"... Tutto sommato, tranne qualche eccezione, le opere di second' ordine o di ordine inferiore si adattano meglio all' élite e quelle di primissimo ordine sono più adatte al popolo.
Per esempio, quale intensità di comprensione potrebbe nascere da un contatto fra il popolo e la poesia greca, che ha quasi per unico soggetto l' infelicità! Però bisognerebbe saper tradurla e presentarla. Un operaio, per esempio, che ha fitta nelle ossa l' angoscia della disoccupazione, capirebbe lo stato di Filottete quando gli vien tolto l' arco, e la disperazione con la quale fissa le proprie mani impotenti. Capirebbe anche che Elettra ha fame, cosa che un borghese, meno che nel momento attuale, è assolutamente incapace di capire (compresi gli elettori dell' edizione Budé)."
Giorgione-Filottete a Lemno
"... Beninteso, gli stessi operai dovrebbero avere gran parte in tale costruzione [costituire una produzione industriale e una cultura spirituale tale da permettere agli stessi di essere e sentirsi a loro agio. ndr]. Ma tale parte, per la natura delle cose, crescerebbe nella misura in cui si effettuasse la loro liberazione reale. Essa è inevitabilmente ridotta al minimo finché gli operai si trovano presi nell' ingranaggio della sventura."
L' Umanità svuotata,
stritolata in nefande contraddizioni,
adescata da leccornie venefiche,
di cui non si avvede e
non vuol più sapere.
Ogni male, maggiore del precedente;
più colpevole la cecità.
Terrorizzata dall' inconsistenza,
bramosa d' esistere,
a prescindere gozzovigliando,
sorvolando il come,
indifferente al perché.
Ogni sua cellula corrotta,
fin nell’ oscuro nucleo.
Ingorda di lusinghe,
ignorante d' Amore.
Aggrappata a parole bugiarde,
in cui comincia a credere,
scandalosamente ottusa.
Inganno.
E' una vera ingiustizia dire che i nichilisti, con il loro crudo approdo alla constatazione del nulla e dell' assurdo, sono tipi da rifuggire.
Meriterebbero almeno la tacita stima di chi ha a cuore, nel profondo, l' esercizio della sincerità, fosse pure soltanto quella altrui, risultando loro impresa irraggiungibile l' esercizio in proprio della stessa.
A me pare indubbia la nostra umana esotistica sotterranea natura, così propensa all' auto-indulgenza, all' accettazione soprattutto inconsapevole del plagio, alla vocazione all' illusione; a me pare abbacinante la nostra propensione ad un certa ignavia nell' accettazione di molte oggettive verità.
Ma le verità ineccepibili, empiriche, rimangono.
Sono poche, pochissime ed essenziali, ma ci sono.
Una di queste -forse la più agghiacciante- è che dovremo staccarci volenti o nolenti dalla sola cosa che davvero ci preme, il nostro Ego/Io e Sé; l' altra è che senza il supporto interiore di sogno, fantasia ed immaginazione forse non ce la faremmo.
Il rischio maggiore che il nichilista moderno corre è quello d'esser tacciato d' aridità, d' insensibilità, di anafettività, di disarmante ed infruttuoso decadentismo, e questo costituisce un gigantesco ossimoro, perché egli, invece, ha avuto talmente tanto amore per l' uomo, la sua intelligenza e la sua anima, da ritenerlo degno di sostenere sulle proprie spalle anche il macigno della verità ad occhi spalancati.
Chi merita assistenzialismo, cautele, protezionismo, fornitura di alibi e tortuosità metafisiche, se non il debole?
Non che la debolezza e la fragilità siano reati o terribili colpe: il problema è che non consentono movimenti, che condannano alla stasi ed alla prudenza nonché, troppo spesso, a compromessi poco onorevoli.
Per quanto io possa definirmi, in tutta tranquillità, una persona tollerante, continuo a considerare estremamente sgradevole ogni forma di esternazione vittimistica. Non mi piacciono né la commiserazione, né, tanto meno, l’ auto-commiserazione. Sono convinta che nel corso della vita di ciascuno accadimenti massimamente dolorosi e difficili circostanze non siano evitabili e non potranno mancare. Forse si potrebbe discutere sul peso oggettivo di ciò che dà sofferenza, naturalmente, ma, a prescindere dalla scala di valore, le sole persone tutte felici che mi pare di aver conosciuto, erano anche microcefali. Questo, idealmente, ci rende tutti fratelli e ci impone l’ acquisizione di una certa dose di stoicismo e lucidità, in grado di fornirci il supporto per non soccombere.
Qualcuno, a questo punto, evoca Amore. "C' è l' Amore a consolarci dalla condanna": bella ovvietà, ma bisognerebbe riuscire anche a definirlo in modo certo e giusto...
***
Una delle immagini di Iliade che io amo profondamente e che, ad ogni lettura, mi riempie il cuore di tenerezza e compassione, si svolge dopo l’ uccisione del dolce Patroclo, il diletto di Achille. Nel campo di battaglia,intriso del sangue e cosparso dei corpi dei caduti, giunge Automedonte, il cocchiere di Achille, per raccogliere il cadavere del giovane. Conduce il cocchio con i due cavalli immortali e parlanti Balio e Xanto . Questi ultimi ad un tratto si rifiutano di muoversi, perché paralizzati dalla tristezza: vivendo con i mortali avevano imparato il dolore, perché non c’ è nulla che viva e respiri su questa Terra tanto infelice quanto l’ uomo.
“ … Di Dïorèo il forte figlio Automedonte invano or con presto flagello, ora con blande parole, ed ora con minacce al corso gli stimola. Ostinati essi né vonno alla riva piegar dell'Ellesponto, né rïentrar nella battaglia. Immoti come colonna sul sepolcro ritta di matrona o d'eroe, starsi li vedi giunti al bel carro colle teste inchine, e dolorosi del perduto auriga calde stille versar dalle palpebre. Per lo giogo diffusa al suol cadea la bella chioma, e s'imbrattava. Il pianto ne vide il figlio di Saturno, e tocco di pietà scosse il capo, e così disse: O sventurati! perché mai vi demmo ad un mortale, al re Pelèo, non sendo voi né a morte soggetti né a vecchiezza? Forse perché partecipi de' mali foste dell'uomo di cui nulla al mondo, di quanto in terra ha spiro e moto, eguaglia l'alta miseria? ..."
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La condizione di creatura esposta alla fatale infelicità, per sua stessa natura, è contenuta nel nostro sapere ancestrale e nei nostri stessi geni.
Eppure, miracolosamente, nel primo giorno del nuovo anno, abbiamo riaperto gli occhi.
Scrivo qui, in queste stanze, quello che non si può più dire senza ricevere uno sguardo sarcastico ed un risolino seguito da spalluccia; scrivo quello che non ho mai abbandonato nella memoria e che è entrato nelle arterie per scorrervi fino alla fine del mio tempo.
La vita di ciascuno di noi è un tentativo di conciliazione eterna tra ragione, sogno, fortuna; ma è nel sogno che più volentieri si indugia ed è nel più inconsistente dei sogni che si attinge la vera forza.
Sorrido, pensando a come, negli anni 70, il mio attempato, distinto, civile, tutt’ altro che rivoluzionario e colto professore di letteratura si commuovesse ed empatizzasse a tal punto con quanto scrivevo nei miei ingenui temi –laddove vertevano sulla condizione giovanile, intrisi di una travolgente laica religiosità -, da valutarli con il massimo dei voti e rendermi inavvertitamente odiosa ai miei compagni di studio, che in lui rilevavano soltanto il buffo desueto aspetto esterno. Un uomo in gamba, il professore, perché non è da tutti riuscire a superare le convinzioni intellettuali legnose e rigide su cui si è uniformata l’ intera propria esistenza ed apprezzare, magari, visioni diametralmente opposte e contrastanti: io spero, se non altro, di avergli regalato un frammento di sogno della mia generazione, e che quel frammento gli sia rimasto nel cuore a lungo, come una rifrazione di luce. Quanto all’eredità che lui mi ha lasciato, conservo nello scrigno della memoria il ricordo di un incontro casuale, avvenuto anni dopo la conclusione dei miei studi, sui gradini di un ponte veneziano: “La cito ancora ai miei alunni”, mi disse, ed io lo presi come un atto d’ amore, indelebile e dolcissimo.
Penso anche a come sarebbe bello se i figli d’ oggi ci regalassero i loro, almeno come omaggio alle nostre illusioni sbriciolate e deluse, ma dalle ceneri delle vecchie generazioni visionarie non è risorto più nulla.
"La mia generazione ha perso", d' accordo, ma non esattamente per sua esclusiva responsabilità. Diciamo che, allora, ha vinto Golia, ma la partita della storia non è mai definitivamente risolta ed ogni cosa ritorna.
Perciò, sono una reduce, non intollerantemente infelice e non completamente distrutta, che sa perfettamente di non poter salvare nient’ altro che la convinzione, almeno, di non aver scherzato, né stupidamente gigionato: la riprova sta nella vita vissuta più tardi e nella capacità di resistenza. Anzi: di resilienza. Ogni tanto qualcosa riesce a produrre ancora esplosioni di gioia.
Vedo che le fila dei saltimbanchi sono sempre più nutrite, che politicanti da strapazzo saltano come grilli da una barricata di carta all' altra e non se ne vergognano neppure un po’: santoddio –mi dico-, ma è ora che mentite a voi stessi, oppure mentivate, invece, allora, e tutti noi, grulli, quasi quasi vi abbiamo giudicati attendibili? Rimane un arcano, uno degli innumerevoli della nostra epoca di mediocrità assurte allo scranno del comando. Ma eravamo giovani.
***
Correva l’ anno 1956 quando fu pubblicato dalla casa editrice americana City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti il libro di poesie “Howl and others poems” di Allen Ginsberg. La prima parte della celebre poesia “L’ Urlo” echeggiava nella mente di una vera moltitudine di giovani (me compresa, molto più tardi, quando la scia hyppie arrivò in Italia), che in essa riconobbero una nuova bibbia ed una nuova prospettiva del mondo, in aperto contrasto con la società americana guerrafondaia, bigotta, asfitticamente piccolo-borghese e falsamente moralista, asservente però in primis il dio denaro; società e modello di democrazia che ancor oggi pretende di esportare in tutto il mondo.
Era la voce di una Speranza, invero piuttosto rabbiosa, e la ricerca di un’ alternativa di vita, in un mondo in cui fosse possibile dare aria ed ali anche ai sogni, alla creatività, alla pace, all’ uguaglianza, alla gioia; un mondo che vivesse anche di poesia e rispettasse la libertà. Suonava, all’ incirca, così:
Urlo di Allen Ginsberg
“a Carl Solomon (amico psicopatico conosciuto in un ospedale psichiatrico. N.d.Sirio)
Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate, nude, isteriche,
trascinarsi per le strade negre all'alba in cerca di una dose rabbiosa,
hippie dalla testa d'angelo bruciare per l'antica paradisiaca connessione alla dinamo celeste nel macchinario della notte,
che la povertà e gli stracci e gli sguardi spenti e lo sballo innalzarono fumando nella sovrannaturale oscurità di appartamenti ad acqua fredda galleggiando oltre le vette di città contemplando il jazz,
che mostrarono i loro cervelli spogli al Paradiso sotto l'El e videro angeli Maomettani barcollare sui tetti dei condomini illuminati,
che attraversarono università con occhi freddi raggianti allucinando l'Arkansas e la tragedia della luce di Blake in mezzo ai dottori della guerra,
…”
Versi deliranti, molto più deliranti di quelli di Whitman, nel suo “Foglie d’ erba”, ma in un certo senso giustificati da un’ esplosione di indignata incapacità a tollerare oltre. Il raccapriccio della devastazione della bomba atomica e la ferocia del conflitto in Vietnam, offrivano al mondo il lurido spettacolo di una guerra orribile, dalle connotazioni apocalittiche, dove l’ ultima goccia di umanità era evaporata, una generazione di giovani sacrificata, per lasciare il posto al demoniaco deserto della morte e dell’ immonda bestialità, in nome della supremazia e del potere.
Versi profetici, dall’ intento “taumaturgico”, contro l’ orrore dell’ omologazione delle coscienze.
Il movimento poetico, artistico, letterario che, alla fine degli anni cinquanta, diede vita alla “Beat Generation”, reclutò, tra le sue fila, scrittori, poeti, musicisti, artisti. Personaggi eclettici, nuovi, dai messaggi vagamente cherubinici, intrisi anche di purezza e dolcezza: voci che volevano materializzare dei sogni e darli a chi non aspettava che di crederci. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal Cassady, e molti altri …
Jack Kerouac conia il termine Beat.
Beat, come “beatitudine” (dalle filosofie Zen), ma anche come “battuto” (sconfitto nella società), e come “battito”, e come “ribellione”, e come “ritmo” (Il Jazz di “The Bird”, Charlie Parker).
E’ una nuova forma espressiva ed esistenziale –o tenta di diventarlo- che non ha alcuna precisa connotazione politica o religiosa, ma risente, nel contempo, di una molteplicità di influssi culturali e sociali. Quella generazione tentò di rompere definitivamente gli schemi esistenti e di darsi regole totalmente nuove, alla ricerca di un modo libero d’ essere. Una parte di essa si bruciò, a causa dell’ abuso d’ alcol e di droghe, considerati espedienti per riunirsi al “tutto”.
Lasciarono una letteratura nutrita ed inedita, testimone di un’ utopia grandiosa.
Fu Fernanda Pivano che ce li fece conoscere, attraverso la traduzione delle loro opere. La sua casa era il riferimento dell’ onda-beat, e fu lei a sollecitare in Italia la creazione della prima rivista “underground”.
Nacquero anche da noi complessi e testi di canzoni che si rifacevano al “beat”: l’ influsso d’ oltre-oceano è stato travolgente, da un punto di vista musicale. Qualcuno ricorda un certo Donovan? Donovan: il poeta della non-violenza, in possesso di una voce particolarissima, dalle modulazioni insolite. I complessi: Equipe 84, i Corvi, i Camaleonti, i Dik-Dik. .. I futuri “big”: Patty Pravo, Caterina Caselli…
Gli animali furono imperfetti lunghi di coda, plumbei di testa. Piano piano si misero In ordine Divennero paesaggio, acquistarono nèi, grazia, volo. Il gatto, soltanto il gatto apparve completo e orgoglioso: nacque completamente rifinito, cammina solo e sa quello che vuole. L’uomo vuol essere pesce e uccello il serpente vorrebbe avere ali, il cane è un leone spaesato, l’ingegnere vuole essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca d’imitare la mosca, ma il gatto vuole essere gatto ed ogni gatto dai baffi alla coda, dal fiuto al topo vivo dalla notte fino ai suoi occhi d’oro. Non c’è unità come la sua, non hanno la luna o il fiore una tale coesione: è una sola cosa come il sole o il topazio, e l’elastica linea del suo corpo, salda e sottile, è come la linea della prua di una nave. I suoi occhi gialli hanno lasciato una sola fessura per gettarvi le monete della notte. Oh piccolo imperatore senz’orbe, conquistatore senza patria, minima tigre da salotto, nuziale sultano del cielo delle tegole erotiche, il vento dell’amore all’aria aperta reclami quando passi e posi quattro piedi delicati sul suolo, fiutando, diffidando di ogni cosa terrestre, perché tutto è immondo per l’immacolato piede del gatto. Oh fiera indipendente della casa, arrogante vestigio della notte, neghittoso, ginnastico ed estraneo, profondissimo gatto, poliziotto segreto delle stanze, insegna di un irreperibile velluto, probabilmente non c’è enigma nel tuo contegno, forse non sei mistero, tutti sanno di te ed appartieni all’abitante meno misterioso, forse tutti si credono padroni, proprietari, parenti di gatti, compagni, colleghi, discepoli o amici del proprio gatto. Io no. Io non sono d’accordo. Io non conosco il gatto. So tutto, la vita e il suo arcipelago, il mare e la città incalcolabile, la botanica, il gineceo coi suoi peccati, il per e il meno della matematica, gli imbuti vulcanici del mondo, il guscio irreale del coccodrillo, la bontà ignorata del pompiere, l’atavismo azzurro del sacerdote, ma non riesco a decifrare un gatto. Sul suo distacco la ragione slitta, numeri d’oro stanno nei suoi occhi.
Ho pudore a far uscire ancora parole: di ciascuna di esse mi vergogno e diffido, e non tanto perché io ne conosca una loro supposta natura o finalità intrinsicamente laide ed abbiette (preferirei crepare piuttosto che mercanteggiarle, anche inconsciamente, per qualche fine egoistico od edonistico), ma, piuttosto, perché so che il viandante che vi si dovesse imbattere, le prenderà come meglio gli aggraderà, decidendo se tacciarle di ipocrisia, di malafede, di narcisismo, di stupidità. Ecco perché me ne vergogno: loro sono pure ma la semplice apparizione le corromperà, un po' come succede alla mummia esposta all' aria.
A che può servire, allora. A niente, lo so bene. Ed il silenzio? Ugualmente a niente.
La sola propulsione al vivere è la speranza. Spero che, per quanto improbabile, un altro umano le "senta", anche senza necessariamente condividerle. Qui sta tutta la giustificazione di scrivere davanti ad uno schermo intime suggestioni e pensieri, laddove io possa con fermezza respingere la teoria di chi si ostina ad affermare che il vero motivo è sempre l' aspirazione a costituire un centro, un anche piccolissimo polo d' attenzione: io no, non funziono così. Io, magari pateticamente, amo, nel senso che faccio le cose per amore.
La solitudine uccide, ragion per cui siamo tutti morenti, e lassù non c' è nessun dio, mi spiace: ci è rimasto Internet, fino a quando, pure esso, non subirà un' implosione di qualche tipo.
E poi, quello delle parole è un baronaggio, e non così nuovo, in fondo, ed io l' ho in odio, come tutti gli altri espedienti utilitaristici in uso tra noi umani. Probabilmente cadendo in errore concettuale, giudico l' utilitarismo sempre "volgare" : potrebbe essere perfino un retaggio, a mia insaputa, bigotto.
Ma non conosco altro modo per motivarmi, o cercare ragioni, se non ponendo domande oziose, a me stessa ed al mondo.
***
Oggi è un giorno “speciale”, nella sua ordinarietà . Appartiene alla sequenza di momenti ricorrenti nella mia esistenza da che ne ho memoria, con i quali ho perfetta dimestichezza e confidenza. So che tornerà puntualmente, fino alla fine del tempo.
C’ è l’ Angoscia, qui da me. Un’ ospite invadente, ma ormai abbastanza abitudinaria.
Farò, allora, qualche chiacchiera con lei, visto che non mi lascerà andare via senza un cenno di riscontro.
Pare che lei sia la sola risposta possibile ad ogni domanda.
Inoltre, non la temo, la posso imbrogliare. Se non la posso vincere, posso irriderla.
Sirio: “Sei di nuovo qui? ero sconsolatamente sola, con unico compagno questo sublime, ed insieme inquietante e fatalistico, Requiem di Mozart.
In tale essenziale stato monadico tu costituisci, almeno, una testimonianza di vita, che è certo meglio del nulla.
Sì, lo so lo so, è ciò che accade spesso a certi umani pensanti - quelli malinconici, un po’ ipersensibili, intrinsecamente romantici, ostinatamente stoici, spesso inguaribilmente ottusi-, ma talvolta quel nulla è così opprimente da far accogliere con senso di sollievo perfino un’ ospite cosi scomoda ed invadente.”
Angoscia: “Sei un’ ingrata. Sai che, una volta andata, lascio un obolo di risposte. Sei un’ orribile egoista, come tutti quelli della tua maledetta stirpe lagnosa. Non sei forse tu stessa a crearmi? Non è forse tua esclusiva responsabilità la mia apparizione? La vita ha mille aspetti e mille sono i modi per condurla: tu sei la sola creatrice della tua, non tediarmi. C’ è del sottile compiacimento nel tuo soffrire: sai che contraddistingue chi è avvezzo a sondare gli uomini, e le cose, e gli accadimenti. Tu ami ritrovarti marchiata in questo modo, da sempre: è la tua natura, e ti ci crogioli. Ti dà un sottile compiacimento, una suggestione decadente di elettività. E’ la tua vanità a darti dolore.”
Sirio: “Bugiarda.
Non c’ è alcuna alternativa alla tua presenza, io devo sopportarti, mio malgrado, per la semplice ragione che esisto.
Non l’ ho chiesto, né predeterminato.
Non l’ ho deciso.
Non so chi mi abbia scaraventato quaggiù.
Eppure esisto.
Che sia Dono o Condanna è semplice combinazione di circostanze casuali. Tu sei inevitabile, in questo mio mondo gelido e difficile, in questa dura impopolare scelta d’ essere.
Che poi, a ben guardare, scelta non è: è doverosa necessità di verità, perché neppure la mia indole è opera mia, ma è un marchio di nascita, apposto dal gigantesco timbro cosmico, mosso da forze misteriose, alle nostre menti imperscrutabili.
Noi non facciamo nulla, noi siamo fatti da una Natura impassibile e miope, che, come un gigantesco molosso maldestro, munito di poderose braccia a maglio, sferra colpi strepitosi a destra e a manca: là si apre una voragine, qua s’ erge una montagna per contraccolpo; qui spazza via ogni forma di vita e la terra si raggrinzisce e si spacca, lì getta semi che la rendono lussureggiante e feconda.
Noi moriremo, e ciò ci rende tristi, perché, in questo breve ed accidentato cammino, non abbiamo saputo né potuto evitare d’ amare.
E’ questo, il più crudele dei destini.
Angoscia: “Ma non soltanto, ed anzi forse appena in parte.
Io entro in te perché nessun altro è mai riuscito a farlo.
Prenditela con gli umani, semmai..., io non c' entro.
E' tua la responsabilità di non essere abbastanza amabile, o loro quella di non saper dare sufficiente nutrimento alle tue velleità sentimentali e filantropiche.
Sono tua ospite, sempre più spesso, perché non hai più speranze. Sai che la tua patetica battaglia per sconfiggere la solitudine di una vita è perduta.
Ognuno è solo.
Non scherziamo, suvvia: questa è l’ immutabile Legge dell’ esistenza, per la gente del tuo stampo. Rassegnati.
Non c’è posto che per me, nella stanza di quel tuo esausto cuore straziato e fiero.”