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venerdì 23 marzo 2012

Tipi -5-

Si dicono poeti senza conoscere la metrica ed i veri Maestri.
Chiamano poesia indiscriminatamente la descrizione dei loro pruriti, del loro mal di pancia, dei risentimenti, dell' attitudine al melmoso vittimismo, del loro infantile bisogno di affetto sdolcinato e le dozzinali rime talvolta baciate retaggi di esercizi elementari e semplicistici.
Altre volte confidano che l' entropia delle parole -spesso finanche stridenti-  stordisca il lettore sprovveduto e credulo.
La loro ignoranza esercita un arrogante potere sulla maggiore ignoranza di alcuni altri, i quali, appellandosi al loro interiore dozzinale senso del bello, se ne entusiasmano.
Non esiste stile che prescinda dalla conoscenza della tecnica. E l'espressione della propria indole, buona o cattiva, bella o brutta, non è bastevole a rendere significativo, utile o sublime un componimento: l' umanità può agevolmente fare a meno di chi auto-proclama la propria individualità e le proprie insignificanti peripezie emozionali interessanti e li sottopone al pubblico senza pudore: son bisbiglii da salottino privato.
Né basta soffrire di patologie nervose.
Nè essere vittime di dipendenze.
Nè peccare d' egocentrismo.
Per dirsi poeti ci vuole anche un afflato d' altruismo, in sé, un amore non meschino; s' ha da voler dare qualcosa di buono al mondo e conoscere la grammatica.
  

domenica 27 marzo 2011

Pasolinaria: la pudica consolazione delle affinità.



(Testo canzone: Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno; ispirazione: Shakespeare)

Molto probabilmente, quando Pier Paolo Pasolini esce con l' ampia raccolta "Poesie in forma di rosa", la sua abiura verso gli ideali giovanili, risultati deludenti e traditi anche da chi egli aveva amato enormemente (il popolo, il sottoproletariato, custode della primordiale purezza, che egli vede avviarsi inesorabilmente verso la corruzione dello spirito e della carne e l' imborghesimento), i colleghi intellettuali e la storia stessa, gli costa lacerante dolore.

"Per chi è crocifisso alla sua razionalità straziante,/macerato dal puritanesimo, non ha più senso/che un' aristocratica, e ahi, impopolare opposizione.//La rivoluzione non è più che un sentimento."

E' improrogabile e vitale il ricorso ad un nuovo Mito -necessario agli uomini più del pane e del respiro-, che egli preconizza in  un' altra Preistoria, che potrebbe nascere da barbari del Terzo Mondo, dalle plebi, dai disperati e miserabili.

" .../...
E scriverò all' imperterrito Moravia, una 'PASOLINARIA

SUI MODI D' ESSER POETA', con la relazione
tra segno e cosa -e finalmente
svelerò la mia vera passione.

Che è la vita furente [o nolente] [o morente]
- e perciò, di nuovo, la poesia:
'non conta né il segno né la cosa esistente',

ecco. Se l' uomo fosse un Monotipo nella Subtopia
di un mondo senza più capitali linguistiche,
e disparisse quindi la parola da ogni sua via

dell' udire e del dire, lo stringerebbero mistici
legami ancora alle cose, e ciò che le cose
sono, non fissato più nei tristi

contesti, sarebbe sempre nuovo, colmo di gaudiose
verità pragmatiche -non più strumentalità,
travaglio che le traduce in limoni, in rose...

ma sempre e solo, luce, com' è la realtà
delle cose quando sono nella memoria
alla soglia dell' essere nominate, e già

piene della loro fisica gloria.
Se poi dovessi scoprirmi un cancro, e crepare,
lo considererei una vittoria

di quella realtà di cose. Finita la pietà figliale
per il mondo, che senso ha ancora il frequentarlo?
..."

(P.P.Pasolini,"Progetto di opere future", Poesie in forma di rosa)


Quanto maggiore è la sincerità del sentire, la passione civile e politica, l' intelligenza e l' integrità, e la conseguente capacità di preveggenza,  tanto maggiore si rivela essere la soluzione di un destino di opposizione"Opposizione di chi non può/ essere amato da nessuno, e nessuno può amare, e pone / quindi il suo amore come un no/ prestabilito, esercizio del dovere politico come esercizio di ragione."

domenica 30 gennaio 2011

Vai, affabulatore, vai in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana...

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole; ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana. A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."

(Platone-La Repubblica II)

Il potere emotivo della narrazione, della parola, della poesia, "sacra meravigliosa incantevole", è indubbio: ben lo sanno  Platone e gli ellenici tutti.
Ma è l' utile che gli preme, nella Repubblica ideale.
Ed all' utile, presupposto di ogni altra cosa, anche dello stesso piacere, in vista della più ampia prospettiva di felicità comune, pospone perfino la poesia.

Nella Repubblica Platone si sofferma a lungo sul ragionare di poesia perché il suo è lo sguardo di colui che ha in mente uno Stato guidato da politici integerrimi e moralmente ineccepibili: filosofi, buoni e sani filosofi, cui sottoporre a giudizio la qualità della poesia stessa.
A noi moderni, cultori dell' individuo, incamminati verso un radicale narcisismo, può sembrare aberrante, ma per l' antico è la polis che importa ed è il bene dei cittadini di cui si cura.

La distingue tra poesia imitativa (tragedia e commedia) in cui, attraverso i dialoghi diretti, il poeta si rivive nei personaggi; poesia narrativa in cui egli racconta azioni e discorsi in modo indiretto (come nei ditirambi); ed una forma mista, in cui le due precedenti si alternano, come nella poesia epica.
Ebbene: Platone condanna quasi interamente la poesia imitativa, timoroso della possibilità che i giovani imitino più persone e se l' azione imitata a sua volta è frutto di precedenti imitazioni, si incorrerebbe nel rischio di ammettere anche l' emulazione di chi non è dabbene o si comporta oggettivamente male.

Platone era severo, perché era un vero filosofo e conosceva l' animo umano. Conosceva il meccanismo per cui  la grande poesia (Omero) non fa soltanto provare agli spettatori od uditori quelle stesse emozioni che evoca, ma induce anche ad amare il poeta che ne è autore. Il meccanismo imitativo è globale, incontrollabile, e quindi potenzialmente pericoloso. Ciò non gli impediva di riconoscere la grandezza del Poeta: intuiva e provava il fascino di Omero, ma, seppure a malincuore, nel suo Stato ideale "non c' è stimolo d' onore né di ricchezze né di pubblico ufficio né di poesia per cui meriti di trascurare la giustizia e le altre virtù"

(Platone- ibidem)

Diverso il punto di vista aristotelico nella Poetica.

***

Ma quanto è spassoso riprendere la prima citazione e, con becera passione imitativa, adattarla all' affabulatore nazionale:

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole..."
- Quell' "uomo"è arrivato, qualche lustro fa, senza troppa sapienza, ma con infinita e strabiliante capienza. Ha ottenuto straordinarie riverenze; ha ottenuto amore cieco e sconfinata fiducia. Ha saputo assumere ogni forma e fare qualsiasi imitazione: è stato Presidente-operaio, Presidente-cabarettista; Presidente-imprenditore; Presidente-inquisito; Presidente-colluso; Presidente-perseguitato; Presidente-liberista; Presidente-populista; Presidente-conviviale; Presidente-generoso; Presidente-dio.

"ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana."
- ... e che abbiamo bisogno di varie cose: dobbiamo ripartire, ricostruire, sanar magagne...
... solo che non ci ascolta... e vuol deliziarci ancora... seppur il suo repertorio d' imitazioni sia ormai esaurito, e questo lo rattristi e lo addolori, nonostante l' affetto di tutti coloro che hanno ricevuto i suoi favori e goduto delle sue performance artistiche.

"A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."
- La Costituzione della Repubblica Italiana, per esempio.
Orsù, fai il bravo, per favore, e vattene.


mercoledì 26 gennaio 2011

Mi manchi

" ...
- sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un' anguilla mezza mangiata
...
...
La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi."

(P.P.Pasolini -Una disperata vitalità)



Mi manchi, Poeta disperato. Mi manca lo struggente splendore del tuo dolore.
Mi manchi, perché sono egoista, perché ho perduto tutto, perché la mia angoscia non trova le tue parole.
Perché lì fuori tutto è sporco e triviale, ed il mio tempo è breve.





domenica 31 ottobre 2010

Una magia più forte della morte

Chagall
Annabel Lee

Or son molti e molti anni
che in un regno in riva al mare
viveva una fanciulla che col nome
chiamerete di Annabel Lee:
e viveva questa fanciulla con non altro pensiero
che d'amarmi e d'essere amata da me.

Io ero un bimbo e lei una bimba,
in questo regno in riva al mare;
ma ci amavamo d'un amore ch'era più che amore,
io e la mia Annabel Lee,
d'un amore che gli alati serafini in cielo
invidiavano a lei ed a me.

E fu per questo che – oh, molto tempo fa –
in questo regno in riva al mare
un vento soffiò da una nube, raggelando
la mia bella Annabel Lee;
così che vennero i suoi nobili parenti
e la portarono da me lontano
per rinchiuderla in un sepolcro
in questo regno in riva al mare.

Gli angeli, non così felici in cielo come noi,
a lei e a me portarono invidia,
oh sì! E fu per questo (e tutti ben lo sanno
in questo regno in riva al mare)
che quel vento irruppe una notte dalla nube
raggelando e uccidendo la mia bella Annabel Lee.

Ma molto era più forte il nostro amore
che l'amor d'altri di noi più grandi,
che l'amor d'altri di noi più savi,
e né gli angeli lassù nel cielo
né i demoni dentro il profondo mare
mai potran separare la mia anima dall'anima
della bella Annabel Lee:

giacché mai raggia la luna che non mi porti sogni
della bella Annabel Lee;
e mai stella si leva ch'io non senta i fulgenti occhi
della bella Annabel Lee:
e così, nelle notti, al fianco io giaccio
del mio amore – mio amore – mia vita e mia sposa,

nel suo sepolcro lì in riva al mare,
nella sua tomba in riva al risonante mare.

Edgar Allan Poe