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domenica 15 maggio 2011
Séraphine Louis (de Senlis)
Donna del popolo, professione serva, pittrice autodidatta primitiva, con un misterioso ancestrale legame con la natura ed una religiosità arcana, morta in un asilo psichiatrico.
Il film di Martin Provost, e l' interpretazione della protagonista, mi hanno commossa (ma non ci vuole troppo a commuovermi...).
Certe vite hanno in sé la forza del simbolo, come se un' insieme di combinazioni fatali, casuali, abbia potuto convergere in un solo magnete, un essere umano ignaro, per esprimersi in potenza.
Seduta sui primi rami di una possente quercia, con le gambe penzoloni sul vuoto, Séraphine annusava il vento, cantando sottovoce inni ispirati.
"Quando sono infelice, vado tra i fiori, abbraccio gli alberi, ascolto l' acqua del fiume, la musica della natura, e dimentico il mio dolore".
giovedì 30 dicembre 2010
Amarcord
Scrivo qui, in queste stanze, quello che non si può più dire senza ricevere uno sguardo sarcastico ed un risolino seguito da spalluccia; scrivo quello che non ho mai abbandonato nella memoria e che è entrato nelle arterie per scorrervi fino alla fine del mio tempo.
La vita di ciascuno di noi è un tentativo di conciliazione eterna tra ragione, sogno, fortuna; ma è nel sogno che più volentieri si indugia ed è nel più inconsistente dei sogni che si attinge la vera forza.
La vita di ciascuno di noi è un tentativo di conciliazione eterna tra ragione, sogno, fortuna; ma è nel sogno che più volentieri si indugia ed è nel più inconsistente dei sogni che si attinge la vera forza.
Sorrido, pensando a come, negli anni 70, il mio attempato, distinto, civile, tutt’ altro che rivoluzionario e colto professore di letteratura si commuovesse ed empatizzasse a tal punto con quanto scrivevo nei miei ingenui temi –laddove vertevano sulla condizione giovanile, intrisi di una travolgente laica religiosità -, da valutarli con il massimo dei voti e rendermi inavvertitamente odiosa ai miei compagni di studio, che in lui rilevavano soltanto il buffo desueto aspetto esterno. Un uomo in gamba, il professore, perché non è da tutti riuscire a superare le convinzioni intellettuali legnose e rigide su cui si è uniformata l’ intera propria esistenza ed apprezzare, magari, visioni diametralmente opposte e contrastanti: io spero, se non altro, di avergli regalato un frammento di sogno della mia generazione, e che quel frammento gli sia rimasto nel cuore a lungo, come una rifrazione di luce. Quanto all’eredità che lui mi ha lasciato, conservo nello scrigno della memoria il ricordo di un incontro casuale, avvenuto anni dopo la conclusione dei miei studi, sui gradini di un ponte veneziano: “La cito ancora ai miei alunni”, mi disse, ed io lo presi come un atto d’ amore, indelebile e dolcissimo.
Penso anche a come sarebbe bello se i figli d’ oggi ci regalassero i loro, almeno come omaggio alle nostre illusioni sbriciolate e deluse, ma dalle ceneri delle vecchie generazioni visionarie non è risorto più nulla.
"La mia generazione ha perso", d' accordo, ma non esattamente per sua esclusiva responsabilità. Diciamo che, allora, ha vinto Golia, ma la partita della storia non è mai definitivamente risolta ed ogni cosa ritorna.
"La mia generazione ha perso", d' accordo, ma non esattamente per sua esclusiva responsabilità. Diciamo che, allora, ha vinto Golia, ma la partita della storia non è mai definitivamente risolta ed ogni cosa ritorna.
Perciò, sono una reduce, non intollerantemente infelice e non completamente distrutta, che sa perfettamente di non poter salvare nient’ altro che la convinzione, almeno, di non aver scherzato, né stupidamente gigionato: la riprova sta nella vita vissuta più tardi e nella capacità di resistenza. Anzi: di resilienza. Ogni tanto qualcosa riesce a produrre ancora esplosioni di gioia.
Vedo che le fila dei saltimbanchi sono sempre più nutrite, che politicanti da strapazzo saltano come grilli da una barricata di carta all' altra e non se ne vergognano neppure un po’: santoddio –mi dico-, ma è ora che mentite a voi stessi, oppure mentivate, invece, allora, e tutti noi, grulli, quasi quasi vi abbiamo giudicati attendibili? Rimane un arcano, uno degli innumerevoli della nostra epoca di mediocrità assurte allo scranno del comando. Ma eravamo giovani.
***
Correva l’ anno 1956 quando fu pubblicato dalla casa editrice americana City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti il libro di poesie “Howl and others poems” di Allen Ginsberg. La prima parte della celebre poesia “L’ Urlo” echeggiava nella mente di una vera moltitudine di giovani (me compresa, molto più tardi, quando la scia hyppie arrivò in Italia), che in essa riconobbero una nuova bibbia ed una nuova prospettiva del mondo, in aperto contrasto con la società americana guerrafondaia, bigotta, asfitticamente piccolo-borghese e falsamente moralista, asservente però in primis il dio denaro; società e modello di democrazia che ancor oggi pretende di esportare in tutto il mondo.
Era la voce di una Speranza, invero piuttosto rabbiosa, e la ricerca di un’ alternativa di vita, in un mondo in cui fosse possibile dare aria ed ali anche ai sogni, alla creatività, alla pace, all’ uguaglianza, alla gioia; un mondo che vivesse anche di poesia e rispettasse la libertà. Suonava, all’ incirca, così:
Urlo di Allen Ginsberg
“a Carl Solomon (amico psicopatico conosciuto in un ospedale psichiatrico. N.d.Sirio)
Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, nude, isteriche,
trascinarsi per le strade negre all'alba in cerca di una dose rabbiosa,
hippie dalla testa d'angelo bruciare per l'antica paradisiaca connessione alla dinamo celeste nel macchinario della notte,
che la povertà e gli stracci e gli sguardi spenti e lo sballo innalzarono fumando nella sovrannaturale oscurità di appartamenti ad acqua fredda galleggiando oltre le vette di città contemplando il jazz,
che mostrarono i loro cervelli spogli al Paradiso sotto l'El e videro angeli Maomettani barcollare sui tetti dei condomini illuminati,
che attraversarono università con occhi freddi raggianti allucinando l'Arkansas e la tragedia della luce di Blake in mezzo ai dottori della guerra,
…”
Versi deliranti, molto più deliranti di quelli di Whitman, nel suo “Foglie d’ erba”, ma in un certo senso giustificati da un’ esplosione di indignata incapacità a tollerare oltre. Il raccapriccio della devastazione della bomba atomica e la ferocia del conflitto in Vietnam, offrivano al mondo il lurido spettacolo di una guerra orribile, dalle connotazioni apocalittiche, dove l’ ultima goccia di umanità era evaporata, una generazione di giovani sacrificata, per lasciare il posto al demoniaco deserto della morte e dell’ immonda bestialità, in nome della supremazia e del potere.
Versi profetici, dall’ intento “taumaturgico”, contro l’ orrore dell’ omologazione delle coscienze.
Il movimento poetico, artistico, letterario che, alla fine degli anni cinquanta, diede vita alla “Beat Generation”, reclutò, tra le sue fila, scrittori, poeti, musicisti, artisti. Personaggi eclettici, nuovi, dai messaggi vagamente cherubinici, intrisi anche di purezza e dolcezza: voci che volevano materializzare dei sogni e darli a chi non aspettava che di crederci. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassady, e molti altri …
Jack Kerouac conia il termine Beat.
Beat, come “beatitudine” (dalle filosofie Zen), ma anche come “battuto” (sconfitto nella società), e come “battito”, e come “ribellione”, e come “ritmo” (Il Jazz di “The Bird”, Charlie Parker).
E’ una nuova forma espressiva ed esistenziale –o tenta di diventarlo- che non ha alcuna precisa connotazione politica o religiosa, ma risente, nel contempo, di una molteplicità di influssi culturali e sociali. Quella generazione tentò di rompere definitivamente gli schemi esistenti e di darsi regole totalmente nuove, alla ricerca di un modo libero d’ essere. Una parte di essa si bruciò, a causa dell’ abuso d’ alcol e di droghe, considerati espedienti per riunirsi al “tutto”.
Jack Kerouac conia il termine Beat.
Beat, come “beatitudine” (dalle filosofie Zen), ma anche come “battuto” (sconfitto nella società), e come “battito”, e come “ribellione”, e come “ritmo” (Il Jazz di “The Bird”, Charlie Parker).
E’ una nuova forma espressiva ed esistenziale –o tenta di diventarlo- che non ha alcuna precisa connotazione politica o religiosa, ma risente, nel contempo, di una molteplicità di influssi culturali e sociali. Quella generazione tentò di rompere definitivamente gli schemi esistenti e di darsi regole totalmente nuove, alla ricerca di un modo libero d’ essere. Una parte di essa si bruciò, a causa dell’ abuso d’ alcol e di droghe, considerati espedienti per riunirsi al “tutto”.
Lasciarono una letteratura nutrita ed inedita, testimone di un’ utopia grandiosa.
Fu Fernanda Pivano che ce li fece conoscere, attraverso la traduzione delle loro opere. La sua casa era il riferimento dell’ onda-beat, e fu lei a sollecitare in Italia la creazione della prima rivista “underground”.
Nacquero anche da noi complessi e testi di canzoni che si rifacevano al “beat”: l’ influsso d’ oltre-oceano è stato travolgente, da un punto di vista musicale. Qualcuno ricorda un certo Donovan? Donovan: il poeta della non-violenza, in possesso di una voce particolarissima, dalle modulazioni insolite. I complessi: Equipe 84, i Corvi, i Camaleonti, i Dik-Dik. .. I futuri “big”: Patty Pravo, Caterina Caselli…
***
sabato 27 novembre 2010
La storia breve di Virginia. Quando il vivere fa male.
Fosse nata soltanto qualche decennio dopo, il suo destino sarebbe stato completamente diverso e forse pure benevolo, anziché tragico, come, invece, si dimostrò d' essere.
Virginia Woolf era scrittrice, una donna sensibile ed intelligente, un' artista, con le intuizioni e la genialità del caso.
La nostra vita è in gran parte il frutto di imperscrutabili coincidenze e fatalità. La neuropsichiatria moderna forse avrebbe potuto aiutarla.
Soffriva di depressione, acuita e favorita dai numerosi e crudeli lutti che subì fin dai primi anni d' età: la morte della madre, quella del padre, e quella dell' adorato fratello che condivideva la sua passione per le lettere. Nella sua giovinezza subì anche abusi sessuali da parte di un fratellastro.
Quella che lei definiva "pazzia" aveva un effetto stimolatore sulla sua produzione letteraria e le aumentò ispirazione ed intuizione creativa. Scrisse molti romanzi, in cui il più sotterraneo e contemporaneamente cosmico spirito femminile aleggiava. Sposò un uomo che l' amava.
Ma la malattia nervosa albergava in lei e le smorzava la forza e la gioia di vivere: udiva voci dentro di sé che incessantemente parlavano e non le davano pace.
Una mattina di primavera, preso il suo bastone da passeggio, lasciò la sua casa di campagna nel Sussex e si avviò verso la sponda del fiume Ouse. Riempì le tasche della sua veste con pesanti pietre ed entrò nell' acqua, lasciandosi annegare. Lasciò lettere di scuse, consapevole del dolore che quel suo gesto avrebbe causato in chi restava ed aveva cercato in tutti i modi di sostenerla.
***
E' un quadro di sofferenza solitaria, che neppure l' amore ricevuto poteva sollevare. La sua storia mi ha sempre mossa a compassione, dettata da profonda empatia.
Penso al dolore di molti, ed alla crudeltà fatale che determina talvolta il nostro destino d' umani.
Penso che non si possa chiedere a chiunque di emulare il biblico Giobbe, perché non tutti siamo Giobbe ed il suo Dio di non tutti si avvede e non a tutti rivolge la parola.
Penso che siamo troppo -e scandalosamente- soli, e che la nostra tristezza sia legittima e sempre eroica.
Spesso la tragicità dell' esistenza non sta nella solitudine in sé e per sé, rispetto alla quale ciascuno di noi potrebbe attrezzarsi spiritualmente, fosse pure accettandola od usandola per la realizzazione della propria indole, ma bensì nel non poterla vivere o subire che a metà in una situazione di frustrante inconcludenza: eternamente isolati dentro e purtuttavia attorniati da una vociferante folla fuori.
Una folla che, blaterando e gesticolando convulsamente a dispetto della tua esistenza -di cui non s' avvede e non ha alcun bisogno-, rappresenta grottescamente l' assenza, anziché la presenza di tuoi simili.
Tutto questo tiene sospesi in un limbo in cui non si è completamente né soli né uniti a qualcosa o a qualcuno: esseri incompiuti e girovaghi, desideranti in eterno una forma definita che mai arriverà.
Non si dovrebbe dibattere sull' eticità della morte e della vita: non sono eventi accessibili alle parole, non appartengono alla sfera dell' intelletto, non possiedono logiche e percorsi determinati o determinabili: sono quanto di più esclusivamente personale ed intimo ciascuno di noi possegga, affari di ogni nostra unica ed esclusiva anima.
Ogni riferimento alle correnti opinionistiche contrapposte "eutanasia/pro-vita" mi fa, letteralmente, orrore.
E nefanda mi pare e mi disgusta la solerte pretesa di chi (Stato, Chiesa, Scienza) pretende di "difendere" il tuo diritto alla tua vita o alla tua morte quando entrambe non hanno ormai speranza di alcun sviluppo né futuro, mentre della precedente tua esistenza - nella sua complessità od anche pesante difficoltà-, non s'é mai né accorto, né curato. Nella società perfetta, avrebbe, invece, dovuto.
venerdì 8 ottobre 2010
Ritratto intimo di un genio
Amava fare la parte del solitario. Aveva una risata che, pur risultando contagiosa, talvolta urtava ed infastidiva, ricordando essa il latrato di una foca. Amava stare in compagnia, suonando il violino e cantando, bevendo caffé forte e fumando sigari, ma, nonostante questo, pareva che comunque una specie di barriera non visibile ma intuibile lo separasse dagli altri, compresi i famigliari e le amicizie intime.
Non sopportava alcun tipo di costrizione, ma amava esercitare la comunanza con coloro che gli erano intellettualmente vicini e coltivò alcune importanti amicizie per l' intera vita.
Era cordiale con tutti, gentile con le persone di ogni classe sociale ed età, positivamente disponibile verso l' umanità intera.
Non sopportava, però, l' imposizione di alcun pesante fardello emotivo. Ebbe, per questa sua "intolleranza", una vita sentimentale piuttosto turbolenta, spesso dolorosa.
"Sono davvero un 'viaggiatore solitario', non mi sono mai dato con tutto il cuore né al paese che mi ha visto nascere, né alla casa, né ai miei amici e neppure ai congiunti più prossimi; verso tutti questi legami mai mi è avvenuto di perdere un certo senso di distacco e un bisogno di solitudine"
Era una naturale espressione di una certa forma di necessaria impermeabilizzazione degli aspetti umani del suo mondo, una commistione di freddezza e calore. "Il mio ardente senso di giustizia e di responsabilità sociale si è sempre trovato a contrastare singolarmente con il mio scarso bisogno di contatti diretti con gli altri esseri umani e con la società". Disse di lui il suo collaboratore Leopold Infeld: " ... La sua estrema gentilezza e il suo pudore sono totalmente impersonali e sembrano provenire da un altro pianeta."
***
Si chiamava Albert Einstein.
Forse, per il geniale fisico, il "distacco" era necessario per dar modo ai suoi pensieri di svilupparsi in totale autonomia, oppure -forse-, era affetto da una qualche impossibilità ad esercitare compiutamente l' empatia, e quindi anche -forse- un eventuale sedicente eccesso di sensibilità, in lui, gli avrebbe provocato, empatizzando, un dolore eccessivo, che temeva di non saper sostenere.
Degli uomini continuano a piacermi più le fragilità che le glorie.
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