lunedì 4 aprile 2011

Mal sottile di primavera: antiche lacrime, in disordine sparso.

Anch' io ne sono pur certa - amico Svevo- che vita sia malattia.
Malattia, con qualche sussulto di effimero benessere, guizzante e veloce come una serpe d' acqua.
Tutto il resto, ed in particolar modo la ribellione accorata e decisa degli ottimisti, degli speranzosi, degli esaltati e degli integralisti, è narrazione, fantasia, spire di fumo.
Bisogna pur provare ad essere felici, di quando in quando -ne convengo-, e la cura è antica e permanente: fuoco fatuo di passioni, crepitìo di emozioni, illusoria indulgente ricerca di un nucleo permanente di bellezza, di bontà, quasi casualmente e senza consapevolezza deposti dall' impollinazione cosmica in quell' umilissima corolla di fiore lacustre, in quel bruco, in quel cucciolo ...

Oltre a ciò, mi è rimasta la simpatia commossa verso le poche intelligenze ammantate d' umiltà che talvolta incontro, ed alle quali sono grata.

***
Non si sarà mai visto tutto, il peggio è in sovrabbondanza e Bene e Male sono invenzioni oziose: non c' è battaglia tra i due; essi sono i pilastri di una stessa realtà.
La capacità di angoscia degli umani non sa colmare misure: noi sappiamo soffrire in modo indicibile.
E ne abbiamo, d' altro canto, ben donde. 
Oscenamente -è la mia opinione-, perché l' ostinazione e l' obbligo al dolore sono osceni, così come lo è la sciocca determinazione a desiderare incessantemente un altro domani.
E c' è chi, invece, ha pensato alla sofferenza come un suggerimento all' annullamento, alla de-creazione, per assurgere a puro spirito, per lasciare agire il suo Dio: a conti fatti, per la mia spregiudicatezza atea, questo prototipo di  Dio non mi disturba in nulla.
"Se pensassi che Dio mi invia il dolore con un atto della sua volontà e per il mio bene, crederei di essere qualcosa, e trascurerei l' uso principale del dolore, che è d' insegnarmi che sono niente, Non si deve dunque pensare nulla di simile. Ma è necessario amare Dio attraverso il dolore (sentire la sua presenza e la sua realtà con l' organo dell' amore soprannaturale, l' unico che ne sia capace, così come si sente la consistenza della carta attraverso la matita).
Allo stesso modo lo spettacolo della miseria degli uomini m' insegna che essi sono niente e, a condizione che io mi identifichi con loro, che io sono niente. In quanto creatura.
Debbo amare d' essere niente. Come sarebbe orribile se io fossi qualcosa. Amare il mio nulla, amare d' essere nulla. Amare con la parte dell' anima che si trova dietro il sipario, perché la parte dell' anima che è percettibile alla coscienza non può amare il nulla, ne ha orrore. Se essa crede di amarlo vuol dire che ama qualcosa di diverso dal nulla.
La sventura estrema che colpisce gli esseri umani non crea la miseria umana, la rivela soltanto.
Dobbiamo alleviarla, quando possiamo, unicamente per questa ragione. Dobbiamo evitare di cadere in essa ovvero di uscirne quando possiamo, perché essa deve venire dal di fuori, essere subita. E dobbiamo amare come noi stessi, nelo stesso modo con cui amiamo noi stessi, l' essere umano che il caso mette in nostro potere di aiutare.
Considerarsi (in quanto essere fenomenico) semplicemente ed esclusivamente come una piccola parte dell' unverso."
(Simone Weil - Quaderno VI)

Inanellare respiri su respiri e battere le palpebre sul mondo, come se ci meravigliasse ancora...

***


E' stato ieri, io credo, ai Mulini di Cervara.
Osservavo l' acqua da un ponticello. Piccoli flutti, graziosi percorsi, accenni di minuscoli gorghi, increspature tremanti. Le invidiate paperelle...
E' sorprendente: l' acqua che scorre chiama, come un magnete attira, ha promesse indefinite, qualcosa di vicino e lontano, qualcosa di buono. Il mio sangue, chiaramente, lo sapeva,  e vi tendeva, deliziato.
Oh, ma cos' erano quelle voci...







venerdì 1 aprile 2011

Folle - masse - media e politica. -2-

(segue da post -1- pubblicato in data 30/03/2011)

René Magritte - La grande guerra
Come accennato nel precedente post a tema, "La psycologie des foules" di Gustave Le Bon pur con i molti limiti scientifici e l' indubbia influenza del carattere reazionario delle idee dell' autore, fu uno dei testi sacri dello studio della psicologia delle masse e contiene intuizioni di grande lucidità e rilievo, alcune delle quali validissime ancor oggi.
Il modo in cui reagiscono le masse (per loro natura impulsive e mutevoli) dipende dalla semplicità delle idee propagandate e dall' esagerazione con cui vengono proposte, meglio se facendo leva sui sentimenti.

"E' essenziale presentare le cose in blocco, senza mai indicarne la genesi".
Alle folle piacciono gli effetti mirabolanti, piace la tragedia, piace la morbosità: un grande delitto, una grande impresa, una grande speranza, una grande vittoria. Sanno potenzialmente essere criminali o sante. La folla soffre di psicosi da grandeur e, sull' onda di una forte impressione, può fare qualsiasi cosa, arrivando anche agli estremi sacrifici o all' eroismo.
E' "il capo", che la conduce oppure anche che la rende prona ed indifferente. Comunque sia, la folla si riconosce sempre in un capo, fisico od ideale. Ma perché lo fa?
Secondo l' analisi della psicologia di massa, questo può essere osservato in modo paradigmatico nei momenti di crisi e tensione della storia, quando irresolutezza ed incertezza inducono al bisogno di trovare vie d' uscita.

Naturalmente, perché le folle possano sperare nella soluzione delle loro ansie ed incertezze, bisogna saper convogliare l' odio e la frustrazione in qualche direzione; bisogna, cioè, inventare il nemico simbolico.
Solo così il meccanismo può funzionare: contrapponendo il Bene al Male, la civiltà alla barbarie, una propaganda all' altra.

"Creare la fede -si tratti di fede religiosa, politica o sociale, di fede in un' opera, in una persona, in un' idea- ecco soprattutto il compito dei grandi capi [...] Dare all' uomo una fede significa decuplicare la sua forza. I grandi avvenimenti della storia furono spesso opera di oscuri credenti che nient' altro possedevano oltre la fede."


Le comunicazioni di massa del Novecento si sono basate interamente su presupposti di semplificazione, spettacolarizzazione e personalizzazione, sia nei sistemi totalitari, sia in quelli democratici.
Nella propaganda fascista e nazista, il risentimento sociale che la Grande Guerra aveva  prodotto negli ex-combattenti e nei ceti medi impauriti dall' inflazione e dall' indebolimento dei tradizionali valori, venne artatamente sfruttato per ottenere la nazionalizzazione delle masse.
I nuovi attori politici, borghesi o "plebei", erano assi della guerra aerea, polemisti, scrittori (Hermann Goering, D' Annunzio) e, più tardi, i  "caporali", come Mussolini ed Hitler. Con essi nasce l' uso simbolico della violenza.
La classica interpretazione data da Karl Mannheim dell' uso dei simbolismi politici, rimane molto convincente.
Nel definire il periodo di crisi europea tra le due guerre egli parla di "insicurezza non organizzata".

"E' lo stadio della generale sperimentazione psicologica ed emotiva, e del declino della nostra fiducia nelle istituzioni, nei costumi, nelle tradizioni [...]. In questa generale sperimentazione l' individuo incapace di riorganizzarsi può perire, ma per il complesso sociale esso significa la possibilità di una scelta di nuovi modelli di condotta e di nuovi tipi rappresentativi dominanti. [...] Il clima di insicurezza generale porta le masse a fissarsi su dei simboli, che hanno la funzione di sostituire soggetti e attività reali, al punto che diventa possibile "indurre la gente a lottare per fini simbolici come se fossero primari", così che invece di burro essa desideri il prestigio della nazione."


Hitler e Mussolini, pur se il consolidamento politico del loro successo ebbe poi sorti diverse, utilizzarono entrambi le campagne terroristiche per incutere paura ed allarmismo nella popolazione e far sì che essa richiedesse legge ed ordine ai suoi stessi capi, che, in tal modo, potevano rivestire il ruolo dei salvatori.
La Storia ha poi dimostrato, però, che il nazismo ha potuto contare su un largo consenso di massa soltanto al prezzo di scatenare il peggiore e più sanguinoso conflitto che si sia mai visto in Europa, e che un regime totalitaristico basato soltanto su minacce esterne simboliche e campagne contro i nemici interni, dura relativamente poco tempo.
Ma con lo stalinismo, durato oltre settant' anni, qualcosa, nello sfruttamento propagandistico delle comunicazioni di massa, cambiò: avvenne l' introduzione su larga scala del "grande fratello" e dell' inganno politico attraverso l' uso della doppia verità.

Se nel fascismo e nel nazismo esisteva un certo irrazionale -diciamo- estetismo nello strumento della violenza politica, nello stalinismo, al contrario, si realizza pienamente ciò che la psicologia collettiva già aveva enunciato, e cioè che nelle comunicazioni di massa risultano spesso molto più convincenti per persuadere le folle la standardizzazione, la volgarità e la banalità.
La "doppia verità" è quella tecnica che consiste nel diversificare ciò che può essere detto alle masse e ciò che invece può essere comunicato agli iniziati che abbiano dato prova di accettare integralmente la concezione machiavellica della storia e di aderirvi in pieno.
L' uso stalinista  della doppia verità ha avuto, paradossalmente, la più ampia efficacia sulle masse esterne all' URSS e sugli intellettuali occidentali. Quanti intellettuali democratici in visita all' URSS dagli anni Trenta ai Settanta non sospettavano minimamente il degrado totalitario effettivo che vigeva in quel sistema?
La finzione letteraria celeberrima di Orwell, con il suo 1984, spiega perfettamente quanto sia letale non rendersi conto di quali terribili manipolazioni possano essere rese possibili dalla propaganda, tramite le comunicazioni di massa.

(elaborazioni da scritti di Carlo Marletti)



***
Ancor oggi, ancora noi, cittadini liberi di liberi Stati, non dobbiamo, mai e poi mai, perdere la memoria

***


(segue)



giovedì 31 marzo 2011

Noterella notturna che non ha da parare in nessun posto.

Un uomo che in fondo mi detesta (suppongo per risentimento, o motivi molto intimi e psicologici, o non so bene cos' altro, dal momento che i nostri rapporti, non remotissimi, si sono sempre testati su di un livello di civile conoscenza e conversazione, secondo un presupposto -evidentemente non così fondato- di affinità spirituali), ritiene che io sostenga talune tesi, o faccia ciò che faccio, in generale, per l' elementare motivo di discostarmi dai miei simili (gli umani) e sentirmi, rispetto ad essi, elettivamente migliore, o, comunque, "qualcos' altro".

Ciò, oltre che a dispiacermi come giudizio ( perché suona sarcasticamente sprezzante e soprattutto perchè proveniente da una persona che stimo, nonostante le nostre diversità siano enormi) è oltremodo fuorviante e non corrisponde, neppure vagamente, al vero.
Una delle poche cose di cui ho certezza è l' oggettiva miseria della condizione umana in sé stessa e per questo mi è sempre  parsa come sommamente ridicola ogni velleità -autoreferenzialità e superbia comprese- di quel tipo.
La mia più uterina natura aspira, al contrario,  alla condivisione, al gemellaggio, all' incontro con gli altri e, se mai ne esistesse la possibilità, all' amicizia: tutti elementi totalmente in contrasto con la sentenza di cui sopra.
Ma lui, evidentemente, non vuole considerare la possibilità che esistano anche le "schegge impazzite" disturbanti quel suo un po' eccessivamente rigido sistema speculativo, ed io, a questo punto, lascio che sia e rinuncio ad inutili scaramucce polemiche future: chi vuol comprendere davvero l' altro  o si attrezza a demolire le proprie roccaforti teoriche ed un tantino scolastiche, o rischia eternamente di entrare ed uscire da specchi che riflettono altri specchi, per non ritornare che a sé stesso.

Devo dire che vera affinità, sul suolo della terrestre realtà, con persone in carne, ossa, profumo, voce, lacrime e sorrisi, non mi è stato dato modo mai di riscontrarla in alcun essere umano ad oggi conosciuto, anche se non una sola volta, data la seduzione dell' idea, mi sono pateticamente -così auto-ingannandomi- illusa di averla raggiunta. Mi capita però, qui in Rete, di osservare che, talvolta, corre tra blogger che si conoscono soltanto attraverso le immateriali idee, la capacità di cogliere il testimone che questo o quello va portando e proseguire spontaneamente per un altro po' sul filo dello stimolo di un pensiero accennato o proposto, sì da arricchirlo e protrargli vita.
Ciò non costituisce imitazione: è sviluppo e scambio di singole intelligenze che cooperano, fosse pure involontariamente.
Non solo mi piace, ma anche mi consola.

mercoledì 30 marzo 2011

Folle - masse - media e politica. -1-



Io, confesso, sto sempre peggio. Tralasciando i miei casi personali (dove tutto è piuttosto sconquassato), sto molto a disagio come appartenente alla specie umana, genericamente, e come cittadina del mondo. Così, dato l' obnubilamento di futuro, provo a ricordare il recente passato, per capire anche -io spero- dove ci condurrà la Storia, ammesso che ce ne sarà una.
Tutto questo -già lo so-, non mi porterà che a ripetere ciò che ogni giorno bisbigliamo in molti -soprattutto in noi stessi o tra digitatori romantici- e cioè che questo schifo di Potere non ci piace, lo butteremmo a mare, e vorremmo un nuovo mondo, stavolta a misura d' uomo.
Intanto, il post n° 1.


Nell' arco temporale di settantacinque anni, dalla prima guerra mondiale del  1914 al crollo del muro di Berlino nel 1989 s'è preparata la storia perfetta del XXI secolo.
Dal punto di vista, dunque, prettamente storico (diacronico, perché lo storico fissa gli eventi importanti di un' epoca rilevando a grandi linee la discontinuità tra ciò che viene prima e  ciò che viene dopo), il Novecento è stato "breve", mentre da quello sociologico, che richiede un metodo sincronico, che si occupi della lunga durata, può dirsi, al contrario, un secolo lungo, dalle lunghissime e ramificate conseguenze, e più che in ogni altro campo, ciò è evidentissimo nella comunicazione, in particolare in quella definitita "di massa".

Nell' antichità la massa non esisteva. I grandi raduni di persone -assemblee politiche (nella città-stato), giochi olimpici, cerimonie religiose, spettacoli teatrali od altro-, costituivano le folle.
La differenza sostanziale e concettuale è profonda: anche se folla e massa sono, entrambe, agglomerati di persone che rispondono a determinati stimoli come se fossere un unico soggetto -poiché forniscono una reazione collettiva pur essendo composte da tanti singoli e diversi tra loro individui-, nella massa l' effetto di fusione ed identificazione si produce anche quando i singoli componenti non sono in contatto fisico tra loro.
Ciò è stato reso possibile dallo sviluppo della tecnologia, delle macchine, dei congegni complessi.
Come disse Marshall McLuhan, ogni tecnologia non è altro che un' estensione dell' organismo umano nell' ambiente.
Nel corso del XIX secolo, il macchinismo industriale ha creato tutti i presupposti per renderci, poco a poco, masse:
  • fine anni Trenta: riproduzione e circolazione su larga scala di immagini grazie alla fotografia;
  • 1844: scoperta del telegrafo da parte di Samuel Morse;
  • 1846: si apre l' epoca delle rotative (Robert Hoe) che consente la stampa dei giornali in centinaia di migliaia di copie;
  • 1848: viene fondata l' agenzia di stampa Assosiated Press, statunitense, grazie alla quale vent' anni dopo, attraverso la posa del cavo sottomarino Terranova-Islanda, la rete telegrafica copre tutto il globo;
  • 1876: Thomas Edison mette a punto il fonografo;
  • 1895: i fratelli Lumière inventano il cinematografo.
Macchina a vapore e centrale elettrica, poi, cominciano a rappresentare, oltre che cicli storici del meccanicismo, anche cicli dell' immaginario collettivo.
Cominciano a nascere le masse.
La concentrazione degli operai nelle fabbriche, la standardizzazione dei prodotti, la conseguente assimilazione degli stili di vita che genera omogeneità nei comportamenti, i quali, a loro volta, per il noto processo di contagio ed imitazione, tendono ad espandersi in tempi sempre più brevi nelle parti più lontane del globo, è l' imput iniziale.
Con l' elettricità distribuita su larga scala dalle grandi centrali si compie uno straordinario balzo evolutivo verso il processo di massificazione: muta il modo di produrre, la divisione del lavoro -grazie a quest' energia non visibile all' occhio umano e prodotta dal turbinio di occulte particelle elementari- si fa differenziata e complessa, si formano le "folle solitarie", nasce la sindrome della "anomia", diventa più difficile dare un senso ai propri comportamenti.
Quando in una società i processi di differenziazione diventano preponderanti, succede -come osservò Georg Simmel- che le cerchie sociali s' infittiscano e si sovrappongano, di modo che gli individui spesso si trovano a far parte contemporaneamente di più cerchie sociali dai valori e schemi talvolta contrastanti e senza avere la reale opportunità di operare scelte.
Per evitare la conseguente sindrome da "vita nervosa" tipica della realtà metropolitana, ecco che le masse così create tendono ad assumere il tipico atteggiamento di distacco e disincanto -necessaria difesa dalle forze soverchianti di cui sopra-: la massa è acefala ed indifferente.

Secondo Walter Benjamin, l' "agente più potente" delle trasformazioni culturali che hanno condotto allo sviluppo della società di massa tra l' Ottocento e il Novecento fu il cinematografo, in quanto la tecnologia delle immagini di cui esso si avvale necessariamente standardizza il reale e lo massifica.
Il cinema, cioè,  facendo dissolvere l' aura di autenticità da cui erano circondate le cose e le persone nelle società tradizionali (l' attore è anch' esso uno strumento, un attrezzo, ed il pubblico si immedesima alfine nell' apparecchiatura), induce ad una prima sconosciuta simbiosi uomo-macchina. La logica che esso rappresenta e diffonde è quella della serializzazione: esso "pone al posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi", talché "in nessun luogo più che nel cinema le reazioni dei singoli, la cui somma costituisce la reazione di massa del pubblico, si rivela preliminarmente condizionata dalla loro immediata massificazione."
***
Una coincidenza davvero significativa è costituita dal fatto che proprio nell' anno in cui i fratelli Lumière inventarono il cinematografo, uscì il pamphlet di Gustave Le Bon La Psychologie des foules.
"L' età che inizia, il cui avvento segnerà la fine della civiltà occidentale ed il principio di un ciclo storico di disordine, regressione morale e anarchia sociale"
Ecco la necessità di affinare l"Arte del governare": stiamo ad assistere al sorgere della cosiddetta "psicologia collettiva".
Verso la metà degli anni Ottanta del XIX secolo l' Europa guarda accadere una serie importante di attentati anarchici, scioperi, manifestazioni di piazza, sommosse. Folle inferocite impegnate in scontri fisici, che lasciarono numerosi morti e feriti sul terreno, con le forze dell' Ordine.
Nel 1886, a Liegi, la rivolta iniziata a causa di una riduzione di salari e che presto coinvolse, a macchia d' olio, le miniere e le fabbriche, assunse caratteristiche impressionanti. Intere aziende distrutte, campagne saccheggiate, edifici inceneriti, rivoltosi armati di dinamite e pistole, determinati a distruggere tutto, mossi da una rabbia ed un furore incontenibili.
Immerso nella folla l' individuo subisce una sorta di regressione? Compie atti che, come singolo,non avrebbe compiuto mai?
Il giudizio di  Gabriel Tarde, che si occupò dei crimini delle folle, fu che esse costituiscano un residuo di passato e che i loro comportamenti distruttivi non siano quasi mai spontanei, ma, piuttosto, risultato di manipolazioni di partiti e sette organizzati oltreche il prodotto di allarme sociale diffuso con articoli sensazionalistici dai media.
Con questi ed altri precedenti l' opera di Le Bon ebbe immediato successo, nonostante evidenti insufficienze metodologiche, imprecisioni e contraddizioni, e fu letta con ardore da Freud, Jung, Schumpeter e con attenzione da Max Weber e Pareto. Benito Mussolini vi imparò le tecniche fondamentali della propaganda di massa.
"Conoscere l' arte di  impressionare l' immaginazione delle folle vuol dire conoscere l' arte di governare." scrive Le Bon.

***
(elaborazioni da scritti di Carlo Marletti)


E io so che voi sapete dove voglio arrivare con questa faticosa premessa...

(Segue...)

domenica 27 marzo 2011

Pasolinaria: la pudica consolazione delle affinità.



(Testo canzone: Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno; ispirazione: Shakespeare)

Molto probabilmente, quando Pier Paolo Pasolini esce con l' ampia raccolta "Poesie in forma di rosa", la sua abiura verso gli ideali giovanili, risultati deludenti e traditi anche da chi egli aveva amato enormemente (il popolo, il sottoproletariato, custode della primordiale purezza, che egli vede avviarsi inesorabilmente verso la corruzione dello spirito e della carne e l' imborghesimento), i colleghi intellettuali e la storia stessa, gli costa lacerante dolore.

"Per chi è crocifisso alla sua razionalità straziante,/macerato dal puritanesimo, non ha più senso/che un' aristocratica, e ahi, impopolare opposizione.//La rivoluzione non è più che un sentimento."

E' improrogabile e vitale il ricorso ad un nuovo Mito -necessario agli uomini più del pane e del respiro-, che egli preconizza in  un' altra Preistoria, che potrebbe nascere da barbari del Terzo Mondo, dalle plebi, dai disperati e miserabili.

" .../...
E scriverò all' imperterrito Moravia, una 'PASOLINARIA

SUI MODI D' ESSER POETA', con la relazione
tra segno e cosa -e finalmente
svelerò la mia vera passione.

Che è la vita furente [o nolente] [o morente]
- e perciò, di nuovo, la poesia:
'non conta né il segno né la cosa esistente',

ecco. Se l' uomo fosse un Monotipo nella Subtopia
di un mondo senza più capitali linguistiche,
e disparisse quindi la parola da ogni sua via

dell' udire e del dire, lo stringerebbero mistici
legami ancora alle cose, e ciò che le cose
sono, non fissato più nei tristi

contesti, sarebbe sempre nuovo, colmo di gaudiose
verità pragmatiche -non più strumentalità,
travaglio che le traduce in limoni, in rose...

ma sempre e solo, luce, com' è la realtà
delle cose quando sono nella memoria
alla soglia dell' essere nominate, e già

piene della loro fisica gloria.
Se poi dovessi scoprirmi un cancro, e crepare,
lo considererei una vittoria

di quella realtà di cose. Finita la pietà figliale
per il mondo, che senso ha ancora il frequentarlo?
..."

(P.P.Pasolini,"Progetto di opere future", Poesie in forma di rosa)


Quanto maggiore è la sincerità del sentire, la passione civile e politica, l' intelligenza e l' integrità, e la conseguente capacità di preveggenza,  tanto maggiore si rivela essere la soluzione di un destino di opposizione"Opposizione di chi non può/ essere amato da nessuno, e nessuno può amare, e pone / quindi il suo amore come un no/ prestabilito, esercizio del dovere politico come esercizio di ragione."

sabato 26 marzo 2011

Sognatori sognati

Don Chisciotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier
"Parabola di Cervantes e Don Chisciotte
Stanco della sua terra di Spagna, un vecchio soldato del re cercò diversione nelle vaste geografie dell' Ariosto, in quella valle della luna ove alberga il tempo perduto nei sogni e nell' idolo d' oro di Maometto che rubò Montalbano. In mite burla di sé stesso, ideò un uomo credulo che, turbato dalla lettura di meraviglie, prese a cercare prodezze e incantamenti in luoghi prosaici che si chiamavano Il Toboso o Montiel.
Vinto dalla realtà, dalla Spagna, Don Chisciotte morì nel suo paese natale intorno al 1614. Poco tempo gli sopravvisse Miguel de Cervantes.
Per entrambi, per il sognatore e il sognato, tutta quella trama rappresentò l' opposizione di due mondi: il mondo irreale dei romanzi cavallereschi, il mondo quotidiano e comune del secolo XVII.
Non immaginarono che gli anni avrebbero finito col limare la discordia, non immaginarono che la Mancia e Montiel e la magra figura del cavaliere sarebbero stati, per il futuro, non meno poetici dei viaggi di Sinbad e delle vaste geografie dell' Ariosto.
Perché al principio della letteratura è il mito, e così alla fine."

(Jorge Luis Borges - Clinica Devoto, gennaio 1955)


D' altro canto, Borges non fa che avvertire una verità tenace ed inossidabile, magari malinconica, ma dolcemente umana: siamo tutti contemporaneamente sognatori e sognati.
La nostra più autentica condizione, quella a noi più confacente ed aderente, rimane quella fantastica.
La letteratura, le arte figurative, la religione, la politica, la filosofia, i valori ed i sentimenti, qualsiasi cosa riguardi strettamente l' umano ha natura fantastica, è sogno, o materialità dal sogno filtrata.
Questo ci rende commoventi e deliziosi.
Deliziosi.

giovedì 24 marzo 2011

"Amore: eternità stretta"

Nel tentativo di sedare quel suo sordo, occulto e smisurato dolore che, ciclicamente, come un dèmone la possedeva, senz' ombra di pregressa memoria né minima premeditazione, lei s' era ingegnata, nel corso dell' intera sua vita, a distruggere le situazioni in essere, nella convinzione di meglio riedificare.
Offesa ed umiliata dallo scempio che il tempo opera sui sentimenti e dall' indolenza ignava con cui i suoi simili gli consentono d' impoverire il loro stesso cuore, non le restava scelta alcuna se non la fede in un altrove.
Lei  si opponeva con fierezza e provava sdegno per la vile accondiscendenza alla resa che credeva di scorgere negli altri.
Non sapeva, con precisione, quali fattezze potessero avere l' armonia, la pienezza, la pace, la sintonia perfetta: sapeva soltanto che, pur se  ancora non  meritate e raggiunte, erano il suo scopo, ed il loro tramite non poteva che essere  un altro essere umano. Un affine.
Obbediva, allora, all' impeto che la spingeva -come forza primordiale- alla purificazione totale attraverso l' eliminazione di tutto ciò che nella sua esistenza pareva languire, sbiadito di ogni significato, e ciò presupponeva sempre il coraggio dell' ennesimo distacco: un processo, questo, che pareva mutuato dalla stessa Natura e dalle sue terribili e spietate leggi, ma che la costringeva -senza che potesse scorgere neppure la minima alternativa- a ripetere l' olocausto degli amori.
Ogni volta, perciò, si rinnovava il rito.
Esplodeva l' ardente passione che, come un nuovo messia, predicava ed insufflava nuova vita e dalle precedenti ceneri pareva librarsi in volo, in un trionfo di gioia. Effimera. 
E riecco, a breve, la stasi, l' acqua della disillusione sul sempre più fioco crepitìo di braci, e la nera coltre di fumo, preludio ad una nuova, amara consapevolezza.

Alla fine comprese.
Capì che nulla può essere completamente distrutto  perché ogni istante custodisce in sé un seme d' eternità, sì che non le era consentito né di acquistare né di perdere. Sua madre, suo padre, suo figlio, i morti ed i vivi, l' amore dato e ricevuto e quello di cui non s' era forse neppure avveduta, compenetravano tenacemente ogni suo respiro,  e quel respiro partecipava e dava vita, in qualche modo, anche alle loro stesse vite.