domenica 26 dicembre 2010

Ricordi brevi di intellettuali estinti. Giuseppe Prezzolini, Luigi Einaudi: quando l' idea liberista non poteva essere scissa da quella di rigore scientifico, fiducia nella ragione, civismo, rispetto del lavoro. -2-

( conclude il post -1- dedicato a Giuseppe Prezzolini )

Il Bobbio affermò che si doveva a Salvemini e a Einaudi se in una storia delle idee del primo decennio del Novecento si fossero potute conservare, "tra tante aberrazioni e infatuazioni e distrazioni", quelle liberali e democratiche.

Luigi Einaudi fu un grande economista, Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, che auspicò una vita politica stimolata dal vivificante contrasto sociale tra le parti, nell' ambito della società civile, da risolvere nel rispetto delle leggi e nella comune convivenza. Liberale era, per lui, "colui che crede nel perfezionamento materiale e morale conquistato collo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d' accordo con gli altri".

Del socialismo non amava la pretesa di "imporre il perfezionamento con la forza", ma non fu mai avverso alle lotte sindacali ed alle rivendicazioni della classe operaia, considerando la lotta di classe non soltanto importante dal punto di vista economico, ma anche prezioso terreno di progresso educativo e morale.
A suo avviso lo Stato avrebbe dovuto governare il meno possibile, garantire la sicurezza del cittadino, ma limitare al massimo il suo interventismo.

Come gli altri intellettuali di "La Voce" - gli intellettuali dell' epoca-, aveva clamorosamente sbagliato nello sperare che un Paese potesse essere cambiato grazie alla forza dell' intelligenza, del rigore scientifico, dell' etica personale: questi sono, sono sempre stati, sempre saranno i sogni ingenui di poche persone perbene, ma, da che mondo è mondo, chi vince sono i maramaldi, ovunque ed in ogni epoca.
Così è, pure se non ci pare.

***


Le speranze del Mezzogiorno.

"... Invece di profondere milioni a creare nuove e sempre pestifere clientele politiche, la cui natura non muterà anche se manderanno al Parlamento dei politicanti radicali o socialisti invece dei sedicenti conservatori di adesso, invece di fare ciò che è inutile e dannoso, invece di ingerirsi in ciò che è meglio che la gente impari a far da sé, lo Stato faccia ciò che gli individui isolati non sono stati finora capaci di fare:
   - renda giustizia a tutti ed instauri il regno della sicurezza personale per chi vuol lavorare, per chi osa dai grossi borghi abitati recarsi a dimorare nelle campagne disabitate e malsicure. Qual pazzia è quella da cui son presi i saltimbanchi e gli azzeccagarbugli che sono ormai tutte le classi dirigenti d' Italia, di far fare allo Stato il navigatore, il ferroviere, il prestatore di denari a mite interesse agli immeritevoli che chiedono e persino a coloro che nulla pretendono (proprietari delle Romagne), il venditore di zolfo e di agrumi; mentre si trascurano in modo indegno, vergognoso, quelle che furono sempre dello Stato le funzioni essenziali: tenere a segno i malviventi e impartir giustizia rigida ed imparziale a tutti? Contro questo andazzo che rende l' amministrazione pubblica manutengola e complice dei peggiori elementi sociali, dispensiera di favori agli inetti è d' uopo insorgere con tenacia e violenza;
   - ricostituisca la terra, non colla colonizzazione e con sussidi inutili, ma col rimboschimento diretto dei territori più elevati, regoli con bacini e serbatoi il deflusso delle acque ed intraprenda poi le bonifiche delle paludi malariche della pianura. L' opera sua sarà tanto più feconda se si riuscirà a vietare alla burocrazia, orgogliosa di aver salvato il monte, di scendere al colle, dove l' albero crescerà da sé, per tornaconto economico del contadino, purché non gli sia fatto venire in odio la tirannia dei regolamenti;
   - istituisca scuole, dove le giovani generazioni siano addestrate all' uso degli strumenti, con cui l' intelletto si eleva e si formano le utili capacità sociali.
Sovratutto lo Stato distrugga l' opera sua del passato.
...
Non solo di 'non fare', amico Nitti, ha bisogno il Mezzogiorno, ma anche di 'disfare' il mal fatto.
..."

(stralcio articolo apparso su "La Voce" 1911)

giovedì 23 dicembre 2010

Escursus in qualche modo natalizio. Ricordo di Borges: un grande teologo ateo.

"Secondo Coleridge -aggiunge- Shakespeare non è un uomo, ma una variazione letteraria del Dio infinito di Spinoza. Ricorda che, per Hazllit, Shakespeare 'non era nulla, ma era stato tutto ciò che sono gli altri, o ciò che possono essere'. Altrove dirà che chiunque legga un verso di Shakespeare è, in quel momento, Shakespeare. Tutti siamo tutto, nessuno è qualcosa: "L' intuizione confusa di questa verità ha indotto gli uomini a immaginare che non essere sia più che essere qualcosa e che, in certo modo, sia essere tutto'.

Anche il Dio negato è tutto: è l' insondabile, infinito sogno che si sogna.
La sua inchiesta è assillante: In Discussione percorre Basilide, Valentino e le 'strambe e torbide' cosmogonie gnostiche nelle quali trova ammirevole l' idea 'della creazione come fatto casuale...'. 'Quale maggior gloria per un Dio che quella di essere prosciolto dal mondo?'  Compulsa Pascal che 'ci dicono, trovò Dio, ma la sua manifestazione di quella gioia è meno eloquente della sua manifestazione del sentimento della solitudine'. Il teologante, nell' epilogo ad Altre inquisizioni, avverte che egli semplicemente stima 'le idee religiose o filosofiche per il loro valore estetico o anche per quel che racchiudono di singolare e di meraviglioso' .  Ci ricorda più volte che la teologia non è che un ramo della letteratura fantastica. Sono Parmenide, Platone, Spinoza, Kant, Bradley gli ' insospettati e maggiori maestri' della letteratura fantastica: 'Infatti, che cosa sono mai i prodigi di Wells e di Poe -un fiore che arriva dal futuro, un morto sottoposto all' ipnosi- confrontati con la invenzione di Dio?'

E tuttavia continua a sfogliare la Bibbia e i Vangeli: lo affascinano la Genesi, la Cabala, le parabole, il Discorso della Montagna. Il suo 'goce estetico' si ribella davanti alla Santissima Trinità: 'Immaginata di colpo, la concezione di un Padre, di un figlio e di uno spettro, articolati in un solo organismo pare un caso di teratologia intellettuale...'

Ma il Dio che si incarna e che dalla sua Eternità ed Onnipresenza si concede alla vita degli uomini, gli detta una delle sue più straordinarie intuizioni poetiche: Giovanni,1,14 (in Elogio dell' ombra). Qui Dio, il suo Nessuno, ricorda con rimpianto la sua esperienza umana, il suo essere stato Cristo: 'Vissi stregato, prigioniero di un corpo/ e di un' umile anima/Conobbi la memoria,/che non è mai la medesima/...Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,/l' ignoranza, la carne,/i tardi labirinti della mente,/l' amicizia degli uomini, la misteriosa devozione dei cani...' 
Il Dio incarnato di Borges ha nostalgia dell' esperienza che lo portò sulla croce: 'Gli occhi miei videro quello che ignoravano:/la notte e le sue stelle/...il sapore del miele e della mela/... l' odore della pioggia in Galilea... Ricordo a volte e ho nostalgia,/l' odore di quella bottega di falegname'.

(da: Jorge Luis Borghes-Tutte le opere- Meridiani Mondadori Vol.primo-Introduzione Domenico Porzio)


BUONE FESTIVITA', con affetto vero, A COLORO CHE SPERO AMICI. Morena.

mercoledì 22 dicembre 2010

Ricordi brevi di intellettuali estinti. Giuseppe Prezzolini, Luigi Einaudi: quando l' idea liberista non poteva essere scissa da quella di rigore scientifico, fiducia nella ragione, civismo, rispetto del lavoro. -1-

Non ne avrei neppure voglia, neanche minima.
A dir il vero avverto un' inesorabile scivolamento della voglia verso la dimenticanza, come chi si appropinqua a lasciare la condizione di veglia per dimenticarsi nel sonno.
Intendo: la voglia di pensare alle questioni interne politiche e civili del Paese in cui mi tocca vivere -anzi sopravvivere, mio malgrado, unitamente ad un gran numero di connazionali-.
Le cose usurate e decadenti mi danno grande tristezza, ed il mio temperamento è già, di suo, esasperatamente malinconico di fondo, com' è evidente -io credo- in più di un dettaglio, a cominciare dal fatto, piuttosto banale, d'aver titolato questo mio spazio "Galassia malinconica" e non già "Galassia entusiasticamente allegra".

La situazione politica italiana è quella che conosciamo bene, che ci piaccia o meno, ed è, appunto, cosa usurata e decadente, nonostante l' attuale classe dirigente si fosse presentata all' elettorato ignavo ed ignaro con promesse di Rinnovamento, Liberalismo/ Liberismo, Modernizzazione/Riforme e perfino Amore...
Pur non avendo affatto bisogno di deprimermi pensando alla nostra situazione nazionale oggi m'è tornata tra le mani una mia vecchia antologia di letteratura italiana, alle pagine del primo Novecento.
E mi sono imbattuta -combinazione- in qualche articolo ospitato dalla rivista "La Voce" fondata nel 1908 e diretta fino al 1914 da Giuseppe Prezzolini , poi divenuta la casa editrice di molte tra le più importanti opere della letteratura giovane novecentesca.

Il problema che allora si poneva e coinvolgeva le migliori energie intellettuali dell' epoca attraverso fervidi e fecondi dibattiti era il "Che fare?"   In un' Italia che sbandierava ridicoli ideali di grandezza, attraverso un inconcludente nazionalismo che di fatto eludeva i problemi di reale ostacolo al consolidamento della Nazione, gli intellettuali scrivevano e si confrontavano sulle questioni cruciali e pratiche che erano, ad esempio, il Mezzogiorno, il decentramento regionale, i rapporti tra Stato e Chiesa, "la riforma del nostro carattere e delle nostre relazioni sessuali" (!). Secondo Prezzolini una vera democrazia in Italia avrebbe potuto essere realizzata soltanto a patto che i "problemi tecnici" sopra citati fossero stati risolti.

"Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste stato si ripercuote nel paese. Ogni partito è scisso. Le grandi forze cedono di fronte ad uno spappolamento e disgregamento morale di tutti i centri d' unione. Oggi uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra ...

Lo schifo è enorme. I migliori non han più fiducia. I giovani, se non sono arrivisti e senza spina dorsale, non entrano più nei partiti...

E poi c' è l' altra difficoltà. Tutti la sentiamo. Io in modo particolare. 'Per fare' occorre metter mano in questo luridume generale, politico, letterario e morale. O starsene solitari: ma allora è purezza acquistata troppo facilmente; o vivere e agire in mezzo agli altri: e allora mettere a prova la purezza...

Ma si può fare molto. La cosa principale è acquistare le cognizioni tecniche per il rinnovamento dei congegni, degli organismi, delle tendenze alle quali siamo più vicini e nelle quali ci è più facile operare. Il municipio; la biblioteca comunale; le ferrovie; la scuola; le biblioteche pubbliche; i giornali; l' organismo finanziario; i paesi di lingua italiana soggetti ad altre nazioni;  i paesi dove si dirige l' emigrazione; gli uffici pubblici; il clero; le organizzazioni operaie; e via dicendo ...
Soltanto sapendo bene, con precisione, vedendo addentro e senza pregiudizi, un giovane può essere domani necessario. Quando questa massa di imbroglioni, di asini, di pusillanimi morali che ci sgoverna, avrà ridotto male l' Italia e i suoi organi bisognerà pure che l' Italia cerchi in sé stessa quel governo che non ha..."

(Giuseppe Prezzolini -Articolo apparso su "La Voce" 1910) 

Sono trascorsi cent' anni.

./..

domenica 19 dicembre 2010

Memoire d' hiver



"Agghiacciato tremar tra nevi algenti

al severo spirar d'orrido vento
correr battendo i piedi ogni momento
e per soverchio gel battere i denti

Passar al fuoco i dì quieti e contenti
mentre la pioggia fuor bagna ben cento
Camminar sopra il ghiaccio, e a passo lento
per timor di cader girsene intenti.


Gir forte, sdrucciolar, cader a terra,
di nuovo ir sopra 'l ghiaccio e correr forte
sin che il ghiaccio si rompe e si disserra;


sentir uscir dalle ferrate porte
Sirocco, Borea e tutti i venti in guerra;
questo è 'l verno, ma tal che gioia apporte"

Musica in sé descrittiva, che non ha quasi più bisogno di parole, evocativa di un mondo antico,  ingoiato dall' epoca industriale: quant' è privo di emozione, ritmo e memoria l' inverno cittadino...

... a meno che quella città non sia, pure essa, malinconica e morente, fatta di pietre levigate da acqua e disinfettate dal sale, avvolta da nebbia evanescente, evocativa di sogni.
Il sogno: rifugio, salvezza, casa. Spesso pietosa menzogna.
Come vorrei ricordare come si fa...

Daniel Lifschitz
***
Eppure, allora, sono  stata parte di quella scena, attrice in quell' atto di vita, vittima di una cosmica cospirazione, o incidentale irrilevante dettaglio in un teorema casuale di coincidenze.
Io... non me ne capacito... : è così che la vita ci fa.

Il freddo era feroce -oggi ne morirei-, ed era buio.
(Diffidare dai percorsi indicati: la città è nascosta tra i vicoli ciechi e le calli scure. Piccolo labirintico rompicapo: una di quelle cose che prima di diventare facili erano impossibili.)
Il lattiginoso disco lunare mancava di una fetta: luna crescente, storpiata dal suo mancante lato oscuro, e, purtuttavia, nella sua consistenza anche occultata, luna intera, tutta-luna.
Mistero di prospettiva.
Come quello di questa storia, in cui ogni attore crea via via la sua sola parte, seppur improvvisata, e non può pensare, né immaginare, alcun epilogo.
Il senegalese clandestino offre i suoi elefantini di mogano, intagliati nella giungla (così mendacemente afferma).
Egli ne acquista uno per farne omaggio a lei e creare un buon auspicio.
Ciononostante, ognuno persevera nel sogno -monade testarda a tu per tu con il suo personalissimo dio-, mentendo irrimediabilmente a sé stesso, perché è del sogno d' amore -e non di verità- di cui ha disperata nostalgia.
Un sogno altamente improbabile, da cui prendere al più presto le distanze, e dimenticare quanto prima.
Invece, nulla va perduto, neppure i sogni sbagliati, neppure i sogni falliti.
Ognuno di loro, soprattutto quelli che preferiremmo disconoscere e di cui proviamo vergogna, aveva una precisa funzione per la coscienza, anche se meglio sarebbe non interpretarli.
Ecco che trascorre il Natale su percorsi paralleli e scivolosi, recitando già stancamente le ultime battute, mentre le parole sbiadiscono di significato ed ogni velo, finalmente, cade.


Sollievo, il ripristino della verità, a patto d' aver il fegato di sopportarne la vista.

***


Ognuno desidera che l' altro l' ami, ma finge di non sapere -o non si rende conto- che questo suo desiderio, nel profondo della sua psiche, è soprattutto speranza che l' altro desideri che l' ami.

"Nella coppia d' amanti ciascuno vuole essere l' oggetto per il quale la libertà dell' altro si aliena in un' intuizione originaria; ma questa intuizione che sarebbe l' amore vero e proprio, non è che un ideale contraddittorio del per-sé; così ciascuno è alienato solo in quanto esige l' alienazione dell' altro." (*)

Il fatto è che l' amore è un' "impresa", vale a dire una proiezione di sé stessi, che presuppone che l' amante seduca l' amato, il quale -sulle prime- non può voler amare. Nella seduzione l' amante non deve affatto mostrare all' altro la propria soggettività, ma deve, piuttosto, rendersi oggetto affascinante, operazione che implica il risveglio, nell' altro, della sua coscienza di nullità di fronte all' oggetto seducente.
E, tuttavia, il fascino può non bastare ad indurre la nascita dell' amore. Molti elementi potrebbero risultare affascinanti, anche enormemente: l' opera di un pittore, il discorso di un oratore, l' abilità di un artigiano, la musica di un compositore..., ma non sarà mai una forma di ammirazione che automaticamente faccia scaturire l' amore. Perché l' amore nasca bisogna che l' "amato progetti di essere amato": deve, cioè volerlo. In altre parole, egli deve desiderare di alienarsi e fuggire verso l' altro.

L' amore contiene in sé una triplice distruttività: esso è, innanzitutto, un inganno procrastinato all' infinito perché esige, per essenza, che l' amante desideri d' essere amato e l' altro a sua volta desideri che egli lo ami; in secondo luogo non può evitare che l' amato si "risvegli" improvvisamente oggettivizzando l' amante - cosa che rende l' amante continuamente insicuro-; in terzo luogo esso (amore) è un assoluto perennemente relativizzato dagli altri (ed il solo modo perché mantenga il suo valore di asse assoluto comporterebbe che amante ed amato fossero soli al mondo).

Così finisce, per poi ricominciare, ogni rêve d' amour.


(*) Sartre




martedì 14 dicembre 2010

Madre

Supplica a mia madre

E' difficile dire con parole di figlio 
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, 
ciò che è stato sempre, prima di ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch' è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata 
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio essere solo. Ho un' infinita fame 
d' amore, dell' amore di corpi senza anima.
Perché l' anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l' infanzia schiavo di questo senso 
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l' unico modo per sentire la vita, 
l' unica tinta, l' unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione 
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire. 
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile.
(P.P.Pasolini )

***


Sette mesi di vita pre-natale: auguri tatino, se sarai maschio ti chiamerai S., anche se poi - io temo-, il tuo nome completo risulterà un pochino cacofonico.
Spero che tu non me ne vorrai ed, anzi, ti consolerai considerando altre cacofonie celebri..., che so... Galileo Galilei, per esempio, giusto per esagerare...

Quante storie per una gravidanza...Insomma, si tratta della solita manfrina, un evento biologicamete naturale e perfino dovuto: a questo serve la donna. Arriva presto, e che finisca quest' attesa perché, per quanto tempo io potessi avere ancora davanti, non potrei dirmi mai realmente pronta.

Mio padre ancora non sa: ho pudore ad informarlo. Da quando sono uscita dall' infanzia, in cui ha dimostrato d' essere il più tenero dei padri, l' ho scoperto vagamente misogino. Detesta il mio esser donna. Così mi sento sbagliata, in modo irrimediabile. Perché mi fa questo.

Mamma dimessa, perennemente tirata, triste. Non riescono ad infrangere le barriere che dividono le loro anime...; perché è tanto difficile amare? Mamma piange, al telefono. Mi dice "Mi manchi tanto". Santocielo, non so come aiutarti, non so che fare.
Finitela di attendere qualcosa da me: io non posso nulla, non sono dio.

Il quaderno appoggiato sulla pancia, le ginocchia piegate a fungere da leggio: tu scalci forte e fai saltare tutto in aria. Ti canto una canzone:


"You who are on the road/Must have a code that you can live by/And so become yourself/Because the past is just a good-bye./Teach your children well,/Their father's hell did slowly go by,/And feed them on your dreams/The one they picks, the one you'll know by./Don't you ever ask them why, if they told you, you will cry,/So just look at them and sigh/and know they love you./...."

Hai cancellato la mia memoria, la mia storia è già nebulosa e vaga, ma era solo ieri; mi chiedo che cosa io sia tenuta a diventare ora, ho paura. Dare la vita è responsabilità tremenda, e poi non so come si faccia, nessuno collabora, nessuno m' insegna.
Non ho fatto che improvvisare, nell' esistenza. L' esistenza  è beffarda, ed ama i vincenti.
Non me, allora.

Primo giorno ufficiale da mamma in attesa, astensione obbligatoria, praticamente casalinga. In Ufficio le ragazze non han fatto che ripetere ai clienti: "No, non c'è e rimarrà per un po' assente, sa, la maternità..."

Certo, dietro a questa grossa pancia, sono sempre, senz' ombra di dubbio, io. Il tatino non ha cancellato proprio niente, povero caro. Stessa persona di prima: esigente, passionale, curiosa, senza il minimo cenno di stanchezza. Imbianco le pareti di casa dei miei, prossimi al trasferimento, inerpicandomi sulla scala. Dandy, il mio cocker spaniel, non fa che zomparmi addosso.
Scemo d' un cane, non hai mai obbedito ad un solo ordine. 
Che passato storto: niente di normalmente regolare. Come mai. 

Mi hanno detto di averti visto in posizione podalica ed in iposviluppo: terrore.

Altra ecografia: il bambino è perfetto. Podalico, ma perfetto. Gaglioffi, incompetenti, inaffidabili: ma nelle mani di chi lo devo far nascere questo piccolo uomo? Terrore.

Oh, mamma. La tua dolcezza, quel dispendio di te stessa, incondizionatamente, senza risparmio, ti rendono la persona più patetica che abbia mai avuto modo di conoscere nella mia esistenza. Perché sei così infelice. Questa mia anima sanguina. Così mi uccidi. 

Sei nato alle 5.17. Finita l' attesa, comincia l' inizio. Non è stato bello, non finiva mai, ed ero sola. Ho due compagne di stanza sgradevolmente volgari. Il dottor F. desidera leggere ciò che mi vedeva scrivere sul quaderno di pergamena. "Vorrei conoscere" - dice- "i risvolti emotivi della sua esperienza". Mah! Mi ricorda la  psicanalista con poncho ex-sessantottina, ex- fricchettona di cui racconta Foster: difficile credere che ad uno sconosciuto possano interessare davvero i miei "risvolti emotivi"; ma a che gioco gioca? Non gli dirò un bel nulla.
.
Lo guardo.
Il suo viso pare dipinto su ceramica, sembra un angelo. Anelo alla perfezione della sua esistenza e la invidio: un bimbo che dorme può rappresentare simbolicamente la felicità. La felicità assoluta è quel sonno che non conosce ancora il bisogno dei sogni.

Tremo al pensiero di quali e quante infamie gli riserverà la vita e di quanti danni potrei forse procurargli io stessa nel tentativo di proteggerlo. Nel frattempo accantonerò me stessa. D' altronde, già m' era stato annunciato: "Preparati a scomparire. E' lui la primadonna, adesso."

Giro per la mia casa, a volte inutilmente, come seguissi percorsi misteriosi. Qualcosa s' é rotto, dentro. I ritmi del sonno sono sconvolti, non mi fa più dormire ed io ne ho un bisogno infinito. Non so mettere a fuoco il nucleo del malessere. E' uno strano disagio con me stessa, un' indecifrabile sottile disperazione: provo un senso di colpa strisciante per quest' incongruente infelicità. Non mi fido di nessuno, neppure di chi mi professa amore. Non si può amare una cosa tanto laida. Non sono degna di un amore sconfinato che non tema nulla, mi sento una povera cosa, mi detesto.

Chi afferma che la famiglia è una dolce culla di garanzie, sostegno, sicurezza e tiepidi affetti non ha conosciuto la mia originaria.
Accuserò anche di questo, me stessa?

Provo a riprendere le redini di questa auriga impazzita: la depressione, il "male oscuro", non mi avranno.
Ma poi mi hanno.
E' il vivere, che guasta. La vita, è malata e fa ammalare. Si approda così alla fede, per questo si cerca Dio? 
Santocielo, non so più niente.

lunedì 13 dicembre 2010

L' odore (della malafede)

Avremmo  avuto bisogno delle 4000 sfaccettature degli occhi composti della mosca adulta, per evitare tutti gli eventuali errori della nostra vita.
Sono ormai certa che senza tutte quelle frazioni di prospettiva visiva non si possa assolutamente affermare di vedere davvero e completamente né le persone con le quali  si intrattiene un  rapporto -generico od anche personale ed intimo-, né, tantomeno, interpretare un fenomeno.

Di conseguenza, la maggioranza degli umani è praticamente insuperabile nell' arte del camaleontismo, dell' adattamento, del revisionismo, che potrebbe essere buono, cattivo, o semplicemente necessario alla sopravvivenza.
Ciò ci rende assolutamente inaffidabili, anche nel senso che non sempre la malafede è menzogna, ma, molto spesso, è fede, soprattutto quando l' adesione del nostro essere ad un determinato oggetto presuppone una forma di credenza -laddove per credenza si intenda la nostra intuizione dello stesso, da esercitarsi in mancanza di una evidenza certa, come potrebbe darsi nel caso di un sentimento od altra cosa non tangibile-.

"La decisione di essere in malafede non osa dichiararsi, si crede e non si crede in malafede, si crede e non si crede in buonafede. Ed è essa che, dal momento della nascita della malafede decide di tutta la condotta ulteriore e, per così dire, della Weltanschauung della malafede. Perché la malafede non conserva le norme e i criteri di verità, che sono accettaqti dal pensiero critico in buonafede. Infatti essa decide anzitutto della natura della verità. Con la malafede appare una verità, un metodo di pensare, un tipo di essere degli oggetti; e questo mondo di malafede, da cui il soggetto si trova circondato, ha per caratteristica ontologica che l' essere in esso è ciò che non è e non è ciò che è. Conseguentemente appare un tipo di evidenza singolare, l' evidenza 'non persuasiva'.
...
Così la malafede fin dal suo piano originario, dal suo sorgere, decide dell' esatta natura delle sue esigenze, si delinea intera nella risoluzione che prende di 'non chiedere troppo', di considerarsi soddisfatta quando sarà poco persuasa, di forzare con decisione la propria adesione alla verità incerta.
...
Ci si mette in malafede come quando ci si addormenta, e si è in malafede come si sogna."
(Jean Paul Sartre - L' Essere e il Nulla)

Questa sorte potrebbe estendersi all' intera nostra esistenza e potrebbe essere molto difficile uscire dal sogno.
Potremmo, un giorno, svegliarci dopo una notte di intenso lavorìo onirico subcosciente, ed intuirci diversi.

Com' è successo a Mister G.




domenica 12 dicembre 2010

Relativamente...ovvero: "Psicopatologia di una piuma al vento"


La realtà – ogni adulto lo sa- è un puzzle di episodi relativi, impossibile da fissare come un tutto integrale passibile di visione assoluta.

Questo, a voler esser onesti, è un bel pungolo, per l' umano che si arrovelli nel tentativo di far ordine nei suoi stessi pensieri e provi a dar loro uno straccio di coerenza.
Di solito, ciò che più gli conviene dopo tanto scervellamento, è una liberatoria risata, o, quanto meno -ove si tratti di individuo molto compresso e compunto, di carattere un po' pedante-, un cenno di sorriso.

Anche ciò che si vive con lo speranza di una sua confortante durevolezza ora, ha la stessa caratteristica di relativa variabilità: grazie al cielo -se non altro per chi se la passa male- ogni cosa, potenzialmente, cambia, e, soprattutto, si presta a molte interpretazioni ed a molti sviluppi: non esiste una sola versione della nostra stessa vita, e neppure esiste una sola possibile sua  interpretazione. Una delle cose, in assoluto, più relative, sono i VALORI delle diverse epoche storiche e chi crede d' avere, invece, sicurezze al riguardo, dovrebbe leggere storielle come la seguente, tratta dall' esilarante "Platone e l' ornitorinco" di T. Cathcart e D. Klein.

"C' era una volta un uomo ricco prossimo alla morte. E' molto addolorato perché per i suoi soldi ha lavorato duramente e ne vuole portare un po' con sé in Cielo. Così comincia a pregare per poter portare con sé una parte delle sue ricchezze. Un angelo ode la sua supplica e gli appare. "Mi spiace, non puoi portare con te le tue ricchezze. " L' uomo implora l' angelo di parlare con Dio per vedere se l' Onnipotente può cambiare le regole. L' angelo gli appare di nuovo e gli annuncia che Dio ha deciso di fare un' eccezione per lui e che potrà portare con sé una valigia. Colmo di gioia, l' uomo prende la valigia più grande che ha, la riempie di lingotti d' oro puro, e la mette accanto al letto. Subito dopo la sua morte, compare alle porte del Paradiso. San Pietro, vedendo la valigia, dice: "Aspetta. Non puoi portare qui dentro quella roba." Ma l' uomo spiega a San Pietro che ha il permesso di farlo. Chieda conferma al Padreterno. San Pietro va ad informarsi e ritorna da lui dicendo: "Hai ragione. Hai il permesso di portare dentro un bagaglio, ma io devo controllare il contenuto della valigia prima di farti passare." San Pietro apre la valigia per vedere quali articoli di questo mondo l' uomo ha ritenuto troppo preziosi per poterli abbandonare ed esclama: "Hai portato delle piastrelle?"