sabato 30 aprile 2011

Relazione di monadi

"Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli" : quale presunzione.

Non è vero, non basta. C' è l' altro, sì. Il bisogno dell' altro è il primo segno d' umanità.
L' altro cui tendi, ma che non afferri, che non ti può afferrare, se non nella carne.

I corpi costituiscono l' insormontabile barriera, oppure il valico, per mettere in relazione due monadi.
E' per questo, quindi, che non è possibile l' Amicizia, con te, uomo?
Il corpo è lo scoglio, perché noi siamo corpo perennemente consapevole del prossimo accadimento mortale e non c' è modo di dimenticarlo: è così che non sappiamo darci senza speranza di godimento di sensi.

Ma io sì, invece... io apprezzerei il più raffinato piacere dello scambio di intuizioni, l' empatia di qualche percorso mentale affine, il solidale riconoscimento dei dubbi e delle perplessità, lo specchiarsi di forza e debolezza, una trascendenza finalmente possibile, da umano a umano, un trascendersi reale, tra simili.
Perché è così difficile...

Ho perso tutti quei pseudo-amici contraddittori, li ho guardati allontanarsi piano piano, rimpicciolirsi all' orizzonte, nel loro pietoso imbarazzo, sempre più consapevoli della miseria dei loro stessi rapaci fini, dei loro fini un po' miserabili, così ... finiti.
Io non li rimpiango davvero: ero sola comunque; così sola, in loro compagnia...


venerdì 29 aprile 2011

Lo spirito libero ama ciò che è necessario

Decido, ad ogni istante, di non cedere.
Se pur perplessa, priva di vere verità, molto stanca, talvolta sbigottita dalla concentrazione di manifestazioni di una cieca assurdità nella mia piccola vita, io non riesco a cedere.

Sto dentro una spessa corazza -lo ammetto- e sono convinta che il mio privato non abbia poi così importanza, sicché, al riguardo, taccio, anche se -me ne rendo perfettamente conto- ciò rende spesso ardua l' interpretazione di molte delle mie affermazioni.
Ma è una questione di pudore nel senso estensivo del termine, di discrezione ed eleganza, in un momento in cui prevale invece la spettacolarizzazione di umori e sentimenti.
Però -penso io-, solo ciò che ha peso specifico lieve emerge e galleggia, mentre quel che è denso e pregno si deposita, permane e muta la superficie d' appoggio per sempre.

A me sono capitate esperienze particolarissime e destabilizzanti, pur nella conduzione di un esistenza che non cercava divagazioni eccentriche od osava voli pindarici, e sono una persona destinata, per sua immutabile indole, a cercare aderenza ed identificazione perfetta tra ciò che penso, dico, faccio, scelgo od affronto per lo scherzo del caso. 
Provo ad essere tutta intera, almeno presente a me stessa, senza alibi ed infingimenti, ed è così che scopro essere questo il solo modo per amare lo stesso, e forse maggiormente, la vita e gli uomini, ed il loro divenire.

La Vita, Gli Uomini, Noi, la specie umana: non faccio che ammirare, solitaria, l' eroismo della nostra dolorosa permanenza nel Cosmo.

***

Nietzsche e Marx, nella storia del Pensiero, sono stati i due filosofi maggiormente traditi dalla strumentalizzazione subita da ideologie che hanno trasformato in menzogne la nobiltà originaria delle loro parole. Quest' ingiustizia nefanda ha consentito che la splendente immagine dei loro geni venisse lordata del sangue di milioni di innocenti, nei campi di concentramento nazisti, sugli indegni patiboli, sui terreni di guerra, nelle carceri buie e gelate.
Ma chi sa sopportare la condizione dello straniero, ha occhi tersi per vedere la verità.




"Come vivere libero e senza legge? A quest' enigma l' uomo deve rispondere, pena la morte.
Nietzsche almeno non lo elude.Risponde e la sua risposta sta nel rischio: mai Damocle danza meglio che sotto la spada. Bisogna accettare l' inaccettabile, e attenersi all' intollerabile. Dall' istante in cui si riconosce che il mondo non persegue alcun fine, Nietzsche propone di ammettere la sua innocenza, di affermare che esso non cade sotto giudizio perché non si può giudicarlo su alcuna intenzione, e di sostituire dunque a tutti i giudizi di valore un solo sì, un' adesione intera ed esaltata a questo mondo. Così dalla disperazione infinita scaturirà la gioia infinita, dalla servitù cieca la libertà senza remissione. Essere liberi significa appunto abolire i fini. L' innocenza del divenire, non appena ad esso si acconsenta, rappresenta il massimo della libertà. Lo spirito libero ama ciò che è necessario. E' intimo pensiero di Nietzsche che la libertà dei fenomeni, se è assoluta, senza incrinature, non implica alcuna specie di costrizione. Adesione totale ad una necessità totale, ecco la sua definizione paradossale della libertà. La domanda: 'libero da che cosa?' è allora sostituita da: 'libero per che cosa?'. La libertà coincide con l' eroismo. E' l' ascetismo del grand' uomo, 'l' arco più teso che esista'."

(Albert Camus - L' uomo in rivolta)


giovedì 28 aprile 2011

"Mi rivolto, dunque siamo"

"L' unica cosa che si può fare è creare piccole minoranze di rompicoglioni con un progetto in testa"
(Goffredo Fofi)

Meglio morire in piedi o vivere in ginocchio? Naturalmente, nel mondo giusto e perfetto, sarebbe meglio di gran lunga vivere in piedi. Peccato che il mondo perfetto non esista, e che sia necessario contrapporre sempre l' utopia alla realtà.
Lo schiavo di Camus, ad un tratto, decide di dire "no". Qualcosa, in quel preciso punto -magari di gran lunga meno nefanda od oggettivamente meno crudele di infinite altre già sopportate nella sua storia precedente di schiavo-, lo determina alla rivolta e quella sua rivolta non si limiterà al rifiuto del più recente sopruso umiliante impostogli, ma mirerà a rivoluzionare interamente la sua condizione stessa, rispetto alla quale, prima, opponeva sopportazione e pazienza.
La disperazione, la constatazione dell' assurdo, lasciano spesso che sia il silenzio a parlare, consentendo, pur senza intenzione, l' inazione paralizzata,  ma con il primo "no" la coscienza pare risvegliarsi, esplode alla luce, ritrova l' aderenza al valore -la libertà-, alla consacrazione del quale neppure l' estrema caduta  -l' eventualità della morte- può dissuadere.

Entro la società occidentale, però, lo spirito di rivolta è possibile soltanto nei casi in cui ad un' uguaglianza teorica si contrappongano, pur celate, grandi disuguaglianze di fatto.

"La libertà di fatto non s' è accresciuta proporzionalmente alla coscienza che ne ha preso l' uomo. Da questa osservazione si può dedurre soltanto questo: la rivolta è propria all' uomo avvertito, che abbia coscienza dei propri diritti. Ma nulla ci permette di dire che si tratti soltanto dei diritti dell' individuo. Al contrario, [...] sembra proprio che si tratti di una coscienza di sé sempre più estesa che la specie umana consegue nel corso della sua avventura.".

All' inizio del Cristianesimo s' è assistito ad una rivolta metafisica che è stata, però, resa vana, dalla resurrezione di Cristo e la promessa della vita eterna (utopia).

"Se nel mondo religioso non si trova il problema della rivolta, si è che in verità non vi si trova alcuna problematica reale, tutte le risposte essendo date in una volta. La metafisica è sostituita dal mito. Non ci sono più interrogativi, ci sono soltanto risposte ed eterni commenti, che possono allora essere metafisici. Ma prima di entrare nel campo religioso, ed anche per entrarvi, o appena ne esce, ed anche per uscirne, l' uomo è interrogazione e rivolta. L' uomo in rivolta è l' uomo che sta prima o dopo l' universo sacro, e si adopera a rivendicare un ordine umano in cui tutte le risposte siano umane, cioè razionalmente formulate. Da quell' istante, ogni interrogazione, ogni parola è rivolta, mentre nel mondo religioso, ogni parola è rendimento di grazie."

Camus è scrittore e filosofo politico, suo malgrado e, se pur volontariamente orfano di ideologie, crede nella trasformazione radicale del presente ad opera delle minoranze audaci, capaci di staccarsi dal dominio imperante, costituendosi in piccole controsocietà fraterne, solidali e ribelli.

"In quella che è la nostra prova quotidiana, la rivolta svolge la stessa funzione del 'cogito' nell' ordine del pensiero, è la prima evidenza. Ma questa evidenza trae l' individuo dalla sua solitudine. E' un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto, dunque siamo."

(virgolettati gli estratti da "L' uomo in rivolta" di Albert Camus)


***

Io penso che Camus, spesso tacciato di immobilismo ed in grande polemica con Sartre, ci abbia trasmesso un pensiero arduo e di grande originalità, da cui trarre spunti continui di riflessione. Il suo disprezzo dell' assolutismo e l' assenza di ricette miracolose per la soluzione della condizione umana, nonché il netto rifiuto di ogni messianismo, aiutano a comprendere che, prima di ogni altra cosa, ogni nostro respiro deve rappresentare atto di rivolta e che ciò ci consente di essere.
E nella pietrosa Itaca, molti di noi potrebbero starci insieme.




mercoledì 27 aprile 2011

Neve

Lei è Neve, 1850 gr, nata il12 febbraio.

Non sta bene e spero che il suo veterinario me la guarisca. Ma, come un amico ha già fatto,  magari un pensiero affettuoso, seppur a distanza, può giovarle. Sognare non è, davvero, reato.



martedì 26 aprile 2011

Nel paese che non c' è

Agli amici ispiratori Luca e Disagiato

Io credo che ogni ragionamento, quando si rivela "circolare",  non possa che risultare autoreferente e, perciò, nel momento stesso in cui  sia esplicitato e concluso, all' atto pratico non riesce a convertirsi in un' azione utile.
Il ragionamento circolare ruota attorno a perni fissi. Esempio: Berlusconismo e Antiberlusconismo.
Ma sono perni relativi, che in sé non esplicano né le profonde origini, né l' evoluzione dei fenomeni.
Chi ha consentito il trionfo di Berlusconi, agli esordi, è giunto alla stessa scelta -com' è lapalissiano- da due sostanziali barricate contrapposte: una sotto il vessillo della malafede e l' altra sotto quello della buonafede. Quest' ultima accoglieva molti emuli un po' miserabili e ignoranti, i delusi e gli scontenti creduloni, qualche arrabbiato un po' cinico, mentre chi accogliesse, al contrario, la prima, non c' è bisogno alcuno di ripeterlo o sottolinearlo, ché ben lo si sa: non si tratta di tracciare giudizi morali, ma di prendere atto di oggettive esigenze, o convenienze, dell' elettorato.

Probabilmente, ciò che pensava Spinoza sugli affetti (che influenzano l' agire umano e derivano da molti fattori sinergicamente combinati, come i rapporti tra l' uomo ed i suoi simili e la natura, nonché il suo ambiente sociale in genere) è ancor oggi validissimo: l' uomo ha scarsissima cognizione e capacità interpretativa di ciò che sente e raramente è, pertanto, in grado di conoscere con obiettiva freddezza ciò che prova, sottraendo in tal modo a sé stesso la possibilità di agire secondo ragione.
Gli Italiani votano in modo emotivo, obnubilati dalle loro passioni.

Pertanto, ciò che mi piacerebbe capire, è non tanto dove possa condurci il nulla che Berlusconi -con l' ingenuità grossolana dei poveri di spirito e d' intelligenza di cui si ammanta- crede di poter riempire con la sua narrazione, ma, piuttosto, se sia davvero nelle finalità di quegli Italiani che l' hanno scelto in buonfede e che lo voteranno ancora, aspirare a qualcosa.

E' solo questo il vero dilemma: quegli italiani che si sono avveduti d' essere incorsi in errore, hanno a cuore le sorti del loro Paese, sì da desiderare un' alternativa decisa?
Io non lo so, non ne sono sicura, data l'assenza quasi totale di un progetto alternativo e data la sostanziale immutabilità di un' opposizione paralizzata, la cui più grave colpa sta nell' ignavia di non aver saputo, agli albori di questa storia, risolvere il tanto deprecato conflitto di interessi.




domenica 24 aprile 2011

L' essere e il nulla - Libertà e responsabilità

Immagino che l' esposizione del racconto della mia vita, dei moventi e dei percorsi, più o meno consapevoli, che l' hanno determinata ad essere quel che è, ad un improbabile  sinceramente curioso interlocutore risulterebbe comunque incomprensibile, nonostante ogni mia profusione di sforzi dialettici.
Ciò che non si capisce, che non trova logica collocazione nella nostra coscienza e determina la nostra identità, non può mai venire trasmesso.
Non me ne lamento più: il vivere è, da qualsiasi parte lo si consideri, esperienza assurda, ma ciò non significa ancora nulla.
Il solo preambolo possibile è che ogni essere umano è condannato ad essere libero, sostiene sulle proprie fragili spalle l' intero peso del mondo e non esiste alcuna alternativa ad assumersene, interamente, la responsabilità.
Io ricordo d' aver detto ai miei genitori non una sola volta, da adolescente, durante quelle discussioni rabbiose e dolorose, ma imprescindibili alla conquista dell' età adulta, "Non vi ho chiesto io di mettermi al mondo", e d' averlo sentito dire più tardi da altri ragazzi ad altri genitori.
Invece, ed in realtà, la fatticità stessa dell' essere nati , anche quando malediciamo la vita, ci obbliga a realizzare la nostra presenza nel mondo, assumendocene tutta la responsabilità cui la libertà ci porta.

" Nondimeno il tipo di questa responsabilità è assai particolare. Mi si risponderà effettivamente che 'io non ho domandato di nascere', ma è un modo ingenuo di mettere l' accento sulla nostra fatticità. Io sono, in realtà, responsabile di tutto, tranne che della mia responsabilità stessa, perché non sono il fondamento del mio essere. Tutto accade dunque come se fossi obbligato ad essere responsabile. Sono 'abbandonato' nel mondo, non nel senso in cui sarei abbandonato e passivo in un universo ostile, come l' asse che fluttua sulle onde, ma invece, nel senso in cui mi trovo improvvisamente solo e senza aiuto, impegnato in un mondo in cui porto completamente la responsabilità, senza potere, per quanto io faccia, strapparmi, fosse anche solo per un momento, a questa responsabilità, perché il desiderio stesso di fuggire la responsabilità mi fa responsabile; farmi passivo nel mondo, rifiutarmi di agire sulle cose e sugli altri, vuole ancora dire scegliermi, ed il suicidio è un modo fra i tanti di essere-nel-mondo. Ciononostante ritrovo una responsabilità assoluta, per il fatto che la mia fatticità, cioè in questo caso il fatto della mia nascita, è direttamente inafferrabile ed anche inconcepibile, perché questo fatto della mia nascita non mi appare mai allo stato bruto, ma sempre attraverso una ricostruzione proiettiva del mio per-sé: mi vergogno di essere nato, o me ne meraviglio, o mi rallegro, o, tentando di togliermi la vita, affermo che vivo e assumo questa vita come cattiva. Così, in un certo senso, 'scelgo' di essere nato.Questa stessa scelta è integralmente affetta di fatticità, perché non posso non scegliermi; ma questa fatticità, a sua volta, non apparirà che in quanto l' assumo verso i miei fini. Così la fatticità è ovunque, ma inafferrabile; no incontro mai altro che la mia responsabilità, per questo non posso domandare 'perché sono nato?', maledire il giorno della mia nascita o dichiarare che non ho chiesto di nascere, perché questi diversi atteggiamenti verso la mia nascita, cioé verso il 'fatto' che realizzo una presenza nel mondo non sono altro che modi di assumere in piena responsabilità questa nascita e farla 'mia': qui ancora non incontro che me e i miei progetti, in modo che finalmente il mio abbandono, cioé la mia fatticità, consiste semplicemente nel fatto che sono condannato ad essere integralmente responsabile di me stesso. Sono l' essere che 'è' come essere il cui essere si problematizza nel suo essere. E questo 'è' del mio essere è come presente ed inafferrabile.
A queste condizioni, poiché ogni avvenimento del mondo non può rivelarmisi che come 'occasione' (occasione 'messa a profitto', 'mancata', 'trascurata' ecc.), o meglio ancora, poiché tutto ciò che ci accade può essere considerato come una possibilità, cioè non può apparirci che come mezzo di realizzare questo essere che si problematizza nel nostro essere, e poiché gli altri come trascendenze-trascese, non sono, anch' essi, che 'occasioni' e 'possibilità', la responsabilità del per-sé  si estende sul mondo intero come mondo popolato. E' così precisamente che il per-sé si coglie nell' angoscia, cioè come un essere che non è fondamento né del suo essere, né dell' essere degli altri, né degli in-sé che formano il mondo, ma che è costretto a decidere del senso dell' essere, in lui e ovunque al di fuori di lui. Chi realizza nell' angoscia la sua condizione di 'essere' gettato in una responsabilità che si ritorce persino sul proprio abbandono, non ha più né rimorsi, né rimpianti, né scuse: non è più che una libertà che si scopre da sola ed il cui essere risiede in questa scoperta stessa. Ma, [...] la maggior parte del tempo fuggiamo l' angoscia nella malafede."

(J.P.Sartre -l' Essere e il nulla)