martedì 23 novembre 2010

LUPI DELLA STEPPA. L' eroismo ed il coraggio della solitudine.



Ci sono individui incapaci di obbedire, persone che, loro malgrado e senza intenti dissacratori, non possono adeguarsi né ai ritmi comunemente accettati dalla globalità del consorzio in cui sono inseriti, né alla linea generale del pensiero che permea i suoi usi e costumi. 
Molto superficialmente, e con la patetica arroganza dei sepolcri imbiancati, la loro originalità da esuli nel mondo viene scambiata per sdrucciolo e dozzinale anticonformismo di maniera: giudizio idiota, sommario e supponente, come la gran parte dei giudizi dati sulla base di preconcetti e della più articolata dotta ignoranza dell' altro.
Sono simili a lupi della steppa ed il loro destino è sempre maledetto e crudele.
Hanno opinioni diverse e talvolta imbarazzanti, ma non possono prescindere da esse, perchè il motore stesso del loro percorso di vita è l' assoluta onestà intellettuale. Risalgono la corrente, con immane fatica, alla ricerca delle origini e degli incipit delle cose, e lo fanno perché non possono proseguire altrimenti: la loro curiosità è impavida ed ineludibile. I gesti, le scelte, i fatti, della quotidianità non hanno nulla di automatico e scontato: ogni loro istante è genuino. Obbediscono alla loro coscienza, e questa, in loro, conserva un' originalità inossidabile ed inattaccabile dalle influenze esterne. Essere così non costituisce una scelta ma una necessità, pena il disgusto per sé stessi.
Non possono possedere, né essere posseduti: le loro famiglie si schiantano all' urto con la loro scandalosa integrità morale.
I loro figli li odiano e li abbandonano perché invano hanno cercato di scorgere specchi che essi non possono offrire.
Sono impopolari, quando si tratta di uomini e donne qualunque, ed, in genere, il loro pudore li induce a preferire il raccoglimento nell' ombra, anziché lo sfarfallio di luci dei palcoscenici.

La conseguenza ovvia è una condizione di ostinata solitudine morale, che comporta esilio psicologico e grande dolore. Hanno un' innata attitudine all' evasione, talvolta a quella totale. Sono quelle anime che con versi strazianti ma asciutti Pasolini ha definito arse dalla voglia di morte, e lo sono perché il male, l' ipocrisia, la falsità, l' ignavia dei loro simili risultano talmente offensivi e lesivi della loro sensibilità -che è sempre eccessiva e smisurata-, da far loro desiderare di non essere più.
La massa, generalmente, finge un sentimento di muta ammirazione -spesso deferente-, per il loro coraggio, ma soltanto a patto che si tratti di personalità "degne di nota" (personaggio -magari suo malgrado- pubblico) e che nessuno le chieda di emularne l' indipendenza di pensiero o di azione.
Le moltitudini amano sempre l' eroismo, il coraggio e lo stoicismo.
Purché altrui e iconizzabile.
Purché non si chieda loro di reclutarsi, di emularne l' impeto di libertà.
L' Uomo si attiva e si mobilita soltanto se intravede il proprio tornaconto, se può ricondurre l' altro a sé stesso, se subodora la consolante adesione ad una causa "comune": per te, degna persona, puro individuo ma socialmente irrilevante, non muoverebbe un dito, non sprecherebbe un pensiero.

Il pensiero liberamente espresso è pura utopia.
Non leggo più nulla, in nessun luogo e men che meno qui, in rete -nonostante sia ormai luogo comune giudicarla terreno potenzialmente fertile per l' espressione indipendente-, di davvero originale, di autenticamente personale.
Dov' è andato, se mai c' è stato, colui che ha sondato così a fondo sè stesso da osare esprimere una sua versione di fatti, una sua prospettiva, un suo giudizio, che travalichino eco di mostri sacri passati o presenti.
Dov' è colui che osa aprire il cuore e lasciarlo contemplare, nudo e crudo, senza il sostegno di alibi e riferimenti, senza rimando a qualcosa di già detto e già fatto...

Sta lì, solo, nella sua steppa, tra cristalli di ghiaccio. Lì, solo, per tutta la sua finita eternità, a sognare il suo incomprensibile od incompreso sogno.

Il lupo della steppa vaga solo, nel crudele gelato inverno, ringraziando la luna quando ha la ventura di mitigare quella sua ancestrale eterna fame con una piccola tiepida preda. Ed io, per quell' eroico atto di sopravvivenza, infinitamente l' amo.

domenica 21 novembre 2010

Malafede e Sincerità -2- Sartre e il cameriere

Dopo aver lasciato la ragazza al suo primo appuntamento in conflitto dualistico corpo/spirito (vedi post -1- in data 11/11/2010  dedicato a Sartre), ed aver decretato che l' antidoto alla malafede è la sincerità, spostiamo l' attenzione sul cameriere che serve ai tavoli del ristorante, sperando che la sua osservazione ci aiuti a comprendere che cosa sia effettivamente sincerità.

Eccolo che avanza:
"Ha il gesto vivace e pronunciato, un po' troppo preciso, un po' troppo rapido, viene verso gli avventori con un passo un po' troppo vivace, si china con troppa premura, la voce, gli occhi, esprimono un interesse un po' troppo pieno di sollecitudine per il comando del cliente, poi ecco che torna tentando di imitare nell' andatura il rigore inflessibile di una specie di automa, portando il vassoio con una specie di temerarietà da funambolo, in un equilibrio perpetuamente instabile e perpetuamente rotto, che perpetuamente ristabilisce con un movimento leggero del braccio e della mano. Tutta la sua condotta sembra un gioco. Si sforza di concatenare i movimenti come se fossero degli ingranaggi che si comandano l' un l' altro, la mimica e perfino la voce paiono meccanismi; egli assume la prestezza e la rapidità spietata delle cose. Gioca, si diverte."
(Jean Paul Sartre - L' essere e il nulla)

Sta giocando, naturalmente, ad essere cameriere. Non c' è bluf, il cameriere realizza la sua condizione di cameriere in perfetta sincerità. Una condizione che presuppone -come tutte le altre- una serie di atti, riflessioni e concetti, come, ad esempio, l' obbligo di alzarsi ad una certa ora, provvedere alle pulizie del locale, apparecchiare e sparecchiare i tavoli, i diritti alla retribuzione, alle mance, ecc..., anche se tutto questo, in un certo senso,  rinvia al trascendente.
Chiunque di noi, per esercitare il proprio particolare lavoro, deve per forza, sempre in quel certo senso recitare la particolare parte che questo richiede. Credo sia assolutamente ovvio.
Ma è altrettanto ovvio che il cameriere in sé non è un cameriere (non come, ad esempio, un qualsiasi oggetto è quel dato oggetto: una penna, un bicchiere sono oggettivamente penna e bicchiere): egli sta rappresentando l' essere cameriere, e purtuttavia non sta mentendo quando sente d' esserlo.
Ecco che  egli si trova nella condizione d' essere ciò che non è.
Noi non siamo alcuno dei nostri atti o comportamenti.

"Il buon parlatore è colui che recita a parlare, perché non può essere parlante (...) Perpetuamente assente al mio corpo, ai miei atti, sono a dispetto di me stesso la 'divina essenza' di cui parla Valéry. Non posso dire né che sono qui, né che non ci sono, nel senso in cui si dice 'questa scatola di fiammiferi è sulla tavola'; sarebbe confondere il mio "essere-nel-mondo'  con un 'essere-in mezzo-al mondo' (...) Da ogni parte sfuggo all' essere e tuttavia sono."
(Jean Paul Sartre -L' essere ed il nulla) -mie le sottolineature- (*)

Forse che questo paradosso si verifica soltanto nel caso dell' esercizio di un mestiere, nell' esecuzione di azioni? 
No.

Vale anche per gli stati d' animo personali ed intimi, come ad esempio -così ci esemplifica il filosofo- la tristezza.

Albrecht Dürer "La melanconia"
Sentirsi tristi: da quella sensazione -ciò che sentiamo con certezza d' essere- deriva un preciso comportamento.
Ne rappresentano l' inconfutabile espressione un abbandono generale della postura del corpo, la testa un po' abbassata, lo sguardo incupito e fosco, le spalle incurvate, le gambe strascicate.
Noi sappiamo anche che potremmo benissimo decidere di non adottarlo e -supponiamo all' incontro con un estraneo cui non desideriamo manifestare il nostro stato- repentinamente ergerci nella nostra statura, alzare la fronte, adottare un passo sicuro ed elastico.
Dov' era la tristezza nel momento in cui il comportamento esterno è momentaneamente mutato?

"E, d' altronde, non è anch' essa un 'comportamento' questa tristezza, non è la coscienza stessa che si riveste di tristezza come un magico rifugio contro una situazione troppo opprimente?"  (*)

Pare allora che essere triste sia farsi triste.

Con quale certezza, quindi, possiamo dirci sinceri? Esiste un' oggettiva possibilità di identificazione con la sincerità?
Poniamo il caso che un uomo sia cattivo e se lo confessi. Egli, con l' atto della sincerità, contempla sé stesso nell' esercizio della sua "libertà di scegliere il male" ed in tale contemplazione la disarma, perché essa non è più nulla al di fuori dal piano del determinismo: confessandola egli le contrappone la sua libertà, il suo avvenire è potenzialmente vergine, tutto sarà possibile.
Così l' uomo cattivo sincero si costituisce come ciò che è per non esserlo. La sincerità ha dunque la stessa struttura essenziale della malafede.

"Se la malafede è possibile, è perché essa è la minaccia immediata e permanente di ogni progetto dell' essere umano, è perché la coscienza nasconde nel suo essere un rischio permanente di malafede. E l' origine del rischio è che la coscienza, nel suo essere e contemporaneamente, è ciò che non è, e non è ciò che è." (Jean Paul Sartre -L' essere ed il nulla)

E' un giochino davvero complicato, da proseguire, da scandagliare...
Che sia scontato, intanto, chiederci se noi siamo, oppure, invece, esistiamo?










venerdì 19 novembre 2010

LA COMEDIE: Destra e Sinistra

Trovo in You Tube (perché non seguo la televisione) la soluzione del quesito posto dal rimpianto Giorgio Gaber in un recente passato ( che era già in odor di caduta libera nell'attuale nulla, o baratro che dir si voglia...)

"Cos' è la destra? Cos' è la sinistra?"


Finalmente ora i due maggiori esponenti delle due fazioni (una delle quali appena risorta a nuova smagliante forma attraverso un machiavellico intervento di lifting ideologico-demagogico-populista) l' hanno spiegato in tivù a dieci milioni di italiani, ospiti di Fabio Fazio e Roberto Saviano nel loro "Vieni via con me".

Giacché le nostre idee s'erano, come dire, intorbidite nel fango esondato da Palazzo  durante l' ultimo penoso periodo della politica, loro hanno ben pensato di rinfrescarci la memoria (per amor del vero, naturalmente) e nobilmente riassumerci la lista dei

Valori che contraddistinguono Destra e Sinistra

(Tranquilli, che non succede niente: s' è solo aperta ufficiosamente la campagna elettorale che riporterà alla vittoria i Berluscones...)

Ne è risultata una recita un po' deprimente, di una demagogia sconcertante, vagamente melodrammatica e stucchevole, e perciò (siccome suole dare a Cesare ciò che è di Cesare) tutta nostra, interamente DOC, perfettamente

ITALIANA
perché è così che s' ha da trattare la sedicente intelligenza degli Italiani: a suon di sentimentalismi, sviolinate e mandolini, spaghetti, mafia e pizza, tarallucci e vino, feste danzanti sulle macerie e, sempre, la prosopopea del Potere...




***

Commedia in infiniti eterni atti

DRAMATIS PERSONAE:
(Fabio Fazio, conduttore, baccelliere, fido amico di tutti)
(Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico)
(Gianfranco Fini, segretario di Futuro e Libertà)
(Uno spiritello)
SCENA: un palcoscenico televisivo di Stato; nessuno deve interloquire: si legge e si ascolta.

Fabio Fazio introduce il primo ospite. Attacca una musica dolce e malinconica, ma solenne, le luci si abbassano. Entra Bersani, camminando lentamente. Ha un viso terso e buono, da galantuomo...

- Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, parla della Sinistra ( legge con accento emiliano e atteggiamento compunto e serio): "La Sinistra è l' idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli puoi fare davvero un mondo migliore per tutti. Abbiamo la più bella Costituzione del mondo, la si difende ogni giorno ed il 25 aprile si fa festa."

- Spiritello (bisbiglia tra sé e sé): "Giusto. Egli dice il vero: pensare agli oppressi è la cosa più di Sinistra che ci sia."


- Gianfranco Fini, segretario di Futuro e Libertà, racconta la Destra (sicuro, guarda più spesso la telecamera del foglio, a differenza di Bersani): "Per la Destra è bello, nonostante tutto, essere italiani. E' un piccolo privilegio, perché la nostra Patria, a Palermo come a Milano, ha un patrimonio culturale e paesaggistico che il mondo ci invidia. Anche per questo, essere di Destra, vuol dire innanzitutto amare l' Italia e aver fiducia negli italiani, nella loro capacità di sacrificarsi, di lavorare onestamente, di pensare senza egoismi al futuro dei propri figli, di essere solidali e generosi. Perché, per la Destra, sono generosi i nostri militari che in Afghanistan ci difendono dal terrorismo, come lo sono le centinaia di migliaia di donne e di uomini che ogni giorno e gratis fanno volontariato per aiutare gli anziani, gli ammalati, i più deboli."

- Spiritello (perplesso, ripassa tra sé e sé, ciò che ha appena udito, per non incorrere in errori interpretativi): "...dunque: la Destra dice di essere orgogliosa d' appartenere all' Italia anche perché l' Italia è bella e culla della cultura ... , ma allora perché i tagli alla spesa relativa durante il governo di cui egli stesso  con la sua Destra ha partecipato? Prosegue, straniante, straniantissimo, a ringraziare i nostri militari in Afghanistan...: ma che c' entra?  E poi il volontariato...Che è sto minestrone? Boh. Pare una pesca di voti..., anzi, macché pesca: è una raccolta indifferenziata...Mah...E poi, che é? Forse che il Bel Paese non l' ama anche la Sinistra? Forse che il Terrorismo non fa orrore anche alla Sinistra? E il volontariato è di Destra? Insomma: ce lo dirà un Valore distintivo di Destra? ..."

- Bersani: "Nessuno può star bene da solo, stai bene se anche gli altri stanno un po' bene. Se pochi hanno troppo e troppi hanno poco, l' economia non gira, perché l' ingiustizia fa male all' economia.
Ci vuole un mercato che funzioni, senza monopoli, corporazioni, posizioni di dominio, ma ci sono beni che non si possono affidare al mercato: la salute, l' istruzione, la sicurezza. Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi il lavoro ce l' ha. Il lavoro è la dignità di una persona, sempre, e soprattutto quando hai trent' anni hai paura di passare la vita in panchina, ma chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto. E allora, un' ora di lavoro precario non può costare meno di un' ora di lavoro stabile. Chi non paga le tasse mette le mani nelle tasche di chi è più povero di lui. Se cento euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei cento euro di uno speculatore, vuol dire che il mondo è capovolto. Davanti a un problema serio di salute, non ci può essere né povero né ricco, né calabrese, né lombardo, né marocchino. Si fa con quel che si ha, ma si fa per tutti. L' insegnante che insegue un ragazzo pr tenerlo a scuola è l' eroe dei nostri tempi. Indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli. La condizione della donna è la misura della civiltà di un Paese, calpestarne la dignità è l' umiliazione di un Paese. Dobbiamo lasciare il Pianeta meglio di come l' abbiamo trovato, perché non abbiamo diritto di distruggere quello che non è nostro. E l' energia va risparmiata e rinnovata, sgombrando la testa da fanta-piani nucleari. Il bambino, figlio di immigrati, che è nato oggi, non è né immigrato né italiano, dobbiamo dirgli chi è. Lui è un italiano."


- Spiritello (risvegliandosi da uno stato semi-catalettico): "E che bisogno c'è d' un ponte più lungo di quanto non sia larga la corrente? Conceder quel ch' è necessario è il miglior favore che si possa fare. Tutto quel che potrà servire è bene che si faccia (...) Suvvia, andiamo a metter subito in pratica questo progetto." [Shakespeare- Molto strepito per nulla]
"Che bello, quel chiosare gentile dopo l' affermazione filosofica 'Nessuno può star bene da solo'. Riscalda il cuore, letta così, in tivù, nel corso di un varietà di prima serata, in cui ogni cosa passa e va, tra una lacrima ed una grassa risata..."

- Fini: "E, per la Destra, , sono solidali, e meritevoli di apprezzamento, le tante nostre imprese e le tante famiglie che danno lavoro agli immigrati onesti, i cui figli, domani, saranno anch' essi cittadini italiani. Ma oggi, nel 2010, per crescere insieme, per essere davvero unito, per sentirsi comunità nazionale il nostro popolo non può confidare solo sulla sua generosità.  Ha bisogno di istituzioni politiche autorevoli, rispettate, giuste.
Per questo Destra vuol dire senso dello Stato, etica pubblica, cultura dei doveri. Per la Destra lo Stato deve essere efficiente ma non invadente, spendere bene il denaro pubblico senza alimentare burocrazia e clientele. Per la Destra, è lo Stato che deve garantire che la Legge è davvero uguale per tutti, che deve combattere gli abusi ed il malcostume, che deve valorizzare l' esempio degli Italiani migliori. Per questo, ad esempio, per la Destra, si dovrebbe insegnare, fin dalla scuola, ai più giovani, che due magistrati come Falcone e Borsellino, sono davvero degli eroi, perché sarà grazie al sacrificio loro e di tanti altri umili servitori dello Stato che un giorno la nostra Italia sarà più pulita, più bella, più libera.  Perché sarà un' Italia più responsabile, più attenta al bene comune, più consapevole della necessità di garantire che chi sbaglia paga e chi fa il proprio dovere viene premiato."

- Spiritello (mezzo stordito dall' onda d' urto delle parole): "Ehhh, che roba! Gli uomini migliori ha detto! Grazie al Cielo ne ha citato due, giusto per chiarire l' interpretazione senza possibilità di fraintendimento... No, dico,,, perché questo è l' elenco dei valori della Destra, no? Non sia mai che qualche maligno vada a rispolverare chissà quali altri esempi mummificati, di stampo -come dire- 'nostalgico'. Ci mancherebbe... : questa è la nuova Destra; anzi la nuova nuova-Destra... sempre più simile alla Sinistra; no, anzi, alla nuova nuova-Sinistra..."

- Bersani (più emilianamente accalorato e commosso, ora che il discorso volge al termine): "Se devo morire attaccato per mesi a mille tubi, non può deciderlo il Parlamento, perché un uomo resta un uomo, con la sua dignità, anche nel momento della sofferenza e del distacco. C' è un modo di difendere la fede di ciascuno, per garantire le convinzioni di ciascuno, per riconoscere la condizione di ciascuno: questo modo irrinunciabile si chiama laicità."

(Spiritello ha un sobbalzo, stupito di simile inattesa ed insperata chiarezza)

 - Bersani: "Per guidare l' automobile, che è un fatto pubblico, ci vuole la patente, che è un fatto privato. Per governare, che è un fatto pubblico, bisogna essere persone perbene, che è un fatto privato. Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista, deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace, senza odio e violenza, e deve combattere contro la pena di morte, la tortura, ogni altra sopraffazione, fisica o morale, e ogni illegalità. Essere progressisti significa combattere l' aggressività che ci abita dentro, quella del più forte sul più debole, dell' uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha e prendere la parte di chi ha meno forza e meno voce. Qui finisce il mio tempo ma non certo il mio elenco. Grazie."

(Ovazione del pubblico astante)

- Fini (pieno di pathos, anch' egli): "La Destra sa che senza la autorevolezza e il buon esempio delle Istituzioni, senza la autorità della Legge, senza una democrazia trasparente ed equilibrata nei suoi poteri non c' è libertà ma solo anarchia, prevalenza dell' arroganza e della furbizia a tutto discapito della uguaglianza dei cittadini. Per la Destra l' uguaglianza dei cittadini deve essere garantita nel punto di partenza, al Nord come al Sud. Per gli uomini come per le donne. Per i figli dei datori di lavoro come per i figli degli impiegati e degli operai."

(Spiritello ricorda di aver letto analoga riflessione nell' Enracinement di Simone Weil e non crede alle proprie orecchie)

- Fini: "Da questa vera uguaglianza, l' uguaglianza delle opportunità, la Destra vuole costruire una società in cui il merito e le capacità siano i criteri per selezionare la classe dirigente. La Destra vuole l' Italia un Paese in cui chi lavora di più e meglio guadagna di più, in cui chi studia va avanti, in cui chi merita ottiene i maggiori riconoscimenti. Insomma, la Destra vuole un' Italia che ha fiducia nel futuro perché ha fiducia in sé stessa. Non la dobbiamo costruire questa Italia migliore: c' è già."

(Spiritello si sente frastornato: se c'è già siamo a cavallo. Non sa perché, ma gli sovviene l' adagio "Bisogna cambiare affinché nulla cambi")


- Fini: "Dobbiamo solo far sentire la sua voce. Anche questo è il compito della Destra."

(Ovazione del pubblico astante -che, intanto, si guarda intorno e cerca l' Italia che già c' è...-)

- Spiritello (sfinito dalla prova di resistenza all' ascolto): "Preferirei essere una rosa canina su una siepe, anziché una rosa di maggio nelle sue grazie, e meglio si addice alla mia complessione sanguigna di destare lo sdegno di tutti che non di fatturare un contegno che serva ad estorcere l' amore di qualcuno. In tutto questo, seppure non mi si possa chiamare un adulatore onesto, pure non si può negare che sono un chiaro furfante alla luce del sole. Ci si fida di me a patto ch' io porti la museruola e mi si concede la franchigia solo se abbia già le pastoie. E quindi io ho deciso di non cantare in gabbia. Se io abbia l' uso della bocca, morderò. E se io abbia l' uso della libertà, farò quel che più mi talenta. E intanto mi sia permesso d' essere quel che sono, e non si cerchi di trasformarmi." [Shakespeare - Molto strepito per nulla]



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lunedì 15 novembre 2010

Platone. Il Simposio. Ipotesi d' Amore.

Nella cultura occidentale moderna uno dei concetti meno approfonditi su cui soffermarsi piacevolmente ma in massima serietà a conversare è quello sintetizzato nella parola “amore”. Solitamente questo accade a ciò che è ormai definitivamente assimilato dal sapere generale, come succede, ad esempio, a determinati simboli della civiltà (termini o costumi), laddove essi risultino definitivamente metabolizzati e perciò “ passati in giudicato”, come una sentenza conclusa.

In realtà ciascuno di noi ne ha un concetto personale, o non ne ha alcuno: lo vive, o lo subisce, senza chiedersi perché o come mai sia capitato; in realtà, ogni individuo crede che quel che lui chiama “amore” sia l’ AMORE; in realtà, noi tutti, quasi sempre, non sappiamo esattamente di che si parli e ci ritroviamo ad appellare in quel modo alcuni suoi surrogati o particolari aspetti, come l’ innamoramento, il desiderio, la passione, l’ emozione, l’ attaccamento alla prole, la consanguineità, il bisogno, ecc.

Essere moderni non ci ha resi anche saggi: continuiamo a non sapere quasi nulla di più di ciò che si domandavano le teste più ferventi, le più curiose, le più vive, dell’ antichità a proposito degli umani sentimenti, che pur - per fortuna o purtroppo e con esiti o conseguenze più o meno nefaste-, regoleranno in eterno la nostra esistenza.

Nulla di più piacevole per l' intrattenimento dell' anima che ricordare Il Simposio di Platone.



Agatone invitò a banchetto gli amici per festeggiare una sua vittoria quale poeta tragico. Al simposio Erissimaco propose che ognuno dei convitati improvvisasse un discorso sull’ Amore e così, uno ad uno, fecero il loro, ed il primo a raccontare fu Fedro.

Fedro celebrò Amore come la divinità più antica e benefica: dopo il Caos, nacquero gli Iddii Terra e Amore, narra infatti Esiodo, mentre Parmenide lo designa come il più antico in assoluto e cagione di grandissimo bene tra gli umani. Spiega Fedro: “Perché quello che fa regola agli uomini, se vogliono vivere onestamente, non può essere ispirato loro né dalla parentela, né dagli onori, né dalle ricchezze, né da niuna altra cosa al mondo così bene, come da Amore.” Cita poi esempi di amore virtuoso che ha spinto l’ amante a dare la vita per l’ amato: la figliola di Pelio, Alceste, che muore al posto dello sposo ed Achille che vendica Patroclo pur sapendo anticipatamente che gli costerà poi la vita.

Il secondo a parlare fu Pausania, che distinse un Amore materiale, figlio della Venere volgare ( a sua volta figliola di Diona e Giove), da un Amore che spinge a sentimenti belli ed onesti, figlio della Venere celeste (a sua volta figlia del Cielo, e senza madre). “Ora ella si striga così questa matassa: l’ amore, per sé considerato, non è né bello né brutto, come dissi già, e non a caso; ma è bello quando si fa in maniera bella, quando in maniera brutta, è brutto. Brutto è quando malvagiamente si fa cortesia a un malvagio; bello quando si fa onestamente a persona bella. Malvagio è poi quell’ amatore volgare, il quale amando più il corpo che l’ anima , e perciò non essendo durabile come colui che di cosa non durabile è innamorato, tosto che sfiorisce la bellezza del corpo il quale egli amava, se ne vola via, pigliandosi gioco di sue belle parole e promesse. Quello, per lo contrario, che dell’ indole buona si innamorò, non già del corpo, rimane lì per tutto il tempo di sua vita, come colui che a cosa stabile disposò il suo cuore.”

Passò poi la parola ad Erissimaco, il quale, in quanto medico, prese spunto dalla medicina per dimostrare e sostenere l’ opportunità di “serbare sano l’ amore”, favorendo l’ amore onesto, che mira al bene con sapienza e giustizia, legando gli uomini tra loro e con gli dèi. “Perché, insomma, la medicina è la scienza degli amori dei corpi, amori di riempirsi e di votarsi; e colui che scerne in questi amori il bello dal brutto, è medico co’ fiocchi. Colui poi che li sa mutare, in guisa che in cambio di un Amore venga su l’ altro; e dove non è ancor nato Amore ed è convenevole che vi nasca, e’ ve lo sappia piantare; e quell’ Amore che c’è e non ci ha a essere, sappia svellere; costui è un artefice bravo…”

Seguì poi l’ intervento di Aristofane, il commediografo. Tra il burlesco ed il serio ricostruì fantasiosamente la creazione degli uomini, spiegando che l’ Amore –che è portatore di felicità- non è altro che la tendenza di due creature originariamente unite (e poi tagliate a metà da Zeus perché diventate troppo superbe ed arroganti) a ricostruire la loro interezza perduta. “Tanto tempo è dunque che l’ Amore ci s’è piantato in noi; l’ Amore che ci rinfranca nell’ antica nostra condizione; l’ Amore che, facendo a più potere di due uno, risana la natura dell’ uomo.”


Agatone sviluppò poi, con un discorso elaborato retoricamente, un elogio dell’ Amore, il più giovane e bello e buono degli dèi, completo di ogni virtù e privo di vizi, ispiratore dei poeti e di tutti gli artisti.
“… Amore è tenerello, non soltanto giovane… imperocché non cammina sulla terra, né sui cocuzzoli delle teste, che non son poi tanto morbide, ma sì entro alla più morbida cosa che sia al mondo si move egli e soggiorna; imperciocché pone sua stanza nelle anime e ne’ cuori degli Iddii e degli uomini; e neppure in tutti a occhi e croce, perché s’ egli s’ abbatte in anime dure, scappa via; e se morbide, ci rimane…”

Ma finalmente prese la parola Socrate, il più grande dei sapienti, che non fa mai affermazioni, ma induce chi parla con lui a trovare la verità dei concetti attraverso piccole interrogazioni. E’ così che dimostrò ad Agatone che Amore non è né bello né buono, ma desiderio di bellezza e bontà, di cui si sente, anzi, privo. Amore nasce da Abbondanza e Povertà, è a mezzo tra gli dèi e gli uomini, è filosofo e tende al possesso perpetuo del bene, in cui consiste la vera felicità. Istinto fondamentale dell’ uomo, a questo scopo, è quello della generazione, secondo il corpo o, come avviene in modo superiore negli artisti, secondo l’ anima. "Nel bel giovinetto, di cui si è innamorato, l’ amante viene formando la nobile anima con discorsi virtuosi. La bellezza ci fa così ascendere dal gradino più basso al più alto, cioè alla contemplazione dell’ Idea, che ci fa partorire vere virtù. “





domenica 14 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -5- INCESPICANDO TRA I MITI

Il leone arcaico di Delo,
 io, il fantasma dell' Arsenale
Sirio: Ben ritrovato, mio caro Friedrich. Ti confesso che attendevo con impazienza questo momento. La storia del fanciullo che recavi con te ieri, Dioniso, il dio dai riccioli d’ oro, dev’ essere conosciuta. Sento che è necessaria alla mente più di ogni altra, per capire gli uomini, per comprendere ogni altra cosa, sopra questo suolo. Quel bimbo aveva nello sguardo tutta la sapienza, la felicità, il dolore, lo strazio, del mondo. Dentro ai suoi occhi si intuiva tutta la vita, nel suo cerchio completo, intorno a lui pareva di coglierne contemporaneamente il terribile fragore della distruzione definitiva e la più armoniosa sinfonia. Dimmi di lui, dimmi chi è…

Friedrich: il fanciullo che tu hai visto, così paffuto e grazioso, dalle guance vellutate e rosate, possiede, in realtà, mille altri aspetti e mille altre forme: le sue trasformazioni sono continue.

All’ inizio dei tempi egli –che è figlio di Zeus- si presentava come un bimbo cornuto ed anguicrinito. Su ordine di Era fu catturato dai Titani, che lo fecero a brani. Dal suo sangue, che inzuppò la terra, nacque il melograno. Il melograno che sbocciò dal sangue di Dioniso era anche l’ albero di Tammuz-Adone-Rimmon: il frutto, quand’ è maturo si fende a forma di ferita e mostra i chicchi rossi all’ interno. E’ il simbolo della morte e la promessa di resurrezione, che stanno nelle mani della dea Era o Persefone.

Grazie alla nonna Rea riacquistò la vita e Zeus lo affidò a Persefone, che convinse il re Atamante e sua moglie Ino ad allevare il piccolo, travestito da fanciulla. Era lo venne a sapere e punì Atamante facendolo diventare pazzo. Zeus affidò allora Dioniso, trasformato in un capretto, alle ninfe Macride, Nisa, Erato, Bromie e Bacche, che vivevano sul monte Nisa in Elicona. Il piccolo fu da esse allevato e nutrito con miele. Zeus , a titolo di gratitudine, pose poi l’ immagine delle ninfe tra le stelle, come costellazione delle Iadi.

Fu sul monte Nisa che Dioniso inventò il vino, e tale invenzione gli procurò ovunque una grandissima fama.

Una volta adolescente, e nonostante il suo aspetto effeminato, Era però riconobbe in lui il figlio di Zeus, e lo fece impazzire, come già aveva fatto con Atamante. Fu così che il giovine dio andò vagando per il mondo, accompagnato dal suo tutore Sileno in un gruppo di Satiri e Menadi; navigò fino all’ Egitto, portando il vino con sé e lì combatté e sconfisse i Titani. Successivamente raggiunse l’ India, che, dopo molti scontri militari vittoriosi, conquistò interamente. Insegnò allora agli abitanti la viticoltura, istituì leggi e fondò città.

Al suo ritorno le Amazzoni tentarono di contrastarlo, ma egli ne fece strage e le disperse.

Quando Dioniso tornò in Europa passando dalla Frigia, fu guarito dalla pazzia dalla nonna Rea che lo iniziò ai Misteri.

Dopo aver vinto ogni resistenza anche in Tracia, e dopo innumerevoli sequenze di atrocità, successe o provocate, egli passò in Beozia, dove visitò Tebe e invitò le donne a unirsi alle sue feste notturne sul monte Citerone . Il re di Tebe, Penteo, cui la vita dissoluta di Dioniso non garbava, lo arrestò unitamente alle sue Menadi, ma, improvvisamente impazzito, mise in ceppi un toro anziché il dio.

Successivamente, dopo molto altro sangue, l’ intera Beozia accettò pure il culto di Dioniso ed egli si recò nelle Isole dell’ Egeo, spargendo ora gioia, ora terrore ovunque.

Giunto ad Icaria, e noleggiata una nave non sua che dicevano diretta a Nasso, si ritrovò, con l’ inganno, prigioniero di pirati che, ignari della vera sua natura divina, intendevano fare rotta verso l’ Asia e venderlo come schiavo. Dioniso fece allora crescere una vite lungo l’ albero maestro, mentre l’ edera avvolgeva il sartiame, trasformò i remi in serpenti e sé stesso in leone, e la nave si colmò dei fantasmi di feroci belve che costrinsero i pirati terrorizzati a gettarsi in mare. Divennero tutti delfini.

A Nasso incontrò Arianna, lì abbandonata da Teseo e la sposò senza indugio. Recatosi ad Argo, dove Perseo gli aveva opposto resistenza, fece impazzire le donne argive che divorarono crudi i loro bambini, e ciò gli fece ottenere anche qui la sottomissione del Regno.

Affermato infine il suo culto in tutto il mondo, Dioniso ascese al cielo e sedette alla destra di Zeus, come uno dei Dodici Grandi.

Sirio: La montagna incantata dell’ Olimpo, mio caro Friedrich, ha radici terrificanti e nel contempo sublimi: non so se sia più cosa buona o più cosa cattiva. Questo tuo Dioniso mi spaventa, e meglio mi sentivo in compagnia del solo Apollo …

Friedrich: Il Greco, amica mia, conosceva a fondo le atrocità dell’ esistenza: senza il sogno della nascita degli dèi olimpici non avrebbe saputo sopravvivere.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero creare i loro dèi. Dioniso è l’ emblema della loro “volontà di vivere”. Egli simboleggia l’ eterno ritorno alla vita, l’ avvenire promesso e consacrato nel passato, la trasmutazione. Ecco perché, nei suoi rituali e nel suo culto, i misteri della sessualità ed ogni particolare dell’ atto di procreazione, di gravidanza e nascita destarono i sentimenti più elevati e solenni. Ecco perché perfino il dolore del parto diventa sublime.

I Greci avvertivano nelle feste dionisiache il più profondo senso religioso della vita: l’ istinto a riprodurla, e così a renderla eterna. E’ la grande e panteistica partecipazione alla gioia e al dolore che accetta e comprende anche le prove più terribili e problematiche della vita, attingendo all’ insopprimibile volontà di generazione, di fecondità, di eternità.

“Soltanto il cristianesimo, fondato sul ‘risentimento contro la vita’ ha fatto della sessualità qualcosa di impuro: ha gettato ‘fango’ sul principio, sul presupposto della nostra vita.”

Sirio: doveva dunque apparire “titanico” e “barbarico”, al Greco apollineo, cultore della moderazione, l’ effetto provocato dal dionisiaco …

Friedrich: Apollo non può vivere senza Dioniso, amica mia. Egli esige la misura, e, per poterla trovare, la perfetta conoscenza di sé. Ascoltando sé stesso, però, l’ Uomo si sente intimamente affine anche agli eroi ed ai Titani precipitati: riconosce Prometeo, che, per il suo titanico amore per gli uomini dovette essere lacerato dagli avvoltoi, e riconosce Edipo, che per la sua saggezza primordiale dovette precipitare in un vortice di atrocità. Tutta la sua esistenza fondata su bellezza e moderazione poggia su un fondamento di sofferenza e conoscenza svelato a lui dal dionisiaco.

Sirio: ora capisco.

Dioniso l’ ebbrezza, l’ eccesso della verità, la contraddizione della gioia che sgorga dal dolore, generati direttamente dal cuore della natura;

Apollo l’ impulso alla perfezione, verso la tipicità, la libertà sotto la legge, l’ ordine.

L’ Uomo è perennemente in bilico tra questi due principi.

Friedrich: barcollerà in eterno sul filo della voce di Apollo, sul richiamo suadente ed insieme ripugnante di Dioniso.

sabato 13 novembre 2010

Simone Weil - Quaderni (II)


"Nel bello -per esempio il mare, il cielo- c' è qualcosa di irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile.
Impenetrabile per l' intelligenza.
Esistenza di cosa altra da me.
Affinità del bello e del dolore.

Lo spirito non è forzato a credere all' esistenza di niente. (Soggettivismo, idealismo, assoluto, solipsismo, scetticismo. Si vedano le Upanisad, i taoisti e Platone, che usano tutti quest' attitudine filosofica a titolo di purificazione).
Per questo la gioia pura e il sentimento di realtà sono identici.
Tutto ciò che è colto con le facoltà naturali è ipotetico.
Solo l' amore soprannaturale afferma.
In tal modo noi siamo co-creatori.
Noi partecipiamo alla creazione del mondo decreando noi stessi."

(Quaderni -vol.II- pagg.262-263)

venerdì 12 novembre 2010

A braccetto con Nietzsche, passeggiando e chiacchierando, con un breviario delle idee nelle tasche.[ La svolta della filosofia moderna] -4- INCESPICANDO TRA I MITI

Friedrich: Ah, rieccoti, alfine! Amica Sirio, mi chiedevo dove fossi stata e se mai ci saremmo rivisti: è passato troppo tempo dal nostro ultimo incontro! Ma chi è quella persona che si accompagna a te, quest’ oggi? Un musico? Non ti avevo mai vista passeggiare fianco a fianco con alcuno, prima d’ ora, se non, casualmente, con me, e devo dire che quest’ individuo ha nel suo aspetto un qualcosa di disumano, nell’ accezione del termine positiva -se vuoi-, ma, comunque sia, inquietante …

Sirio: I miei rispetti, Friedrich. Sono lieta di ritrovarti.

Costui è Apollo, figlio del lascivo Zeus e di Latona, nato settimino, nutrito di ambrosia e nettare, che all’ età di quattro giorni già scoccava le frecce di Efesto. Uccise il nemico di sua madre, il serpente Pitone, inseguendolo fin all’ oracolo di Madre Terra a Delfi, ove lo finì davanti al crepaccio. Da Pan, il dio arcade con gambe di capra e dubbia reputazione, apprese, a suon di vezzi e lusinghe, l’ arte divinatoria, quindi si impadronì dell’ oracolo delfico e ne costrinse la sacerdotessa a servirlo. Maestro nel suonare con la lira, cui era stato istruito dal prodigioso Ermete, arrivò ad infliggere una terribile punizione a Marsia, suonatore eccellente di flauto, pur di vendicarsi per la di lui presunzione, costringendolo ad una gara di melodie in cui fu proclamato dalle Muse, alla fine, vincitore. Dopo aver sconfitto in un’ altra competizione anche Pan, fu ufficialmente proclamato Dio della Musica e suonava la sua lira dalle sette corde ai banchetti degli dèi. Fu anche pastore e custode delle greggi degli olimpici. Si innamorava in continuazione di ninfe e donne mortali, anche se i suoi amori non sempre erano coronati dal successo: procurò molti guai e fece molti danni a causa della sua insistenza.

Gli successe (primo fra gli dèi a voler concupire un essere del suo stesso sesso) anche di desiderare il bellissimo Giacinto, che gli era conteso nello stesso tempo da un principe spartano (primo fra gli uomini). Se ne liberò con l’ aiuto delle Muse, ma quando anche il Vento dell’ Ovest si invaghì dello stesso giovane diventando pazzamente geloso di Apollo, il povero Giacinto subì un incidente a causa di una pietra volante che gli ruppe il cranio, uccidendolo. Dal sangue del giovane nacque il fiore omonimo, su cui si vedono le iniziali del suo nome …

Un brutto giorno, però, Apollo fece arrabbiare seriamente suo padre Zeus, e questo successe dopo il complotto che gli dèi avevano organizzato per detronizzarlo. Fu quando uno dei suoi figli, Asclepio il medico , ebbe l’ ardire di resuscitare un uomo morto, privando così Ade di uno dei suoi sudditi. Ade se ne lagnò, Zeus uccise il nipote con una folgore, ed Apollo, per vendetta, uccise i Ciclopi, che costituivano le sue guardie del corpo.

Fu da Zeus condannato, allora, ma soltanto grazie alle intercessioni di sua madre Latona, a un anno di lavori forzati che Apollo scontò pascolando le greggi di re Admeto di Fere.

Alla fine, ammaestrato dalle esperienze, Apollo imparò la moderazione, e la predicò sempre ad orni occasione. Diceva costantemente: “Conosci te stesso” e : “Nulla in eccesso”. Indusse le Muse a trasferirsi a Deli, domò la loro furia selvaggia, ed insegnò loro a svolgere decorose e garbate danze.

Divenne nemico della barbarie e predicò la moderazione; la musica, la poesia, la filosofia, la matematica, la medicina e la scienza, nell’ età classica, erano sotto il suo controllo. Le sette corde della sua lira, come le sette vocali del tardo alfabeto greco, avendo un significato mistico, venivano usate per suonare musica terapeutica. Identificato con il Fanciullo Oro, fu venerato come Sole, mentre la sorella Artemide, fu identificata con la Luna.

Friedrich: Una storia affascinante, amica Sirio. Felice di conoscerti, Apollo.

Tutto questo ha dello straordinario, davvero. Il caso ha voluto che mi si sia appaiato, durante la mia passeggiata e prima del nostro incontro, questo fanciullo dai boccoli color del grano che puoi vedere al mio fianco. Il suo nome è Dioniso e, giacché egli pure appartiene al Mito, desidero riferirti la sua nascita e le sue imprese.

Io non so neppure vagamente immaginare quali e quante ricchezze speculative ne potremo ricavare, amica mia, nel confronto e nella fusione delle storie di questi iddii nati con gli uomini …

Sirio: Raccontami ogni cosa, Friedrich: la curiosità mi tenta e non la so contenere. Ti ascolto …

Friedrich: Domani, amica mia: siamo già giunti al solito bivio e questo vecchio filosofo deve dare riposo alle sue meningi ed alle sue ossa. Anelo al tepore del mio studio e della mia casa.

Sirio: E sia. Arrivederci alla solita ora, nel solito punto. Ogni bene, amico Friedrich, a domani.