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domenica 12 giugno 2011

Catena di memoria

La piazza principale della città in cui vivo è dedicata ad Erminio Ferretto, capo partigiano trucidato dai nazifascisti nel febbraio del 1945. Pochi mesi dopo, la guerra finì. Non aveva ancora 30 anni.









Stamattina, nel cortile della scuola adibita a seggio, prima di entrare per dare le mie risposte ai quesiti referendari, sono incorsa nell' arrivo di un' ambulanza dei servizi sociali. Vi è scesa un' anziana e fragile signora in carrozzina, con un bel volto impreziosito dalle onorevoli rughe degli ultraottantenni. Il figlio, nel frattempo, l'ha raggiunta in bicicletta recandole anche il bastone. L' ha fatta alzare ed accompagnata al mio stesso seggio per esercitare la sua scelta.
Aveva qualche difficoltà a ripiegare correttamente le schede compilate: dall' esterno della cabina il presidente le ha dimostrato come fare. "La pieghi così, come si fa per una camicia, signora", le ha detto sorridendo.
La vecchina è la cognata di Erminio Ferretto.

La memoria è tesoro, ed è anche la chiave del futuro. Getta semi invisibili che germineranno in eterno.
Io vorrei tanto che i giovani lo sapessero, lo capissero a fondo, anziché continuare ad accusare le generazioni precedenti d' aver loro devastato la vita.
Ed i valori -certi valori- non sono il nulla.

venerdì 20 maggio 2011

Demo-liberal-liberismo -2-

(segue da post -1- pubblicato in data 18/05/2011)

(tratto da un' analisi di Giuseppe Bedeschi)

"In memoria degli innumerevoli uomini, donne e bambini di tutte le credenze, nazioni o razze che caddero vittime della fede fascista e comunista nelle Inesorabili Leggi del Destino Storico.":

è questa la dedica, posta sul frontespizio dell' opera di Karl Popper The poverty of historicism pubblicata la prima volta su una rivista nel 1944-45.
Per Popper nella "società aperta", ovvero quella liberal-democratica, il fondamento non può essere soltanto il principio della maggioranza. Ciò può apparire piuttosto comprensibile se soltanto si considera che una maggioranza liberamente espressa dagli elettori attraverso il suffragio universale può essere antidemocratica ed illiberale: il nazismo giunse al potere con un' imponente seguito di massa.
La "società aperta" deve sapersi, dunque, difendere dai propri nemici (comprese le tentazioni insite nelle posizioni di potere) soltanto appellandosi costantemente alle proprie ragioni ideali ed alla propria capacità di consentire il continuo dialogo ed il confronto, che devono mantenersi il più larghi possibile.
Contro le involuzioni totalitarie ed autoritarie, quindi, è necessario elaborare un complesso di principi, che il pensatore austriaco identifica nella stretta connessione tra "razionalismo critico" o scientifico e "società aperta".
Così come la scienza è un sapere fondato sull' esperienza , in continuo progresso e cambiamento -epperciò anche fallibile e precaria-, anche la società perfetta non può esistere (ecco la critica a Marx) e diventa indispensabile garantire in essa il pluralismo di confronto politico e d' informazione, sì che sia sempre possibile che anche una minoranza possa, con il consenso popolare, diventare  a sua volta maggioranza in un clima in cui  il confronto tra i partiti, le associazioni, i giornali, i sindacati, consenta la maturazione di un' opinione pubblica libera.
Anche gli interventi dello Stato, allora, avverranno in ottemperanza a finalità di ingegneria sociale: essi "ci riportano alla nostra originaria affermazione che si devono pianificare misure per combattere i mali concreti, piuttosto che per realizzare qualche bene ideale. L' intervento dello Stato deve essere limitato a quanto è veramente necessario per la protezione della libertà."
Grande pensatore sul tema democrazia lo fu anche Hans Kelsen. La democrazia, egli affermò, ha il proprio fondamento nella libertà. In convinto dissenso con i marxisti che opponevano ad una democrazia fondata sul principio della maggioranza (democrazia"solo formale") quella fondata sull' uguaglianza sociale (democrazia "sostanziale") egli sottolineava che anche storicamente la lotta per la democrazia è sempre stata una lotta per la libertà politica, ossia per la partecipazione del popolo alle funzioni legislative ed esecutive, e che l' uguaglianza deve intendersi come il dovere di partecipare in uguale misura alla formazione dell' idea dello Stato.

Egli aggiungeva che mentre è possibile immaginare una società perfettamente egualitaria ma non libera (senza poter cioè escludere che essa possa nel contempo essere autoritaria od addirittura totalitaria), non è invece concepibile una democratica che  non rispetti le libertà fondamentali dell' individuo, quali quelle di pensiero, parola, stampa.
Da qui, deriva la necessarietà del suffragio universale e dei partiti politici, perché l' individuo isolato non ha politicamente alcun influsso sulla formazione delle idee dello Stato.
Kelsen, sensibile come Popper ai presupposti filosofici-epistemologici del pensiero liberal-democratico, rimane poco efficace nell' affrontare il nesso intercorrente tra liberalismo e struttura socio-economica.

Quale rapporto intercorre, allora, tra liberalismo e liberismo?
Sempre interessante ed educativo rimane il confronto tra le concezioni espresse in Italia tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi.
"... l'idea liberale può avere un legame contingente e transitorio, ma non ha nessun legame necessario e perpetuo con la proprietà privata delle terre e delle industrie [...] essa si oppone primamente e direttamente all' oppressione e falsificazione della vita morale da qualunque parte si eserciti, da assolutisti e da democratici, da capitalisti o da proletari, da czar o da bolscevichi, e sotto qualunque funzione mitica, sia quella della razza ariana, sia l' altra della falce e martello". ( B. Croce, recensione del libro  Le origini del liberalismo europeo di H.J. Laski)
"l' ideale liberale ha natura religiosa", cioè muove dalla libertà come esigenza morale.
A Luigi Einaudi questo carattere metastorico che il Croce attribuiva alla libertà ripugnava fortemente.
Egli credeva invece che il rapporto tra liberalismo ed ordinamenti economici fosse organico e profondo.
Nel mondo contemporaneo egli riteneva che, seppur diversissimi nei presupposti, comunismo e capitalismo monopolistico negassero nella stessa misura la libertà umana.
Entrambi i sistemi, infatti, "tendono, per la indole loro propria a ridurre gli uomini a meri strumenti, anelli minimi di una ferrea catena che lavora e produce, [...] a imprimere uno stampo uniforme su tutti gli uomini, a farli svegliare, muovere, entrare in certi luoghi di lavoro, che si direbbero di pena, alla stessa ora, a compiere i medesimi atti".  Di conseguenza, "perché affermare che la libertà morale può prosperare in qualunque ordinamento economico? Se la filosofia indaga la realtà, perché chiudere gli occhi al fatto che i certi ordinamenti economici la libertà è appannaggio di pochissimi eroi o ribelli?"


mercoledì 18 maggio 2011

Demo-liberal-liberismo -1-

Avevo un amico - marito della mia migliore amica-, medico cardiologo di un ospedale veneziano, che si riteneva innocente ed irresponsabile rispetto alle sue rispettabili ed imminenti proprietà immobiliari.
Ora, lui mi voleva un gran bene, lo so; provava una certa stima nei miei confronti e ci siamo scambiati via mail molti racconti, confidenze e pareri  su argomenti umanistici nonché, nello specifico, sulla sua "bislacca" vita matrimoniale, che, ad onor del vero, dopo anni ed anni di lamentele, ritengo non si sia ancor in alcun modo risolta.
Naturalmente votava a sinistra (la sinistra ben nota, borghese fino all' osso, di chi va in vacanza cinque volte l' anno e guarda un martello come si fa con un reperto archeologico appartenuto ad un uomo di Neanderthal), ed era un pochino intellettuale, se pur poi, nelle scelte e nei calcoli di convenienza, pragmatico ed interessato come uno di destra. Che fare: la perfezione non è che astrazione...
Un giorno, a casa loro -non so bene come fu-, dichiarai, con la mia antica irruenza ed un po' di perfidia, che la concentrazione di ricchezza, l' accumulo di denaro, le corpose proprietà immobiliari e via dicendo, sono un crimine. Dissi così: "La ricchezza è mostruosamente nefanda, perché orribilmente ingiusta. Mi fa schifo."
Fui gentile, mi pare, perché non dissi affatto "Voi ricchi mi fate schifo": ciò non sarebbe stato corretto, perché una persona si compone di molti lati e di una sua complessa storia, e potrebbe anche essere il caso che qualcuno si ritrovi ricco per iattura, grazie a macchinosi automatismi ereditari.
Lui, infatti, mortificato, mormorò quasi impercettibilmente: "Ma io non ne ho colpa.", ed io, per compassione (oh, mio povero, povero amico...), risposi soltanto con uno sguardo e lasciai cadere il doloroso argomento.

Noi moderni modelliamo le parole -ma anche i concetti- come fanno i bimbi con la plastilina. Ci piace estenderne i significati, giocare con i segni, ingegnarci con la fantasia per accomodarne il senso nelle varie circostanze. Noi siamo anche potenti sognatori, ed al sogno, se occorre, sacrifichiamo anche la coerenza e l' intellettuale onestà. Io, il suo sogno di sinistra, non ho avuto cuore di strapparglielo; e poi non è mica il solo a far confusione...

Non c' è termine, canone, idea, concetto, propri di politica ed economia, che non siano stati revisionati.
D'altronde, siamo in perenne divenire...
Ho perso il conteggio delle volte in cui gli esponenti dell' attuale governo han pronunciato la parola "liberali". "Noi siamo liberali; democratici e liberali". "Noi non siamo mica comunisti..."
Ma che cos' è, sto liberalismo? Ed il liberismo? E che c' entrano con la democrazia?
***

Il liberalismo
(sunto da un' analisi di Giuseppe Bedeschi)
Nel 1911 Leonard T. Hoblouse, politologo e sociologo, pubblicò in Inghilterra il libriccino Liberalism, che elaborava la concezione del liberal-socialismo.
Questi, criticando aspramente la concezione individualista del vecchio liberalismo secondo la quale  l' uomo d' affari  era "colui che s' è fatto da solo" (un po' come ritengono oggi tanti imprenditori del Nord Est), quasi come se la proprietà venisse conferita dalla Natura o dalla Provvidenza, osservava che egli, invece, senza la società che gli fornisce i mezzi per coltivare la sua attività (le strade, le ferrovie, il mare, gli operai specializzati, la somma delle intelligenze a sua disposizione, gli acquirenti dei suoi prodotti e tutto ciò che implica genericamente uno sforzo collettivo) non avrebbe mai raggiunto alcun successo, perciò "Se egli scava alle fondamenta della sua fortuna si renderà conto che, come è la società che mantiene e garantisce i suoi possessi, così la società è un socio indispensabile della creazione originale." (v. Hobhouse, 1911)
I problemi sociali, però, non si risolvono con il liberismo: Hobhouse non ebbe difficoltà a concepire una organizzazione socialistica dell' industria (socialismo "liberale", in antitetsi a quello "illiberale" di ispirazione marxista) e ciò comportava la conciliazione tra libertà ed uguaglianza, liberalismo e democrazia. Attraverso tali compenetrazioni egli riteneva che i benefici del meccanismo economico così innescato non si sarebbero limitati a favorire un ristretto numero di soggetti, ma l' intera società.
Con la terribile crisi del 1929 (Am j liberal? si era chiesto Keynes nel 1925) era apparso ormai chiaro che l' idea di un mercato in grado di autoequilibrarsi e di uno Stato in posizione di mero garante della concorrenza lecita era smentita.
Nel 1925 Guido De Ruggero nel suo libro Storia del liberalismo europeo affrontò l' analisi del rapporto tra liberalismo e democrazia, che è insieme di continuità e di antitesi e si fonda essenzialmente sui due principi: estensione dei diritti individuali a tutti i membri della comunità e diritto del popolo a governarsi da sé. Tuttavia esiste una profonda diversità nel pensiero politico dei due concetti, in grado di originare ugualmente conflitti.
In sintonia con il pensiero di Alexis de Tocqueville, De Ruggero sottolineava anche l' effetto di conformistica uniformità che le grandi società democratiche di massa  necessariamente provocavano. Burocratizzazione, diffusione di una mentalità assistenzialistica in cui tutti hanno diritto a tutto a prescindere dall' apporto del singolo. Ecco il sorgere di "una specie di statolatria, cioè l' Idea che lo Stato sia una specie di provvidenza terrena: un' idea che costituisce la forma più degradante dell' idolatria moderna".
Comincia a profilarsi la questione dell' uomo-medio e delle masse, analizzati, anche sotto una prospettiva antropologica e sociologica,da José Ortega y Gasset nel suo "La rebelion de las masas".
Chi era il suo "uomo medio"? E' "l' uomo in quanto non si differenzia dagli altri uomini, ma ripete in sé stesso un tipo generico". Ortega aveva una concezione elitistica della storia e riteneva che fino alla fine dell' Ottocento e ai primi del Novecento fossero state le élites ad aver dominato e che in base  alle elaborazioni dei loro programmi le masse avessero semplicemente aderito.
Senza chiarire con precisione la sua analisi, egli constatò poi l' evento "catastrofico" dell' avvento di un dominio dell' "uomo-massa" (inerte,  pivo di obiettivi di largo respiro, senza inquietudini  né interrogativi, irrispettoso del dissenso) e la sconfitta delle aristocrazie intellettuali, perché "la massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come 'tutto il mondo', chi non pensi ' come tutto il mondo' corre il rischio di essere eliminato. Adesso 'tutto il mondo' è soltanto la massa."
Nonostante Ortega fosse stato tacciato di una lettura "reazionaria" dei fenomeni,egli vide chiaramente delineata, nelle caratteristiche antropologiche dell' uomo-massa, la base dei regimi totalitari del xx secolo.

(continua)





venerdì 15 aprile 2011

Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice

Sono fortemente convinta che non ci sia nulla di più nobilitante, nella società attuale, dell' "impopolarità e dell' invisibilità" e che il nocciolo autentico della libertà di un individuo possa essere preservato soltanto nella misura in cui egli sappia provare la più completa indifferenza verso la pubblicizzazione sia di sé stesso, sia di ciò che pubblico lo è gia ed  in sovrabbondanza viene detto, ri-detto, stra-detto, in una escalation -un po' nevrotica, ossessivo compulsiva, ma di genesi automatica, cioè indotta- di tentativi di dirlo di più e meglio.
Per quanto esibizione -talvolta- di sagacia, buon quoziente intellettivo, discreto acculturamento, abilità dialettica, raramente riesco a scorgere, in ciò che leggo, aderenza con un generico principio di umanità compartecipata, e, soprattutto, tesa ad un principio di utilità reale, che giunga a produrre effetti concreti su chi ha estremo bisogno -come i derelitti ed i diseredati- d' aiuto.
A me, questo narcisismo imperante fa un po' schifo.

Scrittori, giornalisti, blogger e chiunque rivolga le proprie considerazioni ad un pubblico, più o meno identificabile e più o meno vasto, quasi sempre vogliono o devono anteporre al loro messaggio un' esplicita od implicita asserzione di appartenenza, naturalmente dai risvolti  sempre velleitari.  
"Sono di sinistra, sono di destra, sono di centro, sono ateo, sono agnostico, sono credente, sono uomo, sono donna, faccio questo mestiere, ho famiglia, leggo questo, non leggo quello, ho un figlio così, sono infelice, sono povero, sono precario, nella mia casetta in campagna, dr, dr.ssa, un mio scritto, il mio amico (sempre accreditante) ..."
Ciò li rende, che piaccia loro o no, delle marionette. Schiavi di cliché di cui non sospettano la pervasività e, soprattutto -cosa che li caratterizza in modo tragicomico- da cui si ritengono immuni.
Un sistema, un altro sistema, inglobati insieme nel più vasto Sistema concepito dalla stessa logica. E la logica è:
-Parla, parla, che ti passa... parla pure, sfogati, urla, impreca, inveisci, illuditi di punzecchiare con il fioretto spuntato della tua penna, con quei polpastrellini esili che non conoscono i calli del carpentiere e le ustioni del minatore..., sfinisciti di parole, amoreggia con esse, illuditi pure di stordire d' effetti e suoni le storture del tuo tempo, tanto lo sappiamo bene che  "la politica e il fato dell'umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e grandezza. Gli uomini che hanno dentro di sé la grandezza non entrano in politica."
Né vi si infiammano troppo -aggiungerei io-, quand' è palese che essa non ha a cuore il bene di chi dovrebbe servire.

Meno male che è esistito un uomo come Albert Camus, che ha avuto il fegato di estraniarsi da qualsiasi etichetta e da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione, e meno male che la gragnuola di accuse dalle barricate di sinistra e da quelle di destra non l' hanno placato, ma soltanto amareggiato.

D' altronde è questa la predestinazione dello "straniero", e forse pure, in nome del diritto all' utopia, la sua missione nel mondo.


" [...]
Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi sulle solo negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.

Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia. Chi, dopo tutto ciò, potrebbe attendere da lui soluzioni bell’e fatte e belle morali? La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino. Quale scrittore dunque oserebbe, in buona coscienza, farsi predicatore di virtù? Quanto a me devo dire una volta di più che non sono niente di tutto questo. non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto. Ma benché questa nostalgia spieghi molti dei miei errori e delle mie colpe, essa mi ha aiutato senza dubbio a comprendere meglio il mio mestiere, mi aiuta ancor oggi a tenermi, ciecamente, vicino a tutti quegli uomini silenziosi che non sopportano nel mondo una vita che per loro è fatta soltanto del ricordo o del ritorno di brevi e libere gioie.
[...]"

(Albert Camus - Discorso di accettazione del premio Nobel - 10 dicembre 1957)

 
 

martedì 12 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -4-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011)



Come ogni altro nuovo strumento, la televisione, entrata in scena a metà Novecento, inizialmente fu considerata una novità tecnica, un perfezionamento degli altri elettrodomestici in uso, di cui da alcuni anni si prevedeva la futura diffusione. Già dal 1907, infatti, il francese Édouard Bélin aveva effettuato i primi esperimenti di trasmissione delle immagini; in Inghilterra le prime trasmissioni sperimentali televisive risalgono al 1927; la Germania iniziò addirittura trasmissioni regolari di programmi nel 1935. Si trattava ancora, comunque, di una tecnologia rudimentale, ed il numero di apparecchi non superò mai complessivamente i mille.
Il vero debutto mondiale del mezzo coincide con l' inizio della programmazione negli Stati Uniti nel 1947.
Fu un successo senza pari nella storia dei media. In pochi anni la TV conquistò la metà del popolo americano, per diventare poi, in un crescendo senza arresti, mezzo universale.

E' stato Marshall McLuhan ad aver per primo intuito che la televisione -questo grande occhio innestato nella mente che guarda la realtà in modo del tutto diverso da quello che potrebbero i nostri propri occhi- avrebbe prodotto una sorta di mutazione del sensorio collettivo.
Le tesi di McLuhan -che amava parlare per aforismi, allusioni e frase apodittiche- alimentarono accesi dibattiti tra i sostenitori (per i quali egli era il profeta dei media, "il Freud dei mezzi di comunicazione") ed i detrattori, che lo consideravano un impostore ed un ciarlatano. In realtà, né gli uni, né gli atri, potevano dire con certezza di aver dato corretta interpretazione delle sue teorie. (Understanding media, 1964, il suo primo scritto importante).
Per McLuhan (appassionato di letteratura e scienze sociali, ma con una formazione di ingegnere -cosa che spiegherà i suoi riferimenti alla termodinamica, quando parlerà di una  distinzione tra mezzi caldi e mezzi freddi-) ogni nuova tecnologia è un medium che amplia la facoltà che ha l' organismo di manipolare l' ambiente, appropriarsene, ed incorporarlo: la ruota è l' estensione del nostro piede, il libro lo è dell' occhio, gli indumenti della pelle, il circuito elettrico del sistema nervoso centrale. L' estensione di un qualunque nostro senso ha come conseguenza la modifica del nostro modo di agire, di pensare, di percepire il mondo.

I media, per analogia, hanno conseguenze sociali che vanno  oltre anche gli effetti persuasivi delle comunicazioni di massa: "più che inculcare messaggi ideologici e veicolare contenuti condizionanti [...] hanno la capacità di alterare i frames percettivi, le coordinate di interrelazione tra la realtà fisica e sociale" (Bettetini,1997)

***
Trovo che la teoria dei mezzi "freddi" e dei mezzi "caldi" (ispirata, come già accennato, ai principi della termodinamica), sia particolarmente interessante.
I mezzi "caldi", ad esempio stampa e radio, densi di informazioni,  non lasciano molto spazio che il pubblico debba completare attraverso una partecipazione.
La televisione -sostenne Luhan, e come molti studiosi umanisti davano per scontato ma senza intuirne la rilevanza- , mezzo "freddo",  funzionando in base allo scannering (scomposizione elettronica delle immagini che lo spettatore deve ricomporre) fornisce un messaggio incompleto che necessita di coinvolgimento ed integrazione da parte del fruitore, sì che "con la TV lo spettatore è lo schermo".
Se la radio, per esempio, come altri mezzi "caldi", ha l' effetto di acutizzare un senso ( in questo caso l' udito: siamo "tutto orecchi"), la televisione è "sinestesica", cioè coinvolge in una fruizione d' insieme più sensi (occhio-orecchio, in particolare). I mezzi "freddi" abbassano la soglia di significatività trasmettendo segnali che impongono una collaborazione dello spettatore per ricercare i sensi dei messaggi.
***

Ma quali sono gli effetti di raffreddamento o riscaldamento in una cultura?
McLuhan cita qualche esempio storico.
L' introduzione nel Giappone feudale (società fredda e poco specializzata) del denaro (strumento caldo, con alto livello di informazione) ha sconvolto le gerarchie sociali preesistenti.
L' introduzione di asce d' acciaio al posto di asce di pietra (la cui fabbricazione era prerogativa dei maschi e costituiva, quindi, un loro status), ha provocato lo sconvolgimento della cultura aborigena astraliana.
L' esistenza di Hitler come dittatore fu resa possibile dalla radio, che diventò "una subliminale stanza degli echi" che risuonavano "di cori tribali e di antichi tamburi", in un Paese che ancora oscillava tra settori pre-moderni e forme di specializzazione ed organizzazione burocratica.
Nel suo "La galassia Gutenberg", descrivendo le principale tappe percorse dall' umanità nello sviluppo dei media, egli osserva che dalla comunicazione orale -unico medium disponibile delle società arcaiche e tribali la storia diventa possibile soltanto con l' adozione della scrittura, e le società, lentamente, subiscono un progressivo riscaldamento.
L' "uomo gutenberghiano" fa nascere il lettore solitario e ciò fa venir meno la circolarità della comunicazione orale, riduce fortemente la gestualità, l' importanza dell' ascolto ed i suoi effetti socializzanti, l' uso della memoria, dato che i ricordi vengono deposti nei cataloghi, nelle biblioteche, negli archivi.
L' introduzione delle tecnologie elettriche (estensione del sistema nervoso complessivo) pare inflettere la curva storica. Con la televisione pare avvenga il ritorno ad una cultura orale, gestuale, uditiva.
E' così che nasce il villaggio globale.
In una interpretazione sommaria e superficiale si potrebbe ritenere che nella metafora mcluhaniana del villaggio globale esistano elementi di ottimismo, che, in forza della facoltà insita nello strumento televisivo  ad annullare le distanze, possano favorire progresso e benessere generali.
Al contrario, invece, esso rappresentava motivo di preoccupazione e tensione morale per McLuhan.
D' altro canto, se la radio, mezzo caldo, ha reso possibile il totalitarismo di Hitler, la televisione, mezzo freddo, può favorire il sorgere di una nuova forma di terrorismo che si giova del rapporto con i media.
"Senza televisione" afferma McLuhan "non vi sarebbe terrorismo. Potrebbero esserci le bombe, potrebbe esserci l' hardware, ma il nuovo terrorismo è software, è elettronica. Perciò senza elettronica niente terrorismo."  Il terrorista che compie un attentato,  di cui la televisione e i giornali non possono evitare di parlare, godrà dell' "immensa estensione del sistema nervoso collettivo" per far giungere il suo messaggio ovunque.

McLuhan, comunque, anche se consapevole dei rischi del mezzo, non considerava possibile il pericolo della videocrazia.
In un' intervista, a chi gli chiese che cosa ne pensasse dei politici che credono di poter usare la televisione per la propria propaganda e per i propri scopi rispose: "Sono così stupidi che non c' è nessun rischio a lasciargliela usare [...] La gente sicuramente si annoierà e non guarderà questi programmi. E la loro fatica sarà un boomerang contro loro stessi."

(elaborazione da scritti di Carlo Marletti)

Clamorosamente, su questo, ha sbagliato...



(Segue)

mercoledì 6 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -3-

(segue post  -1- in data 30/3/2011 e -2- in data 1/04/2011)

In America. Allarmismi e psicologia.

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, fondatori della Scuola di Francoforte trasferitasi a New York con l' avvento della dittatura nazista, asserivano che la pubblicità commerciale in America non è diversa dalla propaganda nazista in Europa, perché "film, radio e settimanali costituiscono un sistema", il cui risultato è "l' inganno totale delle masse". Goebbels aveva già identificato la pubblicità come l' art pour l' art, réclame di sé stessa, pura esposizione del potere sociale.
Naturalmente, essi sapevano perfettamente che il controllo dei mezzi di comunicazione di massa non è in sé sufficiente a porre qualche aspirante dittatore al potere ad esercitare il totale dominio: deve concorrervi anche qualche altro elemento sociale importante che, nella fattispecie, può essere individuato in ciò che Marx, nella sfera economica, aveva individuato nella società industriale capitalistica che trasforma persone e beni in merce, e che può essere esteso, secondo i capiscuola francofortesi, anche alla sfera culturale.
La cultura, infatti, che altro non è che l' insieme dei beni spirituali, una volta trasformata essa stessa in industria, comporterà il livellamento delle coscienze, la loro banalizzazione, la dissolvenza dell' apporto di ciascuna identità, il dilagante conformismo.
Ecco che il singolo, frustrato ma bisognoso di identificazione, diventerà più facilmente vittima di possibili manipolazioni della società di massa, identificandosi con qualche uomo-forte, con un capo.

In America, però, dall' insediamento di Roosevelt, la comunicazione seguì un andamento diverso da quello della propaganda nazista. La differenza può essere sintetizzata nel carattere "pluralistico" del potere, oltreché nella disponibilità di fonti di informazione e comunicazione assai maggiore di quelle disponibili in Europa.
Anche lo stile comunicativo è diverso: ad analizzare le arringhe gesticolanti, aggressive e rabbiose di Hitler davanti a folle oceaniche e, per contrasto, i discorsi accanto al caminetto, appassionati ma pacati, di Roosevelt, trasmessi alla radio e seguiti da milioni di famiglie, lo si può cogliere perfettamente.
Il continuo richiamo alla vita privata, agli affetti, il "lieto fine", che favorisce l' ottimismo conflittuale, tipici della produzione cinematografica americana, diffondevano "un' immagine della società  che tende a favorire orientamenti politici di tipo riformistico" (Franco Rositi).
Come osserva, però William Kornhauser, nel suo trattato The politics of mass society, la società di massa è sempre a rischio d' impatto con i totalitarismi, proprio perché essa, causando la frammentazione sociale, può lasciare spazio ad organizzazioni estremiste che sfruttano la condizione di isolamento dei singoli spingendoli alla mobiliazione.

Senza vero senso di appartenenza una società diventa vulnerabile.

Nella società di massa, uno dei grandi pericoli è l' effetto che può essere ottenuto con la circolazioni di voci allarmistiche ed il conseguente dilagamento della paura.



Arcinoto è il caso della trasmissione radiofonica in cui Orson Welles, nel 1938, sceneggiò un noto romanzo di fantascienza, "La guerra dei mondi", in cui si narrava l' invasione della Terra da parte di marziani dalle bellicose intenzioni per il Pianeta. Siccome lo speaker, nella trasmissione, fingeva di effettuare la radiocronaca in diretta dell' evento catastrofico -con interviste a polizia e a testimoni oculari, nonché appelli alla popolazione provenienti da sedicenti autorità governative-, successe che, nella realtà,  migliaia di persone, terrorizzate si riversarono sulle strade o intasarono le centrali telefoniche con richieste disperate di istruzioni ed aiuto.
Vari feriti, un caso di suicidio: su un' audience di sei milioni di spettatori, oltre un milione e duecentomila ebbero criso di ansia e di panico.
Ma com'è possibile perdere in questo modo, ed in massa, la testa?

Si trattava, in quel preciso momento storico, di una sorta di reazione del senso comune a motivi generali di apprensione: fine anni Trenta, paura di un conflitto mondiale, insicurezza e preoccupazione dopo un decennio di crisi economica, sensazione di essere in balia di eventi incomprensibili e ingestibili.

I media, possono , logicamente, essere usati anche per ottenere mobilitazioni di massa a sostegno della democrazia. Gli studios americani sfornarono decine di film il cui scopo era quello di far identificare la gente comune con il destino della nazione in guerra, attraverso un misto di sentimentalismo ed eroismo. Gli attori si mobilitarono raccogliendo fondi ed offrendo shows per le truppe, gli speakers radiofonici offrirono una sorta di diretta costante con il fronte, comparvero le ragazze-calendario e si arruolarono pure gli eroi dei fumetti, seppur figurativamente.
Churchill ebbe a riconoscere l' efficacia straordinaria nel fornire motivazioni ai combattenti e mantenerne alto il morale.

Ma c' è l' altra faccia della medaglia.
Il 1949 era stato l' anno della paura americana: vittoria dei comunisti in Cina e disponibilità della bomba atomica per l' Unione Sovietica.
Fu così che si rese possibile il fenomeno del maccartismo, una sorta di "caccia alle streghe" basata su presupposti del tutto infondati, che prese di mira gli intellettuali ed esponenti politici progressisti.
La manovra politica, nata a partire dal 1950, ordita dal senatore Joseph Raymond McCarthy, a capo di una commissione d' inchiesta contro alti esponenti della politica, della cultura, dello spettacolo, tutti  in sospetto di intrattenere rapporti con i comunisti, rovinò o stroncò molte carriere.
La stragrande maggioranza delle accuse era totalmente inventata, priva di qualsivoglia prova: calunnie e falsificazioni che, però, grazie alla grande abilità di Mc Carthy nel suscitare paure di massa e brividi nelle folle paventando la fine della civiltà occidentale, fece sì che l' America accettasse la "grande bugia".

" L' enormità della menzogna, la sicurezza con cui veniva profferita, le allusioni a documenti e prove che non venivano esibiti ma restavano simbolici, esemplificati da una cartella nera zeppa di fogli che il senatore lasciava sempre bene in vista e da cui traeva ogni tanto qualche carta, per sventolarla davanti agli interlocutori, fecero sì che le accuse di complicità con i comunisti rivolte a personaggi come George Marshall o Dean Acheson, fossero creduti da molti, a cui sembrò verosimile che persino Truman fosse prigioniero dei rossi o che Eisenhouer avesse per loro delle simpatie. Mc Carthy conosceva bene la logica della diffamazione attraverso i media e sapeva che mille smentite nelle pagine interne di un giornale non pesano mai come un' accusa messa anche una volta sola con grande evidenza in prima pagina." (Carlo Marletti)

In questa operazione, il maccartismo anticipa le strategie odierne di comunicazione politica denigratoria, riuscendo a mobilitare l' odio ideologico per ottenere il consenso: cinquant' anni dopo Clinton subirà un tentativo di impeachment sotto la regia di uno scandaletto a sfondo sessuale davvero discutibile.

(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

(segue)





venerdì 1 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -2-

(segue da post -1- pubblicato in data 30/03/2011)

René Magritte - La grande guerra
Come accennato nel precedente post a tema, "La psycologie des foules" di Gustave Le Bon pur con i molti limiti scientifici e l' indubbia influenza del carattere reazionario delle idee dell' autore, fu uno dei testi sacri dello studio della psicologia delle masse e contiene intuizioni di grande lucidità e rilievo, alcune delle quali validissime ancor oggi.
Il modo in cui reagiscono le masse (per loro natura impulsive e mutevoli) dipende dalla semplicità delle idee propagandate e dall' esagerazione con cui vengono proposte, meglio se facendo leva sui sentimenti.

"E' essenziale presentare le cose in blocco, senza mai indicarne la genesi".
Alle folle piacciono gli effetti mirabolanti, piace la tragedia, piace la morbosità: un grande delitto, una grande impresa, una grande speranza, una grande vittoria. Sanno potenzialmente essere criminali o sante. La folla soffre di psicosi da grandeur e, sull' onda di una forte impressione, può fare qualsiasi cosa, arrivando anche agli estremi sacrifici o all' eroismo.
E' "il capo", che la conduce oppure anche che la rende prona ed indifferente. Comunque sia, la folla si riconosce sempre in un capo, fisico od ideale. Ma perché lo fa?
Secondo l' analisi della psicologia di massa, questo può essere osservato in modo paradigmatico nei momenti di crisi e tensione della storia, quando irresolutezza ed incertezza inducono al bisogno di trovare vie d' uscita.

Naturalmente, perché le folle possano sperare nella soluzione delle loro ansie ed incertezze, bisogna saper convogliare l' odio e la frustrazione in qualche direzione; bisogna, cioè, inventare il nemico simbolico.
Solo così il meccanismo può funzionare: contrapponendo il Bene al Male, la civiltà alla barbarie, una propaganda all' altra.

"Creare la fede -si tratti di fede religiosa, politica o sociale, di fede in un' opera, in una persona, in un' idea- ecco soprattutto il compito dei grandi capi [...] Dare all' uomo una fede significa decuplicare la sua forza. I grandi avvenimenti della storia furono spesso opera di oscuri credenti che nient' altro possedevano oltre la fede."


Le comunicazioni di massa del Novecento si sono basate interamente su presupposti di semplificazione, spettacolarizzazione e personalizzazione, sia nei sistemi totalitari, sia in quelli democratici.
Nella propaganda fascista e nazista, il risentimento sociale che la Grande Guerra aveva  prodotto negli ex-combattenti e nei ceti medi impauriti dall' inflazione e dall' indebolimento dei tradizionali valori, venne artatamente sfruttato per ottenere la nazionalizzazione delle masse.
I nuovi attori politici, borghesi o "plebei", erano assi della guerra aerea, polemisti, scrittori (Hermann Goering, D' Annunzio) e, più tardi, i  "caporali", come Mussolini ed Hitler. Con essi nasce l' uso simbolico della violenza.
La classica interpretazione data da Karl Mannheim dell' uso dei simbolismi politici, rimane molto convincente.
Nel definire il periodo di crisi europea tra le due guerre egli parla di "insicurezza non organizzata".

"E' lo stadio della generale sperimentazione psicologica ed emotiva, e del declino della nostra fiducia nelle istituzioni, nei costumi, nelle tradizioni [...]. In questa generale sperimentazione l' individuo incapace di riorganizzarsi può perire, ma per il complesso sociale esso significa la possibilità di una scelta di nuovi modelli di condotta e di nuovi tipi rappresentativi dominanti. [...] Il clima di insicurezza generale porta le masse a fissarsi su dei simboli, che hanno la funzione di sostituire soggetti e attività reali, al punto che diventa possibile "indurre la gente a lottare per fini simbolici come se fossero primari", così che invece di burro essa desideri il prestigio della nazione."


Hitler e Mussolini, pur se il consolidamento politico del loro successo ebbe poi sorti diverse, utilizzarono entrambi le campagne terroristiche per incutere paura ed allarmismo nella popolazione e far sì che essa richiedesse legge ed ordine ai suoi stessi capi, che, in tal modo, potevano rivestire il ruolo dei salvatori.
La Storia ha poi dimostrato, però, che il nazismo ha potuto contare su un largo consenso di massa soltanto al prezzo di scatenare il peggiore e più sanguinoso conflitto che si sia mai visto in Europa, e che un regime totalitaristico basato soltanto su minacce esterne simboliche e campagne contro i nemici interni, dura relativamente poco tempo.
Ma con lo stalinismo, durato oltre settant' anni, qualcosa, nello sfruttamento propagandistico delle comunicazioni di massa, cambiò: avvenne l' introduzione su larga scala del "grande fratello" e dell' inganno politico attraverso l' uso della doppia verità.

Se nel fascismo e nel nazismo esisteva un certo irrazionale -diciamo- estetismo nello strumento della violenza politica, nello stalinismo, al contrario, si realizza pienamente ciò che la psicologia collettiva già aveva enunciato, e cioè che nelle comunicazioni di massa risultano spesso molto più convincenti per persuadere le folle la standardizzazione, la volgarità e la banalità.
La "doppia verità" è quella tecnica che consiste nel diversificare ciò che può essere detto alle masse e ciò che invece può essere comunicato agli iniziati che abbiano dato prova di accettare integralmente la concezione machiavellica della storia e di aderirvi in pieno.
L' uso stalinista  della doppia verità ha avuto, paradossalmente, la più ampia efficacia sulle masse esterne all' URSS e sugli intellettuali occidentali. Quanti intellettuali democratici in visita all' URSS dagli anni Trenta ai Settanta non sospettavano minimamente il degrado totalitario effettivo che vigeva in quel sistema?
La finzione letteraria celeberrima di Orwell, con il suo 1984, spiega perfettamente quanto sia letale non rendersi conto di quali terribili manipolazioni possano essere rese possibili dalla propaganda, tramite le comunicazioni di massa.

(elaborazioni da scritti di Carlo Marletti)



***
Ancor oggi, ancora noi, cittadini liberi di liberi Stati, non dobbiamo, mai e poi mai, perdere la memoria

***


(segue)



mercoledì 30 marzo 2011

Folle - masse - media e politica. -1-



Io, confesso, sto sempre peggio. Tralasciando i miei casi personali (dove tutto è piuttosto sconquassato), sto molto a disagio come appartenente alla specie umana, genericamente, e come cittadina del mondo. Così, dato l' obnubilamento di futuro, provo a ricordare il recente passato, per capire anche -io spero- dove ci condurrà la Storia, ammesso che ce ne sarà una.
Tutto questo -già lo so-, non mi porterà che a ripetere ciò che ogni giorno bisbigliamo in molti -soprattutto in noi stessi o tra digitatori romantici- e cioè che questo schifo di Potere non ci piace, lo butteremmo a mare, e vorremmo un nuovo mondo, stavolta a misura d' uomo.
Intanto, il post n° 1.


Nell' arco temporale di settantacinque anni, dalla prima guerra mondiale del  1914 al crollo del muro di Berlino nel 1989 s'è preparata la storia perfetta del XXI secolo.
Dal punto di vista, dunque, prettamente storico (diacronico, perché lo storico fissa gli eventi importanti di un' epoca rilevando a grandi linee la discontinuità tra ciò che viene prima e  ciò che viene dopo), il Novecento è stato "breve", mentre da quello sociologico, che richiede un metodo sincronico, che si occupi della lunga durata, può dirsi, al contrario, un secolo lungo, dalle lunghissime e ramificate conseguenze, e più che in ogni altro campo, ciò è evidentissimo nella comunicazione, in particolare in quella definitita "di massa".

Nell' antichità la massa non esisteva. I grandi raduni di persone -assemblee politiche (nella città-stato), giochi olimpici, cerimonie religiose, spettacoli teatrali od altro-, costituivano le folle.
La differenza sostanziale e concettuale è profonda: anche se folla e massa sono, entrambe, agglomerati di persone che rispondono a determinati stimoli come se fossere un unico soggetto -poiché forniscono una reazione collettiva pur essendo composte da tanti singoli e diversi tra loro individui-, nella massa l' effetto di fusione ed identificazione si produce anche quando i singoli componenti non sono in contatto fisico tra loro.
Ciò è stato reso possibile dallo sviluppo della tecnologia, delle macchine, dei congegni complessi.
Come disse Marshall McLuhan, ogni tecnologia non è altro che un' estensione dell' organismo umano nell' ambiente.
Nel corso del XIX secolo, il macchinismo industriale ha creato tutti i presupposti per renderci, poco a poco, masse:
  • fine anni Trenta: riproduzione e circolazione su larga scala di immagini grazie alla fotografia;
  • 1844: scoperta del telegrafo da parte di Samuel Morse;
  • 1846: si apre l' epoca delle rotative (Robert Hoe) che consente la stampa dei giornali in centinaia di migliaia di copie;
  • 1848: viene fondata l' agenzia di stampa Assosiated Press, statunitense, grazie alla quale vent' anni dopo, attraverso la posa del cavo sottomarino Terranova-Islanda, la rete telegrafica copre tutto il globo;
  • 1876: Thomas Edison mette a punto il fonografo;
  • 1895: i fratelli Lumière inventano il cinematografo.
Macchina a vapore e centrale elettrica, poi, cominciano a rappresentare, oltre che cicli storici del meccanicismo, anche cicli dell' immaginario collettivo.
Cominciano a nascere le masse.
La concentrazione degli operai nelle fabbriche, la standardizzazione dei prodotti, la conseguente assimilazione degli stili di vita che genera omogeneità nei comportamenti, i quali, a loro volta, per il noto processo di contagio ed imitazione, tendono ad espandersi in tempi sempre più brevi nelle parti più lontane del globo, è l' imput iniziale.
Con l' elettricità distribuita su larga scala dalle grandi centrali si compie uno straordinario balzo evolutivo verso il processo di massificazione: muta il modo di produrre, la divisione del lavoro -grazie a quest' energia non visibile all' occhio umano e prodotta dal turbinio di occulte particelle elementari- si fa differenziata e complessa, si formano le "folle solitarie", nasce la sindrome della "anomia", diventa più difficile dare un senso ai propri comportamenti.
Quando in una società i processi di differenziazione diventano preponderanti, succede -come osservò Georg Simmel- che le cerchie sociali s' infittiscano e si sovrappongano, di modo che gli individui spesso si trovano a far parte contemporaneamente di più cerchie sociali dai valori e schemi talvolta contrastanti e senza avere la reale opportunità di operare scelte.
Per evitare la conseguente sindrome da "vita nervosa" tipica della realtà metropolitana, ecco che le masse così create tendono ad assumere il tipico atteggiamento di distacco e disincanto -necessaria difesa dalle forze soverchianti di cui sopra-: la massa è acefala ed indifferente.

Secondo Walter Benjamin, l' "agente più potente" delle trasformazioni culturali che hanno condotto allo sviluppo della società di massa tra l' Ottocento e il Novecento fu il cinematografo, in quanto la tecnologia delle immagini di cui esso si avvale necessariamente standardizza il reale e lo massifica.
Il cinema, cioè,  facendo dissolvere l' aura di autenticità da cui erano circondate le cose e le persone nelle società tradizionali (l' attore è anch' esso uno strumento, un attrezzo, ed il pubblico si immedesima alfine nell' apparecchiatura), induce ad una prima sconosciuta simbiosi uomo-macchina. La logica che esso rappresenta e diffonde è quella della serializzazione: esso "pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi", talché "in nessun luogo più che nel cinema le reazioni dei singoli, la cui somma costituisce la reazione di massa del pubblico, si rivela preliminarmente condizionata dalla loro immediata massificazione."
***
Una coincidenza davvero significativa è costituita dal fatto che proprio nell' anno in cui i fratelli Lumière inventarono il cinematografo, uscì il pamphlet di Gustave Le Bon La Psychologie des foules.
"L' età che inizia, il cui avvento segnerà la fine della civiltà occidentale ed il principio di un ciclo storico di disordine, regressione morale e anarchia sociale"
Ecco la necessità di affinare l"Arte del governare": stiamo ad assistere al sorgere della cosiddetta "psicologia collettiva".
Verso la metà degli anni Ottanta del XIX secolo l' Europa guarda accadere una serie importante di attentati anarchici, scioperi, manifestazioni di piazza, sommosse. Folle inferocite impegnate in scontri fisici, che lasciarono numerosi morti e feriti sul terreno, con le forze dell' Ordine.
Nel 1886, a Liegi, la rivolta iniziata a causa di una riduzione di salari e che presto coinvolse, a macchia d' olio, le miniere e le fabbriche, assunse caratteristiche impressionanti. Intere aziende distrutte, campagne saccheggiate, edifici inceneriti, rivoltosi armati di dinamite e pistole, determinati a distruggere tutto, mossi da una rabbia ed un furore incontenibili.
Immerso nella folla l' individuo subisce una sorta di regressione? Compie atti che, come singolo,non avrebbe compiuto mai?
Il giudizio di  Gabriel Tarde, che si occupò dei crimini delle folle, fu che esse costituiscano un residuo di passato e che i loro comportamenti distruttivi non siano quasi mai spontanei, ma, piuttosto, risultato di manipolazioni di partiti e sette organizzati oltreche il prodotto di allarme sociale diffuso con articoli sensazionalistici dai media.
Con questi ed altri precedenti l' opera di Le Bon ebbe immediato successo, nonostante evidenti insufficienze metodologiche, imprecisioni e contraddizioni, e fu letta con ardore da Freud, Jung, Schumpeter e con attenzione da Max Weber e Pareto. Benito Mussolini vi imparò le tecniche fondamentali della propaganda di massa.
"Conoscere l' arte di  impressionare l' immaginazione delle folle vuol dire conoscere l' arte di governare." scrive Le Bon.

***
(elaborazioni da scritti di Carlo Marletti)


E io so che voi sapete dove voglio arrivare con questa faticosa premessa...

(Segue...)

lunedì 7 marzo 2011

Un uomo ride e un altro uomo piange...


"...
Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato, eppure egli ride 'perché' l' altro piange. Egli può massacrare, perseguitare, e uno che, nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali (allusione alle dittature europee del '900 -n.d.r.), non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l' altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita, e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: " Tu che ne pensi?"
"Di che?", mia madre disse.
Ed io: " Di tutti questi ai quali fai l' iniezione".
E mia madre: "Penso che forse non potranno pagarmi".
"Va bene", dissi io. "E ogni giorno vai lo stesso da loro, fai loro l' iniezione, e speri che invece possano pagarti, in qualche modo. Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?"
"Io non spero", disse mia madre. "Io so che qualcuno può pagarmi e qualcuno no. Io non spero."
"Pure vai da tutti", dissi io. "Ma cosa pensi di loro?"
"Oh!" mia madre esclamò. "Se vado per uno posso andare anche per un altro", disse. "Non mi costa nulla"
"Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?" io dissi.
Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un' occhiata leggermente strabica. Sorrise, anche, e disse: "Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po' di tisi e con un po' di malaria..."
Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane risposte.. Chiesi:
"Hai mai visto un cinese?".
"Certo", mia madre disse. "Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane".
"Bene", dissi io, "Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?"
"Ah, nulla di speciale", mia madre rispose, "Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte..."
"Bene", dissi io. "Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza... Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?"
"Oh!" mia madre rispose. "Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza".
"Lo so", dissi io. "Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?"
"Oh!" rispose mia madre. "Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla".
"Ma vedi", dissi io. "Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano, invece può...".
"Perché un povero cinese non può?" chiese mia madre.
"Bene", dissi io. "Immagino che una donna non darebbe nulla ad un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano".
Mia madre si accigliò.
"Non saprei", disse.
"Vedi?" io esclamai. "Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?"
Mia madre era stizzita.
"Al diavolo il cinese", disse.
E io esclamai: "Vedi? Egli è il più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?"
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
"Il cinese?" chiese.
"Il cinese", dissi io. "O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l' iniezione. Non è più uomo e genere umano, lui?"
"Lui?" disse mia madre.
"Lui", dissi io.
E mia madre chiese: "Più di chi?"
Risposi io: "Più degli altri. Lui che è malato... Soffre".
"Soffre?" esclamò mia madre. "E' la malattia".
"Soltanto?" io dissi.
"Togli la malattia e tutto è passato", disse mia madre. "Non è nulla... E' la malattia".
Allora io chiesi:
"E quando ha fame e soffre, che cos'è?".
"Bene, è la fame", mia madre rispose.
"Soltanto?" io dissi.
"Come no?" disse mia madre. "Dagli da mangiare e tutto è passato. E' la fame".
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:
"E il cinese?".
Mia madre, ora, non mi diede risposta, né strana, né non strana; e si strinse nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà più dolore; date da mangiare all' affamato, e non vi sarà dolore. Ma l' uomo nella malattia che cos'è?  E che cosa è nella fame?
Non è, l' uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese? ..."

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bompiani, 1941)

Intellettuali come quelli del secondo dopoguerra, io penso, nobilitano il sentimento dell' italianità: io provo orgoglio a rileggerli, e sono loro grata per questo. Mentalmente li ringrazio d' esser stati e di ricordarmi -attraverso le loro pagine-, che il mio Paese, pur nei drammi e nel dolore del tempo, ospitava voci e spiriti simili. Uomini. Un po' scrittori (Vittorini era autodidatta, operaio in un cantiere edile e poi tipografo. Con Pavese e
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri)
, capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Parole simili erano, in quel momento storico, coraggiose e censurate dalla dittatura fascista.

La stessa alienazione spirituale del cinese diseredato di allora, è quella dei disgraziati che sbarcano e sbarcheranno sulle nostre coste; la loro essenza è ancora quella che Vittorini vedeva: un surplus di umanità; la meditazione che viene solleticata è affine: aldilà della soluzione dei problemi pratici e sociali (dare lavoro, sostegno, cure a chi soffre di più) resta, oggi come allora e come sempre, sospesa nell' ignoranza la ragione della fatalità del dolore -legge primordiale dell' esistenza- e, con essa, la totale comprensione dei motivi del nostro esistere.

domenica 20 febbraio 2011

Se la proprietà privata è bisogno primario dell' anima, quando diventò ingiusta?



Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907)

Nell' emozionante performance musicale di Giorgio Gaber "Qualcuno era comunista" egli comunica, con limpida intuizione poetica,  questa idealistica visione del mondo: "Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. "
Questa per me è l' originaria, esaustiva,  essenza del comunismo.
Un' affermazione che pare perfino "sentimentale", interiore, spirituale (alla faccia di coloro che riducono l' idea di comunismo al freddo materialismo, il quale, semmai, attiene alla ricerca dei  mezzi che ne dovevano consentire il raggiungimento); un' idea bella.
Ma invece l' uguaglianza è cosa bella e giusta, sì, ma è anche l' insopprimibile elemento di una società che aspiri ad essere felice.
Sottolineo una società, vale a dire un consorzio, un insieme di individui che desiderino e sentano il bisogno di appartenenza e condivisione di Valori, Leggi, Memoria.
Chi non ha nulla, chi teme di perdere il poco che ha, e vede come se la spassano coloro che hanno tutto o perfino troppo, ha perduto il requisito dell' uguaglianza: è l' intera società che ne soffre e ne erediterà negative e certe conseguenze.
Eppure, in sé e per sé, la proprietà privata non è il demone, come ebbe anche ad osservare Simone Weil: si tratta di un bisogno essenziale tutto umano (e non solo, ora che ci penso: molti animali marcano il loro territorio...), che qualcosa, in  un successivo meccanismo economico, ha stravolto originando ingiustizia.
Inutile fingere che non sia così: è, piuttosto, matematico.

"Robinson, 'la spada in pugno', ha fatto di Venerdì il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre la spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella produzione e che sia comparso un certo grado di diseguaglianza nella distribuzione. E perché il lavoro degli schiavi divenga il modo di produzione dominante di tutta una società, occorre un incremento ancora maggiore della produzione, del commercio e dell' accumulazione della ricchezza...
In ogni caso, quindi, presuppone già il possesso di un certo patrimonio superiore alla media. Come è sorto questo patrimonio? E' certo chiaro in ogni caso che è possibile che esso sia frutto di rapina e che quindi poggi sulla violenza, ma ciò non è affatto necessario. Può essere stato ottenuto col lavoro, col furto, col commercio, con la frode.  Anzi, prima che possa essere rubato, in generale è necessario che esso sia stato ottenuto col lavoro.
In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, se anche limitatamente a certi oggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l' uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all' interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più disuguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l' antico possesso comune del suolo, tanto più la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari...
Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell' interesse dell' aumento della produzione e dell' incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte.
E' pur chiaro che l' istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa 'appropriarsi' dell' altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato del possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale... anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all' attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell' altra classe, che costituisce l' enorme maggioranza, la classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico alternarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l' odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica."
(F. Engels, Antidühring, 1878)

martedì 11 gennaio 2011

Ringrazieremo il signor padrone...

Su queste canzoni ho costruito, da ragazzina, un pezzo della mia sensibilità civile e politica.
Mi appartengono come lingua, come storia, come coscienza.
E' semplicemente tragico, più che vergognoso. che la realtà operaia di oggi me le faccia sentire più che mai attuali.
Ma questo lo può capire soltanto chi quella realtà la sta vivendo di nuovo, con la dignità. incorrotta ed eroica. di allora, mentre tutti gli altri blaterano e si accapigliano ed i politici evaporano...






Migliaia di operai, le tute blu, a partire dagli anni '50 hanno contribuito al miracolo economico italiano, conducendo il nostro Paese nel novero tra i più industrializzati al mondo.
Poi, una voragine politica e di costume s' è mangiata la loro memoria ed il loro orgoglio. E' scomparso il loro partito di riferimento -in primis- e la nuova disamoralità del mondo globale ha sparso la sottile e micidiale infezione del qualunquismo, dell' individualismo, dell' ottusità.
Nella nostra piccola  realtà, molti -troppi-, di loro hanno appoggiato l' ascesa di Berlusconi, o caldeggiato farneticanti ipotesi secessionistiche.
Ignoranza?
Forse soltanto difetto di lucida lungimiranza; forse ingenuità. Eppure l' arma vincente era stata sempre, nel passato, l' unione.
Se già non ci avesse pensato una malattia implacabile -forse anche macabro diritto acquisito in Montedison in trentacinque anni di lento avvelenamento- che l' ha tolto di mezzo, appena sessantenne, senza che troppo gravasse sulla groppa dell' INPS, mio padre oggi ne sarebbe sconvolto.

venerdì 7 gennaio 2011

Adagio, meglio se maestoso...

« – Vuole dire che più si trova, più si cerca; e che più si cerca, più si trova?
- Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che i stabilisce fra la droga e l’intossicato.
– Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…
– Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi».

(Paul Valery)

La luna sorge e tramonta ADAGIO, me-ra-vi-glio-sa-men-te


Caspar David Friedrich-Levare della luna


"Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla".

(J. W. Goethe, lettera del novembre 1825)

***

Il Poeta già se n' era accorto allora... anche se il muro di Berlino non era ancora stato fatto cadere. Dopo il crollo, infatti, s' è perso il bisogno, o il sogno, del futuro. L' accelerazione dello stato di fretta compulsiva da cui ci lasciamo dominare nella conduzione della nostra vita -sia essa piacevole o negletta e neghittosa-, senza ormai più averne neppure il sospetto, ci ha consacrati tutti al definitivo nichilismo filosofico, sostituendo il piacere dei voli metafisici al fare-e fare di un' eterno presente che non ha più alcuna pretesa di inventarsi uno sviluppo o un mutamento.

Incessantemente, e via via che le occasioni, gli incontri, i rapporti che mi capita di vivere - o, più precisamente, "sfiorare", nel caso dei rapporti umani, giacché non conosco nessuno né desideroso né oggettivamente capace di vivere esaurientemente un rapporto interumano- me ne danno spunto,  mi pongo questa scomoda domanda: perché tutto è tanto evanescente, tanto deludente, tanto prevedibile e perciò mortalmente noioso, tanto inafferrabile ed incomprensibile, tanto deprimente nell' incontro con l' altro? Che cosa, dolorosamente, sempre, mi manca?

Ma adesso mi pare di averne  individuato una causa: è l' assenza dell' Adagio. La sinfonia che ci regala il maggiore appagamento, che tacita l' anima e l' accarezza, che la trasporta in un altrove, dopo Allegro, Allegretto, Scherzo, Presto con fuoco, Prestissimo, esige l' Adagio, meglio se maestoso.

Il tutto, in placida continuità, con delicata pazienza, con senso di futuro.

Crederò agli amici che restano, agli amori passati che non dimenticano, a chi non teme la vecchiaia e mostra orgogliosamente le sue rughe, di volto e di cuore.
Da adesso non ho più doni per chi corre... 


giovedì 30 dicembre 2010

Amarcord

Scrivo qui, in queste stanze, quello che non si può più dire senza ricevere uno sguardo sarcastico ed un risolino seguito da spalluccia; scrivo quello che non ho mai abbandonato nella memoria e che è entrato nelle arterie per scorrervi fino alla fine del mio tempo.
La vita di ciascuno di noi è un tentativo di conciliazione eterna tra ragione, sogno, fortuna; ma  è nel sogno che più volentieri si indugia ed è nel più inconsistente dei sogni che si attinge la vera forza.

Sorrido, pensando a come, negli anni 70, il mio attempato, distinto, civile, tutt’ altro che rivoluzionario e colto professore di letteratura si commuovesse ed empatizzasse a tal punto con quanto scrivevo nei miei ingenui temi –laddove vertevano sulla condizione giovanile, intrisi di una travolgente laica religiosità -, da valutarli con il massimo dei voti e rendermi inavvertitamente odiosa ai miei compagni di studio, che in lui rilevavano soltanto il buffo desueto aspetto esterno. Un uomo in gamba, il professore, perché non è da tutti riuscire a superare le convinzioni intellettuali legnose e rigide su cui si è uniformata l’ intera propria esistenza ed apprezzare, magari, visioni diametralmente opposte e contrastanti: io spero, se non altro, di avergli regalato un frammento di sogno della mia generazione, e che quel frammento gli sia rimasto nel cuore a lungo, come una rifrazione di luce. Quanto all’eredità che lui mi ha lasciato, conservo nello scrigno della memoria il ricordo di un incontro casuale, avvenuto anni dopo la conclusione dei miei studi, sui gradini di un ponte veneziano: “La cito ancora ai miei alunni”, mi disse, ed io lo presi come un atto d’ amore, indelebile e dolcissimo.

Penso anche a come sarebbe bello se i figli d’ oggi ci regalassero i loro, almeno come omaggio alle nostre illusioni sbriciolate e deluse, ma dalle ceneri delle vecchie generazioni visionarie non è risorto più nulla.
"La mia generazione ha perso", d' accordo, ma non esattamente per sua esclusiva responsabilità. Diciamo che, allora, ha vinto Golia, ma la partita della storia non è mai definitivamente risolta ed ogni cosa ritorna.

Perciò, sono una reduce, non intollerantemente infelice e non completamente distrutta, che sa perfettamente di non poter salvare nient’ altro che la convinzione, almeno, di non aver scherzato, né stupidamente gigionato: la riprova sta nella vita vissuta più tardi e nella capacità di resistenza. Anzi: di resilienza. Ogni tanto qualcosa riesce a produrre ancora esplosioni di gioia.

Vedo che le fila dei saltimbanchi sono sempre più nutrite, che politicanti da strapazzo saltano come grilli da una barricata di carta all' altra e non se ne vergognano neppure un po’: santoddio –mi dico-, ma è ora che mentite a voi stessi, oppure mentivate, invece, allora, e tutti noi, grulli, quasi quasi vi abbiamo giudicati attendibili? Rimane un arcano, uno degli innumerevoli della nostra epoca di mediocrità assurte allo scranno del comando. Ma eravamo giovani.

***
Correva l’ anno 1956 quando fu pubblicato dalla casa editrice americana City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti il libro di poesie “Howl and others poems” di Allen Ginsberg. La prima parte della celebre poesia “L’ Urlo” echeggiava nella mente di una vera moltitudine di giovani (me compresa, molto più tardi, quando la scia hyppie arrivò in Italia), che in essa riconobbero una nuova bibbia ed una nuova prospettiva del mondo, in aperto contrasto con la società americana guerrafondaia, bigotta, asfitticamente piccolo-borghese e falsamente moralista, asservente però in primis il dio denaro; società e modello di democrazia che ancor oggi pretende di esportare in tutto il mondo.

Era la voce di una Speranza, invero piuttosto rabbiosa, e la ricerca di un’ alternativa di vita, in un mondo in cui fosse possibile dare aria ed ali anche ai sogni, alla creatività, alla pace, all’ uguaglianza, alla gioia; un mondo che vivesse anche di poesia e rispettasse la libertà. Suonava, all’ incirca, così:



Urlo di Allen Ginsberg

“a Carl Solomon (amico psicopatico conosciuto in un ospedale psichiatrico. N.d.Sirio)

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, nude, isteriche,
trascinarsi per le strade negre all'alba in cerca di una dose rabbiosa,
hippie dalla testa d'angelo bruciare per l'antica paradisiaca connessione alla dinamo celeste nel macchinario della notte,
che la povertà e gli stracci e gli sguardi spenti e lo sballo innalzarono fumando nella sovrannaturale oscurità di appartamenti ad acqua fredda galleggiando oltre le vette di città contemplando il jazz,
che mostrarono i loro cervelli spogli al Paradiso sotto l'El e videro angeli Maomettani barcollare sui tetti dei condomini illuminati,
che attraversarono università con occhi freddi raggianti allucinando l'Arkansas e la tragedia della luce di Blake in mezzo ai dottori della guerra,

…”


Versi deliranti, molto più deliranti di quelli di Whitman, nel suo “Foglie d’ erba”, ma in un certo senso giustificati da un’ esplosione di indignata incapacità a tollerare oltre. Il raccapriccio della devastazione della bomba atomica e la ferocia del conflitto in Vietnam, offrivano al mondo il lurido spettacolo di una guerra orribile, dalle connotazioni apocalittiche, dove l’ ultima goccia di umanità era evaporata, una generazione di giovani sacrificata, per lasciare il posto al demoniaco deserto della morte e dell’ immonda bestialità, in nome della supremazia e del potere.

Versi profetici, dall’ intento “taumaturgico”, contro l’ orrore dell’ omologazione delle coscienze.

Il movimento poetico, artistico, letterario che, alla fine degli anni cinquanta, diede vita alla “Beat Generation”, reclutò, tra le sue fila, scrittori, poeti, musicisti, artisti. Personaggi eclettici, nuovi, dai messaggi vagamente cherubinici, intrisi anche di purezza e dolcezza: voci che volevano materializzare dei sogni e darli a chi non aspettava che di crederci. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassady, e molti altri …
Jack Kerouac conia il termine Beat.
Beat, come “beatitudine” (dalle filosofie Zen), ma anche come “battuto” (sconfitto nella società), e come “battito”, e come “ribellione”, e come “ritmo” (Il Jazz di “The Bird”, Charlie Parker).



E’ una nuova forma espressiva ed esistenziale –o tenta di diventarlo- che non ha alcuna precisa connotazione politica o religiosa, ma risente, nel contempo, di una molteplicità di influssi culturali e sociali. Quella generazione tentò di rompere definitivamente gli schemi esistenti e di darsi regole totalmente nuove, alla ricerca di un modo libero d’ essere. Una parte di essa si bruciò, a causa dell’ abuso d’ alcol e di droghe, considerati espedienti per riunirsi al “tutto”.


Lasciarono una letteratura nutrita ed inedita, testimone di un’ utopia grandiosa.

Fu Fernanda Pivano che ce li fece conoscere, attraverso la traduzione delle loro opere. La sua casa era il riferimento dell’ onda-beat, e fu lei a sollecitare in Italia la creazione della prima rivista “underground”.

Nacquero anche da noi complessi e testi di canzoni che si rifacevano al “beat”: l’ influsso d’ oltre-oceano è stato travolgente, da un punto di vista musicale. Qualcuno ricorda un certo Donovan? Donovan: il poeta della non-violenza, in possesso di una voce particolarissima, dalle modulazioni insolite. I complessi: Equipe 84, i Corvi, i Camaleonti, i Dik-Dik. .. I futuri “big”: Patty Pravo, Caterina Caselli…

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