lunedì 10 gennaio 2011

In principio era il Verbo

Gustave Doré


La raccomandazione del Pontefice ai genitori dei bimbi battezzandi è stata quella di assegnare loro nomi appartenenti alla tradizione cattolica.
Basta con questi spigolosi Jessica, Walter, Jonny, Samantha, Alina, Max, Karl, Marika, Sonia,WXZY, NPRC... e simili diavolerie: si appellino gli infanti Maria, Anna, Giorgio, Simone, Pasquale, Antonio, Francesco, Lucia, Chiara, per Dio!
C' è il vantaggio di poter festeggiare l' onomastico, d' aver un Santo protettore...
La Parola, si sa, è sacra.
Deve essere stata istituita, anche lassù, una qualche succursale della Lega (celeste), custode e cultrice delle più autentiche e significative radici cristiane...

domenica 9 gennaio 2011

Nel ventre del Leviatano

Per qualcuno, anche se non ancora vecchio, non totalmente vinto, non definitivamente finito, la sua stessa vita può essere ugualmente 'sopravvivenza'. Succede. Io lo so bene, parola mia, con pesante cognizione di causa.
Ed a farlo succedere non serve un solo, esemplare, apocalittico evento.
Basta anche il lento stillicidio di circostanze avverse -forse pure diluito nel tempo-; basta lo sgranarsi di beffe e casualità; basta l' accumulo di domande irrisolte, capace di sedimentare e dare vita al più spaventoso, duro ed invincibile Leviatano d' angoscia, capace di disamorare alla speranza e succhiare ogni rimasuglio di energia.

Quel disamore alla speranza non è neppure lontanamente semplice indirizzo pessimistico (magari a titolo cautelativo o propedeutico ad un rafforzamento del carattere), no davvero; esso è senso della realtà, nudo e crudo, al quale si può anche aver per decenni opposto uno straordinariamente vigoroso contrasto in termini di coraggio, d' intraprendenza, di reattività stoica.
Il tutto, inutilmente.
Se la battaglia della propria esistenza ha caratteristiche cosmiche, se le proprie armi sono ridicoli stecchini che l' immane falce spezza con il semplice spostamento d' aria, non esiste alcuna possibilità, né è consigliabile coltivare ulteriore illusione.

Si sta lì, allora, acquattati nell' orribile ventre della Bestia, in incurante attesa della conclusione della sua disgustosa peristalsi, certi soltanto d' essere ancora ciò che si è.


Pollock- Moby Dick

"...
M quella notte in particolare mi capitò una cosa strana, che non sono mai riuscito a spiegarmi. Svegliandomi di colpo da un breve sonno in piedi, ebbi l' orrenda sensazione di qualcosa di fatalmente sbagliato. La barra ricavata da una mandibola di capodoglio mi percuoteva il fianco che le appoggiavo contro; nelle orecchie avevo il sordo fruscio delle vele che proprio allora cominciavano a fremere al vento; pensai di avere gli occhi aperti e mi resi vagamente conto di essermi meccanicamente portato le dita alle palpebre per splancarle al massimo. Eppure davanti a me non vedevo più la bussola che mi serviva a governare, benché non mi sembrasse trascorso più di un istante dall' ultima volta che ne avevo guardato il quadrante alla luce ferma della lampada della chiesuola. Davanti a me non vedevo che il buio più fitto, reso a intervalli spettrale da lampi rossastri. Soprattutto, avevo l' impressione che ciò su cui mi trovavo -qualsiasi cosa fosse- più che puntare verso qualche porto, si allontanasse a folle velocità da qualunque porto si potesse trovare alle sue spalle. Mi sentii invadere da un' angosciosa senzazione di morte. Agguantai convulsamente la barra del timone, e così facendo ebbi la curiosa sensazione che questa avesse, come per incantesimo, invertito la propria posizione. "Dio mio! Cosa mi prende?" pensai. Ebbene! Durante quel mio breve sonno avevo fatto un mezzo giro, e adesso ero rivolto verso poppa, con le spalle alla prua e alla bussola. Mi voltai di scatto, giusto in tempo per evitare che la nave straorzasse, e molto probablmente si capovolgesse. Come fui contento e riconoscente di essere scampato a quell' innaturale allucinazione notturna, e al terribile rischio di ritrovarmi col vento dalla parte sbagliata! O uomo, non fissare il fuoco troppo a lungo! Non sognare mai con la mano sulla barra! Non dare le spalle alla bussola, accogli il primo avviso del timone che ti tocca il fianco, non credere al fuoco artificiale che col suo bagliore rende tutto più spettrale. Domani, alla luce naturale del sole, i cieli torneranno luminosi; coloro che balenavano come diavoli tra lingue di fiamma, al mattino si mostreranno in tutt' altro, o quanto meno più gentile, rilievo. Il sole radioso, raggiante, ridente, è l' unica vera sorgente luminosa... ogni altra è soltanto una menzogna!
Eppure il sole non nasconde le lugubri paludi della Virginia, né la maledetta campagna romana, né l' immenso Sahara e tutti i milioni di miglia di deserto e sofferenza che stanno sotto la luna. Il sole non nasconde l' oceano, che è il lato oscuro di questa terra e ne ricopre i due terzi. Perciò il mortale che reca in sé più gioia che dolore, quel mortale non può essere sincero, e se è sincero deve ancora farsi le ossa. Lo stesso vale per i libri. Il più sincero tra gli uomini è l' Uomo dei Dolori del libro di Isaia, e il più vero dei libri è quello di Salomone, e l' Ecclesiaste è l' acciaio temperato della sofferenza. "Tutto è vanità" TUTTO. Questo mondo caparbio non ha ancora assimilato la saggezza del non cristiano Salomone. Ma chi scansa prigioni e ospedali, e traversa in fretta i cimiteri, e preferisce parlare di bel canto anziché dell' inferno; chi considera Cowper, Young, Pascal e Rousseau dei poveri malati, e per un' intera spensierata esistenza giura sulla suprema saggezza di Rabelais, che proprio per questo lo diverte da matti... questo non è l' uomo adatto a sedere su una pietra tombale, e a calpestare il verde, umido muschio assieme al grandissimo, meraviglioso Salomone.
Ma perfino Salomone sostiene che  "l' uomo che si allontana dalla via della sapienza rimarrà (mentre è ancora in vita) nella congregazione dei morti". E dunque non abbandonarti al fuoco, affinché non ti faccia girare su te stesso fino a tramortirti, come accadde a me in quell' occasione.
Esiste una saggezza che fa male, ma anche un dolore che è pazzia. In certe anime si libra un' aquila reale capace di tuffarsi in picchiata nelle gole più buie, per riemergere e salire talmente in alto da confondersi col sole. E perfino se restasse per sempre nella gola, quella gola si trova pur sempre tra le montagne, per cui anche nel punto più basso l' aquila di montagna volerà sempre più in alto dei suoi simili di pianura, per quanto questi tentino di innalzarsi."

(Herman Melville,Moby Dick o la balena, Edizioni Frassinelli 2001)

venerdì 7 gennaio 2011

Adagio, meglio se maestoso...

« – Vuole dire che più si trova, più si cerca; e che più si cerca, più si trova?
- Esatto. Certe volte mi sembra che fra la ricerca e la scoperta si sia formata una relazione paragonabile a quella che i stabilisce fra la droga e l’intossicato.
– Molto curioso. E allora tutta la trasformazione moderna del mondo…
– Ne è il risultato; e ne rappresenta, del resto, un altro aspetto … Velocità. Abusi sensoriali. Luci eccessive. Bisogno dell’incoerenza. Mobilità. Gusto del sempre più grande. Automatismo del sempre più “avanzato”, che si manifesta in politica, in arte, e … nei costumi».

(Paul Valery)

La luna sorge e tramonta ADAGIO, me-ra-vi-glio-sa-men-te


Caspar David Friedrich-Levare della luna


"Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla".

(J. W. Goethe, lettera del novembre 1825)

***

Il Poeta già se n' era accorto allora... anche se il muro di Berlino non era ancora stato fatto cadere. Dopo il crollo, infatti, s' è perso il bisogno, o il sogno, del futuro. L' accelerazione dello stato di fretta compulsiva da cui ci lasciamo dominare nella conduzione della nostra vita -sia essa piacevole o negletta e neghittosa-, senza ormai più averne neppure il sospetto, ci ha consacrati tutti al definitivo nichilismo filosofico, sostituendo il piacere dei voli metafisici al fare-e fare di un' eterno presente che non ha più alcuna pretesa di inventarsi uno sviluppo o un mutamento.

Incessantemente, e via via che le occasioni, gli incontri, i rapporti che mi capita di vivere - o, più precisamente, "sfiorare", nel caso dei rapporti umani, giacché non conosco nessuno né desideroso né oggettivamente capace di vivere esaurientemente un rapporto interumano- me ne danno spunto,  mi pongo questa scomoda domanda: perché tutto è tanto evanescente, tanto deludente, tanto prevedibile e perciò mortalmente noioso, tanto inafferrabile ed incomprensibile, tanto deprimente nell' incontro con l' altro? Che cosa, dolorosamente, sempre, mi manca?

Ma adesso mi pare di averne  individuato una causa: è l' assenza dell' Adagio. La sinfonia che ci regala il maggiore appagamento, che tacita l' anima e l' accarezza, che la trasporta in un altrove, dopo Allegro, Allegretto, Scherzo, Presto con fuoco, Prestissimo, esige l' Adagio, meglio se maestoso.

Il tutto, in placida continuità, con delicata pazienza, con senso di futuro.

Crederò agli amici che restano, agli amori passati che non dimenticano, a chi non teme la vecchiaia e mostra orgogliosamente le sue rughe, di volto e di cuore.
Da adesso non ho più doni per chi corre... 


mercoledì 5 gennaio 2011

Neuroni specchio, Internet, intelligenza emotiva e sociale, apprendimento, impoverimento.

Non c' è una sola occasione, di cui  conservi memoria, in cui io non abbia approcciato  un altro essere umano sconosciuto, oppure anche soltanto risposto ad un quesito da quello postomi -come una richiesta di informazioni stradali-, sorridendo.
Mi è sempre successo automaticamente e spontaneamente, senza la benché minima premeditazione.
La questione, fin da fanciulla, mi ha sempre dato da riflettere, anche perché, in alcune circostanze e da parte di qualche individuo dall' intelligenza emotiva poco affinata, l' involontario tributo di un candido sorriso può essere maliziosamente interpretato come tentativo di seduzione.
E' evidente che questo mio comportamento attinge ad una certa memoria ancestrale, comune anche agli animali e, nel caso di specie, ai primati, e si fonda sulla consapevolezza che esiste una rete neuronale che fa sì che i cervelli "si aggancino" superando le barriere fisiche, attraverso un contagio emotivo.
Il mondo tende a sorridere a chi sorride: non è una bella cosa?
Il fenomeno, nell' ultimo decennio, ha avuto un' attenzione scientifica rilevante che ha condotto alla scoperta dei neuroni specchio.
Nel cervello umano ne sono contenuti moltissimi sistemi, preposti ai più vari scopi, dall' imitazione delle azioni all' intuizione delle intenzioni e delle eventuali implicazioni sociali che una data azione altrui potrebbe comportare, nonché alla percezione delle emozioni degli altri.
Nello sviluppo dei bambini essi sono essenziali, giacché è ormai assodato che l' imitazione rappresenta una delle  principali vie di apprendimento.
Giacomo Rizzoletti, il neuroscienziato italiano che ha scoperto i neuroni specchio, chiarisce che essi "ci permettono di captare le menti altrui non attraverso il ragionamento concettuale, bensì tramite la simulazione diretta; con la percezione, non con il pensiero"

Questo prologo, per cercare di chiarirmi a che cosa ci possa condurre la rivoluzione digitale in atto e le sue implicazioni e conseguenze sulla vita e sui rapporti umani. Non nascondo che, sull' argomento, provo sentimenti contrastanti, con una leggera propensione all' apocalittico...

Leggo sul Domenicale de "Il Sole-24 Ore" del 2/1/2011 un articolo di Armando Massarenti, la cui opinione -mi par di intuire-, invece, tende alla positività, anche se io credo che egli abbia un' ottimistica considerazione dell' umana intelligenza e della sotterranea umana natura.

"Una volta che si è aperta a tutti la possibilità di consumare, produrre, risolvere problemi e condividere interattivamente contenuti in rete, è difficile tornare indietro. E il motivo sta scritto nei nostri neuroni. La facilità, la gratuità, le motivazioni altruistiche, il senso di equità, il desiderio di interattività, di partecipazione e confronto, oltre che essere il vero sale e la nuova opportunità offerta dai 'socialnetwork', trovano conferma in esperimenti neuroscientifici assai noti che disegnano la natura umana in maniera assai meno egoistica e assai più cooperativa e animata da spirito civico di quanto le teorie dell' 'homo oeconomicus' ci avevano fatto credere."

[Clay Shirky -Surplus cognitivo.Creatività e generosità nell' era digitale.]



Già questa affermazione mi pare  -è!- surreale, frutto di una deduzione gratuita effettuata in malafede. D' altra parte il sig. Shirky è il nuovo guru dei nuovi media.
Soltanto in potenza, soltanto virtualmente, teoricamente, l' uomo è altruista: ciò che conta è come quello stesso uomo saprebbe tradurre sul suolo quel suo sedicente spirito civico.
E' più facile che qualcuno inneggi ai più nobili valori umani da un palcoscenico piuttosto che si chini a terra per soccorrere un clochard svenuto in coma etilico.


E l' amicizia? Non è raro "amarsi" in Rete. E l' equità?
Illusioni, entrambe, se vissute con l' intermittenza imposta dai fili.
L' elemento la cui mancanza stride e (mi) scandalizza è proprio quello fondamentale negli umani rapporti: la reciproca assunzione di responsabilità, che rimane fatto eminentemente etico.
Nella galassia digitale non esiste e probabilmente nessuno se l' attende; in un click il proprio spazio personale può venire eliminato, con quanto di discusso, scambiato, interattivato contenesse.
Con il semplice immobilismo (mero atto univoco), si può tacere, sparire, sospendere qualsiasi contatto: superficialità legittimata dalle condivise norme di utilizzo.
Internet non consente il trattenimento della memoria, tanto essa diventa aleatoria e fortuita, ma la memoria è tesoro, nella vita personale ed, in generale, per l' umanità.
Mi piace il Web, ma rimango di carne, con grande convinzione, ammaliata dalle persone vere, vive.



Certamente, per l' apprendimento di informazioni, cultura, idee, molte applicazioni commerciali e produttive e per uno stimolo intellettivo senza pari, i media digitali hanno costituito una rivoluzione straordinaria, ma niente potrà sostituire il raffinato piacere di sfogliare quel libro fresco di stampa e fragrante, o sfiorare quella vecchia pergamena che ricorda la crepitante foglia d' autunno. La lettura attiva aree cerebrali particolari, che la Rete non sfiora.
Bisogna che i ragazzi lo sappiano. Bisogna dirglielo con ... un sorriso.


martedì 4 gennaio 2011

L' ingranaggio della sventura

"... Tutto sommato, tranne qualche eccezione, le opere di second' ordine o di ordine inferiore si adattano meglio all' élite e quelle di primissimo ordine sono più adatte al popolo.
Per esempio, quale intensità di comprensione potrebbe nascere da un contatto fra il popolo e la poesia greca, che ha quasi per unico soggetto l' infelicità! Però bisognerebbe saper tradurla e presentarla. Un operaio, per esempio, che ha fitta nelle ossa l' angoscia della disoccupazione, capirebbe lo stato di Filottete quando gli vien tolto l' arco, e la disperazione con la quale fissa le proprie mani impotenti. Capirebbe anche che Elettra ha fame, cosa che un borghese, meno che nel momento attuale, è assolutamente incapace di capire (compresi gli elettori dell' edizione Budé)."

Giorgione-Filottete a Lemno

"... Beninteso, gli stessi operai dovrebbero avere gran parte in tale costruzione [costituire una produzione industriale e una cultura spirituale tale da permettere agli stessi di essere e sentirsi a loro agio. ndr]. Ma tale parte, per la natura delle cose, crescerebbe nella misura in cui si effettuasse la loro liberazione reale. Essa è inevitabilmente ridotta al minimo finché gli operai si trovano presi nell' ingranaggio della sventura."
(Simone Weil- La prima radice)


***

Ecco, una dose di  antica malinonia...



lunedì 3 gennaio 2011

Pianto nuovo



L' Umanità svuotata,
stritolata in nefande contraddizioni,
adescata da leccornie venefiche,
di cui non si avvede e
non vuol più sapere.
Ogni male, maggiore del precedente;
più colpevole la cecità.
Terrorizzata dall' inconsistenza,
bramosa d' esistere,
a prescindere gozzovigliando,
sorvolando il come,
indifferente al perché.
Ogni sua cellula corrotta,
fin nell’ oscuro nucleo.
Ingorda di lusinghe,
ignorante d' Amore.
Aggrappata a parole bugiarde,
in cui comincia a credere,
scandalosamente ottusa.
Inganno.

sabato 1 gennaio 2011

Un onesto nichilista

E' una vera ingiustizia dire che i nichilisti, con il loro crudo approdo alla constatazione del  nulla e  dell' assurdo, sono tipi da rifuggire. 
Meriterebbero almeno la tacita stima di chi ha a cuore, nel profondo, l' esercizio della sincerità, fosse pure soltanto quella altrui, risultando loro impresa irraggiungibile l' esercizio in proprio della stessa.
A me pare indubbia  la nostra umana esotistica sotterranea natura,  così propensa all' auto-indulgenza, all' accettazione soprattutto inconsapevole del plagio, alla vocazione all' illusione; a me pare abbacinante la nostra propensione ad un certa ignavia nell' accettazione di molte oggettive verità.
Ma le verità ineccepibili, empiriche, rimangono.
Sono poche, pochissime ed essenziali, ma ci sono.
Una di queste -forse la più agghiacciante- è che dovremo staccarci volenti o nolenti dalla sola cosa che davvero ci preme, il nostro Ego/Io e Sé; l' altra è che senza il supporto interiore di sogno, fantasia ed immaginazione forse non ce la faremmo.
Il rischio maggiore che il nichilista moderno corre è quello d'esser tacciato d' aridità, d' insensibilità, di anafettività, di disarmante ed infruttuoso decadentismo, e questo costituisce un gigantesco ossimoro, perché egli, invece, ha avuto talmente tanto amore per l' uomo, la sua intelligenza e la sua anima, da ritenerlo degno di sostenere sulle proprie spalle anche il macigno della verità ad occhi spalancati.
Chi merita assistenzialismo, cautele, protezionismo, fornitura di alibi  e tortuosità metafisiche, se non il debole?
Non che la debolezza e la fragilità siano reati o terribili colpe: il problema è che non consentono movimenti, che condannano alla stasi ed alla prudenza nonché, troppo spesso, a compromessi poco onorevoli.

Per quanto io possa definirmi, in tutta tranquillità, una persona tollerante, continuo a considerare estremamente sgradevole ogni forma di esternazione vittimistica. Non mi piacciono né la commiserazione, né, tanto meno, l’ auto-commiserazione. Sono convinta che nel corso della vita di ciascuno accadimenti massimamente dolorosi e difficili circostanze non siano evitabili e non potranno mancare. Forse si potrebbe discutere sul peso oggettivo di ciò che dà sofferenza, naturalmente, ma, a prescindere dalla scala di valore, le sole persone tutte felici che mi pare di aver conosciuto, erano anche microcefali. Questo, idealmente, ci rende tutti fratelli e ci impone l’ acquisizione di una certa dose di stoicismo e lucidità, in grado di fornirci il supporto per non soccombere.
Qualcuno, a questo punto, evoca Amore. "C' è l' Amore a consolarci dalla condanna": bella ovvietà, ma bisognerebbe riuscire anche a definirlo in modo certo e giusto...

***

Una delle immagini di Iliade che io amo profondamente e che, ad ogni lettura, mi riempie il cuore di tenerezza e compassione, si svolge dopo l’ uccisione del dolce Patroclo, il diletto di Achille. Nel campo di battaglia,intriso del sangue e cosparso dei corpi dei caduti, giunge Automedonte, il cocchiere di Achille, per raccogliere il cadavere del giovane. Conduce il cocchio con i due cavalli immortali e parlanti Balio e Xanto . Questi ultimi ad un tratto si rifiutano di muoversi, perché paralizzati dalla tristezza: vivendo con i mortali avevano imparato il dolore, perché non c’ è nulla che viva e respiri su questa Terra tanto infelice quanto l’ uomo.



“ …
Di Dïorèo
il forte figlio Automedonte invano
or con presto flagello, ora con blande
parole, ed ora con minacce al corso
gli stimola. Ostinati essi né vonno
alla riva piegar dell'Ellesponto,
né rïentrar nella battaglia. Immoti
come colonna sul sepolcro ritta
di matrona o d'eroe, starsi li vedi
giunti al bel carro colle teste inchine,
e dolorosi del perduto auriga
calde stille versar dalle palpebre.
Per lo giogo diffusa al suol cadea
la bella chioma, e s'imbrattava. Il pianto
ne vide il figlio di Saturno, e tocco
di pietà scosse il capo, e così disse:
O sventurati! perché mai vi demmo
ad un mortale, al re Pelèo, non sendo
voi né a morte soggetti né a vecchiezza?
Forse perché partecipi de' mali
foste dell'uomo di cui nulla al mondo,
di quanto in terra ha spiro e moto, eguaglia
l'alta miseria?
..."

***

La condizione di creatura esposta alla fatale infelicità, per sua stessa natura, è contenuta nel nostro sapere ancestrale e nei nostri stessi geni. 
Eppure, miracolosamente, nel primo giorno del nuovo anno, abbiamo riaperto gli occhi.