lunedì 31 gennaio 2011

O voi che siete in piccioletta barca...: gli esordi delle baronie...



La soprano canta:

" O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L' acqua ch' io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Apollo,
e nove Muse mi dimostran l' Orse."

(Dante Alighieri-La Divina Commedia-Paradiso II  1-9)


Un ammonimento ai lettori che entrano nel Paradiso dantesco, perché possano capire quanto sia sublime la materia che il Poeta tratterà, e non pensino di poterla intendere se sprovvisti della necessaria preparazione teologica e filosofica: sarà un' esperienza privilegiata, culturalmente aristocratica. La "piccioletta barca" si contrappone al "legno" che dovrà navigare sul profondo mare che è la metafora della scienza teologica.

***

"tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere"  ma "da questa nobilissima perfezione molti sono privati per diverse cagioni, che dentro all' uomo e di fuori da esso lui rimuovono da l' abito di scienza... Manifestamente adunque può vedere chi bene considera che pochi rimangono quelli che a l' abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane de li angeli si manuca! e miseri quelli che con le pecore hanno comune cibo!"
(Dante Alighieri-Convivio)

M' importa un fico di piacerti, qui, Dante!
Anche per queste orribili  idee di determinismo si son fatte le rivoluzioni!

domenica 30 gennaio 2011

Vai, affabulatore, vai in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana...

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole; ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana. A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."

(Platone-La Repubblica II)

Il potere emotivo della narrazione, della parola, della poesia, "sacra meravigliosa incantevole", è indubbio: ben lo sanno  Platone e gli ellenici tutti.
Ma è l' utile che gli preme, nella Repubblica ideale.
Ed all' utile, presupposto di ogni altra cosa, anche dello stesso piacere, in vista della più ampia prospettiva di felicità comune, pospone perfino la poesia.

Nella Repubblica Platone si sofferma a lungo sul ragionare di poesia perché il suo è lo sguardo di colui che ha in mente uno Stato guidato da politici integerrimi e moralmente ineccepibili: filosofi, buoni e sani filosofi, cui sottoporre a giudizio la qualità della poesia stessa.
A noi moderni, cultori dell' individuo, incamminati verso un radicale narcisismo, può sembrare aberrante, ma per l' antico è la polis che importa ed è il bene dei cittadini di cui si cura.

La distingue tra poesia imitativa (tragedia e commedia) in cui, attraverso i dialoghi diretti, il poeta si rivive nei personaggi; poesia narrativa in cui egli racconta azioni e discorsi in modo indiretto (come nei ditirambi); ed una forma mista, in cui le due precedenti si alternano, come nella poesia epica.
Ebbene: Platone condanna quasi interamente la poesia imitativa, timoroso della possibilità che i giovani imitino più persone e se l' azione imitata a sua volta è frutto di precedenti imitazioni, si incorrerebbe nel rischio di ammettere anche l' emulazione di chi non è dabbene o si comporta oggettivamente male.

Platone era severo, perché era un vero filosofo e conosceva l' animo umano. Conosceva il meccanismo per cui  la grande poesia (Omero) non fa soltanto provare agli spettatori od uditori quelle stesse emozioni che evoca, ma induce anche ad amare il poeta che ne è autore. Il meccanismo imitativo è globale, incontrollabile, e quindi potenzialmente pericoloso. Ciò non gli impediva di riconoscere la grandezza del Poeta: intuiva e provava il fascino di Omero, ma, seppure a malincuore, nel suo Stato ideale "non c' è stimolo d' onore né di ricchezze né di pubblico ufficio né di poesia per cui meriti di trascurare la giustizia e le altre virtù"

(Platone- ibidem)

Diverso il punto di vista aristotelico nella Poetica.

***

Ma quanto è spassoso riprendere la prima citazione e, con becera passione imitativa, adattarla all' affabulatore nazionale:

" Se nel nostro Stato giungesse un uomo capace per la sua sapienza di assumere ogni forma e di fare ogni imitazione, e volesse prodursi in pubblico con i suoi poemi, noi lo riveriremmo come un essere sacro, meraviglioso e incantevole..."
- Quell' "uomo"è arrivato, qualche lustro fa, senza troppa sapienza, ma con infinita e strabiliante capienza. Ha ottenuto straordinarie riverenze; ha ottenuto amore cieco e sconfinata fiducia. Ha saputo assumere ogni forma e fare qualsiasi imitazione: è stato Presidente-operaio, Presidente-cabarettista; Presidente-imprenditore; Presidente-inquisito; Presidente-colluso; Presidente-perseguitato; Presidente-liberista; Presidente-populista; Presidente-conviviale; Presidente-generoso; Presidente-dio.

"ma gli diremmo che nel nostro Stato non c'è e non è lecito che ci sia un simile uomo; e lo manderemmo in un altro Stato con il capo cosparso di profumi e incoronato di lana."
- ... e che abbiamo bisogno di varie cose: dobbiamo ripartire, ricostruire, sanar magagne...
... solo che non ci ascolta... e vuol deliziarci ancora... seppur il suo repertorio d' imitazioni sia ormai esaurito, e questo lo rattristi e lo addolori, nonostante l' affetto di tutti coloro che hanno ricevuto i suoi favori e goduto delle sue performance artistiche.

"A noi invece, che abbiamo di mira l' utile, serve un poeta e mitologo più austero e meno piacevole, che imiti il linguaggio delle persone dabbene e atteggi le sue parole a quei modelli che abbiamo posti per legge in principio ..."
- La Costituzione della Repubblica Italiana, per esempio.
Orsù, fai il bravo, per favore, e vattene.


sabato 29 gennaio 2011

La felicità aborre l' intellettualismo. L' Amicizia ci fa felici. Aristotele. Le Virtù -2-



La felicità è bene comune, collettivo, Platone ed Aristotele insegnano, l' uno nella Repubblica, l' altro nella sua Etica Nicomachea: in quest' ultima, infatti, Aristotele giunge a dimostrare che attraverso l' obbedienza alle leggi si realizza la giustizia, e la giustizia rende felice la società politica.

Giacché, poi, ogni virtù significa in generale eccellenza -e non solo secondo una valutazione morale-, ne deriva che "teoretico" e "pratico" sono, alla fine, i due aspetti dell' unica ragione.
La sommaria distinzione aristotelica per la ragione teoretica si articola nei tre stati abituali della scienza vera e propria (episteme), cioè la capacità di dimostrare partendo dai principi; l' intelligenza (nous), ossia la loro stabile conoscenza; la sapienza (sophia), ovvero la fusione dei precedenti due stati. Ne deriva che la sapienza rappresenta la virtù della ragione teoretica.
Nella ragione pratica gli stati sono l' arte (tekhne), o capacità di produrre oggetti; e la "saggezza" (phronesis), o capacità di decidere le più buone azioni per conseguire il bene (proprio o di chi si ama -genericamente-, sia esso la famiglia o il proprio Stato.
La saggezza, pertanto, rende possibili le altre virtù etiche e , giacché per Aristotele è la propria perfezione il massimo bene, essa costituisce la virtù della ragione pratica.
In questa scala di valori il Filosofo dichiara poi la supremazia della sapienza sulla saggezza, perché

"la saggezza non ha autorità sulla sapienza, né sulla parte migliore, proprio come la medicina non ha autorità sulla salute, infatti non si serve di essa, ma vede come possa generarsi. Quindi dà ordini in vista di essa, non ad essa."

Ecco che la sapienza, essendo la virtù della ragione teoretica, è per Aristotele l' elemento fondamentale della felicità.
Solo il filosofo, dunque, può essere felice? Se così fosse, approderemmo irrimediabilmente all' intellettualismo.
Niente affatto, perché Aristotele reputa elemento indispensabile della felicità anche il piacere ed il piacere rappresenta il completamento di ogni attività umana, che deve anche tendere a trovare l' equilibrio tra i suoi aspetti corporei e quelli intellettuali.

Ecco che sopraggiunge l' Amicizia (philia: qualunque forma di affetto, da quello tra genitori e figli, a quello dei coniugi o degli amanti, da quello degli amici in senso vero e proprio, a quello che unisce i concittadini e -mi piace aggiungere- i connazionali.
L' uomo -precisa Aristotele- deve essere circondato da amici, perché è un animale politico, cioè non autosufficiente: ha bisogno di collaborazione, vicinanza, affetto.

***

Guardiamoci. Consideriamo il nostro essere "blogger". A che cosa mirano i più puri e disinteressati di noi?
Sono certa di saperlo: è un retaggio del bisogno antico d' amicizia,  reso impossibile da ciò in cui abbiamo lasciato trasformare il mondo  e le nostre singole realtà (una bolla di vuoto in cui galleggiano infinite monadi infelici).
Vorremmo  esercitare il verbo sumphilosophein: svolgere insieme attività intellettuali che abbiano come scopo lo scambio di conoscenze, e la felicità consisterebbe nel praticare quest' attività in comune, con persone che poi tenderebbero a diventarci care.

***

"... ciò per cui  [gli uomini] desiderano vivere è proprio ciò in cui vogliono passare il loro tempo con gli amici; per questo vi è chi beve insieme, altri giocano a dadi, altri fanno ginnastica in comune o vanno a caccia, o fanno insieme filosofia, e tutti passano la loro giornata facendo quella cosa che amano sopra ogni altra, tra tutte quelle che compongono una vita."

(Aristotele -Etica Nicomachea-IX)

mercoledì 26 gennaio 2011

Mi manchi

" ...
- sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno,
impiccato da ragazzi a un fico,

ma ancora almeno con sei
delle sue sette vite,
come un serpe ridotto a poltiglia di sangue
un' anguilla mezza mangiata
...
...
La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi."

(P.P.Pasolini -Una disperata vitalità)



Mi manchi, Poeta disperato. Mi manca lo struggente splendore del tuo dolore.
Mi manchi, perché sono egoista, perché ho perduto tutto, perché la mia angoscia non trova le tue parole.
Perché lì fuori tutto è sporco e triviale, ed il mio tempo è breve.





martedì 25 gennaio 2011

La partenogenesi del delirio politico e i desideri perduti.

Il linguaggio sarà, molto probabilmente, uno dei fattori implicitamente responsabili dell' estinzione della nostra specie.

Nel frattempo, in tutt' altro che virginale attesa (ché di virginale -eticamente parlando- non c' è rimasto più nulla), ne osserviamo un suo primo effetto sul suolo italico: l' estinzione della politica.
Ma la politica, pur nella forma e nei modi con i quali viene esercitata nelle democrazie a noi note, così come in una qualsiasi società organizzata, è indispensabile, perché il sogno anarchico, nella sua più ampia accezione, non può essere condiviso e compreso che da pochi, eletti, cervelli sopraffini ed inverosimilmente limpidi, propri di individui intellettualmente incorrotti, dignitosi, capaci di una purezza ideale e di una coerenza formale che ormai oggi paiono sovraumani.

Ciò cui siamo costretti ad assistere quotidianamente sui  palcoscenici pubblici dei media, non è che la rappresentazione più miserabile del delirio e del disorientamento nazionale, le cui conseguenze andranno ben oltre il tramonto e l' eventuale sostituzione di questo o quel protagonista.
Noi Italiani siamo ammalati gravemente nella coscienza, e non da quindici anni a questa parte, ma bensì dai nostri esordi, ben più antichi, come patrioti.
Patrioti: termine desueto. Bellissimo. Perduto.

Non è vero che è stato lui: egli è soltanto l' interprete messianico della decadenza.
Vogliamo forse concludere che i cervelli tutti d' Italia abbiano subito una lobotomia generalizzata sì da impedire al pur corposo stuolo di dissidenti di maturare una reazione, una controffensiva, una reazione vera, propositiva, programmatica, sostanziale?

Siamo al limite dell' atarassia: non abbiamo più desideri.
Noi non sappiamo più come sognare un' altra Italia. Non siamo più capaci di definire nel dettaglio le nostre speranze. Abbiamo dimenticato quali siano gli elementi imprescindibili del Paese civile.
La nostra generazione non ha soltanto perso: il suo cadavere subisce quotidiano vilipendio morale.
Ci limitiamo all' indignazione logorroica.

"Liberté Egalité Fraternité ou la mort"


(Dedicato ai nostalgici del sogno, come me:)




domenica 23 gennaio 2011

Senza Giustizia non esiste Felicità: che ne direbbe Aristotele? Le Virtù -1-

Aristotele ha posto la virtù etica nella posizione intermedia tra l’ eccesso ed il difetto.
Ovvero: virtù come ricerca dell’ equilibrio, senza propensione agli estremismi. Intuisco la saggezza e la prudenza di una simile posizione, ma soltanto in linea decisamente teorica: gli uomini non la sanno raggiungere, né lo desiderano davvero.

[Politicamente corretto: è la posizione mediale, ad esempio, della quasi totalità degli esponenti degli attuali partiti di maggioranza ed opposizione, indiscriminatamente, a parole. Purtroppo nei fatti la moderazione può tradursi in reciproca piaggeria ed inerzia: prova ne è che la politica attuale non conduce a nulla di collettivamente utile, non propone benessere a chi non ce l’ ha, non risolve i problemi incancreniti del Paese, si limita a lasciar permanere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, cosa che rappresenta la condizione sine qua non per consentire al sistema di auto-rigenerarsi.
E’ anche implicito nell’ idea di democrazia corrente, anche se io continuo a considerare la stessa come “tirannia della maggioranza”. Questa è un’ altra storia, comunque…]

Visceralmente oggi qualcosa in me la respinge. Perché, forse pure a torto, tradotta nella moderna realtà, la sento istintivamente come esaltazione dell’ ignavia: una certa qual appiccicosa e melmosa abilità dell' accomodamento e della perenne restaurazione delle idee e del "buonsenso comune".
Odio il comune buonsenso da che sono stata scaraventata nel mondo. Forse perché viviamo una fase storica in cui l' accezione "comune" è stata totalmente svuotata dal suo significato. Lo odio ancor di più da quando abbiamo i berluscones alla guida del Paese, tra le labbra dei quali suona come un' eresia.
Oggi più che mai corrisponde ad un' idea di convenzioni, regole, usi e malcostumi, inutili orpelli ed imperante malafede -ivi compresa una certa forma di religiosità consumistica ed ipocrita-, semplicemente disgustosi per chi conserva un minimo di onestà intellettuale. 
Ho conosciuto soltanto “aristotelici formali”, nella mia vita, con qualche sparuta eccezione, e mi hanno quasi sempre disgustata, perché il fine ultimo del loro percorso tendeva irrimediabilmente e subdolamente al più becero materialismo. Ne conosco ancora, e, indefettibilmente, mi causano la stessa crisi di rigetto: sono tutti al governo del Paese.

***

La premessa serviva a ragionare sull' affermazione aristotelica secondo cui la felicità (credo si tratti del filosofo antico che se n' è occupato in più grande misura) è una caratteristica della vita umana, tanto da costituirne il vero ultimo scopo e che essa si ottiene soltanto se alla sua ricerca concorrano beni immateriali (le virtù dell' anima), personali (salute, un gradevole aspetto), esterni (una certa ricchezza, una buona famiglia, amici). Dunque, è felice "colui che agisce secondo virtù completa ed è provvisto a sufficienza di beni esterni non in qualsiasi periodo di tempo, ma in una vita completa"  (Aristotele-Etica Nicomachea).
Mantegna-Il trionfo della virtù

"Virtù", sintetizzando, significa eccellenza: il giusto mezzo tra due vizi opposti (eccesso e difetto).
Esempi di virtù etiche citate da Aristotele: la temperanza (giusto mezzo tra insensibilità e intemperanza); il coraggio (giusto mezzo tra temerarietà e vigliaccheria); la generosità (giusto mezzo tra avarizia e prodigalità); la sincerità; la fierezza; la mitezza.
Ma quella che le riassumeva tutte e sulla quale egli concorda con il suo maestro Platone, è la giustizia.

"Le Leggi si pronunciano su tutto e tendono all' utile comune, per tutti o per i migliori, o comunque per chi governa secondo virtù o secondo qualche altro criterio consimile, di modo che, in uno dei sensi del termine, noi diciamo 'giusto' ciò che produce e preserva la felicità, e le parti di essa, nell' interesse della comunità politica". (Etica Nicomachea - Libro V -) 

La felicità deve essere un bene comune o collettivo.
Ecco anche che essere giusti significa comportarsi sempre bene verso gli altri, vale a dire obbedire alle leggi.
Ne deriva poi che la giustizia è la virtù che rende felice la società politica.

Anche nella giustizia è necessario l' equilibrio della medietà: nel caso, ad esempio, di distribuzione di beni pubblici (giustizia distributiva) onori e meriti devono essere proporzionati; nello scambio di beni privati (giustizia commutativa) un bene deve essere scambiato con un altro di uguale valore.
Semplice.

***


La meraviglia è uno stato d' animo raro e prezioso: consente a chi la prova di tentare spiegazioni, perché è consapevolezza della propria ignoranza.
Oggi le vicende politiche del mio Paese mi meravigliano, e mi meravigliano i miei connazionali, conniventi taluni, paralizzati talaltri.
E mi chiedo cosa ci abbia ridotti così, nonostante i buoni maestri antichi...


martedì 18 gennaio 2011

Distopici per colpa.

"Quando un uomo vestito dallo Stato ne insegue un altro cencioso, lo fa allo scopo di farne un uomo vestito dallo Stato. La questione si riduce tutta al colore: essere vestito di turchino è meritorio, di rosso è spiacevole."  (Victor Ugo- I Miserabili)

M' è capitata sotto gli occhi, per caso, questa affermazione del venerabile vecchio e mi scappa un' associazione d' idee delle mie (talvolta stralunate, sì, ma valli a capire gli arzigogoli del mio cervello: sono stata estratta alla vita dal forcipe...).

Penso, infatti, leggendo qua e là: quanto recriminiamo, accidenti..., ma stiamo considerando tutto?

Ed ora, che il barracuda globale sta divorando alla classe media i diritti acquisiti, le precedenti solide sicurezze, i posti fissi, le case di proprietà, le vacanze estive, le settimane bianche, gli elettrodomestici all' avanguardia, l' abbigliamento ogni tanto griffato, i cellulari annuali, e non saprei quante centinaia di altre cose ancora, ci si sente miseri e negletti e tanto, tanto infelici.
E' comprensibile: non si rubano le caramelle ai bambini e non si chiede la restituzione di ciò che si è spontaneamente dato. E' chiaro che, essendo il bisogno di proprietà insito nella natura umana, la sua improvvisa negazione provochi risentimento e dolore.
Così impariamo per bene che cosa comporti aver permesso che la nostra società umana diventasse davvero distopica, come Orwell ed altri narratori di fantapolitica avevano profetizzato a loro tempo.
Il processo di globalizzazione s' è egregiamente sostituito al classico tiranno, ma il potere occulto (o meglio, subliminale), ha funzionato nello stesso modo.
Ora tocca alla caduta libera, fino all' apocalisse prossima ventura...

A me, però, non dispiace in modo indifferenziato per tutti: io mi dolgo, semmai, per coloro che, pur avendo sempre avuto perfettamente presente la situazione, fin dalle sue prime manifestazioni ed avendo in perfetta coerenza tra idee ed azioni agito in contrapposizione ad essa -rifiutando innanzitutto l' omologazione dei desideri e dei modelli da quella proposti- si ritrovano a pagare ugualmente un prezzo salato, subendo le conseguenze di un gioco cui non hanno mai voluto partecipare.
E' una questione di giustizia.
Perché, in realtà, nessun sistema avrebbe potuto costringere chicchessia a vivere in un determinato modo, a fare determinate scelte, a tendere a quel certo livello di vita, senza la sua connivenza e la consenzienza.

Si vive benissimo di pane e fichi, c' insegnano gli stoici. Il livello del nostro piacere dipende sempre dalla nostra scala di Valori personali.
E' qui che i più sono stati buggerati: delegando la scelta di Valori ad altri, in special modo a coloro (i potenti) che dell' etica umana non si appassionano affatto.
E loro li hanno conciati per le feste.