giovedì 31 marzo 2011

Noterella notturna che non ha da parare in nessun posto.

Un uomo che in fondo mi detesta (suppongo per risentimento, o motivi molto intimi e psicologici, o non so bene cos' altro, dal momento che i nostri rapporti, non remotissimi, si sono sempre testati su di un livello di civile conoscenza e conversazione, secondo un presupposto -evidentemente non così fondato- di affinità spirituali), ritiene che io sostenga talune tesi, o faccia ciò che faccio, in generale, per l' elementare motivo di discostarmi dai miei simili (gli umani) e sentirmi, rispetto ad essi, elettivamente migliore, o, comunque, "qualcos' altro".

Ciò, oltre che a dispiacermi come giudizio ( perché suona sarcasticamente sprezzante e soprattutto perchè proveniente da una persona che stimo, nonostante le nostre diversità siano enormi) è oltremodo fuorviante e non corrisponde, neppure vagamente, al vero.
Una delle poche cose di cui ho certezza è l' oggettiva miseria della condizione umana in sé stessa e per questo mi è sempre  parsa come sommamente ridicola ogni velleità -autoreferenzialità e superbia comprese- di quel tipo.
La mia più uterina natura aspira, al contrario,  alla condivisione, al gemellaggio, all' incontro con gli altri e, se mai ne esistesse la possibilità, all' amicizia: tutti elementi totalmente in contrasto con la sentenza di cui sopra.
Ma lui, evidentemente, non vuole considerare la possibilità che esistano anche le "schegge impazzite" disturbanti quel suo un po' eccessivamente rigido sistema speculativo, ed io, a questo punto, lascio che sia e rinuncio ad inutili scaramucce polemiche future: chi vuol comprendere davvero l' altro  o si attrezza a demolire le proprie roccaforti teoriche ed un tantino scolastiche, o rischia eternamente di entrare ed uscire da specchi che riflettono altri specchi, per non ritornare che a sé stesso.

Devo dire che vera affinità, sul suolo della terrestre realtà, con persone in carne, ossa, profumo, voce, lacrime e sorrisi, non mi è stato dato modo mai di riscontrarla in alcun essere umano ad oggi conosciuto, anche se non una sola volta, data la seduzione dell' idea, mi sono pateticamente -così auto-ingannandomi- illusa di averla raggiunta. Mi capita però, qui in Rete, di osservare che, talvolta, corre tra blogger che si conoscono soltanto attraverso le immateriali idee, la capacità di cogliere il testimone che questo o quello va portando e proseguire spontaneamente per un altro po' sul filo dello stimolo di un pensiero accennato o proposto, sì da arricchirlo e protrargli vita.
Ciò non costituisce imitazione: è sviluppo e scambio di singole intelligenze che cooperano, fosse pure involontariamente.
Non solo mi piace, ma anche mi consola.

mercoledì 30 marzo 2011

Folle - masse - media e politica. -1-



Io, confesso, sto sempre peggio. Tralasciando i miei casi personali (dove tutto è piuttosto sconquassato), sto molto a disagio come appartenente alla specie umana, genericamente, e come cittadina del mondo. Così, dato l' obnubilamento di futuro, provo a ricordare il recente passato, per capire anche -io spero- dove ci condurrà la Storia, ammesso che ce ne sarà una.
Tutto questo -già lo so-, non mi porterà che a ripetere ciò che ogni giorno bisbigliamo in molti -soprattutto in noi stessi o tra digitatori romantici- e cioè che questo schifo di Potere non ci piace, lo butteremmo a mare, e vorremmo un nuovo mondo, stavolta a misura d' uomo.
Intanto, il post n° 1.


Nell' arco temporale di settantacinque anni, dalla prima guerra mondiale del  1914 al crollo del muro di Berlino nel 1989 s'è preparata la storia perfetta del XXI secolo.
Dal punto di vista, dunque, prettamente storico (diacronico, perché lo storico fissa gli eventi importanti di un' epoca rilevando a grandi linee la discontinuità tra ciò che viene prima e  ciò che viene dopo), il Novecento è stato "breve", mentre da quello sociologico, che richiede un metodo sincronico, che si occupi della lunga durata, può dirsi, al contrario, un secolo lungo, dalle lunghissime e ramificate conseguenze, e più che in ogni altro campo, ciò è evidentissimo nella comunicazione, in particolare in quella definitita "di massa".

Nell' antichità la massa non esisteva. I grandi raduni di persone -assemblee politiche (nella città-stato), giochi olimpici, cerimonie religiose, spettacoli teatrali od altro-, costituivano le folle.
La differenza sostanziale e concettuale è profonda: anche se folla e massa sono, entrambe, agglomerati di persone che rispondono a determinati stimoli come se fossere un unico soggetto -poiché forniscono una reazione collettiva pur essendo composte da tanti singoli e diversi tra loro individui-, nella massa l' effetto di fusione ed identificazione si produce anche quando i singoli componenti non sono in contatto fisico tra loro.
Ciò è stato reso possibile dallo sviluppo della tecnologia, delle macchine, dei congegni complessi.
Come disse Marshall McLuhan, ogni tecnologia non è altro che un' estensione dell' organismo umano nell' ambiente.
Nel corso del XIX secolo, il macchinismo industriale ha creato tutti i presupposti per renderci, poco a poco, masse:
  • fine anni Trenta: riproduzione e circolazione su larga scala di immagini grazie alla fotografia;
  • 1844: scoperta del telegrafo da parte di Samuel Morse;
  • 1846: si apre l' epoca delle rotative (Robert Hoe) che consente la stampa dei giornali in centinaia di migliaia di copie;
  • 1848: viene fondata l' agenzia di stampa Assosiated Press, statunitense, grazie alla quale vent' anni dopo, attraverso la posa del cavo sottomarino Terranova-Islanda, la rete telegrafica copre tutto il globo;
  • 1876: Thomas Edison mette a punto il fonografo;
  • 1895: i fratelli Lumière inventano il cinematografo.
Macchina a vapore e centrale elettrica, poi, cominciano a rappresentare, oltre che cicli storici del meccanicismo, anche cicli dell' immaginario collettivo.
Cominciano a nascere le masse.
La concentrazione degli operai nelle fabbriche, la standardizzazione dei prodotti, la conseguente assimilazione degli stili di vita che genera omogeneità nei comportamenti, i quali, a loro volta, per il noto processo di contagio ed imitazione, tendono ad espandersi in tempi sempre più brevi nelle parti più lontane del globo, è l' imput iniziale.
Con l' elettricità distribuita su larga scala dalle grandi centrali si compie uno straordinario balzo evolutivo verso il processo di massificazione: muta il modo di produrre, la divisione del lavoro -grazie a quest' energia non visibile all' occhio umano e prodotta dal turbinio di occulte particelle elementari- si fa differenziata e complessa, si formano le "folle solitarie", nasce la sindrome della "anomia", diventa più difficile dare un senso ai propri comportamenti.
Quando in una società i processi di differenziazione diventano preponderanti, succede -come osservò Georg Simmel- che le cerchie sociali s' infittiscano e si sovrappongano, di modo che gli individui spesso si trovano a far parte contemporaneamente di più cerchie sociali dai valori e schemi talvolta contrastanti e senza avere la reale opportunità di operare scelte.
Per evitare la conseguente sindrome da "vita nervosa" tipica della realtà metropolitana, ecco che le masse così create tendono ad assumere il tipico atteggiamento di distacco e disincanto -necessaria difesa dalle forze soverchianti di cui sopra-: la massa è acefala ed indifferente.

Secondo Walter Benjamin, l' "agente più potente" delle trasformazioni culturali che hanno condotto allo sviluppo della società di massa tra l' Ottocento e il Novecento fu il cinematografo, in quanto la tecnologia delle immagini di cui esso si avvale necessariamente standardizza il reale e lo massifica.
Il cinema, cioè,  facendo dissolvere l' aura di autenticità da cui erano circondate le cose e le persone nelle società tradizionali (l' attore è anch' esso uno strumento, un attrezzo, ed il pubblico si immedesima alfine nell' apparecchiatura), induce ad una prima sconosciuta simbiosi uomo-macchina. La logica che esso rappresenta e diffonde è quella della serializzazione: esso "pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi", talché "in nessun luogo più che nel cinema le reazioni dei singoli, la cui somma costituisce la reazione di massa del pubblico, si rivela preliminarmente condizionata dalla loro immediata massificazione."
***
Una coincidenza davvero significativa è costituita dal fatto che proprio nell' anno in cui i fratelli Lumière inventarono il cinematografo, uscì il pamphlet di Gustave Le Bon La Psychologie des foules.
"L' età che inizia, il cui avvento segnerà la fine della civiltà occidentale ed il principio di un ciclo storico di disordine, regressione morale e anarchia sociale"
Ecco la necessità di affinare l"Arte del governare": stiamo ad assistere al sorgere della cosiddetta "psicologia collettiva".
Verso la metà degli anni Ottanta del XIX secolo l' Europa guarda accadere una serie importante di attentati anarchici, scioperi, manifestazioni di piazza, sommosse. Folle inferocite impegnate in scontri fisici, che lasciarono numerosi morti e feriti sul terreno, con le forze dell' Ordine.
Nel 1886, a Liegi, la rivolta iniziata a causa di una riduzione di salari e che presto coinvolse, a macchia d' olio, le miniere e le fabbriche, assunse caratteristiche impressionanti. Intere aziende distrutte, campagne saccheggiate, edifici inceneriti, rivoltosi armati di dinamite e pistole, determinati a distruggere tutto, mossi da una rabbia ed un furore incontenibili.
Immerso nella folla l' individuo subisce una sorta di regressione? Compie atti che, come singolo,non avrebbe compiuto mai?
Il giudizio di  Gabriel Tarde, che si occupò dei crimini delle folle, fu che esse costituiscano un residuo di passato e che i loro comportamenti distruttivi non siano quasi mai spontanei, ma, piuttosto, risultato di manipolazioni di partiti e sette organizzati oltreche il prodotto di allarme sociale diffuso con articoli sensazionalistici dai media.
Con questi ed altri precedenti l' opera di Le Bon ebbe immediato successo, nonostante evidenti insufficienze metodologiche, imprecisioni e contraddizioni, e fu letta con ardore da Freud, Jung, Schumpeter e con attenzione da Max Weber e Pareto. Benito Mussolini vi imparò le tecniche fondamentali della propaganda di massa.
"Conoscere l' arte di  impressionare l' immaginazione delle folle vuol dire conoscere l' arte di governare." scrive Le Bon.

***
(elaborazioni da scritti di Carlo Marletti)


E io so che voi sapete dove voglio arrivare con questa faticosa premessa...

(Segue...)

domenica 27 marzo 2011

Pasolinaria: la pudica consolazione delle affinità.



(Testo canzone: Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno; ispirazione: Shakespeare)

Molto probabilmente, quando Pier Paolo Pasolini esce con l' ampia raccolta "Poesie in forma di rosa", la sua abiura verso gli ideali giovanili, risultati deludenti e traditi anche da chi egli aveva amato enormemente (il popolo, il sottoproletariato, custode della primordiale purezza, che egli vede avviarsi inesorabilmente verso la corruzione dello spirito e della carne e l' imborghesimento), i colleghi intellettuali e la storia stessa, gli costa lacerante dolore.

"Per chi è crocifisso alla sua razionalità straziante,/macerato dal puritanesimo, non ha più senso/che un' aristocratica, e ahi, impopolare opposizione.//La rivoluzione non è più che un sentimento."

E' improrogabile e vitale il ricorso ad un nuovo Mito -necessario agli uomini più del pane e del respiro-, che egli preconizza in  un' altra Preistoria, che potrebbe nascere da barbari del Terzo Mondo, dalle plebi, dai disperati e miserabili.

" .../...
E scriverò all' imperterrito Moravia, una 'PASOLINARIA

SUI MODI D' ESSER POETA', con la relazione
tra segno e cosa -e finalmente
svelerò la mia vera passione.

Che è la vita furente [o nolente] [o morente]
- e perciò, di nuovo, la poesia:
'non conta né il segno né la cosa esistente',

ecco. Se l' uomo fosse un Monotipo nella Subtopia
di un mondo senza più capitali linguistiche,
e disparisse quindi la parola da ogni sua via

dell' udire e del dire, lo stringerebbero mistici
legami ancora alle cose, e ciò che le cose
sono, non fissato più nei tristi

contesti, sarebbe sempre nuovo, colmo di gaudiose
verità pragmatiche -non più strumentalità,
travaglio che le traduce in limoni, in rose...

ma sempre e solo, luce, com' è la realtà
delle cose quando sono nella memoria
alla soglia dell' essere nominate, e già

piene della loro fisica gloria.
Se poi dovessi scoprirmi un cancro, e crepare,
lo considererei una vittoria

di quella realtà di cose. Finita la pietà figliale
per il mondo, che senso ha ancora il frequentarlo?
..."

(P.P.Pasolini,"Progetto di opere future", Poesie in forma di rosa)


Quanto maggiore è la sincerità del sentire, la passione civile e politica, l' intelligenza e l' integrità, e la conseguente capacità di preveggenza,  tanto maggiore si rivela essere la soluzione di un destino di opposizione"Opposizione di chi non può/ essere amato da nessuno, e nessuno può amare, e pone / quindi il suo amore come un no/ prestabilito, esercizio del dovere politico come esercizio di ragione."

sabato 26 marzo 2011

Sognatori sognati

Don Chisciotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier
"Parabola di Cervantes e Don Chisciotte
Stanco della sua terra di Spagna, un vecchio soldato del re cercò diversione nelle vaste geografie dell' Ariosto, in quella valle della luna ove alberga il tempo perduto nei sogni e nell' idolo d' oro di Maometto che rubò Montalbano. In mite burla di sé stesso, ideò un uomo credulo che, turbato dalla lettura di meraviglie, prese a cercare prodezze e incantamenti in luoghi prosaici che si chiamavano Il Toboso o Montiel.
Vinto dalla realtà, dalla Spagna, Don Chisciotte morì nel suo paese natale intorno al 1614. Poco tempo gli sopravvisse Miguel de Cervantes.
Per entrambi, per il sognatore e il sognato, tutta quella trama rappresentò l' opposizione di due mondi: il mondo irreale dei romanzi cavallereschi, il mondo quotidiano e comune del secolo XVII.
Non immaginarono che gli anni avrebbero finito col limare la discordia, non immaginarono che la Mancia e Montiel e la magra figura del cavaliere sarebbero stati, per il futuro, non meno poetici dei viaggi di Sinbad e delle vaste geografie dell' Ariosto.
Perché al principio della letteratura è il mito, e così alla fine."

(Jorge Luis Borges - Clinica Devoto, gennaio 1955)


D' altro canto, Borges non fa che avvertire una verità tenace ed inossidabile, magari malinconica, ma dolcemente umana: siamo tutti contemporaneamente sognatori e sognati.
La nostra più autentica condizione, quella a noi più confacente ed aderente, rimane quella fantastica.
La letteratura, le arte figurative, la religione, la politica, la filosofia, i valori ed i sentimenti, qualsiasi cosa riguardi strettamente l' umano ha natura fantastica, è sogno, o materialità dal sogno filtrata.
Questo ci rende commoventi e deliziosi.
Deliziosi.

giovedì 24 marzo 2011

"Amore: eternità stretta"

Nel tentativo di sedare quel suo sordo, occulto e smisurato dolore che, ciclicamente, come un dèmone la possedeva, senz' ombra di pregressa memoria né minima premeditazione, lei s' era ingegnata, nel corso dell' intera sua vita, a distruggere le situazioni in essere, nella convinzione di meglio riedificare.
Offesa ed umiliata dallo scempio che il tempo opera sui sentimenti e dall' indolenza ignava con cui i suoi simili gli consentono d' impoverire il loro stesso cuore, non le restava scelta alcuna se non la fede in un altrove.
Lei  si opponeva con fierezza e provava sdegno per la vile accondiscendenza alla resa che credeva di scorgere negli altri.
Non sapeva, con precisione, quali fattezze potessero avere l' armonia, la pienezza, la pace, la sintonia perfetta: sapeva soltanto che, pur se  ancora non  meritate e raggiunte, erano il suo scopo, ed il loro tramite non poteva che essere  un altro essere umano. Un affine.
Obbediva, allora, all' impeto che la spingeva -come forza primordiale- alla purificazione totale attraverso l' eliminazione di tutto ciò che nella sua esistenza pareva languire, sbiadito di ogni significato, e ciò presupponeva sempre il coraggio dell' ennesimo distacco: un processo, questo, che pareva mutuato dalla stessa Natura e dalle sue terribili e spietate leggi, ma che la costringeva -senza che potesse scorgere neppure la minima alternativa- a ripetere l' olocausto degli amori.
Ogni volta, perciò, si rinnovava il rito.
Esplodeva l' ardente passione che, come un nuovo messia, predicava ed insufflava nuova vita e dalle precedenti ceneri pareva librarsi in volo, in un trionfo di gioia. Effimera. 
E riecco, a breve, la stasi, l' acqua della disillusione sul sempre più fioco crepitìo di braci, e la nera coltre di fumo, preludio ad una nuova, amara consapevolezza.

Alla fine comprese.
Capì che nulla può essere completamente distrutto  perché ogni istante custodisce in sé un seme d' eternità, sì che non le era consentito né di acquistare né di perdere. Sua madre, suo padre, suo figlio, i morti ed i vivi, l' amore dato e ricevuto e quello di cui non s' era forse neppure avveduta, compenetravano tenacemente ogni suo respiro,  e quel respiro partecipava e dava vita, in qualche modo, anche alle loro stesse vite.


domenica 20 marzo 2011

Impossibile equilibrismo tra le umane follie

Come una consistente parte della mia generazione (quella che non ha vissuto in modo militante il '68, ma ne ha toccato con mano l' immediata contigua promanazione come schiuma effervescente di una gigantesca onda oceanica), ho subìto, ancor molto giovane, la fascinazione delle filosofie di pensiero orientali.
In senso coreografico, entrare nella mia camera di ragazza, in un ben determinato periodo, equivaleva all' immersione in un' atmosfera un po' nebbiosa profumata d' incenso, essenze di patchouli e fragranze speziate, 



Ravi Shankar e flauti indiani,  poesie di Tagore, Jubrān Khalīl Jubrān con il suo Profeta -così vicino allo Zarathustra nietzschiano, ed alla  sua prospettiva di un percorso  "oltreumano" e purtuttavia umanissimo -, colori sgargianti, propositi di pace ed interiore serenità. Per amare meglio, per amare di più.

"Mille sentieri vi sono non ancora percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancora l'uomo e la terra dell'uomo."

Non è una colpa, l' ingenuità, quando sei giovane: è grazie ad essa che si trovano forza e coraggio di crescere, affrontando la metamorfosi.
Della verità, della crudeltà vera del Potere, della sua disinvolta maestria nell' aggressione, dell' assoluto imperativo del denaro, ancora non avevo ben chiara cognizione: nell' anima del giovane non c'è alcun posto per le disillusioni o per il sospetto se quella  è affollata di sogni.

I buddhisti -quelli che non calpestano le formiche- indicavano la via alla felicità nell' assenza di turbamento. 
Nella perfetta atarassia -essi promettono- si potrà raggiungere il Nirvana.
Oggi è ridicolo pensarci: soltanto un dio può rimanere indifferente alla tragicità della nostra condizione, agli scossoni sconvolgenti di un mondo che pare prossimo alla fine.
Eppure, è sempre l' utopia di felicità che muove i nostri passi, anche se al bivio della nostra esistenza adulta è la strada del baratro che abbiamo imboccato. Traballando, incespicando, andando in cerchio senza accorgerci di ricalpestare mille volte le nostre stesse precedenti tracce, ci consumiamo le suole per raggiungerla.
Ed essa è un' affascinante nebulosa, opaca, con qualche episodico scintillio, riverbero di sogno morente, indebolito ed asfittico, ma che costituisce pur sempre una sorta di sgangherata destinazione.
Bene: continuiamo a rincorrerla - sapendo nel nostro intimo di non averne più neppure pieno diritto-, ché farlo è già propulsione all esistere.
Taoismo e buddhismo ci rivelano le insidie delle passioni e di ogni altro veleno dell' anima -ira, illusione, desiderio-, per trovare, nella meditazione e nello stato contemplativo, quella serenità che ci prepari alla forma di felicità più alta possibile.
Si vive al meglio, dunque, in uno stato di quasi non-vita? Perché è questo che all' Occidentale sembra: rinunciare alle passione è un po' morire. Noi non possiamo.

*

Ippolito, cacciatore di Trezene, morì per dispetto di Afrodite. Diana, la vergine dèa della caccia, simbolo dell' infanzia e del legame ancora inconsapevole con la Natura e la poesia -che, sola, consente il mantenimento con l' aurorale legame dell' essere-, resuscitatolo, lo portò in Italia, sui Monti Albani (l'Esperia) e lo adibì al suo culto, chiamandolo Virbio.
L' occidente, per gli antichi, era il paese dei morti...
Virbio sente però che la sua solitudine estatica non è il destino dell' uomo. L' uomo vive nel relativo, non è suo appannaggio l' assoluto.

"Diana: - C' è un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l' altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco così bene. So che è per voi vita e destino.
Virbio: - Sentirlo inquieto e smarrito quest' oggi, mi dà la prova che sono vivo. Né il vigore delle piante né la luce del lago mi bastano. Queste cose son come le nuvole, erranti eterne del mattino e della sera, guardiane degli orizzonti, le figure dell' Ade. Ora qui, in questa terra dei morti, anche le belve mi dileguano tra mano come nubi. La colpa è mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
Diana: - Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
Virbio: -Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice."
(C. Pavese, Dialoghi con Leucò)


*
 
Cerco l' equilibrio, tra le opposte folli idee.
Pensiero, ma non  esercizio intellettualistico;
Passione, ma non schiavitù dei sensi;
Contemplazione, ma non torpore di semi-vita;
Libertà, ma non solitudine ed esilio.
... e Amicizia, poi, anche se io non so più se sia...
 
 

martedì 15 marzo 2011

Frammenti da Sirio

Ad un Amico/a, avrei amato raccontare anche questi frammenti: spigolature di esperienze, spesso più buie che non, della mia anima o dell' intelletto, senza sentirmi neppure lontanamente patetica.
Al massimo,
umana,
troppo umana.




Venerdì, 28 gennaio 2011
Che cosa speravi, poi, creatura surreale che non sei altro...
Pensavi -in quella tua immensa presunzione- di plasmare un universo a te affine, conciliante, indolore, od almeno non solo troppo ostile e straniero, solo attingendo a quelle tue  miserabili energie d' umana che ritenevi nobili od almeno non abbiette e ti immaginavi condivisibili?
Pensavi fossero benefiche? Un po' assolute? Necessarie allo Spirito cosmico ed universale? E cos' è -se qualcosa è- lo Spirito? Pensavi che -se non tutti- molti avvertissero, come te, la solida struttura occulta di ciò che viene banalmente e generalmente assimilato all' aria, e non si tocca, non si gode, non si ottiene, non si permuta, non viene catturato da uno solo dei nostri sensi sensibili?

Non ti hanno condotta che a te stessa: sei rimasta intrappolata nel tuo stesso specchio.
Tu hai troppo sognato. Hai sognato come un bimbo. E' un privilegio a termine.
Ora lo sai, il velo è caduto, l' ultima roccaforte rimasta è il tuo stesso respiro, un po' affannato, spezzato dalle reminescenze del frastuono della tua corsa inconsulta. Ti tocca vivere. Qui e ora.

Ed il vivere dev' essere questo: avvicendarsi dei movimenti del respiro nella sinfonia dei pensieri.
A te la determinazione a consentirli regolari ed armonici o tumultuosi e dissonanti.

Stasera, sulla via del ritorno, mentre i pneumatici divoravano la strada, t' ha incantato un maestoso, complesso, generoso, tramonto.
La Bellezza di ciò che vive e vivrà comunque, senza di te, ti disarma. Ti insinua il dubbio d' essere, forse, senza saperlo, già morta. E ti dimostra che potrebbe non essere  poi così difficile.
Il premio dell' umiltà del ruolo di comparsa è la saggezza. Lasciare che accada. Che accada la vita, che accada l' amore, che accada la morte. Che tutto sia.

domenica 13 marzo 2011

In principio era la noia. E permane.


"La storia universale secondo la noia era basata sopra un' idea molto semplice: non il progresso, né  l' evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole, era la molla della storia, bensì la noia. Assai infervorato per questa magnifica scoperta, presi le cose alla radice. In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiandosi della noia, creò la terra, il cielo, l' acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta in paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall' Eden; Caino, annoiato d' Abele, lo uccise; Noè, annoiandosi veramente un po' troppo, inventò il vino; Iddio, di nuovo annoiatosi degli uomini, distrusse il mondo con il diluvio; ma questo, a sua volta, l' annoiò a tal punto che Iddio fece tornare il bel tempo. E così via. I grandi imperi egiziani, babilonesi, persiani, greci e romani sorgevano dalla noia e crollavano nella noia; la noia del paganesimo suscitava il cristianesimo, la noia del cattolicesimo, il protestantesimo; la noia dell' Europa faceva scoprire l America; la noia del feudalesimo provocava la rivoluzione francese; e quella del capitalismo la rivoluzione russa. Tutte queste belle trovate furono annotate in una specie di specchietto; quindi, con grande zelo, cominciai a scrivere la storia vera e propria. Non ricordo bene, ma non credo di aver oltrepassato la descrizione molto particolareggiata della noia atroce di cui soffrivano Adamo ed Eva nell' Eden, e come, a causa appunto di questa noia, commettessero il peccato mortale. Quindi, annoiato a mia volta del progetto, lo lascai lì."
(A. Moravia, La Noia)

Annoiata. Estranea al mondo. Distrutta dalla noia. Noia che  non è assenza di qualcosa, di qualcuno, di un' idea, di un sogno, ma è impossibilità di rapportarsi con le cose, con le persone, e credere nelle idee, nel pensiero e nei sogni.

Le cose, le persone, a loro volta consumate dalla loro stessa aleatorietà, inutilità e noia, non riescono ad offrire uno straccio di credibilità, non durano, non si fanno afferrare e non ti afferrano; le idee, il pensiero ed i sogni sono loro riflessi, deboli riverberi, che non possono che seguire il destino dei loro creatori.
Una malattia, cronica ed acuta. Dolorosissima. Incurabile.

Come fare a proiettarsi fuori, a sgusciare dalla morsa dell' io, a scapparne via, furtivamente, mentre quello, per un istante, si distrae, lasciandoti libera di capire, di vedere il mondo con occhi tersi, limpidi e consentirgli di prenderti ed offrirti, anche per un solo istante, l' ebbrezza dell' appartenenza?

martedì 8 marzo 2011

8 marzo: tutto da rifare, povere donne...

L' 8 marzo è una data storica, che saremmo tenuti tutti a conoscere, prima di avanzare qualsiasi approccio di tipo "umorale" oppure ideologico alla relativa celebrazione.

Intanto, la Lega e gli Industriali esultino: nonostante la pregnanza dei fatti che l' hanno originata, sacrificio umano compreso, oggi è un normale giorno lavorativo (per chi, meno sfortunato di altri, un lavoro ce l' ha), le produzioni non si fermano ed anzi vivaisti, ristoratori, tenutari di discoteche con spogliarellisti-macho e similari, registrano un positivo trend ascendente di guadagni, almeno per oggi.

Inoltre, abbiamo oggi la piacevolezza di leggere o sentire fior fiore di declamazioni provenienti da "autorevoli" esponenti del genere.

Così la ministra Carfagna per le Pari Opportunità, ci invita a festeggiare questo giorno con l' orgoglio di chi può ben dimostrare che le donne possono arrivare a rivestire importanti ruoli anche in politica, così come lei e le altre colleghe parlamentari indefettibilmente dimostrano.
Ella è la riprova vivente che uscire dai calendari unti o patinati affissi nelle cabine di guida dei Tir, o doversi ridicolizzare semi-nude nel piccolo schermo per la gioia di maschi voyeuristi frustrati, non è più un triste destino inesorabile per il sacrosanto diritto alla sopravvivenza. Si può, si può! Guardate lei, la Minetti, e ancora, ancora, ancora...
Non so, ditemi scettica, sospettosa, acida, nichilista, malfidente, ma la stessa dichiarazione (per quanto, in assoluto, un po' vana e distante anni luce dalla realtà) acquista sfumatura diversa se detta, -poniamo- da una Rosy Bindi oppure invece -sempre poniamo- dalla Carfagna.

Insomma, questione di ... sensibilità, di intuito...
Principio indispensabile di una politica seria è la non-contraddizione, che garantisce così la credibilità. Un esponente politico, a prescindere dal suo genere, deve meritare la crediblità, cioè non entrare in perenne contraddizione.

***

Lo stesso principio sopra evocato, poi, deve essere riconosciuto in ogni ambito e luogo sociale e pubblico (e per quel che riguarda me -ma non è così interessante- anche nel privato) ed allora, per ritornare alla questione femminile, mi scappa una divagazione, che scaturisce dal ricordo di una riflessione di Dacia Maraini letta in un suo libro anni orsono. E' la testimonianza di una situazione non proprio infrequente, in un' aula universitaria, in cui la docente, indiscutibilmente adeguata per l' insegnamento perché preparata, svolge la sua lezione -interessantissima e stimolante-, indossando un abito molto corto che ovviamente esibisce le sue gambe. Alla fine, giacché il linguaggio del corpo è soverchiante rispetto a qualsiasi altro, gli studenti difficilmente ricorderanno la lezione. Questo non significa che la docente non abbia il sacrosanto diritto di indossare quel che le pare (ci mancherebbe), ma, piuttosto, che ogni nostra azione, se vuole essere credibile ed efficace, soggiace necessariamente alla legge di non-contraddizione, sempre e nostro malgrado.

***

Tra la narrazione e la sfacciata propaganda, poi, ci si infila la realtà dei dati ISTAT, che testimoniano la drammaticità della situazione del lavoro femminile, in particolar modo al Sud, grazie ai progressivi tagli ai servizi ed al Welfare ed alla mancanza più assoluta di una politica del lavoro attenta alle problematiche specificamente femminili.

Questo è il più squallido degli 8 marzo di cui io abbia memoria, il più strumentalizzato di tutti, il più vergognoso.
E' l' 8 marzo in cui si osserva, oltre all' ormai noto scollamento tra la politica ed il Paese reale (ancora "giustizia" e processi del premier...), la guerra fra donne: quelle del PDL, compattissime, contro tutte le altre.
Sapete?
La "parità", ora, è davvero raggiunta: arrivate (non importa come) al potere, stiamo diventando stronze come i peggiori degli uomini...


lunedì 7 marzo 2011

Un uomo ride e un altro uomo piange...


"...
Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato, eppure egli ride 'perché' l' altro piange. Egli può massacrare, perseguitare, e uno che, nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali (allusione alle dittature europee del '900 -n.d.r.), non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l' altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita, e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: " Tu che ne pensi?"
"Di che?", mia madre disse.
Ed io: " Di tutti questi ai quali fai l' iniezione".
E mia madre: "Penso che forse non potranno pagarmi".
"Va bene", dissi io. "E ogni giorno vai lo stesso da loro, fai loro l' iniezione, e speri che invece possano pagarti, in qualche modo. Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?"
"Io non spero", disse mia madre. "Io so che qualcuno può pagarmi e qualcuno no. Io non spero."
"Pure vai da tutti", dissi io. "Ma cosa pensi di loro?"
"Oh!" mia madre esclamò. "Se vado per uno posso andare anche per un altro", disse. "Non mi costa nulla"
"Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?" io dissi.
Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un' occhiata leggermente strabica. Sorrise, anche, e disse: "Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po' di tisi e con un po' di malaria..."
Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane risposte.. Chiesi:
"Hai mai visto un cinese?".
"Certo", mia madre disse. "Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane".
"Bene", dissi io, "Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?"
"Ah, nulla di speciale", mia madre rispose, "Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte..."
"Bene", dissi io. "Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza... Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?"
"Oh!" mia madre rispose. "Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza".
"Lo so", dissi io. "Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?"
"Oh!" rispose mia madre. "Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla".
"Ma vedi", dissi io. "Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano, invece può...".
"Perché un povero cinese non può?" chiese mia madre.
"Bene", dissi io. "Immagino che una donna non darebbe nulla ad un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano".
Mia madre si accigliò.
"Non saprei", disse.
"Vedi?" io esclamai. "Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?"
Mia madre era stizzita.
"Al diavolo il cinese", disse.
E io esclamai: "Vedi? Egli è il più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?"
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
"Il cinese?" chiese.
"Il cinese", dissi io. "O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l' iniezione. Non è più uomo e genere umano, lui?"
"Lui?" disse mia madre.
"Lui", dissi io.
E mia madre chiese: "Più di chi?"
Risposi io: "Più degli altri. Lui che è malato... Soffre".
"Soffre?" esclamò mia madre. "E' la malattia".
"Soltanto?" io dissi.
"Togli la malattia e tutto è passato", disse mia madre. "Non è nulla... E' la malattia".
Allora io chiesi:
"E quando ha fame e soffre, che cos'è?".
"Bene, è la fame", mia madre rispose.
"Soltanto?" io dissi.
"Come no?" disse mia madre. "Dagli da mangiare e tutto è passato. E' la fame".
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:
"E il cinese?".
Mia madre, ora, non mi diede risposta, né strana, né non strana; e si strinse nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà più dolore; date da mangiare all' affamato, e non vi sarà dolore. Ma l' uomo nella malattia che cos'è?  E che cosa è nella fame?
Non è, l' uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese? ..."

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bompiani, 1941)

Intellettuali come quelli del secondo dopoguerra, io penso, nobilitano il sentimento dell' italianità: io provo orgoglio a rileggerli, e sono loro grata per questo. Mentalmente li ringrazio d' esser stati e di ricordarmi -attraverso le loro pagine-, che il mio Paese, pur nei drammi e nel dolore del tempo, ospitava voci e spiriti simili. Uomini. Un po' scrittori (Vittorini era autodidatta, operaio in un cantiere edile e poi tipografo. Con Pavese e
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri)
, capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Parole simili erano, in quel momento storico, coraggiose e censurate dalla dittatura fascista.

La stessa alienazione spirituale del cinese diseredato di allora, è quella dei disgraziati che sbarcano e sbarcheranno sulle nostre coste; la loro essenza è ancora quella che Vittorini vedeva: un surplus di umanità; la meditazione che viene solleticata è affine: aldilà della soluzione dei problemi pratici e sociali (dare lavoro, sostegno, cure a chi soffre di più) resta, oggi come allora e come sempre, sospesa nell' ignoranza la ragione della fatalità del dolore -legge primordiale dell' esistenza- e, con essa, la totale comprensione dei motivi del nostro esistere.

domenica 6 marzo 2011

Uccello su un filo



Come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho provato a mio modo ad esser libero.

Come un verme sopra un amo,
Come un cavaliere uscito da qualche vecchio libro
Ho salvato tutti i miei nastri per te.

Se io, se io sono stato crudele,
Spero che tu possa dimenticarlo.
Se io, se io sono stato falso
Spero tu capisca che non lo sono mai stato con te.

Come un bambino, nato morto,
Come una bestia con il suo corno
Io ho dilaniato chiunque si avvicinava a me.
Ma io giuro su questa canzone
E su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
Che metterò tutto a posto per te.

Vidi un accattone poggiato alla sua stampella di legno,
Mi disse, ''Non devi chiedere così tanto.''
E una dolce donna appoggiata alla sua porta,
Mi gridò, ''Hey, perchè non chiedi di più?''

Oh come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho cercato a mio modo di essere libero.
(Leonard Cohen "Bird on the Wire"

***


Alle volte pare sconveniente essere totalmente donna e riconoscersi in ballate da uomini.
Ma questo è il gioco eterno della tua vita: un' innata propensione all' esilio, uno scherzo, un po' crudele, della tua anima, che così tenta di sfuggire al fatale disgusto che il dovere dell' essere a modo loro ti procura.