sabato 18 maggio 2013

Nottetempo (fuori dalle Malebolge)

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Se avesse un fondato senso dirlo.
Se ne avesse anche il pensarlo.
Se davvero fosse soltanto il pensiero della morte e del morire ad alimentare l'angoscia in vita.
Se non fosse ugualmente e tanto straziante osservare  la bellezza del vitello svezzato dalla sua madre naturale e sapere che l'uno e l'altra diventeranno presto nostro nutrimento.
Se non fossimo così inchiodati dalle nostre contraddizioni, più o meno necessarie, più o meno crudeli, od ipocrite, solo per sopravviverci.
("Ipocrisia", lemma stravolto nell'opinione comune, in realtà, come indicasse soltanto qualcosa di deprecabile e squallido e non già, invece, anche la prospettiva di chi guarda da sotto)
Se esistesse il modo oggettivo di individuare una misura di giusto vivere , liberi da una coscienza ormai guastata, troppo permeabile, ipersensibile, ferita, nichilista o decadente: la coscienza che ci rende perennemente agonizzanti nell'anima, viandanti nel niente armati di lanterna spenta, irrimediabilmente parziali nei giudizi e nelle osservazioni, insufficienti.
Ma non si può, ci vorrebbero grandezza assoluta, magnanimità totale, umiltà personale e, sopra ogni cosa, ancora voglia di provare ad amare.
Se non fosse sospetto iniziare un tentativo di ordine nel proprio pensiero iniziando con il "se".
Se esistesse la possibilità di scambiare parole senza l'assoluta certezza che qualsiasi interlocutore le piegherà alla sua versione, per tornaconto di semplicità.

In tali casi, sarei felice.
 
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Sono una schiava indipendente. Voglio, devo, sognare. Il bisogno è impellente, tanto quanto quello d'aria. E' essenziale, vitale. Mi reputo illuminata per averne scrutato la terribile verità.
Vivere, e purtuttavia essere così terribilmente ed inoppugnabilmente consapevoli di non poter non sognare, è nel contempo atroce e folle.
Vero in modo straziante.
Ancor più vero, più atrocemente vero, è che nel sogno non può entrarci nessuno; non si vuole.
L'altro è portatore di mediazione, d'insufficienza, di limite, di banalità.
Il desiderio più puro si perfeziona soltanto a patto  che lo sferzi senza pietà il più gelido vento dell'esilio.
 
 
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(Ciao ai lettori amici, che amo.)
 
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venerdì 26 aprile 2013

Leggerezza, pesante impresa.

Forse la lucidità di giudizio delle cose del mondo è direttamente collegata ad una condizione minima di equilibrio psico/fisico, senza il quale si rischia di rendere a sé stessi la verità talmente abbacinante  da restarne sopraffatti totalmente e poi paralizzati, oppure, al contrario, la si obnubila completamente fino a giungere ad una patetica forma oracolare priva di congrua obiettività ed irrazionale.

Nei più testardi ed onesti lo sguardo si avvezza e si regola poi - con qualche personale e talvolta stravagante espediente - alla luce violenta, ed allora cadono i veli,  gli alibi e le illusioni (in modo particolare le favole che il nostro stesso senso di pietà auto-assolutorio raccontava a noi stessi per consentirci di schermare l'oggettiva disperata e scandalosa solitudine del vivere) e si comincia a digerirla, in un supremo balzo di furioso e dignitoso coraggio.

Sarebbe forse auspicabile non arrivarci mai con proprie induzioni, perché, una volta arrivati, il senso della verità è terribile e temibile. Ti fa venir voglia di smettere. Tutto quanto.
Prima, però, una che passa il tempo, suo malgrado, a cercare di lucidarsi a specchio i giudizi,  potrebbe aver ancora un pizzico di energia per togliersi qualche sassolino dalla scarpa, ben sapendo che non conseguirà assolutamente alcun  fine positivo né riuscirà a trarne minimo giovamento.

Ora, una cosa che mi pare di aver imparato è che noi umani siamo condannati a parzializzare.
Se viviamo una cosa, non ne possiamo vivere anche un'altra; se una persona ci pare attraente ed interessante per un aspetto, saprà ben presto smorzare il nostro entusiasmo con l'esibizione di suoi imperdonabili difetti o mortificanti contraddizioni;  se facciamo una scelta la dobbiamo bilanciare con altra rinuncia;  se procrastiniamo la definizione della nostra vita moriremo irrisolti.

Ma la cosa più interessante e pure devastante è di una banalità oscena: pur avendolo compreso - dato che presto o tardi deve sempre succedere -, non possiamo reagirvi, ed accettiamo l'umiliante giogo del vivere parziale accompagnati dalla silente presenza costante di una nostalgia mordente e graffiante per tutto ciò che si continua a perdere.
Stiamo così ad osservare, impotenti, l'emorragia della nostra stessa anima, che si perde e si estingue in mille rivoli di rimpianto.
Rendere bastevoli gli istanti di tregua, in cui sfioriamo un piacere perfetto ed effimero, è la nostra più alta forma di eroismo.

Soffrire è conoscere, conoscere è soffrire, in special modo di delusione: l'umana più complessa e completa architettura conduce alfine al disamore per la vita, deterrente ad una qualsiasi partecipazione i cui presupposti, ben presto, verranno puntualmente disattesi.

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Siamo stati e saremo, nelle mille parodie parziali della nostra vita, un'infinità di persone e tutte loro sono sempre una: quella che alfine rimane sola a stupirsene, nel tentativo di ricomporsi.
 
Ricordo quel ragazzino di forse undici anni, solare e sveglio, che gridò al volo a quella giovane donna a lui sconosciuta che sfrecciava sulla sua bicicletta , trafelata, per incontrare un amore che sarebbe più avanti, come tutti gli altri, finito: "Ma quanto è bella, signorina!", e c'era una specie di gioia disinteressata nel declamarlo al vento.

Eppure lei non era, né s'era sentita mai, né aveva desiderato in modo particolare d'essere, bella. L'impermanente felicità, semplicemente, la stava, a sua insaputa, illuminando.

Felicità ed angoscia sono bagliori improvvisi ed ingestibili.
Ora so anche che sono totalmente inutili ed insensati per chi non è capace d'accettare il gioco delle parti che si avvicendano e vicendevolmente si contraddicono ed annullano.
Ci vorrebbe leggerezza: una delle più pesanti imprese, se va contro la propria natura.

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domenica 14 aprile 2013

Fatalmente, senza tregua

Le pareva che l'intero universo che lei conosceva  avesse deciso d'abortirla, come fosse un feto asfittico ed inadatto alla vita,  ed anche come se vi fosse ragionevole motivo per supporre che l'avrebbe fatto pure la restante parte di quello che lei non conosceva.
 
Evidentemente, si trattava di una cosa possibile, per quanto stravagante, una cosa possibile che rimaneva inspiegabile. Era possibile perchè le succedeva, come confutarne la verità?
 
Come ogni creatura che respira sulla Terra lei era sostenuta da un cieco e potente istinto ferino di sopravvivenza, ma non c'era cellula del suo corpo che non sapesse perfettamente che ciò, nella logica asettica, era esecrabile e per lei enormemente dannoso.
Come sempre accade la soluzione del più ostico degli arcani ha parecchie probabilità di trovarsi esattamente davanti, a portata immediata di mano e d'intelletto, ma la morbosa passione tipica negli umani di meravigliarsi e giocare alle complessità cervellotiche, puntualmente tende ad allontanarla.

E' da idioti illudersi che la verità non sia quasi sempre incresciosa, così come sperare che fissare il sole  non ferisca gli occhi.
A volte la verità è talmente scabrosa, e la sua luce così vivida e bruciante, da indurre alla disperazione, da condurre la vita di chi ne è investito o coinvolto verso la totale catastrofe o minacciarne l'uscita di senno.

La custodia di certa verità può condannare all'esilio  forzoso dal mondo. Sono verità impossibili, stupefatte, annichilite, incomunicabili.  

Così era stato per lei, così continuava ad essere.
Non c'è solidarietà d'anime che possa sottrarci all'ostinato pedinamento cui talvolta  ci costringe il dolore.

Forse, se solo esistesse, potrebbe l'Amore perfetto.
 


venerdì 5 aprile 2013

Autoreferente, per forza.

Un amico verso cui nutro stima ed affetto mi ha stamane offerto una sua lettura del carattere di alcuni miei post - ossia di me stessa - in questo decadente periodo della mia vita.
Ha ragione a definire "sigillato" il mio cuore e rimbrottarmi per l'ostinata concentricità dei pensieri che si affollano nella mente dando l'impressione che io vi possa godere di una certa autoreferenzialità.
 
Eppure, se anche fosse - ma non è esattamente così -,  l'autoreferenzialità, in una sua certa interpretazione non maliziosa e distante dal narcisismo, è anche il solo mezzo per assicurare libertà di giudizio e di pensiero, ché non c'è osservazione, scambio, riflessione, opinione,  perfino opera artistica o letteraria, che non siano in qualche modo influenzate o frutto e derivazione di plagi.

Il fatto che in quanto umani noi si sia fatalmente esseri sociali non significa che si debba conseguentemente confluire in mandria o gregge.
Ed invece, il più delle volte, per non dire sempre, è il massimo che riusciamo a realizzare: beliamo a staffetta, sostanzialmente lo stesso verso, se nell'ambito del medesimo gruppo.

Ma il mio amico mi ha fatto quest'osservazione perché mi vuole un po' di bene ed auspicherebbe che io mi sentissi meglio ed uscissi rinforzata ed indenne  dalla strettoia che la mia esistenza sta ora riservandomi, arricchita da nuove energie per l'accoglienza e la speranza.

Infatti io ci sto lavorando: non faccio che sognare per foraggiare, attraverso l'immaginazione, l'humus della rinnovata fiducia e dell'attitudine alla gioia.
Ed ho creato una piramide maya di sogni, che mi prefiggo di scalare con il progressivo recupero delle forze.
Però, per quanto mi sforzi nel favoleggiare, ad oggi all'apice non riesco a metterci gli umani.  

Sogna e risogna, comunque, io mi vedo indaffarata a svezzare elefantini orfani in una riserva in Namibia, oppure a condurre in perfetto stile "decresciuto-felicemente-ma volontario" un vecchio casolare tra Pastori maremmani dall'abbaio solenne e  verzure, offrendo in cambio di parco guadagno ospitalità rusticante.

Quando la realtà mi sveglia, il mondo è più orribile che mai, i problemi sono ostacoli titanici, e la vita vera più astratta del sogno.
Ed io capisco allora che non ho più scampo.   

 

giovedì 28 marzo 2013

Necessarie antifone

Se solo l'avessi capita prima - l'antifona, intendo -, avrei provveduto per tempo a fortificare e magari anche anestetizzare con preventivi esercizi di stoicismo e quel tocco di cinismo che serve a cauterizzare ogni ferita insanata, le conseguenze di una ipertrofica  sensibilità che, da quando ho memoria, rappresenta il mio stesso più crudele aguzzino e tiranno padrone.

Fino a ieri, piuttosto, nei miei immediati ed interiori giudizi sugli altri mi lasciavo sedurre dal facile impulso ad identificare quella altrui - spesso soltanto sedicente -  con la nobiltà d'animo e me ne consolavo intimamente: intuire una sensibilità dolente in un altro me lo rendeva d'impeto amico.
Ora so che sbagliavo in modo davvero stupido, degno di una dilettante dell'esistenza, vittima di pregiudizi ed ingenuità.
Soffre "atrocemente", per motivi che via via agli occhi degli altri appaiono opinabili, un sacco di gente, sempre relativamente a personali velleità frustrate, alcune scandalosamente "immorali" e superficiali rispetto ad altre, ben più giustificabili.

C'è chi, dal conforto di una posizione piccolo-borghese (giusto per partire da un livello "medio") data come assoluto e scontato riferimento (al di sotto del quale  esiste soltanto una sorta di magma  di borgorigmi incomprensibili e pure fastidiosi provocati da una razza solo apparentemente umana ma di fatto aliena che parla di ristrettezze materiali, mancanza di lavoro e di casa, impossibilità di condurre un'esistenza appena dignitosa, assenza totale di progettualità del futuro, ecc.), accusa l'atroce mancanza di una magione circondata da un più ampio giardino; c'è chi lamenta la difficoltà a sostituire la propria auto, mentre ad un altro viene rubata la bicicletta, suo solo mezzo di locomozione per rincorrere gli orari schizzati della propria esistenza; c'è chi si addolora per essersi spezzata un'unghia appena laccata e chi ingoia la comunicazione di una diagnosi medica letale...
Ebbene, queste sono considerazioni tutto sommato banali - voglio credere estremamente popolari e di comune osservazione - e, ciononostante, non insegnano assolutamente nulla.

La nobiltà d'animo, la grazia innata, la magnanimità, hanno ben poco da spartire con l'automatismo che fa avvertire stilettate di dolore allorquando la natura - sempre morbosa e riflettente - dei rapporti con gli altri ce ne fornisce puntuali occasioni: quasi sempre è la nostra vanità ad accusare colpi; è l'orgoglio umiliato: si tratta di molto volgari elementi tipici di  umano, che trae benessere soltanto nell'evocare, nell'amare, nell'idolatrare soltanto sé stesso. Soffriamo spesso compatendo noi stessi, nell'umiliazione del nostro consueto tronfio ego consapevole di non incidere e fulgidamente risplendere in questo mondo, che fingiamo di disprezzare.

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Quante volte abbiamo versato lacrime vere, nella penombra delle nostre tane (tane ingombre degli ammenicoli del mondo), sdoppiati nell'assistere al nostro stesso funerale. immaginando le pietose lacrime di chi accompagna il nostro feretro? Ecco: piangiamo commossi sul nostro stesso distacco dallo spregevole mondo, con una punta di soddisfazione se echeggiano le note della Lacrimosa mozartiana, che, per chissà quali  pretesti presuntuosi, immaginiamo degna di accompagnare l'irrilevanza della nostra uscita di scena.
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Il solo modo di star bene nella propria pelle è prendere le distanze innanzitutto da sé stessi ed osservarsi con lo stesso distacco con cui si guarda uno sconosciuto, un tramonto, un albero, un sasso.
Allora, ecco che il giudizio non più obnubilato dal molle narcisismo, si fa più chiaro ed oggettivo, fin sereno.
Siamo più patetici o più ridicoli? Tentenno.

Ogni errore clamoroso, uno degli innumerevoli errori di critica che han alimentato il moto perpetuo della giostra di aspettative (necessariamente) deluse di cui carichiamo l'altro, reca un dolore, tutto sommato, meritato.

Tutto ciò per dire a chi sentivo amico, ma che non lo è né ha mai dichiarato d'esserlo, che non ce l'ho con lui e che le mie illegittime aspettative silenti sono sempre, sempre, clamorosamente sbagliate.

 

mercoledì 13 marzo 2013

Qualcosa che duri

Sentore di uno stato generale di rapporti sociali, economici, politici, umani, semplicemente nefandi e comunque ultimativi: forse è davvero quasi finito tutto.
Lo squarcio è talmente grande ed osceno che nessuno partorisce una seppur fantasiosa idea di come ripararlo. Così rimangono, per sedare il malessere, l'irrisione dell'altro, la faziosità (consolatoria illusione d'appartenenza), il sarcasmo risentito, la farneticazione, il perenne farfugliamento a sostegno di cause sempre parziali.
La realtà, intanto, non verrà mutata dall'aumento dello strepito.
Pezzo su pezzo, adesione su adesione, connivenza su connivenza, concessione su concessione a sterili edonismi, noi tutti ne abbiamo consentito la costruzione.
Noi siamo, tutto sommato, una stirpe bastarda di predatori violenti.
Abbiamo permesso che la nostra infinita capacità di bassezza morale fin dagli albori delle civiltà ci rendesse schiavisti, fascisti, fanatici, assassini, opportunisti.
Oggi, così colpevolmente lasciatici imborghesire e rammollire dall'offerta di miserabili piaceri indotti, quelli di noi che annaspano alla ricerca di una nuova verginità, od almeno sono inadatti ad un totale reclutamento, dopo una vita di resistenza difettano ora delle forze per rifugiarsi ancora in un'altra utopia, mentre tutti gli altri vivono, come possono, o come pensano di volere.

"Rivedo, con una meraviglia sgomenta, il panorama di queste vite e, nel provare spavento e pena e sdegno, mi accorgo che non provano spavento né pena né sdegno proprio coloro che ne avrebbero tutto il diritto: coloro che vivono quella vita. E' questo l'errore centrale dell'immaginazione letteraria: essa suppone che gli altri sono noi e che devono sentire come noi. Ma, per fortuna dell'umanità, ogni uomo è soltanto chi è, e al genio è concesso soltanto di essere qualche persona in più." (F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine).

I profeti di una inevitabile ma anche salvifica "decrescita felice" sono pure gli stessi che immaginano poi il massimo della tecnologia quale panacea ai mali ed alle sperequazioni del sistema.
Ossimori viventi.
Gli altri, balbettano o blaterano.
A me par vero che il Sapiens-Sapiens abbia comunque concluso neppure tanto onorevolmente il suo ciclo evolutivo.  Forse, davvero, il futuro sarà di cervellini galleggianti in gigantesche vasche che comunicheranno attraverso impulsi nervosi le loro realtà immaginarie, infinitamente velleitarie, ed alla fine ridicole, oppure uno scenario di nuove barbarie, ove almeno sarà bandita l'ipocrisia di ritenersi qualcosa di diverso da ciò che nostra natura detta: lupi tra lupi.

L'umano sensibile ed onesto, non può che provare compassione per sé stesso ed arretrare nel proprio soggettivismo silente, sperando in relazioni - di qualsiasi natura - elettive o simpatiche.
Qualcosa che duri, forte come la tenerezza.

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domenica 3 marzo 2013

Tipi -12- I leziosi

Sono tanti, tantissimi, una schiacciante maggioranza.
 
Hanno il potere di abbassare in modo preoccupante la già bassa tua stima degli uomini, in conseguenza di comportamenti disarmanti ed annichilenti. Non importa quanto siano gravi: è irrilevante la considerazione dell'oggettiva importanza di una questione o di una circostanza, perché lo stile del comportamento nei rapporti infraumani e sociali è fisso in ogni persona.
 
Può essere che ti abbiano lavorato accanto per il tempo sufficiente ad intessere rapporti di cordiale vicinato, qualche scambio di opinioni, sollecitati da problematiche comuni; può essere che ci sia stato bisogno occasionalmente e vicendevolmente di scambiarsi piccoli semplici favori (ricevere un pacco o rendersi mediatori in assenza dell'altro senza il minimo interesse); può essere anche che si siano subìti uno stesso disagio od una stessa scorrettezza da altri, sì da non poter negare l'esistenza di uno stato condiviso.
Succede, insomma, che alcuni elementi possano accomunare due semplici conoscenti.
 
Ebbene, sembrerebbe consequenziale che se uno dei conoscenti si trasferisce altrove, prima di andarsene definitivamente passi da colui che rimane al suo posto e dica: "Allora io vado, qui ho finito. Auguri di buon proseguimento e buona fortuna".
 
Invece no, mica va così.
Il tipo 12 se ne va e basta, con una bella sgommata, e  lì finisce. Un lampo ha lo stesso destino e costituisce perfetta allegoria.
 
Questa è la prova ontologica della grande miseria degli umani rapporti.
 
Pare un'inezia, ed invece è sindrome grave.
 
La gentilezza e la cortesia sono in via di estinzione, piegate come sono ormai a finalità sempre utilitaristiche.
La schiacciante maggioranza di cui sopra, i tipi 12, saranno forse pure capaci di leziosità -probabilmente anche spesso - e, talvolta, sfoggeranno sorrisi e cordialità in grado di ingannare i loro interlocutori, ma ciò avverrà soltanto in corso di rapporto, a testimonianza del fatto che trattasi di esternazioni mendaci ed effimere.
Estinto il presupposto pratico che le motivava, si estingue anche l'interesse per l'altro essere umano.
 
Ma non si estingue, ché ciò che non è mai stato davvero non può morire.
Se l'Uomo si dice animale sociale è soltanto perché digeriamo  straordinariamente l'ossimoro che società sia assembramento funzionale a qualche scopo di soggetti profondamente ed ostinatamente tra di loro estranei e lontani.