Nel sogno, stanotte, i due guerrieri indossavano pesanti armature da paladini e dietro l' elmo celavano i volti di due persone a me note, cui voglio bene. Uno cercava di motivarmi per farmi restare dove sono, un altro, all'opposto, mi incoraggiava a seguirlo altrove in cerca di felicità, e brandiva un'ascia bipenne, che solo ora apprendo essere evocativa del potere del fulmine e della tempesta.
Non ricordo la mia scelta, ma, se non ho equivocato per l' intera mia vita sulla mia stessa indole, posso certamente immaginarla.
Mi sono alzata con un sentimento di indignazione, come se scoprissi per la prima volta che esiste una questione esistenziale di fondo intollerabile e di suprema insensatezza.
Ma come: ho soltanto questa vita che non potrò mai dire risolta e compiuta e non (mi) succede assolutamente nulla? Non faccio niente, non rivoluziono il mio presente, non spacco ogni cosa, non urlo come un'ossessa, non impazzisco?
Avrei voluto conoscere e fare talmente tante cose che neppure la più longeva delle esistenze bibliche avrebbe potuto contenere.
L'intero universo persegue lo scopo di minimizzare la vita di ogni individuo, di trattarla in modo sprezzante, di umiliarla. Ma lo fa senza traccia di malvagità, con placida noncuranza.
E' talmente evidente la fragilità dei corpi: una caduta accidentale ci spezza le ossa, una strofinata contro una superficie ruvida e dura ci strazia la pelle e ci fa sanguinare, l'invisibile virus ci uccide, una pena d'amore ci mina il sistema nervoso, la malattia distrugge perfino il pensiero.
La misera condizione di tutti coloro che si arrovellano a dire senza osare il fare, ad esternare opinioni sfinendosi di narcisismo, ad invocare rivoluzioni pubbliche stritolati nell'ancien régime della vita privata, ad accettare la scappatoia della trascendenza per non soccombere di follia nel fissare lo sguardo vuoto della realtà...
Non potrò mai essere quel che avrei voluto, fare quello che mi piaceva immaginare, conoscere ciò e chi desideravo: la vita è troppo breve, i mezzi fuori portata, le persone viscide e scostanti, capaci di gonfiare di parole il prossimo pur di celargli i loro miserucci edonistici fini.
Vorrei sapere che farmene, di questa consapevole finitudine, anzi: vorrei disinteressarmene nel modo più totale (in fondo non mi riguarda affatto la cosa o la non-cosa che sarò una volta morta: io ho urgenza di vivere da viva) e, nel mentre, razionare le mie energie superstiti per qualcosa che valga, che sia degno, che sia vero.
Da ora, di conseguenza, tornerò al mio antico istinto che, assai poco saggiamente, ho lasciato alle porte dell'ingresso all'età adulta sposando quella pragmatica tolleranza che non conduce che alla disperazione.
Lascerò che mi conduca verso il vero vero amico, il sano desiderio, le anime davvero belle,
e smascheri le inutili e mendaci parole.