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giovedì 14 agosto 2014

Come tutti sanno la vera ebetudine non sta nel commettere qualche errore di giudizio, perfino madornale, ma piuttosto nel perpetuarlo dopo averne presa coscienza.

Ho deciso pertanto di esercitare la mia porzione di integrità nei rapporti -o nell'assenza di rapporti- con i miei simili, togliendo di mezzo i penosi alibi loro accordati al fine di evitare la recisione di quei sottili fili che reggevano insulse reminiscenze romantiche  prive di logico contenuto o affetto autentico: alcune stupide ed immediate reazioni di rimando, di carattere sostanzialmente mimetico, mi dimostrano che è cosa giusta e saggia.
 
Stamattina, percorrendo il mio usuale tragitto sulla bicicletta per recarmi al lavoro, osservavo i gruppetti di persone in attesa ad ogni pensilina del tram: tutte, nessuna esclusa, nonostante diversità d'età, etnia, tipo, e probabilmente fine e personalità, si interfacciavano con un telefonino, più o meno avanzato: ho provato un'orribile sensazione di glaciazione imminente ed al contempo un certo sollievo per via della fine della pantomima della comunicazione liturgica del nulla che in genere gli appartenenti al consorzio sociale pensavano di doversi reciprocamente.
Più avanti, sul marciapiede, una signora molto anziana con i ricciolini azzurri,  così anziana da stare  ripiegata a novanta gradi in quella che un tempo era stata la sua stazione eretta, appoggiata al carrellino ausiliario per la deambulazione,  era intenta a digitare qualcosa, a sua volta, sul suo apparecchietto mobile, davvero piccino, e strizzava gli occhi dallo sforzo per individuare i tasti: la sensazione successiva a quella glaciale è stata di scollamento del tempo; una cosa alla Dalì...
 
Nulla è più difficile del considerare l'altro davvero esistente. O almeno esistente quanto me. Anche perché l'altro non si cura molto di convincermi d'essere qualcosa di originale, definito e senziente, con qualche volontà e forma precisi, ardenti di fuoco interiore.
A me paiono tutti amebe avanzate, che tragedia.
 
 
 

lunedì 2 gennaio 2012

Lo que màs quiero



QUEL CHE PIÙ AMO *

L'uomo che più amo
ha il fiele nel sangue.
Mi priva del suo riparo
pur sapendo che pioverà,
pur sapendo che pioverà.

L'albero che più amo
è duro di comprendonio:
mi priva della sua fresca ombra
sotto i raggi del sole,
sotto i raggi del sole.

Il cielo che più amo
si sta rannuvolando:
i miei occhi sono inutili,
li ammazza il buio,
li ammazza il buio.

Il fiume che più amo
non riesce a trattenersi:
col rumore delle sue acque
non sente che ho sete,
non sente che ho sete.

Senza riparo, senza ombra,
senz'acqua e senza luce,
manca solo che un coltello
mi privi della salute,
mi privi della salute.


* Testo originale Violeta Parra, Traduzione di Riccardo Venturi, fonte: Internet
(Nota: Nella versione degli Inti-Illimani, "el hombre" è sostituito da "la mujer". )
*
Ad amare ciò che è evidentemente amabile son capaci tutti, e senza il minimo sforzo, né particolare impegno.
Ma il vero  talento -ed in quanto talento è per forza innato- si rivela forse nell' amare nonostante e consapevolmente.
Amare il figlio che non ti ama; l' amico che ti ha delusa; la natura che sa essere devastante, lo scambio dell' intelligenza tra umani, gli impulsi nervosi che miracolosamente sappiamo trasmetterci tra sconosciuti,  la vita che si conclude sempre con la morte.
Così non c' è fatto od atto che ne sfugga: ci si ritrova ad amare semplicemente come stile d' esistenza.
E quest' amare è rivoluzionario.

Mi dolgo davvero per chi non lo sa: per i parolai, gli scrittori di tomi sulle improbabili divinità a sostituzione di un sostanziale infelicemente perplesso vuoto, i cesellatori di dotte nozioni inutili, i cattivi filosofi, i maestri ed i profeti delle altrui vite dalla personale esistenza misera e squallida.  
Sono una rivoluzionaria, sì, credetemi, completamente pazza; instancabile ginestra nel deserto, decisa ad irridere il nulla, la noia delle ordinarie sconfitte quotidiane, il grigio crepuscolo delle abitudini e le loro scandalosamente rassicuranti catene.  A guardarmi dentro trasecolereste: c' è da svenire. Il fuoco che arde è talmente violento da togliere il fiato ("...e caddi come corpo morto cade.."), ed i suoi crateri paiono roventi crogioli per fusioni purificati fino a mantenere soltanto l' essenza. Detesto ogni altro ammenicolo. Sono in viaggio verso l' assoluto, ad occhi spalancati, conscia del fatto che basterebbe appena non esser tanto soli per sovvertire il mondo.



giovedì 11 novembre 2010

Malafede (ovvero quando mentiamo a noi stessi fingendo un' ingenuità ed un candore falsi) e Sincerità -1- Sartre e la coppia al primo appuntamento.

Una situazione assolutamente tipica, innocentemente ipocrita, certo da molti di noi sperimentata nei rispettivi ruoli è la seguente:

" Ecco, per esempio, una donna che si è recata al primo appuntamento. Sa benissimo le intenzioni che l' uomo che le parla nutre a suo riguardo.
Sa anche che le occorrerà prendere, presto o tardi, una decisione. Ma non vuol sentirne l' urgenza; si attacca solo a ciò che di rispettoso e discreto offre l' atteggiamento del compagno. Non percepisce tale comportamento come un tentativo per realizzare quelli che si chiamano "i primi approcci", non vuol vedere la possibilità di sviluppo nel tempo di tale condotta; circoscrive il comportamento a ciò che è al presente, non vuole leggere nelle frasi indirizzatele altro che il loro senso esplicito; se le si dice "Vi ammiro tanto" disarma la frase dell' intimo fondo sessuale, attribuisce ai discorsi ed alla condotta dell' interlocutore significati immediati che considera come qualità oggettive. L' uomo che parla le sembra sincero e rispettoso come il tavolo è rotondo o quadrato, come l' intonaco è celeste o grigio. E le qualità, così attribuite alla persona che ella ascolta, vengono in tal modo a cristallizzarsi in una permanenza di "cose" che non è che la proiezione nel flusso del tempo del loro presente.
Gli è che ella non è informata esattamente di ciò che brama; è profondamente sensibile al desiderio (fisico) che ispira, ma il desiderio nudo e crudo l' umilierebbe e le farebbe orrore. D' altra parte non troverebbe alcuna attrattiva in un rispetto che fosse soltanto del rispetto.
Per soddisfarla, le occorre un sentimento che si rivolga esattamente alla sua persona, cioè alla sua libertà totale, e che sia un riconoscimento di tale libertà. Ma occorre in pari tempo che questo sentimento sia interamente desiderio, cioè si rivolga al corpo, come oggetto.
Per ora, dunque, ella rifiuta di percepire il desiderio per quello che è, non gli dà nome, non lo riconosce se non nella misura in cui si trascende nell' ammirazione, stima, rispetto, e si perde interamente nelle forme più elevate da esso prodotte, al punto di non comparirvi più, se non come una specie di calore e di densità.
Ma ecco che le si prende la mano. L' atto dell' interlocutore rischia di cambiare la situazione imponendo una decisione immediata; abbandonare la mano alla stretta, è consentire da parte sua al flirt, impegnarsi. Ritrarla, è rompere l' armonia torbida ed instabile che fa l' incanto dell' ora. Si tratta di rimandare il più lontano possibile l' ora della decisione. Si sa allora quel che succede; la giovane donna abbandona la mano, ma non s' accorge di abbandonarla. Non s'accorge perché, per caso, avviene che ella è, in questo momento, tutta spirito. Trasporta l' interlocutore nelle regioni più elevate della speculazione sentimentale, parla alla vita, della sua vita, si mostra sotto l' aspetto essenziale: una persona, una coscienza. E durante questo tempo il divorzio del corpo e dell' anima è completo; la mano riposa inerte tra le calde mani del compagno: né consenziente né riluttante -una cosa-."
(Jean Paul Sartre -L' essere e il nulla)      
*-le sottolineature sono mie-

Questa donna è, palesemente, in malafede, perché permette in sé la coesistenza di due comportamenti contraddittori , godendo del desiderio che sa di ispirare nel compagno attraverso la percezione del proprio corpo e contemporaneamente  trascendendolo mediante una sua osservazione distaccata, come se contemplasse qualcosa che non la riguarda direttamente e personalmente.

Duplicità dell' essere umano: concepire concetti simultanei che contemporaneamente accettano e negano la stessa idea, cosa che fa nascere un nuovo stato di coscienza, a sé stante, che pretende di lasciarli essere senza trovarne la coordinazione. La malafede -questo nuovo stato, appunto- non li coordina e non li sintetizza, perché non è possibile farlo.

Per cercare di meglio definirlo e di estenderne la comprensione, Sartre prosegue citando il titolo di un' opera di Giacomo Chardonne, "L' amore è molto più  che l' amore": una celebre frase che, unitamente ad altre più sotto rammentate, è pervasa dallo spirito della malafede.
Nel titolo si vuole realizzare l' unità tra la fatticità (il corpo, i sensi, il contatto epidermico, ciò che è relativo all' amore come la gelosia, la lotta tra i sessi, ecc.) e la trascendenza, per tuffarsi pienamente nella metafisica.
Altro esempio, "Io sono troppo grande per me" (un lavoro di Sarment): il processo è inverso, ma simile, e parte dalla trascendenza per ripiombare nei limiti dell' essere di fatto.
Ancora, due affermazioni apparentemente in malafede, concepite appositamente in modo paradossale per suggerire un enigma, come "Egli è divenuto ciò che era", oppure, al contrario, "Tale che in sé stesso alfine l' eternità lo trasforma", rimangono volontariamente in perpetua disgregazione ed intendono alludere entrambi al fatto che io non sono ciò che sono. E' il ricorso all' idea di trascendenza che permette di sfuggire a ciò che si è.

"Provare che ho ragione, sarebbe riconoscere che posso aver torto", dice Susanna a Figaro...
In malafede, ogni possibilità di rimprovero è interdetta. La ragazza dell' appuntamento purifica il proprio desiderio carnale di ciò che ha di umiliante (bassezza dei crassi e bassi stinti), raccontando a sé stessa la menzogna d' essere puro spirito, esente da coinvolgimento (anima eletta e superiore).
La verità vera, allora, sta al centro di questo metastabile dualismo?
Noi siamo -voglio dire- una determinata cosa in noi (gli immediati desideri, gli istinti, le sensazioni), ed una certa altra cosa, talvolta opposta, con e per gli altri?

L' antitesi della malafede è la sincerità.
Pensano, i lettori, che si tratti di affermazione banale? Io spero di sì: infatti non significa ancora nulla, perché è necessario prima chiarirci che cosa, esattamente, la sincerità sia.