lunedì 21 marzo 2011
Primavere
La speranza vive, purché non si dimentichi.
domenica 20 marzo 2011
Impossibile equilibrismo tra le umane follie
Come una consistente parte della mia generazione (quella che non ha vissuto in modo militante il '68, ma ne ha toccato con mano l' immediata contigua promanazione come schiuma effervescente di una gigantesca onda oceanica), ho subìto, ancor molto giovane, la fascinazione delle filosofie di pensiero orientali.
In senso coreografico, entrare nella mia camera di ragazza, in un ben determinato periodo, equivaleva all' immersione in un' atmosfera un po' nebbiosa profumata d' incenso, essenze di patchouli e fragranze speziate,
Ravi Shankar e flauti indiani, poesie di Tagore, Jubrān Khalīl Jubrān con il suo Profeta -così vicino allo Zarathustra nietzschiano, ed alla sua prospettiva di un percorso "oltreumano" e purtuttavia umanissimo -, colori sgargianti, propositi di pace ed interiore serenità. Per amare meglio, per amare di più.
"Mille sentieri vi sono non ancora percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancora l'uomo e la terra dell'uomo."
Non è una colpa, l' ingenuità, quando sei giovane: è grazie ad essa che si trovano forza e coraggio di crescere, affrontando la metamorfosi.
Della verità, della crudeltà vera del Potere, della sua disinvolta maestria nell' aggressione, dell' assoluto imperativo del denaro, ancora non avevo ben chiara cognizione: nell' anima del giovane non c'è alcun posto per le disillusioni o per il sospetto se quella è affollata di sogni.
I buddhisti -quelli che non calpestano le formiche- indicavano la via alla felicità nell' assenza di turbamento.
"Mille sentieri vi sono non ancora percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancora l'uomo e la terra dell'uomo."
Non è una colpa, l' ingenuità, quando sei giovane: è grazie ad essa che si trovano forza e coraggio di crescere, affrontando la metamorfosi.
Della verità, della crudeltà vera del Potere, della sua disinvolta maestria nell' aggressione, dell' assoluto imperativo del denaro, ancora non avevo ben chiara cognizione: nell' anima del giovane non c'è alcun posto per le disillusioni o per il sospetto se quella è affollata di sogni.
I buddhisti -quelli che non calpestano le formiche- indicavano la via alla felicità nell' assenza di turbamento.
Nella perfetta atarassia -essi promettono- si potrà raggiungere il Nirvana.
Oggi è ridicolo pensarci: soltanto un dio può rimanere indifferente alla tragicità della nostra condizione, agli scossoni sconvolgenti di un mondo che pare prossimo alla fine.
Eppure, è sempre l' utopia di felicità che muove i nostri passi, anche se al bivio della nostra esistenza adulta è la strada del baratro che abbiamo imboccato. Traballando, incespicando, andando in cerchio senza accorgerci di ricalpestare mille volte le nostre stesse precedenti tracce, ci consumiamo le suole per raggiungerla.
Ed essa è un' affascinante nebulosa, opaca, con qualche episodico scintillio, riverbero di sogno morente, indebolito ed asfittico, ma che costituisce pur sempre una sorta di sgangherata destinazione.
Bene: continuiamo a rincorrerla - sapendo nel nostro intimo di non averne più neppure pieno diritto-, ché farlo è già propulsione all esistere.
Taoismo e buddhismo ci rivelano le insidie delle passioni e di ogni altro veleno dell' anima -ira, illusione, desiderio-, per trovare, nella meditazione e nello stato contemplativo, quella serenità che ci prepari alla forma di felicità più alta possibile.
Si vive al meglio, dunque, in uno stato di quasi non-vita? Perché è questo che all' Occidentale sembra: rinunciare alle passione è un po' morire. Noi non possiamo.
*
Ippolito, cacciatore di Trezene, morì per dispetto di Afrodite. Diana, la vergine dèa della caccia, simbolo dell' infanzia e del legame ancora inconsapevole con la Natura e la poesia -che, sola, consente il mantenimento con l' aurorale legame dell' essere-, resuscitatolo, lo portò in Italia, sui Monti Albani (l'Esperia) e lo adibì al suo culto, chiamandolo Virbio.
L' occidente, per gli antichi, era il paese dei morti...
Virbio sente però che la sua solitudine estatica non è il destino dell' uomo. L' uomo vive nel relativo, non è suo appannaggio l' assoluto.
"Diana: - C' è un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l' altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco così bene. So che è per voi vita e destino.
Virbio: - Sentirlo inquieto e smarrito quest' oggi, mi dà la prova che sono vivo. Né il vigore delle piante né la luce del lago mi bastano. Queste cose son come le nuvole, erranti eterne del mattino e della sera, guardiane degli orizzonti, le figure dell' Ade. Ora qui, in questa terra dei morti, anche le belve mi dileguano tra mano come nubi. La colpa è mia, credo. Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
Diana: - Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
Virbio: -Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice."
(C. Pavese, Dialoghi con Leucò)
*
Cerco l' equilibrio, tra le opposte folli idee.
Pensiero, ma non esercizio intellettualistico;
Passione, ma non schiavitù dei sensi;
Contemplazione, ma non torpore di semi-vita;
Libertà, ma non solitudine ed esilio.
... e Amicizia, poi, anche se io non so più se sia...
martedì 15 marzo 2011
Frammenti da Sirio
Ad un Amico/a, avrei amato raccontare anche questi frammenti: spigolature di esperienze, spesso più buie che non, della mia anima o dell' intelletto, senza sentirmi neppure lontanamente patetica.
Al massimo,
umana,
troppo umana.
Venerdì, 28 gennaio 2011
Che cosa speravi, poi, creatura surreale che non sei altro...
Pensavi -in quella tua immensa presunzione- di plasmare un universo a te affine, conciliante, indolore, od almeno non solo troppo ostile e straniero, solo attingendo a quelle tue miserabili energie d' umana che ritenevi nobili od almeno non abbiette e ti immaginavi condivisibili?
Pensavi fossero benefiche? Un po' assolute? Necessarie allo Spirito cosmico ed universale? E cos' è -se qualcosa è- lo Spirito? Pensavi che -se non tutti- molti avvertissero, come te, la solida struttura occulta di ciò che viene banalmente e generalmente assimilato all' aria, e non si tocca, non si gode, non si ottiene, non si permuta, non viene catturato da uno solo dei nostri sensi sensibili?
Non ti hanno condotta che a te stessa: sei rimasta intrappolata nel tuo stesso specchio.
Tu hai troppo sognato. Hai sognato come un bimbo. E' un privilegio a termine.
Ora lo sai, il velo è caduto, l' ultima roccaforte rimasta è il tuo stesso respiro, un po' affannato, spezzato dalle reminiscenze del frastuono della tua corsa inconsulta. Ti tocca vivere. Qui e ora.
Ed il vivere dev' essere questo: avvicendarsi dei movimenti del respiro nella sinfonia dei pensieri.
A te la determinazione a consentirli regolari ed armonici o tumultuosi e dissonanti.
Stasera, sulla via del ritorno, mentre i pneumatici divoravano la strada, t' ha incantato un maestoso, complesso, generoso, tramonto.
La Bellezza di ciò che vive e vivrà comunque, senza di te, ti disarma. Ti insinua il dubbio d' essere, forse, senza saperlo, già morta. E ti dimostra che potrebbe non essere poi così difficile.
Il premio dell' umiltà del ruolo di comparsa è la saggezza. Lasciare che accada. Che accada la vita, che accada l' amore, che accada la morte. Che tutto sia.
domenica 13 marzo 2011
In principio era la noia. E permane.
"La storia universale secondo la noia era basata sopra un' idea molto semplice: non il progresso, né l' evoluzione biologica, né il fatto economico, né alcun altro dei motivi che di solito si adducono da parte degli storici delle varie scuole, era la molla della storia, bensì la noia. Assai infervorato per questa magnifica scoperta, presi le cose alla radice. In principio, dunque, era la noia, volgarmente chiamata caos. Iddio, annoiandosi della noia, creò la terra, il cielo, l' acqua, gli animali, le piante, Adamo ed Eva; i quali ultimi, annoiandosi a loro volta in paradiso, mangiarono il frutto proibito. Iddio si annoiò di loro e li cacciò dall' Eden; Caino, annoiato d' Abele, lo uccise; Noè, annoiandosi veramente un po' troppo, inventò il vino; Iddio, di nuovo annoiatosi degli uomini, distrusse il mondo con il diluvio; ma questo, a sua volta, l' annoiò a tal punto che Iddio fece tornare il bel tempo. E così via. I grandi imperi egiziani, babilonesi, persiani, greci e romani sorgevano dalla noia e crollavano nella noia; la noia del paganesimo suscitava il cristianesimo, la noia del cattolicesimo, il protestantesimo; la noia dell' Europa faceva scoprire l America; la noia del feudalesimo provocava la rivoluzione francese; e quella del capitalismo la rivoluzione russa. Tutte queste belle trovate furono annotate in una specie di specchietto; quindi, con grande zelo, cominciai a scrivere la storia vera e propria. Non ricordo bene, ma non credo di aver oltrepassato la descrizione molto particolareggiata della noia atroce di cui soffrivano Adamo ed Eva nell' Eden, e come, a causa appunto di questa noia, commettessero il peccato mortale. Quindi, annoiato a mia volta del progetto, lo lascai lì."
(A. Moravia, La Noia)
Annoiata. Estranea al mondo. Distrutta dalla noia. Noia che non è assenza di qualcosa, di qualcuno, di un' idea, di un sogno, ma è impossibilità di rapportarsi con le cose, con le persone, e credere nelle idee, nel pensiero e nei sogni.
Le cose, le persone, a loro volta consumate dalla loro stessa aleatorietà, inutilità e noia, non riescono ad offrire uno straccio di credibilità, non durano, non si fanno afferrare e non ti afferrano; le idee, il pensiero ed i sogni sono loro riflessi, deboli riverberi, che non possono che seguire il destino dei loro creatori.
Una malattia, cronica ed acuta. Dolorosissima. Incurabile.
Come fare a proiettarsi fuori, a sgusciare dalla morsa dell' io, a scapparne via, furtivamente, mentre quello, per un istante, si distrae, lasciandoti libera di capire, di vedere il mondo con occhi tersi, limpidi e consentirgli di prenderti ed offrirti, anche per un solo istante, l' ebbrezza dell' appartenenza?
martedì 8 marzo 2011
8 marzo: tutto da rifare, povere donne...
L' 8 marzo è una data storica, che saremmo tenuti tutti a conoscere, prima di avanzare qualsiasi approccio di tipo "umorale" oppure ideologico alla relativa celebrazione.
Intanto, la Lega e gli Industriali esultino: nonostante la pregnanza dei fatti che l' hanno originata, sacrificio umano compreso, oggi è un normale giorno lavorativo (per chi, meno sfortunato di altri, un lavoro ce l' ha), le produzioni non si fermano ed anzi vivaisti, ristoratori, tenutari di discoteche con spogliarellisti-macho e similari, registrano un positivo trend ascendente di guadagni, almeno per oggi.
Inoltre, abbiamo oggi la piacevolezza di leggere o sentire fior fiore di declamazioni provenienti da "autorevoli" esponenti del genere.
Così la ministra Carfagna per le Pari Opportunità, ci invita a festeggiare questo giorno con l' orgoglio di chi può ben dimostrare che le donne possono arrivare a rivestire importanti ruoli anche in politica, così come lei e le altre colleghe parlamentari indefettibilmente dimostrano.
Ella è la riprova vivente che uscire dai calendari unti o patinati affissi nelle cabine di guida dei Tir, o doversi ridicolizzare semi-nude nel piccolo schermo per la gioia di maschi voyeuristi frustrati, non è più un triste destino inesorabile per il sacrosanto diritto alla sopravvivenza. Si può, si può! Guardate lei, la Minetti, e ancora, ancora, ancora...
Non so, ditemi scettica, sospettosa, acida, nichilista, malfidente, ma la stessa dichiarazione (per quanto, in assoluto, un po' vana e distante anni luce dalla realtà) acquista sfumatura diversa se detta, -poniamo- da una Rosy Bindi oppure invece -sempre poniamo- dalla Carfagna.
Insomma, questione di ... sensibilità, di intuito...
Principio indispensabile di una politica seria è la non-contraddizione, che garantisce così la credibilità. Un esponente politico, a prescindere dal suo genere, deve meritare la crediblità, cioè non entrare in perenne contraddizione.
***
Lo stesso principio sopra evocato, poi, deve essere riconosciuto in ogni ambito e luogo sociale e pubblico (e per quel che riguarda me -ma non è così interessante- anche nel privato) ed allora, per ritornare alla questione femminile, mi scappa una divagazione, che scaturisce dal ricordo di una riflessione di Dacia Maraini letta in un suo libro anni orsono. E' la testimonianza di una situazione non proprio infrequente, in un' aula universitaria, in cui la docente, indiscutibilmente adeguata per l' insegnamento perché preparata, svolge la sua lezione -interessantissima e stimolante-, indossando un abito molto corto che ovviamente esibisce le sue gambe. Alla fine, giacché il linguaggio del corpo è soverchiante rispetto a qualsiasi altro, gli studenti difficilmente ricorderanno la lezione. Questo non significa che la docente non abbia il sacrosanto diritto di indossare quel che le pare (ci mancherebbe), ma, piuttosto, che ogni nostra azione, se vuole essere credibile ed efficace, soggiace necessariamente alla legge di non-contraddizione, sempre e nostro malgrado.
***
Tra la narrazione e la sfacciata propaganda, poi, ci si infila la realtà dei dati ISTAT, che testimoniano la drammaticità della situazione del lavoro femminile, in particolar modo al Sud, grazie ai progressivi tagli ai servizi ed al Welfare ed alla mancanza più assoluta di una politica del lavoro attenta alle problematiche specificamente femminili.
Questo è il più squallido degli 8 marzo di cui io abbia memoria, il più strumentalizzato di tutti, il più vergognoso.
E' l' 8 marzo in cui si osserva, oltre all' ormai noto scollamento tra la politica ed il Paese reale (ancora "giustizia" e processi del premier...), la guerra fra donne: quelle del PDL, compattissime, contro tutte le altre.
Sapete?
La "parità", ora, è davvero raggiunta: arrivate (non importa come) al potere, stiamo diventando stronze come i peggiori degli uomini...
Questo è il più squallido degli 8 marzo di cui io abbia memoria, il più strumentalizzato di tutti, il più vergognoso.
E' l' 8 marzo in cui si osserva, oltre all' ormai noto scollamento tra la politica ed il Paese reale (ancora "giustizia" e processi del premier...), la guerra fra donne: quelle del PDL, compattissime, contro tutte le altre.
Sapete?
La "parità", ora, è davvero raggiunta: arrivate (non importa come) al potere, stiamo diventando stronze come i peggiori degli uomini...
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lunedì 7 marzo 2011
Un uomo ride e un altro uomo piange...
"...
Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato, eppure egli ride 'perché' l' altro piange. Egli può massacrare, perseguitare, e uno che, nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali (allusione alle dittature europee del '900 -n.d.r.), non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l' altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita, e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: " Tu che ne pensi?"
"Di che?", mia madre disse.
Ed io: " Di tutti questi ai quali fai l' iniezione".
E mia madre: "Penso che forse non potranno pagarmi".
"Va bene", dissi io. "E ogni giorno vai lo stesso da loro, fai loro l' iniezione, e speri che invece possano pagarti, in qualche modo. Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?"
"Io non spero", disse mia madre. "Io so che qualcuno può pagarmi e qualcuno no. Io non spero."
"Pure vai da tutti", dissi io. "Ma cosa pensi di loro?"
"Oh!" mia madre esclamò. "Se vado per uno posso andare anche per un altro", disse. "Non mi costa nulla"
"Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?" io dissi.
Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un' occhiata leggermente strabica. Sorrise, anche, e disse: "Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po' di tisi e con un po' di malaria..."
Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane risposte.. Chiesi:
"Hai mai visto un cinese?".
"Certo", mia madre disse. "Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane".
"Bene", dissi io, "Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?"
"Ah, nulla di speciale", mia madre rispose, "Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte..."
"Bene", dissi io. "Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza... Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?"
"Oh!" mia madre rispose. "Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza".
"Lo so", dissi io. "Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?"
"Oh!" rispose mia madre. "Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla".
"Ma vedi", dissi io. "Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano, invece può...".
"Perché un povero cinese non può?" chiese mia madre.
"Bene", dissi io. "Immagino che una donna non darebbe nulla ad un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano".
Mia madre si accigliò.
"Non saprei", disse.
"Vedi?" io esclamai. "Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?"
Mia madre era stizzita.
"Al diavolo il cinese", disse.
E io esclamai: "Vedi? Egli è il più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?"
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
"Il cinese?" chiese.
"Il cinese", dissi io. "O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l' iniezione. Non è più uomo e genere umano, lui?"
"Lui?" disse mia madre.
"Lui", dissi io.
E mia madre chiese: "Più di chi?"
Risposi io: "Più degli altri. Lui che è malato... Soffre".
"Soffre?" esclamò mia madre. "E' la malattia".
"Soltanto?" io dissi.
"Togli la malattia e tutto è passato", disse mia madre. "Non è nulla... E' la malattia".
Allora io chiesi:
"E quando ha fame e soffre, che cos'è?".
"Bene, è la fame", mia madre rispose.
"Soltanto?" io dissi.
"Come no?" disse mia madre. "Dagli da mangiare e tutto è passato. E' la fame".
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:
"E il cinese?".
Mia madre, ora, non mi diede risposta, né strana, né non strana; e si strinse nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà più dolore; date da mangiare all' affamato, e non vi sarà dolore. Ma l' uomo nella malattia che cos'è? E che cosa è nella fame?
Non è, l' uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese? ..."
(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bompiani, 1941)
Intellettuali come quelli del secondo dopoguerra, io penso, nobilitano il sentimento dell' italianità: io provo orgoglio a rileggerli, e sono loro grata per questo. Mentalmente li ringrazio d' esser stati e di ricordarmi -attraverso le loro pagine-, che il mio Paese, pur nei drammi e nel dolore del tempo, ospitava voci e spiriti simili. Uomini. Un po' scrittori (Vittorini era autodidatta, operaio in un cantiere edile e poi tipografo. Con Pavese e
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri), capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri), capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Parole simili erano, in quel momento storico, coraggiose e censurate dalla dittatura fascista.
La stessa alienazione spirituale del cinese diseredato di allora, è quella dei disgraziati che sbarcano e sbarcheranno sulle nostre coste; la loro essenza è ancora quella che Vittorini vedeva: un surplus di umanità; la meditazione che viene solleticata è affine: aldilà della soluzione dei problemi pratici e sociali (dare lavoro, sostegno, cure a chi soffre di più) resta, oggi come allora e come sempre, sospesa nell' ignoranza la ragione della fatalità del dolore -legge primordiale dell' esistenza- e, con essa, la totale comprensione dei motivi del nostro esistere.
domenica 6 marzo 2011
Uccello su un filo
Come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho provato a mio modo ad esser libero.
Come un verme sopra un amo,
Come un cavaliere uscito da qualche vecchio libro
Ho salvato tutti i miei nastri per te.
Se io, se io sono stato crudele,
Spero che tu possa dimenticarlo.
Se io, se io sono stato falso
Spero tu capisca che non lo sono mai stato con te.
Come un bambino, nato morto,
Come una bestia con il suo corno
Io ho dilaniato chiunque si avvicinava a me.
Ma io giuro su questa canzone
E su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
Che metterò tutto a posto per te.
Vidi un accattone poggiato alla sua stampella di legno,
Mi disse, ''Non devi chiedere così tanto.''
E una dolce donna appoggiata alla sua porta,
Mi gridò, ''Hey, perchè non chiedi di più?''
Oh come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho cercato a mio modo di essere libero.
(Leonard Cohen "Bird on the Wire"
***
Alle volte pare sconveniente essere totalmente donna e riconoscersi in ballate da uomini.
Ma questo è il gioco eterno della tua vita: un' innata propensione all' esilio, uno scherzo, un po' crudele, della tua anima, che così tenta di sfuggire al fatale disgusto che il dovere dell' essere a modo loro ti procura.
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