Visualizzazione post con etichetta Charles Baudelaire. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Charles Baudelaire. Mostra tutti i post

mercoledì 23 novembre 2011

Donna dannata

A me pare che più simile ad una tredicesima fatica d' Eracle, una volta purgata la follia della giovinezza in cui è stata soprattutto passione a decidere erigere e distruggere la propria esistenza, sia addivenire a mostrare il proprio volto rasserenato, non più contratto dagli eccessi dei sensi, in limpida chiarezza, senza più tema di giudizio e pesamento da parte di coloro di cui si riteneva, molto probabilmente essendo in errore, di aver assoluto bisogno.

Non mi serve, non più, di cercare la loro approvazione, la loro benevolenza.: nessuno di loro, a ben guardare, mi conosce, né s' è adoprato per tentare di conoscermi. Mi riecheggia sempre l' antico monito agli spettatori alla fine della tragedia "Voi li aspettate invano: son tutti morti".
Non ho bisogno di misurare il loro attaccamento; io non uso attaccarmi, mi servirà sempre un po' di cielo, ed il cielo non si può scorgere neppure dalla più sontuosa delle dimore, se le finestre sono poste così in alto da impedire lo sguardo.
Dopo l' ermo colle, pur sempre caro, si apre la ventosa prateria. 
Ho nella memoria quel passeraceo catturato con una trappola di colla in un bosco della mia infanzia: un' esile ala irrimediabilmente spezzata nel tentativo di liberarsi, il becco semiaperto, l' ultimo muto rimprovero alla sorte fissato nell' occhio opaco. Perciò non voglio. 

In età matura ogni cosa è già passata in giudicato. Niente rivisitazioni.  E' questa la prassi. Così accade. Così pensano.
Ma non va bene. Noi continuiamo, per l' intera nostra vita a permettere che gli altri pensino che siamo ciò che, veramente, non siamo affatto, non siamo stati mai, e ci disgusta anche solo sfiorare l' ipotesi d' essere.
Generalmente consentiamo questo malinteso in perfetta malafede al solo fine di non restare soli,  o nella speranza di non ferire l' altrui sensibilità
Ma l' altro -perdonate- s' è posto il problema di come si senta un individuo strumentalizzato, equivocato, da chi antepone alla ricerca della verità, alla comprensione, il soddisfacimento dei suoi edonistici o narcisistici fini, l' allestimento di una sua personalissima ed incondivisibile illusione?

*
 



Donne Dannate

Coricate sulla sabbia come armento pensoso volgono gli occhi verso l'orizzonte marino e i piedi che si cercano, le mani ravvicinate hanno dolci languori e brividi amari.
Le une, cuori innamorati di lunghe confidenze, nel folto dei boschetti sussurranti di ruscelli, vanno riandando l'amore delle timide infanzie e incidendo il legno verde dei giovani arbusti;
altre, camminano lente e gravi come suore attraverso le rocce piene di apparizioni, dove Sant'Antonio vide sorgere, come lava, i seni nudi e purpurei delle sue tentazioni;
e ve n'è che ai bagliori di resine stillanti, nel muto cavo di vecchi antri pagani, ti chiamano in soccorso delle loro febbri urlanti, o Bacco, che sai assopire gli antichi rimorsi.
Altre, il cui petto ama gli scapolari e nascondono il frustino entro le lunghe vesti, mischiano, nelle notti solitarie e nei boschi scuri, la schiuma del piacere e le lagrime degli strazi.
O vergini, o demòni, mostri, martiri, grandi spiriti spregiatori della realtà, assetate d'infinito, devote o baccanti, piene ora di gridi ora di pianti,
o voi, che la mia anima ha inseguito nel vostro inferno, sorelle, tanto più vi amo quanto più vi compiango per i vostri cupi dolori, per le vostre seti mai saziate, per le urne d'amore di cui traboccano i vostri cuori.
 
(Charles Baudelaire, I Fiori del Male)


 

martedì 15 novembre 2011

Regina del vero

La solitudine, il bisogno di essere presenti nei pensieri di qualcuno, di non soccombere ad un' idea di irrilevanza, di misera valenza, spingono a cercare sollievo e, nel cercare - e solo allora-, ad accorgersi alfine dell' altro.

Il fascino dell' esercitare una qualche misura di potere, su di un proprio simile od un' intera società, è quanto maggiormente ci allontana dalla possibilità di liberarci.
Ma questa è una singolare cura, troppo spesso estemporanea ed effimera, e terribilmente egoistica, per un malanno in realtà inguaribile.
Da qualsiasi prospettiva si cerchi di considerarlo, in genere l' uomo brilla soprattutto di riflessi del suo stesso esasperato Ego, ritenuto mille volte ucciso nella progressione della crescita e del distacco dalla fase infantile, e conseguenti mille altre volte risorto più tonico ed ostinato di prima.

Ciò che stempera la colpa di non essere altro, alla fin fine, che l' eterna replica di un fanciullo incessantemente desiderante è la coreografia della nostra vita. Sono le battute e le rappresentazioni, più o meno felici, che ci capita di produrre di tanto in tanto - chi più chi meno frequentemente-  a riqualificare la nostra pedante, pesante, mortalmente noiosa essenza.

E' pur sensato affermare allora che la nostra stessa immaginazione è quanto più si avvicini alla possibilità di verità: immaginazione, "unica regina del vero", dichiarò Baudelaire.

Nella più profonda aderenza al mio sogno, e soltanto allora, sono inconfutabilmente vera ed il fantasma della felicità può essere afferrato, per un istante posseduto.

*

" [...]
Tuttavia il dio si innamora della mortale e, con l'aiuto di Zefiro, la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere, la fa sua; così per molte notti Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto; Psiche è prigioniera nel castello di Cupido, legata da una passione che le travolge i sensi.

 
Una notte Psiche, istigata dalle sorelle, che Cupido le aveva detto di evitare, con una spada e una lampada ad olio decide di vedere il volto del suo amante, nella paura che l'amante tema la luce per la sua natura malvagia e bestiale. È questa bramosia di conoscenza ad esserle fatale: una goccia cade dalla lampada e ustiona il suo amante:
« … colpito, il dio si risveglia; vista tradita la parola a lei affidata, d'improvviso silenzioso si allontana in volo dai baci e dalle braccia della disperata sposa (V, 23) » [...] "
(da Wikipedia)

*

mercoledì 31 agosto 2011

Disincanto

Il pensiero originale è finito: nessuno potrà mai più né evocarlo, né accollarsene una futura paternità. Rimane l' esercizio più o meno scaltro del plagio oppure, al massimo, un tentativo di critica, anch' essa in forte odore di condizionamento inconsapevole.
Forse, allora, è finito anche l' Uomo, versa in uno stallo avvilente, mentre incombe il prossimo buio.
Rimangono i suoi ancestrali ormoni. Sono sbrigativi e rozzi: vanno diretti agli scopi. E la sua velleitaria malattia inguaribile di sciorinatore di parole fugaci che gonfiano il suo amor proprio non potrà comunque nutrirlo in eterno.
La notte, solo, rabbrividisce in silenzio, cercando di ripescare nella memoria gli antichi concetti su cui tanto ha sproloquiato: Amore, Bene, Male, Vita.

Eppure, "... dimmi, Agathe, qualche volta non ti vola via il cuore?"  ( C. Baudelaire)


martedì 12 luglio 2011

suggestione d' estate

Charles Baudelaire


 Elevazione


dedicate a Fabio





Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l'etere, al di là dei confini delle sfere stellate, spirito mio tu ti muovi con destrezza e, come un bravo nuotatore che si crogiola sulle onde, spartisci gaiamente, con maschio, indicibile piacere, le profonde immensità.
Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va' a purificarti nell'aria superiore, bevi come un liquido puro e divino il fuoco chiaro che riempie gli spazi limpidi.
Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori che pesano con il loro carico sulla nebbiosa esistenza, può con ala vigorosa slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;
colui i cui pensieri, come allodole, saettano liberamente verso il cielo del mattino; colui che vola sulla vita e comprende agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute.

mercoledì 22 giugno 2011

Ipocrita lettore, mio simile, fratello

L’ALBATRO


Spesso, per divertirsi, gli uomini d'equipaggio
Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
Il solco della nave sopra gli abissi amari.

E li hanno appena posti sul ponte della nave
Che, inetti e vergognosi, questi re dell'azzurro
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Com'è goffo e maldestro, l'alato viaggiatore!
Lui, prima così bello, com'è comico e brutto!
Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
L'altro, arrancando, mima l'infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell'arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.

( Charles Baudelaire, l' Albatro, I fiori del male)

Il poeta perde l' aureola, quand' è trascinato sulla terra. Sa volare, governare il cielo, ma non è capace di vivere sulla Terra.
"La morale della borghesia mi fa orrore", scrive Baudelaire. Così sceglie di affidare il suo dolore alla bellezza (la bellezza pitagorica del sonetto!), egli è un Dandy, ossia un asceta, un monaco del bello e si ribella all' utile della società borghese. Un dandy che, tuttavia, salirà sulle barricate della seconda Repubblica in difesa degli umili e degli oppressi.
Un cattolico morto bestemmiando.
Un morbo. Bellissimo, nella sua maledizione. Una nera malattia.

***

Ah, ma non succede soltanto ai poeti; ed allora è peggio. Non è così fratelli nessuno?
Come collocare  simbolismi nella vita stritolata metropolitana, nell' untuoso facile moralismo, nella cloaca politica e civile, nella mediocrità dei gusti comuni di chi ama il pattume, ed abbisogna di culti?
Ebbrezza.
Non si può che mantenere l' ebbrezza del bello, che è qualcosa di triste, ardente e vago. "Il mistero ed il rimpianto sono caratteri del bello. [...] la gioia ne costituisce uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia ne è l' illustre compagna... ".



Al lettore
Stupidità e peccato, errore e lesina
ci assediano la mente, sfibrano i nostri corpi,
e alimentiamo i nostri bei rimorsi
come un povero nutre i propri insetti.
Son testardi i peccati, deboli i pentimenti;
vendiamo a caro prezzo le nostre confessioni,
e torniamo a pestare allegri il fango
come se un vile pianto ci avesse ripuliti.
Sul cuscino del male Satana Trismegisto
lungamente ci culla e persuade
e l'oro della nostra volontà,
alchimista provetto, manda in fumo.
È il Diavolo a tirare i nostri fili!
Dai più schifosi oggetti siamo attratti;
e ogni giorno nell'Inferno ci addentriamo d'un passo,
tranquilli attraversando miasmi e buio.
Come il vizioso in rovina che assapora
il seno martoriato di un'antica puttana
arraffiamo al passaggio piaceri clandestini
e li spremiamo come vecchie arance.
Dentro il nostro cervello, come elminti a milioni,
formicola e si scatena un popolo di Demoni;
la Morte, se respiriamo, nei polmoni
ci scende, fiume invisibile, con sordi gemiti.
E se stupro o veleno, lama o fuoco
non ci hanno ancora ornato di gustosi ricami
il trito canovaccio del destino
è solo, ahimè, che poco ardito è il cuore.
Ma in mezzo agli sciacalli, alle pantere, alle linci
alle scimmie, agli scorpioni, agli avvoltoi, ai serpenti,
ai mostri guaiolanti, grufolanti, striscianti
del nostro infame serraglio di vizi,
uno è ancora più brutto, più cattivo, più immondo!
Senza troppo agitarsi né gridare,
vorrebbe della terra non lasciar che rovine
e sbadigliando inghiottirebbe il mondo:
è la Noia! - Occhio greve d'un pianto involontario,
fuma la pipa, sogna impiccagioni ...
Lo conosci, lettore, quel mostro delicato,
- Ipocrita lettore, - mio simile, - fratello!

(Charles Baudelaire, I fiori del male)




Oh dolore, oh dolore, il tempo mangia la vita...