giovedì 11 novembre 2010

Malafede (ovvero quando mentiamo a noi stessi fingendo un' ingenuità ed un candore falsi) e Sincerità -1- Sartre e la coppia al primo appuntamento.

Una situazione assolutamente tipica, innocentemente ipocrita, certo da molti di noi sperimentata nei rispettivi ruoli è la seguente:

" Ecco, per esempio, una donna che si è recata al primo appuntamento. Sa benissimo le intenzioni che l' uomo che le parla nutre a suo riguardo.
Sa anche che le occorrerà prendere, presto o tardi, una decisione. Ma non vuol sentirne l' urgenza; si attacca solo a ciò che di rispettoso e discreto offre l' atteggiamento del compagno. Non percepisce tale comportamento come un tentativo per realizzare quelli che si chiamano "i primi approcci", non vuol vedere la possibilità di sviluppo nel tempo di tale condotta; circoscrive il comportamento a ciò che è al presente, non vuole leggere nelle frasi indirizzatele altro che il loro senso esplicito; se le si dice "Vi ammiro tanto" disarma la frase dell' intimo fondo sessuale, attribuisce ai discorsi ed alla condotta dell' interlocutore significati immediati che considera come qualità oggettive. L' uomo che parla le sembra sincero e rispettoso come il tavolo è rotondo o quadrato, come l' intonaco è celeste o grigio. E le qualità, così attribuite alla persona che ella ascolta, vengono in tal modo a cristallizzarsi in una permanenza di "cose" che non è che la proiezione nel flusso del tempo del loro presente.
Gli è che ella non è informata esattamente di ciò che brama; è profondamente sensibile al desiderio (fisico) che ispira, ma il desiderio nudo e crudo l' umilierebbe e le farebbe orrore. D' altra parte non troverebbe alcuna attrattiva in un rispetto che fosse soltanto del rispetto.
Per soddisfarla, le occorre un sentimento che si rivolga esattamente alla sua persona, cioè alla sua libertà totale, e che sia un riconoscimento di tale libertà. Ma occorre in pari tempo che questo sentimento sia interamente desiderio, cioè si rivolga al corpo, come oggetto.
Per ora, dunque, ella rifiuta di percepire il desiderio per quello che è, non gli dà nome, non lo riconosce se non nella misura in cui si trascende nell' ammirazione, stima, rispetto, e si perde interamente nelle forme più elevate da esso prodotte, al punto di non comparirvi più, se non come una specie di calore e di densità.
Ma ecco che le si prende la mano. L' atto dell' interlocutore rischia di cambiare la situazione imponendo una decisione immediata; abbandonare la mano alla stretta, è consentire da parte sua al flirt, impegnarsi. Ritrarla, è rompere l' armonia torbida ed instabile che fa l' incanto dell' ora. Si tratta di rimandare il più lontano possibile l' ora della decisione. Si sa allora quel che succede; la giovane donna abbandona la mano, ma non s' accorge di abbandonarla. Non s'accorge perché, per caso, avviene che ella è, in questo momento, tutta spirito. Trasporta l' interlocutore nelle regioni più elevate della speculazione sentimentale, parla alla vita, della sua vita, si mostra sotto l' aspetto essenziale: una persona, una coscienza. E durante questo tempo il divorzio del corpo e dell' anima è completo; la mano riposa inerte tra le calde mani del compagno: né consenziente né riluttante -una cosa-."
(Jean Paul Sartre -L' essere e il nulla)      
*-le sottolineature sono mie-

Questa donna è, palesemente, in malafede, perché permette in sé la coesistenza di due comportamenti contraddittori , godendo del desiderio che sa di ispirare nel compagno attraverso la percezione del proprio corpo e contemporaneamente  trascendendolo mediante una sua osservazione distaccata, come se contemplasse qualcosa che non la riguarda direttamente e personalmente.

Duplicità dell' essere umano: concepire concetti simultanei che contemporaneamente accettano e negano la stessa idea, cosa che fa nascere un nuovo stato di coscienza, a sé stante, che pretende di lasciarli essere senza trovarne la coordinazione. La malafede -questo nuovo stato, appunto- non li coordina e non li sintetizza, perché non è possibile farlo.

Per cercare di meglio definirlo e di estenderne la comprensione, Sartre prosegue citando il titolo di un' opera di Giacomo Chardonne, "L' amore è molto più  che l' amore": una celebre frase che, unitamente ad altre più sotto rammentate, è pervasa dallo spirito della malafede.
Nel titolo si vuole realizzare l' unità tra la fatticità (il corpo, i sensi, il contatto epidermico, ciò che è relativo all' amore come la gelosia, la lotta tra i sessi, ecc.) e la trascendenza, per tuffarsi pienamente nella metafisica.
Altro esempio, "Io sono troppo grande per me" (un lavoro di Sarment): il processo è inverso, ma simile, e parte dalla trascendenza per ripiombare nei limiti dell' essere di fatto.
Ancora, due affermazioni apparentemente in malafede, concepite appositamente in modo paradossale per suggerire un enigma, come "Egli è divenuto ciò che era", oppure, al contrario, "Tale che in sé stesso alfine l' eternità lo trasforma", rimangono volontariamente in perpetua disgregazione ed intendono alludere entrambi al fatto che io non sono ciò che sono. E' il ricorso all' idea di trascendenza che permette di sfuggire a ciò che si è.

"Provare che ho ragione, sarebbe riconoscere che posso aver torto", dice Susanna a Figaro...
In malafede, ogni possibilità di rimprovero è interdetta. La ragazza dell' appuntamento purifica il proprio desiderio carnale di ciò che ha di umiliante (bassezza dei crassi e bassi stinti), raccontando a sé stessa la menzogna d' essere puro spirito, esente da coinvolgimento (anima eletta e superiore).
La verità vera, allora, sta al centro di questo metastabile dualismo?
Noi siamo -voglio dire- una determinata cosa in noi (gli immediati desideri, gli istinti, le sensazioni), ed una certa altra cosa, talvolta opposta, con e per gli altri?

L' antitesi della malafede è la sincerità.
Pensano, i lettori, che si tratti di affermazione banale? Io spero di sì: infatti non significa ancora nulla, perché è necessario prima chiarirci che cosa, esattamente, la sincerità sia.

martedì 9 novembre 2010

Umani, Narcisi, i nostri dubbi e le certezze della nocciolaia

Un consistente numero di coloro che conosco, in modo più o meno diretto, riesce a rapportarsi preferibilmente - quando non esclusivamente- con chi a sua volta somiglia o finge di somigliare loro. 
Pare che non sia loro possibile fare altro che tentare di trovar pace e godimento nella replica di sé stessi. Dove conduca poi questo uggioso rito mi è totalmente ignoto, mentre invece risulta piuttosto chiaro che il meccanismo che lo innesca è il solito istintivo mimetismo che fa agire per simpatia ed una forma spiuttosto epidermica di empatia.
Il desiderio recondito di chi si vive come un polo magnetico, forse, è l' ottenimento di una moltitudine di cloni attraverso una sorta di gioco di specchi   disposti ad alimentare a dismisura il suo pantagruelico amor proprio e confermare così quella tendenza narcisistica che pare essere il carattere decisamente più spiccato che l' uomo moderno occidentale ha sviluppato, una  volta dimenticata la sua perduta grecità.

***
Nella mia natura l' aggressività è tenuta accuratamente sotto freno e rigido controllo: non mi consento mai di cedere ad impulsi distruttivi od offensivi verso cose, animali o persone, neppure nei momenti di tensione o forte stress. Non so dire con sicurezza se ciò dipenda dalla mia indole o se sia frutto involontario di formazione culturale: so che non mi costa alcuno sforzo. Credo che il solo caso in cui potrei ricorrere alla violenza fisica sarebbe quello, malaugurato, di difesa della vita, mia o d'altri, in caso di grave pericolo o minaccia.

Questa assenza di bellicosità si estende anche alle situazioni in cui lo scontro è puramente dialettico. E' sempre l' argomento dibattuto che mi coinvolge, e mi coinvolge quando suscita il mio interesse per svariati motivi: in quest' ottica mi ci impegno e mi diverto; mi ci diverto lietamente.
Oh, le divertissement! Perché mai Pascal vuole opporlo al Pensiero? Non c' è alcun conflitto tra lo sviluppo in buonafede di  un pensiero ed il piacere intellettuale che ne può derivare dal suo confronto con quello altrui...
Lo scambio del pensiero mi dà piacere, tanto quanto la vicinanza di qualche ben determinata persona, ed il raggiungimento del piacere è forse il fine ultimo dell' umana esistenza, quando si sorvoli sulla più alta necessità umana di trascendenza.

***
L' altro -l' interlocutore- non è sempre come noi ed , anzi, quasi mai lo è.
Non sempre gode della conversazione in modo che mi piace definire "lieto", perché talvolta i suoi fini reconditi non collimano con i nostri. Giacché sono reconditi e taciuti, naturalmente,  non li si può con certezza conoscere e se la conoscenza non è abbastanza profonda non li si può neppure intuire e presupporre: da ciò ne deriva che, pertanto, diventa difficile evitare un' eventuale degenerazione del confronto, una sua irrimediabile invalidazione.

Nei rapporti umani le cose vanno così: spesso lo disvelarsi del vero volto dell' altro riesce quasi a traumatizzare oltre che a semplicemente sbigottire, tanto risulta lontano dagli intenti e dalle motivazioni di cui chi è in buonafede normalmente si avvale.
E', infatti,  sorprendente la quantità di violenti mascherati da miti creature gentili che bazzicano ovunque, blogosfera compresa.
Pensavo di poter affermare con sollievo che la sindrome in questione riguardasse soltanto alcuni individui, come, ad esempio, i personaggi pubblici e politici, logorati come sono -poverini-, dal desiderio di mantenere i poteri acquisiti e dal risentimento provocato dall' accumulo di mille frustrazioni, da cui sono ormai irrimediabilmente irretiti.
Mi sbagliavo alla grande: non è così.
I Narcisi si espandono a macchia d' olio, più che mai nelle società industriali occidentali, ed il Buon Selvaggio è irrimediabilmente perduto.

***

Mi spiace: m' era simpatico e gli volevo un gran bene, specchio della Bontà che vedevo in lui riflessa. Ho sempre parteggiato per Venerdì piuttosto che per Crusoe; per l' Ultimo dei Moicani;  per ogni puro  perdente della Terra.

***

Incapaci di limitarsi alla razionale considerazione pura e semplice dei concetti via via espressi, si ritrovano a ricondurli inevitabilmente a sé stessi, con le distorsioni interpretative del caso. Si considerano un polo di gravità, un nucleo attrattivo e sono, forse pure inconsciamente, convinti di possedere l' unico sistema legittimo di speculazione.
Il nuovo Narciso è un individuo che, quando non è palesemente malato, è certamente non sano. Ama soltanto sé stesso, perché non ha sufficiente amore in sé da regalare ad altri: è un debole che ha sviluppato un' abnorme auto-stima, che tollera soltanto chi non lo contraddice, che reagisce a qualsiasi critica, anche non diretta, con aggressività e rancoroso umore. Crede che chiunque sia invidioso di lui, perchè l' invidia lo tormenta e lo ammala. Non può confrontarsi, né provare l' ebbrezza della scoperta dell' anima altrui, perchè per farlo dovrebbe distaccarsi da sé stesso e ciò lo spaventa. Ha i nervi scoperti: la sua presunzione è tale che legge qualsiasi parola come fosse indirizzata a lui. E può, per quest' allarme che l' opprime, diventare offensivo, sentenziando giudizi infondati.

Questo succede in modo tanto più imperdonabile quanto è maggiore la cosiddetta cultura che ritiene di possedere. L’ illusione  di erudizione rende l’ uomo smisuratamente presuntuoso e più che mai cieco. Il sedicente sapere obnubila la capacità d’ ascoltare e perfino anche soltanto d’ accorgersi dell’ esistenza altrui.

Non va meglio all’ ignorante per scelta, d' altronde, quello dal cervello impigrito e rozzo, che si attesta buono soltanto a cercare soddisfacimento di crassi desideri materiali e triviali o cercare poco edificanti similitudini di pensiero con altri imbecilli, da lui stesso innalzati a riferimento e raffronto.

Entrambi i tipi umani hanno in comune il peccato di supponenza.
Probabilmente l’ atteggiamento più onesto in assoluto rimane quello del dubbioso, di colui che cerca con tutti i suoi mezzi di dipanare le nebbie che avvolgono la verità e che vi impegna buona parte delle sue risorse, anche nelle questioni apparentemente meno cruciali e significative della sua esistenza.


Ecco che, stritolata dal mio telos di perplessità, alle volte vorrei essere, almeno per un po',  una nocciolaia

(... bello sarebbe, sì, "poter vivere tutte le vite e morire tutte le morti...": imparare ovunque, e da chicchessia).

Ho rivisto molte delle mie precedenti più generose opinioni un po’ romantiche sui miei simili, da quando ho appreso –nel corso della lettura del - a mio avviso pregevole- libro/inchiesta di Marco Politi “La chiesa dei no” 2009 Arnoldo Mondadori Editore Milano-, che la nocciolaia – che è un uccello che appartiene alla famiglia dei corvi-, quando sente avvicinarsi l’ inverno raccoglie in media trentamila semi in mucchietti di esatti cinque, quindi li nasconde. Li nasconde con metodo, in seimila posti diversi distribuiti sul territorio. Quand’è l’ ora li va a raccogliere. TUTTI. La nocciolaia, quindi, per avere la cognizione della giusta direzione da prendere deve saper contare e conoscere le regole di base della geometria di Euclide. La sua mappa spaziale sta in una zona precisa del cervello, l’ ippocampo, che noi pure abbiamo. Moltissime altre specie fanno simili operazioni: questione di vita o di morte.

Nessun essere umano sarebbe in grado di farlo senza sbagliare: ciò mi conferma quanto sia massimamente opportuno ed onesto l' esercizio perenne dell' umiltà.

domenica 7 novembre 2010

Les marionettes



" ...
E' per creare, e nel creare vivere
un essere più intenso, che noi dotiamo
di forme la nostra fantasia, guadagnandoci, nel darla,
la vita che immaginiamo, così come faccio io ora.
Cosa sono io? Nulla; non così tu
anima del mio pensiero, con cui attraverso la terra,
invisibile, ma a occhi spalancati, mentre ardo
al tuo spirito unito, a te vincolato dalla tua nascita,
e con te sento ogn' ora la mancanza dei miei sentimenti infranti.
..."
George Byron

venerdì 5 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -3-

Sirio: - La nebbia s' infiltra ovunque, ma ho bisogno di muovere i passi. Talvolta mi chiedo se sia questa una forma di malattia, una nuova psicosi. Perché non so stare in totale riposo e tenere a freno questi arti nervosi e questo cervello? Vorrei talvolta riuscire a pensare soltanto a me stessa pensante, senz’ altre divagazioni né attività.


Toh! Ecco il tuonante Friedrich. Non è meno pazzo di me, dunque … “Salve, filosofo, anche tu nella foschia dell' autunno padano?”

Friedrich: - Salute a te, amica mia. Sapevo di incontrarti comunque! La mia anima era inquieta: vive quest' umida stagione con stizza, anela al sole. Dovevo uscire: pareti e soffitti non sanno ispirarmi tanto quanto il cielo, per quanto greve e grigio.

Sirio: - Hai detto “anima“. Pensavo che fosse vocabolo a te estraneo e comunque inviso; pensavo che, se da te proferito, aprisse le cateratte del cielo, come un' eresia in una cattedrale…

Friedrich: - La mia non è l’ anima dei metafisici, non è quell’ “anima immortale” di cui parlano con troppa enfasi non disgiunta da una certa apprensione. Io sento di possedere molte, molte, molte anime mortali.

Sirio: - Cos’ è, un paradosso? L’ anima è sempre, per definizione, immortale …

Friedrich: - “Quando sentiamo parlare i cavillosi metafisici, abitatori di un mondo dietro le cose, noialtri sentiamo in verità di essere i “poveri di spirito”, anche però che è nostro il regno dei cieli del cambiamento, con primavera ed autunno, con inverno ed estate, e loro il mondo dietro le cose, con le sue grigie, gelide ed infinite ombre. “

Costoro si immaginano un’ anima che guarda al corpo con disprezzo, e questo stesso disprezzo considerano equivalente ad essere elevati; in passato quest’ anima voleva il corpo affamato, macilento ed orrido.

Non si accorgevano che in simile modo anche l’ anima era orrida macilenta ed affamata!

Si deve estirpare dalla Scienza l’ idea di un’ anima atomon, di questa monade indistruttibile, eterna ed indivisibile che il cristianesimo ci ha trasmesso. Dio è morto.

Sirio: - Friedrich, io non so praticamente nulla, ma sono certa di avere un’ anima. E’ diversa da tutte le altre, sono IO, c’è. Esiste. Anche se ancora non so cosa sia. Neppure tu potrai dissuadermi dal crederlo vero: io la sento.

Friedrich: - L’ ipotesi anima deve essere considerata in modo completamente diverso dal precedente, mia cara Sirio. E’ difficile, lo so, uscire da un’ idea trasmessa dalla memoria collettiva ed ancestrale. Certo che c’è. Certo che è solo tua.

L’ errore fondamentale è nel modo in cui sei stata indotta a considerarla.

Dal cristianesimo in poi ne abbiamo un’ idea superstiziosa. Il concetto di un’ anima che stia di casa in un posto diverso e che casualmente sia entrata in un corpo per questo o quel motivo, che sia albergata in qualcosa di terreno, la “carne”, che però, sostanzialmente, non la riguarda e non la condiziona, alimenta l’ idea che l’ individuo sia fatto di trascendenza. In questo modo l’ uomo attribuisce a sé stesso un’ importanza pazzesca.

Il peggior difetto umano è la vanità. Il difetto più condiviso, in assoluto, senz' ombra di dubbio, in ogni  epoca e luogo.

Il cristianesimo, infatti, ha elevato in modo inaudito la pretesa umana di ergersi a giudice di tutto e di tutti, legittimando in lui una mania di grandezza esagerata. Ecco perché l’ Uomo pensa di poter avere diritti eterni.

Quando l’ Uomo parla ispirandosi alla sua “immortale” anima, parla come se fosse lui stesso Dio.

Sirio: - Intuisco che tu dici bene, anche se il tuo dire graffia ed umilia, anche se quel che sai non è abbastanza.
Ma io so che c'è. Non so ancora, però, che cosa sia. Le immagini che di essa ci siamo creati, platonicamente, sono, alla resa dei conti, le più facili da pensare, e le più consolatorie.

Non so come, … ma ora mi sento infelice, e, quanto più sento vicine alla verità le tue congetture, tanto più soffro.

Friedrich: - Sbarazzati, dolce Sirio, della tua poco nobile ansia di trascendenza e vivi ogni istante, senz’ occuparti più dell’ eternità. Pensi forse di non aver abbastanza grattacapi, procurando di vivere appieno la tua terrena esistenza?. Ecco il bivio: ti saluto, amica donna, alla prossima volta …

Sirio: - Un sorriso, Friedrich, magari triste ma sereno.
Animo, mia anima: un' altra notte tra le spire infinite delle eterne domande...



(./..)

giovedì 4 novembre 2010

Mio povero caro, com' è triste la tua inettitudine ad amare.
L' amore che desideri avere, che trasformi in freddi versi, che insegui senza correre, che senti legittimo diritto ...
Ma è un crudele rapace, in realtà, ciò che covi nel tuo cuore e con spietati artigli non puoi stringere un tenero e soave seno.
Ti compiango per il tuo letto di ghiaccio.

mercoledì 3 novembre 2010

Foemina Sapiens ed il dono dell' intelligenza .

Se non avessi perso tanto tempo a soddisfare le mie necessità primarie come, per esempio, quello di sopravvivere in una società sicuramente per me quantomeno ostica e stralunata, procacciarmi il pane e soddisfare pur parchi bisogni,  avrei voluto fare anche la restauratrice, la locandiera, l’ arredatrice d’ interni, la pittrice, la direttrice d’ orchestra, la maestra d’ ascia, l’ agricoltrice, la pastora di capre nello Yemen, la fotografa, la pescatrice, la ricercatrice scientifica, la semiologa, l’ archeologa , un centinaio almeno d’ altre cose e, non ultima, l’ antropologa.

L’ antropologia è una scienza di grande supporto alla filosofia –cioè all’ amore tutto umano per il sapere-, e si fonda tanto su concrete prove derivanti da tracce ed osservazioni oggettive e tecniche, quanto su induzioni, deduzioni e supposizioni logiche.



Mi è sempre apparso straordinario, nel mio immaginario, il percorso compiuto dall’ Umanità nella sua lenta conquista della stazione eretta, e sempre mi è risultata un po’ sospetta tanta assenza d’ attenzione sull’ apporto specifico della donna, la quale, se non altro per la sua funzione riproduttiva  - fine primo ed ultimo della vita stessa-, un ruolo da coprotagonista se l’ è ben meritato. La piccola Lucy, è vero, ha conosciuto un po' di notorietà sulla stampa, ma solo come reperto della specie. D' altronde forse neppure lei avrebbe potuto indovinare  la rivoluzione portentosa che le sue cogeneri avrebbero determinato al cervello degli ominidi.

Come ben noto, i depositari di questa scienza, per la maggior parte dei casi, soprattutto fino a poco tempo fa, sono sempre stati maschi. Questo spiega qualcosa, soprattutto nell' incipit generalmente dato all' antropologia.
In realtà l’ errore/svista è insito fin agli esordi nel parlare di “evoluzione dell’ uomo” e non già, piuttosto, di “evoluzione della coppia”, perché è esattamente questo che è successo: la donna non è stata MAI , nei fatti, gregaria del maschio, in nessun momento della storia umana.
Il suo contributo è stato determinante come attiva conservatrice della specie, come custode della natura, come necessario collante nei rapporti tra clan, orde, gruppi e società complesse (società domestiche).

Molto probabilmente la coppia si forma in Africa, a livello di orde di Australopitechi, sette-sei milioni di anni fa ed è conseguenza di un progresso nel modo dell’ accoppiamento, che avveniva prono (deduzione derivante dall’ analisi delle ossa del bacino femminile), per consentire al maschio l’ avvistamento di eventuali pericoli e minacce dalla savana. Successivamente, con la copulazione “faccia a faccia”, si creano nuove esperienze sessuali reciproche, che comporteranno l’ avvento di nuove condizioni essenziali nella vita del branco: è l’ avvento di una sorta di monogamia che sostituisce la fedeltà alla precedente promiscuità a vantaggio delle cure parentali verso i figli e lo sviluppo di un sinergismo di coppia.

***

Secondo Desmond Morris la sessualità preistorica umana ( cioè quando gli esseri pre-umani - di entrambi i generi- erano erbivori raccoglitori che collaboravano in modo paritetico alla ricerca del cibo) rispecchiava quella dei gorilla, all' interno del cui branco vigeva la promiscuità. Era, allora, del tutto assente il concetto di coppia. Mutati in carnivori cacciatori di animali, iniziò la vera suddivisione dei ruoli: le donne, soprattutto per via dei tempi della maternità e dell' accudimento dei piccoli, non partecipavano alla caccia, richiedendo questa una strategia organizzata e collaborativa.
Sopra ogni cosa, nell' evoluzione umana, ha prevalso l' istinto di conservazione della specie, attraverso la coesione del branco e le cure parentali verso la prole. 
Possiamo ragionevolmente pensare anche che la scoperta del diverso e più stimolante modo di accoppiarsi, disteso e frontale, che presupponeva l' isolamento della coppia, per protezione, nella caverna o tra il fitto degli alberi, abbia contribuito a rafforzare un' idea di intimità che prima, in clima di totale promiscuità, era completamente assente.
Quindi, siamo o non siamo monogamici, come specie?
No, nel modo più assoluto non è possibile generalizzare.
La monogamia e la coppia divennero necessari per evitare la conflittualità e la disgregazione dei gruppi di caccia necessitati ad agire in modo coeso. Secondo Morris in ciascuno di noi moderni sopravvive sia la pulsione degli erbivori alla promiscuità sia quella dei carnivori alla fedeltà. Sopravvivono entrambe ma distribuite in modo ineguale: retaggi ancestrali. 
Al solito, la morale -prodotto culturale- c' entra nulla.
Pare essere vero che gli esseri umani, nella maggioranza dei casi, non siano affatto naturalmente inclini alla monogamia (che riguarda soltanto il cinque per cento dei mammiferi) e che ci siano, anzi, a livello cerebrale, neurormoni che li spingono in direzione esattamente opposta.
Con ogni probabilità, ciascuno di noi può annoverare tra le proprie conoscenze, un maggior numero di potenziali poligami piuttosto che il contrario. 
Per quanto ne sappiano oggi i ricercatori, pare che, ad esempio, nei maschi della specie umana le differenze ormonali e genetiche da individuo ad individuo, presentino una gamma di comportamenti che spazia dall' assoluta poligamia alla più totale monogamia. Il gene umano per i recettori della vasopressina (sorella del testosterone e dell' ossitocina) possiede almeno diciassette lunghezze: la monogamia maschile è predeterminata geneticamente. Fedeli si nasce e non si diventa. Per le donne, invece, entra in gioco il ruolo riproduttivo: il legame stabile assicura un aiuto nell' allevamento dei figli, anche se questo non significa affatto che esse non tradiscano tanto quanto gli uomini, anche se la loro sessualità è INFINITAMENTE più complicata di quella maschile.


***

Dunque, quando l’ ominide, in un successivo momento evolutivo, cambia anche la sua dieta alimentare diventando carnivoro predatore ed aumentando così lo spettro delle sue precedenti risorse di cibo, mentre il maschio procura le proteine con la caccia, la femmina rimane raccoglitrice di piante, tuberi, frutta e si dedica alla pesca. E’ in questo periodo che avviene anche un dimorfismo sessuale più accentuato: il maschio si ingrossa e fortifica per far fronte alle sue nuove funzioni venatorie, mentre la femmina rimane più piccola ma subisce una modificazione morfologica: si ingrossano i glutei ed aumentano alcune parti del corpo, vere e proprie riserve di grasso per poter provvedere alla sussistenza della prole anche in caso di periodi di scarsità alimentare.

Ciò che però aiutò a scatenare l’ evoluzione della razza umana, oltre che le cosiddette “forze-pilota” (selezione naturale e mutazioni casuali), fu l’ interazione tra l’ uomo e le sostanze chimiche della catena alimentare che lo nutrirono durante il percorso.

Pare che le prime specie di ominidi non vivessero in ambienti estremamente competitivi come le savane, ma predileggessero nicchie ecologiche prospicienti mari o acque interne, in cui abbondavano piante ed animali acquatici ricchi di lipidi della famiglia Omega 3 e Omega 6, ed i compiti della raccolta di vegetali , nonché la pesca, facevano capo alla donna. La biochimica, molto probabilmente, unitamente alle condizioni ambientali ed alle mutazioni genetiche, è stata determinante nell’ incredibile salto di qualità cerebrale dell’ ominide rispetto agli altri primati.

Grazie ad Eva, quindi, nella sua qualità di indispensabile catalizzatore, per il contributo impagabile ed insostituibile dato nel grande salto evolutivo del genere Homo.
Eva, "la prima vera ecologa", preminente partner fin dagli albori della speciazione umana, che amministra saggiamente l' economia domestica, conosce e conserva l' habitat e l' eco-sistema naturale, inventa l' orticoltura, trasmette le proprie esperienze ai figli. Eva, ovvero, "Foemina sapiens".

Klimt


Una grossa percentuale di uomini edonisti disinformati ci deve considerare creditrici soprattutto dell’ intelligenza.
Ma forse il fatto che non lo sappiano la dice lunga sul loro stato evolutivo: qualcosa s'è inceppato per alcuni ed ora siamo governati dagli australopitechi...


lunedì 1 novembre 2010

Etica, quest' eterna fuggiasca ( le donne e la prostituzione di Stato)



Fernando Botero- Casa di Marta Pintuco (2001)
Ci risiamo: la lista continua. Mancava solo la ladra minorenne.
Duro fatica a mantenermi controllata, lo confesso, e chiedo scusa per un simile escursus personale, così poco interessante. Davvero, però, non se ne può più. Provo vergogna d' essere italiana, e vivo questo sentimento come un' ingiustizia intollerabile: essere sottoposti al pubblico ludibrio presso il resto del mondo a causa delle imperdonabili gaffe e delle scellerate e pericolose cadute di eticità del Presidente del Consiglio non ci era ancora capitato, nella nostra recente storia.
Quello che stanno sopportando i cittadini  dalla politica del loro Paese ha assunto ormai connotazioni grottesche.
Ciò che sta accadendo al costume, al comune sentire, all' identità nazionale è gravissimo. Metabolizzarlo sarebbe imperdonabile e criminale nei confronti delle future generazioni, eppure gli Italiani hanno dimostrato storicamente d'avere uno stomaco di ferro, di saper digerire qualsiasi cosa.

Ma, attenzione, ATTENZIONE, è colpa nostra.
Noi siamo la società, noi.  E' questo l' elemento sconvolgente, non tanto il comportamento patetico di un vecchio "signorotto brianzolo" terrorizzato dall' andropausa.
In un' intervista trasmessa da La7, domenica 31 ottobre, la sciacciante maggioranza dei fedeli all' uscita dalla messa ha dichiarato di non considerare gravi, o di non credere vere, o di ritenerle frutto di una cospirazione, le ultime vicende con l' extra-comunitaria marocchina che hanno coinvolto il premier. Un signore dall' aria abbiente e rubiconda, ha risposto, con una grassa e sonora risata, all' intervistatore che gli chiedeva se non si sentisse a disagio, come cattolico, nell' udire l' ennesima storia lubrica coinvolgente Berlusconi : "... ma sta scherzando? Noi abbiamo la confessione!". Raramente ho udito un' interpretazione della fede più disinvolta e pesantemente volgare di questa.

Dante non poteva immaginare che il suo "Ahi, serva Italia di dolore ostello, ... , non donne di provincie, ma bordello!" sarebbe stato in un giorno a venire  preso alla lettera.

Con grande convinzione voglio sottolinearlo: noi italiani meritiamo molto del sottile disprezzo che andiamo raccogliendo tra gli altri paesi civili d' Europa: le nostre contraddizioni interne, d' altronde, risultano inspiegabili finanche a noi stessi.

A me importa poco d' attaccare il vertice di questa singolare cloaca piramidale rappresentata dalla nostra classe politica: ci pensano già, da tre lustri -senza aver fatto altro-, la sedicente opposizione (..."Uè, ragazzi, ma vi rendete conto? ... ma stiamo scherzando? ..." . Ci rendiamo conto sì, ahinoi..., altroché se ci rendiamo conto...) e la stampa simpatizzante di sinistra.
Sul fenomeno del berlusconismo, le ragioni della sua nascita ed attecchimento nello strato sociale, la seduzione di una narrazione mendace ma molto scaltra, e tutto ciò che ne è seguito, non serve aggiungere altro: chi ne ha consapevolezza precisa non abbisogna di ulteriori prove e chi non ha ancora "capito" è, semplicemene, in palese malafede o pesante contraddizione. La consapevolezza, il senso di responsabilità, sono beni che non si possono trasmettere: risiedono nelle singole coscienze dei cittadini e, come l' anima, non possono essere insufflati: ci sono, oppure non ci saranno mai.

Sopra ogni cosa, dalla più alta delle prospettive, ciò che si può contemplare è un Paese a-tipico rispetto ai range di democrazia europea, estesamente ignorante nella più larga accezione del termine possibile, e pesantemente deprivato di qualsiasi etica civile e sociale.

Ma, ripeto, io non voglio affatto sottolineare ciò che è lapalissiano.

Io voglio parlare alle donne e delle donne. Le donne della politica e quelle che si infilano nei letti dei politici.
Le donne del capo. Imperdonabili. Insopportabili. Meretrici. Ingorde ed accecate di vanità.
Come possa un essere umano di genere femminile scegliere scientemente di rendere il proprio corpo merce mi è sempre risultato impossibile da giustificare e comprendere: io avrei piuttosto preferito la morte.
Speravo, ingenuamente,  qualcosa di più. Dalle donne avrei preteso di più. Che sciocca. Ci avevo creduto, fin da adolescente, sfilando in piazza, nei cortei multicolore e gioiosi. Radiosi. I cortei da cui si sollevavano voci sottili e cristalline, incredibilmente appassionate. Quale orgoglio! Quale forza! Ennesima utopia.

Noi, allora, abbiamo contribuito a conquistare il riconoscimento di fondamentali e sacrosanti diritti.
Ora, queste squinzie, si godono i diritti  da noi ed anche per esse acquisiti ed intanto contribuiscono ad affossare la dignità femminile.
Io le invito alla vergogna, e subito dopo allo studio intenso, che sani la loro colpevole ed abissale ignoranza, ed il loro smisurato e miserabile egoismo.


Fernabdo Botero - Donna che legge (2002)