lunedì 7 marzo 2011

Un uomo ride e un altro uomo piange...


"...
Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride è stato malato, è malato, eppure egli ride 'perché' l' altro piange. Egli può massacrare, perseguitare, e uno che, nella non speranza, lo vede che ride sui suoi giornali e manifesti di giornali (allusione alle dittature europee del '900 -n.d.r.), non va con lui che ride ma semmai piange, nella quiete, con l' altro che piange. Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita, e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame.
Chiesi a mia madre: " Tu che ne pensi?"
"Di che?", mia madre disse.
Ed io: " Di tutti questi ai quali fai l' iniezione".
E mia madre: "Penso che forse non potranno pagarmi".
"Va bene", dissi io. "E ogni giorno vai lo stesso da loro, fai loro l' iniezione, e speri che invece possano pagarti, in qualche modo. Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?"
"Io non spero", disse mia madre. "Io so che qualcuno può pagarmi e qualcuno no. Io non spero."
"Pure vai da tutti", dissi io. "Ma cosa pensi di loro?"
"Oh!" mia madre esclamò. "Se vado per uno posso andare anche per un altro", disse. "Non mi costa nulla"
"Ma cosa pensi di loro? Cosa pensi che sono?" io dissi.
Mia madre si fermò in mezzo alla strada dove eravamo e mi rivolse un' occhiata leggermente strabica. Sorrise, anche, e disse: "Che strane domande fai! Cosa debbo pensare che sono? Sono povera gente con un po' di tisi e con un po' di malaria..."
Io scossi il capo. Facevo delle strane domande, mia madre poteva vedere questo, eppure non mi dava delle strane risposte.. Chiesi:
"Hai mai visto un cinese?".
"Certo", mia madre disse. "Ne ho visti due o tre... Passano per vendere le collane".
"Bene", dissi io, "Quando hai davanti un cinese e lo guardi e vedi, nel freddo, che non ha cappotto, e ha il vestito stracciato e le scarpe rotte, che cosa pensi di lui?"
"Ah, nulla di speciale", mia madre rispose, "Vedo molti altri, qui da noi, che non hanno cappotto per il freddo e hanno il vestito stracciato e le scarpe rotte..."
"Bene", dissi io. "Ma lui è un cinese, non conosce la nostra lingua e non può parlare con nessuno, non può ridere mai, viaggia in mezzo a noi con le sue collane e cravatte, con le sue cinture, e non ha pane, non ha soldi, e non vende mai nulla, non ha speranza... Che cosa pensi tu di lui quando lo vedi che è così un povero cinese senza speranza?"
"Oh!" mia madre rispose. "Molti altri vedo che sono così, qui da noi... Poveri siciliani senza speranza".
"Lo so", dissi io. "Ma lui è cinese. Ha la faccia gialla, ha gli occhi obliqui, il naso schiacciato, gli zigomi sporgenti e forse fa puzza. Più di tutti gli altri egli è senza speranza. Non può avere nulla. Che cosa pensi tu di lui?"
"Oh!" rispose mia madre. "Molti altri che non sono poveri cinesi hanno la faccia gialla, il naso schiacciato e forse fanno puzza. Non sono poveri cinesi, sono poveri siciliani, eppure non possono aver nulla".
"Ma vedi", dissi io. "Egli è un povero cinese che si trova in Sicilia, non in Cina, e non può nemmeno parlare del bel tempo con una donna. Un povero siciliano, invece può...".
"Perché un povero cinese non può?" chiese mia madre.
"Bene", dissi io. "Immagino che una donna non darebbe nulla ad un povero viandante che fosse un cinese invece di un siciliano".
Mia madre si accigliò.
"Non saprei", disse.
"Vedi?" io esclamai. "Un povero cinese è più povero di tutti gli altri. Cosa pensi tu di lui?"
Mia madre era stizzita.
"Al diavolo il cinese", disse.
E io esclamai: "Vedi? Egli è il più povero di tutti i poveri e tu lo mandi al diavolo. E quando lo hai mandato al diavolo, non ti sembra che sia più uomo, più genere umano di tutti?"
Mia madre mi guardò sempre stizzita.
"Il cinese?" chiese.
"Il cinese", dissi io. "O anche il povero siciliano che è malato in un letto come questi ai quali fai l' iniezione. Non è più uomo e genere umano, lui?"
"Lui?" disse mia madre.
"Lui", dissi io.
E mia madre chiese: "Più di chi?"
Risposi io: "Più degli altri. Lui che è malato... Soffre".
"Soffre?" esclamò mia madre. "E' la malattia".
"Soltanto?" io dissi.
"Togli la malattia e tutto è passato", disse mia madre. "Non è nulla... E' la malattia".
Allora io chiesi:
"E quando ha fame e soffre, che cos'è?".
"Bene, è la fame", mia madre rispose.
"Soltanto?" io dissi.
"Come no?" disse mia madre. "Dagli da mangiare e tutto è passato. E' la fame".
Io scossi il capo. Non potevo avere strane risposte da mia madre, eppure chiesi ancora:
"E il cinese?".
Mia madre, ora, non mi diede risposta, né strana, né non strana; e si strinse nelle spalle. Essa aveva ragione, naturalmente: togliete la malattia al malato, e non vi sarà più dolore; date da mangiare all' affamato, e non vi sarà dolore. Ma l' uomo nella malattia che cos'è?  E che cosa è nella fame?
Non è, l' uomo nella fame, più uomo? Non è più genere umano? E il cinese? ..."

(Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano, Bompiani, 1941)

Intellettuali come quelli del secondo dopoguerra, io penso, nobilitano il sentimento dell' italianità: io provo orgoglio a rileggerli, e sono loro grata per questo. Mentalmente li ringrazio d' esser stati e di ricordarmi -attraverso le loro pagine-, che il mio Paese, pur nei drammi e nel dolore del tempo, ospitava voci e spiriti simili. Uomini. Un po' scrittori (Vittorini era autodidatta, operaio in un cantiere edile e poi tipografo. Con Pavese e
Montale, dal '34 si guadagnò da vivere con traduzione di scrittori anglosassoni, contribuendo alla diffusione della letteratura americana contemporanea: Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, Saroyan, ed altri)
, capaci di riflessioni filosofiche, sociologiche, politiche.
Parole simili erano, in quel momento storico, coraggiose e censurate dalla dittatura fascista.

La stessa alienazione spirituale del cinese diseredato di allora, è quella dei disgraziati che sbarcano e sbarcheranno sulle nostre coste; la loro essenza è ancora quella che Vittorini vedeva: un surplus di umanità; la meditazione che viene solleticata è affine: aldilà della soluzione dei problemi pratici e sociali (dare lavoro, sostegno, cure a chi soffre di più) resta, oggi come allora e come sempre, sospesa nell' ignoranza la ragione della fatalità del dolore -legge primordiale dell' esistenza- e, con essa, la totale comprensione dei motivi del nostro esistere.

domenica 6 marzo 2011

Uccello su un filo



Come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho provato a mio modo ad esser libero.

Come un verme sopra un amo,
Come un cavaliere uscito da qualche vecchio libro
Ho salvato tutti i miei nastri per te.

Se io, se io sono stato crudele,
Spero che tu possa dimenticarlo.
Se io, se io sono stato falso
Spero tu capisca che non lo sono mai stato con te.

Come un bambino, nato morto,
Come una bestia con il suo corno
Io ho dilaniato chiunque si avvicinava a me.
Ma io giuro su questa canzone
E su tutto ciò che ho fatto di sbagliato
Che metterò tutto a posto per te.

Vidi un accattone poggiato alla sua stampella di legno,
Mi disse, ''Non devi chiedere così tanto.''
E una dolce donna appoggiata alla sua porta,
Mi gridò, ''Hey, perchè non chiedi di più?''

Oh come un uccello sopra un filo,
Come un ubriaco in un coro di mezzanotte
Ho cercato a mio modo di essere libero.
(Leonard Cohen "Bird on the Wire"

***


Alle volte pare sconveniente essere totalmente donna e riconoscersi in ballate da uomini.
Ma questo è il gioco eterno della tua vita: un' innata propensione all' esilio, uno scherzo, un po' crudele, della tua anima, che così tenta di sfuggire al fatale disgusto che il dovere dell' essere a modo loro ti procura.

lunedì 28 febbraio 2011

Le persone volgari poco si curano di amicizia

-"Le donne sono delle amiche più lucide degli amici, ma sono anche più esigenti";

-"L'amicizia fra persone di sesso diverso può durare mantenendosi anche immune da qualsiasi grossolanità. La donna tuttavia considera sempre l'uomo come un uomo, e analogamente l'uomo considera la donna come donna. Questo legame non è passione, né pura amicizia: costituisce una categoria a sé." ;

-"... uno degli aspetti fascinosi dell'amicizia è che le persone volgari non s'interessano affatto di essa: interessa loro soltanto l'amore.

Tal sorta di persone sa apprezzare solamente il trasporto travolgente della passione, ma è pressoché insensibile all'impegno morale, alla generosità di cuore, all'attitudine v/ la comprensione e il sacrificio che ogni vincolo amicale serio -ed a maggior ragione quello eterosessuale-, non può non comportare." ;

-"Si dubita pure oggi, talvolta, che un'amicizia effettiva possa intercorrere tra uomo e donna, minacciata com'è, in questo caso, dall'insorgenza dell'impulso sessuale che tende a travolgerla.

Ma anche un flirt può essere accompagnato dall'amicizia, se sorretto dalla comprensione sincera e dalla benevolenza reciproca. E, in ogni caso, gli uomini e le donne possono capire benissimo, se lo vogliono, che l'amicizia sia ALTRA COSA dall'attrazione sessuale e può essere stabilita e mantenuta anche senza di essa."

In epoca rinascimentale queste sono state opinioni espresse da autorevoli esponenti culturali, alcuni dei quali "teologi professionisti".
Io credo di avere in me un qualche residuo genetico di quell' epoca, ma non così condiviso, perché, mentre continuo ad immaginare perfettamente naturale l' amicizia eterosessuale, così come nei pareri sopra riportati, continuo a sentirmi ribadire, invece,  in conversazioni più o meno dirette, che mi sbaglio alla grande, che non è possibile concepire un' amicizia tra "esseri diseguali", esseri non "alla pari", come sono -appunto- uomo e donna. La motivazione sempre adottata è la consueta: gli ormoni turbano l' intelletto ed il cuore.

Lo trovo seccante. Riduttivo. Barbarico. Eppure tale confutazione proviene anche da donne: questo mi par anche più grave, perché suggerisce -in un certo senso- un certo vizio di ipo-valutazione di sé indotta da quelli che a me paiono luoghi comuni.

(Sappiamo che lo spazio cerebrale maschile preposto all' impulso sessuale è due volte e mezzo più grande  di quello femminile e che di conseguenza, in media, un uomo è attraversato da pensieri sessuali molte volte al giorno, a differenza di ciò che succede ad una donna. Ecco che la possibilità di concepire l' Amicizia eterosessuale, per una donna, dovrebbe essere potenzialmente maggiore...)

Per quel che riguarda la mia esperienza personale -ed alla faccia di coloro che possiedono un orizzonte mentale "circolare", che riconduce ogni azione ed intenzione a finalità erotiche e seduttive-, il mio bisogno di amicizia non discrimina tra i due generi, mai e ciò che può cambiare, semmai, è soltanto il linguaggio adottato.

Per inciso: il mio miglior amico è un amore finito.

domenica 27 febbraio 2011

Cosmogonie

Botero


Nulla a che vedere con la metamorfosi del povero Gregor Samsa, risvegliatosi insetto e precipitato in un baratro d' angoscia e solitudine: le metamorfosi carnevalesche hanno altra genesi, antichissima e mitologica, anche se strettamente connessa al rapporto che l' uomo, da sempre, ha con sé stesso e con il cosmo.

Dev' essere proprio a causa della sua funzione rituale, che cerca d' esorcizzare attraverso i lazzi e lo scherzo, il mascheramento ambiguo, il tergiversamento, l' assenza di luce imposta dal soltizio d' inverno, la quiescenza -pertanto- della vita (che ricorda troppo esplicitamente la morte), che io lo detesto oggi così come ho sempre fatto fin dall' infanzia.
Giacché non so concepire la doppiezza, non amo le maschere, né le ho mai amate. Eppure, so bene quanto simbolismo possano esprimere e quanta verità possa celarsi dietro a ciò che presenta sé stesso come visibilmente bugiardo o buffonesco.

Dietro la maschera è consentita la dissolutezza, il rovesciamento dell' ordine, l' immersione nel caos destrutturante, e festeggiare il disordine cosmico è strumentale al ripristino del nuovo ordine, più solido e restrittivo di prima. Più coercitivo.

Ogni festa serve a purgare l' amarezza della crisi, è la zolletta zuccherata che precede la somministrazione dell' amara pillola.
Ma ora a me pare che l' Umanità sia riuscita ad annullare totalmente i legami più occulti con il Cosmo e le sue leggi.
E' triste la possibilità che siano azzerate le speranze di  Rinascita, di ricongiungimento con l' eterno principio vitale che reggeva l' universo.

Come mi auguro di sbagliarmi...


Com' è più nobile e saggio lasciare che tutto accada, con un impercettibile sorriso sulle labbra...

venerdì 25 febbraio 2011

Estrazioni dal sottosuolo: l' originario interesse degli interessi.

"...
Oh, dite, chi è stato il primo a dichiarare, chi ha proclamato per primo che l' uomo fa il male unicamente perché non conosce i suoi  veri interessi; e che a illuminarlo, ad aprirgli gli occhi sui suoi veri, normali interessi, cesserebbe subito di fare il male, diventerebbe d' incanto buono e nobile, giacché essendo illuminato e intendendo il suo vero tornaconto, vedrebbe questo appunto nel bene, e si sa che non c' è uomo il quale possa scientemente agire contro il suo proprio tornaconto, e dunque l' uomo opererebbe il bene, diremo, per necessità? Oh fantolino chi questo disse! Oh puro ed ingenuo bambinello! Ma, in primo luogo, quando mai è capitato in tutti questi millenni che l' uomo agisse solo per il suo tornaconto? E come sbrigarsela coi milioni di fatti comprovanti che gli uomini 'scientemente' , ossia pur intendendo benissimo il loro vero tornaconto l' hanno lasciato talvolta in secondo piano e si sono buttati per un' altra via, al rischio, all' avventura, senza esservi costretti da nessuno e da niente, ma quasi volessero appunto e soltanto evitare la via loro indicata e aprirsene caparbiamente e capricciosamente un' altra, difficile, assurda, da cercare a tentoni? Vuol dire che di fatto, per loro, quella caparbietà e quella licenza erano più piacevoli di qualsivoglia tornaconto..."
(Fëdor Michajlovič Dostojevskij -Ricordi dal sottosuolo)

D' altronde, è talmente chiaro che, talvolta, il tornaconto dell' uomo sta nell' augurarsi il male, piuttosto che il bene. Ecco che, di colpo, ogni utopistica -ed erroneamente data per scontata- tendenza al bene viene sconfessata.
Da tempi remoti ragioniamo per luoghi comuni, suffragati da statistiche, con preferibilmente ai vertici calcoli economici.
Come se l' uomo fosse animale economico, che sciocchezza, quando mai, chi lo dice, chi l' ha detto: nulla di più stupido, nulla di più ingenuo ed alla resa dei conti controproducente.
Non esiste ambito che sfugga a questo inconsistente luogo comune: si tratta di una colossale fascinazione semplificativa, che ci banalizza da secoli e più precisamente da quando il primo pazzo ha deciso di aggiungere alla logica dei precedenti scambi  di beni necessari alla felice sussistenza il tarlo dell' accumulo. Sostituire l' avere all' essere ci ha reso i disgraziati  pezzenti che siamo, anche se è pur vero che avere è millanta volte più semplice che essere. E noi umani siam pigri.

"..
O piuttosto (per non far torto alla logica), esiste un interesse degli interessi (...) che è più importante e più interessante di tutti gli altri interessi, e per cui l' uomo è, se necessario, pronto a contraddire a tutte le leggi, ossia alla ragione, all' onore, alla tranquillità, alla prosperità, insomma a tutte le bellissime e utilissime cose del genere, pur di servire a questo originario interesse degli interessi che, ripeto, gli è più caro di tutto.
...
E questa propria, libera e indipendente volontà, questo proprio, sia pur folle, capriccio, questa fantasia, esasperata magari talvolta fino alla demenza, tutto ciò costituisce quel tale, sempre omesso, interesse degli interessi, che non rientra in nessuna classificazione e che manda costantemente al diavolo tutti i sistemi e tutte le teorie. Ma donde hanno cavato codesti sapientoni che l' uomo ha bisogno di non so che normale e virtuoso volere? L' uomo ha soltanto bisogno d' una volontà 'indipendente', gli costi questa indipendenza quanto può, e a qualunque punto debba menarlo. Ma poi, la volontà, lo sa il diavolo..."

(Fëdor Michajlovič Dostojevskij -Ricordi dal sottosuolo)

Il solo modo per mantenere quell' indipendenza è restarsene perennemente nel sottosuolo, o, quantomeno, considerarlo la principale abitazione della volontà: è un modo per non farsi soverchiare dalle contraddizioni, grazie agli improvvisi lampi di lucidità d' analisi ed onestà intellettuale che da lì sotto, di quando in quando, si può essere beneficiati. Spesso laggiù si sogna, si sogna intensamente, talvolta per mesi e mesi di seguito...
Ed il gran finale:

"Ma per quello che personalmente mi riguarda, io invero non ho fatto altro, nella mia vita, che spingere agli estremi ciò che voi non osavate fare neanche a metà, stimando per giunta ragionevolezza la vostra vigliaccheria, e con questo inganno consolandovi. Sicché io ne risulto magari più vivo di voi. Ma guardate dunque un po' più a fondo! Noi non sappiamo neppure dove stia di casa la vita adesso, e che cosa sia e come si chiami. Fate che ci lascino soli, senza libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo, non sapremo che partito prendere, a che attenerci; non sapremo che cosa amare e che cosa invece odiare, di che cosa far conto e che cosa disprezzare. (*) A noi ci pesa perfino d' essere uomini, uomini dotati d' un vero, d' un 'proprio' corpo e d' un proprio sangue; ci vergognamo di questo, lo riteniamo un' ignominia e aspettiamo di diventare non so che inauditi esseri astratti. Siamo nati morti, del resto è un pezzo che non nasciamo più da padri vivi, e questo ci conviene sempre più. Cominciamo a prenderci gusto. Presto inventeremo la maniera di nascere dall' idea. Ma basta; non voglio più scrivere 'dal sottosuolo'..."

(Fëdor Michajlovič Dostojevskij -Ricordi dal sottosuolo)

* mio il grassetto





domenica 20 febbraio 2011

Se la proprietà privata è bisogno primario dell' anima, quando diventò ingiusta?



Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907)

Nell' emozionante performance musicale di Giorgio Gaber "Qualcuno era comunista" egli comunica, con limpida intuizione poetica,  questa idealistica visione del mondo: "Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. "
Questa per me è l' originaria, esaustiva,  essenza del comunismo.
Un' affermazione che pare perfino "sentimentale", interiore, spirituale (alla faccia di coloro che riducono l' idea di comunismo al freddo materialismo, il quale, semmai, attiene alla ricerca dei  mezzi che ne dovevano consentire il raggiungimento); un' idea bella.
Ma invece l' uguaglianza è cosa bella e giusta, sì, ma è anche l' insopprimibile elemento di una società che aspiri ad essere felice.
Sottolineo una società, vale a dire un consorzio, un insieme di individui che desiderino e sentano il bisogno di appartenenza e condivisione di Valori, Leggi, Memoria.
Chi non ha nulla, chi teme di perdere il poco che ha, e vede come se la spassano coloro che hanno tutto o perfino troppo, ha perduto il requisito dell' uguaglianza: è l' intera società che ne soffre e ne erediterà negative e certe conseguenze.
Eppure, in sé e per sé, la proprietà privata non è il demone, come ebbe anche ad osservare Simone Weil: si tratta di un bisogno essenziale tutto umano (e non solo, ora che ci penso: molti animali marcano il loro territorio...), che qualcosa, in  un successivo meccanismo economico, ha stravolto originando ingiustizia.
Inutile fingere che non sia così: è, piuttosto, matematico.

"Robinson, 'la spada in pugno', ha fatto di Venerdì il suo schiavo. Ma per riuscire a questo, Robinson ha bisogno di qualche altra cosa oltre la spada. Non è da tutti possedere uno schiavo. Per potersene servire bisogna avere a disposizione due cose: in primo luogo gli strumenti e gli oggetti per il lavoro dello schiavo e in secondo luogo i mezzi necessari per il suo mantenimento. Quindi, prima che la schiavitù diventi possibile bisogna che sia raggiunto un certo livello nella produzione e che sia comparso un certo grado di diseguaglianza nella distribuzione. E perché il lavoro degli schiavi divenga il modo di produzione dominante di tutta una società, occorre un incremento ancora maggiore della produzione, del commercio e dell' accumulazione della ricchezza...
In ogni caso, quindi, presuppone già il possesso di un certo patrimonio superiore alla media. Come è sorto questo patrimonio? E' certo chiaro in ogni caso che è possibile che esso sia frutto di rapina e che quindi poggi sulla violenza, ma ciò non è affatto necessario. Può essere stato ottenuto col lavoro, col furto, col commercio, con la frode.  Anzi, prima che possa essere rubato, in generale è necessario che esso sia stato ottenuto col lavoro.
In generale la proprietà privata non appare affatto nella storia come risultato della rapina e della violenza. Al contrario. Essa sussiste già, se anche limitatamente a certi oggetti, nella comunità primitiva naturale di tutti i popoli civili. Già entro questa comunità essa si sviluppa, dapprima nello scambio con stranieri, assumendo la forma di merce. Quanto più i prodotti della comunità assumono forma di merci, cioè quanto meno vengono prodotti da essa per l' uso personale del produttore e quanto più vengono prodotti per il fine dello scambio, quanto più lo scambio soppianta, anche all' interno della comunità, la primitiva divisione naturale del lavoro, tanto più disuguali divengono le fortune dei singoli membri della comunità, tanto più profondamente viene minato l' antico possesso comune del suolo, tanto più la comunità si spinge verso la sua dissoluzione e la sua trasformazione in un villaggio di contadini parcellari...
Dovunque si costituisce la proprietà privata, questo accade in conseguenza di mutati rapporti di produzione e di scambio, nell' interesse dell' aumento della produzione e dell' incremento del traffico: quindi per cause economiche. La violenza qui non ha assolutamente nessuna parte.
E' pur chiaro che l' istituto della proprietà privata deve già sussistere prima che il predone possa 'appropriarsi' dell' altrui bene; che quindi la violenza può certo modificare lo stato del possesso, ma non produrre la proprietà privata come tale... anche se escludiamo la possibilità di ogni rapina, di ogni atto di violenza, di ogni imbroglio, se ammettiamo che tutta la proprietà privata originariamente poggia sul lavoro proprio del possessore, e che in tutto il processo ulteriore vengano scambiati solo valori eguali con valori eguali, tuttavia, con lo sviluppo progressivo della produzione e dello scambio, arriviamo necessariamente all' attuale modo di produzione capitalistico, alla monopolizzazione dei mezzi di produzione e di sussistenza nelle mani di una sola classe poco numerosa, alla degradazione dell' altra classe, che costituisce l' enorme maggioranza, la classe di proletari pauperizzati, arriviamo al periodico alternarsi di produzione vertiginosa e di crisi commerciale e a tutta l' odierna anarchia della produzione. Tutto il processo viene spiegato da cause puramente economiche senza che neppure una sola volta ci sia stato bisogno della rapina, della violenza, dello Stato, o di qualsiasi interferenza politica."
(F. Engels, Antidühring, 1878)

venerdì 18 febbraio 2011

Opinabile dignità


Singolari complesse creature i maschi...
Più che mai ostica, poi, la mente di alcuni di loro -sedicenti intellettuali-, la cui implicita capacità critica ed interpretativa delle cose del mondo coglie sfumature lievissime a me -povera grulla e miope sempliciotta, nonché presumibilmente (pure) nuova moralista/comunista-, completamente oscure.

Ho letto, con orrore, reiterata dichiarazione di una donna -che descrive sé stessa in modo evocativamente accattivante secondo la più ordinaria e misera logica estetica maschilista-, che vede una sottile e sostanziale differenza tra il prostituirsi per soldi (come normale attività? Come libera professione?) ed il prostituirsi per soldi, per un posto di lavoro più o meno prestigioso, per una comparsata televisiva, per un appartamento con affitto pagato, e simili, a Berlusconi od altri di lui sostenitori.
Poco prima la stessa persona aveva trovato massimamente deliziosa l' idea scherzosa d' immaginare sé stessa nuova Giuditta pronta a sacrificare la propria virtù per eliminare Oloferne.
Biblico.
Ma giacché non son questi i tempi in cui le virtù godano di grande considerazione, il suo ragionamento lascia un senso di doloroso stupore, dal sapore vagamente offensivo (questo sì) per molte donne.

Chiedo scusa: mi sfugge la nuance, non ravvedo la raffinata sfumatura. E' ideologica? E' politica?
Ci sono prostitute dignitose e prostitute indegne? Prostitute di sinistra e prostitute di destra?
E' evidente che chi trova normalmente concepibile la mercificazione del proprio corpo e focalizza semmai l' attenzione sul fruitore dei favori ha non soltanto una storia culturale ed intellettuale diversa dalla mia, ma anche uno strano concetto del meccanismo corpo-mente e delle incessanti, fatali connessioni tra i due elementi, senza le quali non si può affermare d' essere integri e completi.

Purtroppo a qualche maschio quel  ragionamento, insistentemente, piace. Deludente, che peccato, quanto mi disturba...