domenica 5 dicembre 2010

Algido invernale pensiero del lupo della steppa

Vincent Van Gogh
"Ma forse non ogni uomo è uomo; e non tutto il genere umano è genere umano. Questo è un dubbio che viene, nella pioggia, quando uno ha le scarpe rotte, acqua nelle scarpe rotte, e non più nessuno in particolare che gli occupi il cuore, non più vita sua particolare, nulla più di fatto e nulla da fare, nulla neanche da temere, nulla più da perdere, e vede, al di là di sé stesso, i massacri del mondo." E. Vittorini

Non occorrono occhi microspici ed uno spirito analitico ossessivo ed ossessionante per scorgere l' assoluto dominio del brutto e del male: basta uno sguardo leggero ed ampio, con occhi tersi di coraggio.
Quale destino può avere, allora, l' anima bella ed incorrotta?
E' chiaro, lo sappiamo...  
Non vorremmo tanta consapevolezza, tanta amara vista, ma l' onestà intellettuale non è un' opzione, è un imperativo, un etico dettame.

Proveremo a destrutturare ogni edificio di pensiero già eretto, se è  a questo che ci ha condotti.
Con gli artigli e i denti difenderemo questo infinitesimo eden di ghiaccio, costruendo nuove cattedrali trasparenti e senza specchi.

venerdì 3 dicembre 2010

Simone Weil -1-: la pensatrice più affascinante del Novecento. Santa laica e rivoluzionaria. Una politica “poetica”. "La prima radice"

Simone Weil nacque in una famiglia ebraica a Parigi nel 1909 e morì ad Ashford, Inghilterra, nel 1943.
Studiò filosofia all’ Ecole Normale ed insegnò in vari licei. Brillante allieva di Alain e compagna di molti dei futuri intellettuali francesi, fu attiva intorno agli anni 20, nei circoli dell’ estrema sinistra sindacalista e trotskista. Nei primi anni 30 abbandonò l’ insegnamento per sperimentare personalmente la condizione operaia, lavorando a cottimo presso le officine Renault , per circa un anno, prima di ammalarsi di pleurite ed essere costretta a rinunciare.
 “Chi deve lavorare tutti i giorni sente nel suo corpo che il tempo è inesorabile. Lavorare. Provare il tempo e lo spazio.”
Tutta la vicenda umana, filosofica, politica della Weil è caratterizzata e profondamente segnata dalle vicende della seconda guerra mondiale e dai totalitarismi di quegli anni.
Come volontaria repubblicana partecipò, nel 1936, alla guerra civile spagnola, arruolandosi tra le fila anarchiche della Colonna Durruti, dove si procurò una ferita e fu costretta a rientrare in Francia.
“La rivoluzione è un ideale, un giudizio di valore, una volontà” .


Non poteva in alcun modo limitarsi a fare l’ intellettuale –per quanto possedesse, in tal senso, un’ indiscussa dote di genialità-: Simone doveva costantemente suffragare il pensiero attraverso l’ azione,
lavorare in fabbrica, indebolendo la propria fibra lasciandosi consumare dalla fatica; lavorare nei campi per la raccolta dell’ uva; intrattenere serrate discussioni la sera con amici intellettuali per esaminare la condizione operaia di oppressione sociale; più tardi, costretta a fuggire in America per sfuggire alle persecuzioni razziali, stare molto vicina ai poveri di Harlem.
Questo fatto, a mio avviso, costituisce già in sé e per sé, una testimonianza di grandezza.
Fragile di costituzione, tormentata perennemente da un’ emicrania cronica che la induceva a conoscere che cosa significhi essere "morta da viva", la sua coerenza fu sempre ferrea, tanto da farla apparire, in alcuni aspetti, intellettuale stravagante, raffinata ed aspra fino all’ estremismo: si rifiutava di consumare anche un solo grammo di cibo di più della razione prevista per i combattenti al fronte.

Nel 1937 , si avvicinò al Cristianesimo, come approdo di quella Verità che fu il senso di tutta la sua esistenza: questa donna eccezionale, dal “carattere ardente”, dal “pessimismo ardito”, dal “coraggio estremo” vivrà tutta la sua vita accompagnata dalla lucidità dell’ idea della morte che rappresentò il vettore stesso di ricerca della verità, ma non delegò mai a nessuna istituzione, né politica, né ecclesiastica, il compito di tradurre o condurre il suo pensiero. Non s’ iscrisse mai ad alcuna organizzazione politica, né si fece battezzare: ciò garantiva la totale coerenza con sé stessa.
Simone Weil fu un’ originale, grande, acutissima filosofa, e forse il fascino del ricordo della sua vita ha sempre prevalso, ingiustamente, sull’ oggettiva considerazione del suo pensiero filosofico, che invece è
enormemente interessante e nuovo, perché derivante da una straordinaria tensione spirituale, libera da qualsiasi ideologismo. Ogni Pensiero, in lei, anche e soprattutto quello politico, nasce da un’ ispirazione ed uno slancio innanzitutto etici: la sua scelta è essenzialmente quella di stare dalla parte degli oppressi, ed il rispetto di simile scelta la portò anche a muovere critiche allo stesso marxismo di cui criticava la configurazione teorica dello Stato: per lei ciò che è fondamentale è la rigenerazione spirituale di collettività ed individuo attraverso una democrazia che si radichi anche nelle tradizioni e nel passato in una società giusta  e rispettosa delle singole persone.

Simone anarchica, Simone rivoluzionaria, Simone totalmente dedita al prossimo ed alla sua idea di Uomo, Simone lucidissima e pessimista, Simone liberamente mistica.

Tutte le sue opere furono pubblicate postume. Dopo l’ esilio americano, incapace di stare lontana dall’ Europa e dalla lotta a fianco dei partigiani francesi, rientrò a Londra. Nonostante le fosse stata diagnosticata la tubercolosi e prescritti riposo e dieta adeguati, lei proseguì incurante nel suo eccezionale attivismo, donando parte del suo cibo alla Francia occupata. Morì nel sanatorio di Ashford, nel Kent, ed in quella meteora di soli trentaquattro anni di vita ha lasciato un’ eredità straordinaria ai pensatori e pensatrici del futuro ed un esempio di onestà intellettuale difficilmente emulabile dalle generazioni successive di filosofi.

Mi piacerà ragionare un po’ , tra queste pagine, prossimamente, dei contenuti della sua opera. Vorrei cominciare con “La prima radice”, il saggio che parla dello “sradicamento”, ossia la malattia metaforica che costituì la crisi della civiltà europea durante la seconda guerra mondiale. Parla di OBBLIGHI e di RESPONSABILITA’, come mezzi per garantire il destino eterno dell’ umanità.
Oggi, di questi mezzi abbiamo forse più bisogno di allora.



Simone Weil- La prima radice- 1: Le esigenze dell’ anima. Gli obblighi ed i diritti.

Simone Weil non è mai stata davvero contemporanea al suo tempo, e, in un certo senso, non lo è neppure al nostro.

Lei ci parla da una certa distanza, essendo una pensatrice di originalità assoluta, in grado di fondere ragione e sentimento ad una capacità visionaria e profondamente mistica di lettura della realtà: ci parla da un punto di vista esterno, trascendente ed impersonale: quello del Bene e della Giustizia.

"La prima radice" è il testo in cui affronta il tema dell' "Enracinement", ovvero lo sradicamento, la malattia sociale derivante dalla logica di un potere autoreferente che si conserva ed accresce creando immagini di sé assolute ed intangibili. "La lotta tra avversari e difensori del capitalismo, questa lotta tra innovatori che non sanno cosa innovare e conservatori che non sanno cosa conservare, è una lotta cieca di ciechi, una lotta nel vuoto, e che per questa stessa ragione rischia di volgersi in sterminio".


[Potremmo, tranquillamente, aggiungere, tra le righe, che oggi non esiste un solo umano che non sia sradicato, strappato dalla propria origine, dall’ incipit iniziale, dalla stessa sua indole e forse dal suo stesso scopo. Non facciamo che mentire, che mentirci, e sforzarci di credere d’ essere veri. Questo è perfino comprensibile: siamo tutti di-sperati. Perfino questo pullulare di blog lo attesta. Perché siamo ridotti dietro ad uno schermo, perché ci esprimiamo in una realtà fatta di pixel? Perché non abbiamo più una tangibile realtà in cui farlo, e, forse, pur avendola, ne avremmo paura, o non sapremmo di fatto gestirla.]

Illuminante e solo superficialmente ovvio, è quello che Simone Weil ci dice, in questo testo prezioso, innanzitutto.

Il punto di partenza, l’ essenziale incipit, è la comprensione dell’ enorme differenza di prospettive che recherà considerare il fatto che, in una data società, è della massima importanza capire che gli esseri umani DEVONO imparare a pensare a sé stessi come portatori di OBBLIGHI e non già di soli DIRITTI.

“La nozione di obbligo predomina su quella del diritto, che le è relativa e subordinata. Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’ obbligo corrispondente; l’ adempimento effettivo di un diritto non viene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa.”


“L’ obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale nulla.”

Un uomo ha solo dei doveri –alcuni dei quali verso sé stesso- e gli altri, considerati dal suo punto di vista, soltanto dei diritti. I suoi diritti nascono quando gli altri prendono atto, a loro volta, dei loro obblighi verso di lui.

Nel campo delle umane cose l’ oggetto dell’ obbligo è sempre l’ ESSERE UMANO IN QUANTO TALE: c’ è obbligo verso ogni essere umano senza bisogno che intervengano altre condizioni: è un obbligo eterno che risponde al destino eterno dell’ uomo, ed , essenzialmente, si compone di un sostanziale rispetto che, in modo reale e non fittizio, può essere espresso attraverso l’ attenzione nei confronti dei bisogni terrestri umani.

Può essere “innocente” chi, avendo cibo in eccesso, non dà aiuto ad un suo simile che muoia di fame? (è ciò che fa l’ Occidente – noi tutti, qui- nei confronti del Terzo e Quarto Mondo; è ciò che il capitalismo ha consentito, è ciò che può permettergli di permanere).

Nessuno, io credo, può nutrire dubbi al riguardo: è, dunque, ad esempio, un obbligo eterno verso l’ essere umano far sì che non esistano persone che soffrano la fame mentre altre hanno cibo in abbondanza.

Su questa falsariga la Weil stilò un elenco degli obblighi imprescindibili cui ciascuna società è improrogabilmente tenuta.

Non è consentito confondere i bisogni umani con i desideri, i vizi, i capricci. Ed i bisogni non sono soltanto materiali: altrettanto essenziali sono quelli dell’ anima.



Li elencò nel modo seguente e  proverò a descriverli nei prossimi post:
1- L' Ordine; 2-La Libertà; 3-L’ Ubbidienza; 4-La Responsabilità; 5-L’Uguaglianza; 6-La Gerarchia; 7- L’ Onore; 8- La Punizione; 9- La Libertà d’ opinione; 10- La Sicurezza; 11- Il Rischio; 12- La Proprietà privata; 13- La Proprietà collettiva; 14- La Verità.

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giovedì 2 dicembre 2010

Senilità



In alcuni momenti nulla sintetizza tanto l' essere umani quanto il terrore di non saper più sopportare oltre la vita.
(Terrore: sì, perché la vita possiede una sua sacralità intrinseca, che ammanta ogni suo aspetto, ogni suo momento, ogni sua manifestazione e lo possiede a prescindere dall' orientamento religioso o dall' assenza di fede in elementi ultraterreni. E' "sacralità cosmica", alimentata non tanto dal mistero della nascita e della morte, ma dalla nostra attitudine, dal nostro vizio insopprimibile del pensarli, del raffigurarli, ponendoli al di fuori di noi, consentendoci di effettuare una scissione, oggettivizzandoli.)

In quegli istanti essa grava addosso con il furore di una pena immensa, di cui è lecito provare orrore; ed è una pena ancestrale, che arriva da lontano, che pare conosciuta da sempre, perché da sempre strazia - come se sapessimo perfettamente che ci converrebbe, tutto sommato, non essere (a colui che non è ogni cosa è indifferente e se non può dare gioia, non può neppure recare danno), ma il saperlo è chiaro segno che siamo eccome, ed allora non c' è affatto alternativa-.

L' anima bella che non ha Dio, ha soltanto gli uomini.
Non è dato vivere senza l' incontro con l' altrui spirito, ma questi, più spesso che non, può recare dolore immenso.
Si cerca nobiltà, un frammento di specchio in cui riconoscere qualche tratto del nostro volto, ma si raccoglie invece quasi sempre una messe di paura, tremore, viltà, egoismo. Così meschino ed esile: la limitatezza dello spirito altrui, allora, uccide.

A questo punto si teme la pazzia, ... o la poesia. Forse non c'é poi gran differenza.

Così l' anima si sente offesa ed umiliata e nera, come gli abissi in cui conduce questa crudele, cocente disillusione, dettata da incontenibile sete.
C' è chi non può evitarlo.
Costretto dalla sua stella, costretto dai suoi geni, dannato da un cuore dalle abnormi ingorde esigenze, posto in in un corpo piccolo e finito.

Sono tipi umani votati all' esagerazione, all' abnegazione: incutono paura ed amore pietoso e sconfinato. In loro non basta la mite tristezza, no... : diventa straziante angoscia. Né si accontentano della dolce malinconia: saranno piuttosto lacrime brucianti a solcare l' anima. L' amore, non consolazione ma furente demone. La vita, non sequenza di respiri ma incontrollabile fame d' aria. Devastante energia. Essa in loro si stordisce in un boato, ed è suono terrificante e spaventosamente violento: pare il fragore possibile allo spalancarsi della porta dell' inferno.

Anelano alla pace, e sanno che non potrà che coincidere con la loro stessa estinzione.
"... e mi sovvien l' eterno, e il suon di Lei..."

- Rabbrividisco e mi pare di partecipare. Appartengo a quello stuolo. Empatizzo: vedo l' uomo che contempla la profondità del mare fino ad accettarne il richiamo; l' uomo che attende ad occhi aperti l' attimo dell' impatto con la macchina motrice del treno lanciato nella sua corsa; l' uomo allo specchio, affascinato dal riflesso guizzante di una lama. Penso al suo istante di arresto, e mi par di poterlo conoscere, d' esserci stata accanto mille volte, come invisibile, silenziosa, infinitamente compassionevole compagna. Mi pare di sapere alla perfezione come sia inappellabile e senza ritorno la lucidità di chi guarda con sguardo freddo e duro, ma sincero ed eroicamente umanissimo l' attimo precedente l' ultima finale determinazione. Quale sconfinata abilità possediamo, noi tutti, angeli senz' ali, di concepire disperazione!-

Trafitti da un' eterna, infinita lancia di energia che li trattiene inchiodati al suolo, costretti a vivere passioni terrestri, talvolta colmi di disgusto, ... e lo sguardo rivolto in alto, dove l' aria è rarefatta e leggera, dove tutto -immaginano- è possibile, dove non dovranno più abbassare gli occhi, mortificati dalla loro stessa impotenza, dalla loro finitezza: non sono dunque, non siamo dunque, splendidi eroi a tollerare questo nostro destino?

mercoledì 1 dicembre 2010

Bisanzio



Il cantautore ruspante con il fiasco di Sangiovese sul palco: non è mica necessario trasudare snobismo per produrre comunque bellezza...

domenica 28 novembre 2010

Lazzari e Cristi



"Abbiamo tutti idee e sentimenti potenziali che passeranno dalla potenza all' azione solo se giunge chi ce li risvegli. Ognuno di noi porta dentro di sé un Lazzaro che ha solo bisogno di un Cristo che lo resusciti. Disgraziati i poveri Lazzari che terminano la loro carriera di amori e dolori apparenti, senza aver incontrato il Cristo che dica loro: alzati!" ( Miguel de Unamuno -Il segreto della vita)

Come dire anche: noi tutti  desideriamo, con grande forza, credere in qualcosa di degno, lasciarci sedurre da un' Idea, pensare che esista un elemento - di fede od utopia o anche solo sogno- che ci sovrasti.
E' il nostro eterno bisogno di Madre, che nasce e ci accompagna sino alla morte.
Madre che comprenda anche ciò che noi , di noi stessi, non riusciamo ad interpretare tanto è nebuloso ed incerto, immerso nei nostri stessi abissi, di cui abbiamo smarrito la via d' accesso.

Chi nasce Lazzaro, chi Cristo: pericolosa la strada di entrambi ...
Il primo potrebbe essere l' eterna crisalide che invano attende il momento di asciugare le ali e librarsi in volo; il secondo, invece,  deriso e crocifisso dall' ignoranza e trivialità dei suoi simili.

***

Saffo avrebbe voluto lasciar esplodere le sue visioni - ed invece implodeva, frustrata, costantemente-, perché la vita, le sue allegorie, le sconcezze, le miserie, le vergogne, le bellezze ed il sublime che vi intravedeva continuavano a sussurrare in lei e ad ammaliarla, a sedurla,  scuotendola fin alle radici ed al suo profondo, misterioso nucleo, ma non poteva condividerle: non era compresa.

"Placida notte, e verecondo raggio/ della cadente luna; e tu che spunti/ fra la tacita selva in su la rupe,/ nunzio del giorno; oh dilettose e care/ mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,/sembianze agli occhi miei; già non arride/ spettacol molle ai disperati affetti." (Giacomo Leopardi- Ultimo canto di Saffo)


La generalità di coloro che la circondavano , invece, "scoppiettava" di modesto fuoco, poi si fermava, come morta, come giocattolo rotto; indi aspettava una spinta, riprendeva a crepitare, ancora per un po', s' indeboliva ancora, sperava di suggere altra linfa di energia,e poi ri-taceva e di nuovo si arrestava.
Un meccanismo difettoso: s' inceppava ad ogni pié sospinto.

Aveva intorno persone che pretendevano la sua amicizia. Lei era generosa, ad amare ci metteva un istante, non dubitava mai della veridicità di ciò che le si diceva: si offriva e basta.
Forse questa potrebbe essere scambiata per ingenuità, ma è ingenuo, piuttosto, chi lo pensa.
Uscire da sé stessi è una liberazione.
Aprirsi al mondo è respirare nuova brezza, espandersi, spezzare il giogo.
Non ha paura, conosce la sua forza, che le  deriva dal contatto con gli dèi mai reciso.
La sua forza è tutta nella visione del simbolo.

***

Perché alla fine dei conti di che si tratta?
Si tratta di vivere.
Di darsi il massimo, il meglio, di trasmettersi umanità, solidarietà, benevolenza, amicizia, idee, sogni.
Si tratta di accomiatarsi da un tuo simile con la sensazione di aver trasmesso e ricevuto il valore aggiunto, e di esserne paghi, anche se è stato un attimo.
Un attimo ha in sé la vera essenza dell' eternità.
La dotta lira ed il canto possono avere la meglio sul nulla.

sabato 27 novembre 2010

La storia breve di Virginia. Quando il vivere fa male.

Fosse nata soltanto qualche decennio dopo, il suo destino sarebbe stato completamente diverso e forse pure benevolo, anziché tragico, come, invece, si dimostrò d' essere.

Virginia Woolf era scrittrice, una donna sensibile ed intelligente, un' artista, con le intuizioni e la genialità del caso.
La nostra vita è in gran parte il  frutto di imperscrutabili coincidenze e fatalità. La neuropsichiatria moderna forse avrebbe potuto aiutarla.

Soffriva di depressione, acuita e favorita dai numerosi e crudeli lutti che subì fin dai primi anni d' età: la morte della madre, quella del padre, e quella dell' adorato fratello che condivideva la sua passione per le lettere. Nella sua giovinezza subì anche abusi sessuali da parte di un fratellastro.

Quella che lei definiva "pazzia" aveva un effetto stimolatore sulla sua produzione letteraria e le aumentò ispirazione ed intuizione creativa. Scrisse molti romanzi, in cui il più sotterraneo e contemporaneamente cosmico spirito femminile aleggiava. Sposò un uomo che l' amava.

Ma la malattia nervosa albergava in lei e le smorzava la forza e la gioia di vivere: udiva voci dentro di sé che incessantemente parlavano e non le davano pace.
Una mattina di primavera, preso il suo bastone da passeggio, lasciò la sua casa di campagna nel Sussex e si avviò verso la sponda del fiume Ouse. Riempì le tasche della sua veste con pesanti pietre ed entrò nell' acqua, lasciandosi annegare. Lasciò lettere di scuse, consapevole del dolore che quel suo gesto avrebbe causato in chi restava ed aveva cercato in tutti i modi di sostenerla. 
***

E' un quadro di sofferenza solitaria, che neppure l' amore ricevuto poteva sollevare. La sua storia mi ha sempre mossa a compassione, dettata da profonda empatia.

Penso al dolore di molti, ed alla crudeltà fatale  che determina talvolta il  nostro destino d' umani.

Penso che non si possa chiedere a chiunque di emulare il biblico Giobbe, perché non tutti siamo Giobbe ed il suo Dio di non tutti si avvede e non a tutti rivolge la parola.

Penso che siamo troppo -e scandalosamente-  soli, e che la nostra tristezza sia legittima e sempre eroica.
Spesso la tragicità dell' esistenza non sta nella solitudine in sé e per sé, rispetto alla quale ciascuno di noi potrebbe attrezzarsi spiritualmente, fosse pure accettandola od usandola per la realizzazione della propria indole, ma bensì nel non poterla vivere o subire che a metà in una situazione di frustrante inconcludenza: eternamente isolati dentro e purtuttavia attorniati da una vociferante folla fuori.
Una folla che, blaterando e gesticolando convulsamente a dispetto della tua esistenza -di cui non s' avvede e non ha alcun bisogno-, rappresenta grottescamente l' assenza, anziché la presenza di tuoi simili.
Tutto questo tiene sospesi in un limbo in cui non si è completamente né soli né uniti a qualcosa o a qualcuno: esseri incompiuti e girovaghi, desideranti in eterno una forma definita che mai arriverà.

Non si dovrebbe dibattere sull' eticità della  morte e della vita: non sono eventi accessibili alle parole, non appartengono alla sfera dell' intelletto, non possiedono logiche e percorsi determinati o determinabili: sono quanto di più esclusivamente personale ed intimo ciascuno di noi possegga, affari di ogni nostra unica ed esclusiva anima.
Ogni riferimento alle correnti opinionistiche contrapposte "eutanasia/pro-vita" mi fa, letteralmente, orrore.
E nefanda mi pare e mi disgusta la solerte pretesa di chi (Stato, Chiesa, Scienza) pretende di "difendere" il tuo diritto alla tua vita o alla tua morte quando entrambe non hanno ormai speranza di alcun sviluppo né futuro, mentre della precedente tua esistenza  - nella sua complessità od anche pesante difficoltà-, non s'é mai né accorto, né curato. Nella società perfetta, avrebbe, invece, dovuto.



giovedì 25 novembre 2010

La cartolina da Parigi



Mio caro amico,

ho ricevuto ieri la tua gradita cartolina da Parigi. Rigidamente in bianco e nero, come sai che preferisco, e di suggestione un po’ bohémienne, fumosa, sfumata, intima.

L’ atmosfera notturna di café di Montmartre, le luci soffuse, la coppia in primo piano. L’ hai fatto apposta a scegliere quello scatto, lo so bene: ad ogni cartolina ti aspetti un romanzo, neanche fossi una scrittrice. E’ il nostro gioco.

Nella scena lei è disposta all’ ascolto, con le labbra atteggiate appena -quasi impercettibilmente- ad un sorriso enigmatico, tutto interiore. La sua è una bellezza sobria, spartana, non ha un filo di trucco, niente è da aggiungere né da eliminare e purtuttavia rimane discreta, quasi invisibile per chi vede solo con gli occhi: l' armonia di un volto pare capace di trascendere i soli sensi di chi la possiede e chi la coglie e rimandare ad una regione dell' anima lontana, o sempre altrove. Lui è concentrato sul viso di lei, e nient’ altro, preso a raccontare qualcosa di divertente, o forse dolce: un ricordo d' infanzia, un dialogo già stato, un sogno dettagliato...

Sono due innamorati?

Si sono conosciuti un attimo prima, per caso, ed ora stanno lì, per svelare il mistero dei loro due universi personali ed occulti?

E’ così: infatti non si toccano e le braccia di entrambi sono ancora conserte, aderenti ai rispettivi corpi, come per naturale riserbo e difesa, come per pudore, come per timore di sciupare un' equilibrio magico ed insperato.

E’ il momento migliore, in assoluto, del rapporto tra due esseri umani: una pagina vergine di futuro possibile.

E’ l’ attimo stregato in cui tutto fluttua nell’ oceano infinito delle mille combinazioni probabili. Raccolti ed uniti ciò che sei stato, ciò che adesso sei, e ciò che potresti essere fra un istante.

Senza l’ ingombro della reciproca conoscenza, ogni sviluppo è ancora potenzialmente possibile: com' è libera quella libertà di sospensione del tempo... "Elle est retrouvée./Quoi? - L'Eternité./C'est la mer allée/avec le soleil."


***
Ricordo la generosa digressione sugli sguardi di due sconosciuti ne "La morte a Venezia": nel silenzio, nella titubanza a dar voce a ciò che attira, ma anche spaventa e, soprattutto, potrebbe evaporare nel nulla, lasciandoci ancora soli, si consuma la piccola eternità perfetta di un' anima...

***

Ricordi il tipo di sensazione che dà una simile situazione? Se non la conosci...allora non sai quasi nulla.

E’ questa la Magia della Vita: qualsiasi cosa possa succedere, o non succedere, poi, non potrà eguagliare, in nessun modo, la deliziosa tensione del momento dell’ incontro tra due anime sconosciute.

O sono, invece, due amici?

Se così fosse, hanno ben di più del semplice scambio sentimentale e romantico.

Che cosa potrebbe esserci di più gratificante della consapevolezza d’ aver accanto chi ti ama, ma non ti risparmia alcuna critica, se serve, e non vuole a forza possederti, o tarparti le ali, o cambiarti, o costringerti a scelte obbligate?

Lasciamoli lì, a sussurrare fitto fitto quei loro esclusivi segreti; andiamo via in punta di piedi, sgombriamo la scena, portando con noi una sorta di calda malinconia per l’ attimo perfetto che stanno vivendo e che noi, instancabilmente, cerchiamo.