domenica 15 maggio 2011
Séraphine Louis (de Senlis)
Donna del popolo, professione serva, pittrice autodidatta primitiva, con un misterioso ancestrale legame con la natura ed una religiosità arcana, morta in un asilo psichiatrico.
Il film di Martin Provost, e l' interpretazione della protagonista, mi hanno commossa (ma non ci vuole troppo a commuovermi...).
Certe vite hanno in sé la forza del simbolo, come se un' insieme di combinazioni fatali, casuali, abbia potuto convergere in un solo magnete, un essere umano ignaro, per esprimersi in potenza.
Seduta sui primi rami di una possente quercia, con le gambe penzoloni sul vuoto, Séraphine annusava il vento, cantando sottovoce inni ispirati.
"Quando sono infelice, vado tra i fiori, abbraccio gli alberi, ascolto l' acqua del fiume, la musica della natura, e dimentico il mio dolore".
sabato 14 maggio 2011
Forse c'è.
Come si fa a gestire le troppe macerie di una vita? Paiono voler tumulare definitivamente quel po' di energia vitale rimasta dopo innumerevoli tenzoni con gli spettrali mulini a vento.
Quanto è presuntuosa l' alta considerazione di sé che riesce a trascinare con inaudita veemenza elementi idealistici sulla pietrosa realtà, con il risultato che i mulinelli di sabbia che dal terrestre deserto il vento ottuso delle consuetudini e delle forme ammesse solleva, li soffoca e li mortifica, vanificandoli ed aggiungendo al già pesante fardello di un cammino, di fatto, lontano dalla propria autentica natura, ulteriore schiacciante peso!
Come diceva quel maledetto da Dio e dagli uomini? Diceva così:
"... puoi pure non crederci ma c’è della gente che attraversa la vita con molto poco attrito o angoscia. Vestono bene, mangiano bene, dormono bene. Sono soddisfatti della loro vita familiare. Hanno momenti di dolore ma tutto sommato nessuno li disturba e spesso stanno decisamente bene. E quando muoiono è una morte facile, solitamente nel sonno. Puoi pure non crederci ma la gente così esiste. Anche se io non sono uno di loro. Eh no, io non sono uno di loro..." (Charles Bukowski)
C' è colpa grave nell' essere ciò che si è?
Che altro può fare una piccola donna stanca e disillusa, che pensava di dover gestire la sua vita in odor di coerenza, se non proseguire con andatura sempre più bislacca perché ciò che sembrava soltanto ieri chiaro e giusto -secondo la sua idea di giustizia-, oggi non ha più né contorni né vie, né approdi? E' in trappola: questo è evidente. Sinapsi ed ipotesi ed ansia di completezza sono la rete del suo recinto di filo spinato.
Resistere, quindi essere, sì; l' ha già detto, l' ha già scritto. Non dice e non scrive altro: ha il pallino di cercare sempre i noccioli delle cose. Scava e gratta, come un cane da tartufo, per scovare nuovi noccioli sotterrati. Che il più delle volte sono amari, anzi amarissimi. E la rendono odiosa ai suoi simili. E' presunzione, questa? Lei non sa più dirlo. Lei la sente come una naturale necessità. Non s' ha forse da conoscere sé stessi e rispettare la propria natura? O la si deve conciliare con qualche dettame da chissà chi approvato?
Ognuno ha il proprio personale tempio, la sua tiepida ed ospitale segreta religione, una fiaccola, anche minuscola, da portare al braciere in cui arde, anche soltanto per sé, una fiamma di significato.
Una volta smarriti o dimenticati i motivi della corsa, non si è che tedofori falliti ed inutili.
La piccola donna pensa di non essere affatto Giobbe, né di aver avuto mai un Dio che l' abbia messa alla prova, dandole modo, se non altro, di farle constatare d' essersi avveduto della sua esistenza.
Ma non si sta lamentando, crogiolata in un narcisismo che tutti gli altri narcisisti in incognito della Terra -mascherati da filantropi- non aspettano che di addebitarle; no, lei non si lamenta e di solito sorride. Quel che la donna fa è un semplice tentativo di comprendere il meccanismo della sua vita, provando a darle un senso. Capire, ad esempio, perché così tante circostanze -quasi tutte- congiurino contro la riuscita dei suoi piani.
Perché, ad esempio, quando offre amicizia l' altro si aspetti passione o assistenza e, non ottenendola, l' abbandoni; perché suo figlio vivo si comporti come un figlio morto; perché chi dice di amarla la voglia diversa; perché non le sia possibile qualche momento di riposo, magari sporadico, per dimenticarsi, per dimenticare.
Forse il Destino c'è.
Come diceva quel maledetto da Dio e dagli uomini? Diceva così:
"... puoi pure non crederci ma c’è della gente che attraversa la vita con molto poco attrito o angoscia. Vestono bene, mangiano bene, dormono bene. Sono soddisfatti della loro vita familiare. Hanno momenti di dolore ma tutto sommato nessuno li disturba e spesso stanno decisamente bene. E quando muoiono è una morte facile, solitamente nel sonno. Puoi pure non crederci ma la gente così esiste. Anche se io non sono uno di loro. Eh no, io non sono uno di loro..." (Charles Bukowski)
C' è colpa grave nell' essere ciò che si è?
Che altro può fare una piccola donna stanca e disillusa, che pensava di dover gestire la sua vita in odor di coerenza, se non proseguire con andatura sempre più bislacca perché ciò che sembrava soltanto ieri chiaro e giusto -secondo la sua idea di giustizia-, oggi non ha più né contorni né vie, né approdi? E' in trappola: questo è evidente. Sinapsi ed ipotesi ed ansia di completezza sono la rete del suo recinto di filo spinato.
Resistere, quindi essere, sì; l' ha già detto, l' ha già scritto. Non dice e non scrive altro: ha il pallino di cercare sempre i noccioli delle cose. Scava e gratta, come un cane da tartufo, per scovare nuovi noccioli sotterrati. Che il più delle volte sono amari, anzi amarissimi. E la rendono odiosa ai suoi simili. E' presunzione, questa? Lei non sa più dirlo. Lei la sente come una naturale necessità. Non s' ha forse da conoscere sé stessi e rispettare la propria natura? O la si deve conciliare con qualche dettame da chissà chi approvato?
Ognuno ha il proprio personale tempio, la sua tiepida ed ospitale segreta religione, una fiaccola, anche minuscola, da portare al braciere in cui arde, anche soltanto per sé, una fiamma di significato.
Una volta smarriti o dimenticati i motivi della corsa, non si è che tedofori falliti ed inutili.
La piccola donna pensa di non essere affatto Giobbe, né di aver avuto mai un Dio che l' abbia messa alla prova, dandole modo, se non altro, di farle constatare d' essersi avveduto della sua esistenza.
Ma non si sta lamentando, crogiolata in un narcisismo che tutti gli altri narcisisti in incognito della Terra -mascherati da filantropi- non aspettano che di addebitarle; no, lei non si lamenta e di solito sorride. Quel che la donna fa è un semplice tentativo di comprendere il meccanismo della sua vita, provando a darle un senso. Capire, ad esempio, perché così tante circostanze -quasi tutte- congiurino contro la riuscita dei suoi piani.
Perché, ad esempio, quando offre amicizia l' altro si aspetti passione o assistenza e, non ottenendola, l' abbandoni; perché suo figlio vivo si comporti come un figlio morto; perché chi dice di amarla la voglia diversa; perché non le sia possibile qualche momento di riposo, magari sporadico, per dimenticarsi, per dimenticare.
Forse il Destino c'è.
mercoledì 11 maggio 2011
Il mistero di Caino
" [...]
Caino: Ahimé! mi sembra di essere nulla.*
Lucifero: E dovrebbe essere la somma umana della conoscenza, conoscere la nullità della natura mortale; trasmetti questa sapienza ai tuoi figli, e risparmierà loro molti tormenti.
Caino: Spirito altero! Tu parli con orgoglio; ma, per quanto orgoglioso, hai un superiore
.
Lucifero: No! Per il Cielo che Egli sostiene, e per l' abisso, e l' immensità dei mondi e della vita, che io reggo con lui. No! Ho un vincitore, è vero, ma non un superiore. Omaggio riceve da tutto il creato -ma non da me-; io lo combatto, così come l' ho combattuto nel più alto dei cieli. Per l' eternità e gli abissi incommensurabili dell' Ade, e i reami, e i reami interminati dello spazio, e l' infinità delle epoche senza fine, tutto, tutto contesterò! E mondo dopo mondo, e astro dopo astro, e universo dopo universo tremerà sulla bilancia , finché il grande conflitto cesserà, se mai cesserà, cosa che non avverrà, finché io o lui non sia estinto! E cosa potrà spegnere la nostra immortalità, o odio reciproco e irrevocabile? Egli come conquistatore il conquistato chiamerà 'male'; ma quale sarà il 'bene' da lui donato? Fossi io il vincitore, le 'sue' opere sarebbero stimate come le sole malvagie. E voi, nuovi mortali appena nati, quali sono stati i suoi doni nel vostro piccolo mondo?
Caino: Pochi; e alcuni di essi soltanto amari.
Lucifero: Torna con me, allora, alla tua terra, e prova ciò che resta a te e ai tuoi dei suoi doni celestiali.
Il male e il bene sono tali nella loro essenza, e non resi buoni o cattivi dal donatore; ma se vi dà il bene chiamalo consenguentemente; se male scaturisce da 'lui' non nominatelo come 'mio', finché non conoscete meglio la sua fonte vera; e non giudicate dalle parole, sebbene di spiriti, ma dai fatti della vostra esistenza, così come deve essere.
Un 'buon' dono è stato fatto dal pomo fatale -la vostra ragione-; che non sia ribaltata da tiranniche minacce atte a forzarvi alla fede contro ogni percetto esterno e sentimento interno: pensate e resistete, e date forma a un mondo interiore nel vostro petto -là dove l' esterno fallisce; così sarete più vicini alla natura spirituale e guerreggerete trionfando sulla vostra."
(George Byron, da Cain, A Mystery, ATTO II, SCENA II L' Ade. Entrano Lucifero e Caino)
* Caino ha un grande orgoglio e di buon grado avrebbe gradito dal demonio promesse di regni e potere. Ma Lucifero ha il compito di fargli comprendere l' inadeguatezza della sua stessa alta immagine di sé e di deprimerlo mostrandogli le cose infinite -che stanno laggiù, nell' Ade- sottolineando così la sua caducità mortale. Ecco che Caino compirà la catastrofe uccidendo Abele: per intima stizza verso l' inadeguatezza del suo stato rispetto all' idea che aveva di sé stesso, non per banale e spregevole invidia.
Così come il Leopardi, nel suo A se stesso: "Al genere nostro il fato/ non donò che il morire. Ormai disprezza/ te, la natura, il brutto/ poter, che, ascoso, a comun danno impera, / e l' infinita vanità del tutto", anche gli eroi romantici di Byron traggono il loro riscatto dal destino in un sovrumano coraggio solitario che è nel contempo accettazione della realtà naturale ed intuizione del proprio stesso sconfinato spirito.
Il Cain di Byron mi piace, perché egli è un superbo ribelle, ed io, i ribelli, li amo tutti. Sono indispensabili all' umanità, alla Poesia, all' Arte, all' informazione; spesso sono gli anti-eroi della politica e gli unici vedenti in un mondo avvolto dalle cortine delle grandi menzogne.
...anche i blogger, un pochettino, ciascuno a proprio modo, lo sono... Sì, un po' cainisti lo siamo anche noi...
martedì 10 maggio 2011
Virus
Siamo nei guai, tutti quanti, noi zombi di sinistra. La Storia ci ha conciati male. Non sappiamo più chi siamo. Crisi identitaria profonda, autocritica feroce, odor di decadenza, memoria frantumata, nessun anticorpo in grado di combattere il letale virus revisionista.
Mi piace, perciò, leggere questo, "ero e resto di sinistra" di Valter, e questo, del romantico Disagiato.
Io non ho che dubbi, lo ammetto, in ogni campo del pensiero, ma ero, sono e sarò "di sinistra" perché da questa parte, e non da quella opposta - mai-, ci si è posti il problema della giustizia sociale, dell' estensione dei diritti, della dignità umana, e per quello s' è offerta anche la propria vita.
Ciò che ne han fatto i voraci apparati dei partiti e degli Stati, in passato ed ora, non intacca il principio originario, così come il vero cristiano non sbiadisce nell' ipocrisia della Chiesa.
domenica 8 maggio 2011
Essersi assenti
"Siamo franchi, avevo scuse? Una, ma così misera che non saprei come farla valere. In ogni modo, eccola: non son mai riuscito a credere veramente che le faccende umane fossero cose serie. In che cosa consistesse la serietà, non lo sapevo: certo non in quel che vedevo o che mi sembrava soltanto un gioco divertente o tedioso. Certi sforzi, certe convinzioni, non le ho veramente mai capite. Guardavo sempre, con aria stupita ed un po' sospettosa, quelle strane creature che morivano per del denaro, si disperavano per la perdita di una 'posizione', o si sacrificavano con grandi arie per la prosperità della famiglia. Capivo meglio quel mio amico che s' era messo in testa di non fumare, e, a furia di volontà, c' era riuscito. Un mattino, aprì il giornale, lesse che era esplosa la prima bomba H, s' informò dei suoi mirabili effetti, ed entrò senza indugio in una tabaccheria.
Certo, a volte fingevo di prendere la vita sul serio. Ma presto la serietà mi appariva in tutta la sua frivolezza, e mi limitavo a continuare a recitare la mia parte meglio che potevo. Giocavo ad essere efficiente, intelligente, virtuoso, civile, indignato, indulgente, solidale, edificante... In breve, smetto, lei ha già capito che ero come gli Olandesi, che ci sono senza esserci: ero tanto più assente quanto più posto occupavo. Sono stato veramente sincero ed entusiasta solo quando facevo dello sport, e, al reggimento, quando recitavo in commedie che rappresentavamo per nostro piacere. In entrambi i casi, c' era una regola del gioco che non era seria, ma che ci si divertiva a prendere sul serio. Anche adesso, gli incontri domenicali in uno stadio straripante di folla, e il teatro, che ho amato con passione assoluta, sono i soli luoghi al mondo in cui mi senta innocente."
(Albert Camus, La caduta)
| Friedrich-Viandante sul mare di nebbia, 1818, Amburgo, Kunsthalle |
La Storia, il mondo, si son fatti sempre ingannare dai falsi profeti. Confessare le proprie doppiezze, presentare entrambi i lati del volto di Giano, non basta a rendere l' innocenza, così come ritenere che "tutti gli uomini siano colpevoli" non minimizza l' entità delle eventuali sedicenti colpe di cui si è gravati.
Il falso profeta grida nel deserto rifiutandosi di uscirne e forse c' è più abiezione nel percorso di chi accorpa in sé il giudice ed il penitente che in chi, di fatto, rimane a vivere una condizione morale forse pure oggettivamente ripugnante.
Che noia, lo so, che noia, provare a trovare un po' di verità.
mercoledì 4 maggio 2011
Hurt
E’ spiazzante, pur vivendo, sentirsi così spesso sbigottiti dalla propria stessa capacità di perseverare a farlo: equivale a guardarsi in uno specchio che rimanda un’ immagine di te a metà nitida e chiara ed a metà fumosa e misteriosa.
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più infelice del reame?”
Eppure succede, presumo, anche ad altri, e forse più frequentemente di quanto io stessa non riesca ad immaginare ed a credere.
Dev’ essere questo il peggiore dei peccati mortali: non avvedersi del proprio narcisismo, mentre si biasima quello altrui, tendendo sempre a ritenersi originali e preziosissimi, nobilitati da un’ afflato di solitudine che retaggi romantici vorrebbero elettiva, e invece, spesso, la vita che tocca in sorte non è che il segno di una disgraziata avventura umana –una fra le infinite possibili-, indotta da talmente tante circostanze esterne e fagocitanti e così poco eroicamente scelta, da aggiungere al danno del dolore la beffa.
Nei periodi di risacca di questo mio contorto percorso mi son detta, sprezzante e con grande odio verso me stessa: “Hai sbagliato tutto, non fai che sbagliare”. Ma so anche che il “tutto” che è incappato nella mia strada ha, a sua volta, “sbagliato”.
Ce n’ è abbastanza per confutare quantomeno il giudizio negativo di Spinoza, laddove sentenzia che l’ umiltà non sia affatto una virtù, ma una ‘tristezza’ derivante dal fatto che l’ uomo considera la sua impotenza. (Etica, 53-54)
A me parrebbe che -a considerare razionalmente l’ oggettività di molti accadimenti in una vita umana e constatato anche che oggi meno di ieri è in nostra facoltà determinare completamente la nostra esistenza attraverso scelte virtuose-, laddove non sia un sentimento di umiltà, generalizzata, a farci accettare i limiti di ragione e fiducia in un progresso illimitato dell’ uomo si rischi un’ esplosione di collera indifferenziata verso il “destino”, Dio o la Natura, od un troppo allettante ed insistente pensiero di auto-soppressione.
E così mi sovvengono Plotino e Porfirio.
L’ esortazione del filosofo all’ amato discepolo disperato - tanto più alta e nobile quanto proveniente, com’è noto, da un uomo che di sventura subìta dalla natura aveva fatto, nel corso di una breve esistenza, profonda esperienza-, mi fa avvertire l’ enorme importanza dei buoni maestri nella vita, e della loro coerenza militante.
Non abbiamo bisogno soltanto dell’ indignazione, né della denuncia, né della ribellione, né del facile sarcasmo.
Ci vogliono altre due cose, per sopravvivere: gli amici ed un intimo senso dell’ animo.
“ […]
In ultimo, Porfirio mio, , le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’ uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente, per ogni lieve causa che se gli afferisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrà ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’ amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non voler essere cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni che ti amano con tutta l’ anima; a me che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senz’ altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio e confortiamoci insieme: […]”
(G. Leopardi, Dialogo di Plotino e Porfirio)
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più infelice del reame?”
Eppure succede, presumo, anche ad altri, e forse più frequentemente di quanto io stessa non riesca ad immaginare ed a credere.
Dev’ essere questo il peggiore dei peccati mortali: non avvedersi del proprio narcisismo, mentre si biasima quello altrui, tendendo sempre a ritenersi originali e preziosissimi, nobilitati da un’ afflato di solitudine che retaggi romantici vorrebbero elettiva, e invece, spesso, la vita che tocca in sorte non è che il segno di una disgraziata avventura umana –una fra le infinite possibili-, indotta da talmente tante circostanze esterne e fagocitanti e così poco eroicamente scelta, da aggiungere al danno del dolore la beffa.
Nei periodi di risacca di questo mio contorto percorso mi son detta, sprezzante e con grande odio verso me stessa: “Hai sbagliato tutto, non fai che sbagliare”. Ma so anche che il “tutto” che è incappato nella mia strada ha, a sua volta, “sbagliato”.
Ce n’ è abbastanza per confutare quantomeno il giudizio negativo di Spinoza, laddove sentenzia che l’ umiltà non sia affatto una virtù, ma una ‘tristezza’ derivante dal fatto che l’ uomo considera la sua impotenza. (Etica, 53-54)
A me parrebbe che -a considerare razionalmente l’ oggettività di molti accadimenti in una vita umana e constatato anche che oggi meno di ieri è in nostra facoltà determinare completamente la nostra esistenza attraverso scelte virtuose-, laddove non sia un sentimento di umiltà, generalizzata, a farci accettare i limiti di ragione e fiducia in un progresso illimitato dell’ uomo si rischi un’ esplosione di collera indifferenziata verso il “destino”, Dio o la Natura, od un troppo allettante ed insistente pensiero di auto-soppressione.
E così mi sovvengono Plotino e Porfirio.
L’ esortazione del filosofo all’ amato discepolo disperato - tanto più alta e nobile quanto proveniente, com’è noto, da un uomo che di sventura subìta dalla natura aveva fatto, nel corso di una breve esistenza, profonda esperienza-, mi fa avvertire l’ enorme importanza dei buoni maestri nella vita, e della loro coerenza militante.
Non abbiamo bisogno soltanto dell’ indignazione, né della denuncia, né della ribellione, né del facile sarcasmo.
Ci vogliono altre due cose, per sopravvivere: gli amici ed un intimo senso dell’ animo.
“ […]
In ultimo, Porfirio mio, , le molestie e i mali della vita, benché molti e continui, pur quando, come in te oggi si verifica, non hanno luogo infortuni e calamità straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte, come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’ uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa troppo curiosamente, per ogni lieve causa che se gli afferisca di appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrà ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perché non avrebbe a compiacergliene? Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria degli anni che fin qui è durata l’ amicizia nostra, lascia cotesto pensiero; non voler essere cagione di questo gran dolore agli amici tuoi buoni che ti amano con tutta l’ anima; a me che non ho persona più cara, né compagnia più dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senz’ altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio e confortiamoci insieme: […]”
(G. Leopardi, Dialogo di Plotino e Porfirio)
lunedì 2 maggio 2011
Salvare la bellezza
" Nel suo 'Diario di Siberia', Ernst Dwinger parla di quel sottotenente tedesco che, prigioniero da anni in un campo ove regnavano il freddo e la fame, s' era costruito, con tasti di legno, un piano silenzioso. Là, nell' infoltirsi della miseria, in mezzo a una turba cenciosa, componeva una strana musica che era il solo ad udire. Così, gettati nell' inferno, misteriose melodie e immagini crudeli della bellezza fuggita ci arrecherebbero sempre, in mezzo al delitto e alla pazzia, l' eco di quell' insurrezione armoniosa che attesta lungo i secoli la grandezza umana.
Ma l' inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia. La storia ha forse fine; non è tuttavia nostro compito terminarla ma crearla, a immagine di quello che ormai sappiamo di essere vero. L' arte, almeno, ci insegna che l' uomo non si riduce alla sola storia e che egli trova anche una ragione di essere nell' ordine della natura. Per lui, il gran Pan non è morto. La sua rivolta più istintiva, nell' affermare il valore, la dignità comune a tutti, al tempo stesso rivendica ostinatamente, per appagare la sua fame d' unità, una parte intatta del reale che ha nome bellezza.
[...]
La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di lei. La sua norma, che nell' atto stesso di contestare il reale gli conferisce unità, è anche quella della rivolta. Si può, eternamente, rifiutare l' ingiustizia senza cessare di salutare la natura dell' uomo e la bellezza del mondo? La nostra risposta è sì. Questa morale, mai sottomessa, e ad un tempo fedele, è in ogni caso la sola a rischiarare il cammino di una rivoluzione veramente realista. Mantenendo la bellezza, prepariamo quel giorno di rinascita in cui la civiltà metterà al centro delle sue riflessioni, lungi dai princìpi formali o dai valori sviliti dalla storia, quella virtù viva che fonda la comune dignità del mondo e dell' uomo, e che dobbiamo ora definire di fronte a un mondo che la insulta."
(Albert Camus, L' Uomo in rivolta)
La storia può essere rifiutata, anche con il legittimo disgusto dell' innocente, ma non esiste nichilismo in grado di contestare l' inoppugnabilità della bellezza del mondo.
Bisogna, però, abbandonarvisi, come ad una religione, come un fanciullo alla madre.
Questo fornisce l' alibi per mantenersi vivi.
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