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giovedì 14 luglio 2011

Incontrando solitudini

Non mi par sia vero che, nell' esistenza, il merito ed il valore siano, prima o poi, riconosciuti. E', anche questa, una delle tante promesse messianiche di cui gli umani hanno bisogno per superare la disperazione delle loro misere esistenze e delle loro sempiterne frustrazioni.
Potrei affermare anzi, senza tema di smentita e forse con ampio consenso (naturalmente tacito, perché qui, da me, vige uno spontaneo austero laconismo) che, semmai, l' equazione si realizzi al contrario, vale a dire che successo, benemerenze, popolarità spicciola, simpatie istintive, siano ispirate innanzitutto dalla mediocrità e, subito dopo, dall' ovvietà.
Ciò è dimostrato ampiamente anche dalla compagine politica nostrana, ma è cosa che viviamo costantemente fin nelle più piccole vicende personali e nei rapporti infraumani.

Quanto più un concetto espresso possa dirsi ovvio e banale, tanto più incontrerà ovazioni, commossa gratitudine (nei confronti di chi dà voce a pensieri che ci appartenevano ma non abbiamo avuto modo, capacità o voglia di esprimere, anche perché inconsciamente consapevoli della sua elementarità), entusiastico fideismo: pare che il suggello costituito dall' emersione attraverso la scrittura o l' espressione orale di una sciatteria qualsiasi, di un concetto dozzinale un po' moraleggiante, di un fatterello -tutto sommato-  marginale, sia sufficiente, per la massa, a nobilitarli inducendola ad amare appassionatamente questi sedicenti oracoli di nulla.
Nei blog, poi...
I danni del populismo! Ove si soprassieda a quelli, ben tristemente noti e di immane portata, che hanno contrassegnato la politica mondiale del Novecento o, anche solo in casa nostra, il gradimento accordato dalle persone semplici al mito berlusconiano, basta osservare i comportamenti sociali qualunque e quotidiani, gli scambi da bar e all' edicola, le conversazioni estemporanee e leggere degli incontri casuali, qualsiasi altra occasione non sospetta di aggregazione, per rilevare quanto sia importante, per le singole persone, convenire  su qualcosa, a tutti i costi ed a prescindere da.
Osservare che non ci sono più le stagioni di mezzo, che i politici son tutti dei manigoldi, che le suocere rompono le palle,  oppure commentare notizie di gossip -anche becero-, cadere con voluttà nel tranello dei giudizi stereotipati bello-brutto, buono-cattivo, giusto-sbagliato, dà una sorta di ebbro piacere di appartenenza  cui difficilmente ci si sottrae.

Insomma, la moltitudine è di bocca buona, con tendenza all' ipocrisia, seppur non sempre grave, né sempre consapevole. E lo è in tutti i campi, dalla cultura all' Arte, dalla politica alla religione: ha bisogno di specchi e riconoscimento, cosa che spesso obnubila la capacità di giudizio e l' onesta critica, nonché -alla resa dei conti- la vera crescita personale che deve necessariamente essere condotta in perfetta, se pur stoica e pesante, solitudine. La moltitudine si accontenta, ma, soprattutto, essa non è, se non in una vaga idea totalmente inconsistente, ed il singolo, quando s' adopra per esservi compreso, non ne ricaverà che un effimero sentimento di comunione privo di vera sostanza ed effetti.

A me piace oltre ogni immaginazione confrontar solitudini: è proprio lì, nel non-luogo in cui non ci si può riconoscere che riconosco un altro umano, profondamente, ed è lì che lo amo davvero, nella reciproca mestizia che dà la vicinanza di accettare la fatale, insuperabile distanza.

Riconosco il mio simile perché, come me, è irraggiungibile ed incomprensibile. Anche se le solitudini che si guardano altro non possono condividere che lo stesso rimpianto di non potersi raggiungere. E' già importante che lo ammettano, senza pietosi infingimenti.

***

" L' uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o un cavallo di pietra [...]
Il proposito che lo guidava, non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. [...]
Sul crepuscolo dello stesso giorno, sognò questa statua. La sognò viva, tremula: non era un atroce bastardo di cavallo e di tigre, ma queste due veementi creature ad un tempo, e anche un toro, una rosa, una tempesta. Questo molteplice iddio gli rivelò che il suo nome era Fuoco, che in quel tempio circolare (e in altri eguali) gli erano stati offerti i sacrifici e reso il culto, e che magicamente avrebbe animato il fantasma sognato, in modo che tutte le creature, eccetto il Fuoco stesso e il sognatore, l' avrebbero creduto un uomo di carne e di ossa.
[...]
Non essere un uomo, esser la proiezione del sogno di un altr' uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine!
[...]
Poiché si ripeté ciò che era già accaduto nei secoli.
Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco.
In un' alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l' incendio concentrico. Pensò, un' istante, di rifugiarsi nell' acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognando."

(Jorge Luis Borges,Finzioni)


sabato 26 marzo 2011

Sognatori sognati

Don Chisciotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier
"Parabola di Cervantes e Don Chisciotte
Stanco della sua terra di Spagna, un vecchio soldato del re cercò diversione nelle vaste geografie dell' Ariosto, in quella valle della luna ove alberga il tempo perduto nei sogni e nell' idolo d' oro di Maometto che rubò Montalbano. In mite burla di sé stesso, ideò un uomo credulo che, turbato dalla lettura di meraviglie, prese a cercare prodezze e incantamenti in luoghi prosaici che si chiamavano Il Toboso o Montiel.
Vinto dalla realtà, dalla Spagna, Don Chisciotte morì nel suo paese natale intorno al 1614. Poco tempo gli sopravvisse Miguel de Cervantes.
Per entrambi, per il sognatore e il sognato, tutta quella trama rappresentò l' opposizione di due mondi: il mondo irreale dei romanzi cavallereschi, il mondo quotidiano e comune del secolo XVII.
Non immaginarono che gli anni avrebbero finito col limare la discordia, non immaginarono che la Mancia e Montiel e la magra figura del cavaliere sarebbero stati, per il futuro, non meno poetici dei viaggi di Sinbad e delle vaste geografie dell' Ariosto.
Perché al principio della letteratura è il mito, e così alla fine."

(Jorge Luis Borges - Clinica Devoto, gennaio 1955)


D' altro canto, Borges non fa che avvertire una verità tenace ed inossidabile, magari malinconica, ma dolcemente umana: siamo tutti contemporaneamente sognatori e sognati.
La nostra più autentica condizione, quella a noi più confacente ed aderente, rimane quella fantastica.
La letteratura, le arte figurative, la religione, la politica, la filosofia, i valori ed i sentimenti, qualsiasi cosa riguardi strettamente l' umano ha natura fantastica, è sogno, o materialità dal sogno filtrata.
Questo ci rende commoventi e deliziosi.
Deliziosi.

giovedì 23 dicembre 2010

Escursus in qualche modo natalizio. Ricordo di Borges: un grande teologo ateo.

"Secondo Coleridge -aggiunge- Shakespeare non è un uomo, ma una variazione letteraria del Dio infinito di Spinoza. Ricorda che, per Hazllit, Shakespeare 'non era nulla, ma era stato tutto ciò che sono gli altri, o ciò che possono essere'. Altrove dirà che chiunque legga un verso di Shakespeare è, in quel momento, Shakespeare. Tutti siamo tutto, nessuno è qualcosa: "L' intuizione confusa di questa verità ha indotto gli uomini a immaginare che non essere sia più che essere qualcosa e che, in certo modo, sia essere tutto'.

Anche il Dio negato è tutto: è l' insondabile, infinito sogno che si sogna.
La sua inchiesta è assillante: In Discussione percorre Basilide, Valentino e le 'strambe e torbide' cosmogonie gnostiche nelle quali trova ammirevole l' idea 'della creazione come fatto casuale...'. 'Quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo?'  Compulsa Pascal che 'ci dicono, trovò Dio, ma la sua manifestazione di quella gioia è meno eloquente della sua manifestazione del sentimento della solitudine'. Il teologante, nell' epilogo ad Altre inquisizioni, avverte che egli semplicemente stima 'le idee religiose o filosofiche per il loro valore estetico o anche per quel che racchiudono di singolare e di meraviglioso' .  Ci ricorda più volte che la teologia non è che un ramo della letteratura fantastica. Sono Parmenide, Platone, Spinoza, Kant, Bradley gli ' insospettati e maggiori maestri' della letteratura fantastica: 'Infatti, che cosa sono mai i prodigi di Wells e di Poe -un fiore che arriva dal futuro, un morto sottoposto all' ipnosi- confrontati con la invenzione di Dio?'

E tuttavia continua a sfogliare la Bibbia e i Vangeli: lo affascinano la Genesi, la Cabala, le parabole, il Discorso della Montagna. Il suo 'goce estetico' si ribella davanti alla Santissima Trinità: 'Immaginata di colpo, la concezione di un Padre, di un figlio e di uno spettro, articolati in un solo organismo pare un caso di teratologia intellettuale...'

Ma il Dio che si incarna e che dalla sua Eternità ed Onnipresenza si concede alla vita degli uomini, gli detta una delle sue più straordinarie intuizioni poetiche: Giovanni,1,14 (in Elogio dell' ombra). Qui Dio, il suo Nessuno, ricorda con rimpianto la sua esperienza umana, il suo essere stato Cristo: 'Vissi stregato, prigioniero di un corpo/ e di un' umile anima/Conobbi la memoria,/che non è mai la medesima/...Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,/l' ignoranza, la carne,/i tardi labirinti della mente,/l' amicizia degli uomini, la misteriosa devozione dei cani...' 
Il Dio incarnato di Borges ha nostalgia dell' esperienza che lo portò sulla croce: 'Gli occhi miei videro quello che ignoravano:/la notte e le sue stelle/...il sapore del miele e della mela/... l' odore della pioggia in Galilea... Ricordo a volte e ho nostalgia,/l' odore di quella bottega di falegname'.

(da: Jorge Luis Borghes-Tutte le opere- Meridiani Mondadori Vol.primo-Introduzione Domenico Porzio)


BUONE FESTIVITA', con affetto vero, A COLORO CHE SPERO AMICI. Morena.