invece, che alla mia venerabile età io mi ritrovi ad annaspare per tenere in piedi questa minima impresa che ho creato senza il sostegno di nessuno, che mi fornisce il pane e non il companatico, che mi ha sottratto il tempo per esercitare la mia umanità e leggere, incontrare persone, contemplare ciò che è bello, ogni tanto ridere di gusto e perfino  amare?

Il fato, si sa, è invincibile.

Una cosa è certa: se vivessimo in un Paese appena civile, dovrebbero quanto meno provvedere a farci recapitare a casa il kit di barbiturici, sapientemente dosati, per un'uscita dignitosa e pulita da questo vergognoso ed indifferente sistema, con la stessa solerzia con cui i governi nordeuropei forniscono i pannolini alle mammine svedesi e norvegesi.

sabato 15 marzo 2014

Visto, per caso,  "All is lost", il film che racconta la drammatica esperienza di un naufrago nell'Oceano Indiano? La vittima si sveglia di soprassalto nel suo ragguardevole e ben equipaggiato yacht cullato dalle onde per scoprire che un container galleggiante alla deriva ha squarciato un fianco del suo natante. Comincia da lì un'odissea di coraggiosi espedienti di sopravvivenza ed eroico contrasto alla forza implacabile e decisamente indifferente della natura, ecc. ecc. ed in qualche modo va a finire...

Io sono una tipa che ha la similitudine sempre in erezione, così poi ho pensato immediatamente agli squarci che i vari container alla deriva hanno arrecato, volta dopo volta, nella mia vita ed anche a quelli addosso ai quali mi sono fiondata da me medesima per avventatezza,  stupidità, o fatale distrazione: molti, troppi.
Come il naufrago,  ho reagito sempre, in qualche modo, grazie all'adrenalina della disperazione e a una certa dose di (forse) presuntuosa autostima.
Non è solo l'istinto animale alla sopravvivenza che controlla le tempeste dell'esistenza e consente di superarle: bisogna amarne almeno qualche aspetto significativo particolare, bisogna sentirne almeno qualche altra sottile promessa di seduzione, credere che la bellezza possa rinnovarsi prima o poi, immaginare di potercisi immergere ancora, pensare che possa esistere un qualche altro oggetto degno d'amore, ritenersi ancora capaci di accoglierne.
Si deve avere un proprio progetto, abbastanza allettante, intimamente anelato, che possa avvolgere la nuda e cruda realtà oggettiva della vita umana in un alone taumaturgico e pietoso di nebbiolina consolatrice, che imbrogli l'umano cervello onirico e lo convinca che la sua vita non è l'accidente insensato e talvolta drammaticamente beffardo che invece è.

Ma oggi..., oggi davvero è arduo il compassionevole autoinganno. 

venerdì 21 febbraio 2014

Dubbi antropocentrici - 1 -

Perché tutti (tra i sufficientemente acculturati; i sensibili; gli idealisti malinconici; gli "intellettualmente onesti"; gli elitari della disperazione esistenzialistica non-radical-chic posto che  ce ne siano più di due di autentici  e che i restanti non siano soltanto velleitari) coloro che lamentano l'insensatezza della vita, l'orrore della solitudine, le atrocità degli uomini sugli uomini e sugli animali, la crudeltà cieca del caso, l'impossibilità d'essere almeno un po' felici, non contemplano mai,  tra le soluzioni possibili, l'investimento di sé stessi in un'amicizia?

Il dolore latente dell'essere  rende feroci, insensibili, egocentrici, nichilisti, ma anche, probabilmente, né amore né amicizia sono, nella loro concretizzazione, all'altezza dei concetti che li avevano in premessa ispirati.
Le nostre idee  sono simili a sontuose variopinte vele di legni galleggianti su mare ostinatamente piatto.
La capacità di Amicizia, che è amore senza brama di possesso, è chiaramente sovrumana.

*

Pregevole signor Camus, io, invece, ho scoperto che anche nella più torrida estate permane in me un inverno invincibile, e giacché per mia natura non ho scorte adipose nell'anima efficaci nel proteggerla dalle ingiurie a questa mia ridicola ipersensibilità che accusa ogni colpo possibile dall'ipocrisia, dall'ingiustizia e dalla miseria morale - intemperie del vivere -,  ne soffro molto.
Lei ha spesso lasciato intendere che la rivolta etica del singolo rappresenta una sorta di sostrato su cui si può ergere il senso di appartenenza e fratellanza con altri a noi simili e pur se sconosciuti.
Beh, mi lasci dire che ormai propendo per non crederci quasi più. E' una meravigliosa idea romantica, in fondo, ma resta idea, resta romanticismo, più possibile nel momento storico in cui Lei ha agito.
Oggi siamo moralmente regrediti, nonostante paia un paradosso. Siamo totalmente spenti, deprivati di qualsiasi luce e fuoco interiori.
Ogni mio contatto, ogni esplorazione, ogni vicissitudine mi  dimostrano che il desiderio più pressante è, per chiunque, non già la comunione ideale,  la sottoscrizione di una speranza, il bisogno di bellezza e giustizia, ma bensì l'accorpamento in sé, ai fini dell'accumulo e dell'esercizio del potere - previo adeguamento o negazione delle altrui caratteristiche meno digeribili -, di quanto più possibile sia predabile dall'esterno,  altri compresi. Non c'è più,  per gli uomini e le donne "senza qualità" - vale a dire tutti coloro che sono costretti, per fatalità di nascita e censo a percorrere il sentiero un po' sudicio della normalità -, alcuna volontà effettiva, o capacità, di tradurre nella propria esistenza quotidiana virtù non mercificabili e di fatto spendibili
Fino a quando ciascuno di noi non avvertirà come dolore vivo nella carne la sofferenza gratuita e folle che l'intero sistema economico, e poi politico e civile - suoi frutti di partenogenesi -,  infliggono ad un altro umano (e perfino ai suoi affini, amici, complementi, esseri fragili, bambini, cani, gatti...) noi rimarremo esemplari della specie che scelgono consapevolmente di abortire l'essenza dell'umanità.
Ne deriva che il siamo è ancora impossibile?

*
 

Succede spesso di scoprire che un sedicente filantropo  sia un miserabile narcisista,  un sedicente filosofo un egoista mitomane, un sedicente poeta un mediocre, un uomo un idiota.
Perché non me ne accorgo mai prima di subire il disgusto della rivelazione?

 
*
 


 

venerdì 5 aprile 2013

Autoreferente, per forza.

Un amico verso cui nutro stima ed affetto mi ha stamane offerto una sua lettura del carattere di alcuni miei post - ossia di me stessa - in questo decadente periodo della mia vita.
Ha ragione a definire "sigillato" il mio cuore e rimbrottarmi per l'ostinata concentricità dei pensieri che si affollano nella mente dando l'impressione che io vi possa godere di una certa autoreferenzialità.
 
Eppure, se anche fosse - ma non è esattamente così -,  l'autoreferenzialità, in una sua certa interpretazione non maliziosa e distante dal narcisismo, è anche il solo mezzo per assicurare libertà di giudizio e di pensiero, ché non c'è osservazione, scambio, riflessione, opinione,  perfino opera artistica o letteraria, che non siano in qualche modo influenzate o frutto e derivazione di plagi.

Il fatto che in quanto umani noi si sia fatalmente esseri sociali non significa che si debba conseguentemente confluire in mandria o gregge.
Ed invece, il più delle volte, per non dire sempre, è il massimo che riusciamo a realizzare: beliamo a staffetta, sostanzialmente lo stesso verso, se nell'ambito del medesimo gruppo.

Ma il mio amico mi ha fatto quest'osservazione perché mi vuole un po' di bene ed auspicherebbe che io mi sentissi meglio ed uscissi rinforzata ed indenne  dalla strettoia che la mia esistenza sta ora riservandomi, arricchita da nuove energie per l'accoglienza e la speranza.

Infatti io ci sto lavorando: non faccio che sognare per foraggiare, attraverso l'immaginazione, l'humus della rinnovata fiducia e dell'attitudine alla gioia.
Ed ho creato una piramide maya di sogni, che mi prefiggo di scalare con il progressivo recupero delle forze.
Però, per quanto mi sforzi nel favoleggiare, ad oggi all'apice non riesco a metterci gli umani.  

Sogna e risogna, comunque, io mi vedo indaffarata a svezzare elefantini orfani in una riserva in Namibia, oppure a condurre in perfetto stile "decresciuto-felicemente-ma volontario" un vecchio casolare tra Pastori maremmani dall'abbaio solenne e  verzure, offrendo in cambio di parco guadagno ospitalità rusticante.

Quando la realtà mi sveglia, il mondo è più orribile che mai, i problemi sono ostacoli titanici, e la vita vera più astratta del sogno.
Ed io capisco allora che non ho più scampo.   

 

sabato 23 febbraio 2013

"Sarai puro. Perciò ti maledico"

Il mio primo pensiero, la mattina alle 7, quando mi alzo per cominciare la mia giornata, sarebbe in verità piuttosto mortificante per una tizia che, caparbiamente, procrastina il suicidio nella segreta speranza di non aver ancora capito niente e di incorrere in un madornale e generale errore interpretativo di sé, di ciò che ha bloccato fino ad oggi le potenzialità latenti nella sua indole, di tutti - indiscriminatamente tutti - coloro che a vari livelli hanno rappresentato e rappresentano il suo altro.
 
Il pensiero, dunque,  immediato,  fluido e spontaneo è sempre lo stesso - incipit di ogni risveglio - e le bisbiglia dalla sua più cavernosa interiorità: "Come sarà bello, stanotte, riabbandonarsi al sonno".
 
Eppure, la mia non è un'indole letargica: io sono stata fino a ieri, forse e piuttosto, iper-attiva, e da sempre.
Agitarsi però non serve più a nulla, neppure a sopravvivere: l'ho appreso in modo inconfutabile di recente, quando m'è accaduto di veder crollare uno dopo l'altro, per motivi che serve a poco raccontare ma aventi la stessa veemente forza distruttiva dei cataclismi naturali, tutti i vari bastioni dietro cui proteggiamo e giustifichiamo in genere la vita. Se ciò non spalancasse direttamente le orribili fauci del nulla potrebbe anche essere un'eroica operazione di pulizia. 
Pare contraddittorio, invece costituisce coerentemente la mia vita binaria.
Oggi è il solo modo di vivere per un umano consapevole della sua condizione esistenziale oggettiva che tenti di rispettare la sua propria integrità, la sua personale e particolare verità e che sia duro, freddo, smaliziato, disperato, lacerato dall'offesa della nascita - questo oltraggio che pago (pure!) da 53 anni -, dignitosamente ed onorevolmente disadatto, perché inadatto.
Semplicemente e totalmente inadatto ad un mondo reso così, ma anche fatalmente ed oggettivamente fatto così.
 
*
Sarà per tale inadeguatezza, allora, che mi commuovo intensamente e raramente, ormai, al ricordo di alcune potenti metafore in cui mi riconosco fino all'osso, che magari son poco o meno amate invece da chi apprezza tutto il resto della produzione artistica, letteraria e filosofica del suo autore.
" [...] 'Sarai puro./ Perciò ti maledico'. (gli dice il custode del'eternità prima di gettarlo nel mondo. ndr.)/Vedo ancora il suo sguardo/ pieno di pietà - e del leggero orrore/ che si prova per colui che la incute, /lo sguardo con cui si segue/ chi va, senza saperlo, a morire,/ e, per una necessità che domina chi sa e chi non sa,/ non gli si dice nulla -/ vedo ancora il suo sguardo,/ mentre mi allontanavo/ - dall' Eternità - verso la mia culla. [...]": dello scrivere di Pasolini ammiro enormemente nella stessa misura lo stile e l'impavida potenza dei contenuti, siano essi in versi che in prosa.

Non mi commuovo più - ché mi son fatta ghiaccio -, invece, pur considerandole indubitabilmente vere, alle rivelazioni del satiro che sentenzia senza tema di smentita la sostanziale sciagura per l'uomo riflessivo di fare la sua comparsa nella vita: raccoglierà soprattutto dolore atroce per l'anima e strazianti dubbi irrisolvibili.

*


Poco alla volta mi si assottigliano le idee per ricavare espedienti in grado di contrastare una fatale, immota, perfino placida disperazione dettata dalla consapevolezza di un'invincibile assenza di ulteriori oggettivamente onesti motivi e comprendo che il solo modo efficace sarebbe l'immersione in una qualche passione, di nuovo, come se già non fossero fallite tutte dimostrando ampiamente come siano effimere, alla lunga frustranti, inconcludenti ed infantili.
E' ridicolo: si vive la propria umanità nella consapevolezza che non troverà alcuno sbocco nobile e potrà al massimo percorrere qualche abbozzo di espressione, quasi sempre fallimentare.

Dalla sponda di uno dei due versanti della mia vita binaria - quello pretestuosamente considerato di veglia -, guardo intanto gli omini affaccendati a chiedere voti, ad improvvisarsi equilibristi nelle più nefande contraddizioni in persino palese malafede, a ripresentare con faccia di bronzo degna di giullari intenzioni e promesse retoriche, mentre omini riceventi rispondono diligentemente con la irrisoria indignazione dei servi sconfitti, che alla fine li compiaceranno comunque, pur borbottanti.
Disprezzo cosmico, nausea.


(Dov'è l'amato letto, dove sta la tana: urgono. L'odore stantìo di codeste mummie è intollerabile.)

Rimarrebbe il privato, stretto stretto. Temo anche che sarà pieno di silenzio.
Ma non importa, in fondo.
L'ideale, per immaginare la libertà e la felicità.
 
 

domenica 27 gennaio 2013

Pensiero arboricolo

Ho quasi sempre la netta sensazione che ogni realtà che tocco, conducendo quest'esistenza, si collochi ben presto e sempre all'apice del non-senso, anzi, per esattezza, lo manifesta sempre più evidentemente perché un senso oggettivamente congruo nell'organizzazione e nella conduzione della vita umana moderna collocata nell'attuale sciagurato sistema economico non è esistito mai e il solo traguardo da raggiungere - malgrado non possa essere forse abbastanza gratificante per chiunque dato lo stato di massima mollezza di spirito in cui ogni messaggio esterno ci ha, a nostra insaputa, plasmati -, per noi poveri dissidenti - noi che non pensiamo affatto che questo sia il migliore dei mondi possibili -,  rimane il salvare ad ogni costo ed alla meno peggio integrità e  pulizia interiori.
Il traguardo, il fine, il motivo, quindi, del vivere sia sociale che privato,  sono ormai irrimediabilmente coincidenti con ciò che invece avrebbero dovuto essere  mezzi e presupposti indispensabili per condurre una vita degna.

Vivere, per noi dissidenti, per quelli come noi del "preferirei di no",  sta diventando preminentemente una faccenda privata ed intima, cosa che obiettivamente ha qualcosa di mostruoso e contro natura, data la biologica attitudine degli esseri umani ad organizzarsi e riconoscersi nel branco.
Il lento logorio interiore, il lento morire, è dunque affare solitario, vero scandalo della ben più ampia tragedia umana.

Diffido dalla speranza di un  cambiamento definitivo o di un eclatante riscatto: l'uomo civilizzato preferisce decisamente piccole squallide sembianze del piacere, pur se intrallazzate da mille tormenti e noie, all'onesto equilibrio psico-fisico raggiungibile solo a prezzo dell'esercizio in sinergia di temperanza e pensiero, finalizzati ad una soluzione ben più magnanima.

Sorrido amaramente di fronte allo sconcerto, malcelato ma effettivo, che rode le più antitetiche visioni della vita umana: chi pensa che progresso-industria-capitalismo-democrazia siano il solo sistema razionalmente accettabile per viverci deve passare in giudicato il contrappeso dell'oppressione e della sofferenza di molti dei suoi simili; chi fantastica su piccole realtà bucoliche di stampo ancestrale e contadino, deve appoggiarsi a qualche dio di bontà e giustizia sovrannaturali; chi si impegola nella improbabile commistione delle due non avrà una sola azione incentrata sulla coerenza e limpidezza e dovrà giostrare la propria coscienza tra gorghi di pesanti e disonorevoli contraddizioni.

*
Come tutti, da ragazzina lessi Il Barone Rampante: deve avermi resa arboricola, irrimediabilmente.
Irrimediabilmente. Ahimé.
*
 

mercoledì 7 novembre 2012

Respiro

Ad occhio nudo, dal terrazzino di casa,. il sentierino stretto ed irregolare era a tratti visibile. Lo si indovinava serpeggiare verso l'alto fino alla coppia di abeti, poderosi e centenari, che costituivano la porta del bosco.
La giovane donna vi saliva quotidianamente, ogni volta con identica  lieve apprensione, come se quello che udiva riecheggiare puntualmente in sé fosse un richiamo di cui ancora, nonostante gli anni di frequentazione del luogo, non potesse interpretare pienamente il messaggio, intuendone però l'assoluta necessità ed impellenza.
Ed infatti, quella singolare eco scaturiva da anfratti misteriosi di una memoria che forse non era soltanto sua, ma era appartenuta a molti altri prima di lei, come reminiscenza di un patrimonio condiviso.
Quella sera, le successe qualcosa di mai accaduto prima.
Le capitò, eccezionalmente, sorprendentemente, di respirare.


Prima di farne quell'esperienza precisa mai vi aveva posto attenzione e mai ne aveva avuto una percezione tanto viva ed assoluta.

Fu dopo essersi inerpicata per il sentierino e varcata la soglia, accolta da faggi lisci, argentei ed imponenti, rugosi larici ed abeti, felci, ginepri e noccioli, arbusti di mirtilli e piantine di fragole, odore di muschio e paniche fragranze resinose, che avvenne quella sorta di sequestro di ogni altra consapevolezza e senso che le permise di sperimentare, per la prima volta, il suo stesso respiro.
L'accadimento fu talmente stupefacente, per lei, che si ritrovò senza quasi averne coscienza a correre leggera sul prato, a braccia aperte, come per spiccare il volo.
Se è dato, ad un umano,  provare per un solo istante la felicità perfetta, essa deve essere  simile a quella: cosmica e leggera, e nel contempo immobile ed in attesa, come un prezioso fiore che voglia essere colto.

Ebbene: non esiste gioia più completa, né piacere estemporaneo altrettanto gratificante, del raggiungere, grazie ad una particolare condizione di armonia interiore, una sorta di sintonizzazione del proprio respiro con quello dell'ambiente circostante, se naturale, ameno, e mite.

C'è chi annovera tra i ricordi più cari gli eventi classici del vivere sociale, qualche riconoscimento, qualche amore, una nascita, ma lei continuò invece a porre questo episodio come una sorta di rivelazione, un sussurro confidenziale e specialissimo ricevuto, forse non immeritatamente.

Perché non si respira soltanto aria, soltanto ossigeno, ma anche armonia: energia diffusa, che abita ovunque, che rigenera, che vivifica, ma ciò che lo permette è l'assenza di conflitto e dolore acuto dentro sé:  dolori e conflitti  che schiacciano il petto e comprimono l'attitudine ad accogliere.

I dolori, puntualmente, insistentemente, la raggiunsero presto, perché il suo successivo vivere non fu un passeggiare, e lei smise di respirare, poi, limitandosi a permettere, suo malgrado, che l'automatismo pneumatico della sua macchina-corpo la tenesse semplicemente in vita.

***


Non si respira più, non si respira mai.

Questa incresciosa corsa alla sopravvivenza, giorno dopo giorno, lo impedisce ed inesorabilmente ammala.
Il rivoltante denaro che non hai che misura la tua libertà, la certezza che sia tutto perduto, i tuoi simili così dissimili, l'essere esule e ciononostante a casa, sradicata, oscenamente sola o approcciata da chi aspetta sempre corrispettivo, avvolta in un sistema civile ed economico privo di etica e gentilezza, senz'amore né più vera fantasia: ansiogeno sopravviversi.

Parlare attraverso la tastiera, sorridere ad un monitor, sapere che ai più basta e piace, rendersi bastevoli le stesse proprie  interpretazioni meno drastiche, per illudersi che gli uomini non siano troppo orribili e lontani: è malinconia.


martedì 28 agosto 2012

Perdenti

Ma dove dovrei mai archiviarla questa memoria tanto satura, che dovrei farne dei troppi ricordi di un tempo non già 'migliore', ma almeno vissuto... Non so dove porla, ché trascinarla appresso è inaudita fatica e lacerante malinconia, ma, d'altro canto, il suo accantonamento presupporrebbe la dissacrazione dell'intera mia vita e senza sacralità anche il significato è perduto.
 
... a che mi serve, ora, quest'aura di eroismo -che chi evita accuratamente il coinvolgimento mi declama con ammirazione- per scelte coraggiose, o scriteriate, od obbligate dall'insopprimibile senso di dignità... ; a che mi serve se il dolore insiste, se la speranza non ha più contorni, se non c'è strada da calpestare, se i sedicenti miei simili, che tanto blaterano d'amicizia ed affetto, non investirebbero in un vero sforzo d'incontro una sola  e minima delle loro energie inutilizzate, giacché essi altro non sono che ectoplasmi, che narrazione di sé, maschere senza vero volto, tremanti e pavidi o -al contrario-orribilmente rapaci?

La realizzazione di ogni desiderio, anche il più elettivo e nobile, passa attraverso il lordume del denaro.
Ecco perché donne e uomini di questo tempo non hanno scampo e la loro realtà oggettiva è la perenne prostituzione.
La prima volta che ci si vende è quando ci si consente il primo alibi intellettuale: 'Devo accettare la mia complessità, la mia ignoranza, la mia contraddizione, la mia debolezza, perché sono soltanto umano'.
Menzogne schifose.
Il sinonimo di 'poveri e belli'  è 'perdenti condannati a morte'.
La purezza, qui, è colpa ridicola.

Mi guardo intorno.
Rimango stupefatta.
Nel ghetto dei puri non c'è più nessuno. Volteggiano ancora, come foglie d'autunno, come piume in gorghi d'aria, parole morte dimenticate nella fretta della fuga.



 

martedì 24 aprile 2012

Nostalgia di un'etica




Due tra gli atteggiamenti dell'anima, o della coscienza, che sono ormai definitivamente invisi e generalmente considerati negativamente arcaici (che fanno: rendono barbari? anti-progressisti? E il progressismo è quella cosa che ci ha condotti al punto in cui oggi siamo, sotto tutti i vari, dolenti, punti di vista? ) sono la nostalgia e il  moralismo.
Ora,  questo giudizio è un' estesa moda, dal potere persuasivo e terribilmente formale.
Nostalgia, moralità: sono soltanto parole che rimangono insignificanti se non contestualizzate.
Stare abbarbicati al passato, riandando con la mente ai 'bei tempi andati'e sottrarsi alla responsabilità del presente evitando faticose e talvolta coraggiose scelte, è certamente un ottimo sistema per glissare la condanna alla libertà che, volente o nolente, il singolo deve gestire nella sua particolare vita. Una prerogativa dei vecchi e dei vili.
Ci sono i monarchici nostalgici, i mussoliniani nostalgici, i sessantottini nostalgici.

Ma quando provo a recuperare, in me, le sensazioni che davano sostegno, corpo, energia, motivazioni, alla mia vita passata, sto compiendo un esercizio di memoria, non una caduta nostalgica, e la constatazione di averle perdute e di non poterne più emulare l'intensità  con gli strumenti, le opportunità, lo stato oggettivo delle cose, le persone che contatto, non è rimpianto, ma obiettiva e razionale constatazione di un'assenza, di un vuoto mai colmato.

Certo: si cambia si cresce. (Ci si deteriora pure, ad onor del vero).  Lo so bene. Ma è importante capire perché.
Perché, oggi, ad esempio, nessuno prova più la viva passione che infiammava coloro (noi) che scrivevano, poetavano, cantavano o  cercavano, attraverso teorizzazioni politiche e sociali, una società alternativa?
Nell'amoralità sbandierata come uno stendardo da crociata laica , l'amoralismo  di allora -che in realtà voleva essere una risposta alla rapace ipocrisia di un progetto di mondo che preparava l'odierna globalizzazione- era tutto l'amore di una generazione che pensava di poter resistere e proporre un'alternativa; c'era un' etica, nobilissima e rispettabilissima, in conclusione, ma diversa da quella imperante.
A sforzarsi di conoscerla nella sua autentica formulazione -per inciso-, la più nobile, equa e rispettabile etica umanitaria l' hanno concepita Marx ed Engels e la "migliore gioventù" degli anni 70 vi si ispirava.
Poi, è nella natura umana non saper sostenere neppure i più luminosi sogni quando  gli appetiti del corpo  pungolano e l' esaltante sentimento del noi viene soppiantato dal più circoscritto io.
Così, occupati a comprar casa, automobile, far carriera, metter su famigliola, impelagarsi in mille orpelli e cose e cento circostanze d' obbligo formale, la vita s' è ristretta nel recinto privato ed il noi è rimasto solo.



Ho nostalgia, stasera. Nostalgia di un'etica.


martedì 17 gennaio 2012

Gente orrenda

“OPERAIO METALMECCANICO SENZA LAVORO, ITALIANO IN OTTIMA SALUTE (A PARTE UN PO' DI ABBATTIMENTO MORALE) OFFRE UN RENE A CHI MI DA UN LAVORO.
PRIMO CONTATTO VIA E-MAIL”.
Questo è, riportato letteralmente, un annuncio inserito in uno dei tanti portali di ricerca ed offerta di lavoro. In questo caso, me ne ha informato una persona che li frequenta -naturalmente per necessità- , aggiungendo che proveniva  dalla provincia di Padova.

Non so se quel messaggio sia provocatoriamente sarcastico od  autentico, ma se lo fosse, al punto in cui siamo, non mi fa neppure più inorridire.
L' indignazione, l' attitudine a percepire quanto sia nefando uno scandalo, tra 'gli ultimi' è già superata.
Così come esistono piccoli imprenditori che si impiccano a causa del fallimento imminente ed inesorabile della loro azienda, ci sta pure che qualcuno si venda un rene, com’ era (e non so se ancora sia) pratica comune in tante altre realtà che pensavamo da noi lontane anni luce, anche se geograficamente non così distanti. Ricordo un servizio giornalistico televisivo in cui un sovietico raccontava di averlo fatto per sfamare la sua famiglia. Sto pensando seriamente su quale organo  sufficientemente allettante per il mercato potrei contare io se la mia minuscola attività artigiana neonata e per ora improduttiva di reddito dovesse fallire.
Siamo ad una svolta decisiva dell’ umanità, - io non ho dubbi-, creata da un sistema che sta ingoiando sé stesso.
Ma la vera, straziante, agghiacciante tragedia sta nelle reazioni, nella nuova incapacità a versare lacrime, in questo fenomeno di indurimento ed ispessimento di corazza.
Perché, oggettivamente, di questo tizio non gliene fregherebbe assolutamente niente a nessuno.
E’ diventato normale che sia così.  Il potere ha le sue inossidabili e gelide regole ed i suoi moderni altari sacrificali.
Prima che suoi schiavi -a prescindere dal ruolo più o meno gregario che rivestiamo nel suo teatro-,  ci ha abilmente resi individualisti, insensibili, ferini,  spregevoli ed indifferenti.
Una forma spuria di ributtante anarchia di comodo e  di anestetizzazione.
Non c’ è nulla che ci scuota se non ci attiene direttamente, nulla.  NULLA.
Questo, è questo, l' orrore massimo.

Per ciascuno di noi è esemplare e significativa soltanto la specifica e personale realtà.
La gente scavalca indifferente il cadavere dell’ ammazzato di camorra sul marciapiede della città, si schifa se il barbone si ripara dal freddo nelle gallerie degli acquisti metropolitani perché lo trova esteticamente deturpante ed osceno.
All' ex coniuge, che ti "amava da morire" - in particolar modo nel talamo, 'sto stronzo-,  non importa niente se la sua stessa stizzita ed arbitraria   interruzione del magro assegno di mantenimento che ti permetteva di sopravvivere a malapena, in forza della sua induzione -completamente e clamorosamente sbagliata- su tuoi redditi invece inesistenti, ti inabissa nella povertà, forse ti ucciderà: lui vuole riprendersi la sua vita annullandone semplicemente i precedenti, sia nella memoria, sia nei fatti pratici.
Come pure agli 'amici', quello stuolo di parolai inconsistenti ed incoerenti, cui magari tu -imbecille-, hai tributato autentica dolcezza e sincerità. E ti sta bene, agnello ingenuo tra i lupi che altro non sei.

La filantropia è stata clamorosamente sconfessata dalla Storia, dalla Vita, dalle Religioni, dalla Politica.
 
L' Uomo è uno schifo, od è cialtrone.
Rimane a consolare, ma sempre più flebilmente, un' ombra, una reminescenza filosofica, poetica, obsoleta, ridicola.
Come me.

lunedì 5 dicembre 2011

A loro le lacrime, a noi il sangue

Noi, che abbiamo dato i natali al melodramma, non ne dovremmo affatto essere sconvolti...
Ma, prima d' ora, io non avevo mai visto singhiozzare un Ministro in diretta.

Ricordo, veramente, un aspirante Presidente del Consiglio, in tempi già sospetti -ma soltanto per i più 'scafati' e maliziosi, i soliti 'comunisti'-, piangere nel 1997 sull' atroce sorte di alcuni diseredati disgraziati,


e poi anche, un po' più tardi, per la dipartita di un fido dipendente di sue televisioni, esecutore scrupoloso di un' importante parte del grande processo storico di mediocratizzazione del nostro Paese, ma non esisteva ancora l' amara odierna consapevolezza d' essere tragicamente in bilico sul baratro economico e finanziario di un intero sistema.

Ci son stati, nel frattempo, molti profeti. Ed i profeti, per loro stessa natura e destino, o sono disarmati, o troppo depressi e depressivi per risultare efficaci, oppure un po' ignavi e dalla voce niente affatto stentorea.

Il risultato, giunti al capolinea, sono le lacrime di una Ministra, la quale, annunciando il prossimo venturo colpo d' ascia su tutti coloro che accasciati già lo erano da sempre, o ne prova cocente vergogna, o dà una dimostrazione davvero encomiabile di autentico talento d' attrice.

A lei le lacrime, ed a noi
il sangue.

giovedì 1 dicembre 2011

Così, per dire

*

Il signor Monti deve spiegare a noi comuni mortali - e fra poco, anche grazie a lui, morenti -, lo sviluppo corretto dell' equazione: ' posticipo età pensionabile=impulso assunzioni giovani e donne', perché io proprio non riesco ad arrivarci.
Sarà un mio imperdonabile limite, per carità...

Pare quasi che le aziende non assumano perché è troppo costoso incrementare il numero dei dipendenti, perché le banche non concedono credito, perché la tassazione fiscale è troppo alta,  ma non è soltanto questo: qui, nella piccola realtà imprenditoriale del Nord Est, per esempio, non assumono -ed anzi mettono le maestranze in cassa integrazione-, anche perché non hanno commesse di lavorazione, né ordini.

Senza investimenti non cambierà mai nulla, in verità, e tutto il resto è demagogia spicciola, o panzane belle e buone, senza pudore.

Ma è solo una noterella da discorso da osteria. Uno sfogo estemporaneo. Massì: questo è il mio piccolo Tempio (singolare rocca isolata, ma paradossalmente aperta al mondo)  e posso essere anche banale. Liberamente banale. Perché no.

Possiamo essere talmente liberi da non sentirci obbligati a spocchiosi intellettualismi, se ci pare. Non è così, Cavaliere Errante?

*


Il fatto è che le classi dominanti degli ultimi decenni hanno fallito i loro stessi programmi di felice globalizzazione; le ideologie borghesi han portato al disastro attuale, la cui più grave conseguenza è forse l' ottundimento sociale che sta sotto agli occhi di tutti.

Siamo tramortiti, in verità, ma con il  pesante sospetto che la democrazia stia dimostrando qualcosa di mostruoso: è cioè d' essere una colossale fregatura per i soliti noti, ovverossia i lavoratori a reddito basso, i giovani, le donne.

Patrimonio, evasione fiscale, equità sono eresie.

E stavolta, non c' è alcuno spettro che vaghi per l' Occidente.