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mercoledì 23 novembre 2011

Ciò che importa veramente.

"Quelli che ci dicono che le cose di questa vita, la gloria, le ricchezze e l' altre illusioni umane, beni o mali ec. nulla importano, convien che ci mostrino delle altre cose le quali importino veramente, Finché non faranno questo, noi, malgrado i loro argomenti, e la nostra esperienza, ci attaccheremo sempre alle cose che non importano, perciò appunto che nulla importa, e quindi nulla è che meriti più di loro il nostro attaccamento e sia più degno di occuparci. E così facendo, avrem sempre ragione, anche, anzi appunto, parlando filosoficamente."

(G. Leopardi [3891]Zibaldone)

Quando si dicono le scappatelle filosofiche, anzi
le bagatelle...



venerdì 10 giugno 2011

Progressi mediocri

"Si suol dire che lo spirito umano deve assaissimo, anzi soprattutto, ai geni straordinari e discopritori che s' innalzano di tanto in tanto. Io credo ch' egli debba loro assai poco, e che i progressi dello spirito umano siano opera principalmente degli ingegni mediocri. Uno spirito raro, ricevuti che ha da' suoi contemporanei i lumi propri dell' età sua, si spinge innanzi e fa dieci passi nella carriera. Il mondo ride, lo perseguita a un bisogno, e lo scomunica, né si muove dal suo posto, o vogliamo dire, non accelera la sua marcia. Intanto gli spiriti mediocri, parte aiutati dalle scoperte di quel grande, ma più di tutto pel naturale andamento delle cose, e per forza delle proprie meditazioni, fanno un mezzo passo. Altri ripetono le verità da loro insegnate, siccome poco discordi dalle già ricevute, e facilmente ammissibili. Il mondo sì per questa ragione, sì per forza dell' esempio di molti, li segue. I loro successori fanno un  altro mezzo passo con eguale fortuna. Così di mano in mano, finché si arriva a compiere il decimo passo, e a trovarsi nel punto dove quel grande spirito si trovò tanto tempo prima.
[...]
Così lo spirito umano si avanza senza mai credere di mutare opinione. Non è se non  paragonando remoti e divisi secoli fra loro, che qualche pensatore si accorge come oggi il mondo creda in mille cose il contrario di ciò che credette."
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, Tomo primo)



Quando si dice il pericolo dell' assuefazione...
Dev' essere anche per questo che mi sento così gravemente stressata: non voglio assuefarmi a niente. E, a ben pensarci, neppure a nessuno.
Le persone sono troppo, troppo importanti, per me, per non operare le dovute selezioni.
Ciò comporta un perenne stato di veglia -un po' crudele, invero-, una sorta di stakanovistica guardia dai merli della fortezza a difesa del deserto dei tartari.
So che -in generale- il  rilassamento se da un lato comporterebbe minor fatica e maggior piacere, dall' altro implicherebbe un calo di attenzione, e a dismettere l' attenzione si rischia di cadere tra i flutti della fiumana, senza neppure sapere come sia accaduto.
Ammetto di non essere sicura che sia il modo giusto di porsi, che forse sia ingeneroso nei miei stessi confronti (ma confesso di amarmi poco, ultimamente)  e rappresenti una fatica; ma non ci posso far nulla: è un' automatismo, non un atto di volontà.

Avrei trovato auspicabile, in più, un universo che avesse a noia l' abitudine e la mediocrità, un mondo in cui le sfumature o le zone d' ombra incuriosissero più della luce abbacinante e dei lustrini: spesso le verità girano imbacuccate ed in incognito. Magari ci saremmo risparmiati anche anni di malgoverno.




lunedì 7 marzo 2011

Un uomo ride e un altro uomo piange...


"...
Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato, eppure egli ride 'perché' l' altro piange. Egli può massacrare, perseguitare, e uno che, nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali (allusione alle dittature europee del '900 -n.d.r.), non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l' altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita, e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: " Tu che ne pensi?"
"Di che?", mia madre disse.
Ed io: " Di tutti questi ai quali fai l' iniezione".
E mia madre: "Penso che forse non potranno pagarmi".
"Va bene", dissi io. "E ogni giorno vai lo stesso da loro, fai loro l' iniezione, e speri che invece possano pagarti, in qualche modo. Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?"
"Io non spero", disse mia madre. "Io so che qualcuno può pagarmi e qualcuno no. Io non spero."
"Pure vai da tutti", dissi io. "Ma cosa pensi di loro?"
"Oh!" mia madre esclamò. "Se vado per uno posso andare anche per un altro", disse. "Non mi costa nulla"
"Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?" io dissi.
Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un' occhiata leggermente strabica. Sorrise, anche, e disse: "Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po' di tisi e con un po' di malaria..."
Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane risposte.. Chiesi:
"Hai mai visto un cinese?".
"Certo", mia madre disse. "Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane".
"Bene", dissi io, "Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?"
"Ah, nulla di speciale", mia madre rispose, "Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte..."
"Bene", dissi io. "Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza... Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?"
"Oh!" mia madre rispose. "Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza".
"Lo so", dissi io. "Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?"
"Oh!" rispose mia madre. "Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla".
"Ma vedi", dissi io. "Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano, invece può...".
"Perché un povero cinese non può?" chiese mia madre.
"Bene", dissi io. "Immagino che una donna non darebbe nulla ad un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano".
Mia madre si accigliò.
"Non saprei", disse.
"Vedi?" io esclamai. "Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?"
Mia madre era stizzita.
"Al diavolo il cinese", disse.
E io esclamai: "Vedi? Egli è il più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?"
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
"Il cinese?" chiese.
"Il cinese", dissi io. "O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l' iniezione. Non è più uomo e genere umano, lui?"
"Lui?" disse mia madre.
"Lui", dissi io.
E mia madre chiese: "Più di chi?"
Risposi io: "Più degli altri. Lui che è malato... Soffre".
"Soffre?" esclamò mia madre. "E' la malattia".
"Soltanto?" io dissi.
"Togli la malattia e tutto è passato", disse mia madre. "Non è nulla... E' la malattia".
Allora io chiesi:
"E quando ha fame e soffre, che cos'è?".
"Bene, è la fame", mia madre rispose.
"Soltanto?" io dissi.
"Come no?" disse mia madre. "Dagli da mangiare e tutto è passato. E' la fame".
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:
"E il cinese?".
Mia madre, ora, non mi diede risposta, né strana, né non strana; e si strinse nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà più dolore; date da mangiare all' affamato, e non vi sarà dolore. Ma l' uomo nella malattia che cos'è?  E che cosa è nella fame?
Non è, l' uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese? ..."

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bompiani, 1941)

Intellettuali come quelli del secondo dopoguerra, io penso, nobilitano il sentimento dell' italianità: io provo orgoglio a rileggerli, e sono loro grata per questo. Mentalmente li ringrazio d' esser stati e di ricordarmi -attraverso le loro pagine-, che il mio Paese, pur nei drammi e nel dolore del tempo, ospitava voci e spiriti simili. Uomini. Un po' scrittori (Vittorini era autodidatta, operaio in un cantiere edile e poi tipografo. Con Pavese e
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri)
, capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Parole simili erano, in quel momento storico, coraggiose e censurate dalla dittatura fascista.

La stessa alienazione spirituale del cinese diseredato di allora, è quella dei disgraziati che sbarcano e sbarcheranno sulle nostre coste; la loro essenza è ancora quella che Vittorini vedeva: un surplus di umanità; la meditazione che viene solleticata è affine: aldilà della soluzione dei problemi pratici e sociali (dare lavoro, sostegno, cure a chi soffre di più) resta, oggi come allora e come sempre, sospesa nell' ignoranza la ragione della fatalità del dolore -legge primordiale dell' esistenza- e, con essa, la totale comprensione dei motivi del nostro esistere.

mercoledì 22 dicembre 2010

Ricordi brevi di intellettuali estinti. Giuseppe Prezzolini, Luigi Einaudi: quando l' idea liberista non poteva essere scissa da quella di rigore scientifico, fiducia nella ragione, civismo, rispetto del lavoro. -1-

Non ne avrei neppure voglia, neanche minima.
A dir il vero avverto un' inesorabile scivolamento della voglia verso la dimenticanza, come chi si appropinqua a lasciare la condizione di veglia per dimenticarsi nel sonno.
Intendo: la voglia di pensare alle questioni interne politiche e civili del Paese in cui mi tocca vivere -anzi sopravvivere, mio malgrado, unitamente ad un gran numero di connazionali-.
Le cose usurate e decadenti mi danno grande tristezza, ed il mio temperamento è già, di suo, esasperatamente malinconico di fondo, com' è evidente -io credo- in più di un dettaglio, a cominciare dal fatto, piuttosto banale, d'aver titolato questo mio spazio "Galassia malinconica" e non già "Galassia entusiasticamente allegra".

La situazione politica italiana è quella che conosciamo bene, che ci piaccia o meno, ed è, appunto, cosa usurata e decadente, nonostante l' attuale classe dirigente si fosse presentata all' elettorato ignavo ed ignaro con promesse di Rinnovamento, Liberalismo/ Liberismo, Modernizzazione/Riforme e perfino Amore...
Pur non avendo affatto bisogno di deprimermi pensando alla nostra situazione nazionale oggi m'è tornata tra le mani una mia vecchia antologia di letteratura italiana, alle pagine del primo Novecento.
E mi sono imbattuta -combinazione- in qualche articolo ospitato dalla rivista "La Voce" fondata nel 1908 e diretta fino al 1914 da Giuseppe Prezzolini , poi divenuta la casa editrice di molte tra le più importanti opere della letteratura giovane novecentesca.

Il problema che allora si poneva e coinvolgeva le migliori energie intellettuali dell' epoca attraverso fervidi e fecondi dibattiti era il "Che fare?"   In un' Italia che sbandierava ridicoli ideali di grandezza, attraverso un inconcludente nazionalismo che di fatto eludeva i problemi di reale ostacolo al consolidamento della Nazione, gli intellettuali scrivevano e si confrontavano sulle questioni cruciali e pratiche che erano, ad esempio, il Mezzogiorno, il decentramento regionale, i rapporti tra Stato e Chiesa, "la riforma del nostro carattere e delle nostre relazioni sessuali" (!). Secondo Prezzolini una vera democrazia in Italia avrebbe potuto essere realizzata soltanto a patto che i "problemi tecnici" sopra citati fossero stati risolti.

"Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste stato si ripercuote nel paese. Ogni partito è scisso. Le grandi forze cedono di fronte ad uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri d' unione. Oggi uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra ...

Lo schifo è enorme. I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti...

E poi c' è l' altra difficoltà. Tutti la sentiamo. Io in modo particolare. 'Per fare' occorre metter mano in questo luridume generale, politico, letterario e morale. O starsene solitari: ma allora è purezza acquistata troppo facilmente; o vivere e agire in mezzo agli altri: e allora mettere a prova la purezza...

Ma si può fare molto. La cosa principale è acquistare le cognizioni tecniche per il rinnovamento dei congegni, degli organismi, delle tendenze alle quali siamo più vicini e nelle quali ci è più facile operare. Il municipio; la biblioteca comunale; le ferrovie; la scuola; le biblioteche pubbliche; i giornali; l' organismo finanziario; i paesi di lingua italiana soggetti ad altre nazioni;  i paesi dove si dirige l' emigrazione; gli uffici pubblici; il clero; le organizzazioni operaie; e via dicendo ...
Soltanto sapendo bene, con precisione, vedendo addentro e senza pregiudizi, un giovane può essere domani necessario. Quando questa massa di imbroglioni, di asini, di pusillanimi morali che ci sgoverna, avrà ridotto male l' Italia e i suoi organi bisognerà pure che l' Italia cerchi in sé stessa quel governo che non ha..."

(Giuseppe Prezzolini -Articolo apparso su "La Voce" 1910) 

Sono trascorsi cent' anni.

./..

mercoledì 20 ottobre 2010

Le repliche della Storia



La mia condizione psico-esistenziale, da quando posso dirmi adulta, può equipararsi a quella di una sopravvissuta. Sono, infatti, sopravvissuta ad un impressionante numero di cadute ideali, tanto da sapere con sicurezza che l' abisso finale non sia poi così distante, ormai, e da guardarlo in relativa lontananza con un certo qual sollievo.

Questo perché io non so "distrarmi" e non riesco a dimenticare. Seppur potessi, tra l' altro, non lo vorrei. Pare proprio che la felicità non possa essere annoverata tra le priorità della mia vita, giacché –a ben guardare- non mi sono mossa mai in direzione della sua conquista.

E' evidente che nella mia indole non è il piacere a costituire il pungolo ad esistere, ma, piuttosto, lo sono la curiosità e lo stimolo alla comprensione della globalità dei significati che l' esistenza possiede ed i meccanismi, più o meno difettosi, che noi esseri pensanti e tronfi d' orgoglio adottiamo per rivestirne quella che probabilmente è, invece, una sostanziale neutralità ed indifferente inerzia. Il significato delle esistenze molto probabilmente sta nel non significare niente.

Prima di oggi, però, come tutti, ho sognato. Ora ho smesso, ed è il solo vizio di cui sia riuscita a liberarmi.

Sognando con violento desiderio, con presuntuosa pseudo-veggenza -poi rivelatasi infondata-, con autentica passione, quasi carnale, mi inventavo la Bellezza e la Giustizia.
Desiderare è sempre male e fa sempre molto male. S'ha da essere realistici e freddi, anche se non è più così divertente. S' ha da crescere, smontare dalla giostra dei sogni.
Il desiderio costituisce motivo per dolersi di un' infinità di obiettivi perduti e crea, in tal modo, enorme risentimento, generalmente, per i più puri, indirizzato verso sé stessi.
Quando sento ripetere da qualcuno il luogo comune che "la vita è sacra" reprimo la stizza.  "Era sacra"- vorrei puntualizzare io a questi saccenti- ;"lo era prima che dimenticassimo gli obblighi imprescindibili nei confronti di ogni altro nostro simile cui ciascuno di noi sarebbe stato eternamente tenuto. Diteglielo un po' agli ultimi della terra, ai dannati, ai perseguitati, ai nuovi disoccupati..."

Giacché non una soltanto delle mie speranze giovanili ha trovato soddisfazione, vuoi per impossibilità, vuoi per mia colpa ed incapacità, io sono enormemente risentita con me stessa. Ma i miei ricordi sono abbaglianti e precisi. Talvolta me li "ripasso", giusto per controllare le attuali conclusioni e non peccare di superficialità, ed oggi mi è ritornato in mente un tratto di un romanzo di E. Morante (scrittrice straordinaria che ho infinitamente stimato, forse perché donna pragmatica ma appassionatamente impegnata, nonchè oggettivamente ricca di talento).
Il Nobel non gliel' hanno dato mai...: valli a capire 'sti  (maschi) svedesi...

Si tratta di un passaggio in cui ho pianto, rabbiosamente, perchè mi scatenava violenta emozione, pur non rappresentando, nel complesso del romanzo, uno degli apici di commozione. La verità è che qui sotto ho sentito il suo alter-ego autentico, che assomigliava terribilmente al mio, ed ho "toccato" un' affinità, tragicamente dolorosa, come una ferita antica, eternamente sanguinante.
Ecco: lì ho ripreso contatto, per un attimo, con il vero Sacro, scoprendo che non è perduto, che ancora respira ed aleggia sul mondo e che il mondo, senza peraltro esserne consapevole, ne ha un estenuante ed incessante bisogno.
E così sarà -per forza-, fino alla fine del tempo.



fotografia di Charles C. Ebbets durante la costruzione del Rockefeller Center nel 1932


[pp. 579-580-581 /protagonista è qui Davide Segre, che rappresenta la coscienza intellettuale e problematica de "La Storia". Il monologo si svolge all' interno di un' osteria popolana, gli altri avventori, muti od intenti a giocare a carte, non lo interrompono, si scambiano qualche tacita occhiata, non tentano neppure vagamente di mitigare la sua solitudine.]

"... Io", rimasticò a voce bassa, "sono nato di famiglia borghese ... Mio padre era ingegnere, lavorava per una società di costruzioni ... alto stipendio ...

In tempi ‘normali’, oltre alla casa dove si abitava, noi si aveva, di proprietà di famiglia, una villa in campagna, col podere tenuto da un colono – un paio di appartamenti dati in affitto (che rendevano), – l’ automobile, si capisce (una Lancia) – più in banca non so che ‘azioni’ …” Terminato, con ciò, il proprio rendiconto finanziario, si arrestò, come dopo una fatica materiale. E poi, ripigliando, fece sapere che proprio là, in famiglia, lui fino da piccolo, aveva principiato a intendere i sintomi del male borghese: il quale sempre più lo rivoltava, al punto che talora, da ragazzo, allo spettacolo dei suoi parenti, lui veniva sorpreso da attacchi d’ odio: “”E non avevo torto!” precisò, riprendendo, nel passaggio di un attimo, la grinta del duro.

Quindi, ripiegato in avanti e con la voce ridotta a poco più che un mormorio, da sembrare una chiacchiera futile e spersa diretta al legno della tavola, si diede a varie sue riesumazioni di famiglia.

Che suo padre, per esempio, aveva tutta una scala di maniere diverse, anzi addirittura di voci diverse, a seconda che parlasse coi padroni, o coi colleghi, o con gli operai … Che suo padre e sua madre, senza nessun sospetto di offendere, chiamavano ‘inferiori’ i dipendenti; e anche la loro usuale cordialità verso costoro pareva sempre concessa come un’ elargizione dall’ alto … Le loro occasionali beneficenze o elemosine, in sostanza sempre insultanti, esse le chiamavano ‘carità’ … E parlavano di ‘doveri’ a proposito di ogni sorta di quisquilie mondane: quali restituire un pranzo, o una visita noiosa, o mettersi in tale occasione la tale giacca, o ‘farsi vedere’alla tale mostra, o cerimonia insulsa … I soggetti delle loro conversazioni e discussioni erano, più o meno, sempre i medesimi: pettegolezzi di città o di parentela, speranze di successi carrieristici dei figli, acquisti opportuni o indispensabili, spese, redditi, cali o rialzi … Però se al caso toccavano soggetti ELEVATI come la Nona di Beethoven, o Tristano e Isotta o la Cappella Sistina, assumevano una posa di sublimità speciale, quasi che pure simili ELEVAZIONI fossero privilegi di classe …

L’ automobile, i vestiti, i mobili di casa, essi non li guardavano per oggetti d’ uso, ma per bandiere di un ordine sociale …

Uno dei suoi primi urti –o il primo, forse?- lui non ha mai potuto scordarlo … “Dovevo avere, dieci anni, undici … Mio padre mi accompagna con la macchina, probabilmente a scuola (è mattina presto), quando sulla strada è costretto a una frenata brusca. Un tale ci ha bloccato, non di prepotenza, anzi con l’ aria di scusarsi. A quanto si è capito, si tratta di un operaio, licenziato, il giorno prima, da un cantiere, per diretto intervento –sembra- di mio padre. I motivi, non li ho mai saputi… E’ un uomo non ancora vecchio (sulla quarantina), ma con qualche filo grigio nei sopraccigli; di statura media, non grosso, ma forte, così che pare più alto … Ha una faccia larga, e i tratti solidi, però rimasti un po’ infantili come in certi tipi delle nostre parti … Porta una giacchetta d’ incerato e un berrettino basco, con qualche macchia di calcina, si vede che è muratore. Dalla bocca a ogni parola gli escono i vapori del fiato (dunque il fatto dev’ essere capitato di pieno inverno) … E sta lì che si sbraccia a voler dire le sue ragioni, cercando di sorridere perfino, per ingraziarsi mio padre. Ma invece mio padre non lo lascia neanche parlare, urlandogli contro, gonfio di collera: “Come ti permetti! Non una parola! Fatti da parte! Via! Via!” Sul momento mi sembra di scorgere un sussulto sulla faccia di quell’ uomo; mentre già, di dentro, tutto il sangue ha preso a martellarmi in un desiderio, anzi volontà sfrenata: che quell’ uomo reagisca coi pugni, magari col coltello, contro mio padre! Ma invece colui si scansa verso l’ orlo della strada, anzi addirittura porta la mano al baschetto per un saluto, mentre già mio padre, furente, a rischio d’ investirlo, ha premuto l’ acceleratore … “Dovrebbe nascondersi! Gentaglia! Teppa!” inveisce ancora mio padre; ed io noto che, nella rabbia, la carne, fra il mento e il colletto, gli fa delle pieghe rossastre, volgari … In quell’ uomo, invece, rimasto sulla strada, non ho visto nessun segno di volgarità. Allora mi ha preso uno schifo, di trovarmi dentro alla Lancia con mio padre, peggio che se fossi sul carretto della gogna; e ho avuto la percezione che in realtà noi, e tutti i nostri pari borghesi, eravamo la teppa del mondo, e che quell’ uomo rimasto sulla strada, e i suoi pari, erano l’ aristocrazia. E chi, difatti, se non un essere nobile, di reale dignità, e immune di ogni bassezza e frode, potrebbe trovarsi ancora, all’ età di quell’ uomo, a dover pregare umilmente un suo coetaneo per offrirgli la propria fatica in cambio di …”