martedì 19 aprile 2011

Ingenua sapienza

Io devo confessare di amare, in genere, i filosofi -antichi e pre-moderni-, a causa di un innato sentimento materno che mi deriva dall' appartenenza al genere femminile.
Li amo per la loro ingenuità e nonostante la maggioranza di loro fosse irrimediabilmente e penosamente misogina, cosa che alimenta, tutto sommato, quell' istinto compassionevole e tendente al perdono che fa anch' esso parte -o ne consegue- dell' indole di donna. Come una mamma, sorvolo sui diffettucci, ché tanto, poi, l' esser misogini avrà avuto tristi effetti sulla loro stessa vita.
Può, un saggio, essere, al contempo, ingenuo?
Sì, lo può, anzi deve esserlo. Ingenuo, ovvero con idee che si generano, che nascono, da dentro.

Mi commuovono, i filosofi, perché sapevano ogni cosa sull' umana natura ed amavano sì tanto l' uomo da proporgli più di un valido modello di esistenza felice, compresi pure tracciati ed indicazioni dettagliate per la civile convivenza con i propri simili: stati e repubbliche ideali, gerarchie e valori.
Tra i tanti proposti, avremmo pur potuto sceglierne uno di adatto e soddisfacente e viver così senza troppe scocciature e sofferenze questa manciata di giorni dell' esistenza mortale, i quali, per chi non trascende, sono pure i soli di cui aver responsabilità e coscienza!

Invece no, non li abbiamo ascoltati, ed ora siamo nei guai. Naturalmente il modello perfetto non c' è mai stato, ma qualche solido puntello, cui poggiare il nostro assalto al futuro, ed evitare d' incasinare il mondo come invece abbiam poi fatto, avremmo dovuto difenderlo con  le unghie e con i denti.
Che so, qualche brandello di antica verità, piccole dosi di etica, un po' di buonsenso e lungimiranza, ...saggezza, insomma.
Ingenua sapienza.


Prendi quello sfigato, ma geniale, di uno Spinoza, ultimo degli antichi, primo dei moderni,  morto prima di saper nulla di evoluzionismo, rivoluzione scientifica, produttività agricola ed industriale, anatomia umana e neuroscienze: non era completamente moderna la sua intuizione che l' uomo è un essere capace di sviluppo e che è mosso da una pulsione di base che lo porta ad assumere il controllo sulla natura e migliorare la propria posizione attraverso il continuo incontro-scontro con i suoi simili? Il conatus era il centro della visione dell' uomo di Spinoza.

La sua enfasi sull' uomo -la cui bellezza non sta nello sfarzo o nell' apparenza, ma nell' armonia delle sue azioni, che devono tendere al suo sviluppo, per toglierlo dallo stato dell' aggressività ferina, inducendolo a stringere un patto con gli altri uomini e con lo Stato- mira a suggerirgli un percorso ideale e reale, che lo conduca alla felicità, che si realizza collettivamente amando i propri simili ed individualmente attraverso la comprensione della natura e delle sue leggi.
Come in Dante, anche per Spinoza Dio, o la Natura, corrisponde a sapienza e conoscenza.

***
 Questo scolio al Corollario della Proposizione 31, intanto, lo dedico al nostro premier ed alla politica italiana tutta:
"... questo sforzo di far sì che ciascuno approvi ciò che noi stessi amiamo o abbiamo in odio è, in realtà, ambizione; e perciò vediamo che ciascuno desidera per natura che gli altri vivano secondo il suo talento; e poiché tutti hanno ugualmente questo desiderio tutti sono ugualmente di ostacolo gli uni agli altri, e poiché tutti vogliono essere lodati o amati da tutti, tutti si odiano a vicenda"


lunedì 18 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -5-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011, -4- in data 12/04/2011 )

Propaganda e comunicazione politica non sono sinonimi: la prima non consente alcun contraddittorio mentre la seconda dovrebbe implicare la presenza di voci pluralistiche, che abbiano pari opportunità di accesso ai canali di comunicazione.

Trent' anni dopo le intuizioni di Le Bon, Cachotin, in un suo libro circolato in pochissime copie e ripubblicato nel secondo dopoguerra, spiegava l' efficacia della propaganda in base ai principi della riflessologia di Pavlov.

[L'esperimento più significativo in questo senso è quello che è passato alla storia come "Il cane di Pavlov". In questo esperimento Pavlov fa precedere all'azione di dare del cibo a un cane il suono di un campanello; nella prima fase dell'esperimento Pavlov fa suonare il campanello e non rileva nessuna secrezione salivare nel cane, in seguito gli fornisce la carne e lo stimolo viene attivato; nella fase successiva il campanello viene fatto suonare mentre al cane viene dato il cibo. Infine nella terza fase viene rilevato uno stimolo salivare già al solo suono del campanello: il cane associa al suono del campanello l'arrivo del cibo e ciò provoca in lui una secrezione salivare, l'acquolina in bocca, appunto. Il campanello diventa quindi lo stimolo condizionato, di ciò che solitamente avveniva solo per stimolo diretto (incondizionato). Dopo molti esperimenti sui processi digestivi, Pavlov intuì come alcuni stimoli che non sono direttamente collegati al cibo, possano generare secrezioni salivari note comunemente come "acquolina in bocca"; poté quindi dimostrare che il cervello controlla i comportamenti non solo sociali, ma anche fisiologici.

 (Tratto da Wikipedia)]

Stesso processo, secondo le idee diffuse negli anni Trenta e Quaranta, muoveva il messaggio comunicativo di massa, ("teoria ipodermica"): esso era lo stimolo che, adeguatamente e correttamente trasmesso, provocava la reazione desiderata.

Con una certa tendenza alla banalizzazione, verso la fine degli anni Cinquanta il libro " I persuasori occulti" di Vance Packard, insegnante di giornalismo all' Università di New York,  ebbe un successo strepitoso. La tesi lì sostenuta -cui gli americani, molto sensibili al sospetto d' essere "eterodiretti", guardarono con particolare stato di allarme- era che fossero all' opera forze occulte, che si avvalevano di tecniche proprie della psicanalasi, della psichiatria, delle ricerche motivazionali, finalizzate a manovrare ed indurre i consumi, la politica, i meccanismi mentali.
E' la tesi del complotto, che però non può avere, invece, l' efficacia tanto paventata a livello di massa: sarebbe una semplificazione abbastanza ingenua.
Il dibattito successivo, infatti, ha convincentemente dimostrato che il processo di persuasione "occulta" può funzionare nel modo da Packard descritto soltanto in particolari situazioni di incertezza e crisi e che esso può pertanto agire similmente ad altri meccanismi da ricondurre nell' ambito della teoria della razionalità limitata, come l' autoinganno o la dissonanza cognitiva.

Altri studi,  riprendendo la concezione interattiva di Gabriel Tarde, dimostrano come esista, oltre all' influenza delle maggioranze, anche un' influenza delle minoranze attive (avanguardie artistiche, movimenti vari, come quello ecologista e femminista).
A partire dagli anni Settanta, quest' ultimo fenomeno indica che un ciclo intero della comunicazione s' è chiuso e che si stava aprendo il nuovo ciclo della comunicazione politica.

La comunicazione politica, come già si è detto, potrà distinguersi dalla propaganda, nel  momento in cui i canali di trasmissione del sistema possano godere di un' arena relativamente pluralistica e sufficientemente in grado di raggiungere la maggioranza della popolazione.
Se è necessaria la presenza di un giornalismo indipendente, è pur vero che quell' arena non può essere costituita dalla stampa, che resterà comunque un terreno d' élite, rivolto ad un pubblico ristretto.
E' solo la televisione che può aspirare di coinvolgere le platee gigantesche dell' elettorato.

Paradigmatica può risultare l' osservazione dei duelli televisivi durante le elezioni politiche americane dopo il 1960 (dal 1952 al 1960 il tempo televisivo doveva essere comprato e pagato dai partiti per i loro candidati e costituiva un costoso strumento propagandistico  da affiancare ad altri più tradizionali).
Il faccia a faccia tra Nixon e Kennedy fu visto da una platea stimata tra i 65 ed i 70 milioni di spettatori e fu decisivo per le sorti della campagna elettorale: sino a quella serata Nixon appariva in testa ai sondaggi, ma il pronostico si ribaltò in quella e nei tre successivi dibattiti.
Kennedy fu più abile comunicatore, più giovane, più attraente, più affascinante. E vinse, a prescindere dai contenuti.
Otto anni dopo Nixon si prese la rivincita. Era considerato politico abile, ma infido, un eterno secondo, un po' antipatico, privo di umorismo e calore umano,  ma il suo staff comprese che " non c' era bisogno di un n uovo Nixon, bastava un nuovo stile televisivo".

Come scrisse Daniel Boorstin ( lo stesso che definiva "pseudoeventi" ciò che, pur non essendolo, diventa evento nei media, che in questo modo "costruiscono" la realtà), lo pseudoevento umano ha per protagonista una persona che può essere "né buona né cattiva, né importante né insignificante", e ciò che conta è che i media possano fornire di essa un' immagine che soddisfi "le nostre esagerate speranze di umana grandezza".
Come dire: "una nuova specie di vacuità umana".

Nel perfezionamento di un tale sistema, si sviluppano tutta una serie di altri strumenti, alcuni dei quali molto sofisticati, che hanno un diretto rapporto con la psicologia collettiva e con i fini della comunicazione politica.
I sondaggi, ad esempio.
Secondo molti commentatori essi rischiano di distorcere il processo di rappresentanza democratica, dal momento che, lungi dal rimanere un semplice mezzo tecnico di previsione del comportamento degli elettori, vengono trasformati a loro volta in pseudoeventi mediatici.
Secondo le osservazioni, infatti, la previsione anticipata della vittoria di un candidato, fatta a distanza di qualche tempo dalle elezioni può produrre due effetti opposti: il band wagon (la vittoria nelle presidenziali del 1980 di Reagan su Carter annunciata quando i seggi sulla costa occidentale erano ancora aperti), che induce gli elettori indecisi a saltare sul carro vincente, oppure il suo contrario, l' underdog (la vittoria nelle presidenziali di Truman nel 48,contro il suo avversario Dewey, nettamente in vantaggio) in cui un settore importante di essi si schiera a sostegno del perdente.

Tutto ciò produce molti effetti perversi, come il crescente aumento delle "politiche simboliche", tese soltanto ad ottenere effetti sull' opinione pubblica (rassicurandola, ma anche drammatizzando un problema per ottenere mobilitazioni), evitando in ogni caso di affrontare e risolvere concretamente i veri problemi sociali.

Questi logoranti giochi politici hanno un prezzo ben preciso e, direi, ai giorni nostri ben visibile: alla lunga il risultato è il calo di partecipazione politica della popolazione ed il ritirarsi dei cittadini dalla scena.
(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

***

Siamo portati a credere, mi pare, che la diffusione di Internet possa far ben sperare in una drastica riduzione dello strapotere televisivo.
La mia opinione è che non sarà affatto la tecnologia dell' algoritmo a portare a forme di democrazia diretta, anche se rimane una sfida appassionante. Io temo che l' Uomo, al solito, finirà per usarla male e sono convinta, soprattutto, che egli abbia bisogno di sapersi in luoghi fisici, ove poter toccare i suoi simili, e riconoscerli nella loro realtà.

Quando ci penso, continua a risuonarmi, nella testa, Also sprach Zarathustra, e mi inquieta l' idea che la tecnologia possa diventare cattiva.
E magari mi sbaglio, ché pure questo potrebbe essere l' effetto di un occulto persuasore.



 

venerdì 15 aprile 2011

Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice

Sono fortemente convinta che non ci sia nulla di più nobilitante, nella società attuale, dell' "impopolarità e dell' invisibilità" e che il nocciolo autentico della libertà di un individuo possa essere preservato soltanto nella misura in cui egli sappia provare la più completa indifferenza verso la pubblicizzazione sia di sé stesso, sia di ciò che pubblico lo è gia ed  in sovrabbondanza viene detto, ri-detto, stra-detto, in una escalation -un po' nevrotica, ossessivo compulsiva, ma di genesi automatica, cioè indotta- di tentativi di dirlo di più e meglio.
Per quanto esibizione -talvolta- di sagacia, buon quoziente intellettivo, discreto acculturamento, abilità dialettica, raramente riesco a scorgere, in ciò che leggo, aderenza con un generico principio di umanità compartecipata, e, soprattutto, tesa ad un principio di utilità reale, che giunga a produrre effetti concreti su chi ha estremo bisogno -come i derelitti ed i diseredati- d' aiuto.
A me, questo narcisismo imperante fa un po' schifo.

Scrittori, giornalisti, blogger e chiunque rivolga le proprie considerazioni ad un pubblico, più o meno identificabile e più o meno vasto, quasi sempre vogliono o devono anteporre al loro messaggio un' esplicita od implicita asserzione di appartenenza, naturalmente dai risvolti  sempre velleitari.  
"Sono di sinistra, sono di destra, sono di centro, sono ateo, sono agnostico, sono credente, sono uomo, sono donna, faccio questo mestiere, ho famiglia, leggo questo, non leggo quello, ho un figlio così, sono infelice, sono povero, sono precario, nella mia casetta in campagna, dr, dr.ssa, un mio scritto, il mio amico (sempre accreditante) ..."
Ciò li rende, che piaccia loro o no, delle marionette. Schiavi di cliché di cui non sospettano la pervasività e, soprattutto -cosa che li caratterizza in modo tragicomico- da cui si ritengono immuni.
Un sistema, un altro sistema, inglobati insieme nel più vasto Sistema concepito dalla stessa logica. E la logica è:
-Parla, parla, che ti passa... parla pure, sfogati, urla, impreca, inveisci, illuditi di punzecchiare con il fioretto spuntato della tua penna, con quei polpastrellini esili che non conoscono i calli del carpentiere e le ustioni del minatore..., sfinisciti di parole, amoreggia con esse, illuditi pure di stordire d' effetti e suoni le storture del tuo tempo, tanto lo sappiamo bene che  "la politica e il fato dell'umanità vengono forgiati da uomini privi di ideali e grandezza. Gli uomini che hanno dentro di sé la grandezza non entrano in politica."
Né vi si infiammano troppo -aggiungerei io-, quand' è palese che essa non ha a cuore il bene di chi dovrebbe servire.

Meno male che è esistito un uomo come Albert Camus, che ha avuto il fegato di estraniarsi da qualsiasi etichetta e da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione, e meno male che la gragnuola di accuse dalle barricate di sinistra e da quelle di destra non l' hanno placato, ma soltanto amareggiato.

D' altronde è questa la predestinazione dello "straniero", e forse pure, in nome del diritto all' utopia, la sua missione nel mondo.


" [...]
Ogni generazione, senza dubbio, si crede destinata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Il suo compito è forse più grande: consiste nell’impedire che il mondo si distrugga. Erede di una storia corrotta in cui si fondono le rivoluzioni fallite e le tecniche impazzite, la morte degli dei e le ideologie portate al parossismo, in cui mediocri poteri, privi ormai di ogni forza di convincimento, sono in grado oggi di distruggere tutto, in cui l’intelligenza si è prostituita fino a farsi serva dell’odio e dell’oppressione, questa generazione ha dovuto restaurare, per se stessa e per gli altri, fondandosi sulle solo negazioni, un po’ di ciò che fa la dignità di vivere e di morire. Davanti ad un mondo minacciato di disintegrazione, sul quale i nostri grandi inquisitori rischiano di stabilire per sempre il dominio della morte, la nostra generazione sa bene che dovrebbe, in una corsa pazza contro il tempo, restaurare fra le nazioni una pace che non sia quella della servitù, riconciliare di nuovo lavoro e cultura e ricreare con tutti gli uomini un’arca di alleanza. Non è certo che essa possa mai portare a buon fine questo compito immenso ma è certo che, in tutto il mondo, è già impegnata nella sua doppia scommessa di verità e di libertà e che, all’occasione, saprà morire senza odio. Per questo merita quindi di essere salutata e incoraggiata dovunque si trovi e soprattutto là dove si sacrifica. È su di essa, comunque, che, certo del vostro assenso profondo, vorrei far ricadere l’onore che mi avete fatto.

Nello stesso tempo, dopo aver proclamato la nobiltà del mestiere di scrivere, avrei ricollocato lo scrittore al suo vero posto, non godendo lui di altri titoli all’infuori di quelli che divide con i suoi compagni di lotta, vulnerabile ma ostinato, ingiusto e appassionato di giustizia, costruttore della sua opera senza vergogna né orgoglio al cospetto di tutti, diviso sempre fra il dolore e la bellezza votato infine a trarre dalla sua duplice esistenza le creazioni che ostinatamente tenta di edificare in mezzo al moto distruttore della storia. Chi, dopo tutto ciò, potrebbe attendere da lui soluzioni bell’e fatte e belle morali? La verità è misteriosa, sfuggente, sempre da conquistare. La libertà è pericolosa, dura da vivere quanto esaltante. Dobbiamo marciare verso questi due obiettivi, con fatica ma decisi, ben consci dei nostri errori in un così lungo cammino. Quale scrittore dunque oserebbe, in buona coscienza, farsi predicatore di virtù? Quanto a me devo dire una volta di più che non sono niente di tutto questo. non ho mai potuto rinunciare alla luce, alla felicità di esistere, alla vita libera in cui sono cresciuto. Ma benché questa nostalgia spieghi molti dei miei errori e delle mie colpe, essa mi ha aiutato senza dubbio a comprendere meglio il mio mestiere, mi aiuta ancor oggi a tenermi, ciecamente, vicino a tutti quegli uomini silenziosi che non sopportano nel mondo una vita che per loro è fatta soltanto del ricordo o del ritorno di brevi e libere gioie.
[...]"

(Albert Camus - Discorso di accettazione del premio Nobel - 10 dicembre 1957)

 
 

mercoledì 13 aprile 2011

Carmina

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
(Catullo)

Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e ne sono tormentato.

  ***
Ὲρέω τε δηὖτε κοὐκ ἐρέω,
καὶ μαίνομαι κοὐ μαίνομαι.
(Anacreonte)

Amo e non amo,
sono pazzo e non sono pazzo.
(Frammento 46, Gentili)







Viviamo per amarci, Lesbia,
e le chiacchiere invidiose
alla malora!
I soli sorgono e tramontano
ma il nostro,
una volta consumato nel suo giro,
ci addormenta in una notte inesauribile.
Dammi mille baci e poi cento,
e, dopo, mille e cento altri
e mille dopo questi e, dopo, cento
e quando saremo sazi di contarli,
continuiamo senza ordine
perché il maligno non ci invidi
nel vederci tutto un bacio.





martedì 12 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -4-

(segue post -1- in data 30/3/2011, -2- in data 1/04/2011, -3- in data 6/04/2011)



Come ogni altro nuovo strumento, la televisione, entrata in scena a metà Novecento, inizialmente fu considerata una novità tecnica, un perfezionamento degli altri elettrodomestici in uso, di cui da alcuni anni si prevedeva la futura diffusione. Già dal 1907, infatti, il francese Édouard Bélin aveva effettuato i primi esperimenti di trasmissione delle immagini; in Inghilterra le prime trasmissioni sperimentali televisive risalgono al 1927; la Germania iniziò addirittura trasmissioni regolari di programmi nel 1935. Si trattava ancora, comunque, di una tecnologia rudimentale, ed il numero di apparecchi non superò mai complessivamente i mille.
Il vero debutto mondiale del mezzo coincide con l' inizio della programmazione negli Stati Uniti nel 1947.
Fu un successo senza pari nella storia dei media. In pochi anni la TV conquistò la metà del popolo americano, per diventare poi, in un crescendo senza arresti, mezzo universale.

E' stato Marshall McLuhan ad aver per primo intuito che la televisione -questo grande occhio innestato nella mente che guarda la realtà in modo del tutto diverso da quello che potrebbero i nostri propri occhi- avrebbe prodotto una sorta di mutazione del sensorio collettivo.
Le tesi di McLuhan -che amava parlare per aforismi, allusioni e frase apodittiche- alimentarono accesi dibattiti tra i sostenitori (per i quali egli era il profeta dei media, "il Freud dei mezzi di comunicazione") ed i detrattori, che lo consideravano un impostore ed un ciarlatano. In realtà, né gli uni, né gli atri, potevano dire con certezza di aver dato corretta interpretazione delle sue teorie. (Understanding media, 1964, il suo primo scritto importante).
Per McLuhan (appassionato di letteratura e scienze sociali, ma con una formazione di ingegnere -cosa che spiegherà i suoi riferimenti alla termodinamica, quando parlerà di una  distinzione tra mezzi caldi e mezzi freddi-) ogni nuova tecnologia è un medium che amplia la facoltà che ha l' organismo di manipolare l' ambiente, appropriarsene, ed incorporarlo: la ruota è l' estensione del nostro piede, il libro lo è dell' occhio, gli indumenti della pelle, il circuito elettrico del sistema nervoso centrale. L' estensione di un qualunque nostro senso ha come conseguenza la modifica del nostro modo di agire, di pensare, di percepire il mondo.

I media, per analogia, hanno conseguenze sociali che vanno  oltre anche gli effetti persuasivi delle comunicazioni di massa: "più che inculcare messaggi ideologici e veicolare contenuti condizionanti [...] hanno la capacità di alterare i frames percettivi, le coordinate di interrelazione tra la realtà fisica e sociale" (Bettetini,1997)

***
Trovo che la teoria dei mezzi "freddi" e dei mezzi "caldi" (ispirata, come già accennato, ai principi della termodinamica), sia particolarmente interessante.
I mezzi "caldi", ad esempio stampa e radio, densi di informazioni,  non lasciano molto spazio che il pubblico debba completare attraverso una partecipazione.
La televisione -sostenne Luhan, e come molti studiosi umanisti davano per scontato ma senza intuirne la rilevanza- , mezzo "freddo",  funzionando in base allo scannering (scomposizione elettronica delle immagini che lo spettatore deve ricomporre) fornisce un messaggio incompleto che necessita di coinvolgimento ed integrazione da parte del fruitore, sì che "con la TV lo spettatore è lo schermo".
Se la radio, per esempio, come altri mezzi "caldi", ha l' effetto di acutizzare un senso ( in questo caso l' udito: siamo "tutto orecchi"), la televisione è "sinestesica", cioè coinvolge in una fruizione d' insieme più sensi (occhio-orecchio, in particolare). I mezzi "freddi" abbassano la soglia di significatività trasmettendo segnali che impongono una collaborazione dello spettatore per ricercare i sensi dei messaggi.
***

Ma quali sono gli effetti di raffreddamento o riscaldamento in una cultura?
McLuhan cita qualche esempio storico.
L' introduzione nel Giappone feudale (società fredda e poco specializzata) del denaro (strumento caldo, con alto livello di informazione) ha sconvolto le gerarchie sociali preesistenti.
L' introduzione di asce d' acciaio al posto di asce di pietra (la cui fabbricazione era prerogativa dei maschi e costituiva, quindi, un loro status), ha provocato lo sconvolgimento della cultura aborigena astraliana.
L' esistenza di Hitler come dittatore fu resa possibile dalla radio, che diventò "una subliminale stanza degli echi" che risuonavano "di cori tribali e di antichi tamburi", in un Paese che ancora oscillava tra settori pre-moderni e forme di specializzazione ed organizzazione burocratica.
Nel suo "La galassia Gutenberg", descrivendo le principale tappe percorse dall' umanità nello sviluppo dei media, egli osserva che dalla comunicazione orale -unico medium disponibile delle società arcaiche e tribali la storia diventa possibile soltanto con l' adozione della scrittura, e le società, lentamente, subiscono un progressivo riscaldamento.
L' "uomo gutenberghiano" fa nascere il lettore solitario e ciò fa venir meno la circolarità della comunicazione orale, riduce fortemente la gestualità, l' importanza dell' ascolto ed i suoi effetti socializzanti, l' uso della memoria, dato che i ricordi vengono deposti nei cataloghi, nelle biblioteche, negli archivi.
L' introduzione delle tecnologie elettriche (estensione del sistema nervoso complessivo) pare inflettere la curva storica. Con la televisione pare avvenga il ritorno ad una cultura orale, gestuale, uditiva.
E' così che nasce il villaggio globale.
In una interpretazione sommaria e superficiale si potrebbe ritenere che nella metafora mcluhaniana del villaggio globale esistano elementi di ottimismo, che, in forza della facoltà insita nello strumento televisivo  ad annullare le distanze, possano favorire progresso e benessere generali.
Al contrario, invece, esso rappresentava motivo di preoccupazione e tensione morale per McLuhan.
D' altro canto, se la radio, mezzo caldo, ha reso possibile il totalitarismo di Hitler, la televisione, mezzo freddo, può favorire il sorgere di una nuova forma di terrorismo che si giova del rapporto con i media.
"Senza televisione" afferma McLuhan "non vi sarebbe terrorismo. Potrebbero esserci le bombe, potrebbe esserci l' hardware, ma il nuovo terrorismo è software, è elettronica. Perciò senza elettronica niente terrorismo."  Il terrorista che compie un attentato,  di cui la televisione e i giornali non possono evitare di parlare, godrà dell' "immensa estensione del sistema nervoso collettivo" per far giungere il suo messaggio ovunque.

McLuhan, comunque, anche se consapevole dei rischi del mezzo, non considerava possibile il pericolo della videocrazia.
In un' intervista, a chi gli chiese che cosa ne pensasse dei politici che credono di poter usare la televisione per la propria propaganda e per i propri scopi rispose: "Sono così stupidi che non c' è nessun rischio a lasciargliela usare [...] La gente sicuramente si annoierà e non guarderà questi programmi. E la loro fatica sarà un boomerang contro loro stessi."

(elaborazione da scritti di Carlo Marletti)

Clamorosamente, su questo, ha sbagliato...



(Segue)

lunedì 11 aprile 2011

Diverso DOC

"Nulla è più terribile della diversità", con sofferta cognizione di simile dolore, scrisse in versi Pasolini.

E certamente nessuno che non appartenga, per questa o quella ragione,  questo o quell' attributo, questa o quella casualità natale, in qualche suo particolare -anche pure sotterraneo-, modo alla piccola bolgia dei diversi, può comprendere appieno la pervasività di simile consapevolezza.
Perché certa diversità è un destino atroce.

E la diversità si struttura in strati, via via più profondi, i quali, quanto più dimorano nelle profondità abissali di una certa psicologia -vuoi come reazione a ciò che una persona ha oggettivamente subito nella sua storia, vuoi per la sua originale interpretazione della vita e dei suoi simili- tanto più, in superficie, parrebbero assenti, sì che -con ogni probabilità- chi pensa di conoscerci bastevolmente non ha invece la benché più pallida idea di chi noi siamo.
Qualcuno di noi può apparire o sentirsi diverso, o per caratteristiche lapalissiane -come avere una malformazione fisica, oppure un deficit cognitivo o comportamentale, od una qualsiasi altra dissonanza  visibile e riscontrabile rispetto al cosiddetto range di normalità (compresi status sociale o capacità di integrazione)-, od anche per le restanti invisibili ragioni del profondo che dimorano nei sensi, nei raccordi tra i pensieri, nell' interpretazione di ogni atto o fatto esterni a lui.

Ebbene, sono queste ultime i veri chiodi della croce del diverso. Il diverso profondo, il diverso abissale, il diverso DOC, il predestinato al dolore che lo rende perduto nel mondo ed a questo incomprensibile.
Non guardare, ed anche pure vedere, le immagini del mondo come tutti gli altri le recepiscono, non udire gli stessi limpidi suoni ma percepire anche i ronzii, non dare od attendere amore secondo i comuni concordati  presupposti...

Che deve fare colui che sa che cosa si annidi , in realtà, nella sua stessa anima?
Può solo vivere o morire, come tutti, ma per vivere non può che obbedirsi fino in fondo.
Per una considerevole parte della sua esistenza può negare la sua natura di lupo  -perché quel marchio di Demian brucia come se fosse stato impresso a fuoco nelle carni con ferro rovente e la sua esibizione lo imbarazza ed offende il suo pudore- e potrà sembrare bianca pecora del mite gregge.
Solo per poco.
Poi deve abbandonare, fuggire, cercare il suo intimamente odiato e dispotico altrove. Lui, il diverso DOC, lo fa senza compiacimento, spesso con la morte nel cuore. Lascia chi ama, sapendo che lo rimpiangerà in eterno, ma certo soltanto che il restare sarebbe atto d' ipocrisia suprema, e spera, fortissimamente spera, che nessuno mai gli chieda ancora d' essere da lui amato, perché almeno la maledizione s' interrompa






Oh, sì... "Madame Bovary c' est moi"

mercoledì 6 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -3-

(segue post  -1- in data 30/3/2011 e -2- in data 1/04/2011)

In America. Allarmismi e psicologia.

Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, fondatori della Scuola di Francoforte trasferitasi a New York con l' avvento della dittatura nazista, asserivano che la pubblicità commerciale in America non è diversa dalla propaganda nazista in Europa, perché "film, radio e settimanali costituiscono un sistema", il cui risultato è "l' inganno totale delle masse". Goebbels aveva già identificato la pubblicità come l' art pour l' art, réclame di sé stessa, pura esposizione del potere sociale.
Naturalmente, essi sapevano perfettamente che il controllo dei mezzi di comunicazione di massa non è in sé sufficiente a porre qualche aspirante dittatore al potere ad esercitare il totale dominio: deve concorrervi anche qualche altro elemento sociale importante che, nella fattispecie, può essere individuato in ciò che Marx, nella sfera economica, aveva individuato nella società industriale capitalistica che trasforma persone e beni in merce, e che può essere esteso, secondo i capiscuola francofortesi, anche alla sfera culturale.
La cultura, infatti, che altro non è che l' insieme dei beni spirituali, una volta trasformata essa stessa in industria, comporterà il livellamento delle coscienze, la loro banalizzazione, la dissolvenza dell' apporto di ciascuna identità, il dilagante conformismo.
Ecco che il singolo, frustrato ma bisognoso di identificazione, diventerà più facilmente vittima di possibili manipolazioni della società di massa, identificandosi con qualche uomo-forte, con un capo.

In America, però, dall' insediamento di Roosevelt, la comunicazione seguì un andamento diverso da quello della propaganda nazista. La differenza può essere sintetizzata nel carattere "pluralistico" del potere, oltreché nella disponibilità di fonti di informazione e comunicazione assai maggiore di quelle disponibili in Europa.
Anche lo stile comunicativo è diverso: ad analizzare le arringhe gesticolanti, aggressive e rabbiose di Hitler davanti a folle oceaniche e, per contrasto, i discorsi accanto al caminetto, appassionati ma pacati, di Roosevelt, trasmessi alla radio e seguiti da milioni di famiglie, lo si può cogliere perfettamente.
Il continuo richiamo alla vita privata, agli affetti, il "lieto fine", che favorisce l' ottimismo conflittuale, tipici della produzione cinematografica americana, diffondevano "un' immagine della società  che tende a favorire orientamenti politici di tipo riformistico" (Franco Rositi).
Come osserva, però William Kornhauser, nel suo trattato The politics of mass society, la società di massa è sempre a rischio d' impatto con i totalitarismi, proprio perché essa, causando la frammentazione sociale, può lasciare spazio ad organizzazioni estremiste che sfruttano la condizione di isolamento dei singoli spingendoli alla mobiliazione.

Senza vero senso di appartenenza una società diventa vulnerabile.

Nella società di massa, uno dei grandi pericoli è l' effetto che può essere ottenuto con la circolazioni di voci allarmistiche ed il conseguente dilagamento della paura.



Arcinoto è il caso della trasmissione radiofonica in cui Orson Welles, nel 1938, sceneggiò un noto romanzo di fantascienza, "La guerra dei mondi", in cui si narrava l' invasione della Terra da parte di marziani dalle bellicose intenzioni per il Pianeta. Siccome lo speaker, nella trasmissione, fingeva di effettuare la radiocronaca in diretta dell' evento catastrofico -con interviste a polizia e a testimoni oculari, nonché appelli alla popolazione provenienti da sedicenti autorità governative-, successe che, nella realtà,  migliaia di persone, terrorizzate si riversarono sulle strade o intasarono le centrali telefoniche con richieste disperate di istruzioni ed aiuto.
Vari feriti, un caso di suicidio: su un' audience di sei milioni di spettatori, oltre un milione e duecentomila ebbero criso di ansia e di panico.
Ma com'è possibile perdere in questo modo, ed in massa, la testa?

Si trattava, in quel preciso momento storico, di una sorta di reazione del senso comune a motivi generali di apprensione: fine anni Trenta, paura di un conflitto mondiale, insicurezza e preoccupazione dopo un decennio di crisi economica, sensazione di essere in balia di eventi incomprensibili e ingestibili.

I media, possono , logicamente, essere usati anche per ottenere mobilitazioni di massa a sostegno della democrazia. Gli studios americani sfornarono decine di film il cui scopo era quello di far identificare la gente comune con il destino della nazione in guerra, attraverso un misto di sentimentalismo ed eroismo. Gli attori si mobilitarono raccogliendo fondi ed offrendo shows per le truppe, gli speakers radiofonici offrirono una sorta di diretta costante con il fronte, comparvero le ragazze-calendario e si arruolarono pure gli eroi dei fumetti, seppur figurativamente.
Churchill ebbe a riconoscere l' efficacia straordinaria nel fornire motivazioni ai combattenti e mantenerne alto il morale.

Ma c' è l' altra faccia della medaglia.
Il 1949 era stato l' anno della paura americana: vittoria dei comunisti in Cina e disponibilità della bomba atomica per l' Unione Sovietica.
Fu così che si rese possibile il fenomeno del maccartismo, una sorta di "caccia alle streghe" basata su presupposti del tutto infondati, che prese di mira gli intellettuali ed esponenti politici progressisti.
La manovra politica, nata a partire dal 1950, ordita dal senatore Joseph Raymond McCarthy, a capo di una commissione d' inchiesta contro alti esponenti della politica, della cultura, dello spettacolo, tutti  in sospetto di intrattenere rapporti con i comunisti, rovinò o stroncò molte carriere.
La stragrande maggioranza delle accuse era totalmente inventata, priva di qualsivoglia prova: calunnie e falsificazioni che, però, grazie alla grande abilità di Mc Carthy nel suscitare paure di massa e brividi nelle folle paventando la fine della civiltà occidentale, fece sì che l' America accettasse la "grande bugia".

" L' enormità della menzogna, la sicurezza con cui veniva profferita, le allusioni a documenti e prove che non venivano esibiti ma restavano simbolici, esemplificati da una cartella nera zeppa di fogli che il senatore lasciava sempre bene in vista e da cui traeva ogni tanto qualche carta, per sventolarla davanti agli interlocutori, fecero sì che le accuse di complicità con i comunisti rivolte a personaggi come George Marshall o Dean Acheson, fossero creduti da molti, a cui sembrò verosimile che persino Truman fosse prigioniero dei rossi o che Eisenhouer avesse per loro delle simpatie. Mc Carthy conosceva bene la logica della diffamazione attraverso i media e sapeva che mille smentite nelle pagine interne di un giornale non pesano mai come un' accusa messa anche una volta sola con grande evidenza in prima pagina." (Carlo Marletti)

In questa operazione, il maccartismo anticipa le strategie odierne di comunicazione politica denigratoria, riuscendo a mobilitare l' odio ideologico per ottenere il consenso: cinquant' anni dopo Clinton subirà un tentativo di impeachment sotto la regia di uno scandaletto a sfondo sessuale davvero discutibile.

(elaborazione scritti di Carlo Marletti)

(segue)